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Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese

19 September 2026 at 10:50

Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
di Margherita Furlan
19 settembre 2026

Aramco compra gasolio nel Mediterraneo dopo gli attacchi alle sue raffinerie. In quella stessa finestra di mercato si forma il prezzo che paghiamo alla pompa. L’Italia ci arriva senza impianti e senza bandiera
La fila di Aramco
Da alcune settimane Saudi Aramco presenta offerte d’acquisto nella finestra di contrattazione gestita da Platts per carichi di gasolio nel Mediterraneo. Secondo gli intermediari che seguono quella piattaforma, la società statale saudita cerca migliaia di tonnellate di prodotto raffinato; altri operatori riferiscono che sta sondando anche il mercato della benzina in Europa. L’azienda ha rifiutato di commentare.1
Conviene soffermarsi su cosa significhi. Aramco estrae, raffina e vende: è strutturalmente venditrice di distillati, non compratrice. Nel luglio 2025 l’Arabia Saudita aveva toccato il massimo storico delle esportazioni di gasolio, con una media mensile di 611mila barili al giorno, e Aramco si presentava come fornitore quasi solitario nelle finestre di valutazione del Nord Europa e del Mediterraneo, spesso a prezzi inferiori a quelli degli altri.2 Quattordici mesi dopo si mette in fila dall’altra parte del banco.
Il motivo non è un capriccio commerciale, sono gli impianti. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco alla raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso, e nel corso dell’estate hanno colpito ripetutamente il centro di trattamento di Jazan, più a sud. Poi, il 10 settembre, droni partiti dall’Iraq hanno incendiato le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest nelle aree di Riad e Medina: il ministero dell’Energia saudita ha confermato l’attacco e la chiusura «precauzionale» della conduttura, mentre le immagini satellitari mostravano il pennacchio di fumo sopra la linea e i danni estesi a una stazione vicino ad Al Mesba’ah.
Quella conduttura non è un’infrastruttura qualunque. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente sbarrato dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026, l’oleodotto Est-Ovest è diventato la via di fuga del petrolio saudita: milleduecento chilometri dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, con circa cinque milioni di barili al giorno dirottati su quella direttrice. Lo aveva detto l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser: nel contenere la crisi di approvvigionamento il tubo aveva pesato più del rilascio delle riserve strategiche.3 Gli attacchi dell’aprile precedente avevano già sottratto al regno circa 600mila barili al giorno di capacità produttiva. Ad agosto l’estrazione saudita era scesa a 6,24 milioni di barili quotidiani, un livello che nessuno si aspettava di vedere dal principale produttore dell’OPEC.4
Nel frattempo si chiudeva anche l’altra uscita. Gli Houthi hanno proclamato a luglio un blocco marittimo contro le navi saudite, hanno preso il porto yemenita di Mokha e si sono avvicinati alle isole Hanish, cioè alla soglia di Bab el-Mandeb; il traffico attraverso quello stretto è calato di circa il sessanta per cento. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra, l’oleodotto in mezzo è fermo: il regno che ha costruito la propria centralità mondiale sulla capacità di consegnare greggio ovunque si è ritrovato con tre porte socchiuse e un ordine d’acquisto da firmare nel Mediterraneo.
Il resto è politica. Nei giorni dell’avanzata su Mokha il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere raid contro il movimento yemenita, secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana.5 Riad, per ora, ha evitato la rappresaglia diretta contro l’Iraq e Baghdad ha condannato l’attacco e apprezzato la scelta di non reagire.6 Il petroliere più potente del pianeta ha scoperto che la sua potenza dipendeva da cose fragili: una stazione di pompaggio, una colonna di distillazione, una rotta.
Il bersaglio non è più il pozzo
C’è una regolarità, in questi mesi, che i comunicati non dicono e le mappe sì. Nessuno bombarda i giacimenti. Si colpiscono le stazioni di pompaggio, le raffinerie, i terminali, i tubi. Il giacimento è profondo, disperso, difficile da distruggere e costoso da presidiare; l’impianto che trasforma il greggio in qualcosa di utilizzabile è invece un oggetto concentrato, visibile dal satellite, vulnerabile a un drone che costa quanto un’utilitaria. La stessa grammatica si legge sul fronte opposto dell’Eurasia, dove da due anni le raffinerie russe sono bersaglio sistematico dei droni ucraini, con fermate di impianti e contrazioni della produzione di carburante. Non è una coincidenza tecnica: è una dottrina che si è diffusa perché funziona.
Clausewitz aveva chiamato centro di gravità il punto da cui dipende la coesione dell’intera forza avversaria, quello contro cui vanno concentrate tutte le energie.7 Per un secolo si è creduto che nel settore energetico quel centro fosse la risorsa: chi possiede il sottosuolo comanda. La stagione che stiamo attraversando dice il contrario. Il centro di gravità è la catena di trasformazione e di trasporto e chi la colpisce ottiene con mezzi minuscoli effetti che nessun esercito convenzionale potrebbe produrre a quel costo. Un movimento armato yemenita, senza marina né aviazione, ha ridotto le esportazioni del primo produttore mondiale e ne ha fatto un compratore di gasolio sul mercato libero.
Ne discendono due conseguenze che riguardano direttamente l’Europa. La prima è che il vantaggio difensivo è scomparso: proteggere una rete di impianti e di condutture costa incomparabilmente più che attaccarla e nessuna quantità di navi in scorta può cambiare questa aritmetica. La seconda è che la sicurezza energetica ha smesso di essere un problema di contratti di fornitura per diventare un problema d’infrastrutture fisiche. Si può avere il barile e non avere il litro. Si può avere il litro e non avere il modo di farlo arrivare. Chi ha smontato pezzi della propria capacità di trasformazione pensando che il mercato avrebbe sempre provveduto ha fatto una scommessa sulla stabilità permanente delle rotte altrui. Quella scommessa, nell’anno in cui il re del greggio si mette in fila per comprare carburante, si sta rivelando per quello che era.
Il prezzo non nasce alla pompa
Qui il ragionamento smette di essere mediorientale e diventa italiano perché il collegamento fra Yanbu e il distributore sotto casa non è una metafora, ma un meccanismo documentato e pubblico.
Il prezzo industriale dei carburanti in Italia, cioè quel che resta una volta tolte accisa e imposta sul valore aggiunto, non segue il costo di produzione delle raffinerie nazionali. Segue la quotazione internazionale dei prodotti raffinati nel bacino mediterraneo, il cosiddetto Platts CIF Med, rilevato dall’agenzia che pubblica le valutazioni giornaliere sulla base delle contrattazioni fisiche. Lo scrive senza giri di parole l’associazione delle aziende petrolifere italiane nella propria nota metodologica sui prezzi: la materia prima del prezzo alla pompa è la quotazione Platts, e il margine lordo è la differenza fra il prezzo di vendita al netto delle tasse e quel valore. Lo ripete la stessa associazione quando deve spiegare perché il greggio scende e i carburanti no: il riferimento non è il Brent, sono le valutazioni dei raffinati.8
