❌

Normal view

Chi accede al suicidio assistito va all’inferno

6 September 2026 at 17:16

Luigi Copertino il 2026-09-06 12:40

IL VANGELO SECONDO ZAIA:

L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo.

La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano “i cattivi”.

Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no. Non è il cattolicesimo che deve “capire”, caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.

Daniele Trabucco

Facebook

L'articolo Chi accede al suicidio assistito va all’inferno proviene da Blondet & Friends.

… e alla Fraternità, la scomunica

6 September 2026 at 17:08

CONQUISTATI: Il Vaticano di Papa Leone ha collocato un tappeto da preghiera musulmano all’interno della Biblioteca Apostolica e l’ha chiamato ospitalità.

Madre Miriam l’ha messo in piazza apertamente: «Il Papa ha concesso ai musulmani una sala per la preghiera nella biblioteca vaticana. Perché permettereste a SATANA di entrare nella biblioteca vaticana?! È FOLLE!»

Nell’ottobre 2025, il vice prefetto della biblioteca, padre Giacomo Cardinali, ha rivelato il retroscena a La Repubblica.

«Alcuni studiosi musulmani ci hanno chiesto una stanza con un tappeto per pregare e noi gliel’abbiamo concessa.» L’ha avvolto in discorsi di «biblioteca universale» perché gli scaffali contengono antichi Corani.

Catholic News Agency ha confermato che i ricercatori musulmani in visita hanno il permesso di usare una stanza sul posto.

Dopo lo scandalo, Roma ha cercato di ridimensionarlo a una sala di lettura usata un paio di volte. Hanno comunque detto sì. Hanno comunque creato spazio per la preghiera islamica all’interno della casa dei libri del papa stesso.

Leone XIV ha passato il suo pontificato tra ricevimenti interreligiosi e «fraternità umana», mentre i cristiani vengono cacciati dal Nigeria al Medio Oriente e mentre La Mecca vieta ancora a un cattolico di camminarci dentro.

Il Primo Comandamento non ha ricevuto un lasciapassare da visitatore. Cristo non è un tappeto di cortesia. Se l’uomo sulla sedia di Pietro non sa difenderlo entro le mura vaticane, la resa è già avvenuta.

#Vatican #Pope

L'articolo … e alla Fraternità, la scomunica proviene da Blondet & Friends.

Un barchino di migranti tenta lo sbarco a Santa Margherita di Pula, messo in fuga dai bagnanti

6 September 2026 at 09:45
Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Intanto altre trenta persone sono sbarcate oggi a Porto Pino

di Sara Panarelli

Per le ultime notizie entra nel nostro canale Whatsapp

Scoppia il centro di accoglienza di Monastir: altri 86 clandestini arrivati sulle coste del sud Sardegna

Un barchino con otto migranti a bordo avrebbe tentato di raggiungere la riva a forte velocità davanti allo stabilimento El Tiburon Beach, a Santa Margherita di Pula, nel Cagliaritano. L’episodio è avvenuto intorno alle 15 e, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, si è concluso con una rapida inversione di rotta dell’imbarcazione dopo la reazione dei bagnanti.
Il conducente, mentre il natante si avvicinava alla battigia, avrebbe poi puntato nuovamente verso il largo dirigendosi a tutta velocità in direzione di Cagliari. La scena ha suscitato preoccupazione tra le persone presenti in spiaggia, anche alla luce del precedente incidente avvenuto a Tuerredda lo scorso 16 agosto, quando una turista era stata travolta da un’imbarcazione con a bordo migranti mentre faceva il bagno. Nell’occasione la donna aveva riportato gravi ferite ed era stata soccorsa dopo aver rischiato di annegare. Per quell’episodio era stato arrestato uno scafista algerino di 28 anni.
“Si è rischiata l’ennesima tragedia sulle coste di Santa Margherita”, denuncia Massimo Vargiu, segretario provinciale del Siulp. “Siamo sconcertati che imbarcazioni a motore riescano ad arrivare fino a riva con il motore acceso. Evidentemente sulle nostre coste non c’è nessun controllo. I cittadini in vacanza o al mare devono sentirsi sicuri e tutelati”.
Secondo i dati citati dal sindacato, nella sola giornata di oggi sono stati registrati una trentina di sbarchi nel Sulcis e nel Sud Sardegna, in particolare nella zona di Porto Pino.

 

Previous Post

Calasetta, divampa un incendio a causa di un bengala: beccati i responsabili

Next Post

Cagliari, le garanti degli animali si dimettono: «Così non si poteva lavorare». Farris: «È tutto fermo, 60 Mila euro ancora liberi»

Cagliari, le garanti degli animali si dimettono: «Così non si poteva lavorare». Farris: «È tutto fermo, 60 Mila euro ancora liberi»

Casteddu Online – P.I. IT03410570927 Testata registrata presso il tribunale di Cagliari n. 5/12

Hosting gestito da Monrif Net Srl
Via Mattei, 106, 40138 Bologna (BO)
P.Iva 12741650159

La testata usufruisce del contributo della Regione Sardegna Assessorato della Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport. legge regionale 13 aprile 2017 n. 5, art. 8 comma 13

Copyright © 2026

L'articolo Un barchino di migranti tenta lo sbarco a Santa Margherita di Pula, messo in fuga dai bagnanti proviene da Blondet & Friends.

lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale

6 September 2026 at 09:38

Ventuno delle più grandi banche e istituzioni finanziarie del mondo, tra cui Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Deutsche Bank, UBS e Wells Fargo, stanno formando una nuova società per emettere una stablecoin agganciata al dollaro USA, con il lancio previsto per la prima metà del 2027.

La moneta opererà in conformità con il GENIUS Act, che richiede una riserva uno-a-uno e la piena aderenza alle normative USA in materia di antiriciclaggio e sanzioni. Da una prospettiva, questo potrebbe essere visto come uno sviluppo positivo. Una stablecoin emessa privatamente potrebbe consentire pagamenti più rapidi e meno costosi, apparendo al contempo come un spostamento della creazione di valuta digitale lontano dalla Federal Reserve verso un sistema più decentralizzato e guidato dal mercato. Tuttavia, dobbiamo chiederci: chi sono queste istituzioni “private”? Sono gli stessi interessi bancari radicati nel sistema della Federal Reserve e nell’architettura finanziaria più ampia che ha controllato l’emissione e il movimento del denaro per generazioni.

Sebbene la Federal Reserve possa essere chiamata “federale”, non è semplicemente un’agenzia governativa ordinaria, e spostare la valuta digitale dalla Fed a un consorzio di banche globali non sposta necessariamente il potere lontano dalle stesse istituzioni finanziarie. Tecnicamente, questa non è una valuta digitale della banca centrale (CBDC), ma potrebbe creare una porzione significativa dell’infrastruttura necessaria per una: denaro digitale tracciabile, verifica dell’identità, controlli sulle sanzioni e la capacità di bloccare o congelare transazioni. Potrebbe offrire miglioramenti reali al sistema finanziario, costruendo simultaneamente l’architettura per un controllo programmabile.

È questa una liberazione finanziaria, o un altro passo verso una distopia tecnocratica? Forse, per ora, la risposta scomoda è che potrebbe essere entrambe le cose.

L'articolo lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale proviene da Blondet & Friends.

Guerra civile in Ucraina?

5 September 2026 at 17:20

🚀💥 I media ucraini riportano che il drone che ha colpito l’edificio della sede centrale della SBU in via Vladimirskaya a Kiev (coordinate 50.45058, 30.51552), sarebbe stato lanciato dal territorio ucraino. 1/10

Tutto indica una continuazione del feroce confronto armato – letteralmente – tra l’Agenzia della sicurezza ucraina SBU e la Direzione Principale dell’Intelligence militare GUR.

Citazione
Lukyluke31
@Lukyluke311

2 set
❗️Sparatoria nella notte al numero 10 di via Yuri Shuma a Kiev tra agenti dei servizi segreti SBU e dell’intelligence militare GUR.  — interessante: tra loro discutevano in russo. 1/3

L'articolo Guerra civile in Ucraina? proviene da Blondet & Friends.

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

5 September 2026 at 07:49
Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

L’Adige

4 Set 2026 | Editoriali & commenti

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

(Alessandro Rancani) Tra le parole che da sempre più mi affascinano c’è “Civiltà”. Al di là della sua origine etimologica, questo termine racchiude un significato profondo. In una sola parola troviamo il connubio di aspetti culturali, sociali e spirituali che caratterizzano una comunità. A differenza di una semplice società, una civiltà si definisce tale perché i suoi membri condividono regole e prospettive che nascono dal passato e fanno da guida per il futuro. La Civiltà è un percorso, una conquista, il vero progresso.

Il suo opposto è l’inciviltà: la dissoluzione della comunità in singoli egoismi, l’interruzione di un cammino comune, il caos. L’era dei disvalori e l’autoestinzione. Le civiltà si estinguono per annientamento da parte di un invasore o per autoestinzione. Nell’era moderna, il miraggio dell’appagamento materiale ed effimero ha sostituito l’eternità della bellezza artistica e architettonica, specchio di una visione condivisa. Oggi l’educazione e il rispetto vengono sopraffatti dall’insolenza, mentre l’etica cede il passo ai disvalori.

L’ultimo baluardo di una civiltà è la difesa dei membri della sua stessa comunità, elemento essenziale per sopravvivere e prosperare.

La nostra cultura, dopo essere stata un faro per millenni, negli ultimi decenni ha subito attacchi pesanti. Il progressismo, le dinamiche migratorie e l’abiura dei valori spirituali hanno ridotto l’Italia e l’Europa a un malato terminale.

Il voto in Veneto sul suicidio assistito e il “requiem” della politica

È proprio la stretta attualità a offrirmi lo stimolo per l’ennesima riflessione sulla strada che abbiamo intrapreso, una strada che porta dritta alla tomba. Ieri il Consiglio regionale del Veneto ha approvato a larga maggioranza la legge sul suicidio assistito, prima tra le regioni a guida di centro-destra. Non mi sorprende — poiché ormai da tempo non faccio distinzioni tra schieramenti — che i rappresentanti di facciata di un mondo che dovrebbe difendere la sacralità della vita abbraccino disvalori opposti al mandato ricevuto dagli elettori in buona fede.

A guidare la recita del requiem della nostra civiltà troviamo quasi tutti i consiglieri della Lega, apparsi decisamente più determinati nell’approvazione del “fine vita” che nell’attuazione dell’autonomia, votata dalla quasi totalità dei veneti. La peggiore delle inciviltà. La riflessione porta a una sola conclusione. Una civiltà che anziché assistere i propri cittadini nei momenti di massima fragilità li agevola a rinunciare alla vita, ha cessato di esistere. Una comunità che legalizza l’interruzione della vita dei suoi membri, dal concepimento alla morte naturale, è peggiore di un esercito invasore. Rappresenta il tradimento definitivo dei propri valori e l’incapacità di garantire un futuro ai propri cittadini. In una parola: la peggiore delle inciviltà.

