Difendere l’indipendenza dei giudici, non sempre il loro operato
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Un tribunale non diventa infallibile perché riceve un premio. E non perde il diritto di lavorare perché irrita una grande potenza. Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento europeo alla Corte penale internazionale e ai suoi funzionari merita di essere sostenuto a partire da queste due convinzioni. Insieme, senza cancellarne una per rendere più comoda l’altra.
Le sanzioni dell’amministrazione Trump contro la Corte pretendono di risolvere con la forza politica controversie che richiedono argomenti giuridici. Colpire un’istituzione e chi vi lavora perché indaga sugli Stati Uniti o sui loro alleati significa affermare che il diritto può arrivare soltanto dove il potente di turno gli permette di arrivare. L’Europa fa bene a opporsi. Il premio deve però esprimere una difesa dell’indipendenza dei giudici, non un’approvazione preventiva di ogni loro decisione.
In passato ho mosso obiezioni al mandato di arresto contro Benkamin Netanyahu e Yoav Gallant che mantengo. Ma proprio per questo occorre distinguere. Il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità, non il genocidio. Pur non essendo una sentenza, lo ritengo ingiustificato: si è sovrapposto al sistema giudiziario di uno Stato democratico in cui, come in Israele, la giustizia è libera e indipendente e non dipende dal governo. Mi è parso del tutto intempestivo: la Corte è chiamata a intervenire solo quando gli Stati non sono disposti o non sono in grado di perseguire genuinamente i responsabili a livello nazionale, e non sostituisce le giurisdizioni interne. La Corte ha valutato diversamente, ed è su questo terreno, quello giuridico, che il confronto va fatto, non con le sanzioni.
Il ricorso per genocidio è stato invece presentato dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha ritenuto «plausibili» almeno alcuni dei diritti invocati, in particolare il diritto dei palestinesi di Gaza a essere protetti da atti di genocidio, e ha disposto misure provvisorie. Nel merito, però, la CIG non ha ancora deciso. Non viene dalla CPI neppure l’accusa di genocidio avanzata dalla commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite allora presieduta da Navi Pillay, che pure è stata giudice della CPI dal 2003 al 2008. È bene non confondere istituzioni, procedimenti e responsabilità per non confondere critiche e propaganda.
Il Nobel per la pace a Pillay riconosce il suo impegno per il diritto internazionale, ma non deve trasformarsi nella consacrazione delle conclusioni della commissione su Gaza, come era prevedibile sarebbe successo. Un Nobel non è una sentenza e non sostituisce la prova. Dopo il Nobel, Pillay ha insistito nel considerare l’accusa pienamente dimostrata, paragonandola al genocidio compiuto dagli Hutu nei confronti dei Tutsi in Ruanda, in cui vennero sterminate centinaia di migliaia di persone con machete, bastoni chiodati e armi da fuoco. La mia obiezione riguarda soprattutto l’uso dell’autorità morale del Nobel e il presentare come definitivamente risolto ciò che deve essere discusso e dimostrato.
Tutto questo rende ancora più necessaria la difesa dell’indipendenza della Corte penale internazionale, creata dallo Statuto di Roma del 1998 (entrato in vigore nel 2002) e chiamata a perseguire le persone fisiche, non gli Stati, per i crimini più gravi di rilevanza internazionale. Se chiediamo ai giudici di rispondere delle loro decisioni attraverso prove, motivazioni e garanzie, dobbiamo proteggerli dalle ritorsioni di chi vorrebbe sostituire quel confronto con l’intimidazione.
I meriti della Corte vanno molto al di là dei dubbi che può aver suscitato. Basti ricordare la condanna di Thomas Lubanga nel 2012, primo verdetto della sua storia, per aver arruolato bambini soldati nel conflitto in Congo: la prova che la giustizia internazionale può arrivare a sentenze fondate su prove e garanzie. Oppure il mandato di arresto per Vladimir Putin e la commissaria per i diritti dell’infanzia Maria Alekseyevna Lvova-Belova, accusati dei crimini di guerra di deportazione illegale e trasferimento illegale di bambini dall’Ucraina occupata alla Russia; nel loro caso non c’era certo da aspettarsi l’intervento dei tribunali russi.
La scelta del Parlamento europeo è stata saggia ed è la migliore risposta a chi, come Donald Trump, in collusione con Vladimir Putin e Xi Jinping, cerca di liquidare definitivamente il diritto internazionale e gli organismi transnazionali.
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