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Che cosa nascondono le invasioni barbariche

28 September 2026 at 17:21

Juan Manuel de Prada

L’invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in quelle polverose gabbie di pensiero chiamate ideologie), che non si tratta comportamenti propri di persone che vengono a guadagnarsi da vivere in un altro paese, nemmeno nelle situazioni disperate in cui chiunque può commettere un crimine per puro istinto di sopravvivenza, o per proteggere i propri cari, alla maniera di Jean Valjean. Le ondate di delinquenza che si sono diffuse a Ceuta non hanno nulla a che vedere con la disperata criminalità a cui alludiamo; sono azioni programmate secondo una strategia di conquista territoriale e di espulsione delle popolazioni autoctone, una strategia già utilizzata – con ottimi risultati – in diversi paesi europei, soprattutto in Francia.

Questa strategia si può riassumere molto concisamente: dalla periferia di una città si creano zone senza legge, o, come direbbe Michel Foucault, “eterotopie” che operano al di fuori delle norme sociali e diventano inabitabili; poi il territorio si espande gradualmente, come una macchia d’olio. Questo è accaduto ripetutamente in Francia, dove le popolazioni musulmane colonizzano un quartiere e organizzano bande specializzate nella guerriglia urbana, introducendo varie forme di intimidazione civile, più o meno subdole o sfacciate, che i “petits blancs” (i bianchi poveri residenti) non osano nemmeno denunciare, per paura di ritorsioni, finendo per emigrare in altri quartieri o città. Lo sfratto degli abitanti è prima o poi seguito dal collasso della polizia, poiché pattugliare queste zone senza legge richiede di assumere rischi aggiuntivi e molto costosi, anche perché le autorità costringono la polizia ad adottare metodi blandi, irenisti, esattamente come accade a Ceuta.

Non dobbiamo confondere queste “zone senza legge” con i ghetti, dove vivono confinate popolazioni che subiscono l’emarginazione. Gli abitanti delle zone senza legge non sono né confinati né emarginati; al contrario, hanno conquistato il territorio che abitano, creando – attraverso la violenza palese o occulta – un proprio spazio autonomo, espellendo coloro che vi risiedevano in precedenza. E, naturalmente, in queste eterotopie senza legge generate da invasioni barbariche, non esiste l’immaginario meticciato (mescolanza razziale e culturale) che ha ispirato tante narrazioni mitiche del progressismo benpensante. Inizialmente, può esserci una parvenza o una pantomima di meticciato, con la colorata esibizione di tamburi e ciaramelle; ma si tratta di una risorsa cui si ricorre per astuzia, presto sostituita da comportamenti ben più dissuasivi una volta assicurato il dominio. Questa strategia, ricorrente in Francia, è la stessa che si intende attuare a Ceuta, in forma ancora più aspra e brutale. Naturalmente, coloro che a suo tempo la denunciarono in Francia – quasi sempre le classi lavoratrici che ne subirono le conseguenze – furono accusati di esagerazione e sensazionalismo, di alimentare fantasmi e paranoie razziste. Esattamente lo stesso argomento usato da Grande Marlaska, ministro spagnolo degli Interni, quando descrive le lamentele degli abitanti di Ceuta come “sensazioni ” e “insicurezze soggettive”. Le élite intellettuali francesi – che, come quelle spagnole, vivono in quartieri benestanti – hanno abbandonato al loro destino i “petits blancs” che subirono le invasioni, predicando le virtù del “meticciato sociale” e girando intorno al problema con inutili e retoriche “politiche di inserimento”, nella speranza che presto il crescente numero di invasori assicuri il trionfo elettorale del progressismo sotto varie maschere, moderate o radicali a seconda delle circostanze. Questo è accaduto ripetutamente in Francia e in molti altri paesi europei, dove la parte della popolazione che subisce invasioni barbariche non è più in grado di formare maggioranze contro le alleanze che il progressismo moderato e radicale stringe con gli invasori. Queste alleanze, a loro volta, generano la fioritura di partiti che si nutrono di paura e rabbia, tentando grottescamente di contrastare la colonizzazione invasiva con il vuoto di civiltà che ne è stata la causa primaria. Dobbiamo innanzitutto riconoscere, se non vogliamo rinunciare all’onestà intellettuale, che l’integrazione di popolazioni appartenenti a civiltà diverse è intrinsecamente impossibile; e dobbiamo anche ricordare che le civiltà le fondano le religioni e scompaiono quando declina religione che le fondò. Non esiste una civiltà laicista, né democratica, né repubblicana, né costituzionalista, né altre sciocchezze simili; dove manca la religione, c’è solo un vuoto di civiltà, che viene inevitabilmente colmato da un’altra civiltà, quella degli invasori. Coloro che arrivano a colmare quel vuoto non fanno altro che eseguire un disegno (chiamiamolo così); ben più maligna è la posizione assunta da quelle élite – provenienti ovviamente da classi sociali preservate dal contatto con le invasioni barbariche – che negano la realtà e continuano a tessere le lodi delle ondate migratorie e ad applaudire le regolarizzazioni di massa, lanciando anatemi contro chi denuncia questa nuova forma di suicidio collettivo. Mi sono spesso interrogato sul motivo del loro tradimento e della loro follia. Non mi sfugge che quasi tutti sono generosamente foraggiati da organizzazioni a loro volta finanziate dal globalismo e corrotte dal progressismo egemonico con una moltitudine di prebende e privilegi. Ma la loro abiezione cela un’altra ragione, più oscura e segreta, che non può essere spiegata come ingenua difesa dei cosiddetti diritti umani, né come sottomissione al politicamente corretto, né come perversione masochistica dei sentimenti, né come filantropia allucinata, né tantomeno come fatalismo di impulsi autodistruttivi. Tutti questi ingredienti – e anche la pura imbecillità – si agitano mescolati nel pentolone dell’abiezione in cui queste élite bevono; ma c’è un altro ingrediente che funge da emulsionante per tutti loro. Nel cuore di quell’abiezione, a spiegarne le viscere più profonde, si cela l’odio per la religione che ha fondato la nostra civiltà. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni questione politica si nasconde sempre un problema teologico. ( www.kontrainfo.com).

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Gasolio, è cambiata la mappa: da dove arriva e perché costa tanto quello che mettiamo nei serbatoi

28 September 2026 at 08:22

Finanza e mercato

Prima la Russia, poi il Medio Oriente, adesso sempre più Stati Uniti e India. In appena quattro anni l’Europa ha ridisegnato la geografia delle proprie forniture di gasolio, sostituendo rotte di pochi giorni con viaggi che possono durare settimane. E proprio mentre una parte della capacità mondiale di raffinazione è fuori gioco, anche il nuovo sistema di approvvigionamento mostra tutta la sua fragilità. Ecco perché dietro i prezzi record non c’è soltanto il petrolio

Di Redazione

Il gasolio che finisce nel serbatoio di un camion europeo è apparentemente sempre lo stesso. Ma il viaggio che compie per arrivarci non lo è affatto. Nel giro di quattro anni è cambiata radicalmente la geografia dell’approvvigionamento europeo. Prima la Russia, poi il Medio Oriente, quindi sempre più Stati Uniti e India. A ogni crisi l’Europa ha trovato un’alternativa, ma quasi sempre più lontana. E oggi, mentre il gasolio ha raggiunto quotazioni record, vale la pena guardare la carta geografica per capire una parte importante di ciò che sta succedendo.

Perché il problema non è soltanto quanto gasolio viene prodotto. È dove viene prodotto, quanto deve viaggiare per raggiungere l’Europa e quante alternative rimangono quando uno dei grandi fornitori viene meno.

2022: metà delle importazioni arrivava dalla Russia

Bisogna tornare a prima della guerra in Ucraina. Nel 2022, secondo i dati Vortexa riportati dalla Energy Information Administration statunitense, la Russia rappresentava circa il 50% delle importazioni europee di gasolio.

Non era soltanto una dipendenza quantitativa. Era anche una straordinaria vicinanza logistica. Il prodotto partiva dai terminal russi del Baltico e del Mar Nero e raggiungeva i mercati dell’Europa nord-occidentale o del Mediterraneo con viaggi che S&P Global quantifica generalmente in tre-sette giorni.

L’embargo europeo sui prodotti petroliferi russi, entrato in vigore il 5 febbraio 2023, spezza quel sistema praticamente dall’oggi al domani. Nel 2024, secondo l’EIA, i distillati russi rappresentavano meno dell’1% delle importazioni marittime europee provenienti dall’esterno della regione.

Il gasolio russo, però, non scompare dal mercato mondiale. Cambia destinazione: va soprattutto verso Paesi come Turchia e Brasile. L’Europa deve invece cercare altrove ciò che fino a quel momento acquistava a poche giornate di navigazione di distanza. È il primo grande ridisegno della mappa.

2023-2025: il baricentro si sposta verso il Golfo

A riempire una parte consistente del vuoto lasciato dalla Russia è il Medio Oriente. Il cambiamento viene favorito anche dall’arrivo di nuova capacità di raffinazione: soprattutto la raffineria Al Zour in Kuwait e quella di Duqm in Oman. Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e gli altri produttori della regione diventano progressivamente fondamentali per il mercato europeo.

Nel primo semestre del 2025 il Medio Oriente arriva a rappresentare, secondo i dati citati dall’EIA, il 43% delle importazioni europee di gasolio. Il primo fornitore è stato sostituito. Ma a costo di allungare enormemente la catena logistica.

S&P Global calcola che, rispetto ai tre-sette giorni necessari per trasportare il prodotto dalla Russia, una petroliera proveniente dal Golfo Persico o dall’India possa impiegare da tre a sei settimane per raggiungere l’Europa. Se le tensioni nel Mar Rosso costringono a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, il viaggio può arrivare a 40 giorni.

È una differenza enorme. Significa più navi impegnate per trasportare la stessa quantità di prodotto nell’arco di un anno, maggiore capitale immobilizzato durante il viaggio, più esposizione ai noli e soprattutto una dipendenza molto maggiore da Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e dalle altre strettoie del commercio mondiale. La nuova mappa funziona. Ma è intrinsecamente più lunga e vulnerabile della precedente.

2026: anche il secondo equilibrio salta

Poi arriva la guerra con l’Iran. Le conseguenze sugli impianti e sui traffici mediorientali colpiscono proprio il sistema che l’Europa aveva costruito per sostituire la Russia. Tra marzo e agosto 2026, secondo i dati Kpler riportati da Reuters, le esportazioni mediorientali di gasolio si dimezzano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi mediamente intorno agli 800 mila barili al giorno. E il problema non riguarda soltanto le rotte. Riguarda le raffinerie.

Gli impianti di alcuni grandi produttori sono stati colpiti o hanno ridotto la produzione, mentre quelli disponibili nel resto del mondo stanno cercando di aumentarla. Negli Stati Uniti, per esempio, a fine agosto le raffinerie hanno raggiunto il livello di utilizzo più elevato degli ultimi otto anni.

L’International Energy Agency ha sintetizzato così il problema: molte raffinerie nel mondo stanno già lavorando al limite delle proprie possibilità. Rimane quindi poco spazio per compensare un’ulteriore perdita di produzione. Ed è qui che comincia il terzo ridisegno della mappa.

Adesso il gasolio arriva sempre più dagli Stati Uniti

Quando diminuiscono le forniture mediorientali, l’Europa torna a cercare prodotto altrove. E uno dei protagonisti diventa sempre più chiaramente l’America.

Nel gennaio 2025 gli Stati Uniti spedivano verso l’Europa circa 167 mila barili di gasolio al giorno. Un anno dopo erano già 396 mila: più del doppio. È un cambiamento talmente consistente che nel gennaio 2026, secondo l’EIA, l’Europa ha temporaneamente superato persino il Sud America come destinazione del gasolio statunitense, nonostante quest’ultimo rappresentasse tradizionalmente il principale mercato di sbocco.