Vale la pena fermarsi su cosa sia quella finestra. Non è una borsa regolamentata con un’autorità di vigilanza pubblica: è un processo di valutazione gestito da una società privata di informazione sui mercati, alimentato dalle offerte che gli operatori presentano in un intervallo di tempo definito. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in un’indagine del 2023 sui prezzi dei carburanti, ha osservato che i riferimenti internazionali dei prodotti petroliferi, Platts compreso, sono esposti a rischi di opacità, e lo ha argomentato richiamando da un lato procedimenti per sospette manipolazioni conclusi in giurisdizioni extraeuropee, dall’altro l’adozione di apposite linee guida da parte delle autorità internazionali di regolamentazione.9 È un’istituzione italiana che dice, in punta di diritto, che il termometro del nostro prezzo alla pompa non è un oggetto neutro.
In quella finestra, da alcune settimane, compra Saudi Aramco.
Il risultato lo hanno letto tutti sui cartelloni. Il 16 settembre 2026 il gasolio in modalità self service ha toccato il massimo storico italiano a 2,246 euro al litro, quasi due centesimi sopra il precedente primato del 17 marzo 2022, con 2,326 euro sulla rete autostradale e la quotazione all’ingrosso oltre i milleduecento euro per mille litri; il giorno seguente il servito viaggiava a 2,376.10 Senza il taglio dell’accisa il prezzo medio nazionale sarebbe stato di 2,416 euro.11
Nessuno impone a Roma cosa pagare. Semplicemente, il quadro dentro cui quel prezzo si forma è stato costruito da altri, si aggiorna ogni giorno in una finestra di mercato dove lo Stato italiano non siede, e il nostro margine di azione si è ridotto a decidere se restituire ai cittadini qualche centesimo di accisa. Non è dipendenza dal barile: è dipendenza dalla struttura.
Il mercato si era già ristretto
C’è un antefatto che rende il gesto di Aramco molto più pesante di quanto appaia e che riguarda l’Europa da vicino: la riserva di gasolio del Mediterraneo si era assottigliata per decisione politica mesi prima che i droni arrivassero su Yanbu.
Fino al 2022 circa il quaranta per cento del gasolio importato dall’Unione europea veniva dalla Russia. L’embargo ha chiuso quel canale ma non ha ridotto la domanda: l’ha deviata. Si è aperta così la scappatoia della raffinazione, il cosiddetto refining loophole, per cui India, Turchia e in parte Cina compravano greggio russo a prezzi scontati proprio grazie alle sanzioni occidentali, lo lavoravano nei propri impianti e rivendevano all’Europa prodotti formalmente non russi, perché la nazionalità di un carburante, nel diritto commerciale, è quella del Paese in cui avviene la trasformazione, non quella del pozzo. Non era un traffico clandestino: era legale, pubblico e quantificato. Nel giugno 2025 l’Europa ha ricevuto 124mila barili al giorno di gasolio dall’India e 94mila dalla Turchia, pari rispettivamente al sette e al cinque per cento delle importazioni totali; secondo le stime di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, l’India, fino a pochi anni prima inesistente come esportatore verso il nostro continente, ha coperto nel 2024 il sedici per cento dell’import europeo, in un anno in cui il greggio russo rappresentava il trentotto per cento degli acquisti indiani.12
Per tre anni, insomma, l’Europa ha continuato a bruciare molecole di origine russa passate per Jamnagar o per İzmir, dichiarando di non comprare più dalla Russia. Poi, nel luglio 2025, il diciottesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso anche quella porta: dal 21 gennaio 2026 è vietato importare nell’Unione prodotti petroliferi ottenuti in Paesi terzi a partire da greggio di origine russa, con esenzione per alcuni partner e per i Paesi esportatori netti di greggio.13 La misura ha due caratteristiche che meritano di essere dette. La prima è che nessuna analisi di laboratorio può stabilire l’origine di una molecola dopo la raffinazione, tanto più che si lavorano miscele di greggi diversi: l’applicazione dipende quindi da autocertificazioni e da tracciamenti documentali, e già al momento dell’annuncio gli operatori prevedevano un carosello di trasbordi destinato a confondere le carte. La seconda è che quel divieto ha ristretto l’offerta disponibile nel bacino mediterraneo in un momento in cui l’Europa non aveva ricostruito un grammo della capacità di raffinazione che aveva dismesso.
Ora si guardi la sequenza per intero, perché è la cosa più istruttiva di tutta questa vicenda. Il 21 gennaio 2026 l’Unione europea restringe per via normativa il proprio accesso al gasolio. A febbraio la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sbarra lo Stretto di Hormuz. Durante l’estate gli attacchi degli Houthi mettono fuori uso a intermittenza gli impianti sauditi sul Mar Rosso. Il 10 settembre saltano le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest. E in quel bacino ristretto, dove l’Europa deve comprare per forza, entra come acquirente anche il maggiore produttore mondiale. Nessuno di questi eventi, preso da solo, era imprevedibile; il loro sovrapporsi era un rischio di sistema che qualcuno avrebbe dovuto valutare prima di firmare i provvedimenti e prima di autorizzare le conversioni di impianti. Il differenziale fra il prezzo del gasolio e quello del greggio, che è la misura esatta della scarsità di capacità di raffinazione, aveva già superato i ventisei dollari al barile nell’estate 2025, il massimo dal febbraio 2024. Era un segnale, ed era leggibile da chiunque.
Va detto con chiarezza quel che l’Unione ha deciso senza dotarsi degli strumenti per reggerne le conseguenze non lo pagano le cancellerie, bensì chi mette il gasolio nel furgone alle sei del mattino.
La deindustrializzazione ha un indirizzo
A questo punto la domanda giusta non è perché il gasolio costi tanto, ma perché l’Italia sia arrivata a questo appuntamento in queste condizioni. E la risposta ha una data d’inizio, una sequenza e dei documenti.
Fra il 2000 e il 2024 il Paese ha perso il 12,7 per cento della propria capacità di raffinazione.14 Non è stata un’emorragia improvvisa: è stata una successione di decisioni aziendali, ciascuna ragionevole dal punto di vista di chi la prendeva, che sommate hanno prodotto un risultato che nessuno ha mai deliberato in Parlamento.
La raffineria di Cremona della Tamoil ha chiuso nel 2011 ed è stata convertita in deposito: l’amministratore delegato della società lo raccontò ai deputati della Commissione Attività produttive, spiegando che un impianto nella pianura padana, senza sbocco al mare, non riusciva più a collocare l’eccesso di olio combustibile e di benzina.15 La Raffineria di Roma, a Pantano di Grano, comunicò nel giugno 2012 l’intenzione di trasformare, a decorrere dal 30 settembre di quell’anno, lo stabilimento di lavorazione e stoccaggio in mero deposito di oli minerali: la dismissione dell’attività di raffinazione è scritta negli atti autorizzativi.16 La IES di Mantova, comprata quattro anni prima dal gruppo ungherese MOL, annunciò nell’ottobre 2013 la trasformazione graduale in deposito a partire dal gennaio successivo, con 350 esuberi su 390 dipendenti. Nel frattempo Eni fermava per sei mesi Porto Marghera e metteva in cassa integrazione a zero ore cinquecento persone a Gela.