L'articolo Suicidio assistito e tramonto di una civiltà proviene da Blondet & Friends.

Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market

5 September 2026 at 07:45

Cronaca – di Leo Malaspina – 3 Settembre 2026 alle 16:57

Poveri, poverissimi, praticamente milionari. Alla faccia degli stereotipi sugli immigrati che vengono in Italia per sopravvivere, le cifre sulla comunità del Bangladesh, i bangladini o bengalesi, come vengono definiti, parlano di un business imponente, con un “fatturato” record tra le varie popolazioni di stanza qui da noi. Secondo alcune ricostruzioni, per la costruzione della contestata moschea a Mestre sarebbero stati raccolti fino a 15 milioni di euro, una cifra enorme, con donazioni anche di 30mila euro a persona. Per non parlare del business dei mini-market, che da qualche giorno si segnalano per la triste vicenda dello stupratore bengalese che si è approfittato di una bambina ed è stato liberato da un giudice molto “generoso”. Le cifre della Banca d’Italia, pubblicate oggi dal “Messaggero“, illuminano soprattutto il fenomeno del nordest d’Italia, nella provincia di Venezia.

I numeri dei bengalesi in Italia

Nel 2025 le rimesse inviate a Dacca dalla provincia veneziana hanno raggiunto la cifra record di 107,9 milioni di euro. Per fare un confronto, la seconda comunità per volume di invii (le Filippine) si attesta a 6,7 milioni. Nel 2005, con circa duemila residenti bangladesi, il flusso era inferiore a 400 mila euro. Dal 2006 è iniziato un incremento costante e imponente. L’aumento è legato alla crescita della popolazione bangladese sul territorio, all’abbattimento dei costi di trasferimento grazie alle tecnologie digitali e all’aumento dei redditi e delle imprese gestite da cittadini bengalesi (passate da venti a oltre mille).L’elevato ammontare dei fondi inviati all’estero contrasta con i bassi livelli di ISEE dichiarati in Italia, che consentono a molte famiglie di accedere al sistema di welfare locale e statale.

I dati su tutta Italia sono ancora più illuminanti. Nel 2024 dall’Italia sono stati inviati in Bangladesh 1,397 miliardi di euro, il 16,9% di tutte le rimesse in uscita dall’Italia. Nel 2025 il Bangladesh è rimasto al primo posto e la quota è salita addirittura al 19,6%. Considerando 8,6 miliardi complessivi di rimesse nel 2025, significa circa 1,69 miliardi di euro diretti in Bangladesh in un solo anno.

C’è poi una presenza imprenditoriale significativa. Al 31 dicembre 2024 in Italia risultavano 392.751 titolari di imprese individuali nati in Paesi extra-UE; i bangladesi rappresentavano una quota prossima o superiore al 5%, quindi nell’ordine di oltre 20 mila imprenditori individuali.

L'articolo Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market proviene da Blondet & Friends.

Quel che la Meloni avrebbe potuto fare

4 September 2026 at 16:06

SE NON TRADIVA LA SUA CULTURA POLITICA – E NON HA FATTO. LE OCCASIONI MANCATE DELLA SOVRANISTA DELLA GARBATELLA (e non si trovi giustificazioni nella cosiddetta “realpolitik” perché questa è soltanto un momentaneo compromesso  in circostanze date, mentre qui stiamo parlando di trasformismo ovvero di ripudio della “destra sociale” per abbracciare il conservatorismo liberale: né più ne meno di ciò che a suo tempo fece Gianfranco Fini). L.C.

Travaglio non è simpaticissimo, ma quando ha (sostanzialmente) ragione, ha ragione (Massimo Maraviglia):

Quattro anni fa Giorgia Meloni aveva una grande occasione: spogliarsi degli abiti di capofazione per indossare quelli di rappresentante di tutti e conquistare consensi fuori dal suo recinto, senza recidere le radici del suo passato. Che non è il fascismo del Duce, come troppi superficialmente dicono, ma la destra sociale, legalitaria, multipolare, eurocritica e antiamericana: quella che, oltre a tanti brutti ceffi e fenomeni da baraccone, affascinava anche Paolo Borsellino e tuttora vanta intellettuali irregolari come Cardini, Tarchi, Veneziani, Buttafuoco, Foa.

La Meloni avrebbe potuto scegliersi un ministro della Giustizia borselliniano, anziché il berlusconiano Nordio. Mettere agli Esteri e alla Difesa due uomini del dialogo col Sud e l’Est del mondo, anziché i pappagalli Nato Tajani e Crosetto. Piazzare all’Economia e al Lavoro esponenti della destra sociale anziché il rigorista Giorgetti e l’imbarazzante Calderone. Difendere e magari affinare il reddito di cittadinanza, anziché gettare sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie. Tassare i profitti extra di banche, assicurazioni, Big Pharma, Big Tech e Big Oil e combattere l’evasione, rastrellando risorse per politiche espansive su investimenti, salari, caro-energia, sanità e lotta all’immigrazione irregolare. Far funzionare la giustizia anziché sfasciarla e perder tempo (e schiantarsi) sulla separazione delle carriere. Infilarsi nelle spaccature di un’Ue sfarinata per fare alleanze pragmatiche con chiunque, a destra (Orbán) e a sinistra (Sánchez), mettesse in dubbio gli euro-dogmi dell’austerità, del bellicismo, del riarmo, della russofobia e della sudditanza a Kiev e a Tel Aviv. Aiutare gli ucraini e i russi, gli israeliani e i palestinesi con l’unica opzione utile: i negoziati, candidando Roma come campo neutro per ospitarli. Sfruttare l’amicizia con Trump per dirgli Sì quando ci conveniva – cioè sulla fine della guerra ucraina e dello sterminio a Gaza – e No sui dazi, il 5% di Pil alla Nato, il suo Gnl al quadruplo del prezzo russo, gli acquisti di armi da regalare a Zelensky, le aggressioni al Venezuela e all’Iran: invece gli ha detto No quando doveva dire Sì e viceversa.

Ha preferito tirare a campare rinnegando il sovranismo degli interessi d

L'articolo Quel che la Meloni avrebbe potuto fare proviene da Blondet & Friends.

La corsa a portar via l’oro dagli Stati Uniti

4 September 2026 at 16:00

Ieri è stato riportato che i Paesi Bassi hanno appena trasferito circa 86 tonnellate delle loro riserve auree da New York e Ottawa a Londra, citando esplicitamente “la crescente instabilità geopolitica” e la necessità di prepararsi a gravi crisi.

La banca centrale olandese afferma che l’oro custodito a Londra può essere prelevato e scambiato più rapidamente in caso di emergenza rispetto all’oro conservato a New York o in Canada.

Un linguaggio meravigliosamente edulcorato da parte di una banca centrale per veicolare un messaggio che, a mio avviso, sembra essere: “la fiducia negli Stati Uniti come detentori dell’oro mondiale… e probabilmente come pilastro dell’economia globale… sta diminuendo”.

In entrambi i casi, ciò significa che i Paesi Bassi hanno di fatto deciso che, in caso di crisi globale, preferirebbero che una quota significativamente minore delle loro riserve auree di ultima istanza si trovasse in Nord America.

Prima di questa operazione, il 31,3% dell’oro olandese si trovava a New York, il 19,7% a Ottawa e il 18,1% a Londra. Ora New York e Ottawa detengono ciascuna il 18,5%, mentre Londra è balzata al 32,1%. I Paesi Bassi possiedono complessivamente 612,4 tonnellate d’oro.

Tecnicamente, non tutte le 86 tonnellate sono state caricate su aerei e trasportate attraverso l’Atlantico. La Banca Nazionale Olandese (DNB) ha venduto circa 59 tonnellate a New York e ha acquistato una quantità equivalente di oro a prezzi di mercato a Londra. Oltre 27 tonnellate sono state fisicamente trasferite dagli Stati Uniti e dal Canada ai Paesi Bassi, mentre una quantità simile è stata spostata dai Paesi Bassi a Londra.

La distinzione è rilevante dal punto di vista operativo. Economico, non tanto. Il risultato è una minore quantità di riserve olandesi a New York e una quantità considerevolmente maggiore a Londra.

E abbiamo già visto situazioni simili in passato. Nel 2014, i Paesi Bassi hanno fisicamente riportato a casa 122,5 tonnellate d’oro da New York. Successivamente, la Germania ha completato il trasferimento di 300 tonnellate da New York a Francoforte. E tra luglio 2025 e gennaio 2026, la Francia ha eliminato le sue rimanenti riserve auree a New York, sostituendo le 129 tonnellate lì detenute con lingotti standard ora custoditi a Parigi. La Francia afferma che tale decisione è stata dettata da ragioni di efficienza commerciale, non politiche, il che è comprensibile. Ciononostante, i lingotti sono finiti a Parigi anziché a New York.

Anche l’India ha ridotto drasticamente la quota del suo oro detenuta all’estero, sebbene la maggior parte di tale rimpatrio abbia riguardato oro custodito a Londra piuttosto che negli Stati Uniti.

Questa mi sembra una tendenza molto evidente verso un maggiore controllo da parte delle banche centrali sull’unico asset di riserva che non rappresenta un debito per nessun altro.

L’oro non richiede a Washington di rimborsarti. È curioso come questa caratteristica diventi attraente quando Washington ha un debito di oltre 40 trilioni di dollari.

Come ho ripetuto per un decennio, l’intero sistema finanziario moderno è in definitiva tenuto insieme dalla fiducia e dalla moneta fiat. Il dollaro funziona perché tutti credono che tutti gli altri continueranno ad accettarlo. I titoli del Tesoro funzionano perché il mondo crede che gli Stati Uniti onoreranno i propri debiti senza distruggere il potere d’acquisto della valuta utilizzata per ripagarli.

È la fiducia, non la matematica o l’economia di base, che spinge persone come Paul Krugman ad affermare cose come “il debito è denaro che dobbiamo a noi stessi”.

È ciò che permette a Stephanie Kelton di scrivere un libro intitolato “Il mito del deficit”.

Per decenni, questa fiducia ha permesso all’America di godere del più grande sistema di finanziamento immaginabile: accumulare debiti senza preoccuparsi di ripagarli, mentre ci trasformiamo in codardi viziati e presuntuosi riguardo ai mercati azionari perché crediamo che la Fed possa, e sempre lo farà, salvarci al primo segno di difficoltà.

Ma stanno emergendo piccole crepe ovunque.