La geografia delle raffinerie americane non è cambiata. È cambiata la destinazione del loro prodotto. E questo significa che anche gli Stati Uniti stanno modificando le proprie rotte commerciali per alimentare il deficit europeo.

L’altro protagonista è l’India. Già dopo l’embargo russo le raffinerie indiane avevano aumentato fortemente le spedizioni verso l’Europa. S&P Global calcola che nel 2024 gli Stati Uniti abbiano fornito all’Europa 16,5 milioni di tonnellate di gasolio, mentre dall’India ne sono arrivate 7,1 milioni. Dal Medio Oriente, nello stesso anno, erano arrivate 22,9 milioni di tonnellate. La vecchia linea Russia-Europa si è trasformata così in una rete mondiale.

Lo stesso gasolio, migliaia di chilometri in più

È probabilmente questo il dato che meglio racconta ciò che è successo. Nel 2022 il camion europeo dipendeva in larga misura da un prodotto raffinato relativamente vicino ai propri mercati.

Oggi una parte crescente di quel gasolio può essere raffinata nel Golfo del Messico, in India, in Kuwait o in Oman e deve attraversare oceani e strettoie geopolitiche prima di arrivare in un deposito europeo.

Non significa che il prezzo alla pompa sia semplicemente proporzionale ai chilometri percorsi dalla petroliera. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma cambiare questa geografia ha un costo. I noli incidono. Incide il maggior numero di giorni durante i quali nave e carico rimangono impegnati. Incidono assicurazioni e rischi geopolitici. E soprattutto una supply chain più lunga reagisce molto più violentemente quando Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez o un grande sistema di raffinazione diventano improvvisamente indisponibili.

La stessa EIA sottolinea che l’interruzione delle normali rotte commerciali aumenta il rischio di carenze e di picchi dei prezzi: quando un choke point rallenta o si chiude, aumentano tempi e costi di trasporto e la conseguenza può trasferirsi direttamente sul prezzo dei prodotti petroliferi.

E adesso l’America potrebbe voler tenere il gasolio per sé

C’è infine un elemento che rende particolarmente delicata la nuova geografia europea. Proprio mentre gli Stati Uniti diventano sempre più importanti per compensare le forniture perdute altrove, anche Washington deve fare i conti con prezzi record e scorte ridotte.

Donald Trump ha dichiarato pubblicamente di essere favorevole all’idea di limitare le esportazioni di gasolio per aumentare la disponibilità sul mercato americano. Nelle ore successive la Casa Bianca ha smentito che sia allo studio il divieto secco di 90 giorni di cui si era parlato e il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che una misura di questo tipo potrebbe addirittura rivelarsi controproducente.

Ma la questione non è affatto scomparsa. Wright ha avviato contatti con i vertici di diverse grandi raffinerie statunitensi per verificare la disponibilità a una riduzione volontaria delle esportazioni di gasolio. Per l’Europa è un segnale da non sottovalutare.

Perché nel giro di quattro anni il continente ha perso il suo grande fornitore russo, ha costruito un nuovo equilibrio fondato soprattutto sul Medio Oriente e, quando anche quel sistema è entrato in crisi, ha aumentato la propria dipendenza da fornitori ancora più lontani. Ora persino uno di questi, gli Stati Uniti, si interroga sull’opportunità di continuare a esportare così tanto prodotto.

Come abbiamo raccontato [nell’analisi pubblicata ieri da Uomini e Trasporti], le scorte sono scese su livelli eccezionalmente bassi e gli operatori non prevedono un rapido ritorno alla normalità. Ma dietro quelle quotazioni c’è qualcosa di ancora più strutturale. In quattro anni l’Europa ha dovuto ricostruire due volte la propria catena di approvvigionamento del gasolio e adesso sta iniziando a farlo una terza.

La Russia era vicina ma è stata esclusa dal mercato europeo. Il Medio Oriente ne ha preso il posto, ma guerra e crisi del Mar Rosso ne hanno ridotto drasticamente l’affidabilità. Stati Uniti e India stanno contribuendo a riempire il nuovo vuoto, ma sono più lontani e, nel caso americano, la disponibilità a continuare a esportare gli stessi volumi non può più essere data per scontata.

Il gasolio che mettiamo nei serbatoi continua ad avere le stesse caratteristiche.** È la strada che deve percorrere per arrivarci a essere diventata molto più lunga, costosa e incerta.**

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Vannacci: il programma di politica estera

27 September 2026 at 17:19

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SOVRANISMO REALE E INTERESSE NAZIONALE: LA DOTTRINA GEOPOLITICA DI VANNACCI PER UN’ITALIA PROTAGONISTA NEL MONDO MULTIPOLARE

Al di là delle consuete etichette strumentali e delle caricature mediatiche, la visione di politica estera espressa da Roberto Vannacci e sintetizzata nel programma di Futuro Nazionale delinea una rottura profonda con il conformismo diplomatico degli ultimi decenni, ponendo al centro un principio chiaro e non negoziabile: la tutela pragmatica dell’interesse strategico italiano.

Superare il vassallaggio: verso un multipolarismo di equilibrio

La presa d’atto del superamento del vecchio ordine unipolare a trazione statunitense non è una concessione a ideologie altrui, bensì un lucido esercizio di realismo geopolitico. Riconoscere l’avvento di un mondo multipolare significa rifiutare l’idea che Roma debba limitarsi a subire passivamente decisioni prese oltreoceano che spesso danneggiano il tessuto produttivo e la stabilità energetica dell’Europa.
In quest’ottica, la collocazione all’interno dell’Alleanza Atlantica viene ripensata secondo un modello pragmatico, analogo a quello esercitato con successo da potenze regionali come la Turchia, in cui l’adesione al patto non si traduce in subordinazione cieca, ma convive con il perseguimento autonomo della propria agenda nazionale. Analogamente, la disponibilità a comprendere le esigenze di sicurezza della Russia risponde alla logica di evitare escalation permanenti ai confini orientali, comprendendo che la stabilità del continente europeo non può prescindere da canali di distensione e cooperazione strategica.

Medio Oriente: diplomazia multilaterale contro le guerre a oltranza

L’approccio alla polveriera mediorientale si distingue per equilibrio e coraggio politico. Pur riconoscendo la legittimità della reazione di Israele contro le minacce terroristiche, la linea di Vannacci non esita a denunciare gli eccessi di una risposta bellica che definisce sproporzionata e le derive espansionistiche in Cisgiordania, riaffermando il diritto alla tutela delle comunità cristiane storiche, minacciate da entrambi gli estremismi, e aprendo con determinazione alla prospettiva di due Stati distinti, con una divisione equa di Gerusalemme.
Ancora più innovativa è la proposta di architettura di sicurezza per l’area: per garantire una pace durevole e reale, è velleitario pensare a esclusioni a priori. Coinvolgere come garanti potenze globali e attori regionali decisivi, dagli Stati Uniti alla Russia, fino (e qui i futuristi hanno davvero avuto coraggio) alla Repubblica Islamica dell’Iran, costituisce l’unica via per disinnescare conflitti endemici.

Al contempo, la netta condanna delle avventure militari americane in Iran e delle conseguenti tensioni, i cui effetti subiamo tutti quotidianamente, risponde alla necessità vitale di proteggere l’economia e gli approvvigionamenti marittimi ed energetici italiani, evitando che il nostro Paese venga trascinato in guerre per procura dettate esclusivamente da agende esterne.

Una politica estera matura non si misura sul grado di obbedienza a un blocco precostituito, ma sulla capacità di posizionare l’Italia come ponte sovrano, autorevole e indipendente nel nuovo scacchiere internazionale.
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Il Papa visita i martiri della Rivoluzione

27 September 2026 at 09:09

Papa Leone XIV prega ai piedi della scalinata dei martiri della rivoluzione francese, laddove 110 religiosi furono assassinati dai massoni. Papa Leone XIV è il primo Papa della storia che fa un gesto simile. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si recarono in Francia, ma non si fermarono in questo luogo simbolo del martirio dei cattolici. Lo spirito ecumenico del Vaticano II sta morendo.

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La Russia riduce la produzione di gas e le previsioni di esportazione

26 September 2026 at 15:54

Energia Oltre – Secondo una bozza di documento governativo visionata dall’agenzia Reuters, il Ministero dell’Economia russo prevede che quest’anno il Paese produrrà ed esporterà meno gas naturale rispetto alle stime precedenti, mentre l’Europa si prepara a concludere gli ultimi acquisti di gas (GNL) russo.

La Russia ha anche ridotto le previsioni sulla produzione di petrolio per il 2026 – portandole ai minimi degli ultimi 17 anni – e ha rivisto le prospettive di esportazione di carburante per l’anno in corso e per il prossimo a causa della guerra in Ucraina.

Le previsioni serviranno ad aggiornare il bilancio federale fino al 2029. Le stime su produzione ed esportazione di gas naturale sono state riviste al ribasso sullo sfondo della rottura dei legami economici e politici con l’Occidente dovuta alla guerra in Ucraina e dei piani dell’Unione Europea di interrompere tutti gli acquisti di gas russo a partire dal prossimo anno.

Secondo la bozza delle previsioni, quest’anno la produzione di gas naturale in Russia si attesterà a 683,1 miliardi di metri cubi, un dato inferiore di 5,3 mmc rispetto alla proiezione di maggio, ma comunque superiore ai 662,7 mmc prodotti nel 2025.

Questo mese il Cremlino ha dichiarato che l’Europa si sta danneggiando acquistando gas costoso sul mercato spot invece di optare per le forniture russe, più economiche. Mosca sostiene di essere pronta a riprendere le forniture di gas all’Europa, anche attraverso i gasdotti sottomarini Nord Stream, di cui una linea è rimasta intatta dopo le esplosioni del settembre 2022.

Si prevede che le esportazioni russe di GNL via mare saliranno a 35 milioni di tonnellate quest’anno, rispetto ai 30,3 milioni di tonnellate del 2025; si tratta comunque di un volume inferiore di 5,3 milioni di tonnellate rispetto alle stime precedenti.

Il documento indica che le esportazioni di GNL continueranno a crescere nei prossimi anni, ma a un ritmo più lento rispetto a quanto previsto in precedenza. Secondo i calcoli di Reuters, nel 2025 le esportazioni di gas russo verso l’Europa sono crollate del 44%, attestandosi a soli 18 mmc – il livello più basso dalla metà degli anni ’70 – in seguito alla chiusura della rotta di transito ucraina. Le esportazioni russe di gas via gasdotto verso l’Europa avevano raggiunto un picco di circa 180 mmc annui nel biennio 2018-2019.

Intanto  i prezzi del diesel nelle stazioni di servizio dell’Unione europea hanno toccato ieri un nuovo massimo di 2,23 euro al litro, contro i 2,16 euro della settimana precedente: è quanto emerge da un’analisi realizzata dall’agenzia France Presse basata sui dati nazionali pubblicati dalla Commissione europea. In base a tali tabelle, disponibili dal 2005, si registrano record in 19 Paesi dell’Unione europea – tra cui Germania, Francia e Italia – a causa degli shock energetici causati dai conflitti in Medio Oriente e Ucraina.

Foto TASS

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Gesù, il pane, i pesci e l’idiota collettivo

26 September 2026 at 12:05

Talvolta le vignette raccontano il nostro tempo meglio di intere biblioteche.

Gira un disegno a fumetti, probabilmente realizzato con l’Intelligenza Artificiale, con didascalie in perfetto latino, in cui Gesù Cristo mostra a una piccola folla pane e pesci, evocazione del famoso miracolo della moltiplicazione.

Abbigliati con indumenti d’epoca, i presenti, con aria perplessa, non mostrano particolare interesse per il Redentore.

