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Avanza l’analfabetismo funzionale

3 September 2026 at 17:27

La polemica tra Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni in merito all’asserita ignoranza dell’elettore medio di destra mi ha fatto perdere qualche amico permaloso, perché ho riconosciuto la verità della riflessione dell’esponente ex comunista.

L’elettore di destra è oggi “maggioritariamente chi ha poco studiato, vive nelle aree interne, nelle periferie delle città e chi sta peggio economicamente”.

Lo conferma ogni analisi sociologica.

Bonaccini avrebbe dovuto aggiungere, per completare l’identikit, che la destra prevale tra gli uomini ed è minoritaria tra le donne.

Lungi dal suscitare un serio dibattito sui motivi di tale cambiamento antropologico – impensabile venti o trent’anni fa – la reazione a destra è stata iraconda.

Nulla di strano: a nessuno piace ascoltare l’elenco dei propri limiti sulla bocca degli avversari. Tanto più se la boria, la presunzione intellettuale, il sarcasmo, il disprezzo per l’altro, il neo classismo sono l’immagine insopportabile della sinistra 2.0 lontana dal popolo.

Il punto, tuttavia, è che non solo non si valuta seriamente la mole di cambiamenti intervenuta nella composizione della popolazione, nella diversità degli interessi rispetto al passato, nelle dinamiche di consenso e dissenso, ma ci si attarda in baruffe simili a quella tra i capponi di Renzo, che si beccavano a vicenda ma erano destinati tutti a finire nella pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Non possiamo aspirare a un popolo di dotti, ma la realtà, aggravata dall’affidamento cieco alla Rete, all’Intelligenza Artificiale, in generale alla tecnologia, cioè ai suoi padroni, è che il potere sta plasmando generazioni di ignoranti, analfabeti di ritorno indipendentemente da diplomi, lauree e master.

È in atto una lotta per impadronirsi della mente umana, un’ampia operazione volta al controllo della coscienza. Controllando ciò che pensano, si gestiscono i popoli e si organizza il futuro.

Geopolitica della mente: è la formula di Fabrizio Fratus, sociologo e intellettuale comunitarista.

Si estende l’analfabetismo funzionale, la condizione di chi è incapace di comprendere, valutare, utilizzare testi scritti.

Un risultato della società dell’immagine e dell’immediato?

Certamente, ma vi è di più.

L’analfabeta di ritorno ha difficoltà a comprendere testi semplici, eseguire calcoli matematici, non ha conoscenza dei fenomeni storici e il suo pensiero non sa essere critico. Il tutto anche se il soggetto ha ricevuto un’educazione scolastica e un titolo di studio.

L’analfabeta funzionale non sa di esserlo.

Il numero è altissimo in Italia: un’indagine dell’OCSE stima che si tratti del 27 per cento della popolazione adulta, la più elevata in Europa.

Il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi molto brevi, mentre il 22,2% capisce testi digitali o cartacei solo se brevi: oltre quindici milioni persone.

Il fenomeno colpisce diverse fasce demografiche, di cui tre milioni sono giovani. Quasi tutti hanno un lavoro, spesso manuale o ripetitivo.

Un connazionale su cinque si informa unicamente attraverso la televisione: non legge libri e giornali, non va a teatro, al cinema, non ascolta musica. Non ha particolari interessi, non riceve stimoli cognitivi.

È, tuttavia ,assai attivo sulle reti sociali, analizza le situazioni prendendo in considerazione unicamente la propria vita e il proprio microcosmo, sola realtà a cui ha accesso. È l’uomo della moderna caverna di Platone.

Secondo Fratus “oltre il settanta per cento delle persone non sono in grado di comprendere quanto dicono e ripetono come pappagalli”.

Leggono, ascoltano, guardano ma non capiscono.

Ogni giorno parliamo di politica, lavoro, sport, religione e di qualsiasi altro argomento ripetendo quanto il cervello ha immagazzinato senza avere elaborato i concetti.

In uno scambio di battute spesso non siamo capaci di spiegare quanto appena ascoltato e ricostruire il ragionamento sottostante.

Non siamo coscienti della complessità della realtà oggettiva; percepiamo esclusivamente i passaggi più semplici, elaborati senza capacità logica, razionale e riflessiva.

Da civiltà della ragione siamo divenuti una società delle emozioni, dell’immediato, come teorizzò Zygmunt Bauman.

L’evoluzione tecnologica, niente affatto neutra, guidata dai suoi padroni, ha semplificato al massimo azioni e pensieri, diminuendo le nostre capacità logiche.

L’analfabetismo funzionale non è una condizione prodotta solo dalla scarsa istruzione.

Un esempio proposto da Fratus è illuminante: cento persone accendono la TV per guardare I Promessi Sposi. Nella sala a fianco, altrettante leggono il libro. La differenza è immensa. La visione porta via meno tempo, ma nel nostro cervello avvengono fenomeni del tutto diversi.

Chi ha guardato il film, lo racconterà più o meno allo stesso modo: colori, figure, percezioni. Chi si è immerso nella lettura, farà commenti così diversi da credere che abbiano letto libri differenti.

Dinanzi allo schermo il cervello non lavora. Guardiamo, ascoltiamo, ma restiamo passivi, non creiamo connessioni, ossia sinapsi. Leggere un libro rende attivi: il cervello si accende, produce immagini e personaggi diversi configurati in base alle nostre esperienze.

Passiamo ore dinanzi agli schermi televisivi e allo smartphone. Non ascoltiamo – tanto meno seguiamo – argomentazioni complesse, per cui ci abituiamo a ragionamenti semplici che spengono progressivamente il cervello.

Diminuiscono intuizione, analisi, collegamento tra conoscenze, testi, temi diversi: la cultura, alla fine.

Uguale è il risultato dell’uso del navigatore GPS. Come facevamo senza? Eppure era normale consultare una cartina o chiedere informazioni. Il resto riguardava la memoria, l’orientamento, il buon senso.

Con il navigatore seguiamo la voce elettronica e l’immagine, obbedienti, senza ragionare, senza capire. Anche i cartelli di divieto vengono ignorati se la voce del tecnopadrone ordina di proseguire.

Il titolo di un vecchio film prendeva di mira il turismo organizzato di masse inconsapevoli: Se è giovedì, deve essere il Belgio. E non avevamo ancora il magico smartphone, la propaggine del padrone insinuata dentro di noi.

Portiamo in tasca un apparecchio che riduce progressivamente la nostra capacità intellettiva in quanto immagine: una piccola televisione che illude mentre guida e agisce nel nostro cervello rendendoci schiavi delle immagini, assuefatti ad una realtà che ci rilassa mentre ci spegne.

Il cervello si plasma su frammenti che scorrono veloci, predefinite; gli algoritmi propongono i contenuti che ci piacciono e ci trattengono sull’applicazione.

Google stima la durata della concentrazione media in otto secondi. Inevitabilmente sfuma la capacità di comprensione del mondo esterno. Lenti, passivi, ottusi, ci abituiamo a ripetere quanto riceviamo da altri senza rielaborarlo, senza argomentare.

Ci accapigliamo sui flussi elettorali legati ai titoli accademici, intanto l’ignoranza avanza, il pensiero svanisce – decrescita felice, per molti – il conformismo dilaga e si alimenta della reiterazione degli stessi messaggi.

Diventiamo incapaci di fare autonomi collegamenti. Prediligiamo la banalità, il facile accesso. Perfino fatti indiscutibili per migliaia di anni vengono revocati in dubbio e gettati nel baule del vecchiume perché non in linea con oggi.

E domani?

Chi ci dirige facendoci credere nella libertà delle nostre scelte sa che il cervello è un organo plastico che può essere modellato. La neuroplasticità può determinare cambiamenti nella sua struttura fisica.

Ciò include “la formazione di nuove sinapsi, la crescita di dendriti (le estensioni dei neuroni) e la creazione di nuovi neuroni attraverso un processo chiamato neurogenesi”. (F. Fratus).

Tutto induce a pensare (il verbo verrà presto abbandonato?) che l’Intelligenza Artificiale moltiplicherà l’analfabetismo funzionale, con effetti enormi su chi già non è capace di comprendere.

Esempi di Intelligenza Artificiale semplice sono gli assistenti digitali che rispondono alle domande, forniscono suggerimenti, organizzano la giornata. Grazie alla plasticità del cervello diventano insostituibili.

È solo l’inizio: le grandi potenze e l’apparato tecnologico lavorano a trasformare tutti gli aspetti della vita.

Quattro milioni di italiani rischiano il lavoro nei prossimi anni, nella vaga speranza che possano riconvertirsi nei servizi. Metà degli impieghi sono automatizzabili. Non è questione di ignoranza o cultura.

Riusciamo a comprendere che il gatto si morde la coda, ossia che sostituire gli esseri umani richiederà la diminuzione drastica della popolazione e, intanto, produce povertà?

Silvia Ciucciovino, docente di diritto del lavoro, scrive: “l’adozione dell’IA impatta sull’esercizio delle libertà economiche e sul ruolo gerarchico dell’imprenditore. È suscettibile di accrescere l’intensità dei tipici poteri datoriali e del committente e, più in generale, le prerogative manageriali e organizzative e, con esse, anche l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta di libertà, poteri, prerogative che non possono essere annullati o compressi oltremisura, ma devono trovare un giusto bilanciamento con la protezione dei diritti delle persone che lavorano“.

Nessuno ce lo sta dicendo, perché l’informazione è proprietà privata dei soliti noti e anche le scelte elettorali sono orientate – anzi, direttamente determinate – dal vertice della piramide.

L’uso di algoritmi di IA è sfruttato per la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di informazione o disinformazione.

La dipendenza da sistemi automatizzati riduce la capacità di svolgere compiti manuali e prendere decisioni indipendenti.

Le libere scelte non esistono più; se aggiungiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende che siamo manovrati in ogni momento.

Cancellare la capacità di elaborazione, di memoria, l’analisi di quanto avviene attorno a noi, consente di controllare le persone. In una società individualista e materialista, creare soggetti non in grado di pensare e capire rende facilissimo soggiogarli.

Tra popolazioni rese incapaci di riflessione, regredite all’ignoranza, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale rende immenso il potere di chi la possiede, orienta, programma, controlla.

Tecnototalitarismo in cui saremo incapaci di valutare e distinguere la realtà, inconsapevoli strumenti di chi detiene la tecnologia.

Queste le sono le poste in gioco, non le futili schermaglie a uso delle opposte tifoserie della politica, il più debole dei poteri, fungibile, intercambiabile, eterodiretto.

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Venezuela: la nostra ENI si accaparra il giacimento

3 September 2026 at 17:19

Dopo l’operazione lampo americana in Venezuela, volta a rimuovere l’uomo della City Maduro, il petrolio è sotto controllo sovranista. Con gli accordi in essere, adesso a guadagnarci è anche il popolo venezuelano che può finalmente avere un futuro di benessere e prosperità. Italia sempre più Hub energetico mediterraneo

L’ad di ENI Descalzi:

«Il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale»

Dopo 16 anni e un furioso calcio nel deretano della City di Londra da parte di Trump, il Venezuela firma l’accordo storico con la nostra ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.
Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

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Caso della bambina morta per difterite.La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico. Causa la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici 

