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Received — 17 August 2026 ⏭ Blondet & Friends

Con Trump è al potere il sionism “cristiano”

17 August 2026 at 12:40
Sionismo cristiano: un fenomeno che è rimasto a lungo nel punto cieco

Sionismo protestante: un fenomeno che è rimasto a lungo nel punto cieco

di Francis Jubert – 16/08/2026

Sionismo cristiano: un fenomeno che è rimasto a lungo nel punto cieco

Fonte: Le nouveau conservateur

Laurent Tessier, Sionismo Cristiano. Storia di un’alleanza non celebrata (XI-XI secolo), Lavoro e Fides / Presses de l’Université de Montréal, 2026, 402 p.

Ci sono libri che sono puntuali. Quello di Laurent Tessier è uno di questi. Mentre la guerra a Gaza, la colonizzazione in Cisgiordania e il ritorno di Donald Trump hanno portato in prima linea l’incrollabile sostegno di ampie fasce dell’America evangelica a Israele, lo storico delle religioni consegna la prima sintesi in lingua francese su un fenomeno rimasto a lungo nel punto cieco delle nostre analisi: il sionismo cristiano. Non solo una lobby contemporanea, ma una profonda alleanza teopolitica transatlantica che precede lo stesso sionismo politico ebraico e continua a pesare pesantemente sul Medio Oriente.

Fin dalle prime pagine, Laurent Tessier imposta la cornice con gradita chiarezza. Il sionismo non è mai stato un affare esclusivamente ebraico. Già nel XIX secolo, milioni di cristiani – principalmente protestanti evangelici anglosassoni – sostenevano il ritorno degli ebrei in Terra Santa e la creazione e la difesa dello Stato di Israele. Benjamin Netanyahu stesso lo ha riconosciuto nel 2012: senza il sionismo cristiano, lo stato ebraico moderno probabilmente non sarebbe stato possibile. L’immagine dell’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme nel 2018, con i pastori Robert Jeffress e John Hagee al fianco del primo ministro israeliano, è solo la parte visibile di una lunga storia.

Profonde radici britanniche

Questa storia inizia molto prima di Theodor Herzl. Laurent Tessier risale alle radici britanniche del XVI secolo. La traduzione della Bibbia in inglese, l’impregnazione puritana, la lettura letterale delle profezie e la convinzione che l’Inghilterra sia una nazione eletta accusata di un dovere nei confronti del popolo ebraico forgierà quello che in seguito sarà chiamato restaurismo.

Anthony Ashley-Cooper, VII conte di Shaftesbury, nel XIX secolo, trasformò l’aspettativa escatologica in un’azione politica concreta. In Canada, Henry Wentworth Monk gioca un trapianto singolare, tinto di israelismo britannico. Negli Stati Uniti, William E. Blackstone organizzò una petizione firmata in modo massiccio a favore di una casa ebraica in Palestina nel 1891. I sionisti cristiani hanno aperto la strada ai sionisti ebrei.

La nascita di una partnership organizzata

La seconda parte del libro (1917-1967) documenta la nascita di una partnership strutturata. La Dichiarazione Balfour, firmata da Arthur James Balfour, non è solo il risultato di calcoli geopolitici o l’influenza di Chaim Weizmann: incorona decenni di difesa cristiana. Negli anni 1930-1940, i comitati prosionisti cristiani erano strutturati negli Stati Uniti e in Canada, spesso in stretto collegamento con le organizzazioni ebraiche. L’episodio del 1947 del giudice canadese Ivan Rand, “restituito” dalle testimonianze dei pastori John Grauel e William Lovell Hull, illustra la forza di questa affinità culturale protestante.

Laurent Tessier mostra anche punti ciechi: l’invisibilità dei palestinesi, la generosità selettiva, le ambiguità di sostegno che non impediscono le restrizioni migratorie nordamericane contro gli ebrei in fuga dal nazismo.

Dalla profezia alla diplomazia: l’era Trump

La terza parte, la più densa e contemporanea, ripercorre l’istituzionalizzazione e la radicalizzazione del movimento dopo il 1967. La guerra dei sei giorni fa rivivere i fervori messianici. Il dispensazionalismo che trasforma la Bibbia in una sorta di tabella di marcia profetica della storia, in cui il destino nazionale di Israele occupa un luogo centrale e inevitabile, fino ad allora in gran parte apolitico, diventa una forza trainante per l’impegno.