Il Parlamento lo sapeva. Nel 2012 la Camera svolse una indagine conoscitiva specifica sulla crisi della raffinazione, con audizioni di aziende e sindacati, e il documento conclusivo registrava il rischio di chiusura di almeno quattro o cinque siti e la necessità di interventi a tutela del settore.17 Gli interventi non sono arrivati. È arrivata, invece, una narrazione più comoda.
Perché la seconda ondata è stata raccontata in tutt’altro modo. Porto Marghera è diventata bioraffineria nel 2014, Gela nel 2019, Livorno è in conversione con completamento previsto fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Ogni annuncio è stato presentato come transizione ecologica e sul piano delle emissioni ha una sua logica difendibile. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, però, i numeri raccontano un’altra storia, perché le scale non sono paragonabili: Livorno, che sta completando il passaggio alla bioraffinazione, trattava quattro milioni di tonnellate di greggio l’anno e nessun impianto a scarti e oli vegetali lavora volumi simili. Un litro di gasolio idrogenato da scarti alimentari non è un litro di gasolio fossile in meno da importare: è un’altra filiera, con materie prime diverse, volumi diversi e limiti propri. La colonna di distillazione che smetti di far girare non torna.
Pasolini aveva coniato, per descrivere l’Italia che si trasformava sotto i suoi occhi, la formula dello «sviluppo senza progresso»: un Paese che si modernizza nelle forme e si impoverisce nella sostanza, perché il criterio della trasformazione non è il bene comune ma la convenienza di chi la guida.18 Non è un’analogia forzata. La dismissione della raffinazione italiana è stata razionale per ogni singolo azionista e distruttiva per l’interesse nazionale e nessuno, in vent’anni, si è preso la responsabilità politica di dire che quelle due razionalità non coincidevano.
Oggi restano poco più di dieci impianti attivi, di cui tre convertiti o in conversione alla bioraffinazione. È il patrimonio con cui l’Italia si presenta al mercato in cui, da alcune settimane, compra anche Saudi Aramco.
Il cambio di bandiera
Gli impianti sopravvissuti hanno cambiato proprietario, e la geografia di quei passaggi dice più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
La ISAB di Priolo Gargallo, il complesso di raffinazione più grande del Paese, è passata in dieci anni dalla genovese Erg alla russa Lukoil, da questa al fondo cipriota G.O.I. Energy nel 2023, sotto la pressione delle sanzioni e con accordi decennali di fornitura e di ritiro affidati alla società di intermediazione Trafigura, e infine, nella primavera del 2026, a un gruppo italiano. È la vicenda più istruttiva dell’intero dossier e merita un capitolo a sé.
Sarroch, in Sardegna, è la seconda gamba del sistema: trecentomila barili al giorno, oltre un quinto dei carburanti italiani, in gran parte gasolio, cioè esattamente il prodotto di cui l’Europa non è autosufficiente. Era la Saras della famiglia Moratti; dal 2024 è di Vitol, il maggiore operatore mondiale indipendente nel commercio di petrolio. Augusta, centosettantamila barili al giorno, è della algerina Sonatrach, che l’ha rilevata nel 2018 da Esso Italia. Milazzo è per metà kuwaitiana, joint venture paritaria fra Eni e Kuwait Petroleum. Già nel febbraio 2024, facendo i conti con l’ingresso di Vitol in Saras, Il Sole 24 Ore osservava che circa metà della capacità di raffinazione italiana passava sotto controllo straniero.19
Poi è arrivato il passaggio più grande, e quasi nessuno se n’è accorto. Nel settembre 2025 la famiglia Brachetti Peretti ha firmato l’accordo vincolante per cedere il 99,82 per cento di Italiana Petroli, il gruppo Api, alla SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian. Nel pacchetto, valutato attorno ai tre miliardi di euro, ci sono la raffineria di Falconara Marittima, quella di Trecate e oltre quattromilacinquecento stazioni di servizio a marchio IP. Il perfezionamento è arrivato nella primavera del 2026, dopo le autorizzazioni in materia di concorrenza, sovvenzioni estere e poteri speciali dello Stato. Non è più solo la raffinazione: è la rete capillare attraverso cui gli italiani fanno il pieno.
Sia chiaro cosa si sta dicendo e cosa no. Non c’è nulla di illegittimo in queste operazioni e nulla da eccepire sui compratori: un trader olandese, un fondo cipriota, una compagnia di Stato algerina e una azera hanno fatto quello che è nel loro mandato, cioè comprare beni che rendono. Il punto è l’altro lato del tavolo. Una raffineria per un operatore di mercato è un margine fra il costo del greggio e il valore dei prodotti e se quel margine si assottiglia la si spegne; per uno Stato è la differenza tra avere il petrolio e il carburante. Sono due criteri diversi e l’Italia ha lasciato che prevalesse il primo senza mai dichiarare di averlo scelto. La normativa sui poteri speciali è stata applicata come procedura di controllo su singole operazioni, non come strumento di una politica industriale: ha accompagnato i passaggi di proprietà, non li ha orientati.
È un mutamento reale dei rapporti di potere travestito da ordinaria amministrazione. La cessione dell’apparato di raffinazione italiano ne è un caso quasi scolastico. Nessun voto parlamentare ha mai stabilito che il Paese rinunciasse al controllo della propria capacità di trasformazione. È accaduto in quindici anni, un atto societario alla volta, e ogni singolo atto era legittimo.
Priolo, quattro proprietari in dieci anni
Se si vuole capire che cosa accade a un’infrastruttura strategica quando la si affida integralmente al mercato dei capitali conviene guardare da vicino Priolo Gargallo, provincia di Siracusa: le due raffinerie riunite sotto la sigla ISAB valgono circa un quinto della capacità di raffinazione nazionale, coprono una quota consistente della domanda elettrica siciliana, occupano attorno a mille persone in via diretta e ne sostengono diverse migliaia nell’indotto. Non è uno stabilimento, è un pezzo dell’ossatura del Paese.
La sequenza dei proprietari, in poco più di dieci anni, è questa: il gruppo genovese Erg esce dalla raffinazione, l’impianto passa alla russa Lukoil attraverso la controllata Litasco e nel 2023, quando le sanzioni rendono impossibile sia importare greggio russo che ottenere credito bancario per comprarne altrove, viene ceduto al fondo cipriota G.O.I. Energy. La cessione, secondo il Financial Times, fu agevolata dal gruppo di intermediazione Trafigura e da un investitore privato, e fu approvata dal governo italiano con l’esercizio dei poteri speciali; i dettagli delle condizioni imposte non sono stati resi pubblici. Lo Stato, in altre parole, ha scelto e autorizzato il compratore, e lo ha fatto in forza di un decreto legge concepito proprio per proteggere l’impianto durante l’uscita dei russi.
L’assetto era questo: la proprietà al fondo, il capitale circolante a Trafigura, che avrebbe fornito il greggio e ritirato i prodotti raffinati per dieci anni. Poi è arrivato il conto. Nel gennaio 2025 la società apre una procedura di composizione negoziata della crisi per gestire tensioni finanziarie; secondo il Financial Times l’azionista di controllo indiretto avrebbe cercato di usare quella procedura per rinegoziare o risolvere il contratto decennale con il trader, giudicato penalizzante per l’impianto, e l’esistenza di quel vincolo avrebbe ostacolato le trattative con possibili acquirenti. Nell’autunno 2025 emerge in sede giudiziaria che il prezzo di acquisto non sarebbe stato integralmente saldato al venditore russo, con un debito indicato fra i 150 e i 190 milioni di euro, e il tribunale apre alla possibilità di pignoramento delle quote. Nel febbraio 2026 la procedura di crisi si chiude con esito positivo; nella primavera il fondo firma la cessione a un gruppo italiano, con un’operazione articolata in due fasi, la prima relativa al 51 per cento. Il via libera dell’Autorità garante della concorrenza è arrivato; il vaglio dei poteri speciali, mentre scriviamo, è ancora davanti al governo, e i sindacati territoriali chiedono di essere coinvolti in quel passaggio.