Il dollaro domina ancora le riserve globali, quindi le affermazioni sulla sua imminente scomparsa sono prive di fondamento. Nel primo trimestre del 2026, l’oro rappresentava il 57,13% delle riserve valutarie dichiarate. Si tratta però di un calo sostanziale rispetto ai livelli superiori al 70% registrati all’inizio del secolo.

Nel frattempo, le banche centrali sembrano non averne mai abbastanza di questa “barbara reliquia”.

Nel 2025 hanno acquistato 863 tonnellate d’oro, dopo tre anni consecutivi di acquisti superiori alle 1.000 tonnellate. L’indagine del World Gold Council del 2026 ha rilevato che l’89% dei gestori delle riserve prevede un aumento delle riserve auree delle banche centrali globali nel corso dell’anno successivo, mentre un record del 45% si aspetta che la propria istituzione acquisti di più.

A quanto pare, nessuno ha detto ai banchieri centrali di tutto il mondo che l’oro è solo una pietra luccicante. Inoltre, come ho ripetutamente sottolineato qui con il mio amico Andy Schectman, qualcosa di insolito è accaduto anche al COMEX.

I dati di DBS mostrano circa 289.000 avvisi di consegna dell’oro durante i primi nove mesi del 2025, contro circa 119.000 nello stesso periodo del 2024… circa 2,4 volte di più. Un avviso di consegna trasferisce la proprietà del metallo consegnabile; non significa necessariamente che qualcuno faccia immediatamente scalo con un furgone blindato Brinks al magazzino. Ma è un’ulteriore indicazione dell’aumento della domanda di regolamento fisico.

L’oro si muove. Le banche centrali lo stanno acquistando. I paesi lo stanno riposizionando. E sempre più spesso, vogliono sapere esattamente dove si trova

L'articolo La corsa a portar via l’oro dagli Stati Uniti proviene da Blondet & Friends.

Il Ministro giapponese rivela…

4 September 2026 at 12:49

Alex Jones intervista l’ex ministro delle Finanze giapponese. Sottotitoli in italiano 🇮🇹 Ex Ministro giapponese confessa: Abbiamo consegnato il sistema finanziario perché ci hanno minacciato con la macchina dei terremoti. Quando è stato interrogato Heizo Takenaka (ex ministro delle Finanze giapponese) riguardo alla consegna del controllo sul sistema finanziario giapponese a un gruppo di oligarchi americani ed europei. Ha detto che Takenaka e il suo emissario gli hanno riferito che il motivo era la minaccia al Giappone con una «macchina dei terremoti».

Inizialmente non ha creduto alla storia. Ma dopo che ha iniziato a rivelare alcune delle cose che questi fanno, la polizia di sicurezza giapponese gli ha detto che la città di Niigata sarebbe stata colpita da un terremoto a causa di ciò che ha detto su siti come rense.com.

Due giorni dopo si sono verificati due terremoti di magnitudo 6.8, con epicentro vicino al più grande reattore nucleare del Giappone. Ha considerato ciò una coincidenza eccessiva, così ha indagato sul programma HAARP, e ha detto che dirigono onde a microonde con potenza di un miliardo di watt verso l’ionosfera per sollevarla e poi rimbalza, e che il suo rimbalzo può causare terremoti se la frequenza è calibrata sulle rocce sotto il sito target (lo paragona al canto di una cantante d’opera che rompe il vetro o al suono delle unghie sulla lavagna).

L'articolo Il Ministro giapponese rivela… proviene da Blondet & Friends.

Il Jerusalem Post ha perso la ragione

4 September 2026 at 12:42

@SprinterPress

La pubblicazione israeliana “Jerusalem Post” ha pubblicato un articolo editoriale su come gli Stati Uniti potrebbero fornire personale per un’invasione terrestre dell’Iran. I calcoli della pubblicazione mostrano che affrontare il sistema di difesa dell’Iran richiederebbe tra 750.000 e 1,5 milioni di effettivi, mentre il numero attuale di militari americani in servizio attivo è di circa 452.000. La soluzione proposta non è una leva, ma la cancellazione del debito. L’americano medio tra i 18 e i 34 anni ha debiti non ipotecari superiori a 40.000 dollari. La proposta prevede la cancellazione completa di questo debito dopo 24-36 mesi di servizio, simile al programma GI Bill e alle esenzioni dalla leva in vigore durante la guerra del Vietnam, per attirare i giovani americani a servire in una guerra che Washington non può vendere all’opinione pubblica. La pubblicazione è fiduciosa che, in questo caso, gli Stati Uniti sarebbero in grado di assemblare una forza sufficiente per un’invasione terrestre dell’Iran al fine di garantire la vittoria di Israele.

L'articolo Il Jerusalem Post ha perso la ragione proviene da Blondet & Friends.

Avanza l’analfabetismo funzionale

3 September 2026 at 17:27

La polemica tra Stefano Bonaccini e Giorgia Meloni in merito all’asserita ignoranza dell’elettore medio di destra mi ha fatto perdere qualche amico permaloso, perché ho riconosciuto la verità della riflessione dell’esponente ex comunista.

L’elettore di destra è oggi “maggioritariamente chi ha poco studiato, vive nelle aree interne, nelle periferie delle città e chi sta peggio economicamente”.

Lo conferma ogni analisi sociologica.

Bonaccini avrebbe dovuto aggiungere, per completare l’identikit, che la destra prevale tra gli uomini ed è minoritaria tra le donne.

Lungi dal suscitare un serio dibattito sui motivi di tale cambiamento antropologico – impensabile venti o trent’anni fa – la reazione a destra è stata iraconda.

Nulla di strano: a nessuno piace ascoltare l’elenco dei propri limiti sulla bocca degli avversari. Tanto più se la boria, la presunzione intellettuale, il sarcasmo, il disprezzo per l’altro, il neo classismo sono l’immagine insopportabile della sinistra 2.0 lontana dal popolo.

Il punto, tuttavia, è che non solo non si valuta seriamente la mole di cambiamenti intervenuta nella composizione della popolazione, nella diversità degli interessi rispetto al passato, nelle dinamiche di consenso e dissenso, ma ci si attarda in baruffe simili a quella tra i capponi di Renzo, che si beccavano a vicenda ma erano destinati tutti a finire nella pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Non possiamo aspirare a un popolo di dotti, ma la realtà, aggravata dall’affidamento cieco alla Rete, all’Intelligenza Artificiale, in generale alla tecnologia, cioè ai suoi padroni, è che il potere sta plasmando generazioni di ignoranti, analfabeti di ritorno indipendentemente da diplomi, lauree e master.

È in atto una lotta per impadronirsi della mente umana, un’ampia operazione volta al controllo della coscienza. Controllando ciò che pensano, si gestiscono i popoli e si organizza il futuro.

Geopolitica della mente: è la formula di Fabrizio Fratus, sociologo e intellettuale comunitarista.

Si estende l’analfabetismo funzionale, la condizione di chi è incapace di comprendere, valutare, utilizzare testi scritti.

Un risultato della società dell’immagine e dell’immediato?

Certamente, ma vi è di più.

L’analfabeta di ritorno ha difficoltà a comprendere testi semplici, eseguire calcoli matematici, non ha conoscenza dei fenomeni storici e il suo pensiero non sa essere critico. Il tutto anche se il soggetto ha ricevuto un’educazione scolastica e un titolo di studio.

L’analfabeta funzionale non sa di esserlo.

Il numero è altissimo in Italia: un’indagine dell’OCSE stima che si tratti del 27 per cento della popolazione adulta, la più elevata in Europa.

Il 5,5% comprende solo informazioni elementari in testi molto brevi, mentre il 22,2% capisce testi digitali o cartacei solo se brevi: oltre quindici milioni persone.

Il fenomeno colpisce diverse fasce demografiche, di cui tre milioni sono giovani. Quasi tutti hanno un lavoro, spesso manuale o ripetitivo.

Un connazionale su cinque si informa unicamente attraverso la televisione: non legge libri e giornali, non va a teatro, al cinema, non ascolta musica. Non ha particolari interessi, non riceve stimoli cognitivi.

È, tuttavia ,assai attivo sulle reti sociali, analizza le situazioni prendendo in considerazione unicamente la propria vita e il proprio microcosmo, sola realtà a cui ha accesso. È l’uomo della moderna caverna di Platone.

Secondo Fratus “oltre il settanta per cento delle persone non sono in grado di comprendere quanto dicono e ripetono come pappagalli”.

Leggono, ascoltano, guardano ma non capiscono.

Ogni giorno parliamo di politica, lavoro, sport, religione e di qualsiasi altro argomento ripetendo quanto il cervello ha immagazzinato senza avere elaborato i concetti.

In uno scambio di battute spesso non siamo capaci di spiegare quanto appena ascoltato e ricostruire il ragionamento sottostante.

Non siamo coscienti della complessità della realtà oggettiva; percepiamo esclusivamente i passaggi più semplici, elaborati senza capacità logica, razionale e riflessiva.

Da civiltà della ragione siamo divenuti una società delle emozioni, dell’immediato, come teorizzò Zygmunt Bauman.

L’evoluzione tecnologica, niente affatto neutra, guidata dai suoi padroni, ha semplificato al massimo azioni e pensieri, diminuendo le nostre capacità logiche.

L’analfabetismo funzionale non è una condizione prodotta solo dalla scarsa istruzione.

Un esempio proposto da Fratus è illuminante: cento persone accendono la TV per guardare I Promessi Sposi. Nella sala a fianco, altrettante leggono il libro. La differenza è immensa. La visione porta via meno tempo, ma nel nostro cervello avvengono fenomeni del tutto diversi.

Chi ha guardato il film, lo racconterà più o meno allo stesso modo: colori, figure, percezioni. Chi si è immerso nella lettura, farà commenti così diversi da credere che abbiano letto libri differenti.

Dinanzi allo schermo il cervello non lavora. Guardiamo, ascoltiamo, ma restiamo passivi, non creiamo connessioni, ossia sinapsi. Leggere un libro rende attivi: il cervello si accende, produce immagini e personaggi diversi configurati in base alle nostre esperienze.

Passiamo ore dinanzi agli schermi televisivi e allo smartphone. Non ascoltiamo – tanto meno seguiamo – argomentazioni complesse, per cui ci abituiamo a ragionamenti semplici che spengono progressivamente il cervello.

Diminuiscono intuizione, analisi, collegamento tra conoscenze, testi, temi diversi: la cultura, alla fine.

Uguale è il risultato dell’uso del navigatore GPS. Come facevamo senza? Eppure era normale consultare una cartina o chiedere informazioni. Il resto riguardava la memoria, l’orientamento, il buon senso.

Con il navigatore seguiamo la voce elettronica e l’immagine, obbedienti, senza ragionare, senza capire. Anche i cartelli di divieto vengono ignorati se la voce del tecnopadrone ordina di proseguire.