Un uomo chiede se il pane contenga glutine.

Un altro, con fiero cipiglio, afferma di non voler mangiare pesce: veganus sum.

Una donna sospettosa domanda: il pesce non conterrà mercurio?

La vignetta – involontario apologo della postmodernità – ha più chiavi di lettura.

Viene alla mente lo straordinario racconto del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ivan, il più tormentato, narra ad Alioscia un sogno febbrile: Gesù torna sulla terra nella Siviglia dell’Inquisizione.

Senza che si sveli, tutti lo riconoscono, implorando miracoli e salvezza. Un vegliardo cardinale, l’Inquisitore, lo fa arrestare dopo avergli rimproverato di aver portato la libertà al popolo incapace di usufruirne. Dopo la sua venuta sulla terra, spiega, è stata la Chiesa a farsi carico di rendere felici gli uomini. Il suo ritorno turba l’ordine faticosamente raggiunto.

La domanda dell’Inquisitore è glaciale: perché sei venuto a infastidirci?

La persona di Gesù, la sua predicazione, i suoi precetti interrogano l’umanità di ogni tempo. O meglio, la interrogavano.

Oggi viviamo un’epoca non solo post religiosa, ma post umana. Gesù infastidisce come ogni domanda di senso, ma ormai non è più riconosciuto, nella vignetta e nella realtà.

Fu profetico egli stesso, ponendo la domanda decisiva nel Vangelo di Luca (18,8): quando tornerà, il figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra?

La risposta è negativa, almeno nello spicchio di mondo chiamato Occidente, altezzosamente chiuso nella superstizione scientista, che considera superstizione, sciocca credenza, primitivismo, tutto quanto eccede la dimensione materiale dell’esistenza.

Così come l’Inquisitore accusa Gesù redivivo di turbare l’ordine costituito, la vignetta lo sospetta di offrire un cibo spirituale avariato, simboleggiato da beni materiali come il pane e i pesci.

Soprattutto, colpisce l’indifferenza di chi vede e ascolta Cristo. La folla, antica ma modernissima, appare insensibile, disinteressata a chi sia l’uomo barbuto dinanzi a lei; finisce per porre domande ed esprimere valori privi di consistenza.

È l’idiota collettivo postmoderno cresciuto a pubblicità, consumo, ideuzze, piaceri volgari, novità assunte quasi religiosamente, sostitute del Verbo.

E tutti, gattopardi, sciacalli e pecore, continuano a credersi il sale della terra, come disse il disincantato Principe di Salina all’inviato dei Savoia, rifiutandone le promesse.

Sale della terra: una citazione evangelica, ma quanti la riconoscono come tale, nel deserto degli analfabeti funzionali muniti di titolo di studio?

Il povero Gesù, forse scambiato per venditore maldestro o predicatore con vassoio per le offerte, non viene rifiutato: peggio, è ignorato.

Le domande dei postmoderni in abiti antichi sono quelle di chi non vuole capire. Generazioni di signorini soddisfatti guardiamo il dito che indica la luna senza mai elevare lo sguardo.

Liberati dal bisogno immediato, aderiamo a mode sostitute della morale e siamo preda dei timori più vari, rappresentati nella vignetta dalla richiesta di cibo senza glutine e di pesci che non accumulino mercurio come in natura.

Fragile salutismo indotto dal circo del consumo, unito all’ecologismo d’accatto e alle idiosincrasie alimentate da giganteschi interessi la cui portata sfugge ai superficiali che abboccano a qualunque novità, spacciata per cultura, fuoriuscita dall’ignoranza di ieri per entrare nel luccicante regno delle magnifiche sorti e progressive.

Diventiamo civili, colti e razionali se non mangiamo carni e prodotti di origine animale per non sfruttare altre creature, ma non battiamo ciglio sullo sfruttamento vecchio e nuovo dell’uomo.

Gusti indotti scambiati per avanzata civiltà, dimentichi che la natura ignora le ubbie moralistiche dei popoli in declino.

Prestiamo fede a qualsiasi narrazione provenga dal baccano orchestrato dal potere senza vedere l’essenziale, “invisibile agli occhi” (Il piccolo principe) ma non all’anima.

Anima? Che cosa significa, che rappresenta?

Nulla, agli occhi dell’omuncolo postmoderno. Non si può compravendere, toccare o pesare, non ha codice QR. Quindi, non esiste. Chi vi fa appello, come Gesù, non è creduto né riconosciuto. Tutt’al più è un breve intermezzo nella corsa quotidiana, soggetto alla derisione, all’incredulità.

Che ne dice la Scienza, sempre con la maiuscola? Se tace o nega, meglio abbandonarlo al suo destino o smascherarlo – noi astuti, scafati, emancipati- con futili domande. Gli abbiamo già dedicato fin troppo del nostro preziosissimo tempo.

Eppure- non stiamo meglio di quando credevamo in Dio. Non è che manchi la fede: è stata sostituita dai Diritti, dal Progresso, dalla Scienza, dalla Ragione. Potenza di calcolo, mancanza di senso. In mezzo egoismo, disumanità, vuoto interiore.

Una vita senza glutine, ossia senza ciò che unisce. L’Inquisitore che lo arrestava perché pericoloso aveva più rispetto per Gesù della folla postmoderna che lo rifiuta (non posso mangiare il tuo pane: sono vegano!) o gli pone condizioni (il pesce senza mercurio).

Un prodotto tra gli altri sullo scaffale del supermercato. A che cosa serve, pensa l’Idiota Collettivo?

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La storia insegna che le crisi finanziarie USA si verificano quando i tassi salgono rapidamente come in questo caso: “Qualcosa finisce sempre per rompersi”

26 September 2026 at 07:58

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Mercoledì, il rendimento del titolo a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dall’inizio del 2025. Giovedì ha toccato il livello più alto dal luglio 2007.
John Roque di 22V Research ha rilevato che, in 16 casi di rapido aumento del rendimento a 10 anni dal 1970 a oggi, si è verificata una crisi finanziaria.
“Dobbiamo essere preparati o avvisati del fatto che i tassi stanno salendo e che qualcosa finirà per rompersi”, ha avvertito Roque.
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Trader al lavoro durante la sessione mattutina alla Borsa di New York.
Angela Weiss | Afp | Getty Images
Il rendimento del titolo del Tesoro a 10 anni

sta salendo a livelli che non si vedevano da anni. Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente Wall Street non è tanto il livello assoluto raggiunto, quanto la velocità del movimento.

Quando i tassi salgono a un ritmo così sostenuto, la storia insegna che tende a verificarsi qualche evento negativo.

Mercoledì, il rendimento a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dal 7 aprile 2025, per poi salire ulteriormente giovedì superando il 5,17%: un balzo notevole, considerando che due settimane fa era inferiore al 4,8% e che, a un certo punto di agosto, si attestava sotto il 4,6%.

“Qualcosa finisce sempre per rompersi”, ha affermato una recente nota di John Roque, responsabile dell’analisi tecnica presso 22V Research.

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Rendimento dei Treasury USA a 10 anni, ultimi 3 mesi
Analizzando un grafico del rendimento dei Treasury a 10 anni relativo agli ultimi cinquant’anni, Roque ha individuato 16 casi in cui si è verificato un rapido rialzo simile a quello attuale. Ognuno di questi movimenti ha portato a una qualche forma di crisi finanziaria. Sebbene l’entità delle crisi e il loro impatto sui mercati siano variati (dal fallimento, traumatico ma di breve durata, della Silicon Valley Bank nel 2023 al crollo azionario del 1987), l’impennata dei rendimenti ha quasi sempre causato perturbazioni sui mercati finanziari, penalizzando gli asset di rischio.

“Certo come il giorno segue la notte: quando il rendimento dei Treasury a 10 anni sale, qualcosa finisce per cedere”, ha osservato Roque ai microfoni della CNBC. “È opportuno mantenere la prudenza”.

Il rendimento dei Treasury a 10 anni funge da parametro di riferimento per i costi di finanziamento dell’intera economia. Dai tassi sui mutui alle complesse operazioni degli hedge fund, molte attività dipendono dalla stabilità di questo rendimento. Quando esso subisce un’impennata rapida, può far saltare i piani rischiosi di aziende o investitori che contavano su tassi di finanziamento stabili.

Cosa cederà questa volta? Di solito non è evidente finché non è troppo tardi e, in apparenza, non sempre il problema è direttamente legato ai costi di finanziamento. Lo scoppio della bolla delle dot-com fu causato da molteplici fattori, in particolare da valutazioni irrealistiche di numerose aziende tecnologiche che non generavano alcun profitto; tuttavia, anche i tassi più alti giocarono un ruolo importante. Durante la crisi immobiliare, l’aumento dei tassi mise a nudo la scarsa severità delle banche nella concessione dei prestiti, rendendo sempre più difficile per i mutuatari con debiti a tasso variabile onorare i pagamenti.

Questa volta, gli operatori di mercato indicano spesso come possibili punti di rottura il mercato in forte espansione (e opaco) del credito privato e i progetti per i data center dedicati all’IA, finanziati in misura eccessiva tramite debito (in parte fuori bilancio). Attenzione alle banche regionali
Secondo Roque, questa volta sarà fondamentale monitorare le banche regionali: affinché il mercato mantenga la propria stabilità, è necessario che esse registrino buone performance. Lo State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE)
è già sceso di quasi il 10% rispetto ai massimi recenti, avvicinandosi pericolosamente alla soglia della “correzione” (un calo del 10% o più). Analizzando le passate turbolenze causate dai tassi elevati, si nota come il settore bancario sia solitamente quello che subisce le ripercussioni più pesanti.

“È essenziale che le banche regionali, in particolare, tengano la posizione o subiscano un calo minimo o non problematico”, ha affermato. “Se le banche regionali continuano a scendere – e di conseguenza anche le banche in generale – non è possibile avere un mercato forte. Semplicemente non è possibile”.

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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF
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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE), da inizio anno (YTD)
L’analista ha inoltre evidenziato segnali di cedimento nei settori delle utility e dell’edilizia residenziale. Solo nell’ultima settimana, il comparto utility dell’S&P 500
ha perso oltre il 4%, risultando di gran lunga il settore con la performance peggiore tra gli 11 gruppi che compongono l’indice.

“Il mercato obbligazionario ha dovuto faticare non poco per convincere le persone che i tassi sono in aumento; siamo stati tutti condizionati a credere che i rialzi dei tassi fossero solo temporanei, ma credo che questa volta la situazione sia diversa”, ha osservato Roque. “Siamo di fronte a un rialzo strutturale dei rendimenti obbligazionari e a un mercato ribassista di lungo periodo per le obbligazioni”.

“Dobbiamo essere preparati o consapevoli del fatto che i tassi…”
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AFD lancia la “svolta demografica” in Germania

25 September 2026 at 17:38

dal canale Counter Intelligence Global

Il partito Alternativa per la Germania (AfD) sostiene una “svolta demografica” attraverso incentivi economici per le famiglie numerose e una ferma opposizione all’aborto, rifiutando l’immigrazione come soluzione al calo demografico.

La forte Erinnerungskultur (cultura della memoria) tedesca, che implica il confronto con i crimini dell’epoca nazionalsocialista e il loro riconoscimento, ha spinto AfD a prendere le distanze da qualsiasi paragone storico. Di conseguenza, il partito ha adottato un approccio cauto, ma chiaro nel promuovere le proprie idee sull’incremento della natalità tra la popolazione autoctona. Il suo programma invoca una “svolta demografica” che, a detta del partito, garantirebbe la trasmissione della cultura tedesca e la stabilità dei sistemi sociali del Paese. Sebbene in questa tornata elettorale si sia astenuto dal fissare obiettivi numerici espliciti, in passato il partito ha promosso il modello della famiglia con tre figli come soluzione ideale per contrastare quello che definisce un “deficit di nascite”. Le proposte economiche per incentivare le famiglie numerose — tra cui crediti d’imposta e contributi pensionistici — rimangono tuttavia poco definite.