Bilancio di dieci anni: quattro assetti proprietari, due procedure straordinarie, un contenzioso internazionale, perdite per centinaia di milioni nel 2023 e nel 2024 e un ritorno all’utile nel 2025 grazie a condizioni di mercato favorevoli. I lavoratori hanno attraversato l’intero percorso senza mai sapere chi fosse davvero il loro datore di lavoro l’anno successivo, e il sindacato, al primo tavolo con la nuova proprietà, ha dovuto porre come condizioni non negoziabili cose che in un Paese con una politica industriale sarebbero ovvie: salvaguardia dei livelli occupazionali, tutela dell’indotto, un cronoprogramma certo d’investimenti a partire dalla manutenzione di un impianto che tratta idrocarburi in un sito di interesse nazionale per le bonifiche.
David Harvey ha chiamato accumulazione per spoliazione quel meccanismo per cui il capitale, quando il profitto ordinario si comprime, torna a guadagnare non producendo di più ma appropriandosi di beni già esistenti, spesso pubblici o socialmente costruiti, e rimettendoli in circolo come attività finanziarie. La vicenda di Priolo non è la sua illustrazione perfetta, e sarebbe scorretto presentarla come tale: qui il rischio industriale c’è stato davvero e le perdite pure. Ma il nucleo del ragionamento tiene. Un impianto che vale un quinto della capacità nazionale è stato trattato per un decennio come una partecipazione da acquistare, da rifinanziare e da rivendere, mentre la sua funzione, per il Paese, era un’altra: garantire che ci fosse carburante. Quando il criterio finanziario e quello della sicurezza divergono, non è il primo a cedere.
Il ritorno dell’impianto sotto controllo italiano è una buona notizia e va detto. Ma è avvenuto per iniziativa di un gruppo privato al termine di una crisi, non per effetto di una strategia nazionale ed è ancora una volta lo Stato a doversi limitare a dire sì o no a un’operazione decisa da altri. Il golden power è solo un semaforo: regola il traffico, non decide dove si va.
Il fornitore diventa concorrente
L’Italia è un Paese che produce gasolio. Secondo i dati del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica relativi al 2025, il fabbisogno nazionale di gasolio si aggira sui 23,3 milioni di tonnellate e la produzione delle raffinerie italiane sfiora i 25 milioni: siamo esportatori netti, con circa 7,9 milioni di tonnellate vendute all’estero contro 5,2 importate. Chi racconta un Paese incapace di raffinare dice una cosa falsa.
E allora perché il prezzo alla pompa tocca il massimo storico proprio mentre a migliaia di chilometri saltano le stazioni di pompaggio saudite? Perché l’esposizione italiana non è fisica, è di posizione. Due numeri lo spiegano meglio di un saggio. Il 60 per cento del gasolio che importiamo proviene dall’area del Golfo, e il 47 per cento arriva dalla sola Arabia Saudita. Il nostro primo fornitore di gasolio è esattamente il soggetto che da alcune settimane presenta offerte d’acquisto nella finestra mediterranea dove si forma il nostro prezzo industriale. Non ha smesso di venderci: ha cominciato a comprare dove compriamo noi. Il fornitore è diventato concorrente, e ci è arrivato nel giro di un trimestre, senza che nessuno decidesse nulla.
Immanuel Wallerstein descriveva l’economia mondiale come un sistema unico articolato in centro, periferia e semiperiferia, dove la posizione di ciascuno non dipende dalla ricchezza assoluta ma dal punto che occupa nella divisione del lavoro e nella catena del valore.20 L’Italia energetica sta esattamente lì, nel mezzo: trasforma molto, decide poco, non controlla né la risorsa a monte né le regole di formazione del prezzo a valle. È una posizione che funziona benissimo quando il sistema è stabile e diventa una trappola nel momento in cui qualcuno, in Yemen o in Iraq, scopre che una stazione di pompaggio si buca con un drone.
L’accisa come anestetico
Lo Stato italiano f l’unica cosa che gli è rimasta da fare, e la fa in entrambe le direzioni nello stesso anno.
Il primo movimento è strutturale. Il decreto legislativo 43 del 2025 avvia il riavvicinamento graduale fra l’accisa sulla benzina e quella sul gasolio, e il decreto ministeriale del 14 maggio 2025 lo mette in pratica: un centesimo e mezzo in meno al litro sulla benzina, un centesimo e mezzo in più sul gasolio.21 Poi la legge di bilancio per il 2026 accelera bruscamente: dal primo gennaio le due aliquote sono parificate a 672,90 euro per mille litri, il che significa 4,05 centesimi in meno sulla benzina e 4,05 in più sul gasolio, senza gradualità, con la motivazione esplicita di superare un sussidio ambientalmente dannoso censito nel catalogo del ministero dell’Ambiente.22 La logica ambientale è comprensibile. L’effetto sociale, in un Paese dove il gasolio muove l’autotrasporto, l’agricoltura e la quota maggioritaria del parco veicoli, è una tassa che colpisce chi lavora. E c’è un precedente che nessuno ha chiarito: dopo il riequilibrio del maggio 2025 il rincaro sul gasolio si è trasferito ai prezzi quasi integralmente, mentre lo sconto sulla benzina, almeno sulla rete autostradale, si è visto in misura ridicola, tanto che un’associazione di consumatori ha depositato un esposto all’Antitrust.23 La partita di giro, sulla carta a somma zero, è diventata un aumento netto per il cittadino.
Il secondo movimento è d’emergenza, e va nella direzione opposta. Da quando il prezzo internazionale del gasolio ha cominciato a correre, il governo taglia la stessa accisa che ha appena aumentato: l’aliquota viene ridotta in via temporanea a 532,90 euro per mille litri, cioè quattordici centesimi al litro, più tre centesimi di minore imposta sul valore aggiunto, per uno sconto complessivo di diciassette centesimi.24 E lo fa per periodi brevissimi, rinnovati di decreto in decreto: dal 28 luglio al 6 agosto, dal 27 agosto al 5 settembre, poi fino al 10, poi fino al 17 con una copertura di circa 85 milioni di euro, poi con uno sconto dimezzato e infine ridotto a poco più di sei centesimi. Sedici proroghe, circa due miliardi di euro in sette mesi, e un prezzo che nel frattempo ha toccato comunque il massimo storico.
Messi in fila, i due movimenti raccontano meglio di qualunque analisi lo stato della politica energetica italiana. A gennaio lo Stato alza l’accisa sul gasolio di quattro centesimi per ragioni ambientali; da luglio la taglia di quattordici per ragioni sociali; a settembre torna a ridurre lo sconto perché non ci sono più coperture. È l’unica leva rimasta a un Paese che ha perso il controllo di tutto il resto della catena, e viene azionata avanti e indietro come il volante di un’automobile che ha i freni altrove. Ogni proroga dura una settimana o dieci giorni, esattamente la durata dell’attenzione mediatica che la accompagna.