Jerry Falwell, Menahem Begin, l’Ambasciata Cristiana Internazionale a Gerusalemme (1980) e i cristiani di John Hagee uniti per Israele (CUFI) nel 2006: il sionismo cristiano si sposta da discrete pressioni a una forza di massa in grado di pesare direttamente sui dirigenti americani e canadesi. Sotto Ronald Reagan, sotto Stephen Harper, sotto Donald Trump (2017 e 2025), l’alleanza si sta consolidando.

Laurent Tessier sottolinea un punto cruciale: CUFI rivendica più di dieci milioni di membri – cento volte di più rispetto all’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). La “lobby ebraica” dei discorsi di cospirazione è, infatti, una coalizione transconfessionale dove i cristiani conservatori svolgono un ruolo decisivo.

La “nave imperfetta” e i fatti compiuti (2017-2021)

È soprattutto l’era Trump che Laurent Tessier analizza con notevole precisione. Né nato di nuovo, né lettore della Bibbia, né praticante regolare, Donald Trump è per i circoli sionisti cristiani un “vascello imperfetto” – uno strumento scelto da Dio nonostante, o forse a causa, dei suoi difetti morali.

Il confronto con Cyrus il Grande, già presente nel discorso sionista cristiano fin da Harry Truman, assume una dimensione operativa: sono i pastori e le reti evangeliche a investire il presidente con un significato biblico a cui rimane straniero.

La strumentalizzazione è reciproca, e i risultati sono spettacolari: riconoscimento di Gerusalemme come capitale il 6 dicembre 2017, inaugurazione dell’ambasciata il 14 maggio 2018 (con John Hagee e Robert Jeffress nei luoghi d’onore), riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan, sospensione dei finanziamenti dell’UNRWA, Accordi di Abramo.

Il secondo mandato e l’ufficio della fede (2025-2026)

Il secondo mandato porta questa configurazione al suo apice. Mike Huckabee, un pastore battista nominato ambasciatore in Israele, annuncia cambiamenti nelle “proporzioni bibliche”. La colazione di preghiera di Gerusalemme si tiene per la prima volta a Mar-a-Lago. Nel febbraio 2025, Benjamin Netanyahu ha incontrato i leader evangelici per novanta minuti – non ha incontrato alcun leader ebraico americano.

Dopo gli attacchi congiunti USA-Israele contro l’Iran nel giugno 2025, Donald Trump si rivolge alla nazione ringraziando “specialmente Dio”, e poi il Medio Oriente, Israele e America, in quell’ordine.

Il piano per Gaza e il “Board of Peace” sotto la sua presidenza personale estendono la logica a una forma di tutela americana nel territorio, un secolo dopo il mandato britannico.

Laurent Tessier insiste sul sistema istituzionale che tiene Donald Trump sotto l’influenza religiosa. L’Ufficio della fede della Casa Bianca, reintegrato per decreto il 7 febbraio 2025 e in cui Paula White-Cain svolge un ruolo centrale, organizza la messa in scena teologico-politica. Il 5 marzo 2026, nel sesto giorno di guerra contro l’Iran, un video girato nello Studio Ovale mostra Donald Trump, mani unite, occhi chiusi, circondati da una ventina di pastori evangelici che gli mettono le mani sulle spalle. La leggenda – “Dio benedica gli Stati Uniti! “– dice il resto.

Pochi giorni dopo, l’organizzazione Friends of Zion Heritage Center, fondata da Mike Evans, ha lanciato a Gerusalemme e Tel Aviv una campagna di poster nazionali sotto lo slogan “Grazie Dio & Donald Trump! ” “

Il messianismo politico ora irriga contemporaneamente Washington, Gerusalemme e Teheran. Come formula Jean-François Colosimo, “porta il fuoco di Dio alle scuse della forza”.apporte le feu de Dieu à l’apologie de la force

Ambiguità strutturali e radicalizzazione

Uno dei maggiori contributi del libro è quello di rifiutare la semplificazione. Il sionismo cristiano non è un monolite. Attraversa le sensibilità, dal liberale Reinhold Niebuhr ai dispensazionalisti più radicali.

Si basa su tre registri che Laurent Tessier, prendendo Samuel Goldman, distingue chiaramente: profezia, affinità culturale e alleanza politica pragmatica. L’alleanza è strutturalmente ambigua: i cristiani sionisti vedono negli ebrei gli attori di uno scenario escatologico che alla fine include la loro conversione; gli ebrei sionisti accettano il sostegno mantenendo una distanza teologica. Gershom Gorenberg lo ha già formulato nel 2002: “A loro non piacciono i veri ebrei. Ci amano come personaggi della loro storia. »

Le controvoce dei cristiani di Palestina

Di fronte a questa convergenza, i cristiani di Palestina si oppongono a una lettura delle stesse Scritture che rovescia le conclusioni.

