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🔴IL FRONTE SIAMO NOI | LEVANTE LIVE

28 September 2026 at 19:05

🧠 La guerra ha conquistato il suo ultimo territorio: la nostra mente. A Levante questa sera, 28 settembre 2026, Margherita Furlan dialoga con il filosofo Michele Putrino e con il giornalista d’inchiesta Antonio Mazzeo sulle fabbriche di bot che ci fanno litigare sui social, sulla guerra cognitiva teorizzata dalla NATO e ora entrata nella Difesa italiana, e su come difendere l’unica cittadella che nessuno dovrebbe poterci togliere: il nostro giudizio. Affrontiamo insieme: 🤖 Gli sciami di intelligenza artificiale che fabbricano il consenso e simulano che «lo dicono tutti» 🎖 La mente come nuovo dominio della guerra: dal rapporto NATO del 2020 al disegno di legge italiano del 5 agosto 2026 💰 Il modello di business delle piattaforme: quando la rabbia diventa fatturato 🌊 Hormuz, guerra di comunicati: il sottomarino conteso fra Pasdaran e Pentagono 🏫 La scuola va alla guerra: la militarizzazione comincia sui banchi 🏛 Lo stoicismo come arte di resistere alla manipolazione, da Epitteto a oggi 📚 I LIBRI DEGLI OSPITI 📕 Antonio Mazzeo, «La scuola va alla guerra. Inchiesta sulla militarizzazione dell’istruzione in Italia», Manifestolibri 📗 Michele Putrino, «Liberi dalla paura. Gli insegnamenti di un’antica dottrina per liberarsi dal controllo del sistema», Uno Editori, 2021 🎯 SOSTIENI CASA DEL SOLE TV Casa del Sole TV è un progetto di giornalismo indipendente autofinanziato. 💳 Per donazioni: IBAN: IT63P0326822300052392596590 Intestato a: La Casa del Sole Edizioni Causale: Donazione Casa del Sole TV ⭐ Membership YouTube: 👉    / @casadelsoletvchannel   🔹 Analista Multipolare €5/mese 🔸 Inviato della Verità €15/mese 💎 Architetto del Futuro €25/mese 📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN 📘 BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo) 🌐 SEGUI CASA DEL SOLE TV ▶ YouTube: @CasadelSoleTVChannel #Levante #CasadelSoleTV #MargheritaFurlan #Geopolitica #Multipolarismo #GuerraCognitiva #Bot #Disinformazione #Stoicismo #MichelePutrino #AntonioMazzeo

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🔴TUTTI AL FRONTE | TG 28.9.26

28 September 2026 at 19:00

– Iran, il no che non chiude di Margherita Furlan
– Un rifiuto e il barile vola di Margherita Furlan
– Yemen, la Francia entra in guerra? di Gionata Chatillard
– Riyadh, il Cremlino cambia voce di Margherita Furlan
– Erdogan, Netanyahu e il veto all’ONU di Jeff Hoffman
– Fairford, Teheran condannata prima delle prove di Jeff Hoffman e Ivan Bodyan
– Netanyahu ad Abu Dhabi, quattro ore nell’ombra di Margherita Furlan
– Smotrich vuole Gaza anche in Cisgiordania di Jeff Hoffman
– Berlino e Mosca, 20 minuti di gelo di Ivan Bodyan
– Cardinale Zuppi a Mosca di Margherita Furlan
– Serbia, Vučić si dimette di Ivan Bodyan
– Berna vota: neutrale, ma con l’Occidente di Margherita Furlan
– Buon giro intorno al Sole

A cura di Margherita Furlan Con la collaborazione di Gionata Chatillard, Ivan Bodyan e Jeff Hoffman Editing di Mario Ferdinandi

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Che cosa nascondono le invasioni barbariche

28 September 2026 at 17:21

Juan Manuel de Prada

L’invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in quelle polverose gabbie di pensiero chiamate ideologie), che non si tratta comportamenti propri di persone che vengono a guadagnarsi da vivere in un altro paese, nemmeno nelle situazioni disperate in cui chiunque può commettere un crimine per puro istinto di sopravvivenza, o per proteggere i propri cari, alla maniera di Jean Valjean. Le ondate di delinquenza che si sono diffuse a Ceuta non hanno nulla a che vedere con la disperata criminalità a cui alludiamo; sono azioni programmate secondo una strategia di conquista territoriale e di espulsione delle popolazioni autoctone, una strategia già utilizzata – con ottimi risultati – in diversi paesi europei, soprattutto in Francia.

