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AFD lancia la “svolta demografica” in Germania

25 September 2026 at 17:38

dal canale Counter Intelligence Global

Il partito Alternativa per la Germania (AfD) sostiene una “svolta demografica” attraverso incentivi economici per le famiglie numerose e una ferma opposizione all’aborto, rifiutando l’immigrazione come soluzione al calo demografico.

La forte Erinnerungskultur (cultura della memoria) tedesca, che implica il confronto con i crimini dell’epoca nazionalsocialista e il loro riconoscimento, ha spinto AfD a prendere le distanze da qualsiasi paragone storico. Di conseguenza, il partito ha adottato un approccio cauto, ma chiaro nel promuovere le proprie idee sull’incremento della natalità tra la popolazione autoctona. Il suo programma invoca una “svolta demografica” che, a detta del partito, garantirebbe la trasmissione della cultura tedesca e la stabilità dei sistemi sociali del Paese. Sebbene in questa tornata elettorale si sia astenuto dal fissare obiettivi numerici espliciti, in passato il partito ha promosso il modello della famiglia con tre figli come soluzione ideale per contrastare quello che definisce un “deficit di nascite”. Le proposte economiche per incentivare le famiglie numerose — tra cui crediti d’imposta e contributi pensionistici — rimangono tuttavia poco definite.

Leggermente meno pubblicizzata è la posizione del partito in merito all’aborto. AfD sostiene che il sostegno economico alle coppie ridurrebbe quello che considera un tasso di aborto eccessivamente elevato. È interessante notare che, secondo la World Population Review, nel 2024 il tasso di aborto in Germania era di 5,4 casi ogni 1.000 donne; solo 12 dei 151 Paesi inclusi nell’elenco registravano tassi inferiori.

Tuttavia, anche le proposte politiche in questo ambito rimangono vaghe. Pur senza chiedere esplicitamente un divieto totale, AfD ha sostenuto l’introduzione di restrizioni severe e ha spinto affinché l’aborto non venga più riconosciuto come un diritto umano né sostenuto dallo Stato. I dati del Guttmacher Institute dimostrano che i tassi di aborto diminuiscono quando le donne hanno accesso ai servizi e ai diritti in materia di salute sessuale e riproduttiva, a una maggiore istruzione e a una più ampia parità di genere.

Il crollo delle nascite

Il calo demografico potrebbe essere una delle ragioni alla base della popolarità di AfD. Secondo la sociologa Katja Salomo: “Le ricerche indicano che il sostegno elettorale ai partiti di estrema destra, inclusa AfD, tende a essere più elevato nelle regioni maggiormente colpite dal declino demografico”. Nel 2023, l’intelligence interna ha rilevato che la sezione di AfD in Sassonia-Anhalt era permeata da un'”ideologia razzista”, in violazione della Costituzione tedesca che garantisce la “dignità umana” per tutti.

Nel suo manifesto, AfD della Sassonia-Anhalt sostiene che l’immigrazione sia un “rimedio inadeguato all’estinzione della popolazione locale”. Propone invece di incentivare famiglie più numerose, ad esempio erogando bonus alla nascita ai genitori.

The AfD: How it Could reshape German Family Policy and Climate Action

https://www.bbc.com/news/articles/c24ylyv40y5o

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Il suicidio energetico della UE

25 September 2026 at 07:53

L’Europa è un’area di trasformazione industriale con scarse risorse energetiche e minerarie proprie. Senza un approvvigionamento esterno è condannata a diventare terzo mondo.

Ma questa strada suicida è esattamente quella presa. Perché?

Due interpretazioni possibili.

La prima è l’integrale asservimento agli USA. Una compagine di venduti ai vertici UE+UK avrebbe accondisceso alle provocazioni sul fronte russo sfociate nella guerra, all’incendio americano del Medio Oriente, all’appropriazione brigantesca delle risorse petrolifere del Venezuela, sacrificando il vecchio continente.

I media a gettone avrebbero indorato la pillola canticchiando il solito tormentone sulla “difesa dei diritti umani” per giustificare qualunque barbarie.

La seconda è che la guerra sul fronte russo sia stata non tollerata, ma proprio pianificata, con la prospettiva di dare una spallata alla Russia, destabilizzarne il regime, ricondurla al periodo Eltsin, a stazione di rifornimento e terra di conquista per imprenditori senza scrupoli. Un rapido collasso economico, via sanzioni, avrebbe trasformato i ricchi giacimenti russi in disponibilità perenni e incondizionate.