3 September 2026 at 08:45
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Da Luigi il 2026-09-01 23:41
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Quindi ecco le novità.
1) La famiglia della bambina morta a Palermo NON era “novax” (gli altri quattro figli sono stati tutti vaccinati).
2) La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico.
La causa o concausa del decesso sarebbe la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici che per sbaglio (gravissimo) o per un azzardo (non era disponibile l’antitossina in quel momento, mi chiedo io) hanno somministrato invece dell’antitossina l’anatossina.
Qui va spiegato un passaggio: la vaccinazione con l’infezione in corso è un errore “da manuale”.
 È altamente probabile una reazione da immunocomplessi. L’anatossina è un antigene. Se viene somministrata durante una fase in cui l’organismo ha già anticorpi contro quell’antigene, e si somma al già presente antigene batterico, il numero di immunocomplessi circolante può aumentare drammaticamente, precipitando e causando varie complicazioni locali, incluso danno d’organo ai reni e in altre sedi. Non il massimo per un soggetto già malato.
Aggiungo che, anche in assenza di reazione avversa la pratica non avrebbe senso per contrastare l’infezione in corso perché l’immunizzazione richiede un tempo tecnico per svilupparsi.
Se quanto riporta il Corriere è vero, la bambina potrebbe essere morta a causa di una vaccinazione, somministrata peraltro in condizioni in cui ogni medico dovrebbe sapere che non si deve praticare.
Insomma un caso in cui si sono mescolate le carte, vi è stata una comunicazione assai poco trasparente e si è montata una campagna moralistica contro i novax scambiando completamente il focus del problema.
Faccio anche notare che l’articolo, uscito con ampio ritardo, si guarda bene dal chiamare vaccino l’anatossina difterica, usando il più vago (per il popolo) termine “anatossina” appunto, perché sappiamo che esiste un movimento no vax ma certamente non un movimento no anatox, ed è meglio non dire che la figlia dei genitori novax (che molto probabilmente non erano nemmeno tali) è morta in conseguenza o per causa di una vaccinazione.
Atteso che anche questa ricostruzione potrà essere corroborata o smentita dalle future indagini (che speriamo si svolgano senza interferenze o pressioni), le istituzioni sanitarie ne escono ancora una volta coperte di merda e da ogni altro genere di escrementi.
La richiesta poi di correre a fare una vaccinazione di massa antidifterica in extremis per genitori renitenti o smemorati, atteso che ci sia mai stata negli ultimi giorni a Palermo questa corsa a mettersi in regola, è la ciliegina sulla torta da parte delle autorità sanitarie e del giornalismo locale.
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Salta fuori la verità su Anna Rosa, la bambina morta di difterite. Altro che no-vax: il decesso è stato causato dai suoi “medici” incompetenti
Da quel momento i medici tentano di tutto
Prima non avevano saputo diagnosticare la curabile malattia, poi quando ci sono arrivati, sono entrati in modalità panico.
Anziché curare la piccola con antibiotici e antitossina, l’hanno vaccinata con infiammazione in corso, intensificando i sintomi (ADE).
Il tutto confermato anche dall’autopsia successiva: “sottoposta a cure particolarmente invasive”.
A quel punto scattano i relativi protocolli, con isolamento e richiamo del vaccino per il personale sanitario. Anna Rosa, invece, viene intubata e trasferita all’Ospedale dei Bambini Di Cristina. Da quel momento i medici tentano di tutto: dalla somministrazione del vaccino, all’emodialisi per ripulire il sangue. Viene anche attaccata all’Ecmo, la macchina per la circolazione extracorporea. Poi il trasferimento in terapia intensiva all’Ospedale Civico, dove muore alle 2.30 del 20 agosto per collasso multiorgano dovuto al batterio della difterite.
Come già scritto, questi signori non solo non devono più lavorare.
Devono pagare per i drammatici errori causati dalla loro ignoranza e scontare la giusta pena in carcere.
Un abbraccio fortissimo ai genitori di Anna Rosa.
corriere.it
L’ANTITOSSINA DI WIKIPEDIA 🌺🌺🌺
Nella tragica vicenda della bimba palermitana morta per difterite, l’aspetto di maggiore criticità riguarda la mancata somministrazione del siero antidfterico, ovvero dell’antidoto a base di immunoglobuline neutralizzanti, che con ottima probabilità le avrebbe salvato la vita.
E’ dunque alquanto curioso scoprire oggi che Wikipedia nella pagina in lingua italiana dedicata alla difterite incredibilmente non fa alcun cenno al siero come terapia, menzionando invece ampiamente il vaccino, che non c’entra nulla. Al contrario la medesima pagina ad esempio in lingua inglese divide opportunamente la prevenzione dalla terapia e in quest’ultima sezione tratta come primo presidio il siero, sottolineando come la sua somministrazione debba essere tempestiva.
“Italians not always do it better”
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Batterie agli ioni di sodio: l’opportunità per l’Europa di una maggiore indipendenza dalle materie prime.

3 September 2026 at 08:37

La transizione verde richiede grandi quantità di minerali importati per la produzione di batterie. Attualmente si stanno sviluppando batterie a base di sale da cucina, che potrebbero ridurre la dipendenza dalle materie prime e rendere l’Europa più indipendente.

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Presto le auto elettriche saranno alimentate da batterie agli ioni di sodio ad alte prestazioni.

Foto: Hendrik Schmidt/dpa

Tempo di lettura : 8 minuti.

In breve:

  • Le batterie agli ioni di sodio, basate sul sale da cucina, sono sul punto di entrare in produzione di massa.
  • Il sodio si trova in grandi quantità anche in Germania e in altri paesi dell’UE.
  • L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente .
  • La Cina prevede di lanciare sul mercato un’auto con batteria agli ioni di sodio entro la fine dell’anno.

Per diversi anni, lo sviluppo delle auto elettriche si è concentrato sulla disponibilità di litio per la produzione di batterie efficienti. Tuttavia, è attualmente in corso uno sviluppo tecnologico che potrebbe cambiare sia il mercato sia le tese dinamiche di potere che si sono create nella corsa a questo minerale.

Un’opportunità per l’Europa nella competizione globale

Secondo uno studio del Fraunhofer Institute for Battery Cell Research and Production (FFB), le batterie agli ioni di sodio basate sul sale da cucina sono prossime alla produzione industriale di massa. Questa potrebbe essere un’opportunità per l’Europa di migliorare la propria posizione nella competizione globale per le batterie e le materie prime chiave.
“Le batterie agli ioni di sodio sono già in produzione e offrono prestazioni discrete”, afferma Rickard Arvidsson, docente di analisi dei sistemi ambientali presso l’Università di Tecnologia Chalmers di Göteborg, in Svezia.
Sono attualmente in corso diversi progetti di ricerca che potrebbero contribuire a rendere l’Europa meno dipendente dai minerali necessari per le batterie del futuro. Ciò sarebbe possibile grazie alla presenza di grandi quantità di sodio in diverse località del continente. Tra i siti minerari si annoverano Zechstein (Germania), Kłodawa (Polonia), Twente (Paesi Bassi) e Cheshire nel Regno Unito.
“In generale, ha senso basare la produzione di massa su risorse abbondanti nelle immediate vicinanze, in modo da poter raggiungere, nella migliore delle ipotesi, l’autosufficienza, cosa che potrebbe essere possibile anche in questo caso”, ha affermato Arvidsson.
Il vantaggio strategico decisivo della tecnologia agli ioni di sodio non risiede nella maggiore densità energetica – in questo ambito la tecnologia è ancora indietro – bensì nella semplificazione della materia prima. Il sodio è il settimo elemento più abbondante nella crosta terrestre ed è presente quasi ovunque sulla Terra in quantità praticamente illimitate, principalmente come componente del comune sale da cucina. La materia prima è ampiamente diffusa e può essere estratta con relativa facilità.

Burocrazia e inerzia: le aziende europee sono in ritardo.

Nelle batterie agli ioni di sodio, gli ioni di sodio svolgono la stessa funzione degli ioni di litio nelle batterie agli ioni di litio. Tuttavia, il materiale dell’anodo, il carbonio duro, può essere prodotto anche all’interno dell’UE. Secondo Arvidsson, queste batterie sono più economiche da produrre e offrono una migliore resistenza al freddo. Inoltre, l’alluminio può essere utilizzato come collettore di corrente. Ciò comporta ulteriori vantaggi in termini di costi, poiché le celle al litio richiedono rame, un materiale più costoso.
I ricercatori dell’Università RWTH di Aquisgrana hanno confrontato le batterie agli ioni di sodio con le batterie agli ioni di litio di Tesla. I risultati hanno suscitato interesse nel settore, poiché molti sono convinti che le prestazioni e la qualità produttiva delle batterie agli ioni di sodio siano già piuttosto competitive rispetto alle consolidate batterie agli ioni di litio.
Uwe Sauer, uno dei principali ricercatori tedeschi nel campo della tecnologia delle batterie e dell’accumulo elettrochimico di energia, lavora presso l’Università RWTH di Aquisgrana. Spiega che la Cina occupa una posizione di rilievo in questo settore, essendosi affermata precocemente nella catena del valore delle batterie agli ioni di litio. Al contrario, le aziende europee sono rimaste indietro a causa della burocrazia, dell’inerzia e di una strategia errata. “La Cina è stata abbastanza astuta da concludere rapidamente accordi in tutto il mondo per ottenere il controllo delle catene del valore”, ha dichiarato Sauer all’Epoch Times.
La produzione di litio è concentrata in pochi paesi: Australia, Cile e Cina. Quasi tutta la produzione australiana viene spedita in Cina per ulteriori lavorazioni. Ciò conferisce alla Cina un’influenza strutturale sulla catena del valore globale delle batterie.

Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20%.

La Commissione europea considera il predominio della Cina su alcune parti della filiera delle materie prime e delle batterie un problema strategico. La Cina produce attualmente circa l’85% delle batterie agli ioni di litio a livello mondiale, una tecnologia chiave per l’elettrificazione del settore dei trasporti in Europa. Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20% lo scorso anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari, aumentando ulteriormente l’importanza della Cina per la transizione ecologica.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2022, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che la Cina controlla l’industria globale della lavorazione dei metalli. “Quasi il 90% delle terre rare e il 60% del litio vengono lavorati in Cina”, ha dichiarato all’epoca.
Nel suo discorso, ha anche annunciato un regolamento UE sulle materie prime critiche (European Critical Raw Materials Act). L’obiettivo è quello di creare una catena del valore europea che vada dall’estrazione e lavorazione al riciclo. La Commissione europea e l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) sottolineano l’importanza del riciclo e del riutilizzo delle soluzioni per batterie e minerali come mezzo per ridurre la dipendenza dell’Europa e rafforzarne la competitività. L’obiettivo è che almeno il 25% del fabbisogno annuo dell’UE di materie prime critiche sia soddisfatto tramite il riciclo entro il 2030.
Come ulteriore possibilità per ridurre la dipendenza, la Commissione indica anche le risorse minerarie della Svezia. La Svezia è uno dei paesi minerari più importanti dell’UE e possiede cobalto, grafite e vari elementi delle terre rare. Un aumento dell’attività mineraria potrebbe generare sia entrate che posti di lavoro, soprattutto nelle aree scarsamente popolate.

I Verdi svedesi sono favorevoli all’espansione dell’attività mineraria.

Anche il Partito dei Verdi ora sostiene l’espansione dell’attività mineraria in Svezia. La loro argomentazione principale è che ciò sia necessario non solo per ridurre la dipendenza dalle materie prime, ma anche per la transizione climatica. In un’intervista ad “Affärsvärlden”, la portavoce per le politiche economiche del Partito dei Verdi, Janine Alm Ericson, ha affermato che “probabilmente” sarà necessario aprire più miniere. Tuttavia, queste dovranno sempre essere sottoposte a una valutazione di impatto ambientale.
L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente rispetto all’estrazione di rame, litio o carbone. Nella cosiddetta estrazione per dissoluzione, l’acqua viene pompata nel giacimento di sale, dove il minerale si dissolve. La salamoia concentrata viene quindi pompata in superficie. Se la salamoia fuoriesce, i livelli di cloruro nelle acque sotterranee, superficiali e nei terreni agricoli possono aumentare bruscamente.
Rickard Arvidsson intravede un grande potenziale nella tecnologia agli ioni di sodio. Ritiene che i responsabili politici e l’industria debbano ora prendere decisioni rapide per sfruttare i vantaggi sopra menzionati, soprattutto considerando che anche la Cina ha iniziato a investire in questa tecnologia. Lo sviluppo è guidato principalmente da produttori come CATL e BYD. Lo scorso febbraio, CATL e Changan Automobile hanno presentato un’autovettura descritta come il primo veicolo elettrico prodotto in serie al mondo con una batteria agli ioni di sodio. La batteria ha una capacità di circa 45 kilowattora e, secondo i test cinesi del CLTC, dovrebbe offrire un’autonomia fino a 400 chilometri.
Le batterie raggiungono una densità di 175 wattora per chilogrammo (Wh/kg). Questo valore si colloca nella fascia inferiore delle prestazioni delle moderne batterie agli ioni di litio di tipo LFP. Si dice che il modello Changan Nevo A06 sia basato sulla batteria Naxtra di CATL e che verrà lanciato sul mercato entro la fine dell’anno.
Questo articolo è apparso originariamente su epochtimes.se con il titolo “ Nya batterier kan minska Europas beroende av råvaror ” (adattamento tedesco: os)

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Addio VOLKSWAGEN – Chiuse 4 fabbriche

2 September 2026 at 12:26

VW voleva essere il più grande produttore di auto al mondo. Quel sogno è finito. VW sta chiudendo 4 fabbriche. Non una o due, ma QUATTRO!

CFO: “A causa di significative differenze di costo rispetto ad altri stabilimenti europei, al momento non vediamo alcuna produzione successiva economicamente sostenibile per quattro siti tedeschi una volta che i prodotti attuali saranno eliminati all’inizio degli anni ’30.”

Le tradizionali aziende tedesche dicono che NON È SOSTENIBILE produrre in Germania. È finita per l’industria tedesca. È concluso.

Alti costi energetici, cattivi design per le EV e la concorrenza cinese, che ottiene l’energia economica che la Germania usava avere, stanno uccidendo la Germania.

Interessante, il governo tedesco è impassibile e continua semplice

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Profezia di San Nilo sugli ultimi tempi

2 September 2026 at 07:43

SAN NILO SUGLI ULTIMI TEMPI
(Rossano, 910 – Tusculum, 26 settembre 1004)

“Dopo l’anno 1900, vicino alla metà del ventesimo secolo (1950), le genti di quel tempo diventeranno irriconoscibili.
Quando si avvicinerà il tempo per l’Avvento dell’Anticristo, le menti delle genti diventeranno annebbiate dalle passioni carnali ed il disonore ed il vivere senza legge cresceranno più forti. Allora il mondo diventerà irriconoscibile.