Leggermente meno pubblicizzata è la posizione del partito in merito all’aborto. AfD sostiene che il sostegno economico alle coppie ridurrebbe quello che considera un tasso di aborto eccessivamente elevato. È interessante notare che, secondo la World Population Review, nel 2024 il tasso di aborto in Germania era di 5,4 casi ogni 1.000 donne; solo 12 dei 151 Paesi inclusi nell’elenco registravano tassi inferiori.

Tuttavia, anche le proposte politiche in questo ambito rimangono vaghe. Pur senza chiedere esplicitamente un divieto totale, AfD ha sostenuto l’introduzione di restrizioni severe e ha spinto affinché l’aborto non venga più riconosciuto come un diritto umano né sostenuto dallo Stato. I dati del Guttmacher Institute dimostrano che i tassi di aborto diminuiscono quando le donne hanno accesso ai servizi e ai diritti in materia di salute sessuale e riproduttiva, a una maggiore istruzione e a una più ampia parità di genere.

Il crollo delle nascite

Il calo demografico potrebbe essere una delle ragioni alla base della popolarità di AfD. Secondo la sociologa Katja Salomo: “Le ricerche indicano che il sostegno elettorale ai partiti di estrema destra, inclusa AfD, tende a essere più elevato nelle regioni maggiormente colpite dal declino demografico”. Nel 2023, l’intelligence interna ha rilevato che la sezione di AfD in Sassonia-Anhalt era permeata da un'”ideologia razzista”, in violazione della Costituzione tedesca che garantisce la “dignità umana” per tutti.

Nel suo manifesto, AfD della Sassonia-Anhalt sostiene che l’immigrazione sia un “rimedio inadeguato all’estinzione della popolazione locale”. Propone invece di incentivare famiglie più numerose, ad esempio erogando bonus alla nascita ai genitori.

The AfD: How it Could reshape German Family Policy and Climate Action

https://www.bbc.com/news/articles/c24ylyv40y5o

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Il suicidio energetico della UE

25 September 2026 at 07:53

L’Europa è un’area di trasformazione industriale con scarse risorse energetiche e minerarie proprie. Senza un approvvigionamento esterno è condannata a diventare terzo mondo.

Ma questa strada suicida è esattamente quella presa. Perché?

Due interpretazioni possibili.

La prima è l’integrale asservimento agli USA. Una compagine di venduti ai vertici UE+UK avrebbe accondisceso alle provocazioni sul fronte russo sfociate nella guerra, all’incendio americano del Medio Oriente, all’appropriazione brigantesca delle risorse petrolifere del Venezuela, sacrificando il vecchio continente.

I media a gettone avrebbero indorato la pillola canticchiando il solito tormentone sulla “difesa dei diritti umani” per giustificare qualunque barbarie.

La seconda è che la guerra sul fronte russo sia stata non tollerata, ma proprio pianificata, con la prospettiva di dare una spallata alla Russia, destabilizzarne il regime, ricondurla al periodo Eltsin, a stazione di rifornimento e terra di conquista per imprenditori senza scrupoli. Un rapido collasso economico, via sanzioni, avrebbe trasformato i ricchi giacimenti russi in disponibilità perenni e incondizionate.

Ma quale che sia l’interpretazione giusta, entrambi gli scenari portano allo stesso esito. Quanto più grave la situazione, quanto più pesante l’indebitamento, quanto più stretto il vicolo cieco in cui ci si è cacciati, tanto più ai dirigenti europei un ritorno sui propri passi appare impossibile. Come il giocatore d’azzardo che oramai si è giocato la macchina, la casa e un rene, uscire dal gioco sancirebbe semplicemente la rovina e dunque non gli resta che giocarsi anche l’altro rene e con ciò la vita in un’ultima scommessa del tutto per tutto. E la scommessa è la guerra, e il suo azzardo è che essa resti guerra di logoramento, un po’ ibrida, un po’ per procura, comunque convenzionale. In una guerra convenzionale a basso voltaggio e lunga durata l’UE+UK sperano di contare su maggiori risorse di uomini e denari.

Così, quel quadro che sembra folle, controintuitivo e perciò ancora implausibile a molti, il quadro di una guerra diretta con la Russia, sembra essere oramai l’unica direzione cui le oligarchie UE possono condurci.

Andrea Zhok
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Rischio sistemico La bolla dell’intelligenza artificiale ormai coincide con l’economia americana Linkiesta

25 September 2026 at 07:50

Le Big Tech finanziano startup che acquistano servizi dalle stesse Big Tech, alimentando un circuito che sostiene investimenti, infrastrutture e Pil. È un equilibrio potente, ma anche sempre più fragile

C’è un vecchio adagio di Wall Street che recita così: the stock market is not the economy, la Borsa non è l’economia. Le ultime evoluzioni potrebbero ribaltare questa massima. Perché da qualche anno la crescita americana si è appoggiata sempre di più sull’intelligenza artificiale, al punto che distinguere tra la corsa dei mercati e quella dell’economia reale sta diventando sempre più difficile.

Negli ultimi dieci anni il valore complessivo della Borsa statunitense è più che raddoppiato, superando i settantacinquemila miliardi di dollari, circa due volte e mezzo il Pil americano. Una parte enorme di questa ricchezza esiste soltanto sulla carta: sono aspettative di profitti futuri. Ma quelle aspettative stanno già producendo effetti molto concreti. Alimentano investimenti in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. E a cascata sostengono i consumi, seguendo un fenomeno chiamato wealth effect: quando i patrimoni finanziari crescono, i loro proprietari si sentono più ricchi e spendono di più per vacanze, beni di lusso, ristoranti, elettronica. Quindi se il valore delle azioni sale, anche l’economia reale accelera.

È per questo che la possibile bolla dell’intelligenza artificiale preoccupa sempre più economisti. Perché potrebbe colpire Wall Street, ma soprattutto perché rischia di rallentare la principale forza che oggi sostiene la crescita americana. «La storia dell’IA è quella che sta tenendo in piedi tutto il resto», ha detto Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, parlando al New York Times.

Perfino Sam Altman ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale potrebbe trovarsi dentro una bolla, mentre il Fondo monetario internazionale ha iniziato a indicarla come uno dei principali rischi per la stabilità finanziaria globale. Non significa che il crollo sia imminente. Piuttosto, ormai la domanda non è più se le valutazioni siano elevate, ma quanto a lungo possano continuare a crescere ai ritmi attuali.

Sull’Atlantic, Annie Lowrey sostiene che quella dell’intelligenza artificiale «non è una bolla come le altre». Non assomiglia alla febbre delle dot com né alla corsa immobiliare degli anni Duemila, quando milioni di famiglie e piccoli investitori alimentavano l’euforia. «Lo zio Ted» che comprava azioni internet alla fine degli anni Novanta e «zia Linda» che acquistava una seconda casa nel pieno della bolla immobiliare oggi non esistono più. Questa volta i protagonisti sono poche imprese gigantesche. Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta spenderanno quest’anno oltre settecento miliardi di dollari nella costruzione dell’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale: server, chip, data center, energia. «Gli investimenti nell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sono responsabili praticamente di tutta la crescita del Pil americano. Senza di essi, in altre parole, potremmo già essere in recessione», scrive Lowrey.

Perfino Goldman Sachs invita alla prudenza: in una nota ai clienti scrive che le valutazioni attuali possono essere giustificate soltanto assumendo quello che definisce un «ottimismo panglossiano», un riferimento al filosofo del “Candido” di Voltaire convinto che tutto, inevitabilmente, finisca sempre per il meglio.

Da molto tempo ormai l’intelligenza artificiale non è più un settore tecnologico. O almeno non solo. È diventata una delle industrie più grandi, ricche e importanti del mondo. È quella che sostiene il settore delle costruzioni e spinge la domanda di elettricità e acqua, e crea lavoro lungo tutta la filiera dell’infrastruttura digitale. Soprattutto negli Stati Uniti, la crescita, almeno in questa fase, passa sempre di più da lì.

Ma è proprio questa forza, paradossalmente a rendere il sistema vulnerabile. Lowrey descrive l’economia dell’intelligenza artificiale come «un uroboro da mille miliardi di dollari», il serpente che si morde la coda: le Big Tech finanziano le startup dell’intelligenza artificiale, che spendono quei capitali per acquistare servizi cloud dalle stesse Big Tech, che a loro volta reinvestono quei ricavi nella costruzione di modelli sempre più potenti. Nvidia vende chip a Microsoft, Microsoft finanzia OpenAI, OpenAI compra capacità di calcolo da Microsoft e Amazon. Tutti comprano da tutti, tutti alimentano la crescita degli altri.

È una dinamica di cui abbiamo parlato, da altre angolazioni, anche nell’ultimo numero di Linkiesta Magazine. Nell’articolo firmato da Andrea Fioravanti si parla di come il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale non sia più l’algoritmo, ma la capacità di finanziare infrastrutture sempre più costose e assetate di energia.

Naturalmente nessuno sa se e quando questa bolla si sgonfierà o esploderà. Ma in realtà forse il rischio più concreto non è nemmeno quello di un crollo improvviso. Potrebbe bastare qualcosa di molto meno spettacolare, come una trimestrale sotto le attese o ricavi che crescono più lentamente del previsto, o anche un ritorno sugli investimenti rinviato di qualche anno. Se gli investitori iniziassero a dubitare che i profitti promessi arriveranno davvero, potrebbero rallentare i finanziamenti. E così rallenterebbero anche i data center, le centrali elettriche, i cantieri e una parte dei consumi che oggi tengono in movimento l’economia americana.

Sarebbe il vero paradosso della nuova economia dell’intelligenza artificiale. La corsa è alimentata da un numero ristretto di aziende e investitori, ma gli effetti di un eventuale rallentamento ricadrebbero su tutti. I fondi pensione sono esposti alle Big Tech, le piccole imprese dipendono dal credito, intere filiere industriali vivono della costruzione dell’infrastruttura digitale. Come scrive Lowrey sull’Atlantic, gli americani comuni potrebbero non aver mai investito un dollaro in OpenAI o Anthropic, ma questo non impedirà loro di pagare il conto se l’entusiasmo dovesse raffreddarsi.

La bolla dell’intelligenza artificiale, insomma, non preoccupa soltanto perché potrebbe scoppiare. Preoccupa perché, per la prima volta, la bolla e l’economia sembrano coincidere.

https://www.linkiesta.it/2026/07/la-bolla-dellintelligenza-artificiale-ormai-coincide-con-leconomia-americana/

Ci mancava solo questa L’intelligenza artificiale ha progettato nuovi virus

Linkiesta

Un modello ha progettato nuovi genomi virali mai apparsi in natura. La scoperta potrebbe accelerare la ricerca medica, ma solleva interrogativi sul rischio di future applicazioni malevole

https://www.linkiesta.it/2026/08/ia-nuovi-virus-science/

Per la prima volta, un gruppo di scienziati ha utilizzato l’intelligenza artificiale per progettare nuovi virus. Lo ha rivelato il New York Times citando un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, secondo cui ricercatori della Stanford University e dell’Arc Institute di Palo Alto hanno addestrato un modello di AI a riconoscere i modelli presenti nelle sequenze genetiche naturali e a utilizzarli per progettare virus mai osservati in natura. La scoperta alimenta le speranze di importanti progressi medici, ma anche i timori che la stessa tecnologia possa un giorno essere usata per creare agenti patogeni pericolosi.

Creare virus sintetici non è una novità: gli scienziati sono da tempo in grado di ricostruire genomi virali in laboratorio per studiare i virus o sviluppare farmaci e vaccini. La novità è che questa volta a progettare le sequenze genetiche è stata l’intelligenza artificiale, che non si è limitata a replicare o modificare un virus esistente.