Il titolo di un vecchio film prendeva di mira il turismo organizzato di masse inconsapevoli: Se è giovedì, deve essere il Belgio. E non avevamo ancora il magico smartphone, la propaggine del padrone insinuata dentro di noi.

Portiamo in tasca un apparecchio che riduce progressivamente la nostra capacità intellettiva in quanto immagine: una piccola televisione che illude mentre guida e agisce nel nostro cervello rendendoci schiavi delle immagini, assuefatti ad una realtà che ci rilassa mentre ci spegne.

Il cervello si plasma su frammenti che scorrono veloci, predefinite; gli algoritmi propongono i contenuti che ci piacciono e ci trattengono sull’applicazione.

Google stima la durata della concentrazione media in otto secondi. Inevitabilmente sfuma la capacità di comprensione del mondo esterno. Lenti, passivi, ottusi, ci abituiamo a ripetere quanto riceviamo da altri senza rielaborarlo, senza argomentare.

Ci accapigliamo sui flussi elettorali legati ai titoli accademici, intanto l’ignoranza avanza, il pensiero svanisce – decrescita felice, per molti – il conformismo dilaga e si alimenta della reiterazione degli stessi messaggi.

Diventiamo incapaci di fare autonomi collegamenti. Prediligiamo la banalità, il facile accesso. Perfino fatti indiscutibili per migliaia di anni vengono revocati in dubbio e gettati nel baule del vecchiume perché non in linea con oggi.

E domani?

Chi ci dirige facendoci credere nella libertà delle nostre scelte sa che il cervello è un organo plastico che può essere modellato. La neuroplasticità può determinare cambiamenti nella sua struttura fisica.

Ciò include “la formazione di nuove sinapsi, la crescita di dendriti (le estensioni dei neuroni) e la creazione di nuovi neuroni attraverso un processo chiamato neurogenesi”. (F. Fratus).

Tutto induce a pensare (il verbo verrà presto abbandonato?) che l’Intelligenza Artificiale moltiplicherà l’analfabetismo funzionale, con effetti enormi su chi già non è capace di comprendere.

Esempi di Intelligenza Artificiale semplice sono gli assistenti digitali che rispondono alle domande, forniscono suggerimenti, organizzano la giornata. Grazie alla plasticità del cervello diventano insostituibili.

È solo l’inizio: le grandi potenze e l’apparato tecnologico lavorano a trasformare tutti gli aspetti della vita.

Quattro milioni di italiani rischiano il lavoro nei prossimi anni, nella vaga speranza che possano riconvertirsi nei servizi. Metà degli impieghi sono automatizzabili. Non è questione di ignoranza o cultura.

Riusciamo a comprendere che il gatto si morde la coda, ossia che sostituire gli esseri umani richiederà la diminuzione drastica della popolazione e, intanto, produce povertà?

Silvia Ciucciovino, docente di diritto del lavoro, scrive: “l’adozione dell’IA impatta sull’esercizio delle libertà economiche e sul ruolo gerarchico dell’imprenditore. È suscettibile di accrescere l’intensità dei tipici poteri datoriali e del committente e, più in generale, le prerogative manageriali e organizzative e, con esse, anche l’asimmetria informativa che connota il rapporto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta di libertà, poteri, prerogative che non possono essere annullati o compressi oltremisura, ma devono trovare un giusto bilanciamento con la protezione dei diritti delle persone che lavorano“.

Nessuno ce lo sta dicendo, perché l’informazione è proprietà privata dei soliti noti e anche le scelte elettorali sono orientate – anzi, direttamente determinate – dal vertice della piramide.

L’uso di algoritmi di IA è sfruttato per la manipolazione dell’opinione pubblica attraverso la diffusione mirata di informazione o disinformazione.

La dipendenza da sistemi automatizzati riduce la capacità di svolgere compiti manuali e prendere decisioni indipendenti.

Le libere scelte non esistono più; se aggiungiamo l’analfabetismo funzionale, si comprende che siamo manovrati in ogni momento.

Cancellare la capacità di elaborazione, di memoria, l’analisi di quanto avviene attorno a noi, consente di controllare le persone. In una società individualista e materialista, creare soggetti non in grado di pensare e capire rende facilissimo soggiogarli.

Tra popolazioni rese incapaci di riflessione, regredite all’ignoranza, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale rende immenso il potere di chi la possiede, orienta, programma, controlla.

Tecnototalitarismo in cui saremo incapaci di valutare e distinguere la realtà, inconsapevoli strumenti di chi detiene la tecnologia.

Queste le sono le poste in gioco, non le futili schermaglie a uso delle opposte tifoserie della politica, il più debole dei poteri, fungibile, intercambiabile, eterodiretto.

L'articolo Avanza l’analfabetismo funzionale proviene da Blondet & Friends.

Venezuela: la nostra ENI si accaparra il giacimento

3 September 2026 at 17:19

Dopo l’operazione lampo americana in Venezuela, volta a rimuovere l’uomo della City Maduro, il petrolio è sotto controllo sovranista. Con gli accordi in essere, adesso a guadagnarci è anche il popolo venezuelano che può finalmente avere un futuro di benessere e prosperità. Italia sempre più Hub energetico mediterraneo

L’ad di ENI Descalzi:

«Il Venezuela può così imboccare un percorso di sviluppo energetico e crescita economica che potrà portare grande beneficio alla popolazione locale e alla disponibilità energetica globale»

Dopo 16 anni e un furioso calcio nel deretano della City di Londra da parte di Trump, il Venezuela firma l’accordo storico con la nostra ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.
Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

L'articolo Venezuela: la nostra ENI si accaparra il giacimento proviene da Blondet & Friends.

Caso della bambina morta per difterite.La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico. Causa la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici 

3 September 2026 at 08:45
🌺
Da Luigi il 2026-09-01 23:41
Per proteggere la tua privacy le risorse remote sono state bloccate.

https://www.facebook.com/asclepio.salus?locale=it_IT

 

Quindi ecco le novità.
1) La famiglia della bambina morta a Palermo NON era “novax” (gli altri quattro figli sono stati tutti vaccinati).
2) La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico.
La causa o concausa del decesso sarebbe la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici che per sbaglio (gravissimo) o per un azzardo (non era disponibile l’antitossina in quel momento, mi chiedo io) hanno somministrato invece dell’antitossina l’anatossina.
Qui va spiegato un passaggio: la vaccinazione con l’infezione in corso è un errore “da manuale”.
 È altamente probabile una reazione da immunocomplessi. L’anatossina è un antigene. Se viene somministrata durante una fase in cui l’organismo ha già anticorpi contro quell’antigene, e si somma al già presente antigene batterico, il numero di immunocomplessi circolante può aumentare drammaticamente, precipitando e causando varie complicazioni locali, incluso danno d’organo ai reni e in altre sedi. Non il massimo per un soggetto già malato.
Aggiungo che, anche in assenza di reazione avversa la pratica non avrebbe senso per contrastare l’infezione in corso perché l’immunizzazione richiede un tempo tecnico per svilupparsi.
Se quanto riporta il Corriere è vero, la bambina potrebbe essere morta a causa di una vaccinazione, somministrata peraltro in condizioni in cui ogni medico dovrebbe sapere che non si deve praticare.
Insomma un caso in cui si sono mescolate le carte, vi è stata una comunicazione assai poco trasparente e si è montata una campagna moralistica contro i novax scambiando completamente il focus del problema.
Faccio anche notare che l’articolo, uscito con ampio ritardo, si guarda bene dal chiamare vaccino l’anatossina difterica, usando il più vago (per il popolo) termine “anatossina” appunto, perché sappiamo che esiste un movimento no vax ma certamente non un movimento no anatox, ed è meglio non dire che la figlia dei genitori novax (che molto probabilmente non erano nemmeno tali) è morta in conseguenza o per causa di una vaccinazione.
Atteso che anche questa ricostruzione potrà essere corroborata o smentita dalle future indagini (che speriamo si svolgano senza interferenze o pressioni), le istituzioni sanitarie ne escono ancora una volta coperte di merda e da ogni altro genere di escrementi.
La richiesta poi di correre a fare una vaccinazione di massa antidifterica in extremis per genitori renitenti o smemorati, atteso che ci sia mai stata negli ultimi giorni a Palermo questa corsa a mettersi in regola, è la ciliegina sulla torta da parte delle autorità sanitarie e del giornalismo locale.
——————-
Salta fuori la verità su Anna Rosa, la bambina morta di difterite. Altro che no-vax: il decesso è stato causato dai suoi “medici” incompetenti
Da quel momento i medici tentano di tutto
Prima non avevano saputo diagnosticare la curabile malattia, poi quando ci sono arrivati, sono entrati in modalità panico.
Anziché curare la piccola con antibiotici e antitossina, l’hanno vaccinata con infiammazione in corso, intensificando i sintomi (ADE).
Il tutto confermato anche dall’autopsia successiva: “sottoposta a cure particolarmente invasive”.
A quel punto scattano i relativi protocolli, con isolamento e richiamo del vaccino per il personale sanitario. Anna Rosa, invece, viene intubata e trasferita all’Ospedale dei Bambini Di Cristina. Da quel momento i medici tentano di tutto: dalla somministrazione del vaccino, all’emodialisi per ripulire il sangue. Viene anche attaccata all’Ecmo, la macchina per la circolazione extracorporea. Poi il trasferimento in terapia intensiva all’Ospedale Civico, dove muore alle 2.30 del 20 agosto per collasso multiorgano dovuto al batterio della difterite.
Come già scritto, questi signori non solo non devono più lavorare.
Devono pagare per i drammatici errori causati dalla loro ignoranza e scontare la giusta pena in carcere.
Un abbraccio fortissimo ai genitori di Anna Rosa.
corriere.it
L’ANTITOSSINA DI WIKIPEDIA 🌺🌺🌺
Nella tragica vicenda della bimba palermitana morta per difterite, l’aspetto di maggiore criticità riguarda la mancata somministrazione del siero antidfterico, ovvero dell’antidoto a base di immunoglobuline neutralizzanti, che con ottima probabilità le avrebbe salvato la vita.
E’ dunque alquanto curioso scoprire oggi che Wikipedia nella pagina in lingua italiana dedicata alla difterite incredibilmente non fa alcun cenno al siero come terapia, menzionando invece ampiamente il vaccino, che non c’entra nulla. Al contrario la medesima pagina ad esempio in lingua inglese divide opportunamente la prevenzione dalla terapia e in quest’ultima sezione tratta come primo presidio il siero, sottolineando come la sua somministrazione debba essere tempestiva.
“Italians not always do it better”
🌺

L'articolo Caso della bambina morta per difterite.La bambina sarebbe deceduta – scrive il Corriere – per un errore medico. Causa la somministrazione del vaccino in corso di malattia da parte dei medici  proviene da Blondet & Friends.