L’apparenza della gente cambierà e sarà impossibile distinguere gli uomini dalle donne per via della loro mancanza di pudore nel vestire e nello stile della capigliatura.

Questa gente sarà crudele e sarà come animali selvaggi a causa delle tentazioni dell’Anticristo. Non ci sarà rispetto né per i genitori, né per le persone più vecchie, l’amore sparirà ed i Pastori Cristiani, i vescovi e i preti diventeranno uomini vani e mancheranno completamente di distinguere la via della mano destra da quella della sinistra.

A quel tempo la morale e le tradizioni dei Cristiani e della Chiesa cambieranno. La gente abbandonerà la modestia e regnerà la dissipazione.

La menzogna e l’ingordigia raggiungeranno grandi proporzioni, e guai a coloro che accumuleranno tesori, Lussuria, adulterio, omosessualità, cose segrete e delitto governeranno la società.

In quel tempo futuro, la gente sarà privata della Grazia dello Spirito Santo, che ricevettero al Santo Battesimo, ed ugualmente del rimorso, a causa del potere di crimini così grandi e di sì grande permissività.

Le Chiese di Dio saranno private di pastori pii e timorosi di Dio, e guai ai Cristiani che rimarranno al mondo in quel tempo, perderanno completamente la loro Fede, perché non avranno l’opportunità di vedere la luce della conoscenza proprio da nessuno.

Allora si separeranno dal mondo rifugiandosi in santi rifugi in cerca di alleggerire le loro sofferenze spirituali, ma incontreranno ostacoli e restrizioni dappertutto.

Tutto questo risulterà dal fatto che l’Anticristo vuole essere Signore sopra tutto e diventare il governatore di tutto l’universo, e farà miracoli e darà segni fantastici.

Egli darà anche una sapienza depravata ad un uomo infelice, cosicché questi scoprirà un modo per cui un uomo può conversare con un altro da una parte all’altra della terra.

A quel tempo gli uomini voleranno come uccelli e discenderanno nel fondo del mare come pesci.

Quando avranno raggiunto tutto questo, questa gente infelice passerà la vita fra i comodi, senza sapere, povere anime, che questo è l’inganno dell’Anticristo.

E l’empio! completerà così la scienza con la vanità, in modo che andrà sulla giusta strada per guidare le persone a perdere la loro fede nell’esistenza di Dio per mezzo di tre apostasie.

Allora Dio, che è tutta Bontà, vedrà la caduta della razza umana ed abbrevierà i giorni per quei pochi che saranno salvati, perché il nemico vuole indurre in tentazione perfino “gli scelti”, se è possibile… Allora la spada del castigo apparirà improvvisamente ed ucciderà il pervertitore ed i suoi servi.”

Fratello Luigi Maria

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Il woke dopo il woke

1 September 2026 at 17:40

Valerio Savioli

Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News, hanno generato un certo dibattito anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica, trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che, dal dopoguerra, lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire, l’intendere politico e le sue categorie.

Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso esclusivamente questo passaggio: “Woke was crazy”, il woke era follia, ponendo poca attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte durante quella stagione siano state “molto produttive” (quite fruitful).

La citazione di AOC ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita.

Da destra viene riproposta una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno woke, concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre.

A sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche collettive proprie delle direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste.

Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate.

Lo abbiamo già accennato: entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi.

Rispetto a questo atteggiamento avevamo coniato il termine “geopoliticamente corretto”.

La ricezione italiana, quindi, continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da una parte e liberal- conservatore dall’altra.

Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’Occidente.

Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’incapacità di avvertire la necessità di produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.

Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello che sta accadendo nella politica statunitense.

La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra americana.

E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione, un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?).

Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale.

Non è una resa ma una strategia che dimostra la vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano.

A che cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei nostrani cin-cin conservatori-liberali (con la i)?

Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016.

Altro mondo, qualcuno dirà. Si noti, però, che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente universale), salari (infarciti di divario di genere) ruolo dei sindacati e indebitamento delle famiglie americane.

Un conflitto abilmente presentato principalmente in termini verticali: da una parte una minoranza estremamente ricca (gli happy few, i pochi felici), capace di esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi obbligato a vivere alla giornata.

La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca a piene mani in quella stagione.

Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel 2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe politica.

Fu però negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento, proveniente in larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari.

Quest’ultimo uno strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e intersezionale, nota come woke.

La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter, le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in occasione della prima amministrazione trumpiana.

In quell’epoca fece la sua comparsa anche la parola d’ordine defund the police (togliamo i fondi alla polizia), l’espansione delle categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente attenzione normativa al linguaggio, che costituirono, con forza e impatto, i riferimenti principali del movimento woke.

Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte, della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del capitalismo finanziario.

A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale.

Dall’homo consumens, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche, dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del capitalismo finanziario.

Fu quella la stagione nella quale il woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli dell’apparato pubblico.

Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti prodotti durante quella fase.

Inoltre, il Partito Democratico, a seguito della sconfitta del 2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: continuava a rafforzarsi nell’America urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti della classe lavoratrice.

Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario. È in questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale.

Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò assumendo progressivamente un ruolo di primo piano.

Il dato interessante, per l’analisi che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il perimetro della coalizione progressista.

Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni.

Il discrimine diventava la disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?

È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati), culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito una parte consistente della propria forza.

Al di là del risultato elettorale contingente, il trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria, proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti universitari statunitensi.

Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione conservatrice è, al momento, fallito.

Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della disgregazione culturale culminata nella stagione Woke, il mondo conservatore americano non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni repubblicane e democratiche.

Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.

Tornando ad AOC, il suo passaggio è tutt’altro che secondario. Non siamo di fronte a una sinistra divenuta improvvisamente conservatrice né, tantomeno, a un’abdicazione rispetto alle battaglie identitarie degli anni precedenti. Stiamo assistendo piuttosto a un mutamento della loro funzione politica.

Ciò che fino a pochi anni fa costituiva uno dei principali strumenti di mobilitazione sembra progressivamente retrocedere sullo sfondo, mentre in primo piano tornano il salario, la casa, la sanità, il costo della vita, il potere dei monopoli e la concentrazione della ricchezza.

L’esperimento di Zohran Mamdani a New York, asceso al successo grazie all’affordability (sostenibilità e convenienza) e poi, probabilmente solo come inevitabile esito, alle tematiche afferenti alle guerre culturali di matrice woke, rappresenta probabilmente la manifestazione più compiuta di questa nuova fase, in cui Democratic Socialist of America, organizzazione socialista democratica che opera prevalentemente nello spazio elettorale del Partito Dem, tenta l’OPA sul partito Democratico.

Che si tratti di comunicazione strumentale o meno lo vedremo in futuro, certo è che nel giugno scorso il Rent Guidelines Board di New York (consiglio di regolazione degli affitti) ha approvato il congelamento dei canoni di locazione per circa un milione di appartamenti regolamentati, trasformando una delle principali promesse della campagna di Mamdani in una misura immediatamente percepibile da una parte consistente della popolazione cittadina.

Ma sarebbe riduttivo leggere Mamdani esclusivamente come il prodotto del ritorno della questione sociale. La sua affermazione intercetta anche un’altra trasformazione, forse altrettanto profonda, in corso nella società americana: la già menzionata progressiva erosione, soprattutto tra le generazioni più giovani e nell’elettorato democratico, dello storico consenso bipartisan intorno al sostegno a Israele (tema già affrontato in campagna elettorale).

Mentre sul woke la nuova sinistra sembra arretrare rispetto alla propria avanguardia culturale, su Israele potrebbe essere l’opinione pubblica – soprattutto giovane – ad avvicinarsi alle posizioni che fino a ieri appartenevano all’avanguardia.

È doveroso menzionare Abdul El-Sayed che il 4 agosto scorso ha vinto la candidatura democratica per il Senato in Michigan con un’agenda fortemente incentrata su quello che potremmo definire un populismo economico di sinistra.

Lo stesso El-Sayed nel 2020 si diceva favorevole al defund the police, mentre oggi ha preso le distanze da quelle posizioni, rinnegando di averlo chiesto, nonostante le ampie evidenze mediatiche disponibili.

Anche Democratic Socialists of America (DSA) ha ormai fornito una sistemazione programmatica esplicita a questo orientamento. Il suo nuovo programma nazionale porta un titolo difficilmente equivocabile: Workers Deserve More (i lavoratori meritano di più) in un contesto in cui la società americana viene descritta attraverso il conflitto tra una classe lavoratrice privata del controllo sulla propria vita economica e una “billionaire class” capace di orientare politica e istituzioni.

Ed è qui che l’interpretazione della presunta morte del woke comincia a mostrare tutti i propri limiti. Nello stesso programma continuano infatti a trovare spazio molte delle istanze che ne avevano caratterizzato la precedente stagione: dalle politiche relative all’identità di genere alla critica radicale del sistema carcerario e di polizia, dal Green New Deal alle riparazioni razziali fino al femminismo socialista.

Non vi è, dunque, alcuna evidenza di una conversione culturale. A essere cambiata, come detto, sembra piuttosto la gerarchia. Ed è un cambiamento strategico. Il progressismo identitario non viene necessariamente rinnegato: viene ricollocato.

La questione sociale torna a essere lo strumento attraverso il quale costruire una maggioranza; quella culturale può sopravvivere come parte di un patrimonio ideologico ormai acquisito, senza essere costretta a occupare quotidianamente il centro della scena.

Se così fosse, la domanda da rivolgere ad AOC non sarebbe allora se il woke sia morto. Un paradigma culturale non cessa necessariamente di operare nel momento in cui perde la capacità, o la convenienza, di presentarsi come strumento di mobilitazione politica.

Può accadere l’opposto: che alcune delle categorie introdotte e metabolizzate durante la sua fase espansiva siano penetrate abbastanza profondamente nel linguaggio, nelle istituzioni e nel costume da non avere più bisogno di essere continuamente proclamate ma solamente governate, gestite, solo in parte quindi ridimensionate.

Ciò che ieri necessitava della militanza può oggi sopravvivere nella (nuova) normalità, rispetto alla quale il timoniere pretende di restare lo stesso.

Se il fenomeno woke viene osservato soltanto attraverso le sue manifestazioni più caricaturali e oggettivamente deliranti – il lessico, la censura, le quote, i pronomi, le liturgie identitarie – la loro progressiva marginalizzazione può facilmente essere scambiata per una restaurazione, concentrarsi sugli esiti, spesso (ma non sempre) infausti degli eccessi portati, ad esempio sul grande schermo, godendo dei tonfi economici di certe produzioni hollywoodiane al grido di “Go woke get broke!” (diventa woke e fallisci!) proponendo, come alternativa, soluzioni pensate proprio nelle cucine d’oltreoceano porta solo al reiterarsi delle stesse condizioni di subalternità.

Ma se si considera invece tutto questo come parte di una trasformazione più profonda della concezione dell’uomo, delle appartenenze e del limite, il compimento dello sradicamento di qualsiasi istanza e sostanza afferente alla civiltà europea, la questione cambia radicalmente.

L’Uomo Residuo non coincide infatti con il militante woke: è semmai l’uomo che resta quando la dissoluzione delle appartenenze tradizionali è divenuta condizione ordinaria dell’esistenza.

E non c’è (centro)destra o (centro)sinistra che tenga.

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Trump dà il benvenuto alla Russia al G20 nonostante le proteste dell’UE.

1 September 2026 at 17:37

Sa Defenza:

I funzionari europei hanno minacciato di boicottare la tradizionale “foto di famiglia”, costringendo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov a non partecipare allo scatto.

Il presidente statunitense Donald Trump ha accolto con favore la presenza di un’importante delegazione russa al G20, ignorando le proteste dei funzionari dell’UE che si sono rifiutati di comparire accanto al ministro delle Finanze russo Anton Siluanov nella tradizionale “foto di gruppo” del vertice.

Lunedì Siluanov è arrivato ad Asheville, nella Carolina del Nord, per la riunione di due giorni dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, su invito dell’amministrazione Trump. La sua prima apparizione di persona al forum dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 ha immediatamente suscitato proteste da parte dei delegati europei.

https://sadefenza.blogspot.com/2026/09/trump-da-il-benvenuto-alla-russia-al.html

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Germania: 188.000 chiusure aziendali: perché molte imprese rinunciano senza dichiarare fallimento

1 September 2026 at 08:29

Nel 2025, quasi 190.000 aziende hanno chiuso i battenti in Germania. Solo una piccola parte, tuttavia, era insolvente. Quali sono le cause di questo aumento e perché il solo numero di chiusure rivela ben poco sullo stato dell’economia?

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Creditreform prevede la chiusura di circa 188.000 imprese in Germania entro il 2025. Si tratta di un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Foto: Wolf von Dewitz/dpa

Patrick Langendorf

31 agosto 2026

Tempo di lettura : 11 min.