I ricercatori hanno utilizzato un modello chiamato Evo, simile per alcuni aspetti a ChatGPT, ma addestrato sulle sequenze genetiche anziché sul linguaggio. Come una lingua, anche il Dna ha una sorta di grammatica: le quattro lettere che lo compongono, A, C, G e T, devono seguire determinate regole perché una sequenza possa produrre molecole biologicamente funzionanti.

Evo è stato addestrato su sequenze provenienti da milioni di animali, piante, microbi e virus, analizzando complessivamente circa nove mila miliardi di nucleotidi. Il modello ha così imparato a riconoscere schemi comuni nell’intero albero della vita e a generare nuove sequenze genetiche.

Poiché inizialmente poteva gestire solo genomi di piccole dimensioni, i ricercatori hanno deciso di concentrarsi sui virus. Hanno addestrato nuovamente Evo sugli 11 geni del batteriofago Phi X-174 e su circa 15.000 virus a esso strettamente correlati. La scelta era legata anche alla sicurezza: Phi X-174 infetta esclusivamente l’Escherichia coli ed è studiato da quasi un secolo.

Evo ha generato 700.000 possibili versioni del virus. I ricercatori ne hanno selezionate 285, sintetizzando le relative sequenze di Dna e inserendole nei batteri. Nella maggior parte dei casi non è successo nulla. Ma 16 sequenze hanno prodotto virus capaci di replicarsi e infettare altri batteri. Alcuni si sono moltiplicati persino più velocemente del virus naturale.

I nuovi virus non rappresentano una minaccia per gli esseri umani. I ricercatori hanno infatti escluso dall’addestramento i virus che infettano l’uomo e quelli simili capaci di infettare animali, piante e funghi. Ma proprio il successo dell’esperimento alimenta le preoccupazioni sulla possibilità che modelli futuri possano essere utilizzati per progettare agenti patogeni.

Il problema è anche regolatorio. Negli Stati Uniti è stata recentemente introdotta una nuova politica per limitare la ricerca biologica ad alto rischio, ma le attività puramente computazionali, come la generazione di sequenze virali attraverso l’AI, non sono automaticamente vietate. E mentre è relativamente semplice riconoscere il rischio di un virus naturale già noto, è molto più difficile stabilire quanto possa essere pericoloso qualcosa che non è mai esistito.

«Qual è il rischio di qualcosa che non ho mai visto prima?», si è chiesto Moritz Hanke, del Johns Hopkins Center for Health Security. È probabilmente questa la domanda che l’esperimento di Evo lascia aperta.

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Trump ci fa mancare il Diesel. La Cina punta sul…. carbone

25 September 2026 at 07:42

Le onde d’urto della proiezione di potenza iraniana nello Stretto di Hormuz stanno ora diventando visibili negli Stati Uniti. Si dice che l’amministrazione Trump stia considerando un piano per imporre un divieto di 90 giorni sulle esportazioni di gasolio dagli Stati Uniti, nel tentativo di abbassare i prezzi interni del carburante, che sono schizzati a livelli record in mezzo al conflitto con l’Iran e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali. La notizia, riportata per la prima volta da Politico, cita cinque persone informate delle discussioni e indica che la Casa Bianca intende finalizzare il divieto entro la fine della settimana, sebbene il meccanismo legale per la sua attuazione rimanga poco chiaro.

Nel frattempo, l’industria petrolifera americana ha avvertito che il divieto potrebbe avere conseguenze gravi per le catene di approvvigionamento internazionali, l’agricoltura e i trasporti, rimuovendo il più grande esportatore mondiale di gasolio dal mercato globale. L’inarrestabile aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti è direttamente legato al conflitto con l’Iran e alle conseguenti interruzioni, inclusi il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e ora Bab el-Mandeb. Da quando il conflitto è iniziato alla fine di febbraio, i prezzi al dettaglio del gasolio negli Stati Uniti hanno superato per la prima volta la soglia dei 6 dollari al gallone, raggiungendo una media di 6,52 dollari al gallone il 23 settembre, rispetto ai 3,69 dollari di un anno prima – un aumento del 76%.

La guerra ha ridotto drasticamente le esportazioni di gasolio dal Golfo Persico, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le esportazioni russe sono anch’esse limitate dagli attacchi ucraini sulle raffinerie. Nonostante le raffinerie statunitensi operino vicino alla capacità massima, le scorte domestiche di gasolio rimangono circa il 15% al di sotto della media quinquennale, e gli analisti prevedono che le carenze di approvvigionamento persisteranno ben nel 2027.

La Cina progetta nuove e ingenti riserve di carbone, mentre le nazioni occidentali abbandonano gradualmente i combustibili fossili.

Il 15° Piano quinquennale cinese prevede una riserva annuale di carbone di 100 milioni di tonnellate entro il 2030, ma le riserve attuali sono già sei volte superiori.

Nonostante la crescita delle energie rinnovabili, il carbone fornisce ancora il 54% dell’elettricità e il 57% dell’energia primaria della Cina.

Nel 2024 la Cina ha avviato la costruzione di nuove centrali a carbone per una potenza complessiva di 94,5 gigawatt, pari al 93% della nuova costruzione di centrali a carbone a livello globale.

Gli analisti sostengono che le politiche occidentali di emissioni nette zero hanno spostato la capacità industriale e le emissioni verso la Cina anziché ridurle a livello globale.

Le emissioni della Cina sono aumentate di oltre 3 miliardi di tonnellate all’anno, mentre Stati Uniti, UE e Regno Unito hanno ridotto le proprie.

https://sadefenza.substack.com/p/la-cina-progetta-nuove-e-ingenti

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False Flag in arrivo

24 September 2026 at 12:52
Imagen de un posible ataque de drones rusos desde el Mediterráneo a países como España, Italia y Francia.

Secondo quanto riportato da ‘El Mundo’, gli Stati Uniti hanno avvertito i paesi dell’Europa meridionale di un possibile attacco da parte di Mosca. Alcune fonti indicano che la Russia potrebbe lanciare droni Gerbera, con una gittata di 600 km, da navi per attaccare Spagna, Francia e Italia, paesi dova l’opinione pubblica è più  contraria alllllla guerra.. Analizziamo cosa si sa e come si sta evolvendo la minaccia.

https://es.euronews.com/2026/09/24/la-cia-alerta-de-un-ataque-ruso-con-drones-contra-espana-francia-o-italia-que-se-sabe

La CIA alerta de un ataque ruso con drones contra España, Francia o Italia: qué se sabe

Imagen de un posible ataque de drones rusos desde el Mediterráneo a países como España, Italia y Francia.
Derechos de autor Jesús Maturana, Euronews, Canva

Por Maria Muñoz Morillo

Publicado •última actualización 

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Según ‘El Mundo’, EE.UU. ha alertado a los países del sur de Europa de un posible ataque de Moscú. Según las informaciones, Rusia lanzaría desde barcos los drones Gerbera, con 600 km de autonomía, para atacar España, Francia e Italia. Les explicamos qué se sabe y cómo crece la amenaza.

Los servicios de inteligencia de Estados Unidos han trasladado a varios países europeos un informe que apunta a una posible operación rusa con drones contra objetivos en España, Francia o Italia.

La información, avanzada por el periodista Xavier Colás para ‘El Mundo’, antiguo corresponsal en Rusia, sitúa el origen de la alerta en la visita del pasado mes de agosto del director de la CIA John Ratcliffe a Moscú, y describe un escenario de ataque muy concreto: drones lanzados desde barcos mercantes disfrazados de tráfico comercial ordinario.

El dron señalado: el Gerbera, un arma barata y difícil de detectar

Según la información recabada por fuentes del Ministerio de Defensa de Lituania anónimas, y recogida por ‘El Mundo’, el aparato en cuestión sería el Gerbera, un dron ruso de pequeño tamaño (apenas dos metros de longitud y 18 kilos de peso) capaz de recorrer hasta 600 kilómetros a unos 160 km/h.

Su reducida carga explosiva -entre cuatro y cinco kilos- no busca una destrucción masiva, sino un efecto simbólico y disruptivo: cerrar temporalmente un aeropuerto, provocar un incendio o demostrar que Moscú puede alcanzar la retaguardia europea sin la necesidad de cruzar ninguna frontera terrestre.

El método no es una hipótesis lejana. El Kremlin ya ha ensayado lanzamientos de drones desde plataformas marítimas. Sin ir más lejos, el pasado mes de febrero una unidad naval sueca detectó un aparato despegando de un buque ruso de Inteligencia en el estrecho de Öresund. A esto se suma el precedente del ataque con drones armados en el aeropuerto alemán de Leipzig, que Berlín atribuye a la Inteligencia rusa, y el episodio de los 19 drones que sobrevolaron sin munición el espacio aéreo de Polonia hace un año.

Por qué el sur de Europa y no solo el flanco oriental

La lógica del Kremlin, según los analistas consultados por el periódico español, no responde a la cercanía geográfica sino a la vulnerabilidad política. El experto británico Keir Giles, especializado en estrategia militar rusa, sostiene que Moscú buscará “el punto más débil de Europa”, y cita expresamente a países como España, que no cuentan con sistemas integrados de defensa aérea adecuados frente a este tipo de amenaza.

Esta idea conecta directamente con la advertencia que ya lanzó el secretario general de la OTAN, Mark Rutte hace meses: un misil ruso tardaría apenas diez minutos más en llegar a Madrid que a Varsovia. Rutte quiso así desmontar la percepción de que el sur de Europa queda al margen del “flanco oriental” y, por tanto, fuera del radio de riesgo y la guerra que Rusia inició en 2022 contra Ucrania y que amenaza todo el continente.

La intimidación con drones lanzados desde el Mediterráneo, más lenta pero igual de simbólica, encaja en ese mismo mensaje: la distancia ya no es una garantía de seguridad para ningún país europeo.

España, Francia e Italia comparten además otro factor de riesgo señalado en la investigación: los tres celebran elecciones en 2027 y cuentan con fuerzas políticas capaces de capitalizar el cansancio social generado tras años de guerra de Ucrania (a pesar de los deseos de Trump de poner fin al conflicto antes de que comience el invierno) algo que el Gobierno de Vladímir Putin podría intentar explotar con una acción de bajo coste y alto impacto mediático.

El ministro de Defensa de Italia, Guido Crosetto, ha publicado un mensaje en X pidiendo no echar “más leña en el fuego”: “No sirve a nadie y no encuentra ninguna confirmación, la alarma lanzada esta mañana por un periódico español que plantea posibles ataques a Italia, España y Francia por parte de naves y drones rusos. Ya vivimos en tiempos difíciles y “nerviosos” y no sirve a nadie echar más leña al fuego”., ha dicho el político.

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Alain Elkann intervista Aimone di Savoia!

24 September 2026 at 07:53

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Aimone di Savoia-Aosta
30 agosto 2026

Aimone di Savoia-Aosta
UNA VITA ALL’INSEGNA DELL’ONORE. Aimone di Savoia-Aosta, VI Duca d’Aosta, è nato a Firenze nel 1967. Dopo aver studiato al Collegio Navale di Venezia e aver iniziato la sua carriera professionale a Londra, si è trasferito in Russia nei primi anni Novanta. In seguito è entrato a far parte del Gruppo Pirelli e, più di recente, è tornato in Italia dopo molti anni trascorsi all’estero. Ha inoltre ricoperto la carica di Ambasciatore dell’Ordine di Malta in Russia.

Tempo di lettura: 13 minuti.

È possibile ascoltare il podcast di questa intervista qui.

Aimone di Savoia-Aosta, lei ha studiato all’Università Bocconi. Si è laureato?