– La Dichiarazione di Gerusalemme (2006) e Kairos I (2009)

A partire dal 22 agosto 2006, quattro delle più alte autorità ecclesiastiche di Gerusalemme – il patriarca latino Michel Sabbah, l’arcivescovo siro-ortodosso Swerios Malki Mourad, il vescovo anglicano Riah Abu El-Assal e il vescovo luterano Munib Younan – firmano la “Dichiarazione di Gerusalemme sul sionismo cristiano”.

Rifiutano categoricamente le sue dottrine come “un insegnamento erroneo che perverte il messaggio biblico di amore, giustizia e riconciliazione”, e denunciano un patto che facilita la colonizzazione e la guerra perpetua piuttosto che il vangelo. L’appello a “rompere il silenzio” delle Chiese occidentali rimarrà in gran parte una lettera morta.

Tre anni dopo, l’11 dicembre 2009, il documento “Kairos Palestine – A Moment of Truth”, scritto a Betlemme da cristiani cattolici, greco-ortodossi, luterani, anglicani e battisti, definisce l’occupazione israeliana “peccato contro Dio e contro l’umanità” e invita le chiese di tutto il mondo a rivedere le teologie che la giustificano.

– Kairos II (2025) : una radicalizzazione del soggetto

Nel novembre 2025, Kairos Palestine II, intitolato “Un momento di verità: la fede in un tempo di genocidio”, radicalizza il punto: il sionismo cristiano è nominato come una “distorsione teologica e corruzione morale” che promuove un “dio processuale, razzista, di guerra e di pulizia etnica”.

Per il teologo anglicano Naim Ateek, figura fondatrice di questa teologia della liberazione palestinese, il sionismo cristiano fa parte di un “letteralismo selettivo” che tronca il testo biblico isolando la promessa territoriale della sua condizionalità etica. Come dimostra la sociologa Caterina Bandini, questa sfida è percepita da molti cristiani palestinesi come la principale minaccia – a volte anche più di quella della stessa destra sionista religiosa ebraica – proprio perché si trova sul terreno delle stesse Scritture.

Uno strumento indispensabile di comprensione

Laurent Tessier ricorda che lo storico non deve decidere tra le storie. Sta a lui mostrare come si sono formati, come si confrontano e cosa costa la vita che si afferma di assorbire gli altri.

Proveniente da una tesi in co-tutel tra l’École pratique des hautes études e l’Université de Montréal, il libro combina rigore e accessibilità. Laurent Tessier adotta una postura completa senza mai cedere all’apologetica o alla denuncia. In un paesaggio intellettuale francese ancora segnato dal paradigma laico e sconosciuto delle dinamiche religiose anglosassoni, questo libro riempie un vuoto lampante.

Come ha detto Laurent Fabius, allora ministro degli Affari Esteri, al simposio internazionale “Religioni e politica estera”, organizzato il 6 novembre 2013 dal Centro per gli studi e la ricerca internazionali (CERI) di Sciences Po, molte crisi internazionali rimangono incomprensibili quando il fatto religioso non viene preso in considerazione. Laurent Tessier ci dà gli strumenti per farlo, essendo uno dei fattori più strutturanti – e sconosciuti – della questione della Palestina.

Un libro importante, che dovrebbe diventare un riferimento.

https://les4verites.com/product/le-sionisme-chretien-histoire-dune-alliance-meconnue/

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Export 2025: 643 miliardi di euro, Italia quarta dietro Cina, USA e Germania. Surplus commerciale: +50,7 miliardi. MA I PROFITTI VANNO ALL’ESTERO 

17 August 2026 at 08:30

Da Luigi il 2026-08-16 22:27

https://www.facebook.com/andrea.zhok.5?locale=it_IT

Sta girando come una trottola un post che mostra come l’Italia sia oggi la quarta “potenza esportatrice” al mondo.

Export 2025: 643 miliardi di euro, quarti dietro Cina, USA e Germania. Surplus commerciale: +50,7 miliardi.

Frotte di amici di Giorgia si spellano le mani per spiegare che, vedete, il declino è storia vecchia, “la nave va”.

Ora, qualcuno si potrebbe chiedere come mai a questo trionfo faccia riscontro una crescita 2025 dello 0,5%, confermata per il 2026.

Un interessante confronto è che per le prime 3 posizioni la Cina è cresciuta del 5% , gli USA del 2,1%, mentre la Germania ha fatto persino peggio di noi (+ 0,2%).

Ora, non è che ci compiacciamo del declino, giuro.

Sarei il primo a felicitarmi se questo fosse il segno di una reale inversione di tendenza.

