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Da Bretton Woods a Hormuz. Perché la forza non basta più a difendere il primato del dollaro

19 October 2026 at 10:19

Ci sono momenti in cui la storia cambia prima che le istituzioni costruite per governarla se ne accorgano. Non serve una guerra, né la firma di un trattato: basta che gli strumenti che per decenni hanno garantito stabilità comincino, quasi senza rumore, a produrre effetti diversi da quelli per cui erano nati. È quanto sta accadendo all’ordine economico e finanziario internazionale, e la crisi di Hormuz lo ha reso visibile anche a chi preferiva non vederlo.

Nel luglio del 1944, con la guerra ancora in corso, i rappresentanti di quarantaquattro Paesi si riunirono a Bretton Woods. Chi pensa che stessero disegnando soltanto un sistema di cambi sottovaluta quella generazione. Stavano costruendo un pezzo dell’ordine politico del dopoguerra, nella convinzione, maturata sulle macerie degli anni Trenta, che senza stabilità economica non ci sarebbe stata sicurezza internazionale. Il dollaro ne divenne il perno. Gli Stati Uniti disponevano della più grande capacità industriale e militare del pianeta, ma soprattutto avevano compreso che una moneta può organizzare intorno a sé un sistema di relazioni più durevole di qualunque alleanza.

Lo dimostrò il 1971. Quando, in agosto, Richard Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro, l’architettura di Bretton Woods cessò di esistere, ma la centralità americana sopravvisse e anzi si rafforzò. La reggevano mercati finanziari profondi, titoli del Tesoro liquidi, il controllo dei circuiti di pagamento e, sopra ogni cosa, la fiducia che Washington avrebbe garantito regole e continuità. Mezzo secolo dopo, la questione si è spostata. La competizione fra le grandi potenze investe insieme le risorse, la destinazione del capitale, le filiere produttive e la credibilità delle monete. La finanza ha smesso di accompagnare la geopolitica. Ne è diventata uno dei campi di battaglia.

Il rapporto fra petrolio e dollaro è il luogo in cui questa trasformazione si legge meglio, a patto di non cedere agli slogan. Già con gli accordi di Ginevra, all’inizio degli anni Settanta, i produttori ottennero dalle compagnie meccanismi di adeguamento dei prezzi contro la svalutazione della moneta americana. Nel 2000 l’Iraq di Saddam Hussein ottenne di regolare in euro le esportazioni del programma Oil-for-Food delle Nazioni Unite; l’Iran ha percorso a lungo la stessa strada; Russia e Cina hanno moltiplicato negli ultimi anni i pagamenti in valute nazionali. Occorre però distinguere tre piani che il dibattito pubblico tende a confondere: la moneta in cui il barile è quotato, quella in cui una singola transazione viene regolata e quella in cui i proventi vengono reinvestiti. Il petrodollaro vive soprattutto della terza. La domanda vera, dunque, è che cosa accade quando un numero crescente di governi comincia a considerare la diversificazione monetaria una questione di sicurezza nazionale.

Quel momento ha una data. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha immobilizzato circa trecento miliardi di dollari di riserve della banca centrale russa. Era una scelta giusta e necessaria. Ma ogni banca centrale del mondo ne ha tratto una lezione: le riserve detenute nella valuta di un altro paese sono sicure finché si resta dalla parte giusta di chi la emette. La risposta è stata l’oro. Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali ne hanno acquistato oltre mille tonnellate l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. È un dato che dice molto più di qualunque statistica sui pagamenti in yuan. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Chi annuncia la fine del dollaro dovrebbe partire da questi numeri. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esista e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera. Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno.

È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua. Il paese che emette la moneta di riserva ed è il primo produttore mondiale di petrolio non è al riparo dallo shock. E lo shock energetico diventa rapidamente shock finanziario: aspettative di inflazione più alte significano tassi più alti, e tassi più alti pesano su un debito federale che dal 2024 costa in interessi più di quanto Washington spenda per la propria difesa. Per chi ha avuto a che fare con i bilanci militari, è un dato che non ha bisogno di commento.