Batterie agli ioni di sodio: l’opportunità per l’Europa di una maggiore indipendenza dalle materie prime.

3 September 2026 at 08:37

La transizione verde richiede grandi quantità di minerali importati per la produzione di batterie. Attualmente si stanno sviluppando batterie a base di sale da cucina, che potrebbero ridurre la dipendenza dalle materie prime e rendere l’Europa più indipendente.

immagine principale dell'articolo

Presto le auto elettriche saranno alimentate da batterie agli ioni di sodio ad alte prestazioni.

Foto: Hendrik Schmidt/dpa

Tempo di lettura : 8 minuti.

In breve:

  • Le batterie agli ioni di sodio, basate sul sale da cucina, sono sul punto di entrare in produzione di massa.
  • Il sodio si trova in grandi quantità anche in Germania e in altri paesi dell’UE.
  • L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente .
  • La Cina prevede di lanciare sul mercato un’auto con batteria agli ioni di sodio entro la fine dell’anno.

Per diversi anni, lo sviluppo delle auto elettriche si è concentrato sulla disponibilità di litio per la produzione di batterie efficienti. Tuttavia, è attualmente in corso uno sviluppo tecnologico che potrebbe cambiare sia il mercato sia le tese dinamiche di potere che si sono create nella corsa a questo minerale.

Un’opportunità per l’Europa nella competizione globale

Secondo uno studio del Fraunhofer Institute for Battery Cell Research and Production (FFB), le batterie agli ioni di sodio basate sul sale da cucina sono prossime alla produzione industriale di massa. Questa potrebbe essere un’opportunità per l’Europa di migliorare la propria posizione nella competizione globale per le batterie e le materie prime chiave.
“Le batterie agli ioni di sodio sono già in produzione e offrono prestazioni discrete”, afferma Rickard Arvidsson, docente di analisi dei sistemi ambientali presso l’Università di Tecnologia Chalmers di Göteborg, in Svezia.
Sono attualmente in corso diversi progetti di ricerca che potrebbero contribuire a rendere l’Europa meno dipendente dai minerali necessari per le batterie del futuro. Ciò sarebbe possibile grazie alla presenza di grandi quantità di sodio in diverse località del continente. Tra i siti minerari si annoverano Zechstein (Germania), Kłodawa (Polonia), Twente (Paesi Bassi) e Cheshire nel Regno Unito.
“In generale, ha senso basare la produzione di massa su risorse abbondanti nelle immediate vicinanze, in modo da poter raggiungere, nella migliore delle ipotesi, l’autosufficienza, cosa che potrebbe essere possibile anche in questo caso”, ha affermato Arvidsson.
Il vantaggio strategico decisivo della tecnologia agli ioni di sodio non risiede nella maggiore densità energetica – in questo ambito la tecnologia è ancora indietro – bensì nella semplificazione della materia prima. Il sodio è il settimo elemento più abbondante nella crosta terrestre ed è presente quasi ovunque sulla Terra in quantità praticamente illimitate, principalmente come componente del comune sale da cucina. La materia prima è ampiamente diffusa e può essere estratta con relativa facilità.

Burocrazia e inerzia: le aziende europee sono in ritardo.

Nelle batterie agli ioni di sodio, gli ioni di sodio svolgono la stessa funzione degli ioni di litio nelle batterie agli ioni di litio. Tuttavia, il materiale dell’anodo, il carbonio duro, può essere prodotto anche all’interno dell’UE. Secondo Arvidsson, queste batterie sono più economiche da produrre e offrono una migliore resistenza al freddo. Inoltre, l’alluminio può essere utilizzato come collettore di corrente. Ciò comporta ulteriori vantaggi in termini di costi, poiché le celle al litio richiedono rame, un materiale più costoso.
I ricercatori dell’Università RWTH di Aquisgrana hanno confrontato le batterie agli ioni di sodio con le batterie agli ioni di litio di Tesla. I risultati hanno suscitato interesse nel settore, poiché molti sono convinti che le prestazioni e la qualità produttiva delle batterie agli ioni di sodio siano già piuttosto competitive rispetto alle consolidate batterie agli ioni di litio.
Uwe Sauer, uno dei principali ricercatori tedeschi nel campo della tecnologia delle batterie e dell’accumulo elettrochimico di energia, lavora presso l’Università RWTH di Aquisgrana. Spiega che la Cina occupa una posizione di rilievo in questo settore, essendosi affermata precocemente nella catena del valore delle batterie agli ioni di litio. Al contrario, le aziende europee sono rimaste indietro a causa della burocrazia, dell’inerzia e di una strategia errata. “La Cina è stata abbastanza astuta da concludere rapidamente accordi in tutto il mondo per ottenere il controllo delle catene del valore”, ha dichiarato Sauer all’Epoch Times.
La produzione di litio è concentrata in pochi paesi: Australia, Cile e Cina. Quasi tutta la produzione australiana viene spedita in Cina per ulteriori lavorazioni. Ciò conferisce alla Cina un’influenza strutturale sulla catena del valore globale delle batterie.

Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20%.

La Commissione europea considera il predominio della Cina su alcune parti della filiera delle materie prime e delle batterie un problema strategico. La Cina produce attualmente circa l’85% delle batterie agli ioni di litio a livello mondiale, una tecnologia chiave per l’elettrificazione del settore dei trasporti in Europa. Il mercato globale delle batterie è cresciuto del 20% lo scorso anno, raggiungendo i 150 miliardi di dollari, aumentando ulteriormente l’importanza della Cina per la transizione ecologica.
Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2022, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che la Cina controlla l’industria globale della lavorazione dei metalli. “Quasi il 90% delle terre rare e il 60% del litio vengono lavorati in Cina”, ha dichiarato all’epoca.
Nel suo discorso, ha anche annunciato un regolamento UE sulle materie prime critiche (European Critical Raw Materials Act). L’obiettivo è quello di creare una catena del valore europea che vada dall’estrazione e lavorazione al riciclo. La Commissione europea e l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) sottolineano l’importanza del riciclo e del riutilizzo delle soluzioni per batterie e minerali come mezzo per ridurre la dipendenza dell’Europa e rafforzarne la competitività. L’obiettivo è che almeno il 25% del fabbisogno annuo dell’UE di materie prime critiche sia soddisfatto tramite il riciclo entro il 2030.
Come ulteriore possibilità per ridurre la dipendenza, la Commissione indica anche le risorse minerarie della Svezia. La Svezia è uno dei paesi minerari più importanti dell’UE e possiede cobalto, grafite e vari elementi delle terre rare. Un aumento dell’attività mineraria potrebbe generare sia entrate che posti di lavoro, soprattutto nelle aree scarsamente popolate.

I Verdi svedesi sono favorevoli all’espansione dell’attività mineraria.

Anche il Partito dei Verdi ora sostiene l’espansione dell’attività mineraria in Svezia. La loro argomentazione principale è che ciò sia necessario non solo per ridurre la dipendenza dalle materie prime, ma anche per la transizione climatica. In un’intervista ad “Affärsvärlden”, la portavoce per le politiche economiche del Partito dei Verdi, Janine Alm Ericson, ha affermato che “probabilmente” sarà necessario aprire più miniere. Tuttavia, queste dovranno sempre essere sottoposte a una valutazione di impatto ambientale.
L’estrazione del sale è considerata meno dannosa per l’ambiente rispetto all’estrazione di rame, litio o carbone. Nella cosiddetta estrazione per dissoluzione, l’acqua viene pompata nel giacimento di sale, dove il minerale si dissolve. La salamoia concentrata viene quindi pompata in superficie. Se la salamoia fuoriesce, i livelli di cloruro nelle acque sotterranee, superficiali e nei terreni agricoli possono aumentare bruscamente.
Rickard Arvidsson intravede un grande potenziale nella tecnologia agli ioni di sodio. Ritiene che i responsabili politici e l’industria debbano ora prendere decisioni rapide per sfruttare i vantaggi sopra menzionati, soprattutto considerando che anche la Cina ha iniziato a investire in questa tecnologia. Lo sviluppo è guidato principalmente da produttori come CATL e BYD. Lo scorso febbraio, CATL e Changan Automobile hanno presentato un’autovettura descritta come il primo veicolo elettrico prodotto in serie al mondo con una batteria agli ioni di sodio. La batteria ha una capacità di circa 45 kilowattora e, secondo i test cinesi del CLTC, dovrebbe offrire un’autonomia fino a 400 chilometri.
Le batterie raggiungono una densità di 175 wattora per chilogrammo (Wh/kg). Questo valore si colloca nella fascia inferiore delle prestazioni delle moderne batterie agli ioni di litio di tipo LFP. Si dice che il modello Changan Nevo A06 sia basato sulla batteria Naxtra di CATL e che verrà lanciato sul mercato entro la fine dell’anno.
Questo articolo è apparso originariamente su epochtimes.se con il titolo “ Nya batterier kan minska Europas beroende av råvaror ” (adattamento tedesco: os)

L'articolo Batterie agli ioni di sodio: l’opportunità per l’Europa di una maggiore indipendenza dalle materie prime. proviene da Blondet & Friends.

Addio VOLKSWAGEN – Chiuse 4 fabbriche

2 September 2026 at 12:26

VW voleva essere il più grande produttore di auto al mondo. Quel sogno è finito. VW sta chiudendo 4 fabbriche. Non una o due, ma QUATTRO!

CFO: “A causa di significative differenze di costo rispetto ad altri stabilimenti europei, al momento non vediamo alcuna produzione successiva economicamente sostenibile per quattro siti tedeschi una volta che i prodotti attuali saranno eliminati all’inizio degli anni ’30.”

Le tradizionali aziende tedesche dicono che NON È SOSTENIBILE produrre in Germania. È finita per l’industria tedesca. È concluso.

Alti costi energetici, cattivi design per le EV e la concorrenza cinese, che ottiene l’energia economica che la Germania usava avere, stanno uccidendo la Germania.

Interessante, il governo tedesco è impassibile e continua semplice

L'articolo Addio VOLKSWAGEN – Chiuse 4 fabbriche proviene da Blondet & Friends.

Profezia di San Nilo sugli ultimi tempi

2 September 2026 at 07:43

SAN NILO SUGLI ULTIMI TEMPI
(Rossano, 910 – Tusculum, 26 settembre 1004)

“Dopo l’anno 1900, vicino alla metà del ventesimo secolo (1950), le genti di quel tempo diventeranno irriconoscibili.
Quando si avvicinerà il tempo per l’Avvento dell’Anticristo, le menti delle genti diventeranno annebbiate dalle passioni carnali ed il disonore ed il vivere senza legge cresceranno più forti. Allora il mondo diventerà irriconoscibile.