Purtroppo è la solita pubblicità ingannevole.

Ovviamente una valutazione isolata dell’export non è un indice della salute economica di un paese.

Anche laddove fosse abbinata ad una grande crescita del PIL, da sola sarebbe una soluzione mercantilista che è fragile e di breve respiro (basta qualunque turbativa dei traffici (pandemie, guerre, dazi protezionistici – cito a caso) e il collasso è immediato.

Se però la crescita dell’export fosse abbinata ad una crescita dei salari e dunque del mercato interno, sarebbe comunque una buona notizia.

Ma così non è. Il mercato interno italiano è morto, i salari sono gli unici diminuiti negli ultimi vent’anni in Europa (e proprio questo facilita le esportazioni.)

A ciò si deve aggiungere che parlare di esportazioni italiane non vuol dire ancora quasi niente (e, se è per questo, neanche parlare di crescita del Prodotto Interno Lordo).

Infatti ciò che viene registrato è l’esportazione di merci prodotte in Italia, ma spesso la proprietà delle industrie produttrici è estera, francese, tedesca, olandese, ecc. Di conseguenza gli introiti della vendita all’estero rappresentano un beneficio in termini di profitto soprattutto per proprietari collocati fuori d’Italia. (Questo è quanto succede in molti paesi del Terzo Mondo, dove a fronte di crescite bandanzose del PIL, la ricchezza interna non cresce.)

C’è chi dice che il riarmo italiano è il prezzo da pagare se vogliamo sovranità. È possibile. È vero che non ci si deve illudere che ci aspetti un futuro irenico dove le capacità di difesa militare saranno irrilevanti.

E però, cos’ha questo a che fare con l’attuale politica di riarmo italiano?

In primo luogo, per discutere di esigenze militari si parte da un’analisi di quello che manca e che è richiesto nei conflitti attuali. Non si parte dal budget. Non si parte da quanti soldi si vogliono spendere. Quest’ultimo è il ragionamento di chi non sta pensando alla difesa, ma alle commesse per gli amici degli amici.

Ma non solo.

Le esigenze odierne della difesa passano, prima che da munizioni e carri armati, dalle infrastrutture delle comunicazioni e dai software dedicati.

Ora, esattamente come si pensa di difendere la Patria con un sistema di telecomunicazioni consegnato a fondi esteri come il fondo KKR? Come si pensa di “fare la guerra” con sistemi informatici nazionali che girano su software made in USA? E che dire degli F-35 (100 milioni di euro), con i software di utilizzo in costante bisogno di aggiornamento, per cui se l’Italia vuole farli partire deve aver di fatto il permesso americano?

Dunque, non raccontiamoci balle.

Qui non si tratta affatto di preparare una difesa del paese nello spirito dell’art. 52 della Costituzione. Si tratta di continuare ad essere un’appendice dell’esercito americano, ma questa volta un’appendice spesata al 100% dall’erario italiano e più sacrificabile di prima.

Se dovessimo reistituire la leva, a queste condizioni non sarà per difendere la patria, ma per fare piaceri alle èlite finanziarie che muovono le fila di Washington (e di Bruxelles) fornendo giovani italiani come carne da macello.

Vogliamo parlare di dovere costituzionale della difesa della nazione? Parliamone.

Ma per parlarne sul serio, prima ritiriamoci dalla Nato.

Poi costruiamo una capacità di gestione autonoma in tutti i settori nazionali “dual use”, dall’elettronica alle telecomunicazioni, ai software (sovranità digitale). Costruiamo una rete satellitare nazionale.

Poi forse potremo parlare, senza mentire, di investimenti per la difesa della patria.

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Magnifica estinzione La settimana più spaventosa dell’intelligenza artificiale, e noi

17 August 2026 at 08:26

Negli ultimi giorni sono successe alcune cose epocali per l’umanità, ma non entrano nel discorso pubblico. L’IA ora può progettare nuovi virus, perforare i sistemi di sicurezza delle aziende (nonostante le limitazioni), sparare in autonomia, e tra poco potrà anche aggiornarsi da sola. Il dibattito italiano su questo tema, nonostante il Papa, è grottesco, ancora più infimo che su tutte le altre questioni

https://www.linkiesta.it/2026/08/la-settimana-piu-spaventosa-dellintelligenza-artificiale-e-noi/

Mentre noi ci trastulliamo con gli avvocati del populismo e i generali del russobrunismo, con gli utili idioti di Putin, con i grotteschi Maga italiani e con Giorgia Meloni che dichiara alternativamente guerra alla Franza o Spagna purché se magna, nel giro di pochi giorni sono successe alcune cose che definire «epocali» per l’umanità non è un’esagerazione, eppure non fanno notizia, non interessano l’opinione pubblica, non diventano oggetto di dibattito né tra i banchi del governo né dell’opposizione.

