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Vescovi con la tessera. Così Pechino ridisegna la Chiesa cattolica cinese

15 October 2026 at 13:45

Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.

Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.

L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.

Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.

Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.

Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.

L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.

L’inverno più duro di Kyiv arriva sul tavolo dei leader Ue. Il commento di Ecfr

14 October 2026 at 15:26

L’inverno alle porte rischia di essere il più duro dall’inizio dell’invasione. Da qui parte Jana Kobzova, senior policy fellow dell’European Council on Foreign Relations, per indicare ciò che i leader europei dovrebbero portare a casa dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles. Il quadro è noto, ma non per questo meno pesante. I raid russi continuano a colpire la rete energetica e l’economia ucraina, le difese aeree scarseggiano e su tutto pesa l’incognita dei contatti tra l’amministrazione Trump e Mosca.

In questo scenario, scrive Kobzova, l’Europa resta “il partner più forte e indispensabile” di Kyiv. Ha già finanziato i preparativi per l’inverno e, se il governo ucraino approverà questa settimana le riforme concordate, coprirà anche le necessità finanziarie più urgenti di fine anno. Il condizionale non è casuale. La bozza delle conclusioni del vertice insiste proprio sulle riforme, da cui dipendono i miliardi di aiuti previsti per il 2026. I leader avranno anche un confronto con il presidente Volodymyr Zelensky.

Sui missili balistici l’analista non si fa illusioni: una soluzione rapida, ammette, non esiste. Si può però lavorare su un fronte più alla portata, quello dei droni a reazione lanciati da Mosca. Per intercettarli servono sistemi a corto e medio raggio, che gli europei possono fornire, insieme a nuovi investimenti nell’industria della difesa ucraina. È anche una questione di conti: un Patriot usato contro un drone è un intercettore in meno quando arriva un Iskander.

Poi c’è il Mar Nero, che per la ricercatrice dovrebbe stare in cima all’agenda. Da lì passa gran parte dell’export ucraino e, con le rotte chiuse, nel 2026 Kyiv rischia di perdere la capacità di finanziarsi da sola. Un blocco prolungato, avverte, finirebbe per trascinare con sé anche altri settori dell’economia.

Il problema non resta confinato alla regione. Se il grano ucraino non parte e la Russia non riesce a spedire fertilizzanti e cereali, a pagare il prezzo sono i mercati alimentari globali. Sono già sotto pressione per la chiusura di Hormuz e per l’arrivo di un super El Niño. Qui, sostiene l’esperta, l’Europa può giocare una carta diplomatica: costruire con i Paesi del Sud globale qualcosa di simile all’accordo che nel 2022, con la mediazione di Ankara e dell’Onu, riaprì il corridoio del grano.

Resta la partita politica, forse la più delicata, ora che torna lo spettro di un’intesa tra Washington e Mosca sopra la testa di ucraini ed europei. In questo clima, scrive Kobzova, l’Europa “può e deve tenere accese le luci per l’Ucraina”. Un passo in questa direzione è arrivato con l’apertura dei cluster negoziali 2 e 3. Erano bloccati dal veto di Budapest, ritirato dopo le modifiche alla legge ucraina sull’istruzione nelle lingue minoritarie. Il presidente del Consiglio europeo António Costa vorrebbe aprire anche gli altri cluster entro dicembre. Per gli ucraini, osserva la senior fellow dell’Ecfr, è la conferma che il loro futuro è nell’Unione europea, per quanto buio sia il momento.

 

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