In breve:

  • Uno studio di Creditreform ha rilevato che nel 2025 in Germania hanno chiuso i battenti circa 188.000 aziende , il 10% in più rispetto all’anno precedente.
  • Solo circa il 13% delle chiusure è stato dovuto a insolvenza ; spesso anche decisioni economiche o la mancanza di successori giocano un ruolo.
  • La sola cifra non mostra quanta produzione economica venga persa : allo stesso tempo, nascono nuove aziende e le imprese esistenti acquisiscono dipendenti, clienti o ordini.

In Germania, nel 2025 il numero di aziende che hanno chiuso i battenti è stato significativamente superiore rispetto all’anno precedente. Creditreform riporta circa 188.000 chiusure, il 10% in più rispetto al 2024 e il dato più alto degli ultimi quasi vent’anni. Secondo Creditreform, questa cifra proviene da uno studio congiunto con il Centro Leibniz per la ricerca economica europea (ZEW).

Tuttavia, questa cifra non rappresenta solo le aziende che non erano più in grado di pagare i propri debiti. Solo circa il 13% delle chiusure registrate è stato dovuto a insolvenza. In quasi nove casi su dieci, quindi, la chiusura non è stata preceduta da una procedura di insolvenza.

Un altro dato sorprendente è che le aziende che hanno chiuso i battenti nel 2024 e nel 2025 avevano, in media, un rating creditizio migliore rispetto alle aziende che avevano chiuso negli anni precedenti. Il rating creditizio si riferisce alla probabilità che un’azienda sia in grado di adempiere ai propri obblighi finanziari. Secondo lo ZEW, alcune delle chiusure recenti hanno riguardato aziende che non stavano ancora affrontando immediate difficoltà finanziarie.

Tuttavia, ciò non significa che la Germania abbia perso 188.000 aziende economicamente sane. Un’impresa può essere ancora in grado di pagare tutte le bollette, pur generando profitti insufficienti. Altre chiudono perché il proprietario va in pensione, non si trova un successore o per motivi personali che impediscono di proseguire l’attività.

Allo stesso tempo, sono aumentati i fallimenti aziendali. Secondo l’ Ufficio federale di statistica (Destatis), nel 2025 i tribunali locali tedeschi hanno registrato un totale di 24.064 istanze di fallimento aziendale. Si tratta di un aumento del 10,3% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, l’incremento era stato del 22,4%.

Come vengono determinate le 188.000 chiusure

Lo studio si basa sul Mannheim Business Panel. Questo panel utilizza un ampio database aziendale di Creditreform, che lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) elabora scientificamente. Sono incluse anche le microimprese e i liberi professionisti.

È importante comprendere che le 188.000 chiusure non rappresentano semplicemente le chiusure di attività commerciali ufficialmente segnalate. Circa il 43% è dovuto alla cancellazione dal registro delle imprese e alla chiusura di attività commerciali senza insolvenza, come rilevato da Creditreform, mentre circa il 13% è dovuto a insolvenza. Un ulteriore 43% riguarda aziende che, secondo metodi statistici, non sono più considerate economicamente attive.

Quest’ultima parte riguarda principalmente le piccole imprese, per le quali la cessazione dell’attività non può essere determinata immediatamente. Se per un periodo prolungato non sono disponibili nuove informazioni sulle loro operazioni, lo ZEW calcola la probabilità che abbiano cessato l’attività. Per gli anni 2024 e 2025, lo stesso ZEW segnala un “elevato grado di incertezza” riguardo alle stime statistiche sulle chiusure.

Inoltre, è stato modificato il metodo di calcolo: per le società iscritte nel registro delle imprese, ora si applica la data di cessazione dell’attività determinata da Creditreform, a condizione che sia anteriore alla cancellazione ufficiale.

In precedenza, il fattore determinante era la data di cancellazione dal registro delle imprese. Secondo l’ZEW, questo cambiamento comporta uno spostamento nella serie temporale. La cifra di 188.000 dovrebbe quindi essere intesa come un ordine di grandezza determinato scientificamente e non come il numero di chiusure ufficialmente confermate.

Perché le aziende rinunciano senza dichiarare bancarotta

Un’azienda non deve essere insolvente per cessare l’attività. Se i costi aumentano, la domanda diminuisce o i profitti rimangono costantemente troppo bassi, il proprietario può decidere di non proseguire l’attività.

La ZEW cita anche il fallimento della successione aziendale, l’età, la malattia e altre ragioni personali come fattori contribuenti. Ciò distingue la chiusura di un’azienda dall’insolvenza. Nel caso di insolvenza, i problemi finanziari sono così gravi da rendere necessaria una procedura regolamentata dalla legge. Una chiusura senza insolvenza, d’altro canto, inizialmente rivela poco sulla precedente salute finanziaria dell’azienda.

Ciò si riflette nei rating di credito. In precedenza, le aziende chiuse venivano valutate da Creditreform con un rating di credito almeno debole in media. Per il 2024 e il 2025, tuttavia, il rating medio è “solvibilità media”. Ciononostante, sarebbe una semplificazione eccessiva parlare di una perdita massiccia di “aziende sane”. Un rating di credito medio non significa automaticamente che un’azienda sia redditizia o abbia buone prospettive a lungo termine.

Quando l’imprenditore va in pensione

Un altro motivo sta acquisendo sempre maggiore importanza: molti imprenditori tedeschi stanno raggiungendo l’età pensionabile. Tra le imprese familiari a gestione diretta che hanno cessato volontariamente l’attività, circa il 29% aveva un titolare di età pari o superiore a 65 anni nel 2025. Nel 2002, questa percentuale era solo del 14%. Secondo lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica), circa l’86% delle aziende in Germania sono imprese familiari a gestione diretta.

Anche la banca di sviluppo statale KfW osserva un crescente ricambio generazionale. Secondo il suo rapporto “SME Succession Monitoring 2025”, il 57% dei titolari di piccole e medie imprese (PMI) ha almeno 55 anni. KfW calcola che entro la fine del 2029, i titolari di circa 569.000 PMI prevedono di chiudere le proprie attività. Ciò corrisponderebbe a una media di circa 114.000 aziende all’anno. Allo stesso tempo, circa 545.000 titolari di PMI, su un totale di 3,87 milioni, intendono cedere la propria attività a un successore.

Ciò può avere conseguenze per l’economia tedesca. Se, ad esempio, un’impresa artigianale o un fornitore specializzato chiude, si possono perdere posti di lavoro, rapporti con i clienti e competenze acquisite nel corso degli anni. Se, tuttavia, si trova un successore, queste strutture possono essere preservate.

I settori dell’industria, dell’edilizia e dell’ospitalità registrano un aumento delle chiusure.

Nel 2025 il numero di chiusure è aumentato in numerosi settori. Nel settore manifatturiero – che comprende la maggior parte delle imprese industriali – hanno cessato l’attività oltre 11.000 aziende, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore delle costruzioni, la cifra si è attestata intorno alle 24.000, con un incremento del 12%.

Si riscontrano differenze significative all’interno del settore industriale. Nei settori ad alta intensità energetica, come parte dell’industria chimica, cartaria, vetraria e metallurgica, il numero di chiusure è diminuito leggermente dello 0,2%. Al contrario, l’Istituto Nazionale di Statistica e Cultura (ZEW) ha registrato circa 360 chiusure nel settore automobilistico. Ciò rappresenta un aumento del 57% rispetto al 2024, secondo i dati dello ZEW.

L’aumento è stato particolarmente marcato nel settore dell’ospitalità. Circa 15.000 ristoranti e hotel hanno chiuso i battenti, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore della vendita al dettaglio, un confronto a lungo termine permette di contestualizzare il recente incremento. Mentre il numero di chiusure è aumentato dell’8%, raggiungendo circa 37.000 unità nel 2025, la media tra il 2003 e il 2011 si attestava intorno alle 55.000 all’anno. Dal 2020, la media è rimasta pressoché invariata a 35.000.

Perché l’Ufficio federale di statistica fornisce cifre diverse

Mentre lo studio ZEW e Creditreform prevede un aumento del 10% delle chiusure aziendali entro il 2025, Destatis riporta una diminuzione dell’1% delle cancellazioni di imprese. Questo perché le due statistiche misurano cose diverse.

La cancellazione di un’impresa dal registro non implica automaticamente la sua scomparsa definitiva. Può verificarsi anche in caso di vendita o locazione, cambio di forma giuridica o trasferimento in un diverso distretto di registrazione. Inoltre, le statistiche sulle imprese registrano le filiali, mentre lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) considera le imprese giuridicamente indipendenti.

Nel 2025, l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha registrato circa 502.200 chiusure definitive di imprese. Nello stesso periodo, sono state costituite circa 640.500 nuove imprese. Per quanto riguarda le imprese di maggiore importanza economica, si sono registrate circa 130.100 nuove aperture a fronte di circa 99.900 chiusure definitive.

Le 188.000 chiusure non significano necessariamente che la Germania abbia perso complessivamente così tante imprese. Mentre le aziende chiudono, ne nascono contemporaneamente di nuove. Inoltre, è fondamentale distinguere tra le imprese che scompaiono e quelle che vengono create ex novo. Una nuova impresa individuale non sostituisce automaticamente uno stabilimento industriale chiuso con 50 dipendenti. Al contrario, una giovane impresa può crescere e in seguito creare ulteriori posti di lavoro.

Cosa lasciano aperti i numeri

Il solo numero non è sufficiente per cogliere la portata economica delle 188.000 chiusure. Il set di dati mostra quante aziende hanno cessato l’attività, ma non la loro importanza economica. Un’azienda con pochi dipendenti viene conteggiata come chiusura nelle statistiche tanto quanto un’azienda con un numero maggiore di dipendenti.

Ciò lascia inoltre aperta la questione di quanti posti di lavoro, capacità produttive o investimenti scompaiano effettivamente con la chiusura delle imprese. Allo stesso modo, le cifre non rivelano se clienti, dipendenti e ordini vengano rilevati da altre aziende. Pertanto, la chiusura di un’impresa non equivale necessariamente a una corrispondente perdita di produzione economica.

Soprattutto nei casi di chiusura per anzianità, è probabilmente cruciale valutare se imprese fondamentalmente redditizie scompaiano dal mercato per mancanza di successori. I dati ZEW forniscono un’indicazione in tal senso, con l’aumento dell’età dei proprietari, ma non consentono di trarre conclusioni su quante di queste imprese sarebbero effettivamente sopravvissute se fosse stato predisposto un piano di successione efficace.

Pertanto, il semplice numero di chiusure rappresenta solo una parte del quadro complessivo per valutare la situazione economica della Germania. Informazioni più significative riguarderebbero quali aziende chiudono, quanti dipendenti sono coinvolti e se le loro attività commerciali proseguono altrove. Questo studio non fornisce risposte a tali quesiti.

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Il presidente Trump è accorso in difesa degli Amish non vaccinati

1 September 2026 at 08:24

affermando che in 330 anni non è stato documentato nemmeno un caso pubblicato di un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

I democratici vogliono costringerli a farsi vaccinare.

LASCIATE IN PACE GLI AMISH.

  • 1.899 bambini Amish sottoposti a screening
  • 7 casi di ASD confermati
  • Sono state raccolte le anamnesi vaccinali
  • L’abstract NON ha riportato alcun caso confermato in bambini completamente non vaccinati.

L’autismo È STATO documentato nei bambini Amish, ma c’è una totale assenza di casi pubblicati che documentino SIA l’autismo SIA l’assenza totale di vaccinazioni, come indica il grafico.

Lasciate che siano loro a decidere. LIBERTÀ MEDICA.

https://twitter.com/EricLDaugh/status/2094451293267902779?s=20

TUTTI i principali sistemi di intelligenza artificiale — Grok, ChatGPT e Gemini — sono giunti indipendentemente alla conclusione che I VACCINI CAUSANO L’AUTISMO dopo aver letto il nostro studio di riferimento di 52 pagine.

Abbiamo inviato il nostro studio direttamente a RFK Jr. e qualche giorno dopo, il CDC ha modificato il proprio sito web affermando: “L’affermazione ‘i vaccini non causano l’autismo’ NON è un’affermazione basata su prove scientifiche”.

Il nostro studio, sottoposto a revisione tra pari, ha rilevato che il 79% (107 su 136) degli studi relativi ai vaccini mostrava un COLLEGAMENTO POSITIVO con l’autismo, i disturbi dello sviluppo neurologico e/o i danni cerebrali.

La prevalenza dell’autismo è salita alle stelle del 32.000% nel momento in cuii produttori di vaccini hanno ottenuto una protezione totale dalla responsabilità civile e il calendario vaccinale è stato illegalmente esteso a 72 dosi.

E ora il presidente Trump ha fatto esplodere la questione su Truth Social, pubblicando un post in cui afferma che nessun caso pubblicato ha documentato esplicitamente un bambino Amish non vaccinato affetto da autismo.

La menzogna trentennale secondo cui «i vaccini non causano l’autismo» è stata ufficialmente SMENTITA.