Questa strategia si può riassumere molto concisamente: dalla periferia di una città si creano zone senza legge, o, come direbbe Michel Foucault, “eterotopie” che operano al di fuori delle norme sociali e diventano inabitabili; poi il territorio si espande gradualmente, come una macchia d’olio. Questo è accaduto ripetutamente in Francia, dove le popolazioni musulmane colonizzano un quartiere e organizzano bande specializzate nella guerriglia urbana, introducendo varie forme di intimidazione civile, più o meno subdole o sfacciate, che i “petits blancs” (i bianchi poveri residenti) non osano nemmeno denunciare, per paura di ritorsioni, finendo per emigrare in altri quartieri o città. Lo sfratto degli abitanti è prima o poi seguito dal collasso della polizia, poiché pattugliare queste zone senza legge richiede di assumere rischi aggiuntivi e molto costosi, anche perché le autorità costringono la polizia ad adottare metodi blandi, irenisti, esattamente come accade a Ceuta.

Non dobbiamo confondere queste “zone senza legge” con i ghetti, dove vivono confinate popolazioni che subiscono l’emarginazione. Gli abitanti delle zone senza legge non sono né confinati né emarginati; al contrario, hanno conquistato il territorio che abitano, creando – attraverso la violenza palese o occulta – un proprio spazio autonomo, espellendo coloro che vi risiedevano in precedenza. E, naturalmente, in queste eterotopie senza legge generate da invasioni barbariche, non esiste l’immaginario meticciato (mescolanza razziale e culturale) che ha ispirato tante narrazioni mitiche del progressismo benpensante. Inizialmente, può esserci una parvenza o una pantomima di meticciato, con la colorata esibizione di tamburi e ciaramelle; ma si tratta di una risorsa cui si ricorre per astuzia, presto sostituita da comportamenti ben più dissuasivi una volta assicurato il dominio. Questa strategia, ricorrente in Francia, è la stessa che si intende attuare a Ceuta, in forma ancora più aspra e brutale. Naturalmente, coloro che a suo tempo la denunciarono in Francia – quasi sempre le classi lavoratrici che ne subirono le conseguenze – furono accusati di esagerazione e sensazionalismo, di alimentare fantasmi e paranoie razziste. Esattamente lo stesso argomento usato da Grande Marlaska, ministro spagnolo degli Interni, quando descrive le lamentele degli abitanti di Ceuta come “sensazioni ” e “insicurezze soggettive”. Le élite intellettuali francesi – che, come quelle spagnole, vivono in quartieri benestanti – hanno abbandonato al loro destino i “petits blancs” che subirono le invasioni, predicando le virtù del “meticciato sociale” e girando intorno al problema con inutili e retoriche “politiche di inserimento”, nella speranza che presto il crescente numero di invasori assicuri il trionfo elettorale del progressismo sotto varie maschere, moderate o radicali a seconda delle circostanze. Questo è accaduto ripetutamente in Francia e in molti altri paesi europei, dove la parte della popolazione che subisce invasioni barbariche non è più in grado di formare maggioranze contro le alleanze che il progressismo moderato e radicale stringe con gli invasori. Queste alleanze, a loro volta, generano la fioritura di partiti che si nutrono di paura e rabbia, tentando grottescamente di contrastare la colonizzazione invasiva con il vuoto di civiltà che ne è stata la causa primaria. Dobbiamo innanzitutto riconoscere, se non vogliamo rinunciare all’onestà intellettuale, che l’integrazione di popolazioni appartenenti a civiltà diverse è intrinsecamente impossibile; e dobbiamo anche ricordare che le civiltà le fondano le religioni e scompaiono quando declina religione che le fondò. Non esiste una civiltà laicista, né democratica, né repubblicana, né costituzionalista, né altre sciocchezze simili; dove manca la religione, c’è solo un vuoto di civiltà, che viene inevitabilmente colmato da un’altra civiltà, quella degli invasori. Coloro che arrivano a colmare quel vuoto non fanno altro che eseguire un disegno (chiamiamolo così); ben più maligna è la posizione assunta da quelle élite – provenienti ovviamente da classi sociali preservate dal contatto con le invasioni barbariche – che negano la realtà e continuano a tessere le lodi delle ondate migratorie e ad applaudire le regolarizzazioni di massa, lanciando anatemi contro chi denuncia questa nuova forma di suicidio collettivo. Mi sono spesso interrogato sul motivo del loro tradimento e della loro follia. Non mi sfugge che quasi tutti sono generosamente foraggiati da organizzazioni a loro volta finanziate dal globalismo e corrotte dal progressismo egemonico con una moltitudine di prebende e privilegi. Ma la loro abiezione cela un’altra ragione, più oscura e segreta, che non può essere spiegata come ingenua difesa dei cosiddetti diritti umani, né come sottomissione al politicamente corretto, né come perversione masochistica dei sentimenti, né come filantropia allucinata, né tantomeno come fatalismo di impulsi autodistruttivi. Tutti questi ingredienti – e anche la pura imbecillità – si agitano mescolati nel pentolone dell’abiezione in cui queste élite bevono; ma c’è un altro ingrediente che funge da emulsionante per tutti loro. Nel cuore di quell’abiezione, a spiegarne le viscere più profonde, si cela l’odio per la religione che ha fondato la nostra civiltà. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni questione politica si nasconde sempre un problema teologico. ( www.kontrainfo.com).