L’apparenza della gente cambierà e sarà impossibile distinguere gli uomini dalle donne per via della loro mancanza di pudore nel vestire e nello stile della capigliatura.

Questa gente sarà crudele e sarà come animali selvaggi a causa delle tentazioni dell’Anticristo. Non ci sarà rispetto né per i genitori, né per le persone più vecchie, l’amore sparirà ed i Pastori Cristiani, i vescovi e i preti diventeranno uomini vani e mancheranno completamente di distinguere la via della mano destra da quella della sinistra.

A quel tempo la morale e le tradizioni dei Cristiani e della Chiesa cambieranno. La gente abbandonerà la modestia e regnerà la dissipazione.

La menzogna e l’ingordigia raggiungeranno grandi proporzioni, e guai a coloro che accumuleranno tesori, Lussuria, adulterio, omosessualità, cose segrete e delitto governeranno la società.

In quel tempo futuro, la gente sarà privata della Grazia dello Spirito Santo, che ricevettero al Santo Battesimo, ed ugualmente del rimorso, a causa del potere di crimini così grandi e di sì grande permissività.

Le Chiese di Dio saranno private di pastori pii e timorosi di Dio, e guai ai Cristiani che rimarranno al mondo in quel tempo, perderanno completamente la loro Fede, perché non avranno l’opportunità di vedere la luce della conoscenza proprio da nessuno.

Allora si separeranno dal mondo rifugiandosi in santi rifugi in cerca di alleggerire le loro sofferenze spirituali, ma incontreranno ostacoli e restrizioni dappertutto.

Tutto questo risulterà dal fatto che l’Anticristo vuole essere Signore sopra tutto e diventare il governatore di tutto l’universo, e farà miracoli e darà segni fantastici.

Egli darà anche una sapienza depravata ad un uomo infelice, cosicché questi scoprirà un modo per cui un uomo può conversare con un altro da una parte all’altra della terra.

A quel tempo gli uomini voleranno come uccelli e discenderanno nel fondo del mare come pesci.

Quando avranno raggiunto tutto questo, questa gente infelice passerà la vita fra i comodi, senza sapere, povere anime, che questo è l’inganno dell’Anticristo.

E l’empio! completerà così la scienza con la vanità, in modo che andrà sulla giusta strada per guidare le persone a perdere la loro fede nell’esistenza di Dio per mezzo di tre apostasie.

Allora Dio, che è tutta Bontà, vedrà la caduta della razza umana ed abbrevierà i giorni per quei pochi che saranno salvati, perché il nemico vuole indurre in tentazione perfino “gli scelti”, se è possibile… Allora la spada del castigo apparirà improvvisamente ed ucciderà il pervertitore ed i suoi servi.”

Fratello Luigi Maria

L'articolo Profezia di San Nilo sugli ultimi tempi proviene da Blondet & Friends.

Il woke dopo il woke

1 September 2026 at 17:40

Valerio Savioli

Le dichiarazioni agostane di Alexandra Ocasio-Cortez, icona del neoprogressismo radicale statunitense, rilasciate in un’intervista con ABC News, hanno generato un certo dibattito anche alle nostre latitudini, a dimostrazione dell’interdipendenza politico-ideologica, trasversale anche nello spettro “centrodestra/centrosinistra” istituzionali, che, dal dopoguerra, lega stabilmente le due sponde dell’Atlantico e il modo di intendere l’agire, l’intendere politico e le sue categorie.

Della Cortez (AOC), dalle principali testate e opinionisti nostrani, è stato ripreso esclusivamente questo passaggio: “Woke was crazy”, il woke era follia, ponendo poca attenzione al passaggio immediatamente successivo, nel quale AOC, pur riconoscendo l’impraticabilità odierna di certa retorica, sostiene che molte delle discussioni aperte durante quella stagione siano state “molto produttive” (quite fruitful).

La citazione di AOC ha portato a un gran numero di riflessioni, da destra e sinistra, entusiastiche e pensose, il cui dibattito langue impietosamente in una cornice ben definita.

Da destra viene riproposta una lettura e una conseguente condanna prettamente liberali del fenomeno woke, concentrate principalmente sull’insofferenza, in parte condivisibile, di un fenomeno che ha fatto della censura e della sanzione, anche sociale, una delle proprie inappellabili cifre.

A sinistra si leggono approfondimenti pensosi, tipici delle classiche sedute psicanalitiche collettive proprie delle direzioni nazionali nostrane appena uscite da sonore batoste.

Dimostrazione di come ci si possa sentire smarriti quando dalla centrale operativa d’oltreoceano giungono inaspettatamente nuove coordinate.

Lo abbiamo già accennato: entrambi gli schieramenti soffrono di un vincolo esterno ideologico e culturale il cui perno ruota principalmente intorno ai principi liberali comprensivi degli interessi, da intendersi nell’accezione più ampia, “occidentali” ossia statunitensi.

Rispetto a questo atteggiamento avevamo coniato il termine “geopoliticamente corretto”.

La ricezione italiana, quindi, continua ad essere mediata dal paradigma ideologico e strategico liberal-progressista da una parte e liberal- conservatore dall’altra.

Elaborazioni del lutto col coltello tra i denti per i liberal nostrani e sfregamento di soddisfacimento e rivalsa per i conservatori: al vincitore dell’acerrima contesa il premio di sestante in seconda dell’Occidente.

Un dibattito sconsolante, racchiuso in un perimetro entro il quale è difficile dire se a preoccupare sia più la sterilità del confronto o l’incapacità di avvertire la necessità di produrre un punto di vista autenticamente afferente agli interessi europei e italiani.

Occorre quindi uscire, il più rapidamente possibile, da questo recinto per osservare quello che sta accadendo nella politica statunitense.

La battuta di AOC, tra l’altro attribuita al consigliere comunale newyorchese e figura di primo piano di Black Lives Matter Chi Ajani Ossé, più che intonare il de profundis di una stagione politica, pare piuttosto segnalare la mutazione e il conseguente riposizionamento iniziati già da tempo nella sinistra americana.

E la mutazione è per definizione un cambiamento in atto, una trasformazione, un passaggio da uno stato (Woke 1.0) a un altro (Woke 2.0? / New Left 2.0?).

Una trasformazione che non consiste tanto nell’abbandono delle istanze progressiste maturate nell’ultimo quindicennio, quanto nella loro progressiva subordinazione a un linguaggio politico tornato a ruotare attorno alla questione sociale.

Non è una resa ma una strategia che dimostra la vitalità tipica di un organismo vivo e il pragmatismo di una prospettiva politicamente sfruttabile, anche in considerazione della situazione socioeconomica degli Stati Uniti e dell’oggettiva difficoltà del partito Repubblicano.

A che cosa dobbiamo, di grazia, gli articoli scritti al ritmo dei nostrani cin-cin conservatori-liberali (con la i)?

Proviamo ad arretrare almeno fino al 2016.

Altro mondo, qualcuno dirà. Si noti, però, che, ai tempi, a riportare al centro della politica democratica un vocabolario appartenente ad un altro mondo ancora fu Bernie Sanders: classe, sanità (possibilmente universale), salari (infarciti di divario di genere) ruolo dei sindacati e indebitamento delle famiglie americane.

Un conflitto abilmente presentato principalmente in termini verticali: da una parte una minoranza estremamente ricca (gli happy few, i pochi felici), capace di esercitare un’influenza determinante sulle istituzioni; dall’altra il resto degli statunitensi obbligato a vivere alla giornata.

La sinistra americana di oggi che parla di “oligarchi” pesca a piene mani in quella stagione.

Proprio AOC nacque in questo brodo culturale e quindi politico. La sua affermazione nel 2018, con la sorprendente vittoria nelle primarie democratiche contro Joe Crowley, uno degli uomini più potenti dell’apparato del partito Dem, rappresentò una delle prime manifestazioni della capacità del sandersismo di provare a produrre una propria classe politica.

Fu però negli anni immediatamente successivi che quel populismo economico venne a intrecciarsi sempre più strettamente con un secondo movimento, proveniente in larga parte dalle università, dall’attivismo digitale e dai nuovi movimenti identitari.

Quest’ultimo uno strumento di rara efficacia, già portatore delle principali istanze culturali e politiche del cosiddetto Politicamente Corretto e della sua deriva, razziale e intersezionale, nota come woke.

La morte di George Floyd segnò l’apogeo di quella stagione, l’ascesa di Black Lives Matter, le cui rivolte e istanze si erano già manifestate durante la presidenza obamiana, sebbene tenute in disparte dal comparto mediatico progressista, solerte invece nell’ingigantirlo in occasione della prima amministrazione trumpiana.

In quell’epoca fece la sua comparsa anche la parola d’ordine defund the police (togliamo i fondi alla polizia), l’espansione delle categorie intersezionali, le politiche DEI (diversity, equity, inclusion) e una crescente attenzione normativa al linguaggio, che costituirono, con forza e impatto, i riferimenti principali del movimento woke.

Era l’acme della mutazione del conflitto sociale: il politicamente corretto inteso come fusione di istanze progressiste figlie, in buona parte, della Scuola di Francoforte, entusiasticamente sostenute dall’ultima evoluzione del capitalismo finanziario.

A mutare, infatti, per le istanze progressiste, fu la gerarchia delle questioni e, soprattutto, la loro percezione pubblica: una crisi del tradizionale soggetto di classe che, in particolare in Herbert Marcuse, condusse a rivolgere crescente attenzione verso soggetti marginali, minoranze e nuove forme di opposizione sociale.

Dall’homo consumens, in cui si poteva comunque rintracciare ancora un afflato di qualsivoglia appartenenza e identità, all’Uomo Residuo le cui fondamenta, esistenziali e ontologiche, dovevano e devono vertere sulla fluidità intesa come fluidificante di un sistema, finanziario e quindi politico, che non tollera più sassolini nell’ingranaggio: la decostruzione delle appartenenze si è dimostrata efficacemente funzionale alla forma contemporanea del capitalismo finanziario.

Fu quella la stagione nella quale il woke, salendo di livello, cessò di essere “soltanto” un fenomeno circoscritto all’attivismo e penetrò profondamente nel linguaggio delle grandi imprese, delle università, dell’industria culturale, dell’informazione e di parti considerevoli dell’apparato pubblico.

Ed è proprio per questa ragione che sarebbe superficiale confondere l’attuale ridimensionamento della sua retorica con la scomparsa degli effetti prodotti durante quella fase.

Inoltre, il Partito Democratico, a seguito della sconfitta del 2024, fu testimone di una crisi di rappresentanza: continuava a rafforzarsi nell’America urbana e istruita, mentre perdeva terreno tra gli elettori privi di laurea e in ampi segmenti della classe lavoratrice.