ALL major AI systems — Grok, ChatGPT, and Gemini — independently concluded that VACCINES CAUSE AUTISM after reading our landmark 52-page study.

We sent our study directly to RFK Jr…

Days later, the CDC changed its website to say: “The claim ‘vaccines do not cause autism’ is… https://t.co/TiBE1Imaha pic.twitter.com/mQMwkjg06V

— Nicolas Hulscher, MPH (@NicHulscher) August 31, 2026

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Received — 31 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Russia ha scoperto Ucraina la “fabbrica”  satanica di adenocromo

31 August 2026 at 15:55

Ecco perché Putin ha detto che “l’era dei vampiri è finita”

🚨 I soldati russi hanno riferito di aver trovato bambini emaciati e malati a cui sono stati somministrati fluidi per via endovenosa, mentre le secrezioni di sangue e reni sono state presumibilmente campionate professionalmente da loro per alimentare il presunto commercio globale di adrenocrom.

Afferma che l’industria adrenocromatica dell’Ucraina è più grande di quanto si pensasse in precedenza e che Putin è determinato a utilizzare le informazioni raccolte per destrutturare la presunta catena di approvvigionamento globale di adrenocrom e punire i responsabili di crimini contro i bambini, compresi politici e celebrità che si afferma siano dipendenti da questo farmaco, che chiama “lavoro del diavolo”.

😢Secondo un membro della Task Force per Adrenocrom, queste fattorie industriali sarebbero luoghi in cui avvengono abusi sessuali rituali, umiliazioni fisiche e torture psicologiche.

“Sai, pensavo di aver visto tutto. Ho combattuto per anni, ho visto i compagni cadere, ho assistito alle più terribili atrocità che le persone possono commettere. Ma niente, assolutamente niente, avrebbe potuto prepararmi a quello che ho trovato a Donetsk.

Ci è stato detto che avremmo liberato i bambini… Non abbiamo capito la grandezza della situazione finché non siamo arrivati lì. Stavamo ripulendo quel complesso, un posto patetico… come un campo di lavoro nazista o un campo di sterminio, solo peggio. Molto peggio. Le pareti erano grigie, fredde e umide. L’aria… puzzava di marciume e qualcosa di terribile… qualcosa che non posso descrivere. Poi li ho trovati. I bambini.

Lo erano… Come fantasmi. Solo pelle e ossa. I loro corpi sembravano così fragili, quasi trasparenti. Potevo vedere il contorno dei loro fianchi, ogni osso nelle loro piccole mani. Avevano tubi inseriti nel corpo, tubi da cui gocciolava sangue e un liquido macchiato di sangue… Per uno scambio malato, per un bisogno perverso dell’Occidente.

Centinaia di bambini giacevano su file di letti di metallo. Niente coperte, niente riscaldamento. Non si muovevano nemmeno quando siamo entrati; nei loro occhi non c’era né paura né speranza… Alcuni erano troppo deboli per guardarci. Erano diventati così abituati al dolore e alla tortura che non reagivano più.

E il peggiore? I bambini più piccoli… alcuni non avevano nemmeno due anni. Bambini veri. Più tardi ho saputo che sarebbero stati allevati appositamente per questo scopo… Tenuti come animali, solo per essere privati di tutto ciò che li rende umani.

❗Coloro che non potevano essere venduti, che non erano abbastanza “belli” o “obbedienti”, sono stati trasferiti in queste fattorie. Fattorie… E ‘cosi’ che li chiamavano quelli che gestivano questi posti.

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VECCHIO TESTO FORSE FONDAMENTALE:

Vladimir Putin: Il Nuovo Ordine Mondiale adora Satana

Di Jonas E. Alexis

Kevin Barrett: “Vale la pena notare che Russia e Iran – le due nazioni che resistono con maggior successo al cambio di regime del Nuovo Ordine Mondiale – lo fanno in nome di Dio… Il riferimento di Putin al satanismo è stato un rimprovero diretto alle élite del Nuovo Ordine Mondiale, le quali – pur imponendo un laicismo militante alle società che cercano di minare – sono sataniste nascoste.”

SEGUITO:

http://www.events.orthodoxengland.org.uk/vladimir-putin-the-new-world-order-worships-satan/

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Received — 30 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Dibba era vaccinato e pro-vax

30 August 2026 at 16:32

: 🔴💣GRAVE MALORE IMPROVVISO PER ALESSANDEO DI BATTISTA. RICOVERATO IN GRAVI CONDIZIONI A CUBA.

🔥Le prime indiscrezioni parlano di un ictus ischemico. Di Battista è ricoverato attualmente in gravi condizioni a Cuba.

🔺️In molti non hanno voluto esporsi, hanno scelto l’obbedienza cieca, la demenziale narrazione pandemica, l’asservimento al piano depopolativo delle élite, il peroramento dello spietato interesse economico delle multinazionali del farmaco.

⚡Tutti pronti a sostenere che i vaccini fossero la soluzione. Nessuno che parlasse apertamente dei danni a breve, a medio ed a lungo termine di questi veleni.

🔻Sono in molti a subirne oggi drammatiche conseguenze. La maggior parte sono persone comuni, cui i giornali non dedicano spazio. Poi ci sono soggetti più e meno celebri, e la cosa finisce sui giornali.

🏴‍☠️A futura memoria. I vaccini sono veleno. Auguriamo a Di Battista una pronta guarigione.

▪️Approfondimenti a seguito, visionali tutti, è importante esserne informati.

⚠️BOMBA DI BELEN RODRIGUEZ “DOPO IL VACCINO NON SONO MAI PIÙ STATA BENE, VADO AVANTI A FLEBO”
➡️ t.me/ugofuoco/5491

⚠️MALORE PER IL SIONISTA KALUS DAVI. CONSIDERAVA I NON VACCINATI “BOMBE UMANE” E LI PARAGONAVA ALLA NDRANGHETA
➡️ t.me/ugofuoco/5147

⚠️È ALLUCINANTE, MORTI IN UN MESE TRE ATTORI DELLA CELEBRE SOAP OPERA RAI “IL PARADISO DELLE SIGNORE”
➡️ t.me/ugofuoco/5069

⚠️MALORE PER CHRISTIAN VIERI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE E TESTIMONIAL DELLE RESTRIZIONI PANDEMICHE PER LA REGIONE LOMBARDIA
➡️ t.me/ugofuoco/5100

⚠️IN OSPEDALE IL RAPPER SHADE “SONO ANCORA VIVO MA AVEVO SMESSO DI RESPIRARE”. SFOTTEVA DAI SOCIAL I “TIMOROSI” DEL VACCINO BEANDOSI DEI SUOI INOCULI
➡️ t.me/ugofuoco/5112

⚠️OPERATO D’URGENZA AL CUORE IL FIGLIO DI ROCCO SIFFREDI, LEONARDO TANO. PERICARDITE
➡️ t.me/ugofuoco/5085

⚠️DECEDUTO L’ATTORE ANTONELLO FASSARI. NOTO IPERVACCINISTA
➡️ t.me/ugofuoco/5063

⚠️È MORTA ELEONORA GIORGI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE
1️⃣ t.me/ugofuoco/4957
2️⃣ t.me/ugofuoco/3481

⚠️MORTO IL VIOLENTO DISCRIMINATORE OLIVIERO TOSCANI. AVEVAMO GIÀ DATO NOTIZIA DEL SUO MALE INCURABILE, IL NOSTRO COMMIATO VIENE OGGI AFFIDATO ALLE PAROLE DELLA FIGLIA
➡️ t.me/ugofuoco/4820

⚠️GRAVE PANCREATITE PER LA LITTIZZETTO. RICOVERATA IN OSPEDALE DA MARTEDÌ SCORSO, SFOTTEVA I NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4904

⚠️È CIECO, ELTON JOHN LO ANNUNCIA PUBBLICAMENTE. FU TESTIMONIAL DELLA PROPAGANDA VACCINALE E SI BEAVA DI ESSERE VACCINATO
➡️ t.me/ugofuoco/4717

⚠️SAMUELE BERSANI ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/ugofuoco/4632

⚠️OCCLUSIONE VASI SANGUIGNI PER LA CONDUTTRICE VICTORIA CABELLO. NEL 2022 AFFERMAVA DI AVER FATTO TUTTI I VACCINI E DI AVERE IL GREEN PASS
➡️ t.me/ugofuoco/4633

⚠️ANGELINA MANGO ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/contenuticontroinformazione/57

⚠️MORTA PAOLA MARELLA, LA CONDUTTRICE TV AVEVA 61 ANNI
➡️ t.me/ugofuoco/4471

⚠️MALORE IMPROVVISO PER FABRIZIO CORONA
➡️ t.me/ugofuoco/4460

⚠️CANCRO MALIGNO AL SENO PER SABRINA SALERNO
➡️ t.me/ugofuoco/4455

⚠️TUMORE ALLE OVAIE PER LA SUPERMODELLA ITALIANA BIANCA BALTI “SI È ESTESO GIÀ AGLI ALTRI ORGANI”
➡️ t.me/ugofuoco/4447

⚠️RICOVERATA IN OSPEDALE DUE VOLTE ELISABETTA GREGORACI
➡️ t.me/ugofuoco/4444

⚠️MARA VENIER, PARALISI FACCIALE DOPO VACCINO E POI EMORRAGIA ALLA RETINA
1️⃣ t.me/ugofuoco/178
2️⃣ t.me/ugofuoco/4439

⚠️CANCRO AI POLMONI PER LUCA CARBONI. “GRANDE E DIFFICILE DA OPERARE”
➡️ t.me/ugofuoco/4417

⚠️RARO LINFOMA PER ROGER O’DONNELL DEI CURE. DENIGRAVA NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4407

⚠️MALATTIA INCURABILE PER OLIVIERO TOSCANI
➡️ t.me/ugofuoco/4377

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Zuckerberg cerca di sostituire il 60% del suo personale a Meta con l’intelligenza artificiale

30 August 2026 at 16:16

Per rendere la propria forza lavoro “nativa per l’IA”, Meta ha valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team in tutta l’azienda, fino al 60% in due fasi, come dimostrano documenti interni. Il personale si è ribellato e, poche ore prima di un massiccio licenziamento previsto per maggio, l’amministratore delegato ha annullato i piani per ulteriori tagli.

Di Katie Paul

A gennaio, il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, e i suoi più stretti collaboratori si sono riuniti per il loro ritiro annuale di leadership nella sua tenuta alle Hawaii. Lì hanno ideato un piano radicale per ripensare il lavoro all’interno del gigante dei social media nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il piano, nome in codice Project OT (acronimo di Organization Transformation, Trasformazione Organizzativa), prevedeva un futuro “nativo per l’IA” per il proprietario di Facebook e Instagram. L’intelligenza artificiale avrebbe sostituito gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero stati supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato, secondo un documento di pianificazione interno visionato da Reuters e da tre persone a conoscenza del progetto.

Durante delle simulazioni di scenari, hanno affermato due di queste persone, i dirigenti hanno valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team all’interno di Meta, anche del 60%. Ad alcuni dipendenti sarebbero stati offerti ruoli in nuove unità, mentre altri sarebbero stati licenziati nell’ambito di una riduzione del personale che, secondo le proiezioni di un dirigente delle risorse umane, sarebbe stata pari o superiore ai tagli del 25% operati dall’azienda tre anni prima, stando a un altro documento interno.

La ristrutturazione avverrebbe in due “fasi”, a partire da una prima epurazione a maggio, seguita da un’ulteriore riorganizzazione a novembre, secondo quanto emerge da documenti di pianificazione interna visionati da Reuters. Ai licenziamenti si aggiungerebbero la chiusura di posizioni aperte e l’allontanamento di coloro che Meta ritiene non performanti. Questi e altri dettagli del piano, inclusa l’entità della ristrutturazione, non erano stati precedentemente resi noti.

L’intelligenza artificiale si farebbe carico di gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato.

Ma la notte del 19 maggio, poche ore prima della prima ondata di licenziamenti, Zuckerberg ha ceduto. Meta ha licenziato il 10% dei suoi dipendenti il ​​giorno successivo, ma ha annullato la pianificazione dei tagli di novembre, secondo un documento interno visionato da Reuters.

A quel punto, i dipendenti di Meta erano in aperta rivolta, convinti che le iniziative di trasformazione basate sull’IA dell’azienda fossero in parte finalizzate a sostituirli. I dati interni suggerivano inoltre che la tecnologia degli “agenti” di IA autonomi, al centro della strategia, non stesse producendo i guadagni di produttività sperati. Alcuni investitori si chiedevano cosa Meta avesse da mostrare a fronte delle sue ingenti spese in IA.

Questo articolo rivela per la prima volta la rapidità con cui Meta stava valutando i tagli, le motivazioni alla base dei piani e come questi siano rapidamente falliti. Basandosi su numerosi documenti interni, post e registrazioni esaminati da Reuters, nonché su conversazioni con oltre 20 persone a conoscenza del funzionamento interno di Meta, l’inchiesta mostra come il gigante dei social media abbia tentato di posizionarsi all’avanguardia di una riorganizzazione del mondo del lavoro guidata dall’intelligenza artificiale, per poi inciampare nell’esecuzione.

https://www.reuters.com/investigations/mark-zuckerberg-had-bold-plan-replace-meta-staff-with-ai-heres-how-it-imploded-2026-08-26/

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Received — 29 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Destra plebea, sinistra patrizia

29 August 2026 at 16:48

Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano Bonaccioni – ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.

Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni – l’unico vero attivo della coalizione che capeggia – ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato. Il punto è che entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata “nation” (il potere legale) e dell’economia.

Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica marxista del proletariato, leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti francofortesi – in particolare Adorno e Horkheimer – compresero un secolo fa: i proletari non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”: le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità prive di rilievo sociale.

La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti. Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti– molto numerosi e quasi sempre garantiti – non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra. Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica, filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” (dinanzi ai doveri si ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che non si sente di nessun luogo (i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.

Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari – a sud incarnati dal notabilato, da possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato, stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.

Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta-settant’anni si sono posizionati a sinistra (il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano. Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno occupato le burocrazie, aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo, alla gestione (due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e soprattutto dalla responsabilità.

Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo. Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.

Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli, come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo, difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo. Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.

Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante, Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.

Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici, tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta. Talvolta vince sfruttando i madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per questo vince.

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Kaliningrad sotto assedio virtuale: la NATO mette alla prova la propria capacità di neutralizzazione elettronica

29 August 2026 at 09:18

Analisi

Alberto Pagani· · 16 min di lettura

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in…

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in una delle più ampie e meno annunciate esercitazioni aeree condotte dalla NATO negli ultimi anni lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Gli osservatori del traffico aereo, abituati a monitorare i movimenti militari nella regione, hanno registrato tra i venticinque e i cinquanta velivoli impegnati contemporaneamente; le autorità alleate non hanno confermato una cifra precisa, invocando ragioni di sicurezza operativa.

L’operazione, guidata dagli Stati Uniti e supervisionata dal comando aereo alleato, ha avuto come teatro l’area compresa tra la Polonia e Kaliningrad, l’exclave russa incuneata tra il territorio polacco e quello lituano: settantacinque chilometri di costa fortemente militarizzata, sede della Flotta del Baltico, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di una fitta rete di difese antiaeree S-400. Per capire perché la NATO abbia scelto di misurarsi proprio con questo lembo di terra, e proprio in queste settimane, occorre allargare lo sguardo oltre la cronaca del 18 agosto: la logica che oggi governa Kaliningrad affonda in una storia molto più lunga di quella della crisi in corso.1

Una città che la storia ha già messo alla prova

Prima di essere un problema militare, Kaliningrad è un problema storico, e vale la pena ricordarlo per misurare la distanza fra ciò che quella terra ha rappresentato e ciò che è diventata. Fondata nel 1255 dai cavalieri dell’Ordine Teutonico con il nome di Königsberg, la città fu per secoli capitale culturale e amministrativa della Prussia orientale. Vi nacque nel 1724 e vi trascorse l’intera esistenza, senza mai allontanarsene in modo significativo, Immanuel Kant: il filosofo che nel 1795 scrisse “Per la pace perpetua”, il progetto filosofico di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza. Che proprio quella città sia oggi teatro di un’esercitazione concepita per dimostrare la capacità di neutralizzarne militarmente il potenziale offensivo è una delle ironie più amare che la geografia politica europea potesse riservare.

A Königsberg è legato anche uno degli episodi fondativi della matematica moderna: il problema dei sette ponti, posto dagli abitanti della città e risolto nel 1736 da Leonhard Euler, che dimostrò l’impossibilità di attraversarli tutti senza mai ripercorrere lo stesso ponte due volte. Da quella dimostrazione nacque la teoria dei grafi, la disciplina matematica che studia le reti di nodi e connessioni e che, quasi tre secoli più tardi, costituisce il fondamento teorico con cui si modellano le reti di comunicazione, le infrastrutture critiche e, non ultimo, lo spettro elettromagnetico che la guerra elettronica moderna è chiamata a saturare. Una coincidenza che la storia sembra aver voluto sottolineare: la città che pose le basi teoriche della scienza delle reti è oggi, ancora una volta, al centro di un confronto che si gioca sulla capacità di controllare o interrompere una rete.

La cesura arriva con la Seconda guerra mondiale. Assediata e conquistata dall’Armata Rossa dopo una resistenza tedesca durissima, capitolata il 9 aprile 1945, Königsberg fu assegnata all’Unione Sovietica dalla Conferenza di Potsdam insieme alla porzione settentrionale della Prussia orientale. La popolazione tedesca superstite venne espulsa e sostituita con coloni provenienti da ogni angolo dell’URSS, in un’operazione di russificazione deliberata pensata per prevenire qualunque rivendicazione futura; nel 1946 la città fu ribattezzata Kaliningrad in onore di Michail Kalinin. Fu proprio Mosca, e non Vilnius, a mantenere il controllo diretto dell’oblast, respingendo negli anni Cinquanta persino una proposta di Chruščëv di cederlo alla Lituania sovietica: una scelta amministrativa che si sarebbe rivelata decisiva nel 1991, quando la disgregazione dell’URSS lasciò Kaliningrad separata dal resto della Federazione Russa, mentre un’analoga exclave prussiana, Klaipėda, seguiva le sorti della Lituania indipendente.2

La fortificazione dell’area non fu una conseguenza automatica dell’annessione, ma una scelta strategica precisa, maturata con la formazione del Patto di Varsavia nel 1955: Mosca individuò in Kaliningrad, e in particolare nel vicino porto di Baltijsk, l’unico scalo russo sul Baltico libero dai ghiacci per l’intero anno, condizione che nessun altro porto sovietico nella regione poteva garantire. Nel 1952 la città divenne sede del quartier generale della Flotta del Baltico, trasformandosi in una città chiusa, inaccessibile agli stranieri per l’intera durata della Guerra fredda. È la stessa logica idrografica, unita alla posizione proiettata in profondità nello spazio oggi controllato dalla NATO, a spiegare perché Kaliningrad resti tuttora sede dell’undicesimo corpo d’armata, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di batterie costiere Bastion con missili antinave Oniks: la stessa concentrazione di potenza di fuoco che, settant’anni più tardi, l’esercitazione del 18 agosto ha voluto mettere alla prova.3

Il valore della base navale di Baltijsk, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione regionale del Baltico. Va letto in relazione al disegno più ampio della militarizzazione russa dell’Artico, il cui baricentro resta la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord e della componente sottomarina della deterrenza nucleare strategica di Mosca. Se la penisola di Kola custodisce la capacità di secondo colpo, garantendo ai sottomarini lanciamissili un bastione protetto nel mare di Barents, la Flotta del Baltico assolve una funzione complementare: presidiare il fianco occidentale, addestrare unità e testare capacità anfibie e di attacco elettronico, liberando la Flotta del Nord dal doversi occupare anche del teatro baltico. Le due aree condividono la medesima logica dottrinale del bastione fortificato, applicata su scala geografica diversa ma con lo stesso obiettivo: proteggere, attraverso l’accumulo di sistemi d’arma e la saturazione dello spazio circostante, i nodi strategici più sensibili del dispositivo militare russo. È dentro questa cornice, non accanto ad essa, che va collocata l’esercitazione NATO del 18 agosto.4

La logica della deterrenza: perché ora, e perché in questa forma

È la stessa logica geografica che nel Cinquecento fece di Königsberg la capitale di un ducato affacciato sul Baltico, e che nel secondo dopoguerra spinse Mosca a trasformarla in una fortezza off-limits, a spiegare perché sia proprio quel lembo di terra a tornare oggi al centro dell’attenzione strategica occidentale. Cambiano gli strumenti – non più cannoniere e divisioni corazzate, ma pod di disturbo elettronico e piattaforme di sorveglianza radar –, ma la sostanza resta la stessa: chi controlla Kaliningrad controlla un varco che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare. Ed è dentro questa continuità storica che si inserisce, con particolare efficacia, la lettura che Gianluca Di Feo (uno dei migliori analisti e giornalisti italiani che scrivono di guerra) ha proposto su la Repubblica: la deterrenza è una disciplina complessa in cui diplomazia e forza si alternano con la massima attenzione a non superare i limiti, proprio perché il suo scopo non è vincere uno scontro, ma impedire che una crisi degeneri in un conflitto aperto.5

Di Feo colloca l’esercitazione dentro un precedente rimasto scolpito nella memoria degli analisti atlantici: nel novembre 2021, mentre le divisioni corazzate russe si allineavano lungo il confine ucraino, il direttore della Cia William Burns volò a Mosca per un colloquio che non riuscì a scongiurare l’invasione. Quella lezione, secondo questa lettura, non è stata dimenticata, ed è alla luce di essa che va compreso il senso più profondo del 18 agosto: non una provocazione fine a se stessa, ma quella che i manuali dottrinali dell’Alleanza definiscono una dimostrazione di determinazione – un insieme coordinato di segnali militari e diplomatici pensati per comunicare all’avversario, prima che sia troppo tardi, che ogni opzione resta sul tavolo. È una lettura che condivido, e che aiuta a spiegare perché l’esercitazione sia arrivata proprio ora: dopo settimane in cui l’intelligence occidentale, secondo la ricostruzione di Di Feo, avrebbe colto la volontà di Mosca di testare la coesione atlantica con una provocazione armata oltre i propri confini, nella convinzione che Washington non sarebbe intervenuta.

Il perché della forma scelta – la guerra elettronica anziché una dimostrazione di potenza cinetica – discende direttamente dalla natura del bersaglio. Kaliningrad, come si è visto, è dagli anni Cinquanta un bastione costruito attorno alla capacità di vedere e colpire per primi: un sistema di tipo A2/AD, Anti-Access/Area Denial, che si regge su una rete di sensori, radar e comunicazioni prima ancora che sui lanciatori missilistici veri e propri. Mostrare a Mosca di poter penetrare e accecare quella rete, anche solo per la durata di un’esercitazione, equivale a dimostrarne la vulnerabilità senza sparare un colpo: è la deterrenza per negazione applicata al teatro più esposto del fianco orientale, ed è precisamente il primo dei motivi che Di Feo individua nell’operazione del 18 agosto.

Sul piano tecnico, il centro di quella dimostrazione è stato l’EA-37B Compass Call (foto apertura), il più recente velivolo da attacco elettronico dell’aeronautica statunitense: un Gulfstream G550 pesantemente modificato, capace non solo di disturbare le frequenze radar e di comunicazione avversarie ma di mandare in tilt le strumentazioni con un bombardamento mirato di impulsi elettromagnetici. Schierato per la prima volta in questa configurazione a ridosso dell’exclave, ha operato insieme a un aereo da sorveglianza radar E-3A AWACS e a una piattaforma di ricognizione ARTEMIS II decollata da un aeroporto rumeno dopo aver sorvolato Ungheria e Slovacchia, costruendo un quadro elettromagnetico completo dell’area.6

Un pacchetto di questo tipo, sostenuto da un numero significativo di aerocisterne – tra cui un KC-767A dell’Aeronautica militare italiana, un KC-135R statunitense e due A330 MRTT dell’Alleanza – non è concepito per un singolo passaggio dimostrativo, ma per sostenere una permanenza prolungata sul teatro operativo. Ed è qui che il racconto di Di Feo aggiunge un dettaglio che merita di essere sottolineato: l’operazione ha reso deliberatamente visibile solo una parte del proprio dispositivo. I trasponditori delle aerocisterne e dei radar volanti sono rimasti accesi, quasi a voler essere osservati; quelli di decine di caccia, affiancati da manovre navali e corazzate, sarebbero invece rimasti spenti – il tutto senza violare in alcun momento i confini aerei, terrestri o marittimi altrui. Sul terreno, la simulazione dell’assedio si è tradotta anche in un gesto fisico e volutamente visibile: reparti polacchi hanno sbarrato le strade di accesso con cavalli di frisia, gli sbarramenti anticarro a incrocio che richiamano, non senza un certo valore simbolico, le fortificazioni di un’epoca che si credeva superata. Un’esercitazione pensata, insomma, per essere in parte vista e in parte intuita: la manifestazione più pura della logica dimostrativa di cui si è detto.