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Francia, i lepenisti si rafforzano al Sénat

Quindici seggi, più del previsto, più dei cinque coperti finora. Soprattutto, un numero sufficiente per creare un gruppo autonomo. Le elezioni sénatoriales francesi - a scrutinio indiretto - hanno premiato...

Pensione a 64 anni: strumenti sbagliati per scopi giusti

28 September 2026 at 09:31

Le regole di pensionamento devono essere uguali per tutti i lavoratori, comunque sia calcolata la loro pensione. Ben vengano provvedimenti per rimuovere le differenze fra “misti” e “puri”, purché demagogia e improvvisazione restino fuori dal gioco.

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Fusioni bancarie tra efficienza e potere di mercato

28 September 2026 at 09:30

Gli effetti di una fusione tra banche vanno valutati considerando il mercato e i segmenti di clientela coinvolti. Le operazioni possono produrre guadagni di efficienza e migliorare la qualità dei prestiti. Ma possono anche portare a riduzione del credito.

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Gasolio, è cambiata la mappa: da dove arriva e perché costa tanto quello che mettiamo nei serbatoi

28 September 2026 at 08:22

Finanza e mercato

Prima la Russia, poi il Medio Oriente, adesso sempre più Stati Uniti e India. In appena quattro anni l’Europa ha ridisegnato la geografia delle proprie forniture di gasolio, sostituendo rotte di pochi giorni con viaggi che possono durare settimane. E proprio mentre una parte della capacità mondiale di raffinazione è fuori gioco, anche il nuovo sistema di approvvigionamento mostra tutta la sua fragilità. Ecco perché dietro i prezzi record non c’è soltanto il petrolio

Di Redazione

Il gasolio che finisce nel serbatoio di un camion europeo è apparentemente sempre lo stesso. Ma il viaggio che compie per arrivarci non lo è affatto. Nel giro di quattro anni è cambiata radicalmente la geografia dell’approvvigionamento europeo. Prima la Russia, poi il Medio Oriente, quindi sempre più Stati Uniti e India. A ogni crisi l’Europa ha trovato un’alternativa, ma quasi sempre più lontana. E oggi, mentre il gasolio ha raggiunto quotazioni record, vale la pena guardare la carta geografica per capire una parte importante di ciò che sta succedendo.

