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Received — 14 October 2026 ⏭ Blondet & Friends

Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon

14 October 2026 at 16:33

Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il debitore.

Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni: conosciamo la ricetta a memoria.

Ciò che nessuno discute è l’altra parte del problema: se ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il diritto del creditore rimane intatto?

Il creditore applica interessi in quanto assume un rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza, il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri.

I profitti vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio.

Quando un privato, un’azienda, uno Stato (il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d’interesse più elevati motivati dall’aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più quando si è più fragili.

La crisi fa aumentare i tassi d’interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei popoli.

È l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.

Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura! Uno Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione.

Può concentrarsi sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.

Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni, chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico, ma politico.

Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del debito, o i cittadini con la recessione, l’inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni pubblici?

Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché raramente venga ammesso.

Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore. Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.

Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei tassi e nelle condizioni del credito è un’altra.

La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo sacro.

Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo, mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso futuro.

Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina un effetto valanga.

Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.

Un’azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori.

L’indebitamento è un meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.

Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il tracollo del debitore.

La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell’antichità l’usura era illegale ed esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani sino all’Islam.

Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema è esigere altro sangue.

O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni politiche.

Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni – tranne il creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità.

La tesi di Marco Della Luna è che il sistema finanziario – apolide e nemico dei popoli – con il dominio dell’emissione monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”.

I monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets”.

L’immissione crea inflazione che non li danneggia, giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro – autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile – diventano creditori universali.

Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.

L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano invariati.

Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato.

L’economista Richard Cantillon nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi e, da lì, si propaga come un’onda. L’ordine di arrivo dellìonda decide chi vince.

In una miniera i primi a spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga e i prezzi cominciano a salire.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione.

Stesso fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative easing.

Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema bancario. Meglio del mago Houdini.

Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset – azioni, obbligazioni, immobili, aziende – sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali, ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente.

La minoranza ricca possiede beni e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato non hanno sperimentato alcun quantitative easing.

Hanno ricevuto inflazione; prima quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito.

Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede quasi tutto.

Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.

Il tasso d’inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. L’effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della redistribuzione asimmetrica.

La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il meccanismo.

La moneta entra sempre dallo stesso lato e ogni onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non c’è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei monopolisti della moneta.

Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice”.

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La NATO si sta esercitando nella deterrenza nucleare in Italia

14 October 2026 at 07:58
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ma contro chi?

In Italia, la NATO condurrà un’esercitazione di emergenza nucleare a partire da martedì 13 ottobre. Sebbene la Germania non possieda armi nucleari proprie, l’Aeronautica militare tedesca parteciperà nuovamente a questa esercitazione annuale. Questo articolo illustra ciò che si sa sulle armi nucleari occidentali e lo scopo del meccanismo di deterrenza dell’alleanza militare.

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Il 20 maggio 2019, un caccia Tornado dell’aeronautica militare tedesca ha superato la barriera del suono durante un’esercitazione della Forza congiunta ad altissima prontezza operativa (VJTF) della NATO presso il poligono di addestramento di Münster, nella Germania settentrionale.

Foto: Patrik Stollarz/AFP via Getty Images

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In breve:

  • A partire dal 13 ottobre, la NATO condurrà esercitazioni di deterrenza nucleare in Italia con 17 paesi ; la Germania parteciperà con tre caccia Tornado.
  • Secondo la NATO, “Steadfast Noon” è un’esercitazione annuale di routine senza armi vere e non è diretta contro alcun Paese in particolare.
  • La Francia intende incrementare il proprio arsenale nucleare e il 6 ottobre ha effettuato un test di lancio di un missile M51.3, in grado di trasportare testate nucleari, da un sottomarino.

Dal 13 al 23 ottobre, l’Italia ospiterà l’esercitazione annuale della NATO, che addestra la deterrenza nucleare dell’Alleanza. Alla manovra partecipano le forze armate di 17 Stati membri della NATO. L’esercitazione si svolgerà, tra le altre località, nei pressi della base aerea di Ghedi in Lombardia e della base aerea di Aviano in Friuli.
L’esercitazione, denominata “Steadfast Noon”, si è svolta per la prima volta nel 2003 e da allora viene condotta annualmente. La NATO l’ha quindi descritta anche quest’anno come “una misura di routine pianificata da tempo” che contribuisce alla “deterrenza e alla difesa dell’Alleanza”. Inoltre, l’esercitazione sulle armi nucleari invia “un chiaro segnale di unità e determinazione”, ha affermato il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, secondo una pubblicazione online della NATO dell’8 ottobre.