Quella lettura trova conferma anche nelle parole con cui, poche settimane prima, il generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa, aveva descritto le nuove capacità alleate: la NATO sarebbe oggi in grado di occupare Kaliningrad “in tempi mai visti prima”, aveva dichiarato, collocando l’affermazione nel quadro della nuova strategia nota come Eastern Flank Deterrence Line. L’esercitazione del 18 agosto, protrattasi secondo la ricostruzione di Di Feo fino alla notte di venerdì 21, appare come la traduzione operativa di quella dichiarazione: non un’occupazione simulata nel senso tradizionale, ma la dimostrazione che l’exclave può essere isolata dal punto di vista elettromagnetico e logistico in tempi rapidissimi, privando le forze russe ivi schierate della capacità di coordinarsi, ricevere dati bersaglio e comunicare con il resto del teatro.7

Resta il secondo motivo individuato da Di Feo, che riguarda la tutela del corridoio di Suwałki: la striscia di poco più di cento chilometri che collega la Polonia alla Lituania e che costituisce l’unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell’Alleanza. Un’eventuale chiusura di quel corridoio, coordinata con un’azione offensiva dall’exclave, isolerebbe Estonia, Lettonia e Lituania nel giro di ore: l’esercitazione ha inviato in questo senso un avvertimento politico-militare esplicito, pensato per scoraggiare qualunque tentativo di blitz russo proprio nel punto più esposto dell’intera architettura di sicurezza del fianco orientale. E resta, infine, il terzo motivo, più immediato e meno simbolico degli altri due: testare in condizioni reali, a ridosso dei confini russi, piattaforme di guerra elettronica di ultima generazione ha permesso all’Alleanza di verificare la propria prontezza operativa e di azzerare il fattore sorpresa che il Cremlino potrebbe altrimenti sfruttare in una crisi improvvisa – un guadagno che si materializza già nell’immediato, indipendentemente da qualunque sviluppo futuro, perché i tempi di reazione delle difese russe e il coordinamento tra assetti aerei di più nazioni sono stati osservati e messi agli atti.

Se questi tre motivi spiegano il perché militare dell’operazione, è nei giorni immediatamente successivi che si è misurata la componente diplomatica della stessa logica di deterrenza – quella che, secondo Di Feo, non può mai essere disgiunta dalla forza. Il Cremlino non ha dato segni di essersi lasciato intimidire: sabato 22 agosto Vladimir Putin ha usato un’immagine volutamente inquietante, dichiarando che gli attacchi ucraini sul territorio russo avrebbero scoperchiato un “vaso di Pandora”, scelta lessicale che, in un leader abitualmente misurato nei toni pubblici, è stata letta da più osservatori come la conferma dei timori peggiori. Due giorni dopo, lunedì 24 agosto, il direttore della Cia John Ratcliffe ha attraversato l’Atlantico per atterrare a Mosca il giorno seguente e incontrare Sergej Naryškin, dal 2016 a capo del servizio segreto per l’estero Svr e figura di lunghissima fiducia di Putin.

Il contenuto del colloquio è rimasto riservato: secondo il Wall Street Journal vi sarebbe stato un avvertimento esplicito sulla protezione statunitense degli alleati da ogni aggressione, mentre altre fonti riferite da Di Feo parlano anche di un’apertura a un possibile canale di de-escalation, con l’offerta di una mediazione americana per fermare i raid ucraini contro le raffinerie in cambio della cessazione degli attacchi russi contro porti, navi e centrali elettriche ucraine – una proposta già avanzata da Zelensky in precedenza e finora respinta da Mosca con un’intensificazione, e non un’attenuazione, dei bombardamenti. È il volto diplomatico della stessa dimostrazione di determinazione che nei cieli del Baltico ha assunto la forma della guerra elettronica: due canali paralleli, militare e negoziale, tenuti aperti nello stesso momento.8

Su questo equilibrio pesa anche un calendario politico che la lettura di Di Feo non manca di sottolineare: mancano poco più di tre settimane alle elezioni per la Duma, e benché il partito di Putin non abbia rivali strutturati, il presidente sarebbe consapevole di un consenso in calo e, secondo questa ricostruzione, poco incline ad apparire debole proprio in questa fase. Nei giorni della crisi lo scambio di colpi tra le parti non si è fermato: missili balistici russi su Kiev in parte intercettati dai sistemi Patriot appena consegnati dagli Stati Uniti, droni ucraini contro depositi e stabilimenti in territorio russo, un missile britannico Storm Shadow contro un comando nel Donbass che ha innescato minacce di Mosca contro Londra, e una visita non programmata di Lukashenko al Cremlino che ha riacceso, nei comandi alleati, il timore di un’offensiva dal territorio bielorusso verso i Paesi baltici. I timori raccolti dall’intelligence occidentale, secondo questa ricostruzione, non riguarderebbero comunque l’impiego di testate nucleari tattiche: lo snodo resta, ancora una volta, il Baltico.9

Un fianco orientale sotto pressione crescente

L’esercitazione del 18 agosto e il canale diplomatico apertosi nei giorni successivi non vanno letti come un episodio a sé stante, ma come un tassello – probabilmente il più visibile, ma non l’unico – di una sequenza di attriti che negli ultimi mesi ha progressivamente eroso il margine di ambiguità lungo l’intero confine orientale dell’Alleanza. Solo due giorni dopo l’inizio del wargame, il 20 agosto, il ministero della Difesa finlandese ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo sovrano da parte di un velivolo da ricognizione elettronica russo Ilyushin Il-20M nel golfo di Finlandia, in un corridoio aereo internazionale largo appena quindici-venti chilometri che le autorità di Helsinki ed Estonia mantengono aperto proprio per garantire i collegamenti russi verso Kaliningrad e San Pietroburgo – la stessa exclave, ancora una volta, al centro della scena.10

A ciò si sommano gli episodi, ormai ricorrenti nelle ultime settimane, di droni non identificati rilevati sopra la Polonia, la Romania e diversi scali scandinavi, che hanno costretto diverse capitali europee a rivedere le proprie regole d’ingaggio e ad alzare il livello di allerta nei cieli. Il Cremlino ha respinto ogni responsabilità diretta in questi episodi, ma il clima diplomatico tra Mosca e l’Alleanza si è comunque irrigidito su più fronti contemporaneamente: l’ambasciatore russo a Parigi ha avvertito che l’abbattimento di un velivolo russo da parte della NATO sarebbe considerato un atto di guerra, il segretario generale Mark Rutte ha ribadito che ogni centimetro del territorio alleato, spazio aereo compreso, sarà difeso, e proprio in questi stessi giorni Ratcliffe cercava a Mosca un canale che tenesse insieme fermezza e apertura al dialogo. Sono, in fondo, le due facce della stessa medaglia che dà il titolo a questa analisi: la deterrenza come equilibrio permanente, mai acquisito una volta per tutte, tra la dimostrazione di forza e la ricerca di un canale che eviti l’errore di calcolo.

Letta in questa luce, l’esercitazione del 18 agosto smette di essere un episodio isolato per diventare la chiave di lettura di un momento preciso nella relazione tra NATO e Russia: un confronto che si gioca sempre meno sul terreno degli scontri aperti e sempre più su quello della sorveglianza elettronica, della saturazione informativa e della dimostrazione di capacità – accompagnato, quando necessario, da un canale diplomatico che nessuna delle due parti ha interesse a chiudere del tutto. È il segno di una competizione che si è spostata, in larga misura, nello spettro elettromagnetico e in quello, altrettanto delicato, dei segnali politici: chi controlla la capacità di vedere, comunicare, colpire per primo e negoziare al momento giusto, in un teatro compresso come quello baltico, detiene un vantaggio che nessuna esibizione isolata di potenza convenzionale potrebbe replicare con altrettanta efficacia.

Resta da capire se Mosca interpreterà questo insieme di segnali – militari, tecnologici e diplomatici insieme – come un deterrente credibile o, al contrario, come un ulteriore pretesto per intensificare la propria pressione ibrida sul fianco orientale europeo, magari attendendo l’esito delle elezioni per la Duma prima di scoprire le proprie carte. La storia recente delle relazioni russo-atlantiche nel Baltico, e la stessa storia più lontana di Kaliningrad, suggeriscono che la seconda ipotesi non sia meno probabile della prima.

  • 1Fonti: militarnyi.com, “NATO Aircraft Conduct Large-Scale Unannounced Exercises Near Kaliningrad”, 18 agosto 2026; ilmessaggero.it, “Nato, la maxi operazione sul Baltico”, 18 agosto 2026.
  • 2Fonti: Treccani, voce “Kaliningrad”; Aspenia Online, “Il nodo di Kaliningrad e il Baltico tra NATO e Russia”; Britannica, “Kaliningrad”.
  • 3Fonti: Tiscali Notizie, “Kaliningrad, un porto russo al centro dell’Europa del Baltico”; Aliseo Editoriale, “Kaliningrad, il bastione russo sul Mar Baltico”; Wikipedia, voce “Flotta del Baltico”.
  • 4Fonte: IARI, “L’Artico come bastione”, 21 luglio 2026.
  • 5Fonte: Gianluca Di Feo, “Russia, l’assedio virtuale a Kaliningrad: così la Nato ferma Putin”, la Repubblica, 28 agosto 2026, https://www.repubblica.it/esteri/2026/08/28/news/russia_assedio_virtuale_kaliningrad_nato_ferma_putin-425550845/
  • 6Fonti: migflug.com, “NATO Massed Its Jets Right Next to Kaliningrad”, 18 agosto 2026; associazioneeuropalibera.wordpress.com, 22 agosto 2026.
  • 7Fonte: Kyiv Independent / Defense News, “US general says NATO could seize Russia’s Kaliningrad with ‘unheard of’ speed”, 17 luglio 2026.
  • 8Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 9Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 10Fonte: peacelink.it, “La Finlandia sospetta che un velivolo russo abbia violato il suo spazio aereo”, 20 agosto 2026

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Russia avvia la produzione di massa del sistema “Volna Kupol Garant”, che disgrega Starlink

29 August 2026 at 09:02

LE MONDE RISEGNA CHE GLI UCRAINI STANNO GIÀ RIMPIANGENDO CHE IL SISTEMA SATELLITARE DI MUSK NON È PIÙ QUELLO CHE ERA UN TEMPO.

Esperto Militare di Mosca, Colonnello Viktor LITOVKIN: “Il sistema ‘Volna-Kupol-Garant’ non danneggia i satelliti, ma piuttosto acceca i satelliti e i terminali Starlink nelle zone di combattimento, interrompendo la comunicazione tra gli operatori ucraini e i droni.”

Corrispondente di Guerra e Commentatore Dmitry STESHIN: “Ogni sistema del genere copre circa 20 chilometri quadrati. Venti sistemi ‘Volna Kupol Garant’ hanno protetto l’intera autostrada ‘Novorossiya’, lunga 400 chilometri, inclusi ponti, incroci e viadotti. Questi sistemi interrompono il collegamento tra Starlink e i droni americani Hornet e Begemot utilizzati dalle forze armate ucraine.

Direzionando un segnale potente fino a 500 chilometri di altezza, dove si trovano i satelliti di Elon Musk, ‘Volna’ li acceca letteralmente.”

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Il Fascismo fu un socialismo di successo (al contrario dell’Urss)

29 August 2026 at 08:54

Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra»

di Luigi Copertino

Con un’introduzione di Franco Cardini.

Esiste una storia del fascismo che non si lascia ricondurre senza residui alle categorie politiche attraverso cui siamo abituati a leggerlo.

Con «Fascismo socialista», Luigi Copertino inaugura «Marmorea», la nuova collana di Edizioni Imprimere dedicata agli studi sul fascismo.

L’autore torna alle origini, alle idee e alle molteplici anime del fenomeno fascista, seguendo un filo spesso trascurato: quello che lega una parte della sua genesi politica e culturale al socialismo, al sindacalismo rivoluzionario, alla questione sociale e al tentativo di coniugarla con la nazione.

Dalla distinzione tra «fascismo movimento» e «fascismo regime» prende forma un’indagine che attraversa uomini, dottrine e conflitti del Novecento, mettendo in discussione la capacità della tradizionale opposizione destra/sinistra di esaurire la comprensione di esperienze politiche assai più contraddittorie e composite.

Ne emerge un lavoro ampio e documentato, che restituisce alla storia la sua complessità e invita il lettore a confrontarsi con genealogie politiche spesso dimenticate, rimosse o semplificate.

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Received — 28 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Col diploma di scuola alberghiera non si ha la cultura generale per governare

28 August 2026 at 08:14

LA CATASTROFE MELONI

In quattro anni ha combinato una catastrofe: ci ha trascinato nella follia ucraina senza mettere mai in dubbio nulla, ha regalato le infrastrutture telecomunicative della Telecom agli americani della KRR, ha favorito le mafie impedendo ai giudici di applicare l’ergastolo ostativo e ne ha limitato gli strumenti d’indagine ostacolando i procuratori i quali non possono più combattere concretamente la criminalità organizzata.

Inoltre ha affidato la cybersicurezza ad Israele, e mi fermo qua…stiamo parlando di uno dei peggiori Governi della storia d’Italia ed è proprio per tal ragione che ha resistito per così tanto tempo poiché ha messo d’accordo tutti gli svendipatria che riempiono le istituzioni!

Francesco Centineo

🔵 Vi invitiamo a seguirci per mantenervi informati su importanti temi di geopolitica, o altro e su riflessioni ad ampio raggio❗️

🔴 LIBERTÀ E DEMOCRAZIA
👉  Canale Libertà e democrazia
[27/08/2026 18:03] Maurizio Blondet: La Lituania chiede agli Stati Uniti un resoconto: qual è stato lo scopo del viaggio del direttore della CIA a Mosca?