Perché il problema non è soltanto quanto gasolio viene prodotto. È dove viene prodotto, quanto deve viaggiare per raggiungere l’Europa e quante alternative rimangono quando uno dei grandi fornitori viene meno.

2022: metà delle importazioni arrivava dalla Russia

Bisogna tornare a prima della guerra in Ucraina. Nel 2022, secondo i dati Vortexa riportati dalla Energy Information Administration statunitense, la Russia rappresentava circa il 50% delle importazioni europee di gasolio.

Non era soltanto una dipendenza quantitativa. Era anche una straordinaria vicinanza logistica. Il prodotto partiva dai terminal russi del Baltico e del Mar Nero e raggiungeva i mercati dell’Europa nord-occidentale o del Mediterraneo con viaggi che S&P Global quantifica generalmente in tre-sette giorni.

L’embargo europeo sui prodotti petroliferi russi, entrato in vigore il 5 febbraio 2023, spezza quel sistema praticamente dall’oggi al domani. Nel 2024, secondo l’EIA, i distillati russi rappresentavano meno dell’1% delle importazioni marittime europee provenienti dall’esterno della regione.

Il gasolio russo, però, non scompare dal mercato mondiale. Cambia destinazione: va soprattutto verso Paesi come Turchia e Brasile. L’Europa deve invece cercare altrove ciò che fino a quel momento acquistava a poche giornate di navigazione di distanza. È il primo grande ridisegno della mappa.

2023-2025: il baricentro si sposta verso il Golfo

A riempire una parte consistente del vuoto lasciato dalla Russia è il Medio Oriente. Il cambiamento viene favorito anche dall’arrivo di nuova capacità di raffinazione: soprattutto la raffineria Al Zour in Kuwait e quella di Duqm in Oman. Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e gli altri produttori della regione diventano progressivamente fondamentali per il mercato europeo.

Nel primo semestre del 2025 il Medio Oriente arriva a rappresentare, secondo i dati citati dall’EIA, il 43% delle importazioni europee di gasolio. Il primo fornitore è stato sostituito. Ma a costo di allungare enormemente la catena logistica.

S&P Global calcola che, rispetto ai tre-sette giorni necessari per trasportare il prodotto dalla Russia, una petroliera proveniente dal Golfo Persico o dall’India possa impiegare da tre a sei settimane per raggiungere l’Europa. Se le tensioni nel Mar Rosso costringono a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, il viaggio può arrivare a 40 giorni.

È una differenza enorme. Significa più navi impegnate per trasportare la stessa quantità di prodotto nell’arco di un anno, maggiore capitale immobilizzato durante il viaggio, più esposizione ai noli e soprattutto una dipendenza molto maggiore da Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e dalle altre strettoie del commercio mondiale. La nuova mappa funziona. Ma è intrinsecamente più lunga e vulnerabile della precedente.

2026: anche il secondo equilibrio salta

Poi arriva la guerra con l’Iran. Le conseguenze sugli impianti e sui traffici mediorientali colpiscono proprio il sistema che l’Europa aveva costruito per sostituire la Russia. Tra marzo e agosto 2026, secondo i dati Kpler riportati da Reuters, le esportazioni mediorientali di gasolio si dimezzano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi mediamente intorno agli 800 mila barili al giorno. E il problema non riguarda soltanto le rotte. Riguarda le raffinerie.

Gli impianti di alcuni grandi produttori sono stati colpiti o hanno ridotto la produzione, mentre quelli disponibili nel resto del mondo stanno cercando di aumentarla. Negli Stati Uniti, per esempio, a fine agosto le raffinerie hanno raggiunto il livello di utilizzo più elevato degli ultimi otto anni.

L’International Energy Agency ha sintetizzato così il problema: molte raffinerie nel mondo stanno già lavorando al limite delle proprie possibilità. Rimane quindi poco spazio per compensare un’ulteriore perdita di produzione. Ed è qui che comincia il terzo ridisegno della mappa.

Adesso il gasolio arriva sempre più dagli Stati Uniti

Quando diminuiscono le forniture mediorientali, l’Europa torna a cercare prodotto altrove. E uno dei protagonisti diventa sempre più chiaramente l’America.

