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Received — 1 October 2026 ⏭ Blondet & Friends

Trump sfalda la NATO

1 October 2026 at 20:02

Gli USA escludono Regno Unito, Francia (“volonterosi”), stati baltici (art.5!)  e diversi altri paesi europei dalla riunione NATO – Politico

Nei circoli diplomatici si teme che la selettività di Washington possa portare a una trasformazione dell’intera alleanza. I rappresentanti dei paesi esclusi affermano di non comprendere i criteri di selezione. “Se provano a dividere la NATO in alleati ‘buoni’ e ‘cattivi’, sarà pericoloso per gli USA”, ha detto un diplomatico.

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Perché Bibi ha detto “evitato l’11 Settembe”?

1 October 2026 at 13:01

Adi el Grande
@icardo8

Il Mossad pianificava di sequestrare un aereo della Flydubai per schiantarlo contro un grattacielo di Tel Aviv e incolpare l’Iran seguendo il modello dell’11 settembre, afferma l’agenzia iraniana Fars. Secondo funzionari della sicurezza iraniani, l’obiettivo era “provocare un incidente con un gran numero di vittime” e attribuirlo all’Iran per generare un consenso internazionale che permettesse di ottenere una nuova ondata di sanzioni contro Teheran e di attaccare nuovamente l’Iran.

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Gli installati, i rivendicativi e i radicati: tre eserciti in guerra

1 October 2026 at 07:42

I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione.

L’asse destra/sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili.

A New York e a Berlino, dove l’elettorato metropolitano, composto da popolazioni di ogni origine, prive di tratti comuni, monadi individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le masse immigrate.

A Berlino come nelle banlieues francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra.

Il terreno comune sono le politiche abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico.

Sulla scia di Mamdani la Linke berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben duecentomila alloggi.

Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con cittadinanza tedesca hanno votato Linke.

Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa Alternative fuer Deutschland (AfD) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali, in parte i Verdi.

In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici.

Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi. Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove La France Insoumise è diventata il partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione di stirpe francese.

In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino cittadino italiano arrestato dalla polizia.

Alla divisione destra/sinistra, oltrepassata dal conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi.

Elezione dopo elezione, in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un’Europa la cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti.

Possiamo definire il primo gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’establishment, i dipendenti pubblici, i pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati.

Votano in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-popolare-liberale.

Il secondo gruppo sono i “rivendicativi”, i cittadini di origine straniera e chi vive del vasto mondo dell’assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra.

La terza categoria sono i “radicati”, o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e patriottici.

I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua storia e delle specificità socio-culturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque.

Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e valoriale, privati della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali.

I dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il monopolio delle parole.

In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del Paese.

Uguale sorte per il Reform Party di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli “installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli decenni della seconda metà del XX secolo.

Nostalgia senza prospettive nell’epoca del debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra, precariato, crollo della spesa sociale.

Le opzioni socialdemocratiche, liberali e democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro.

L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città europee, offrendo alla vecchia sinistra l’opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi sono praticamente impermeabili.

È improbabile che un appartenente alla categoria degli scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico esistenziale.

In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4 per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a ripetersi.

In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”.

Una società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura la scomparsa degli altri.

Gli obiettivi dei “rivendicativi” risentiti possono essere imposti solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei “radicati”, la cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto.

Gli “installati” contano ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di mantenere equilibri di potere e strutture al collasso.

Perciò è reale la possibilità che diventi inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni contrapposte non hanno nulla in comune.

Difficile il compromesso o la conciliazione tra chi desidera preservare il paese com’era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. La questione migratoria è cruciale.

La grande divisione dei prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i “rivendicativi” avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In entrambi i casi, il processo sarà traumatico.

Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura immigrazionista, architrave dei “rivendicativi”.

La sinistra radicale sembra aver trovato la mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo.

Questo, in attesa di fondare partiti religiosi o etno-religiosi colonizza abilmente movimenti come la France Insoumise, il Labour inglese o lo spagnolo Podemos, fornendo voti e quadri dirigenti.