Due miliardi sono una cifra seria. Sono circa quanto il Paese avrebbe speso per costituire una riserva strategica di prodotti finiti di dimensioni significative, o per finanziare la quota pubblica di un piano di ammodernamento della capacità di raffinazione residua. Sono stati spesi, invece, per ridurre di qualche centesimo e per qualche giorno un prezzo che si forma in una finestra di contrattazione privata nel Mediterraneo, dove nel frattempo è entrata a comprare Saudi Aramco. Un Paese senza controllo sulla catena può soltanto anestetizzare il dolore, mai curarlo.
Riprendersi la catena: i tre anelli
Mattei non aveva pozzi. Aveva capito che il potere non stava nel giacimento ma nella catena che porta il greggio dal sottosuolo al serbatoio e che quella catena si poteva costruire anche partendo da un Paese sconfitto e privo di risorse. A Tunisi, il 10 giugno 1960, nel giorno in cui firmava con il governo tunisino l’intesa per costruire una raffineria, spiegò che quelle intese nulla avevano a che vedere con «il modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secolo», perché prevedevano compartecipazione finanziaria e cogestione fra Paesi produttori e Paesi consumatori, in condizioni di eguaglianza.25 Negli appunti preparati per quel viaggio, rimasti inutilizzati e conservati nell’archivio storico dell’Eni, la formulazione era ancora più tagliente: la condizione coloniale, annotava, esiste quando il gioco della domanda e dell’offerta di una materia prima vitale è «alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio», e nel settore petrolifero quella potenza aveva un nome, il cartello.26 Sessantasei anni dopo, l’incontro fra domanda e offerta del nostro gasolio si decide in una finestra di contrattazione privata che l’Autorità garante della concorrenza definisce esposta a rischi di opacità. La definizione di Mattei non è invecchiata: si è solo spostata di soggetto.
Che cosa vuol dire, in concreto, riprendersi la catena nel 2026? Tre anelli, e per ciascuno una cosa che si può firmare.
La raffinazione. Dichiarare gli impianti infrastrutture strategiche a tutti gli effetti, sottoporne ogni passaggio di proprietà e ogni riconversione a un vaglio che non sia solo di legittimità ma di merito, e vincolare le conversioni a bioraffineria a un piano nazionale che stabilisca prima quanta capacità fossile il Paese deve conservare e per quanti anni. Non si tratta di fermare la transizione: il punto è smettere di affidarne il calendario ai margini industriali di operatori privati esteri. Sul fronte delle scorte l’architettura esiste già e va usata: il decreto legislativo 249 del 2012, che recepisce la direttiva europea sull’obbligo di mantenere una riserva minima, ha istituito l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, le cui funzioni sono affidate ad Acquirente Unico sotto vigilanza ministeriale, e ha stabilito che le scorte specifiche siano di proprietà pubblica e conservate sul territorio nazionale.27 Il punto è la composizione: in una crisi come quella di questo settembre a mancare non è il barile, è il litro raffinato. Servono scorte di prodotti finiti, in quantità dichiarate e verificabili.
La logistica. Abbiamo i rigassificatori, il terminale di Trieste con l’oleodotto transalpino che rifornisce anche Austria, Germania e Repubblica Ceca, il gasdotto adriatico che porta in Puglia il gas del Caspio, le condutture dall’Algeria e dalla Libia. Quello che manca non è l’infrastruttura, è la regia: un soggetto pubblico che tratti direttamente con i produttori, come faceva l’Eni delle origini, invece di comprare da intermediari che lucrano sulla differenza. Il Piano Mattei del governo ha preso il nome; il metodo era un altro, e consisteva in contratti diretti, condizioni migliori per il Paese produttore e controllo italiano dell’infrastruttura di trasporto.
La rotta. Il 17 settembre, al forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa ha annunciato di avere deciso con il capo di Stato maggiore di attivare la Marina per garantire il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, aggiungendo di non voler aspettare che sia la missione europea Aspides a stabilire se le navi possano passare. L’Italia è il primo contributore navale di quella missione, e questo rende la frase più interessante di quanto sembri: non è un atto di forza verso lo Yemen, è la constatazione che la cornice europea non decide. Una scorta, però, è una toppa. Una rotta si tiene aperta prima di tutto con la diplomazia: con l’Egitto, che vive di Suez ed è il primo interessato alla riapertura del traffico, con i Paesi rivieraschi del Mar Rosso e del Golfo, e con chi controlla militarmente la costa yemenita, perché la storia dei passaggi obbligati insegna che si negoziano prima di essere scortati. È la lezione mediterranea di Moro, che cercò nel dialogo con il mondo arabo una posizione autonoma per l’Italia, e di Craxi, che a Sigonella dimostrò che rivendicare la giurisdizione nazionale di fronte all’alleato non significa uscire dall’alleanza.
Chi esegue e chi decide
I fatti di questi giorni, non le opinioni, dicono dove siamo. Dal 31 luglio 2026 l’Italia guida la missione di sorveglianza aerea della NATO nei cieli baltici, con quattro Eurofighter e un centinaio di uomini a Šiauliai: primo decollo su allarme il 3 agosto, drone non identificato abbattuto il 15 settembre dopo essere entrato dalla Bielorussia. Il 17 settembre la Marina viene attivata per Bab el-Mandeb. Sul fronte finanziario, il Paese ha chiesto accesso ai prestiti europei del programma per l’industria della difesa, con una dotazione indicativa di 14,9 miliardi notificata dalla Commissione, da restituire in quarantacinque anni. Alla pompa, il gasolio sta a 2,25 euro al litro.
È un profilo riconoscibile: un Paese che presidia i cieli di altri, scorta le proprie navi in un mare che non controlla, s’indebita per armamenti decisi altrove e resta fuori dai tavoli dove si tratta di ciò che paga. Ma questo profilo non è un destino, è una serie di scelte, e chi lo definisce inevitabile sta spacciando per realismo una scelta. L’Italia una politica estera l’ha avuta, quando ha deciso di averla, e non l’ha mai avuta contro l’America: l’ha avuta accanto all’America, con la schiena dritta.
Un governo che volesse cominciare a riprendersi la catena non avrebbe bisogno di una legge di bilancio. Avrebbe bisogno di tre firme. Un provvedimento che dichiari le raffinerie infrastrutture strategiche e subordini conversioni e cessioni a un piano nazionale della raffinazione. Una richiesta formale, a Bruxelles e a Washington, perché l’Italia sieda al tavolo in cui si discute dell’energia che arriva nelle case degli italiani. Una convocazione dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Rosso, con l’Egitto in testa, per una rotta negoziata invece che soltanto pattugliata.
Nessuna delle tre costa un euro. Costano una cosa sola, ed è la sola che in questi anni è mancata: decidere di essere un Paese.
Perché la fila in cui si è messa Aramco dice esattamente questo. Chi controlla la trasformazione e il trasporto detta le condizioni a chi possiede la materia prima, e non il contrario. Il regno che ha il più grande giacimento del mondo lo ha imparato in una settimana, con tre stazioni di pompaggio in fiamme. Noi abbiamo avuto quindici anni per impararlo e abbiamo usato quel tempo per vendere gli impianti, chiamare transizione le chiusure e ridurre le accise di sei centesimi.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce.