Tornare a parlare di salari, sanità, casa e concentrazione della ricchezza diventava quindi non soltanto coerente con la tradizione sandersiana, ma politicamente necessario. È in questo contesto che deve essere letto il successivo riavvicinamento alla questione sociale.

Nel 2025 Sanders lanciò il suo Fighting Oligarchy Tour, al quale Ocasio-Cortez partecipò assumendo progressivamente un ruolo di primo piano.

Il dato interessante, per l’analisi che si dovrebbe fare oggi, non riguardava soltanto i temi economici affrontati, peraltro perfettamente coerenti con la tradizione sandersiana, ma il tentativo esplicito di allargare il perimetro della coalizione progressista.

Fu proprio in uno di quei comizi che AOC si rivolse anche a coloro che avevano votato diversamente, a chi non conosceva “le parole giuste” da utilizzare e persino a chi dissentiva da lei su alcune questioni.

Il discrimine diventava la disponibilità a combattere per altri americani e contro la concentrazione del potere economico, sullo sfondo di una nazione sempre più fratturata al suo interno, incapace di riconoscersi e soprattutto di definirsi: per ironia della sorte, proprio quelli che ora cercano di riposizionare strategicamente il messaggio politico, hanno pesantemente contribuito a quella crisi di identità che così tanto lacera, dall’interno, la nazione americana, sempre più oggetto di una fondamentale domanda: America chi sei?

È proprio su questa frattura che Donald Trump e l’universo politico (e di apparati), culturale ed economico raccoltosi attorno al suo ritorno alla Casa Bianca hanno costruito una parte consistente della propria forza.

Al di là del risultato elettorale contingente, il trumpismo ha saputo intercettare il bisogno, ormai esplicito, di ricomporre una nazione sempre meno capace di riconoscersi e un impero costretto a fare i conti con i limiti della propria sovraestensione, sognando di ribaltare il tavolo delle guerre culturali in patria, proponendo, a loro volta, un Woke a trazione conservatrice: si pensi solo allo psicodramma sull’antisemitismo, combattuto anche – e non è un caso – nei più prestigiosi contesti universitari statunitensi.

Comunque, l’intento trumpiano di un Woke a trazione conservatrice è, al momento, fallito.

Se all’apparato liberal-progressista può essere imputata una parte rilevante della disgregazione culturale culminata nella stagione Woke, il mondo conservatore americano non può dichiararsi estraneo ai processi economici e geopolitici che hanno contribuito alla medesima crisi: dalla globalizzazione alla deindustrializzazione, dalla finanziarizzazione dell’economia alla proiezione imperiale perseguita per decenni da amministrazioni repubblicane e democratiche.

Due percorsi apparentemente opposti che hanno finito per concorrere, ciascuno a proprio modo, all’indebolimento delle appartenenze, delle sicurezze materiali e della stessa capacità degli Stati Uniti di darsi una definizione condivisa.

Tornando ad AOC, il suo passaggio è tutt’altro che secondario. Non siamo di fronte a una sinistra divenuta improvvisamente conservatrice né, tantomeno, a un’abdicazione rispetto alle battaglie identitarie degli anni precedenti. Stiamo assistendo piuttosto a un mutamento della loro funzione politica.

Ciò che fino a pochi anni fa costituiva uno dei principali strumenti di mobilitazione sembra progressivamente retrocedere sullo sfondo, mentre in primo piano tornano il salario, la casa, la sanità, il costo della vita, il potere dei monopoli e la concentrazione della ricchezza.

L’esperimento di Zohran Mamdani a New York, asceso al successo grazie all’affordability (sostenibilità e convenienza) e poi, probabilmente solo come inevitabile esito, alle tematiche afferenti alle guerre culturali di matrice woke, rappresenta probabilmente la manifestazione più compiuta di questa nuova fase, in cui Democratic Socialist of America, organizzazione socialista democratica che opera prevalentemente nello spazio elettorale del Partito Dem, tenta l’OPA sul partito Democratico.

Che si tratti di comunicazione strumentale o meno lo vedremo in futuro, certo è che nel giugno scorso il Rent Guidelines Board di New York (consiglio di regolazione degli affitti) ha approvato il congelamento dei canoni di locazione per circa un milione di appartamenti regolamentati, trasformando una delle principali promesse della campagna di Mamdani in una misura immediatamente percepibile da una parte consistente della popolazione cittadina.

Ma sarebbe riduttivo leggere Mamdani esclusivamente come il prodotto del ritorno della questione sociale. La sua affermazione intercetta anche un’altra trasformazione, forse altrettanto profonda, in corso nella società americana: la già menzionata progressiva erosione, soprattutto tra le generazioni più giovani e nell’elettorato democratico, dello storico consenso bipartisan intorno al sostegno a Israele (tema già affrontato in campagna elettorale).

Mentre sul woke la nuova sinistra sembra arretrare rispetto alla propria avanguardia culturale, su Israele potrebbe essere l’opinione pubblica – soprattutto giovane – ad avvicinarsi alle posizioni che fino a ieri appartenevano all’avanguardia.

È doveroso menzionare Abdul El-Sayed che il 4 agosto scorso ha vinto la candidatura democratica per il Senato in Michigan con un’agenda fortemente incentrata su quello che potremmo definire un populismo economico di sinistra.

Lo stesso El-Sayed nel 2020 si diceva favorevole al defund the police, mentre oggi ha preso le distanze da quelle posizioni, rinnegando di averlo chiesto, nonostante le ampie evidenze mediatiche disponibili.

Anche Democratic Socialists of America (DSA) ha ormai fornito una sistemazione programmatica esplicita a questo orientamento. Il suo nuovo programma nazionale porta un titolo difficilmente equivocabile: Workers Deserve More (i lavoratori meritano di più) in un contesto in cui la società americana viene descritta attraverso il conflitto tra una classe lavoratrice privata del controllo sulla propria vita economica e una “billionaire class” capace di orientare politica e istituzioni.

Ed è qui che l’interpretazione della presunta morte del woke comincia a mostrare tutti i propri limiti. Nello stesso programma continuano infatti a trovare spazio molte delle istanze che ne avevano caratterizzato la precedente stagione: dalle politiche relative all’identità di genere alla critica radicale del sistema carcerario e di polizia, dal Green New Deal alle riparazioni razziali fino al femminismo socialista.

Non vi è, dunque, alcuna evidenza di una conversione culturale. A essere cambiata, come detto, sembra piuttosto la gerarchia. Ed è un cambiamento strategico. Il progressismo identitario non viene necessariamente rinnegato: viene ricollocato.

La questione sociale torna a essere lo strumento attraverso il quale costruire una maggioranza; quella culturale può sopravvivere come parte di un patrimonio ideologico ormai acquisito, senza essere costretta a occupare quotidianamente il centro della scena.

Se così fosse, la domanda da rivolgere ad AOC non sarebbe allora se il woke sia morto. Un paradigma culturale non cessa necessariamente di operare nel momento in cui perde la capacità, o la convenienza, di presentarsi come strumento di mobilitazione politica.

Può accadere l’opposto: che alcune delle categorie introdotte e metabolizzate durante la sua fase espansiva siano penetrate abbastanza profondamente nel linguaggio, nelle istituzioni e nel costume da non avere più bisogno di essere continuamente proclamate ma solamente governate, gestite, solo in parte quindi ridimensionate.

Ciò che ieri necessitava della militanza può oggi sopravvivere nella (nuova) normalità, rispetto alla quale il timoniere pretende di restare lo stesso.

Se il fenomeno woke viene osservato soltanto attraverso le sue manifestazioni più caricaturali e oggettivamente deliranti – il lessico, la censura, le quote, i pronomi, le liturgie identitarie – la loro progressiva marginalizzazione può facilmente essere scambiata per una restaurazione, concentrarsi sugli esiti, spesso (ma non sempre) infausti degli eccessi portati, ad esempio sul grande schermo, godendo dei tonfi economici di certe produzioni hollywoodiane al grido di “Go woke get broke!” (diventa woke e fallisci!) proponendo, come alternativa, soluzioni pensate proprio nelle cucine d’oltreoceano porta solo al reiterarsi delle stesse condizioni di subalternità.

Ma se si considera invece tutto questo come parte di una trasformazione più profonda della concezione dell’uomo, delle appartenenze e del limite, il compimento dello sradicamento di qualsiasi istanza e sostanza afferente alla civiltà europea, la questione cambia radicalmente.

L’Uomo Residuo non coincide infatti con il militante woke: è semmai l’uomo che resta quando la dissoluzione delle appartenenze tradizionali è divenuta condizione ordinaria dell’esistenza.

E non c’è (centro)destra o (centro)sinistra che tenga.

L'articolo Il woke dopo il woke proviene da Blondet & Friends.

Trump dà il benvenuto alla Russia al G20 nonostante le proteste dell’UE.

1 September 2026 at 17:37

Sa Defenza:

I funzionari europei hanno minacciato di boicottare la tradizionale “foto di famiglia”, costringendo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov a non partecipare allo scatto.

Il presidente statunitense Donald Trump ha accolto con favore la presenza di un’importante delegazione russa al G20, ignorando le proteste dei funzionari dell’UE che si sono rifiutati di comparire accanto al ministro delle Finanze russo Anton Siluanov nella tradizionale “foto di gruppo” del vertice.

Lunedì Siluanov è arrivato ad Asheville, nella Carolina del Nord, per la riunione di due giorni dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali del G20, su invito dell’amministrazione Trump. La sua prima apparizione di persona al forum dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022 ha immediatamente suscitato proteste da parte dei delegati europei.

https://sadefenza.blogspot.com/2026/09/trump-da-il-benvenuto-alla-russia-al.html

L'articolo Trump dà il benvenuto alla Russia al G20 nonostante le proteste dell’UE. proviene da Blondet & Friends.

Germania: 188.000 chiusure aziendali: perché molte imprese rinunciano senza dichiarare fallimento

1 September 2026 at 08:29

Nel 2025, quasi 190.000 aziende hanno chiuso i battenti in Germania. Solo una piccola parte, tuttavia, era insolvente. Quali sono le cause di questo aumento e perché il solo numero di chiusure rivela ben poco sullo stato dell’economia?

immagine principale dell'articolo

Creditreform prevede la chiusura di circa 188.000 imprese in Germania entro il 2025. Si tratta di un aumento del 10% rispetto all’anno precedente.

Foto: Wolf von Dewitz/dpa

Patrick Langendorf

31 agosto 2026

Tempo di lettura : 11 min.


In breve:

  • Uno studio di Creditreform ha rilevato che nel 2025 in Germania hanno chiuso i battenti circa 188.000 aziende , il 10% in più rispetto all’anno precedente.
  • Solo circa il 13% delle chiusure è stato dovuto a insolvenza ; spesso anche decisioni economiche o la mancanza di successori giocano un ruolo.
  • La sola cifra non mostra quanta produzione economica venga persa : allo stesso tempo, nascono nuove aziende e le imprese esistenti acquisiscono dipendenti, clienti o ordini.