Rutte parla di un “segnale”

Rutte non ha specificato a chi fosse esattamente rivolto il “segnale chiaro”. Tuttavia, la dichiarazione della NATO, come ogni anno, ha menzionato tre punti: nell’esercitazione non sarebbero state utilizzate armi vere, l’esercitazione nucleare “non era in alcun modo collegata agli attuali eventi politici mondiali” e “non era diretta contro alcun Paese in particolare”.
Tuttavia, Nassima Barrows, vicedirettrice della NATO per la politica nucleare, ha espresso un punto di vista leggermente diverso in un’intervista al portale di notizie “Politico “. Interrogata sulla dichiarazione rilasciata dal presidente russo Vladimir Putin il 1° ottobre, in cui affermava che un attacco diretto al territorio russo, come l’exclave di Kaliningrad, solleverebbe “inevitabilmente e immediatamente” la questione se la Russia userebbe “tutte le armi” a sua disposizione, la Barrows ha dichiarato: “Conduciamo queste esercitazioni ogni anno e […] questo è anche un messaggio chiaro a paesi come la Russia, che non c’è motivo di preoccuparsi”. Pertanto, a suo avviso, “non c’è motivo di commettere errori di valutazione”.

Tre velivoli dell’aeronautica militare tedesca coinvolti

L’esercitazione sulle armi nucleari è principalmente rivolta alle forze aeree delle nazioni partecipanti. L’aeronautica tedesca partecipa con tre caccia Tornado. Come ha dichiarato un portavoce del Ministero federale della Difesa all’agenzia di stampa tedesca dpa, i Tornado schierati presso la base aerea di Aviano, nel nord Italia, appartengono al 33° Stormo Aereo Tattico, la cui base si trova a Büchel, nella parte meridionale della regione dell’Eifel.
Da molti anni si sospetta che a Büchel siano stoccate bombe nucleari americane B61-12, che, in base agli accordi di condivisione nucleare della NATO, potrebbero essere utilizzate da caccia tedeschi come il Tornado in caso di crisi. Nonostante numerose indagini parlamentari e pubbliche, il governo tedesco non ha mai confermato né smentito ufficialmente la presunta presenza di armi nucleari statunitensi a Büchel.
Il sito web del centro per le armi nucleari dell’aeronautica militare statunitense afferma che la bomba nucleare B61-12 in particolare è “il fulcro del programma NATO di utilizzo congiunto di armi nucleari” perché “può essere integrata e impiegata da alcuni velivoli dei paesi alleati”.

Condivisione nucleare all’interno dell’alleanza

Questo spiega perché 17 Stati membri della NATO partecipano all’esercitazione sulle armi nucleari, sebbene solo tre di essi ne possiedano di proprie: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. La Francia, tuttavia, non partecipa al Gruppo di pianificazione nucleare della NATO e decide autonomamente in merito al proprio arsenale nucleare. L’accordo di condivisione nucleare dell’Alleanza si basa sulle armi nucleari statunitensi. In una scheda informativa , la NATO spiega che la responsabilità e i rischi della deterrenza nucleare devono essere condivisi all’interno dell’Alleanza. A tal fine, “un certo numero di Paesi NATO” forniscono velivoli e infrastrutture “per la difesa collettiva di tutti”. Gli Stati Uniti hanno “schierato un numero limitato di testate nucleari B61 in alcune località in Europa”, che tuttavia rimangono “sotto la cura e il controllo americani”.
La scheda informativa afferma inoltre che l’assunzione congiunta di responsabilità politica e rischi operativi dovrebbe dimostrare unità e coesione tra gli Alleati.
In definitiva, il punto è che gli Stati membri sprovvisti di armi nucleari proprie potrebbero, nel peggiore dei casi, sganciare bombe atomiche americane utilizzando i propri aerei designati.

Chi possiede quante armi nucleari?

Secondo le stime della Federation of American Scientists (FAS), all’inizio del 2026 si contavano circa 12.200 testate nucleari in nove paesi in tutto il mondo. La Russia possedeva un arsenale totale di circa 5.420 testate, mentre gli Stati Uniti ne possedevano circa 5.042. Queste cifre includono sia le scorte militari che le testate dismesse in attesa di smantellamento. Le scorte militari, ovvero le testate in custodia militare destinate a un potenziale utilizzo, sono stimate intorno alle 4.400 per la Russia e alle 3.700 per gli Stati Uniti. Insieme, questi due paesi rappresentano circa l’86% dell’inventario totale mondiale. La FAS stima che le scorte totali della Francia siano pari a 370 testate e quelle del Regno Unito a 225. Poiché la maggior parte dei paesi non divulga completamente i propri arsenali, queste cifre si basano in gran parte su stime indipendenti.
La rivista americana “Bulletin of the Atomic Scientists”, fondata nel 1945 , ha riportato nel 2024 che 120 delle 225 testate nucleari britanniche stimate all’epoca potevano essere lanciate anche dai sottomarini della Royal Navy. Questo numero è “in costante aumento”, scriveva il “Bulletin”. La Gran Bretagna sta costruendo una nuova classe di sottomarini e sviluppando una nuova testata nucleare. Nel complesso, gli esperti prevedono “che la Gran Bretagna amplierà ulteriormente il suo arsenale e che la base aerea di Lakenheath sarà nuovamente in grado di supportare un attacco nucleare dell’aeronautica statunitense nei prossimi anni”.
Nel luglio 2024, gli Stati Uniti hanno annunciato che il loro inventario di testate nucleari, sia attive che inattive, ammontava a 3.748 nel settembre 2023. Questa cifra non include le testate dismesse destinate allo smantellamento, il cui numero è ufficialmente stimato intorno alle 2.000.