Nel gennaio 2025 gli Stati Uniti spedivano verso l’Europa circa 167 mila barili di gasolio al giorno. Un anno dopo erano già 396 mila: più del doppio. È un cambiamento talmente consistente che nel gennaio 2026, secondo l’EIA, l’Europa ha temporaneamente superato persino il Sud America come destinazione del gasolio statunitense, nonostante quest’ultimo rappresentasse tradizionalmente il principale mercato di sbocco.

La geografia delle raffinerie americane non è cambiata. È cambiata la destinazione del loro prodotto. E questo significa che anche gli Stati Uniti stanno modificando le proprie rotte commerciali per alimentare il deficit europeo.

L’altro protagonista è l’India. Già dopo l’embargo russo le raffinerie indiane avevano aumentato fortemente le spedizioni verso l’Europa. S&P Global calcola che nel 2024 gli Stati Uniti abbiano fornito all’Europa 16,5 milioni di tonnellate di gasolio, mentre dall’India ne sono arrivate 7,1 milioni. Dal Medio Oriente, nello stesso anno, erano arrivate 22,9 milioni di tonnellate. La vecchia linea Russia-Europa si è trasformata così in una rete mondiale.

Lo stesso gasolio, migliaia di chilometri in più

È probabilmente questo il dato che meglio racconta ciò che è successo. Nel 2022 il camion europeo dipendeva in larga misura da un prodotto raffinato relativamente vicino ai propri mercati.

Oggi una parte crescente di quel gasolio può essere raffinata nel Golfo del Messico, in India, in Kuwait o in Oman e deve attraversare oceani e strettoie geopolitiche prima di arrivare in un deposito europeo.

Non significa che il prezzo alla pompa sia semplicemente proporzionale ai chilometri percorsi dalla petroliera. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma cambiare questa geografia ha un costo. I noli incidono. Incide il maggior numero di giorni durante i quali nave e carico rimangono impegnati. Incidono assicurazioni e rischi geopolitici. E soprattutto una supply chain più lunga reagisce molto più violentemente quando Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez o un grande sistema di raffinazione diventano improvvisamente indisponibili.

La stessa EIA sottolinea che l’interruzione delle normali rotte commerciali aumenta il rischio di carenze e di picchi dei prezzi: quando un choke point rallenta o si chiude, aumentano tempi e costi di trasporto e la conseguenza può trasferirsi direttamente sul prezzo dei prodotti petroliferi.

E adesso l’America potrebbe voler tenere il gasolio per sé

C’è infine un elemento che rende particolarmente delicata la nuova geografia europea. Proprio mentre gli Stati Uniti diventano sempre più importanti per compensare le forniture perdute altrove, anche Washington deve fare i conti con prezzi record e scorte ridotte.

Donald Trump ha dichiarato pubblicamente di essere favorevole all’idea di limitare le esportazioni di gasolio per aumentare la disponibilità sul mercato americano. Nelle ore successive la Casa Bianca ha smentito che sia allo studio il divieto secco di 90 giorni di cui si era parlato e il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che una misura di questo tipo potrebbe addirittura rivelarsi controproducente.

Ma la questione non è affatto scomparsa. Wright ha avviato contatti con i vertici di diverse grandi raffinerie statunitensi per verificare la disponibilità a una riduzione volontaria delle esportazioni di gasolio. Per l’Europa è un segnale da non sottovalutare.

Perché nel giro di quattro anni il continente ha perso il suo grande fornitore russo, ha costruito un nuovo equilibrio fondato soprattutto sul Medio Oriente e, quando anche quel sistema è entrato in crisi, ha aumentato la propria dipendenza da fornitori ancora più lontani. Ora persino uno di questi, gli Stati Uniti, si interroga sull’opportunità di continuare a esportare così tanto prodotto.

Come abbiamo raccontato [nell’analisi pubblicata ieri da Uomini e Trasporti], le scorte sono scese su livelli eccezionalmente bassi e gli operatori non prevedono un rapido ritorno alla normalità. Ma dietro quelle quotazioni c’è qualcosa di ancora più strutturale. In quattro anni l’Europa ha dovuto ricostruire due volte la propria catena di approvvigionamento del gasolio e adesso sta iniziando a farlo una terza.