Non ho mai terminato gli studi alla Bocconi. Vorrei poter dire di essere un dottore della Bocconi, ma purtroppo ho abbandonato il corso.

Ha ricevuto il Collare dell’Annunziata a quindici anni. Cosa ha significato per lei?

È stato un grande onore. Il Collare dell’Annunziata è uno dei più antichi ordini cavallereschi d’Europa. Tradizionalmente si trattava di una confraternita molto ristretta, strettamente legata a Casa Savoia. Umberto II me lo conferì quando avevo appena quindici anni, in anticipo rispetto a quanto previsto dalla tradizione. Egli morì sei mesi dopo; per questo ho sempre considerato tale onorificenza particolarmente importante.

«La storia d’Italia non inizia nel 1946, ma il 17 marzo 1861, a Torino!»

Aimone di Savoia-Aosta
Aimone con la moglie Olga e i figli (da sinistra a destra) Amedeo, Umberto e Isabella alla Reggia di Venaria, Venaria Reale, 2024

Aimone di Savoia-Aosta, perché è andato in Russia nel 1992?

Quasi per caso. Lavoravo per un’azienda che fallì e un amico ed io decidemmo di andare in Russia. L’Unione Sovietica era appena crollata e il Paese sembrava una terra di opportunità. Si percepiva una sensazione straordinaria: tutto stava per cambiare.

Cosa hai scoperto?

La realtà era molto più dura dell’ideale. La transizione dal sistema sovietico a un’economia di mercato fu estremamente brutale. La “terapia d’urto” generò enormi ricchezze per alcuni e perdite terribili per altri. Era un momento storico unico, quasi come essere arrivati ​​in Francia nel 1789.

Perché sei rimasto?

Perché il Paese mi affascinava. Ho anche del sangue russo, anche se questo non ha influito sulla decisione iniziale; forse, in seguito, quella parte di me è emersa con più forza.

Hai vissuto in Russia dall’era di Eltsin a quella di Putin. Cos’è la Russia per te?

Un Paese che amo profondamente e che è molto difficile comprendere dall’esterno. La Russia ha attraversato fasi straordinarie: il periodo sovietico, il caos degli anni Novanta, lo sviluppo economico e sociale dei primi anni di Putin e, successivamente, un periodo più cupo. Viverci ti insegna a guardare a queste fasi in modo diverso.

Perché pensi che la Russia venga spesso fraintesa?

Perché spesso la si conosce attraverso la letteratura, l’arte e la storia politica, ma non attraverso la vita quotidiana. Quando ci vivi e ne parli la lingua, vedi un Paese diverso. I russi sono profondamente sentimentali e nazionalisti, con un forte senso della cultura e della tradizione.

Com’era la vita in Russia?

Fantastica. Negli anni Novanta era un singolare crogiolo di culture, mentre negli anni Duemila il Paese divenne molto più sofisticato. C’era una vita culturale ricca e un’enorme libertà di viaggiare e scoprire il territorio. La Russia è straordinaria per le sue città, i musei, l’arte e la natura.

Ti sentivi libero, lì?

Sì, e in un certo senso mi sentivo doppiamente libero. In Italia il mio cognome creava spesso dei pregiudizi, anche quando erano di segno positivo: la gente si faceva già un’idea di chi fossi. In Russia questo non accadeva. E ciò mi dava un grande senso di libertà.

E oggi, in Italia?

Oggi mi sento estremamente libero. Mi sono liberato da quel senso di pressione. «Il titolo di Duca di Puglia mi è stato conferito da Umberto II e tale concessione rientrava nella tradizione di Casa Savoia.»

Aimone di Savoia-Aosta, come concilia la Sua eredità reale con la vita nella Repubblica Italiana?

Credo che la risposta risieda nella responsabilità storica. Sono nato sotto la Repubblica, l’ho servita nella Marina Militare e ho trascorso tutta la mia vita sotto questa istituzione. Allo stesso tempo, una parte della memoria storica del Paese scorre nella mia famiglia. Ritengo che abbiamo la responsabilità di preservare tale memoria e di trasmetterla ai nostri figli.

Cosa vorrebbe che i Suoi figli comprendessero?

Che la storia d’Italia è una storia unitaria. Vorrei vedere una maggiore continuità tra Monarchia e Repubblica, senza per questo mettere in discussione le istituzioni repubblicane. La storia d’Italia non inizia nel 1946, bensì il 17 marzo 1861, a Torino! La mia famiglia è parte della storia d’Italia, e quella storia va studiata nella sua interezza.

È stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Come ha accolto questo riconoscimento?

Con grande piacere. È stato un onore ricevere un’onorificenza dal Presidente Mattarella. Nel suo discorso presso l’Ambasciata d’Italia, l’Ambasciatore Pasquale Terracciano ha sottolineato quanto fosse orgoglioso di conferire un’onorificenza della Repubblica, per la pri…

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Gli stupidi al potere: un segno dei tempi

23 September 2026 at 18:03

NO, NON È UNO SCHERZO: IERI IN UE HANNO DECISO DI PROLUNGARE LE SANZIONI ALLA RUSSIA PER ALTRI 3 ANNI!

Su questa vicenda c’è un silenzio vergognoso. Nessuno che dica mezza parola. Evidentemente stanno tutti d’accordo!

Ieri quei guerrafondai dell’Unione Europea hanno raggiunto l’accordo per prolungare le sanzioni contro la Russia fino al 22 settembre 2029. Solitamente le prolungano di sei mesi alla volta, adesso hanno deciso di prolungarle direttamente per tre anni. Ripeto: tre anni. È così che cercano la pace? Miserabili!

Questi sono fuori di testa. Continuano sempre sulla strada delle sanzioni, nonostante ci stiano portando alla fame. Ci faranno crepare per Zelensky, questa è la realtà. Sono settimane che si riuniscono quasi giornalmente pur di trovare un accordo per prolungare le sanzioni contro la Russia.

Questi deficienti si sono riuniti a oltranza fino a quando non sono arrivati allo scopo. Per sanzionare israele, il peggior Stato terrorista della storia, alla prima volta che non c’è stato accordo, allora hanno mollato tutto. Per sanzionare la Russia, anzi, noi, tanto discutono fino a che non approvano sanzioni. Ipocriti senza vergogna.

avete notato che….

negli ultimi anni le persone, comprese quelle che appartengono alla classe dirigente, dimostrino capacità intellettive sempre più scarse? Ormai per molti è diventato molto difficile fare anche il più semplice dei ragionamenti logici. Per quanto possa sembrare strano, questo non è un fenomeno che appartiene solo alla nostra epoca, bensì è qualcosa che si ripresenta in determinati momenti precisi della storia dell’uomo, come suggeriscono storici e antropologi con le loro ricerche.

Alcuni anni fa, ascoltando una conferenza del professor Barbero, rimasi colpito da una sua affermazione, che fu la seguente:

“Quando noi medievisti studiamo la fine del mondo antico, con le invasioni barbariche, siamo colpiti non solo dal collasso delle infrastrutture e delle tecnologie, di cui pure qualche piccolo sintomo oggi comincia a delinearsi, ma anche dal degradarsi della capacità di ragionare. Dal fatto che anche nel dibattito pubblico, nel dibattito intellettuale, a un certo punto diventa normale fare ragionamenti che non sono più ragionamenti, accostamenti arbitrari, fare parallelismi senza accorgersi che si sta ragionando meno bene di prima. La frequenza con cui assistiamo a questo fenomeno nel dibattito pubblico e nell’informazione, mi fa venire in mente un parallelo con il VII secolo, epoca in cui la capacità di ragionare in modo logico non era la cosa più apprezzata.”

Incuriosito da tale brillante riflessione, mi misi a fare delle ricerche, fino a scoprire che esistono fior di studi al riguardo.

Gli studiosi, infatti, hanno notato che dalle tavolette d’argilla degli antichi sumeri ai manoscritti tardo-romani, i documenti che precedono la fine di grandi civiltà condividono in molti casi la stessa serie di dettagli inquietanti:

  • ·una progressiva perdita di rigore logico;
  • il deterioramento della lingua;
  • il dilagare dell’ignoranza.

Non si tratta, ovviamente, di un’improvvisa mutazione biologica della specie umana in quei determinati periodi, ma di un sintomo culturale e istituzionale ben preciso.

Secondo le teorie di alcuni antropologi, quando una società diventa troppo complessa per sostenersi, tra le prime strutture a cadere ci sono quelle educative. Il sapere formale smette di essere tramandato, provocando un analfabetismo di ritorno che si riflette direttamente nei testi dell’epoca, i quali diventano via via più approssimativi, grammaticalmente poveri e privi di pensiero critico.

A questo fenomeno si affianca un’altra ipotesi, forse ancora più interessante: quella di un declino cognitivo della società. In sostanza, di fronte a crisi sistemiche e a un sovraccarico informativo impossibile da gestire, la classe dirigente e la popolazione subiscono una forma di “fuga dalla realtà”. Il ragionamento logico e analitico viene abbandonato in favore di slogan ultrasemplificati, pensiero magico e dogmi dettati da leader di qualche gruppo. La lingua, che è il vero “sistema operativo” di una cultura, si svuota di sfumature, rendendo progressivamente più difficile per la società elaborare soluzioni razionali ai propri problemi.

Il collasso di una civiltà, pare suggeriscano gli studiosi, non ha solo inizio quindi con l’invasione di un nemico o con una catastrofe naturale, ma può avere le sue radici anche nell’incapacità collettiva di formulare pensieri logici e veritieri. Un monito silenzioso, scritto secoli fa, che attende solo di essere letto.

Tutto questo non vi sembra rispecchiare il momento storico che stiamo vivendo?

M.P.
[23/09/2026 18:16] Maurizio Blondet: https://x.com/SprinterPress/status/2102666123866939830?s=20

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L’algoritmo faustiano (parte II)

23 September 2026 at 11:59

L’intelligenza artificiale si erge come compimento della tecno civiltà faustiana occidentale, nel frattempo minacciata dall’irruzione fulminea dell’oriente cinese. Più che una forza di vero rinnovamento, l’automazione algoritmica rappresenta la mummificazione della nostra società. Delegando all’apparato elettronico, alla mente artificiale la creazione artistica, la scrittura, l’analisi giuridica, la decisione, il pensiero critico , l’apprendimento, abdichiamo  alla vitalità organica. I suoi modelli linguistici (LLM) non generano nuovi simboli viventi; si limitano a elaborare e ricombinare statisticamente i detriti del nostro passato culturale. Il genio creativo è sostituito dall’efficienza dell’elaborazione dei dati, un’intelligenza insensibile emersa con forza travolgente quando il cuore spirituale della cultura ha cessato di battere. Per Jacquel Ellul, sociologo ma anche teologo, la tecnica è il rischio del secolo, la modalità attraverso cui il moloch tecnologico abbatte ogni ostacolo in nome dell’utilità e dell’efficienza.

Uno dei nodi tragici consiste in quello che Spengler definì il tradimento della tecnologia moderna, creata dall’ umanità occidentale con l’inequivocabile scopo di sottomettere la natura. La storia insegna che lo strumento finisce invariabilmente per schiavizzare il suo inventore. Il paradosso potrebbe manifestarsi nelle reti neurali artificiali che mutano, apprendono e assumono decisioni autonome a velocità misurabili in millisecondi, una scala temporale neppure pensabile dal cervello biologico. Abbiamo costruito un ambiente di flussi globali tanto complesso che la mente umana non è più in grado di gestirlo senza il supporto dell’intelligenza artificiale. Ci troviamo al punto di non ritorno in cui il sistema, gli Stati, i mercati, le grandi infrastrutture, dipendono totalmente da questa trama artificiale impossibile da disattivare senza causare l’immediato collasso dell’intero sistema.