Quanto è estesa l’esercitazione sulle armi nucleari?

Secondo la NATO , l’esercitazione nucleare della NATO dello scorso anno nei Paesi Bassi ha coinvolto circa 70 velivoli provenienti da 14 Stati membri, tra cui aerei da combattimento convenzionali e a capacità nucleare, nonché aerei da ricognizione, da rifornimento in volo e da comando . La base principale era la base aerea olandese di Volkel. Circa 2.000 persone hanno fornito supporto diretto all’esercitazione, ha dichiarato all’epoca il colonnello Daniel Bunch, responsabile delle operazioni nucleari presso il Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (SHAPE) della NATO. La NATO ha affermato che la portata dell’esercitazione di quest’anno è paragonabile a quella degli anni precedenti.

La Francia fa affidamento sulla propria capacità di deterrenza.

Indipendentemente dalla NATO, la Francia intende seguire una propria strada e coinvolgere più strettamente la Germania. Ad esempio, la Francia prevede di incrementare il proprio arsenale nucleare . Il presidente Emmanuel Macron lo ha annunciato in un discorso tenuto a marzo presso la base navale di Île Longue. Macron ha anche chiarito che la Francia non pubblicherà più dati ufficiali sulle dimensioni del proprio arsenale nucleare.
Come annunciato a luglio dal Ministero della Difesa tedesco , il cancelliere Friedrich Merz (CDU) e Macron hanno discusso di “cooperazione nucleare strategica”. Merz ha poi annunciato in un articolo su X il 17 luglio : “Parteciperemo a un’esercitazione nucleare con le forze armate francesi entro la fine dell’anno”.
Il 6 ottobre, la Francia ha effettuato un lancio di prova di un missile balistico M51.3 a capacità nucleare da un sottomarino. Il lancio, senza testata nucleare, è avvenuto dal sottomarino nucleare francese “Le Vigilant” al largo delle coste della Bretagna. Macron ha assistito personalmente al test e lo ha commentato in un post su X , affermando: “Per essere liberi, bisogna essere temuti. E per essere temuti, bisogna essere potenti”.

L’establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l’Europa

14 October 2026 at 07:53

La (falsa) élite che attualmente è al potere in molti paesi europei, così come nell’Unione Europea a Bruxelles, è determinata a muovere guerra alla Russia.

Purtroppo per loro, le popolazioni che governano non ne hanno alcun interesse. I leader stanno conducendo un’imponente campagna di propaganda per far loro cambiare idea.

Seguono una linea tracciata da Hillary Clinton la quale, dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump, accusò la Russia di avervi interferito.

Da allora, le accuse rivolte alla Russia di interferire nelle elezioni di altri paesi sono state ripetute più volte. La tesi dei “bot russi” che esercitano un'”influenza russa” viene tirata in ballo ogni volta che degli outsider populisti riescono a vincere.

Un’altra accusa è che la Russia stia conducendo una guerra “ibrida” contro l’Europa. Tale narrazione risale alla falsa affermazione del giornalista Mark Galeotti il ​​quale, nel 2014, sostenne l’esistenza di una “dottrina Gerasimov” – dal nome del più alto generale russo – che avrebbe spinto la Russia a condurre guerre “non lineari” o “ibride”.

Ci sono voluti quattro anni, durante i quali la sua tesi aveva ottenuto un enorme seguito, perché Galeotti ritrattasse le proprie affermazioni:

[C]on mio immenso rammarico, ho creato questo termine, che da allora ha assunto una vita propria e distruttiva, muovendosi goffamente nel mondo e seminando paura e odio al suo passaggio.
…
In realtà, Gerasimov stava parlando di come il Cremlino interpretasse gli eventi delle rivolte della “Primavera araba”, delle “rivoluzioni colorate” contro i regimi filo-Mosca nei paesi vicini alla Russia e, successivamente, della rivolta di “Maidan” in Ucraina. I russi credono sinceramente – sebbene a torto – che non si trattasse di proteste autentiche contro governi brutali e corrotti, bensì di cambi di regime orchestrati a Washington, o meglio, a Langley.

Non c’è mai stata, né esiste, una guerra “ibrida” russa.

Esiste tuttavia un’intensa campagna occidentale volta ad attribuire alla Russia la colpa di qualsiasi cosa:

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