 

L'articolo Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese proviene da Casa del Sole TV.

BRICS, unanimità a geometrie variabili

16 September 2026 at 02:03

di Margherita Furlan 

A Nuova Delhi i BRICS non trovano una posizione sulla guerra in Iran, ma firmano tutti l’architettura per renderla irrilevante: pagamenti, cavi, calcolo, minerali. Storia di un compromesso che vale più di quanto dice.

Il diciottesimo vertice BRICS si chiude con un testo che nessuno contesta e che non nomina mai Washington. Centoquaranta paragrafi, quattro sezioni, zero riserve. Chi legge solo il paragrafo sulla guerra vede la debolezza; chi legge il resto vede il metodo.

Le quattro del mattino

Quattro giorni prima dell’apertura, la stampa occidentale dava il blocco per spaccato. Non era un pregiudizio: era una cronaca. A maggio, a Nuova Delhi, i ministri degli Esteri dei BRICS si erano lasciati senza comunicato congiunto, evento senza precedenti nella storia del gruppo, perché Teheran pretendeva una condanna esplicita degli attacchi americani e israeliani, Abu Dhabi una presa di posizione altrettanto netta contro l’Iran, che aveva colpito il territorio emiratino con missili e droni fin dal primo giorno di guerra. L’India, presidente di turno, aveva pubblicato una «dichiarazione della presidenza» con una riga che diceva tutto: «vi sono state opinioni divergenti fra alcuni membri riguardo alla situazione nella regione dell’Asia occidentale e del Medio Oriente». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, uscendo, aveva accusato senza nominarlo «uno Stato membro che ha le sue relazioni speciali con Israele». Tra maggio e settembre le cose erano peggiorate: il 19 agosto gli Emirati avevano sospeso ogni rapporto commerciale e finanziario con Teheran.

Quello che è accaduto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre a Bharat Mandapam va quindi raccontato per quello che è: un negoziato serrato, condotto ai tre livelli degli sherpa, dei ministri e dei capi di Stato, chiuso alle quattro del mattino.[1] Il segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, Sudhakar Dalela, interrogato più volte dai giornalisti su come fossero state ricomposte le posizioni di Iran ed Emirati, si è rifiutato di entrare nel merito, limitandosi a dire che il paragrafo 28 «cattura il consenso» e che «il dialogo e la diplomazia devono essere il parametro guida». Il Cremlino è stato più loquace. «Siamo lieti che un intenso lavoro diplomatico abbia infine prodotto una formulazione accettabile sia per l’Iran sia per gli Emirati Arabi Uniti, permettendo l’adozione della dichiarazione finale», ha detto il portavoce Dmitrij Peskov. E poi, con la soddisfazione di chi la pensava diversamente: «Molti pessimisti ritenevano che non sarebbe stato possibile, ma tutto è andato come previsto».

Sabato 12 settembre Narendra Modi ha letto in aula la frase che gli scettici aspettavano di non sentire: «Nessun membro ha sollevato obiezioni. La Dichiarazione di Nuova Delhi 2026 è adottata all’unanimità». Il documento porta un titolo da programma di governo, «Costruire resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità», le quattro parole che compongono l’acronimo inglese RICS attorno al quale l’India ha organizzato l’intera presidenza.[2] Centoquaranta paragrafi, divisi in quattro sezioni: governance globale e multilateralismo, pace e sicurezza, crescita economica, cooperazione culturale. Dentro ci sono la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods, la difesa dell’Organizzazione mondiale del commercio, la condanna dei dazi «unilaterali» senza che Washington venga mai nominata, l’opposizione alle sanzioni non autorizzate dal Palazzo di Vetro, la richiesta di togliere il blocco a Cuba e di dare alla Palestina il seggio pieno all’ONU nei confini del 1967.[3]

Modi ha ricordato i numeri del gruppo: dieci membri, dieci partners, poco meno della metà della popolazione mondiale, circa il 40 per cento del prodotto globale. E ha chiesto, con una formula che ha fatto il giro delle agenzie, di «trasformare la piramide dei privilegi in una piattaforma di partenariato, in cui ogni Paese abbia voce e ogni membro una posta in gioco». Il Sud globale, ha detto, non deve limitarsi a sedere nelle istituzioni: deve partecipare alla scrittura delle regole. Ha proposto dieci punti per una «tabella di marcia della riforma BRICS» da consegnare al prossimo vertice. Nel discorso di chiusura, il tono si è fatto più impaziente: i BRICS, ha detto, devono passare «dai fascicoli all’impatto sulla vita reale».