L’alleanza sembra fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente nelle dinamiche del partito democratico americano.

L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane, periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “luogo di nascita della postsocietà, intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana”.

Tra luoghi diventati spazi disumani senza destino comune e il resto dei territori il conflitto è inevitabile.

Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica, culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.

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Il Generale Figliuolo interrogato dalla Commissione

1 October 2026 at 07:40
Andrea Zambrano

Andrea Zambrano
Andrea Zambrano

l’audizione di figliuolo

«Vaccini? Eseguivo gli ordini»: il codice d’onore del generale signorsì

L’audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo svela l’elefante nella stanza: effetti avversi ed efficacia dei vaccini? Per l’ex commissario straordinario è tutto un susseguirsi di “regole da rispettare”, “scienza all’epoca concorde” e “non sapevo”. Per ogni cosa chiedere a Draghi e Speranza.

Attualità 30_09_2026

Quando l’allora premier Mario Draghi decise di sostituire Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo alla guida della struttura commissariale per la gestione della pandemia, fu chiaro a tutti un elefante nella stanza: un militare di carriera esegue gli ordini, non fa domande. E in quel momento bisognava eseguire un ordine senza farsi prendere troppo da contrarietà, critiche, evidenze scientifiche e altre cosucce che in una democrazia sono solite accadere: vaccinare tutti, con la forza e senza indugio.

Se ne è avuta una prova plastica, concreta e tangibile però, ieri, durante l’attesa audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo. Colui che guidò la macchina della gestione pandemica del governo di Draghi, venne messo lì non perché era il Marchionne dei processi logistici o il super manager degli approvvigionamenti per strutture complesse di rifornimento di vaccini e distribuzione capillare sul territorio. Ma semplicemente perché a un generale si risponde sìssignore, così come il generale è solito rispondere signorsì ai suoi superiori. Che in quel momento erano il governo di Draghi e Roberto Speranza alla guida del Ministero della Salute.

E lo prova non tanto la lunghissima relazione di Figliuolo, fatta di oltre un’ora e mezza di dati, numeri inerenti il come e il quanto ha organizzato la macchina vaccinale e dei dispositivi sanitari, ma gli scambi che l’alto ufficiale ha avuto con i commissari.

Non solo, si badi, quelli della maggioranza di centrodestra, ma anche quelli di insospettabili del centrosinistra, che allora erano al governo. Al deputato Pd Francesco Boccia, ad esempio, che gli chiedeva se le Regioni avessero mai avuto modo di contestare le sue decisioni inerenti l’approvigionamento e la fornitura dei vaccini, Figliolo ha risposto: “No, non c’è stato neppure bisogno che usassi i miei poteri commissariali”.

Il che lascia il campo a un milione di interrogativi. Del resto, l’Italia è il paese dei campanili dove in ogni provincia si pretende di fare diverso dal cugino che sta sull’altra sponda del fiume, figuriamoci se non potevano sorgere liti o polemiche sulla gestione di Figliuolo per un prodotto – un vaccino – che era sconosciuto, sperimentale, di incerta efficacia e di ancor più incerta sicurezza? E invece no. Nessuno fiatò. Perché gli ordini di Figliuolo non si dovevano discutere, sennò mica si metteva un generale alla guida.

Ma il clou dell’audizione si è avuto quando la capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri ha incalzato Figliuolo cercando di scavare un po’ più in profondità. E con lei a ruota tutti gli altri esponenti di Fratelli d’Italia.

Ne è uscito un dialogo serrato tra l’imbarazzato e il grottesco simile alla scena cult di Codice d’Onore dove Tom Cruise e Jack Nicholson (colonnello, però) dibattono in aula sul codice rosso per il povero soldato Santiago.