Una grande potenza energetica può subire il prezzo internazionale dell’energia; una grande potenza monetaria può trovarsi a pagare più caro il capitale; una grande potenza militare può vincere una battaglia senza ristabilire condizioni durevoli di stabilità. Il dollaro non è una rendita acquisita. È una posizione da custodire, che vive di liquidità, istituzioni, prevedibilità e fiducia. La forza può difenderla per un tempo. Non può sostituirla per sempre.

Pechino ha capito presto il valore strategico della dipendenza finanziaria. L’internazionalizzazione dello yuan, il circuito di pagamenti CIPS e gli accordi di swap con decine di banche centrali servono a ridurre l’esposizione alle decisioni americane. La Cina si scontra però con un limite che nessun piano quinquennale può aggirare: una moneta non diventa universale perché appartiene a una grande economia. Deve poter essere detenuta, investita e trasferita con libertà, e deve offrire attività sicure e liquide a chi non dipende dal governo che la emette. Con i controlli sui movimenti di capitale e un sistema finanziario subordinato alle priorità del Partito, la crescita dei pagamenti in yuan resta lontana dalla nascita di un nuovo dollaro. Pechino può offrire alternative ai paesi che temono Washington. Non può offrire loro una fiducia che il suo stesso sistema non concede.

Lo scenario più probabile non è quindi il passaggio di testimone fra due egemonie monetarie, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali che convivono con la centralità del dollaro, mentre l’accesso ai mercati e ai sistemi di pagamento diventa sempre più condizionato dalle rivalità politiche. Un mondo meno uniforme, e non per questo più equilibrato, in cui la frammentazione riduce alcune dipendenze, ne crea di nuove e moltiplica le occasioni di ricatto. Lo stiamo vedendo a Hormuz e nel Mar Rosso: le strozzature non appartengono più soltanto alle grandi potenze.

L’Europa vive una contraddizione diversa. L’euro esiste, è solido, è la seconda valuta del sistema internazionale. La debolezza strategica europea non nasce dalla moneta. L’Unione ha un grande mercato, un risparmio imponente, capacità industriali e un potere regolatorio che il mondo le riconosce. Le manca la capacità di trasformare tutto questo in decisione. Il programma SAFE, centocinquanta miliardi di prestiti comuni per la difesa, è stato un primo passo nella direzione giusta, e l’unione del risparmio e degli investimenti è la condizione perché non resti l’ultimo. Ma nessun mercato dei capitali, per quanto completo, sostituisce una volontà comune abbastanza stabile da orientare per vent’anni gli investimenti in difesa, spazio, infrastrutture critiche e tecnologie. Il punto non è quanto denaro possieda l’Europa. È quanto riesca a trasformarlo in libertà di decisione.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie. È la forma economica del pensiero timido: avere i mezzi e rinviare la scelta. In un mondo in cui il capitale segue le alleanze, chi non decide dove indirizzare il proprio risparmio lascia che siano altri a deciderlo.

Intanto la competizione per il capitale si fa più dura. Difesa, intelligenza artificiale, transizione energetica, reti digitali e ricostruzione delle filiere chiedono investimenti enormi, e tutti nello stesso momento. Gli Stati devono finanziarli con debiti già elevati e costi di raccolta in risalita. Fondi sovrani, grandi gestori e banche multilaterali restano guidati da rendimento e rischio, ma pesano ormai anche la sicurezza delle forniture, l’affidabilità delle giurisdizioni e la probabilità di sanzioni. La geografia del capitale comincia così a sovrapporsi a quella delle alleanze. Il capitale resta mobile, ma la sua mobilità ha smesso di essere neutrale: una scelta su semiconduttori o reti digitali pesa sulla competitività di un paese quanto un programma militare. La domanda del prossimo decennio sarà quali Stati sapranno finanziare insieme sicurezza, trasformazione tecnologica e coesione sociale senza compromettere i propri conti. E quali, pur ricchi di risorse, resteranno incapaci di indirizzarle verso una strategia riconoscibile.