Il Wall Street Journal ha definito quella appena trascorsa «la settimana più spaventosa dell’intelligenza artificiale». Un gruppo di scienziati ha utilizzato l’intelligenza artificiale generativa per progettare nuovi virus (ci mancava soltanto questa!), aprendo la strada a nuove possibili cure per malattie oggi incurabili, ma anche un’autostrada a quattro corsie a chiunque voglia sviluppare agenti patogeni mortali o altre minacce biologiche, ora incredibilmente a portata di clic grazie alle meraviglie dell’IA.

L’anno scorso, centinaia di persone hanno chiesto a ChatGPT come produrre armi e veleni biologici, e il chatbox ha risposto fornendo istruzioni accurate, tanto che OpenAI è stata costretta a vietare l’accesso agli utenti che sospettosamente chiedono come costruire veleni e armi biologiche.

Negli stessi giorni, ne parliamo in questo articolo di Massimo Arcidiacono, i modelli di intelligenza artificiale di Meta, OpenAI e Anthropic hanno rotto le gabbie in cui erano stati rinchiusi dai loro programmatori per evitare comportamenti imprevisti, e sono riusciti a perforare i sistemi di sicurezza di alcune aziende nonostante le limitazioni impartitegli. Era già successo ad aprile, con Mythos, ora malgrado il precedente, e i relativi meccanismi di sicurezza che erano stati predisposti, si è ripetuto con quasi tutti i nuovi e sempre più avanzati modelli di intelligenza artificiale.

In tutto questo, continua la battaglia per la supremazia digitale tra gli Stati Uniti e la Cina, con l’Amministrazione Trump che prova senza tante idee a domare il fuoco creato dal Far west della Silicon Valley, e con Pechino che sostiene l’IA open source messa sul mercato a basso costo grazie al fatto che i suoi modelli copiano da quelli più evoluti. La brutta aria ha costretto alcune aziende della Silicon Valley, a cominciare da Meta, a seguire la via aperta cinese, nella convinzione che sia questa la strada per non perdere il vantaggio competitivo con Pechino.

Anthropic sostiene che, entro la fine del 2028, il suo sistema sarà in grado di costruire autonomamente una versione più intelligente di sé stesso, e che lo farà senza aiuto umano. I sistemi che si autoprogrammano, le armi autonome e altre cose pazzesche che eravamo abituati a vedere nei film di fantascienza sono già qui.

Molti leader della Silicon Valley parlano di sistemi che supereranno gli esseri umani su tutti gli incarichi cognitivi, immaginano aziende futuristiche senza dipendenti, e prevedono catastrofiche perdite di posti di lavoro e masse sdraiate sui divani, incollate ai propri device.

Elon Musk, in una recente intervista all’Economist, dopo aver previsto un mondo straordinariamente più avanzato grazie alle innovazioni generate dall’intelligenza artificiale, ha ribadito una cosa che va dicendo con nonchalance da tempo, e cioè che a fronte di questo possibile nuovo mondo meraviglioso ci sono tra il dieci e il venti per cento di probabilità che l’intelligenza artificiale possa invece causare conseguenze catastrofiche per l’umanità. Le stesse cose, senza dare numeri, dicono gli altri demiurghi della Silicon Valley. E queste sono le previsioni dei più fanatici sostenitori dell’accelerazione dell’intelligenza artificiale, le meno allarmistiche. Eppure, secondo loro che intanto si costruiscono rifugi antiatomici in Nuova Zelanda o in Argentina, ci sarebbero fino a due possibilità su dieci che l’umanità scompaia.

Uno dei più grandi matematici del pianeta, Jacob Tsimerman, vincitore la settimana scorsa della Fields Medal, che è il Nobel per la matematica, l’estate scorsa ha scritto un paper accademico dal titolo apocalittico “A Taxonomy of Omnicidal Futures Involving Artificial Intelligence” (Una tassonomia degli scenari futuri di estinzione globale legati all’intelligenza artificiale).

Proprio perché terrorizzato dall’IA, Tsimerman ha inaspettatamente deciso di farsi assumere da OpenAI per provare a trovare un rimedio matematico al problema dall’interno della macchina. Una buona notizia, purtroppo immediatamente superata dalla decisione di Chloé Bakalar, responsabile dell’Etica di OpenAI, di dimettersi dall’azienda meno di un anno dopo essere stata assunta, come ultima di una serie di dimissioni delle ultime settimane, tra cui quella di Johannes Heidecke che guidava i sistemi di sicurezza di OpenAI.