“Eseguivo gli ordini”. Questo il mantra che Figliuolo ha costantemente ripetuto nel cercare di rispondere alla Buonguerrieri. “All’Hub di Torino lei dichiarò: il vaccino previene il contagio, chi è contrario farà le sue scelte, gli ha ricordato. “Ma dai lavori di questa commissione è emerso che il vaccino non prevenisse affatto il contagio”. Risposta del generale: “Allora le evidenze scientifiche erano diverse da oggi e poi io ero stato investito del compito di portare a casa le vaccinazioni perché la comunità scientifica era convinta che con la vaccinazioni sicuramente si potevano salvare le persone”.

“Ma la comunità scientifica – ha insistito l’esponente di FdI – quando lei dichiarava queste cose, cioè nel luglio 2021 sapeva già che il vaccino non preveniva il contagio…”. “Qualunque cosa va messa in relazione con il rischio/beneficio e noi facevamo riunioni con Aifa e Ministero”, ha farfugliato il generale condendo le sue risposte con afflati romantici, tipo il dovere verso i suoi famigliari e verso il suo nipotino che ancora doveva nascere.

“D’accordo, ma quando lei parla di evidenze scientifiche, ci può dire chi gliele forniva?”, ha insistito la Buonguerrieri (in foto). “Aifa, Ministero della Salute (cioè Speranza ndr.) … ma ripeto: io avevo un compito preciso: portare a termine la campagna vaccinale.

Anche sul Green pass, diabolico strumento di coercizione vaccinale imposto dal governo dei migliori di allora, Figliuolo non si è discostato dal canovaccio imposto dal suo ruolo. È stato tutto un “chiedete al Ministero”, “sentite da Aifa” e di “io dovevo eseguire gli ordini”, fino poi a capitolare alla domanda decisiva del presidente Marco Lisei: “A me nessuno, allora, disse che la vaccinazione non preveniva il contagio”.

Ecco spiegato come è stato possibile che il vaccino fosse stato imposto così facilmente: con l’inazione dei forti e l’inerzia dei giusti. I danneggiati da vaccino? Non pervenuti, per Figliuolo sono materia della farmacovigilanza di Aifa (che sappiamo bene come ha funzionato) e pertanto nel suo “codice d’onore” e di azione sono completamente inesistenti. Un esercito fantasma perso nelle nebbie del campo di battaglia di cui lui, evidentemente comandante in capo, non si è accorto.

E la necessità di vaccinare con la forza, pena la perdita del lavoro e di alcuni diritti fondamentali anche i più recalcitranti dopo aver raggiunto l’obiettivo del 70% di copertura? I parlamentari Antonella Zedda e Lucio Malan, entrambi di FdI, hanno incalzato Figliuolo su questi temi e su altri, come, ad esempio, l’evidenza fornita dai CdC americani già ad agosto 2021 che il vaccino non bloccava il contagio e provocava eventi avversi. La risposta? “Non fu una scelta mia, non avevo queste potestà, le posso dire che da buon cittadino, una volta che ci sono delle regole vanno rispettate. Io non avevo alcun potere su questo, ma non sono un codardo: per me una volta che le regole vengono prese vanno rispettate”.

Conclusione affidata sempre alla Buonguerrieri: “Lei da servitore dello Stato non si è posto il tema delle decisioni che venivano prese?”. La risposta è semplice, candida e quasi innocua come un signorsì: “Quelle erano decisioni della politica e io le eseguivo”.

Ecco svelato finalmente in Parlamento il volto della campagna vaccinale: un’operazione politica calata dall’alto, incurante delle evidenze scientifiche, che si è imposta con la forza e l’aiuto dell’esercito, il cui potere, guarda caso, ancora oggi è quello di custodire insindacabilmente il criterio di decisione di chi ha eventualmente diritto ad un indennizzo per danno da vaccino o no. Non per iscriversi all’antimilitarismo da strapazzo, categoria che rifiutiamo in toto, ma se per imporre una verità serve l’esercito, significa che quella verità non è poi così tanto verità. E che da Antigone alla pandemia, passando per Norimberga, è tutto un susseguirsi di ordini da eseguire “usi a obbedir tacendo” e di leggi universali naturali superiori a cui rispondere.

L'articolo Il Generale Figliuolo interrogato dalla Commissione proviene da Blondet & Friends.

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