Il quadro dei presenti spiega molto. Xi Jinping era in India per la prima volta in sette anni, e il suo incontro con Modi ha toccato la stabilità del confine himalayano, gli squilibri commerciali e l’accesso ai mercati. Vladimir Putin è arrivato l’11 settembre e ha incontrato Modi prima dell’apertura, ribadendo l’obiettivo dei cento miliardi di dollari d’interscambio bilaterale entro il 2030. Masoud Pezeshkian rappresentava l’Iran in guerra. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed Al Nahyan, era portavoce degli Emirati colpiti. I due si sono visti il 12 settembre, primo incontro a quel livello dall’inizio del conflitto, e hanno «sottolineato l’importanza di sostenere gli sforzi per ridurre le tensioni e rafforzare la stabilità regionale», secondo la nota dell’ufficio stampa di Abu Dhabi. Lula non c’era: è rimasto in Brasile per la campagna elettorale, sostituito dal ministro degli Esteri Mauro Vieira. L’Arabia Saudita sedeva come invitata: Nuova Delhi la elenca tra i membri, mentre Riad continua a considerare la propria adesione mai perfezionata.

Questo è il fatto. Poi c’è la lettura ed è qui che le strade si dividono. La stampa internazionale ha titolato sull’unità ritrovata nonostante le divisioni; Praveen Donthi, analista dell’International Crisis Group, ha osservato che i membri, «impegnati nel successo di questo raggruppamento non occidentale», possono dirsi «ragionevolmente soddisfatti» di un risultato modesto ottenuto in mezzo a una turbolenza geopolitica di questa portata.[4] È una lettura corretta eppur insufficiente. Corretta perché il paragrafo sulla guerra è davvero un paragrafo di sottrazione. Insufficiente perché misura il vertice con il metro sbagliato: quello del comunicato di condanna, dell’Occidente, non del blocco che si va via via costruendo.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scelto invece la geometria variabile non come ripiego ma come metodo. L’unanimità non nasce dall’accordo sulla guerra, che non c’è. Nasce dall’accordo sulle infrastrutture del dopo-conflitto, che c’è, ed è scritto: pagamenti, cavi sottomarini, intelligenza artificiale, minerali critici, cereali. È il passaggio da alleanza dichiarativa a blocco storico in costruzione, per usare la categoria gramsciana. La presidenza cinese del 2027 ne sarà la prova.

Vent’anni di scacchiera

Il paragrafo 7 della Dichiarazione ricorda «la storica ricorrenza del ventesimo anniversario dei BRICS».[5] Il conto parte dal 2006, quando i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina s’incontrarono per la prima volta a margine dell’Assemblea generale dell’ONU. Ma l’acronimo era nato cinque anni prima, in un luogo che dice molto sulla natura ambigua del progetto: un rapporto di Goldman Sachs. Il 30 novembre 2001, a poche settimane dall’11 settembre, l’economista Jim O’Neill pubblicava un documento intitolato «Building Better Global Economic BRICs», nel quale sosteneva che le quattro economie emergenti avrebbero pesato sempre di più nel prodotto mondiale e che la governance economica globale, a cominciare dal G7, avrebbe dovuto farvi posto.[6] Era un consiglio d’investimento, non un manifesto politico. Il fatto che una sigla coniata a Wall Street sia diventata, un quarto di secolo dopo, la bandiera di chi contesta l’ordine costruito da Wall Street è una di quelle ironie che la storia produce con regolarità e che gli analisti dimenticano con altrettanta regolarità.

Il primo vertice si tenne a Ekaterinburg il 16 giugno 2009, nel pieno della crisi finanziaria partita dai mutui americani. Non fu un caso: La turbolenza aveva mostrato che il centro del sistema poteva contagiare la periferia senza chiederle il permesso e che le istituzioni di Bretton Woods non avevano né gli strumenti né la volontà di proteggerla. Nel 2010 il Sudafrica fu invitato ad aderire e la sigla guadagnò la sua «S». Nel 2014, a Fortaleza, nacquero la Nuova Banca di Sviluppo e l’Accordo di riserva contingente, le prime istituzioni proprie del gruppo, concepite come alternative parziali alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario.[7] Poi vennero gli anni della stanchezza, nei quali i vertici producevano comunicati e poco altro e l’Occidente si convinse che i BRICS fossero un acronimo in cerca di contenuto.

La svolta ha una data: il 24 febbraio 2022. L’operazione militare speciale russa in Ucraina, e soprattutto la risposta finanziaria dell’Occidente, che congelò le riserve della Banca centrale moscovita ed escluse le principali banche del Paese dal sistema SWIFT, cambiò il senso del gruppo. Quello che era stato un forum di coordinamento economico diventò, per Mosca, l’unica architettura multilaterale disponibile; per gli altri membri diventò la dimostrazione che le riserve in dollari non erano un patrimonio ma un ostaggio. Nell’agosto 2023, a Johannesburg, il gruppo decise l’allargamento. A Kazan, nell’ottobre 2024, sedettero per la prima volta al tavolo Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, in forma incerta, Arabia Saudita; la Dichiarazione di Kazan lanciò l’Iniziativa per i pagamenti transfrontalieri e la categoria dei «Paesi partner».[8] A Rio de Janeiro, nel luglio 2025, l’Indonesia sedette per la prima volta come membro a pieno titolo e la dichiarazione finale condannò con parole nette gli attacchi militari contro l’Iran cominciati il 13 giugno di quell’anno.[9] Oggi i membri sono dieci, altrettanti i partners, dalla Bielorussia al Vietnam, dalla Nigeria alla Malaysia.

Vale la pena fermarsi su un testo che nel 1997 descriveva, con la precisione del timore, esattamente la fotografia di famiglia scattata a Bharat Mandapam. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter e teorico dell’egemonia americana in Eurasia, scriveva ne «La grande scacchiera» che «lo scenario potenzialmente più pericoloso sarebbe una grande coalizione di Cina, Russia e forse Iran, una coalizione “antiegemonica” unita non dall’ideologia ma da rimostranze complementari».[10] Aggiungeva che una simile coalizione avrebbe ricordato, per dimensioni e portata, il blocco sino-sovietico e che evitarla avrebbe richiesto una prova simultanea di abilità geostrategica americana sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia. Ventinove anni dopo, quella coalizione sedeva allo stesso tavolo: Xi, Putin e Pezeshkian, uno accanto all’altro, nella capitale del Paese che Brzezinski considerava il contrappeso naturale della Cina. Le «rimostranze complementari» sono oggi le sanzioni per la Russia, i dazi per la Cina, la guerra per l’Iran.

Ma la fotografia inganna ed è la seconda metà dell’osservazione di Brzezinski a spiegare perché. La coalizione che temeva è a Delhi, in india, il Paese che ha subito i dazi americani al 50 per cento nell’agosto 2025 per l’acquisto di greggio russo e li ha visti scendere al 18 per cento nel febbraio 2026, dopo che Modi si è impegnato con Trump a interrompere quegli acquisti. È il Paese che ha ospitato Xi ma con cui la Cina ha ancora aperta una disputa di confine costata vite umane nel 2020. È la capitale che ha trattato fino alle quattro del mattino per impedire che il testo nominasse Washington. L’abilità geostrategica che Brzezinski chiedeva agli Stati Uniti oggi la esercita Nuova Delhi, ma in direzione opposta: non per impedire la coalizione, ma per tenerla dentro un formato che non la obblighi a schierarsi.