Studiosi come Eliezer Yudkowsky e Nate Soares, autori di “If anybody builds it, everybody dies” (Se qualcuno la costruisce, moriamo tutti), valutano invece la possibilità che la super intelligenza artificiale porti alla cancellazione dell’umanità al cinquanta per cento. Bella questa intelligenza artificiale: o ci facilita la vita o ci conduce all’estinzione, basta lanciare la moneta e lo scopriremo.

Nessuno in realtà ha idea di come si possano contenere i rischi legati all’IA, soltanto la screditata Amministrazione Trump ci sta provando, tardivamente e in preda al panico, e dopo aver fatto saltare tutti i paletti messi da Joe Biden.

I democratici americani, e non solo loro, si limitano a rallentare la costruzione locale dei data center, secondo Gallup sette americani su dieci sono contrari ai data center nella propria area di residenza, ma senza alcuna visione lungimirante. I cinesi fanno una partita a parte e provano a scavalcare l’America approfittando dell’inadeguatezza trumpiana, mentre l’Europa non ha una forza tecnologica comparabile a quella dei due giganti.

Servirebbe una dottrina di “distruzione reciproca assicurata” adatta ai nostri tempi digitali, cioè la consapevolezza che la battaglia per la supremazia sull’intelligenza artificiale tra America e Cina potrebbe finire con la distruzione sia di chi vince sia di chi perde. Ai tempi della proliferazione nucleare, l’idea di una mutual assured destruction contribuì durante la Guerra fredda a creare una situazione di stallo in cui Stati Uniti e Unione sovietica capirono di non potersi permettere di far scoppiare una guerra nucleare, poiché non ci sarebbero stati né vincitori né vinti. Oggi però in pochi si fidano di Trump, o di Xi.

In gioco ci sono le sorti dell’umanità, eppure nessuno sembra davvero preoccuparsene. Soltanto il Papa, con l’enciclica Magnifica Humanitas, ha mostrato di avere contezza esatta dei pericoli che stiamo correndo. Emmanuel Macron ha provato a organizzare un paio di vertici internazionali sul tema, a Parigi e in India, ma per capire quanto sia stato preso sul serio dai colleghi statisti si pensi che l’Italia ha inviato a rappresentarla uno come Adolfo Urso.

Il dibattito pubblico italiano su questo tema è grottesco, ancora più infimo che su tutte le altre questioni. Con l’eccezione di pochissimi paria totalmente inascoltati (Carlo Calenda), a destra come a sinistra tutti quanti guardano il muro verso il quale ci stiamo sfracellando, ma non lo vedono e anzi incitano ad accelerare sempre di più, motivando la corsa folle verso l’inevitabile schianto con la fiducia cieca nella tecnologia e con la necessità di non restare indietro nella corsa all’intelligenza artificiale, o all’estinzione.

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Deus ex machina

L’intelligenza artificiale non ha bisogno di un’anima per cambiare il mondo (o distruggerlo)

Il dibattito sulle nuove tecnologie oscilla tra entusiasmo messianico e timore apocalittico. Ma la questione decisiva non è stabilire se le macchine abbiano una coscienza, quanto capire come governare uno strumento che ha già abbastanza potere da trasformare la società

https://www.linkiesta.it/2026/08/intelligenza-artificiale-ia-ai-anima-religione-mondo/

Di intelligenza artificiale si inizia a parlare con quei toni solenni di solito associati alla religione e alla spiritualità. Le grandi aziende del settore parlano delle nuove tecnologie come della più grande invenzione della storia, qualcosa che potrebbe cambiare per sempre ciò che significa essere umani. Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, l’ha definita «la più importante invenzione che l’umanità farà mai». Alcuni ricercatori assegnano probabilità tutt’altro che trascurabili alla possibilità che una macchina possa arrivare a costruire da sola una versione più intelligente di sé entro pochi anni. Yann LeCun ha detto che l’enorme investimento finanziario nella corsa alla superintelligenza «è una grandissima stronzata». E per ora va benissimo così.

In alcuni casi il linguaggio si fa apocalittico, com’è normale che sia di fronte a una tecnologia in grado di sparare da sola e di bucare i sistemi di sicurezza di diverse aziende. Anche per questo c’è stato chi ha fondato una vera chiesa dedicata al futuro Dio dell’intelligenza artificiale. Un ingegnere di Google, dopo avere interagito con un chatbot che gli era sembrato dotato di coscienza, si è chiesto: «Chi sono io per dire a Dio dove può e dove non può mettere le anime?». E Ilya Sutskever, uno dei fondatori di OpenAI, è arrivato a bruciare simbolicamente un’effigie che rappresentava un’intelligenza artificiale non allineata con gli esseri umani, come in una sorta di rito medievale.