Ma quale che sia l’interpretazione giusta, entrambi gli scenari portano allo stesso esito. Quanto più grave la situazione, quanto più pesante l’indebitamento, quanto più stretto il vicolo cieco in cui ci si è cacciati, tanto più ai dirigenti europei un ritorno sui propri passi appare impossibile. Come il giocatore d’azzardo che oramai si è giocato la macchina, la casa e un rene, uscire dal gioco sancirebbe semplicemente la rovina e dunque non gli resta che giocarsi anche l’altro rene e con ciò la vita in un’ultima scommessa del tutto per tutto. E la scommessa è la guerra, e il suo azzardo è che essa resti guerra di logoramento, un po’ ibrida, un po’ per procura, comunque convenzionale. In una guerra convenzionale a basso voltaggio e lunga durata l’UE+UK sperano di contare su maggiori risorse di uomini e denari.

Così, quel quadro che sembra folle, controintuitivo e perciò ancora implausibile a molti, il quadro di una guerra diretta con la Russia, sembra essere oramai l’unica direzione cui le oligarchie UE possono condurci.

Andrea Zhok
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Rischio sistemico La bolla dell’intelligenza artificiale ormai coincide con l’economia americana Linkiesta

25 September 2026 at 07:50

Le Big Tech finanziano startup che acquistano servizi dalle stesse Big Tech, alimentando un circuito che sostiene investimenti, infrastrutture e Pil. È un equilibrio potente, ma anche sempre più fragile

C’è un vecchio adagio di Wall Street che recita così: the stock market is not the economy, la Borsa non è l’economia. Le ultime evoluzioni potrebbero ribaltare questa massima. Perché da qualche anno la crescita americana si è appoggiata sempre di più sull’intelligenza artificiale, al punto che distinguere tra la corsa dei mercati e quella dell’economia reale sta diventando sempre più difficile.

Negli ultimi dieci anni il valore complessivo della Borsa statunitense è più che raddoppiato, superando i settantacinquemila miliardi di dollari, circa due volte e mezzo il Pil americano. Una parte enorme di questa ricchezza esiste soltanto sulla carta: sono aspettative di profitti futuri. Ma quelle aspettative stanno già producendo effetti molto concreti. Alimentano investimenti in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. E a cascata sostengono i consumi, seguendo un fenomeno chiamato wealth effect: quando i patrimoni finanziari crescono, i loro proprietari si sentono più ricchi e spendono di più per vacanze, beni di lusso, ristoranti, elettronica. Quindi se il valore delle azioni sale, anche l’economia reale accelera.

È per questo che la possibile bolla dell’intelligenza artificiale preoccupa sempre più economisti. Perché potrebbe colpire Wall Street, ma soprattutto perché rischia di rallentare la principale forza che oggi sostiene la crescita americana. «La storia dell’IA è quella che sta tenendo in piedi tutto il resto», ha detto Torsten Slok, capo economista di Apollo Global Management, parlando al New York Times.

Perfino Sam Altman ha riconosciuto che l’intelligenza artificiale potrebbe trovarsi dentro una bolla, mentre il Fondo monetario internazionale ha iniziato a indicarla come uno dei principali rischi per la stabilità finanziaria globale. Non significa che il crollo sia imminente. Piuttosto, ormai la domanda non è più se le valutazioni siano elevate, ma quanto a lungo possano continuare a crescere ai ritmi attuali.

Sull’Atlantic, Annie Lowrey sostiene che quella dell’intelligenza artificiale «non è una bolla come le altre». Non assomiglia alla febbre delle dot com né alla corsa immobiliare degli anni Duemila, quando milioni di famiglie e piccoli investitori alimentavano l’euforia. «Lo zio Ted» che comprava azioni internet alla fine degli anni Novanta e «zia Linda» che acquistava una seconda casa nel pieno della bolla immobiliare oggi non esistono più. Questa volta i protagonisti sono poche imprese gigantesche. Amazon, Microsoft, Alphabet e Meta spenderanno quest’anno oltre settecento miliardi di dollari nella costruzione dell’infrastruttura necessaria all’intelligenza artificiale: server, chip, data center, energia. «Gli investimenti nell’infrastruttura dell’intelligenza artificiale sono responsabili praticamente di tutta la crescita del Pil americano. Senza di essi, in altre parole, potremmo già essere in recessione», scrive Lowrey.

Perfino Goldman Sachs invita alla prudenza: in una nota ai clienti scrive che le valutazioni attuali possono essere giustificate soltanto assumendo quello che definisce un «ottimismo panglossiano», un riferimento al filosofo del “Candido” di Voltaire convinto che tutto, inevitabilmente, finisca sempre per il meglio.

Da molto tempo ormai l’intelligenza artificiale non è più un settore tecnologico. O almeno non solo. È diventata una delle industrie più grandi, ricche e importanti del mondo. È quella che sostiene il settore delle costruzioni e spinge la domanda di elettricità e acqua, e crea lavoro lungo tutta la filiera dell’infrastruttura digitale. Soprattutto negli Stati Uniti, la crescita, almeno in questa fase, passa sempre di più da lì.