La Russia era vicina ma è stata esclusa dal mercato europeo. Il Medio Oriente ne ha preso il posto, ma guerra e crisi del Mar Rosso ne hanno ridotto drasticamente l’affidabilità. Stati Uniti e India stanno contribuendo a riempire il nuovo vuoto, ma sono più lontani e, nel caso americano, la disponibilità a continuare a esportare gli stessi volumi non può più essere data per scontata.

Il gasolio che mettiamo nei serbatoi continua ad avere le stesse caratteristiche.** È la strada che deve percorrere per arrivarci a essere diventata molto più lunga, costosa e incerta.**

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Leone XIV alla Francia: «La fede torni a fiorire». La sfida del Papa alla Repubblica della laïcité

28 September 2026 at 00:12
All’Eliseo, nel cuore della Francia laicista Nel suo attesissimo discorso all’Eliseo, Papa Leone XIV ha parlato alla Francia ricordando: le sue radici cristiane non sono un reperto del passato, ma ...

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Vannacci: il programma di politica estera

27 September 2026 at 17:19

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SOVRANISMO REALE E INTERESSE NAZIONALE: LA DOTTRINA GEOPOLITICA DI VANNACCI PER UN’ITALIA PROTAGONISTA NEL MONDO MULTIPOLARE

Al di là delle consuete etichette strumentali e delle caricature mediatiche, la visione di politica estera espressa da Roberto Vannacci e sintetizzata nel programma di Futuro Nazionale delinea una rottura profonda con il conformismo diplomatico degli ultimi decenni, ponendo al centro un principio chiaro e non negoziabile: la tutela pragmatica dell’interesse strategico italiano.

Superare il vassallaggio: verso un multipolarismo di equilibrio

La presa d’atto del superamento del vecchio ordine unipolare a trazione statunitense non è una concessione a ideologie altrui, bensì un lucido esercizio di realismo geopolitico. Riconoscere l’avvento di un mondo multipolare significa rifiutare l’idea che Roma debba limitarsi a subire passivamente decisioni prese oltreoceano che spesso danneggiano il tessuto produttivo e la stabilità energetica dell’Europa.
In quest’ottica, la collocazione all’interno dell’Alleanza Atlantica viene ripensata secondo un modello pragmatico, analogo a quello esercitato con successo da potenze regionali come la Turchia, in cui l’adesione al patto non si traduce in subordinazione cieca, ma convive con il perseguimento autonomo della propria agenda nazionale. Analogamente, la disponibilità a comprendere le esigenze di sicurezza della Russia risponde alla logica di evitare escalation permanenti ai confini orientali, comprendendo che la stabilità del continente europeo non può prescindere da canali di distensione e cooperazione strategica.

Medio Oriente: diplomazia multilaterale contro le guerre a oltranza

L’approccio alla polveriera mediorientale si distingue per equilibrio e coraggio politico. Pur riconoscendo la legittimità della reazione di Israele contro le minacce terroristiche, la linea di Vannacci non esita a denunciare gli eccessi di una risposta bellica che definisce sproporzionata e le derive espansionistiche in Cisgiordania, riaffermando il diritto alla tutela delle comunità cristiane storiche, minacciate da entrambi gli estremismi, e aprendo con determinazione alla prospettiva di due Stati distinti, con una divisione equa di Gerusalemme.
Ancora più innovativa è la proposta di architettura di sicurezza per l’area: per garantire una pace durevole e reale, è velleitario pensare a esclusioni a priori. Coinvolgere come garanti potenze globali e attori regionali decisivi, dagli Stati Uniti alla Russia, fino (e qui i futuristi hanno davvero avuto coraggio) alla Repubblica Islamica dell’Iran, costituisce l’unica via per disinnescare conflitti endemici.

Al contempo, la netta condanna delle avventure militari americane in Iran e delle conseguenti tensioni, i cui effetti subiamo tutti quotidianamente, risponde alla necessità vitale di proteggere l’economia e gli approvvigionamenti marittimi ed energetici italiani, evitando che il nostro Paese venga trascinato in guerre per procura dettate esclusivamente da agende esterne.