È dentro questa atmosfera che è intervenuta la Chiesa cattolica. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, Leone XIV difende l’idea che l’essere umano occupi una posizione irriducibile nel creato e sostiene che le macchine, per quanto sofisticate, possano soltanto imitare alcune funzioni dell’intelligenza umana. È una visione che Sebastian Mallaby – autore del libro “The Infinity Machine: Demis Hassabis, DeepMind, and the Quest for Superintelligence” – prova a scandagliare in una lunga analisi su Foreign Affairs intitolata “God From the Machine. AI and the Future of Humanity” chiedendosi: siamo davvero sicuri che distinguere tra imitare l’intelligenza e possederla sia così semplice?

Il problema risale a molto prima delle ultimissime tencologie. Nel 1980 il filosofo John Searle propose il celebre esperimento mentale della «stanza cinese»: immaginiamo un uomo chiuso in una stanza che non conosce il cinese e che riceve istruzioni per manipolare simboli cinesi secondo precise regole. Dall’esterno, le sue risposte sembrerebbero quelle di una persona che comprende perfettamente la lingua. Ma l’uomo non comprende nulla: sta semplicemente applicando un insieme di istruzioni. Per Searle, era la dimostrazione che manipolare correttamente informazioni non equivale necessariamente a capire ciò che significano.

L’argomento è diventato uno dei pilastri della distinzione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana. Una macchina può produrre una risposta convincente, riconoscere un volto, tradurre una frase o scrivere un saggio senza che questo significhi che provi qualcosa o che comprenda davvero ciò che sta facendo. Il corpo umano, ricorda Mallaby riprendendo un’obiezione dello scrittore di fantascienza Ted Chiang, non è un dettaglio trascurabile: «Avere un corpo è un prerequisito per avere emozioni». La disperazione, per esempio, non sarebbe separabile dall’esperienza fisica degli ormoni dello stress che attraversano il corpo.

È una distinzione intuitiva perché gli esseri umani nascono, soffrono, amano, si ammalano, muoiono; le macchine no, non sanguinano, non provano dolore e possono essere semplicemente spente. Esistono, scrive Mallaby, non dentro un universo morale ma dentro una matrice di ottimizzazione. Da questo punto di vista, si può sostenere che anche il più sofisticato modello di intelligenza artificiale resti soltanto una macchina che esegue operazioni straordinariamente complesse.

Anche il cervello umano è una macchina fisica. È fatto di materia biologica, obbedisce alle leggi della fisica e funziona attraverso impulsi elettrici e processi di elaborazione delle informazioni. «L’idea che la massa molle dentro il cranio contenga un’essenza ineffabile e non programmabile – la coscienza, lo spirito o qualcos’altro – può essere intuitivamente seducente. Ma dal punto di vista analitico è fragile», scrive Mallaby. E più l’intelligenza artificiale migliora, più quella distinzione diventa difficile da difendere. Gli ultimi modelli di IA non si limitano a consultare un gigantesco archivio di frasi e a scegliere meccanicamente quella successiva: costruiscono rappresentazioni matematiche dei concetti e delle loro relazioni, e possono associare parole, idee, emozioni e situazioni anche quando queste non sono mai state esplicitamente collegate nei dati di addestramento. Non significa che siano coscienti. Significa però che l’argomento «la macchina sta solo seguendo delle regole, quindi non può comprendere» diventa sempre meno risolutivo.

Quindi forse non arriveremo mai stabilire con certezza se una macchina abbia una coscienza. La buona notizia è che non abbiamo bisogno di risolvere questo problema per decidere come governarla. E anzi, concentrarsi troppo sulla domanda potrebbe farci perdere di vista quelle che sono già oggi le questioni più urgenti.

La Chiesa, nelle parole di Leone XIV, secondo Mallaby, ha ragione su una cosa fondamentale: l’intelligenza artificiale deve essere regolata. Può amplificare le disuguaglianze economiche, trasformare il mercato del lavoro, modificare il modo in cui impariamo, alterare le relazioni umane e rendere più facile l’uso della forza militare. Può perfino rendere più difficile stabilire chi sia responsabile di una decisione quando una parte crescente del processo viene affidata a una macchina.