Il patto faustiano si consuma con la rinuncia all’autonomia umana in cambio della capacità di calcolo, la volontà di potenza postmoderna. Il fenomeno ha una dimensione geopolitica destabilizzante. Spengler in Anni della decisione, spiega che l’Occidente ha commesso l’errore di esportare la propria tecnologia in altre civiltà in nome del profitto a breve termine e di una provvisoria egemonia. Globalizzandosi verso oriente, la tecnologia si è resa indipendente dai suoi ideatori. Gli strumenti di dominio creati dall’anima faustiana sono passati nelle mani di culture che non condividono la struttura psichica e gli imperativi etici dell’Occidente, ma che hanno imparato a usarli con notevole efficacia.

L’attuale corsa per la supremazia tecnologica tra Usa e Cina si inserisce nel conflitto di fine civiltà. Il risultato della pulsione universalista non è l’armonia planetaria o un ordine strutturato; il mondo è più frammentato che mai sotto la patina tecnologica, immerso in lotte di potere, ribelle all’egemonia declinante della civiltà che l’ha plasmata. La degradazione della democrazia formale apre le porte a ciò che Spengler chiamava cesarismo: l’ascesa di figure autoritarie, amorali, che governano con la forza o con la manipolazione dell’opinione pubblica. Questo è evidente nel neo confucianesimo cinese, ma avanza nel potere immenso di figure quali Elon Musk, Bill Gates, Peter Thiel, Alex Karp, Sam Altman, i signori di Silicon Valley e dell’Intelligenza Artificiale. Costoro stanno elaborando una specifica ideologia, l’ accelerazionismo o illuminismo oscuro che travolge la territorialità, gli Stati, le procedure della democrazia e le regole giuridiche. Si tratta del traguardo finale che oltrepassa la fase tecnocratica per diventare giustificazione tautologica del potere.

Uno dei suoi strumenti sono le cosiddette “iperstizioni” (Nick Land) , finzioni o idee  che si autoavverano attraverso le azioni che ispirano, Diffuse dall’alto per mezzo dei mezzi digitali, del marketing e dalle nuove culture, trasformano la narrazione in fatto incontrovertibile e rendono la virtualità non più distinguibile dalla realtà, capovolgendo credenze e comportamenti. L’intelligenza artificiale e la progettazione algoritmica sono gli strumenti di controllo sociale più perfetti mai immaginati: producono un livello di monitoraggio, controllo personalizzato e mutazione delle condotte senza precedenti, unito, come dicevamo, alla confusione dolosa tra reale e virtuale, uni-verso e meta-verso. Attraverso gli algoritmi, le piattaforme digitali e la proliferazione di simulazioni che dissolvono la verità fattuale, la realtà è atomizzata, resa malleabile, plastica. Le popolazioni vengono disarmate intellettualmente in un mare di stimolazioni istantanee (frames) promosse dai tecnocrati sulla strada di diventare autocrati. La sovranità è sostituita dalla docilità dell’utente riformattato.

Nella sua fase terminale, la cultura occidentale esaurisce le possibilità creative, raggiunge la dimensione planetaria e si libera delle tensioni metafisiche. L’ intera umanità rischia di trasformarsi in folla informe di fellah, la parola araba che Spengler  usa per designare la massa senza volto che si adatta e sopravvive da una civiltà all’altra senza appartenere ad alcuna, inconsapevole, estranea ai movimenti della storia, preoccupata solo della sopravvivenza e del benessere materiale. È l’avvento degli ultimi uomini descritti con disprezzo da Nietzsche, manipolati dalla tecnostruttura e presto direttamente dalla macchina. In questa gabbia digitale globalizzata, l’esistenza si riduce alla dimensione zoologica vissuta in un ambiente artificiale dove l’intrattenimento automatizzato guidato da algoritmi “di ricompensa” esaurisce gli orizzonti della vita.

Le persone diventano appendici biologiche di un ecosistema tecnico che decide che cosa consumare, che cosa pensare e in che cosa credere. Di fronte al vuoto lasciato dal declino delle religioni e dall’esaurimento del razionalismo, emerge uno spurio supermercato dello spirito. La fede di un tempo si dissolve in eclettiche pratiche pseudo spirituali, sincretismi, surrogati di credenze liquidi, transitori. I guru tecnologici si comportano da profeti, o sommi sacerdoti, immaginando l’avvento di una Singolarità informatica potente come il giudizio finale (Ray Kurzweil) , o sono ossessionati dalla figura dell’Anticristo e del Kathechon, “ciò che trattiene”, la tecnica considerata liberatoria (Peter Thiel). Lucida follia del mondo al contrario. Una tecno fede cieca, irrazionale, sintomo di decadenza poiché si aspetta che la tecnologia ci salvi miracolosamente dalle crisi esistenziali, ecologiche ed economiche causate dalla sua stessa ipertrofia.

Il pericolo apocalittico dell’algoritmo faustiano sta nel fatto che non è presentato come un’opzione tra le altre: diventa determinismo inevitabile creduto per l’omogeneizzazione delle menti, la distruzione delle condizioni organiche e la polverizzazione delle radici locali che storicamente hanno permesso la nascita di nuove culture. La Terra è trasformata in immensa fabbrica automatizzata dove tutto ciò che non è quantificabile è condannato all’irrilevanza. Fedele alla sua visione tragica e ciclica della storia, Spengler non credeva che la megamacchina sarebbe durata in eterno in un progresso indefinito. Al contrario, ne profetizzò il collasso a causa della mancanza di rinnovamento vitale.

La sua fine contiene la probabilità di una drammatica collisione. Una minoranza prometeica conduce una guerra contro l’ordine biologico per imporre la propria volontà di potenza, ma la natura è, alla fine, infinitamente più forte. La scarsità di risorse materiali, la legge dell’entropia, la radicale disconnessione dalle strutture organiche della vita, unite all’ inaridimento spirituale, conducono alla catastrofe. Quando la macchina faustiana crollerà per l’ esaurimento psicologico delle élite o di guerre di annientamento, ciò che rimarrà non sarà un territorio vergine per un nuovo inizio. Ciò che  attende i superstiti potrebbe essere il deserto. Una volta distrutto il tessuto organico e delegata la capacità di pensare ai freddi circuiti algoritmici, la post umanità potrebbe aver dimenticato come vivere umanamente.

Stiamo forse assistendo al penultimo atto del dramma, in cui l’umanità osserva affascinata il tremolio di uno schermo che illumina la propria eclissi? Poiché la civiltà faustiana ha portata globale, il suo declino trascinerebbe il mondo in un’era di sterilità, poiché la morte della cultura implica la fine della storia. Le strutture globali (organizzazioni internazionali, mercati finanziari) potrebbero persistere per inerzia come gusci vuoti ancora a lungo, ma l’umanità sopravvivrebbe gestendo le rovine tecnologiche senza la capacità – né il desiderio – di generare una nuova cultura. Distopia, suggestione, timore, o realistica prudenza, la nostra ? Più necessaria, crediamo, allorché gli stessi banditori mettono in guardia dai rischi, che peraltro non chiariscono, a parte l’accertata autonoma violazione di sistemi informatici complessi. Certo non regge più l’ottimismo a senso unico, l’ eudemonismo con il paraocchi, avvolti nell’ “andrà tutto bene” obbligato dei pifferai.

I mandarini della tecnocrazia ci devono molte spiegazioni, a partire dal rischio della disoccupazione di massa e dalla massificazione integrale delle menti, all’incapacità del diritto di stabilire regole, limiti, determinare responsabilità nell’uso di potentissimi apparati artificiali, dai robot alla sterminata gamma di utilizzazioni dell’I.A, sino alla possibilità che davvero la macchina prenda il sopravvento su chi l’ha inventata e potrebbe non riuscire più a controllarla, neppure per i suoi scopi contrari al resto dell’umanità.

Gli psicologi avvertono che un numero sempre maggiore di persone, specie giovani, non sa più prendere decisioni- anche elementari- senza consultare la voce non umana della chatbox alimentata dall’ I.A. L’apparato artificiale sostituisce il libero arbitrio. E non è che la punta dell’iceberg. I grandi capi dell’ Intelligenza Artificiale invocano una moratoria:  perché, al di là di manovre finanziarie o interessi indicibili ? Se la ragione fosse più grave di quanto fanno trapelare ? Se anche così non fosse, noi, semplici esseri umani, abbiamo diritto di sapere, capire, decidere, scegliere. Chi dipende da altri uomini è un servo e uno schiavo. Ma è ancora un uomo chi è determinato, agito, sorvegliato, orientato, occupato, comandato da una macchina?  “Uomini siate, e non pecore matte”.

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Gli elettori tedeschi infliggono altre due sconfitte ai partiti favorevoli alla guerra

23 September 2026 at 07:57

Due settimane dopo che le elezioni in Sassonia-Anhalt avevano inferto un duro colpo ai partiti tradizionali, assegnando all’Alternativa per la Germania (AfD) il 43,8% dei voti, un secondo verdetto, ancora più severo, È stato pronunciato dagli elettori nelle due elezioni regionali del 20 settembre.

I cristiano-democratici (CDU) del cancelliere Friedrich Merz hanno subito una pesante sconfitta nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, perdendo tutti i seggi nel parlamento regionale, e non sono riusciti a riconquistare Berlino, la città-stato che È la capitale della Germania.

Nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore (MVP), l’AfD ha ottenuto il 38,2%, guadagnando oltre 22 punti rispetto alle ultime elezioni del 2021 e piazzandosi avanti ai Socialdemocratici (SPD) dell’attuale governatrice Manuela Schwesig, che hanno ottenuto solo il 35,3%. La CDU si È letteralmente schiantata al suolo col 4,9%, al di sotto della soglia di sbarramento del 5%. A Berlino, Die Linke È ora il partito di maggioranza, con il 25,7%, in crescita di 13,5 punti, mentre la CDU, che reggeva il governo, ha perso 9,4 punti ed È scesa al 18,8%. Il BSW di Sahra Wagenknecht non ha superato la soglia di sbarramento in entrambi gli Stati (4,7% e 4,8%).

Per quanto riguarda il prossimo parlamento del Land di Meclemburgo-Pomerania Anteriore, i 32 seggi su 71 dell’AfD non le consentono di ottenere la maggioranza, ma l’SPD, Die Linke e i Verdi, con i loro 39 seggi complessivi, potrebbero formare un governo. Il cancelliere Merz ha definito il risultato “un disastro” e ha annullato la partecipazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di questa settimana per convocare un gabinetto di crisi del partito. Ha affermato di non avere intenzione di lasciare le cariche di cancelliere e presidente della CDU, chiedendo agli elettori di essere “pazienti”, ma il partito È alla ricerca di un sostituto per garantirsi la sopravvivenza. Friedrich Merz potrebbe quindi lasciare l’incarico prima di quanto desideri.

I due partiti vincitori hanno posizioni opposte su molte questioni e vengono spesso descritti come situati ai poli opposti dello spettro politico (l’AfD a destra e Die Linke a sinistra). Un punto di convergenza È che entrambi si oppongono all’invio di ulteriori armi all’Ucraina. L’AfD chiede inoltre la riapertura dei gasdotti Nord Stream e il ripristino dei rapporti con Mosca, mentre Die Linke condanna l’invasione russa, ma il gruppo parlamentare ha votato prevalentemente contro le forniture di armi, pertanto, in entrambi gli Stati, si può dire che gli elettori hanno sanzionato i partiti che promuovono la guerra con la Russia.

Già prima di queste elezioni, l’indice di gradimento del Cancelliere era sceso al 14%, alimentando le voci su una sua possibile sostituzione. Ma finora, egli ha sfruttato il fatto che non vi sia nessun altro leader credibile della CDU disponibile a subentrare. In ogni caso, il semplice cambio di cancelliere non risolverà il “disastro”. È necessaria una discussione approfondita su un cambiamento radicale del programma del partito e sulle politiche necessarie per far uscire la Germania da questa profonda crisi, sia strategica che economica. Se la Germania continuerà a inasprire lo scontro con la Russia, rifiutandosi al contempo di aderire al “nuovo paradigma” dei rapporti internazionali, il declino non potrà che accelerare.