Bretton Woods nacque dall’idea che la stabilità economica dovesse impedire il ritorno della catastrofe politica e militare. Ottant’anni dopo, l’interdipendenza che avrebbe dovuto produrre cooperazione viene vissuta come una vulnerabilità da ridurre. Gli Stati Uniti conservano la centralità monetaria ma non governano tutte le conseguenze delle crisi; la Cina allarga il proprio spazio economico senza poter offrire una moneta equivalente; l’Europa possiede una moneta forte e non ha ancora risolto il problema della decisione comune. Nessuno dei tre è condannato al declino. In tutti e tre, però, si allarga la distanza fra il possesso degli strumenti della potenza e la capacità di governarne gli effetti.

Il nuovo ordine potrebbe conservare il dollaro come valuta dominante e, insieme, moltiplicare i fronti della competizione economica. Conterà allora meno la capacità di imporre condizioni e più quella di attrarre capitali e di mantenere relazioni durevoli anche con chi non condivide tutte le proprie scelte. Le banche centrali che comprano oro lo stanno già dicendo, a modo loro. La potenza può imporre un prezzo, ma non può imporre la fiducia. E la solitudine delle grandi potenze è forse proprio questa: disporre di strumenti sempre più sofisticati per esercitare la forza, senza avere più, da sole, la capacità di trasformarla in stabilità.

Trump, il prezzo dell’insicurezza e il conto dell’Europa. La riflessione di Volpi

12 October 2026 at 13:35

Una guerra arriva anche dove non si combatte. Arriva nella fattura di un trasportatore, nel premio richiesto per assicurare una nave, nella decisione di un’impresa di rinviare un investimento. Questi costi entrano nella vita delle società, modificano le convenienze, consumano consenso. Alla lunga, condizionano anche la libertà di decidere.

L’intesa sul gasolio russo annunciata da Donald Trump dopo il colloquio con Vladimir Putin mette gli europei davanti a una questione scomoda. Washington cerca di contenere il prezzo dell’energia; Mosca ottiene uno spazio commerciale e politico. L’annuncio prevede oltre trecentomila tonnellate nell’immediato, cinquecentomila a novembre e un ulteriore milione successivamente, destinate al mercato americano e a quello globale.

L’effettiva disponibilità e l’impatto duraturo sui prezzi restano da verificare. Il significato della scelta, però, è già evidente: l’urgenza economica americana può modificare le condizioni della pressione sulla Russia. Per un’Europa che dal 2023 ha chiuso le porte ai prodotti petroliferi russi, non è un dettaglio.

A completare il quadro sono arrivate le accuse di Trump a Zelensky per le occasioni negoziali che avrebbe mancato, fino all’invito a cambiare presidente, insieme al rimprovero di colpire le infrastrutture energetiche russe. Il rischio, per Kyiv, è che la sua resistenza venga giudicata anche attraverso il prezzo del carburante americano. Per l’Europa, che sostiene l’Ucraina e vive le conseguenze della guerra sulla propria sicurezza, dovrebbe essere materia di una riflessione assai meno rituale.

Essere informati, essere consultati e concorrere a decidere sono condizioni diverse. La solidità di un’alleanza si misura anche nella distanza fra queste tre possibilità. Le reazioni europee, arrivate a cose fatte, dicono già in quale ci troviamo.

Il collegamento fra i fronti passa attraverso l’energia. La guerra in Medio Oriente e l’insicurezza delle rotte producono tensioni che accrescono il valore negoziale delle forniture disponibili altrove. Mosca può dunque trovare opportunità nelle conseguenze di un conflitto esterno al teatro ucraino. Non serve immaginare una strategia concordata per riconoscere una convergenza temporanea di convenienze.