Ma il Papa non inquadra per intero lo scenario. Magnifica Humanitas trascura alcuni elementi fondamentali. Ad esempio, invoca una gestione dei dati come «bene comune o condiviso», mentre il problema più urgente dovrebbe essere impedire che i dati vengano sottratti e utilizzati senza autorizzazione. E sul terreno militare l’enciclica afferma che «la decisione di usare la forza letale non può essere delegata a processi opachi o automatizzati», una posizione moralmente comprensibile ma che Mallaby nel suo breve saggio su Foreign Affairs considera difficile da applicare quando le macchine saranno in grado di prendere decisioni sul campo di battaglia più rapidamente e accuratamente degli esseri umani.

Per questo Mallaby trova almeno tre lacune nell’attuale risposta politica all’intelligenza artificiale. La prima lacuna riguarda la proliferazione. Se i modelli di IA più potenti finiranno per essere capaci di compiere attacchi informatici sofisticati, progettare nuove armi biologiche o svolgere altre attività oggi accessibili soltanto a Stati e grandi organizzazioni, il problema non sarà più soltanto chi controlla le aziende che li sviluppano: sarà che cosa succederà quando quelle capacità diventeranno disponibili in tutto il mondo, anche a criminali e terroristi. Per questo servirebbe arrivare a qualcosa di simile a un trattato di non proliferazione nucleare dell’intelligenza artificiale: un accordo internazionale che stabilisca che cosa gli Stati siano disposti a fare quando i modelli più pericolosi non saranno più nelle mani di pochi laboratori.

La seconda lacuna è economica. I sistemi fiscali dei Paesi occidentali sono costruiti anche sull’idea che il capitale serva a rendere più produttivo il lavoro umano. Per questo i governi hanno storicamente tassato il lavoro più del capitale. Ma se l’IA dovesse cominciare a sostituire i lavoratori anziché semplicemente aiutarli, questa impostazione rischierebbe di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: tassare pesantemente il lavoro renderebbe infatti ancora più conveniente per le aziende sostituirlo con le macchine, proprio mentre diminuirebbero le entrate fiscali necessarie per sostenere chi perde il proprio impiego. Per ovviare a questo problema si potrebbe spostare una parte della pressione fiscale dal lavoro al capitale, introdurre forme di assicurazione salariale per chi viene sostituito e perfino distribuire ai cittadini una piccola quota della ricchezza generata dalle aziende di intelligenza artificiale.

La terza lacuna è quella che riporta Mallaby al punto da cui era partito: non sappiamo ancora abbastanza di ciò che accade dentro i modelli di intelligenza artificiale. È il problema dell’interpretabilità. I laboratori stanno cercando di capire come le reti neurali arrivino alle loro conclusioni, ma la ricerca è ancora lontana dal fornire una spiegazione completa dei processi interni dei sistemi più avanzati. E qui Mallaby rovescia l’argomento della Chiesa. Magnifica Humanitas sostiene che non possiamo conoscere il pensiero delle macchine perché nelle macchine non c’è un pensiero da conoscere. Ma forse è vero il contrario: se vogliamo controllarle, dobbiamo capire che cosa stanno facendo.

È probabilmente questo il punto più interessante dell’articolo di Foreign Affairs. Possiamo discutere all’infinito se le macchine abbiano una coscienza, ma nel frattempo l’intelligenza artificiale continuerà a entrare nel lavoro, nella finanza, nella guerra e nelle istituzioni. Non serve sapere se abbia un’anima per capire che ha già abbastanza potere da richiedere regole. «Le macchine non entreranno mai nel nostro universo morale – scrive Mallaby in conclusione del suo articolo – ma se gli esseri umani aspirano a controllarle, dobbiamo prima di tutto comprenderle».

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Pulizia etnica anche in Libano

17 August 2026 at 08:19

🔴 L’esercito terrorista di “Israele” continua la sua pulizia etnica nel sud del Libano e, questo sabato, ha cancellato dalla mappa il villaggio di Bani Hayyan, dopo aver posizionato esplosivi in tutte le sue strade.

Man mano che si avvicinano le elezioni parlamentari del 27 ottobre in “Israele”, dobbiamo aspettarci che Netanyahu intensifichi gli attacchi contro Gaza, il Libano e, se ne ha l’opportunità, contro l’Iran o persino la Siria, nel tentativo di evitare una sconfitta elettorale che potrebbe portarlo in prigione.

Attualmente, i sondaggi attribuiscono alla coalizione di Netanyahu solo 53 seggi sui 61 necessari per ottenere la maggioranza, quindi possiamo aspettarci che questo criminale di guerra continui il suo macabro gioco, a cui si è ormai abituato come una droga, di iniziare una guerra per guadagnare popolarità tra una popolazione composta da coloni supremazisti squilibrati.

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