Il leader dei conservatori lituani, Laurynas Kasčiūnas, intende ottenere la convocazione della commissione del parlamento lituano per la sicurezza nazionale e la difesa, per capire “cosa è successo, perché è andato, quale è stata la reazione e di quali scenari si sta parlando”.

Secondo lui, i deputati che lavorano nel settore della sicurezza sono tenuti a possedere “un certo livello di conoscenza” delle trattative tra il direttore della CIA e il Cremlino.

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Received — 27 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Mosca avverte che potrebbe colpire installazioni militari britanniche con una dichiarazione senza precedenti

27 August 2026 at 20:09

Dall’inizio della guerra in Ucraina, il Regno Unito è stato costantemente tra i più aperti e ferventi sostenitori militari di Kiev, trasferendo ripetutamente armamenti pesanti, inclusi missili a lungo raggio all’avanguardia come lo Storm Shadow.

All’inizio di questa settimana, la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di fornire all’Ucraina tecnologia classificata per consentire la produzione locale del missile da crociera aviolanciato SCALP, di progettazione anglo-francese (noto nel Regno Unito come Storm Shadow). Gli alleati prevedono di avviare una linea di produzione in Ucraina entro la fine dell’anno.

L’Ucraina ha già utilizzato il suo missile da crociera Neptune, prodotto e progettato internamente, per colpire raffinerie di petrolio e siti militari in profondità nel territorio russo. Un missile SCALP di produzione nazionale aumenterebbe la probabilità che l’Ucraina utilizzi questo missile di progettazione occidentale per attaccare direttamente la Russia, il che non farebbe altro che accrescere la possibilità di un potenziale scontro tra Mosca e la NATO. Le forze ucraine sembrano aver già utilizzato il missile a Donetsk e in altre località più vicine al fronte nel Donbass. Giovedì, il Cremlino ha lanciato uno dei suoi avvertimenti e minacce più forti a Londra, accusando il Regno Unito di “partecipare pienamente alla guerra al fianco di Kiev” e, di conseguenza, di ostacolare qualsiasi possibilità di colloqui di pace, alimentando ulteriormente le tensioni. Mosca ora sostiene che anche le installazioni militari britanniche potrebbero diventare bersaglio di attacchi diretti. La portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha dichiarato in una conferenza stampa giovedì: “Abbiamo ripetutamente avvertito che la risposta agli attacchi ucraini con armi britanniche contro il territorio russo potrebbe essere diretta contro qualsiasi installazione e equipaggiamento militare britannico in Ucraina e altrove”.

Zakharova ha esortato “tutti i residenti del Regno Unito a riflettere sulle inevitabili e catastrofiche conseguenze delle misure ostili adottate dalle loro autorità”. Ha inoltre dichiarato: “Proponiamo che la leadership britannica rianalizzi attentamente la situazione e abbandoni immediatamente, nel modo più risoluto e inequivocabile, la linea ostile e aggressiva, che non può che… creare il rischio di un’escalation del conflitto a un livello completamente nuovo.”

Ironia della sorte, queste dichiarazioni giungono subito dopo una rara visita a Mosca del direttore della CIA. Funzionari statunitensi affermano che l’incontro di martedì tra John Ratcliffe e alti funzionari dell’intelligence del Cremlino avesse lo scopo di avvertire il presidente Putin di non attaccare alcun membro della NATO. Tuttavia, molti analisti dubitano che questa fosse la motivazione ufficiale.

La Russia potrebbe colpire installazioni militari britanniche in Ucraina e altrove in risposta ad attacchi ucraini con armi britanniche – portavoce del Ministero degli Esteri britannico pic.twitter.com/JRrPaRipUX — Sputnik (@SputnikInt) 27 agosto 2026 Giovedì Zakharova ha anche affermato che Gran Bretagna e Francia stavano “giocando con il fuoco” dopo anni di crescente coinvolgimento in Ucraina. Londra, tuttavia, sembra irremovibile, come ha dichiarato giovedì un funzionario del Ministero della Difesa britannico: “La Gran Bretagna è al fianco dell’Ucraina e ci impegniamo a fornirle l’equipaggiamento necessario per difendersi dall’invasione illegale di Putin. La Russia non deve avere dubbi sulla determinazione di questo governo a opporsi all’aggressione russa, in Ucraina e contro il Regno Unito e i nostri alleati”, ha affermato il funzionario.

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il caso Lindsay Clancy

27 August 2026 at 07:25

Usa.lancy

 

Il caso Lindsay C

Roberto Pecchioli
Dagli Stati Uniti arrivano tutte le follie che ci stanno distruggendo. Una tra le più
devastanti è la proliferazione di nuove malattie per alimentare il potere di Big Pharma e
della classe medica, specialmente psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, una delle caste più
potenti della postmodernità occidentale. In questo mesi negli Usa si è acuito il dibattito
sulla depressione post parto, un problema reale enfatizzato ad arte non solo per interessi
economici, ma per l’irruzione del femminismo più radicale, che odia la maternità.
Le violentissime polemiche in corso riguardano un episodio terribile, al quale occorrerebbe
accostarsi con il rispetto, l’equilibrio e il silenzio dovuto alla tragicità dei fatti. E’ il caso di
Lindsay Clancy, a processo per avere strangolato e ucciso, nel gennaio 2023, i suoi tre figli,
di cinque e tre anni, mentre l’ultimo aveva solo otto mesi. La sventurata si è poi gettata
dal balcone. Rimasta paraplegica per le conseguenze del gesto autolesionistico, è adesso
davanti ai giudici. La straordinarietà del caso non riguarda solo i drammatici fatti, ma la
sua dichiarazione di non colpevolezza per infermità mentale dovuta alla depressione post
parto, che sarebbe dunque una vera e propria esimente. Lindsay è la vittima, non i suoi
bambini dalle vite spezzate, urlano Erinni sovreccitate: un capovolgimento non nuovo in
questa degradata fase storica . Sembra che la donna avesse consultato vari medici senza
assumere i farmaci prescritti, o forse i suoi disturbi si sono acuiti a seguito dell’assunzione
di uno di essi.
Solo una civiltà agonizzante può seriamente discutere la punibilità di Lindsay Clancy. O la
donna era in grado di intendere e allora la pena che deve scontare è la più pesante, o è
impazzita e va quindi esclusa dalla società. Al contrario, da giorni nel mondo parallelo dei
social media , centinaia di donne americane pubblicano video con le immagini dei figli e la
scritta “ same, Lindsay”, ovvero anch’io ho le tue stesse pulsioni. Sgomenta che la nostra
epoca produca un numero significativo di donne la cui reazione davanti a una madre che
strangola i figli è l’identificazione con l’assassina e con una malattia. Si svolgono
manifestazioni a favore della Lindsay, considerata innocente, anzi vittima . Una giornalista
italiana ha svolto una riflessione non banale: se ai tempi del delitto di Cogne ( l’omicidio
del piccolo Gioele da parte della madre nel 2002 N.d.A.) avessi pubblicato un video mentre
abbracciavo mio figlio con la didascalia “provo lo stesso, Annamaria Franzoni”, sono sicura
che qualcuno avrebbe chiamato la neuro e mi avrebbe fatto internare.
In America è nato un piccolo, combattivo movimento Mom Lives Matter ( le vite delle
mamme contano) che diffonde video di donne col pugno alzato, organizza raduni in divisa
da infermiera ( la professione della Clancy) e pubblica video generati dall’Intelligenza
Artificiale in cui l’assassina è circondata da donne che la proteggono. Da che cosa? Alcune
pubblicano video in cui lanciano ghiaccio nella vasca da bagno “per sublimare la
depressione”. Altre si filmano mentre piangono con un neonato in braccio e lo scuotono
violentemente. Comunque vada il processo, registriamo una nuova tappa dell’odio per la
vita che sta distruggendo dalle fondamenta la decrepita civilizzazione occidentale.

Non riusciamo ad esprimere giudizi: ciò che sgorga dalle labbra non è in sintonia con lo
spirito del tempo. Autocensura per estraneità radicale. Che una madre uccida i propri figli
è una tragedia orribile,ma non è un evento senza precedenti. Straordinario è che, sulla scia
di questo caso, sia emersa un'ondata di opinioni favorevoli all'omicida; una corrente che
giustifica il crimine, considera vittima l'autrice e arriva a presentare l’uccisione dei figli
come segno di potere femminile. Dopo la notizia, i media – in particolare le reti sociali,
dannato sottoprodotto della postmodernità tardiva- sono stati invasi da donne che
difendono Lindsay, da madri che maltrattano i figli e da qualche teorica femminista
allucinata che eleva l'infanticidio a gesto rivoluzionario.
Sono emerse madri che hanno imitato Lindsay Clancy: il potere mimetico della
comunicazione. In Italia non ha avuto il rilievo che meritava il caso della giovane
parmigiana che ha ucciso e occultato i cadaveri dei suoi due figli neonati, una tragedia in
cui la crisi devastante della famiglia e l’evaporazione colpevole dei padri hanno fatto da
tristissima cornice ai delitti. Non è fuori luogo collegare tutto ciò ad altri eventi che
rappresentano lo spirito dei tempi ostile alla vita. Nel Regno Unito è stata promulgata
l'estensione dell' aborto fino al momento della nascita, mentre il Massachusetts –
undicesimo Stato Usa a farlo – ha appena approvato analoga legge. Le immagini della
governatrice Healey ( cattolica !) e di un folto gruppo di donne in posa euforica al
momento della firma sono inquietanti.
Lo fu l’entusiasmo dei deputati francesi che inserivano in costituzione il diritto universale
all’ aborto e lavorano instancabili all’eutanasia di Stato. Il messaggio di fondo è lo stesso di
chi sostiene Lindsay Clancy, il diritto di uccidere e l’indifferenza per la vita. In un celebre
passo di Così parlò Zarathustra, Friedrich Nietzsche introdusse la figura dell'ultimo uomo.
“Prossimo è il tempo in cui l’uomo non potrà più generare nessuna stella! Ahimè! Prossimo
è il tempo del più spregevole tra gli uomini, che non saprà neanche più disprezzare se
stesso. La terra sarà allora divenuta piccina, e su di essa saltellerà l’ultimo uomo che
rimpicciolisce ogni cosa. La sua razza è tenace come quella della pulce; l’ultimo uomo vive
più a lungo di tutti. Noi abbiamo inventato la felicità, dicono, ammiccando, gli ultimi
uomini. “ E ancora: “di quando in quando un po’ di veleno: ciò produce sogni gradevoli. E
molto veleno alla fine, per procurarsi una piacevole morte. “
La caratteristica dell’ultimo uomo occidentale è l'estrema mediocrità del suo spirito che
cerca solo comodità e sicurezza a norma di legge, rifuggendo ogni rischio. Un essere stanco
della storia che ha trasformato il proprio io minimo nella misura universale del mondo;
piccolo e grigio, edonista ed egoista, allergico a tutto ciò che sa di grandezza o di passione,
indifferente alla bellezza e al dolore, che chiama felicità la sua meschinità. L'ultimo uomo
è l'archetipo del nichilismo passivo, che distrugge attraverso l’ indifferenza e la negazione
generalizzate. L’intuizione nietzschiana fu incompresa. Oggi la capiamo perché è sotto i
nostri occhi: viviamo in società plasmate dal nichilismo degli ultimi uomini.
La vicenda di Lindsay Clancy conferma che il presente è non solo l'epoca dell'ultimo uomo,
ma anche dell'ultima donna. L’ uno esprime l'estinzione dei valori classici della virilità,

l’altra incarna la scomparsa dei valori femminili. Il discorso femminista, soddisfatte da
tempo le richieste di uguaglianza materiale e giuridica, si è spostato su temi che celano i
germi dell'annientamento. In primo luogo l'idea che chiunque possa essere donna se si
percepisce come tale (l’impostura queer), che implica la scomparsa della donna reale,
materiale, in carne ed ossa. Poi la nozione secondo cui l'emancipazione consiste nell’odiare
ciò che fonda la specificità femminile, il potere immenso di dare la vita, sino all’
infanticidio.
Se la tua identità consiste nel cancellare i tratti oggettivi che la definiscono; se la tua libertà
risiede nel distruggere ciò che soltanto tu puoi generare, uccidere il frutto del tuo grembo,
allora tu, donna, cessi di esistere. La narrazione femminista estrema ha finito per portare
alla morte della donna, manifestazione suprema di un'ideologia che ha già dissolto
l’universo maschile. L'aspetto positivo di ciò che segna una fine è la speranza di un nuovo
inizio. Nessuna società può sopravvivere con uomini che hanno smesso di essere uomini e
donne che hanno smesso di essere donne. Goethe chiamò Mefistofele “ spirito che sempre
nega”, una definizione magistrale del nichilismo. La vorace sequenza di negazioni del
mondo moderno ci ha condotti al punto in cui non si può più negare nulla perché tutto è
già stato negato. Dobbiamo ricostruire sul vuoto e recuperare le nozioni antropologiche
fondamentali — uomo, donna, bene, male—uniche condizioni per la

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