Ma è proprio questa forza, paradossalmente a rendere il sistema vulnerabile. Lowrey descrive l’economia dell’intelligenza artificiale come «un uroboro da mille miliardi di dollari», il serpente che si morde la coda: le Big Tech finanziano le startup dell’intelligenza artificiale, che spendono quei capitali per acquistare servizi cloud dalle stesse Big Tech, che a loro volta reinvestono quei ricavi nella costruzione di modelli sempre più potenti. Nvidia vende chip a Microsoft, Microsoft finanzia OpenAI, OpenAI compra capacità di calcolo da Microsoft e Amazon. Tutti comprano da tutti, tutti alimentano la crescita degli altri.

È una dinamica di cui abbiamo parlato, da altre angolazioni, anche nell’ultimo numero di Linkiesta Magazine. Nell’articolo firmato da Andrea Fioravanti si parla di come il vero collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale non sia più l’algoritmo, ma la capacità di finanziare infrastrutture sempre più costose e assetate di energia.

Naturalmente nessuno sa se e quando questa bolla si sgonfierà o esploderà. Ma in realtà forse il rischio più concreto non è nemmeno quello di un crollo improvviso. Potrebbe bastare qualcosa di molto meno spettacolare, come una trimestrale sotto le attese o ricavi che crescono più lentamente del previsto, o anche un ritorno sugli investimenti rinviato di qualche anno. Se gli investitori iniziassero a dubitare che i profitti promessi arriveranno davvero, potrebbero rallentare i finanziamenti. E così rallenterebbero anche i data center, le centrali elettriche, i cantieri e una parte dei consumi che oggi tengono in movimento l’economia americana.

Sarebbe il vero paradosso della nuova economia dell’intelligenza artificiale. La corsa è alimentata da un numero ristretto di aziende e investitori, ma gli effetti di un eventuale rallentamento ricadrebbero su tutti. I fondi pensione sono esposti alle Big Tech, le piccole imprese dipendono dal credito, intere filiere industriali vivono della costruzione dell’infrastruttura digitale. Come scrive Lowrey sull’Atlantic, gli americani comuni potrebbero non aver mai investito un dollaro in OpenAI o Anthropic, ma questo non impedirà loro di pagare il conto se l’entusiasmo dovesse raffreddarsi.

La bolla dell’intelligenza artificiale, insomma, non preoccupa soltanto perché potrebbe scoppiare. Preoccupa perché, per la prima volta, la bolla e l’economia sembrano coincidere.

https://www.linkiesta.it/2026/07/la-bolla-dellintelligenza-artificiale-ormai-coincide-con-leconomia-americana/

Ci mancava solo questa L’intelligenza artificiale ha progettato nuovi virus

Linkiesta

Un modello ha progettato nuovi genomi virali mai apparsi in natura. La scoperta potrebbe accelerare la ricerca medica, ma solleva interrogativi sul rischio di future applicazioni malevole

https://www.linkiesta.it/2026/08/ia-nuovi-virus-science/

Per la prima volta, un gruppo di scienziati ha utilizzato l’intelligenza artificiale per progettare nuovi virus. Lo ha rivelato il New York Times citando un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, secondo cui ricercatori della Stanford University e dell’Arc Institute di Palo Alto hanno addestrato un modello di AI a riconoscere i modelli presenti nelle sequenze genetiche naturali e a utilizzarli per progettare virus mai osservati in natura. La scoperta alimenta le speranze di importanti progressi medici, ma anche i timori che la stessa tecnologia possa un giorno essere usata per creare agenti patogeni pericolosi.

Creare virus sintetici non è una novità: gli scienziati sono da tempo in grado di ricostruire genomi virali in laboratorio per studiare i virus o sviluppare farmaci e vaccini. La novità è che questa volta a progettare le sequenze genetiche è stata l’intelligenza artificiale, che non si è limitata a replicare o modificare un virus esistente.

I ricercatori hanno utilizzato un modello chiamato Evo, simile per alcuni aspetti a ChatGPT, ma addestrato sulle sequenze genetiche anziché sul linguaggio. Come una lingua, anche il Dna ha una sorta di grammatica: le quattro lettere che lo compongono, A, C, G e T, devono seguire determinate regole perché una sequenza possa produrre molecole biologicamente funzionanti.

Evo è stato addestrato su sequenze provenienti da milioni di animali, piante, microbi e virus, analizzando complessivamente circa nove mila miliardi di nucleotidi. Il modello ha così imparato a riconoscere schemi comuni nell’intero albero della vita e a generare nuove sequenze genetiche.