Una politica estera matura non si misura sul grado di obbedienza a un blocco precostituito, ma sulla capacità di posizionare l’Italia come ponte sovrano, autorevole e indipendente nel nuovo scacchiere internazionale.
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L’America alza il conto

27 September 2026 at 11:00

Gasolio a livelli mai visti, petrolio di nuovo oltre i 100 dollari, titoli del Tesoro americano ai massimi dal 2007 e una Fed che torna ad alzare i tassi. Mentre Bruxelles apre al Canada come primo membro associato dell’Unione, Trump minaccia dazi pesantissimi sull’Europa. All’ONU l’Iran fissa le condizioni per riaprire Hormuz, i BRICS rilanciano valute nazionali e riforma del Fondo monetario. E il conto, come sempre, arriva alla pompa e in bolletta. Ne parliamo con Nino Galloni, economista, già direttore generale al Ministero del Lavoro, da decenni voce critica sulla sovranità monetaria e sulla politica industriale del Paese. Intervista a cura di Jeff Hoffman

Dentro l’intervista:
 La CIA avverte Italia, Francia e Spagna..
 Canada membro associato: emancipazione europea o nuovo recinto atlantico?
🏦 Treasury oltre il 5% e Fed al rialzo: il mondo si stanca del debito americano?
🛢 Hormuz, blocco navale e beni congelati: la finanza come arma di guerra
🌍 BRICS dopo Nuova Delhi: valute nazionali, FMI e divisioni interne
⛽ Gasolio record. Eutanasia dell’Unione europea?
📈 Borse: petrolio e difesa in rialzo, famiglie e imprese in affanno

📚 I LIBRI DELL’OSPITE
▫ Il superamento del capitalismo. Il mondo post-angloamericano. Oltre l’economia della moneta a debito, Arianna Editrice, 2025 (postfazione di Roberta Lasi)
▫ Economia quantistica, irrazionalità e coscienza, Byoblu, 2022
▫ La rivolta delle coscienze. Siamo troppi, inutili e dannosi?, Byoblu, 2022
▫ Il grande mutuo. Le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria, Editori Riuniti, 2007
▫ La moneta copernicana (con Marco Della Luna), Nexus Edizioni, 2008
▫La Sicilia protagonista della rivoluzione sovranista costituzionale, Edizioni Arianna

▶ LE INTERVISTE PRECEDENTI
Crisi energetica, che ne sarà del fu Belpaese?
https://www.youtube.com/watch?v=aAItMLLOJpc
Statonote e spazi di sovranità
https://www.youtube.com/watch?v=lkXfx-bUqWk
Dedollarizzazione controllata
https://www.youtube.com/watch?v=Ql2baUlXNLI

📖 I LIBRI DI MARGHERITA FURLAN
♟ BRICS Scacco Matto (disponibile in italiano, inglese, russo)

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Il Papa visita i martiri della Rivoluzione

27 September 2026 at 09:09

Papa Leone XIV prega ai piedi della scalinata dei martiri della rivoluzione francese, laddove 110 religiosi furono assassinati dai massoni. Papa Leone XIV è il primo Papa della storia che fa un gesto simile. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si recarono in Francia, ma non si fermarono in questo luogo simbolo del martirio dei cattolici. Lo spirito ecumenico del Vaticano II sta morendo.

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Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia?

27 September 2026 at 06:59

Nell’articolo precedente ci siamo chiesti cosa succede quando la lingua di casa lascia spazio a quella usata a scuola e nella comunità. Abbiamo visto che non si tratta necessariamente di una perdita, ma di una trasformazione del repertorio linguistico del bambino. Abbiamo anche capito che le due lingue non devono competere e che essere bilingui non significa parlare entrambe allo stesso modo.

A questo punto, però, la domanda cambia. Non è più “cosa sta succedendo?”, ma “cosa posso fare?”. Come genitore, come posso accompagnare mio figlio in questo percorso senza creare tensioni? Come posso continuare a offrirgli occasioni autentiche di incontro con l’italiano?