Il fatto che gli elettori del Meclemburgo-Pomerania Anteriore ricordano che la governatrice uscente, Manuela Schwesig, si spese per realizzare il Nord Stream Due, che ha il suo terminale proprio in quello stato, e per i vantaggi del gas proveniente dalla Russia, spiega la spettacolare rimonta della SPD che, data per spacciata, ha quasi agganciato l’AfD. In realtà, la Schwesig È una nota dissidente nel partito e ha fatto campagna elettorale senza il contrassegno della SPD. Ora la Schwesig È diventata papabile per sostituire la diarchia che guida il partito socialdemocratico, il ministro delle Finanze Lars Klingbeil e il ministro del Lavoro Bärbel Bas.


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Trump evoca il divieto di esportazione del diesel dopo colloqui “molto produttivi” di 3 ore sull’Iran

23 September 2026 at 07:44

di Tyler Durden

Tutti  i camion  e tutti i trattori agricoli sono Diesel:  la  mancanza di diesel significa la fame  di massa  e
Martedì 22 settembre 2026 – 20:28
Riepilogo
Colloqui USA-Iran: Rappresentanti dell’amministrazione USA (non identificati) hanno tenuto colloqui di tre ore con funzionari iraniani a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU.

Ultimatum di Trump all’ONU: Promuove un possibile accordo “dopo” le elezioni di metà mandato USA, ma si chiede anche: “Li spingo all’inferno senza alcuna possibilità di sopravvivenza?”

Divieto di esportazione del diesel: Trump ha dichiarato di aver discusso con il suo team un possibile divieto sulle esportazioni di diesel statunitense, mentre i legislatori premono per misure volte ad affrontare i prezzi elevati del carburante interno.

Firma di uno storico accordo di sicurezza con la Groenlandia: Trump sigla l’accordo di sicurezza con Danimarca e Groenlandia.

Trump affronta le sfide dell’IA nel suo discorso: Ha promosso un approccio più permissivo verso l’IA, definendola “super-intelligenza”. Ha affermato: “Gli Stati Uniti sono leader mondiali nella super-intelligenza e continueremo a esserlo in modo sicuro e responsabile”.

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Incontro di 3 ore sull’Iran; proposta di divieto di esportazione del diesel
Funzionari dell’amministrazione Trump hanno tenuto un lungo incontro con la delegazione iraniana a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York, martedì; il presidente ha definito l’incontro “molto buono”. Ha inoltre aggiunto che è stato “molto produttivo” e che “ne è previsto un altro in un futuro molto prossimo”.

Quanto a chi rappresentasse la Casa Bianca, non sono stati fatti nomi specifici, ma il presidente Trump, parlando ai giornalisti, è sembrato riferirsi ai suoi inviati speciali Steve Witkoff e Jared Kushner, seduti vicino a lui. “È stato un incontro durato tre ore”, ha indicato Trump. Confermato: il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha incontrato l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e Jared Kushner a margine dell’Assemblea Generale presso la sede dell’ONU a New York, secondo quanto riportato dal New York Times citando due funzionari iraniani.

Non confermato: una fonte di alto livello ha dichiarato ad Al Arabiya che l’incontro di New York tra le delegazioni americana e iraniana ha sbloccato la situazione negoziale; una svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Iran è possibile, ma richiede diversi passaggi.

Forze armate iraniane: le dichiarazioni di Trump sull’Iran all’Assemblea Generale dell’ONU sono definite “strumenti di propaganda interna”.

Nel suo importante discorso all’ONU, tenuto in mattinata, Trump ha avvertito di poter “annientare” l’Iran e “mandarli all’inferno”, pur lasciando aperta la speranza che Teheran sia disposta a raggiungere un accordo, probabilmente dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.

Nel pomeriggio, Trump ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, affermando di aver chiesto il divieto di esportazione del diesel. I prezzi del petrolio sono scesi immediatamente alla notizia, per poi ricominciare presto a salire; tuttavia, alcune fonti hanno avvertito che la controversa proposta potrebbe rivelarsi controproducente.

Trump ha dichiarato di aver discusso un possibile divieto di esportazione del diesel con il suo team, mentre il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che l’amministrazione sta valutando tale eventualità.

Trump su Iran, petrolio ed elezioni di metà mandato
Dal podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente Trump ha dichiarato al mondo: “Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io ho realizzato la pace”. L’attenzione si è rapidamente spostata sulla Repubblica Islamica dell’Iran, accusata da Trump di diffondere “morte, carneficina e caos”. Ha affermato: “Erano i bulli del Medio Oriente, ma non lo sono più”.

Nel riproporre i temi ricorrenti della sua amministrazione, Trump ha citato una cifra ancora più elevata di cittadini iraniani che sarebbero stati uccisi di recente dal proprio governo, sostenendo – senza fornire prove – che oltre 72.000 cittadini iraniani fossero stati massacrati. Un numero che continua a crescere incessantemente. Passando a parlare della guerra vera e propria, Trump ha esaltato il fatto che le navi della marina iraniana giacciano ormai “sul fondo del mare”, che la loro economia sia completamente distrutta e che molte capacità, come i radar, siano ormai del tutto inesistenti. Eppure, la minaccia nucleare rimane al centro dell’attenzione. Ribadendo la sua “linea rossa” – ovvero non permettere mai che l’Iran ottenga armi nucleari – Trump si è vantato di come la sua operazione “Epic Fury” abbia “annientato il loro programma nucleare sotto montagne di macerie”. Tuttavia, continua a indicare l’Iran come una minaccia atomica.

Una delle affermazioni più interessanti è arrivata quando Trump ha detto che Teheran ha costruito un missile capace di colpire l’Europa e che gli iraniani se ne sono vantati apertamente. Ha quindi esortato gli europei (che finora hanno respinto l’invito a partecipare a una missione militare nello Stretto di Hormuz) a prenderne atto. “Ho una decisione importante da prendere… si arriverà a un accordo con l’Iran o annienterò la Repubblica Islamica, e ‘in fretta’? Li spedirò all’inferno senza alcuna possibilità di sopravvivenza?”

Ha parlato della possibilità di annientarli, pronunciando questa frase chiave:

“Credo che raggiungeremo un accordo subito dopo le elezioni, perché per loro non avrebbe senso fare diversamente”, ha detto Trump. “Stanno aspettando di vedere come andrò alle elezioni di metà mandato…”

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Mnsignor Viganò: «Prevost è come Bergoglio»

22 September 2026 at 08:04

Arcivescovo Carlo Maria Viganò
@CarloMVigano

“Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: “tunc revelabitur ille iniquus”. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.”

aldomariavalli.it/2026/09/21/lin

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… Meloni ci ha alleato con… l’Arabia Saudita e contro l’Iran

22 September 2026 at 07:59

Vertice a Palazzo Chigi. Escalation in Arabia, il contingente si sposta

Riunione tra Crosetto, Mantovano e i vertici militari “Uomini e mezzi via dai luoghi meno sicuri”.

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il question time in Senato

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il question time in Senato

L’escalation della minaccia Houthi spinge il Governo a ridefinire la mappa della presenza militare nel Golfo Persico. È il dossier finito al centro di un vertice ad altissimo livello convocato ieri a Palazzo Chigi, alla presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto, del sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi di sicurezza Alfredo Mantovano e dei vertici di Forze armate e intelligence. Un incontro decisivo per fare il punto sui principali scenari di crisi, ma soprattutto per analizzare l’ultimo report stilato dalla Difesa e richiesto dallo stesso Crosetto a seguito dell’attacco subito dalla base saudita di Ta’if, in cui è andato distrutto un caccia italiano.

La priorità assoluta resta la sicurezza dei nostri militari sul campo. Le verifiche sui rischi reali stanno portando a una rimodulazione dei contingenti italiani nel Golfo: tra le opzioni al vaglio, la decisione più probabile indicherebbe una “movimentazione di militari” verso territori più sicuri – senza escludere riposizionamenti all’interno dello stesso territorio saudita –, ipotesi ritenuta preferibile rispetto a una riduzione tout court del contingente.

Del resto, le norme consentono il ridislocamento delle truppe in qualsiasi momento. L’Italia mantiene una struttura operativa articolata nell’area: oltre alla Task Force Arabia di stanza nell’hub di King Fahd – finito nel mirino dei miliziani yemeniti –, il nostro Paese è impegnato in Kuwait, Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti. In queste ore si valuta lo spostamento dei tre caccia Eurofighter rimasti operativi dopo l’ultimo raid, del velivolo radar Gulfstream Caew (tra i più costosi della flotta aerea), del sistema missilistico di difesa terra-aria Samp-T di nuova generazione abbinato al radar Kronos Grand Mobile High Power dislocato a King Fahd, fino al sistema d’arma Skynex nel Golfo.

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Israele aiuta Zelenski a scatenare l’articolo 5

21 September 2026 at 17:38

Sui social media circolano voci secondo cui l’Ucraina, con l’aiuto di Israele, vorrebbe condurre attacchi false flag contro uno o più paesi NATO. A tal fine potrebbe essere utilizzato equipaggiamento che è stato recentemente caricato su un aereo ucraino An-124 all’aeroporto di Ben Gurion (Tel Aviv/Israele).

Il tipo di equipaggiamento militare caricato sui camion non è riconoscibile, ma potrebbe trattarsi eventualmente di repliche o armi russe rubate.

Questo spiegherebbe comunque le parole del giornalista vicino a Zelensky, che profeticamente parla di un evento militare che presto “darà ali all’Ucraina”.

le affermazioni:
Sii pronto! Sembra che possa succedere qualcosa di ora in ora. «Dicono letteralmente che entro pochi giorni accadrà qualcosa che darà alla Ucraina grandi speranze» — Dmytro Gordon, giornalista vicino a Zelensky, alla televisione ucraina.

«Non posso dire di cosa si tratta — è un segreto militare. Ma so che nei prossimi giorni accadrà qualcosa che darà ali alla nazione»

Nessuno sa cosa significhi esattamente, ma ci sono molte opzioni. Da una false flag che scateni l’articolo 5 della NATO, a consegne speciali di armi, fino alla dichiarazione aperta di guerra da parte della NATO. Sii pronto!

https://twitter.com/Your_Tweety/status/2101801312807428130

Il Ministro della Difesa estone, Martin Herem ha infatti dichiarato

L’Estonia è in grado di combattere la Russia da sola. Distruggeremo le infrastrutture russe

E ancora…

L’esercito estone è in grado di resistere alla Russia da solo. Se varcate la frontiera, vi uccideremo tutti. La Russia deve dissolversi in numerosi stati indipendenti

ha dichiarato il ministro estone evidentemente sotto metanfetamine 😂🤡

E di grazia, distruggerete la Russia usando tutti e 12 i vostri soldati? 😂🤡

Ma questo è del mestiere? Cambia spacciatore… 😂🤡

Anche se la faccia da ritardato ci dice molto su di lui e su tutti i politici UE… Se non sei ritardato, in quei posti, non ci arrivi!

Ma fate attenzione perché nel suo farneticare lancia un messaggio pesante che le élite globaliste portano avanti da sempre

Muovere guerra alla Russia per disgregarla e farne tanti piccoli staterelli ovviamente sotto il controllo occidentale e quindi loro per depredare tutte le risorse e le materie prime!

Non vanno sottovalutate le farneticazioni di questi malati perché è proprio da questi staterelli che potrebbe arrivare il false flag che userà la UE per dire che la Russia ci ha attaccato

✈️➡️ t.me/SaDefenza

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