In Germania, nel 2025 il numero di aziende che hanno chiuso i battenti è stato significativamente superiore rispetto all’anno precedente. Creditreform riporta circa 188.000 chiusure, il 10% in più rispetto al 2024 e il dato più alto degli ultimi quasi vent’anni. Secondo Creditreform, questa cifra proviene da uno studio congiunto con il Centro Leibniz per la ricerca economica europea (ZEW).

Tuttavia, questa cifra non rappresenta solo le aziende che non erano più in grado di pagare i propri debiti. Solo circa il 13% delle chiusure registrate è stato dovuto a insolvenza. In quasi nove casi su dieci, quindi, la chiusura non è stata preceduta da una procedura di insolvenza.

Un altro dato sorprendente è che le aziende che hanno chiuso i battenti nel 2024 e nel 2025 avevano, in media, un rating creditizio migliore rispetto alle aziende che avevano chiuso negli anni precedenti. Il rating creditizio si riferisce alla probabilità che un’azienda sia in grado di adempiere ai propri obblighi finanziari. Secondo lo ZEW, alcune delle chiusure recenti hanno riguardato aziende che non stavano ancora affrontando immediate difficoltà finanziarie.

Tuttavia, ciò non significa che la Germania abbia perso 188.000 aziende economicamente sane. Un’impresa può essere ancora in grado di pagare tutte le bollette, pur generando profitti insufficienti. Altre chiudono perché il proprietario va in pensione, non si trova un successore o per motivi personali che impediscono di proseguire l’attività.

Allo stesso tempo, sono aumentati i fallimenti aziendali. Secondo l’ Ufficio federale di statistica (Destatis), nel 2025 i tribunali locali tedeschi hanno registrato un totale di 24.064 istanze di fallimento aziendale. Si tratta di un aumento del 10,3% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, l’incremento era stato del 22,4%.

Come vengono determinate le 188.000 chiusure

Lo studio si basa sul Mannheim Business Panel. Questo panel utilizza un ampio database aziendale di Creditreform, che lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) elabora scientificamente. Sono incluse anche le microimprese e i liberi professionisti.

È importante comprendere che le 188.000 chiusure non rappresentano semplicemente le chiusure di attività commerciali ufficialmente segnalate. Circa il 43% è dovuto alla cancellazione dal registro delle imprese e alla chiusura di attività commerciali senza insolvenza, come rilevato da Creditreform, mentre circa il 13% è dovuto a insolvenza. Un ulteriore 43% riguarda aziende che, secondo metodi statistici, non sono più considerate economicamente attive.

Quest’ultima parte riguarda principalmente le piccole imprese, per le quali la cessazione dell’attività non può essere determinata immediatamente. Se per un periodo prolungato non sono disponibili nuove informazioni sulle loro operazioni, lo ZEW calcola la probabilità che abbiano cessato l’attività. Per gli anni 2024 e 2025, lo stesso ZEW segnala un “elevato grado di incertezza” riguardo alle stime statistiche sulle chiusure.

Inoltre, è stato modificato il metodo di calcolo: per le società iscritte nel registro delle imprese, ora si applica la data di cessazione dell’attività determinata da Creditreform, a condizione che sia anteriore alla cancellazione ufficiale.

In precedenza, il fattore determinante era la data di cancellazione dal registro delle imprese. Secondo l’ZEW, questo cambiamento comporta uno spostamento nella serie temporale. La cifra di 188.000 dovrebbe quindi essere intesa come un ordine di grandezza determinato scientificamente e non come il numero di chiusure ufficialmente confermate.

Perché le aziende rinunciano senza dichiarare bancarotta

Un’azienda non deve essere insolvente per cessare l’attività. Se i costi aumentano, la domanda diminuisce o i profitti rimangono costantemente troppo bassi, il proprietario può decidere di non proseguire l’attività.

La ZEW cita anche il fallimento della successione aziendale, l’età, la malattia e altre ragioni personali come fattori contribuenti. Ciò distingue la chiusura di un’azienda dall’insolvenza. Nel caso di insolvenza, i problemi finanziari sono così gravi da rendere necessaria una procedura regolamentata dalla legge. Una chiusura senza insolvenza, d’altro canto, inizialmente rivela poco sulla precedente salute finanziaria dell’azienda.

Ciò si riflette nei rating di credito. In precedenza, le aziende chiuse venivano valutate da Creditreform con un rating di credito almeno debole in media. Per il 2024 e il 2025, tuttavia, il rating medio è “solvibilità media”. Ciononostante, sarebbe una semplificazione eccessiva parlare di una perdita massiccia di “aziende sane”. Un rating di credito medio non significa automaticamente che un’azienda sia redditizia o abbia buone prospettive a lungo termine.

Quando l’imprenditore va in pensione

Un altro motivo sta acquisendo sempre maggiore importanza: molti imprenditori tedeschi stanno raggiungendo l’età pensionabile. Tra le imprese familiari a gestione diretta che hanno cessato volontariamente l’attività, circa il 29% aveva un titolare di età pari o superiore a 65 anni nel 2025. Nel 2002, questa percentuale era solo del 14%. Secondo lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica), circa l’86% delle aziende in Germania sono imprese familiari a gestione diretta.

Anche la banca di sviluppo statale KfW osserva un crescente ricambio generazionale. Secondo il suo rapporto “SME Succession Monitoring 2025”, il 57% dei titolari di piccole e medie imprese (PMI) ha almeno 55 anni. KfW calcola che entro la fine del 2029, i titolari di circa 569.000 PMI prevedono di chiudere le proprie attività. Ciò corrisponderebbe a una media di circa 114.000 aziende all’anno. Allo stesso tempo, circa 545.000 titolari di PMI, su un totale di 3,87 milioni, intendono cedere la propria attività a un successore.

Ciò può avere conseguenze per l’economia tedesca. Se, ad esempio, un’impresa artigianale o un fornitore specializzato chiude, si possono perdere posti di lavoro, rapporti con i clienti e competenze acquisite nel corso degli anni. Se, tuttavia, si trova un successore, queste strutture possono essere preservate.

I settori dell’industria, dell’edilizia e dell’ospitalità registrano un aumento delle chiusure.

Nel 2025 il numero di chiusure è aumentato in numerosi settori. Nel settore manifatturiero – che comprende la maggior parte delle imprese industriali – hanno cessato l’attività oltre 11.000 aziende, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore delle costruzioni, la cifra si è attestata intorno alle 24.000, con un incremento del 12%.

Si riscontrano differenze significative all’interno del settore industriale. Nei settori ad alta intensità energetica, come parte dell’industria chimica, cartaria, vetraria e metallurgica, il numero di chiusure è diminuito leggermente dello 0,2%. Al contrario, l’Istituto Nazionale di Statistica e Cultura (ZEW) ha registrato circa 360 chiusure nel settore automobilistico. Ciò rappresenta un aumento del 57% rispetto al 2024, secondo i dati dello ZEW.

L’aumento è stato particolarmente marcato nel settore dell’ospitalità. Circa 15.000 ristoranti e hotel hanno chiuso i battenti, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Nel settore della vendita al dettaglio, un confronto a lungo termine permette di contestualizzare il recente incremento. Mentre il numero di chiusure è aumentato dell’8%, raggiungendo circa 37.000 unità nel 2025, la media tra il 2003 e il 2011 si attestava intorno alle 55.000 all’anno. Dal 2020, la media è rimasta pressoché invariata a 35.000.

Perché l’Ufficio federale di statistica fornisce cifre diverse

Mentre lo studio ZEW e Creditreform prevede un aumento del 10% delle chiusure aziendali entro il 2025, Destatis riporta una diminuzione dell’1% delle cancellazioni di imprese. Questo perché le due statistiche misurano cose diverse.

La cancellazione di un’impresa dal registro non implica automaticamente la sua scomparsa definitiva. Può verificarsi anche in caso di vendita o locazione, cambio di forma giuridica o trasferimento in un diverso distretto di registrazione. Inoltre, le statistiche sulle imprese registrano le filiali, mentre lo ZEW (Centro europeo per la ricerca economica) considera le imprese giuridicamente indipendenti.

Nel 2025, l’Ufficio federale di statistica (Destatis) ha registrato circa 502.200 chiusure definitive di imprese. Nello stesso periodo, sono state costituite circa 640.500 nuove imprese. Per quanto riguarda le imprese di maggiore importanza economica, si sono registrate circa 130.100 nuove aperture a fronte di circa 99.900 chiusure definitive.

Le 188.000 chiusure non significano necessariamente che la Germania abbia perso complessivamente così tante imprese. Mentre le aziende chiudono, ne nascono contemporaneamente di nuove. Inoltre, è fondamentale distinguere tra le imprese che scompaiono e quelle che vengono create ex novo. Una nuova impresa individuale non sostituisce automaticamente uno stabilimento industriale chiuso con 50 dipendenti. Al contrario, una giovane impresa può crescere e in seguito creare ulteriori posti di lavoro.

Cosa lasciano aperti i numeri

Il solo numero non è sufficiente per cogliere la portata economica delle 188.000 chiusure. Il set di dati mostra quante aziende hanno cessato l’attività, ma non la loro importanza economica. Un’azienda con pochi dipendenti viene conteggiata come chiusura nelle statistiche tanto quanto un’azienda con un numero maggiore di dipendenti.

Ciò lascia inoltre aperta la questione di quanti posti di lavoro, capacità produttive o investimenti scompaiano effettivamente con la chiusura delle imprese. Allo stesso modo, le cifre non rivelano se clienti, dipendenti e ordini vengano rilevati da altre aziende. Pertanto, la chiusura di un’impresa non equivale necessariamente a una corrispondente perdita di produzione economica.

Soprattutto nei casi di chiusura per anzianità, è probabilmente cruciale valutare se imprese fondamentalmente redditizie scompaiano dal mercato per mancanza di successori. I dati ZEW forniscono un’indicazione in tal senso, con l’aumento dell’età dei proprietari, ma non consentono di trarre conclusioni su quante di queste imprese sarebbero effettivamente sopravvissute se fosse stato predisposto un piano di successione efficace.

Pertanto, il semplice numero di chiusure rappresenta solo una parte del quadro complessivo per valutare la situazione economica della Germania. Informazioni più significative riguarderebbero quali aziende chiudono, quanti dipendenti sono coinvolti e se le loro attività commerciali proseguono altrove. Questo studio non fornisce risposte a tali quesiti.

L'articolo Germania: 188.000 chiusure aziendali: perché molte imprese rinunciano senza dichiarare fallimento proviene da Blondet & Friends.

❌