Cosa può fare il genitore?

Di fronte a queste situazioni, la prima tentazione può essere quella di correggere continuamente il bambino, insistere perché risponda in italiano o trasformare ogni conversazione in un piccolo “test” linguistico.

Ma se l’obiettivo è mantenere una relazione positiva con la lingua, forse è utile procedere nella direzione opposta.

La lingua ha bisogno di essere associata a esperienze significative, non soltanto a richieste e correzioni.

Il genitore può continuare a parlare italiano in modo naturale, senza pretendere necessariamente che il bambino risponda sempre in italiano. Può raccontare, leggere insieme, cucinare, giocare, cantare, guardare fotografie, parlare delle esperienze della giornata o condividere storie familiari.

Sono proprio queste esperienze quotidiane, ripetute nel tempo, a offrire al bambino occasioni autentiche di esposizione e utilizzo della lingua.

Dal punto di vista pedagogico, possiamo parlare di contesti significativi di apprendimento: il bambino apprende più facilmente quando la lingua non è percepita come un esercizio isolato, ma come parte di un’attività che per lui ha valore.

Anche il gioco può avere un ruolo importante. Nel gioco simbolico, per esempio, il bambino può sperimentare parole, frasi e ruoli senza vivere la situazione come una prestazione. Allo stesso modo, leggere insieme un libro in italiano permette di arricchire il vocabolario, sviluppare la comprensione e, soprattutto, condividere un momento di relazione.

Non trasformiamo la lingua in un terreno di conflitto

Un altro elemento da non sottovalutare è la dimensione emotiva.

Se ogni risposta in inglese viene accolta con frasi come “Parlami in italiano!”, “Te l’ho detto mille volte!” oppure “Non vuoi più parlare con me?”, il bambino potrebbe associare progressivamente l’italiano a una situazione di pressione o di conflitto.

Al contrario, può essere utile mantenere l’italiano come una presenza stabile e accogliente.

Se il bambino dice:

“Mamma, can you help me?”

il genitore può semplicemente rispondere in italiano:

“Certo, vieni, ti aiuto io.”

In questo modo la comunicazione continua senza interrompere il flusso della relazione e senza trasformare ogni scambio in una verifica.

Questo non significa rinunciare all’educazione linguistica, ma scegliere come perseguirla.

L’adulto può diventare un modello linguistico costante, offrendo parole corrette e strutture ricche senza necessariamente pretendere una ripetizione immediata.

La lingua è anche relazione

Forse è proprio questo il punto più importante.

Quando un bambino utilizza sempre più spesso la lingua della scuola, non sta necessariamente prendendo le distanze dalla famiglia. Sta crescendo, ampliando il proprio mondo e costruendo nuove relazioni.

La lingua della comunità può rappresentare per lui la scoperta di un nuovo ambiente, nuove amicizie, nuove competenze e nuove possibilità di espressione. La lingua familiare, invece, può continuare a custodire una parte della sua storia e delle sue relazioni affettive.

Per questo possiamo provare a non leggere il cambiamento come una perdita, ma come una trasformazione del repertorio linguistico del bambino.

Il nostro compito, come adulti, non è costringerlo a scegliere una lingua, ma accompagnarlo nella costruzione di un’identità capace di abitare più mondi.

E forse possiamo sostituire una domanda:

“Perché mio figlio non vuole più parlare italiano?”

con una domanda pedagogicamente più utile:

“Come posso continuare a rendere l’italiano una lingua viva, significativa e affettivamente importante nella sua esperienza?”

La risposta non sarà necessariamente fatta di regole o strategie complesse. Potrà trovarsi nelle conversazioni quotidiane, nelle storie raccontate prima di dormire, nelle telefonate ai nonni, nelle canzoni, nei giochi, nelle ricette di famiglia, nei libri e in tutti quei piccoli momenti nei quali una lingua smette di essere soltanto uno strumento e diventa, ancora una volta, relazione, appartenenza e memoria.

a cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni

L'articolo Crescere tra due lingue: come mantenere viva la lingua parlata in famiglia? su Vanilla Magazine scritto da Haidi Segrada

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