Poiché inizialmente poteva gestire solo genomi di piccole dimensioni, i ricercatori hanno deciso di concentrarsi sui virus. Hanno addestrato nuovamente Evo sugli 11 geni del batteriofago Phi X-174 e su circa 15.000 virus a esso strettamente correlati. La scelta era legata anche alla sicurezza: Phi X-174 infetta esclusivamente l’Escherichia coli ed è studiato da quasi un secolo.

Evo ha generato 700.000 possibili versioni del virus. I ricercatori ne hanno selezionate 285, sintetizzando le relative sequenze di Dna e inserendole nei batteri. Nella maggior parte dei casi non è successo nulla. Ma 16 sequenze hanno prodotto virus capaci di replicarsi e infettare altri batteri. Alcuni si sono moltiplicati persino più velocemente del virus naturale.

I nuovi virus non rappresentano una minaccia per gli esseri umani. I ricercatori hanno infatti escluso dall’addestramento i virus che infettano l’uomo e quelli simili capaci di infettare animali, piante e funghi. Ma proprio il successo dell’esperimento alimenta le preoccupazioni sulla possibilità che modelli futuri possano essere utilizzati per progettare agenti patogeni.

Il problema è anche regolatorio. Negli Stati Uniti è stata recentemente introdotta una nuova politica per limitare la ricerca biologica ad alto rischio, ma le attività puramente computazionali, come la generazione di sequenze virali attraverso l’AI, non sono automaticamente vietate. E mentre è relativamente semplice riconoscere il rischio di un virus naturale già noto, è molto più difficile stabilire quanto possa essere pericoloso qualcosa che non è mai esistito.

«Qual è il rischio di qualcosa che non ho mai visto prima?», si è chiesto Moritz Hanke, del Johns Hopkins Center for Health Security. È probabilmente questa la domanda che l’esperimento di Evo lascia aperta.

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Trump ci fa mancare il Diesel. La Cina punta sul…. carbone

25 September 2026 at 07:42

Le onde d’urto della proiezione di potenza iraniana nello Stretto di Hormuz stanno ora diventando visibili negli Stati Uniti. Si dice che l’amministrazione Trump stia considerando un piano per imporre un divieto di 90 giorni sulle esportazioni di gasolio dagli Stati Uniti, nel tentativo di abbassare i prezzi interni del carburante, che sono schizzati a livelli record in mezzo al conflitto con l’Iran e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali. La notizia, riportata per la prima volta da Politico, cita cinque persone informate delle discussioni e indica che la Casa Bianca intende finalizzare il divieto entro la fine della settimana, sebbene il meccanismo legale per la sua attuazione rimanga poco chiaro.

Nel frattempo, l’industria petrolifera americana ha avvertito che il divieto potrebbe avere conseguenze gravi per le catene di approvvigionamento internazionali, l’agricoltura e i trasporti, rimuovendo il più grande esportatore mondiale di gasolio dal mercato globale. L’inarrestabile aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti è direttamente legato al conflitto con l’Iran e alle conseguenti interruzioni, inclusi il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e ora Bab el-Mandeb. Da quando il conflitto è iniziato alla fine di febbraio, i prezzi al dettaglio del gasolio negli Stati Uniti hanno superato per la prima volta la soglia dei 6 dollari al gallone, raggiungendo una media di 6,52 dollari al gallone il 23 settembre, rispetto ai 3,69 dollari di un anno prima – un aumento del 76%.

La guerra ha ridotto drasticamente le esportazioni di gasolio dal Golfo Persico, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le esportazioni russe sono anch’esse limitate dagli attacchi ucraini sulle raffinerie. Nonostante le raffinerie statunitensi operino vicino alla capacità massima, le scorte domestiche di gasolio rimangono circa il 15% al di sotto della media quinquennale, e gli analisti prevedono che le carenze di approvvigionamento persisteranno ben nel 2027.

La Cina progetta nuove e ingenti riserve di carbone, mentre le nazioni occidentali abbandonano gradualmente i combustibili fossili.

Il 15° Piano quinquennale cinese prevede una riserva annuale di carbone di 100 milioni di tonnellate entro il 2030, ma le riserve attuali sono già sei volte superiori.

Nonostante la crescita delle energie rinnovabili, il carbone fornisce ancora il 54% dell’elettricità e il 57% dell’energia primaria della Cina.

Nel 2024 la Cina ha avviato la costruzione di nuove centrali a carbone per una potenza complessiva di 94,5 gigawatt, pari al 93% della nuova costruzione di centrali a carbone a livello globale.

Gli analisti sostengono che le politiche occidentali di emissioni nette zero hanno spostato la capacità industriale e le emissioni verso la Cina anziché ridurle a livello globale.

Le emissioni della Cina sono aumentate di oltre 3 miliardi di tonnellate all’anno, mentre Stati Uniti, UE e Regno Unito hanno ridotto le proprie.

https://sadefenza.substack.com/p/la-cina-progetta-nuove-e-ingenti

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