Il prezzo del barile racconta soltanto una parte del problema. Contano la raffinazione, la disponibilità di gasolio, il trasporto e la possibilità stessa di assicurare il viaggio. A settembre Paul Bradshaw, dirigente di Enoc, ha indicato costi di transito attraverso Hormuz saliti nell’ordine di dieci-venti milioni di dollari, trainati da premi per il rischio di guerra che prima non esistevano. Non è una tariffa, è un ordine di grandezza. Basta però a misurare quanto l’insicurezza pesi sul commercio.

Anche aggirare uno stretto può significare esporsi a un’altra vulnerabilità. L’IEA ha documentato come i nuovi attacchi, Mar Rosso compreso, frenino il recupero dei flussi dal Golfo, e gli attacchi all’oleodotto saudita Est-Ovest hanno mostrato che la principale alternativa a Hormuz è a sua volta un bersaglio. La diversificazione richiede quindi infrastrutture, protezione e continuità diplomatica.
Se questa condizione si prolunga, il rischio europeo va oltre l’inflazione. Le imprese investono dove possono prevedere costi e consegne. L’incertezza persistente può spostare produzioni, capitali e competenze. Potremmo ritrovarci a spendere di più per la sicurezza con una base economica meno capace di sostenerla.

L’aumento delle commesse nella difesa non risolve questa contraddizione. Può creare occupazione e accelerare tecnologie importanti, ma il fatturato di alcuni settori non rappresenta il bilancio complessivo di una guerra. Restano le distruzioni, le risorse sottratte ad altri investimenti e il costo quotidiano imposto a famiglie e imprese.

Se la vulnerabilità è economica prima ancora che militare, la risposta deve tenere insieme industria, energia e sicurezza. È su questo terreno che l’Europa dovrebbe organizzarsi. Il Canada, primo Paese non europeo a partecipare allo strumento Safe, offre un precedente concreto di collaborazione industriale e strategica più ampia. Il suo avvicinamento suggerisce una prospettiva: rendere più fitti e affidabili i rapporti fra democrazie che condividono interessi di sicurezza, capacità produttive e bisogno di prevedibilità.

Per l’Italia questa rete potrebbe svilupparsi attraverso la cooperazione con Regno Unito e Giappone, ai quali il programma Gcap ci lega già in un vincolo industriale di lungo periodo, e con il Canada, affiancata da accordi mirati con i partner del Mediterraneo e del Golfo. Relazioni diverse, da governare con chiarezza: collaborazione politica fra democrazie, intese economiche e di sicurezza con altri interlocutori. Energia, porti, infrastrutture sottomarine e protezione delle rotte sono ambiti nei quali il nostro Paese può proporre iniziative e assumere responsabilità.

La ricaduta industriale dipende dalla qualità di questo disegno. Programmare insieme fabbisogni e investimenti può sostenere cantieristica, tecnologie energetiche, sorveglianza e sistemi di protezione. Ordini coordinati e finanziamenti stabili possono dare alle imprese la dimensione necessaria per crescere. La politica estera acquista così strumenti materiali, mentre l’industria trova un orizzonte più solido dell’emergenza.

La Nato resta essenziale. Proprio per questo serve una componente europea capace di agire e di sostenere un confronto fra alleati, anche quando Washington cambia priorità. Attendere ogni volta una nuova definizione dell’interesse americano significa rinviare la definizione del nostro.

Le democrazie impegnano la propria credibilità quando chiedono sacrifici in nome della sicurezza. Devono saper dimostrare che quei sacrifici costruiscono una prospettiva sostenibile. All’Europa spetta questa responsabilità: trasformare la propria forza economica in capacità di scelta. Altrimenti continuerà a finanziare le conseguenze di decisioni sulle quali pesa troppo poco.

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