Qui sta il paradosso strutturale del blocco, che nessun comunicato può risolvere e che a Delhi si è visto in trasparenza. I BRICS sono contemporaneamente la coalizione antiegemonica di Brzezinski e il suo antidoto. Contengono i tre Paesi che Washington considera avversari e le nazioni che Washington considera partners necessari, dall’India agli Emirati all’Arabia Saudita. Non possono quindi essere un’alleanza e non lo saranno. Possono essere un’altra cosa, che ha meno precedenti e per questo si fatica a nominare: un cantiere di istituzioni parallele, aperto a chi non vuole scegliere.

Il paragrafo 22 e il paragrafo 28

Per capire il compromesso di Delhi bisogna leggere due paragrafi che distano sei numeri e un abisso. Il paragrafo 22 non lascia margini: «Condanniamo l’imposizione di misure coercitive unilaterali contrarie al diritto internazionale, e ribadiamo che tali misure, tra l’altro sotto forma di sanzioni economiche unilaterali e sanzioni secondarie, hanno implicazioni negative di vasta portata per i diritti umani, compresi i diritti allo sviluppo, alla salute e alla sicurezza alimentare, della popolazione generale degli Stati colpiti».[11] Segue la richiesta di «eliminazione di tali misure illegittime» e, a chiudere, la riaffermazione dell’opposizione a ogni sanzione «non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Il linguaggio non è nuovo: le dichiarazioni di Kazan e di Rio contenevano formule simili. Innovativo è il contesto, che da peso alle parole. Le sanzioni secondarie sono lo strumento con cui il Tesoro americano colpisce le banche di Paesi terzi che trattano con la Russia o con l’Iran; sono il mezzo che lo stesso Trump ha rivendicato contro l’India, descrivendo i dazi aggiuntivi dell’agosto 2025 come sanzioni secondarie per l’acquisto di petrolio russo. Che l’India, gli Emirati, l’Egitto, l’Indonesia abbiano messo la firma sotto una frase che le dichiara «contrarie al diritto internazionale» non è ornamento: è una presa di posizione che vale per Mosca e per Teheran, ma che prima di tutto per chi l’ha firmata.

Sei paragrafi dopo, il tono cambia. Il paragrafo 28 parla per sottrazione: «Esprimiamo profonda preoccupazione per la continua escalation delle tensioni in Medio Oriente e Asia occidentale e, ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali, chiediamo di esercitare la massima moderazione e di evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione».[12] Nessun nome: né Washington, né Tel Aviv, né Teheran, né Abu Dhabi. Una clausola rivela la cucitura, «ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali», che in linguaggio diplomatico significa che il testo non impegna nessuno a ciò che non pensa. Il paragrafo si chiude con una frase significativa: «Sottolineiamo la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Solo al paragrafo 29 il documento alza il tono, con la «seria preoccupazione per gli attacchi deliberati contro infrastrutture civili e impianti nucleari pacifici sotto piene salvaguardie dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in violazione del diritto internazionale».[13] Anche qui nessun nome, ma il riferimento è trasparente: gli impianti nucleari sotto salvaguardia AIEA colpiti dal 2025 a oggi sono quelli iraniani.

Il confronto con Rio è impietoso, e va fatto. Nel luglio 2025 i leader avevano condannato «gli attacchi militari contro la Repubblica islamica dell’Iran», con tanto di nome del Paese aggredito.[14] Quattordici mesi dopo, con l’Iran in guerra aperta contro Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio, il testo si limita alla «profonda preoccupazione» per «tensioni». Il linguaggio è stato «ammorbidito drasticamente» e, per la prima volta dal 2022, ogni riferimento all’Ucraina è scomparso dal testo. Questo secondo silenzio è forse più eloquente del primo. Dal vertice di Pechino del 2022 in poi, ogni dichiarazione BRICS aveva dedicato all’Ucraina almeno una riga, di solito per «prendere atto delle posizioni nazionali» e «apprezzare le offerte di mediazione». A Delhi neppure quello. Il conflitto che ha rifondato il gruppo nel 2022 è diventato innominabile nel 2026: segno che la Russia non ha più bisogno di una copertura verbale, o che l’India non vuole più concederla nel momento in cui negozia con Washington il proprio regime tariffario, o entrambe le cose.

C’è però un punto del testo in cui i nomi compaiono ed è istruttivo vedere dove. La sezione sulla Palestina, dal paragrafo 30 al 34, è la più lunga e la più netta di tutta la parte politica: «ferma opposizione allo sgombero forzato, temporaneo o permanente, con qualsiasi pretesto, di qualsiasi parte della popolazione palestinese dal Territorio palestinese occupato», condanna dell’«uso della fame come metodo di guerra», sostegno all’UNRWA, richiamo alle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia «nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele», rifiuto di «qualsiasi misura unilaterale che cerchi di alterare lo status giuridico e storico di Gerusalemme occupata».[15] Il paragrafo 35 sul Libano va oltre: «Chiediamo a Israele di rispettare i termini concordati con il governo libanese e di ritirare le sue forze di occupazione da tutti i territori libanesi in cui ancora permangono».[16] Israele è, in tutta la Dichiarazione, l’unico Stato nominato come parte che colpisce. Gli Stati Uniti non lo sono mai: né sui dazi, né sulle sanzioni, né su Cuba, per cui il paragrafo 27 parla di «inasprimento delle misure unilaterali di blocco» e chiede la fine delle «misure economiche, commerciali e finanziarie contro Cuba» senza dire chi le impone.[17] La geometria dei nomi è la mappa delle forze: si cita chi si può nominare senza perdere una firma. Gli Emirati, che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele nel 2020 e che dal 2026 sono in guerra con l’Iran, sull’occupazione del Libano mettono la firma. Sugli attacchi all’Iran, no. È la stessa mano che scrive due paragrafi diversi.

Un’ultima annotazione sulla sezione politica, che porta l’impronta della presidenza. Il paragrafo 40 «condanna nei termini più forti l’attacco terroristico nel Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui ventisei persone sono state uccise», e chiede «tolleranza zero» e il rifiuto dei «doppi standard» nella lotta al terrorismo.[18] Il Pakistan non è nominato, ma il paragrafo è una vittoria diplomatica indiana che la Cina, alleata di Islamabad, ha lasciato passare. Anche questo è un mattone: Nuova Delhi ha usato la presidenza per far scrivere nel testo del blocco la propria agenda di sicurezza e Pechino ha pagato quel prezzo per avere in cambio la presidenza 2027 senza obiezioni.

C’è una lezione di realismo classico in questo scarto tra il paragrafo 22 e il paragrafo 28. Tucidide fa dire agli ambasciatori ateniesi, davanti ai Melii che invocano la giustizia, che «nel calcolo umano il diritto vale quando le forze sono pari, mentre i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono».[19] Il dialogo dei Melii è il testo fondativo del realismo, ma di solito si dimentica che finisce con la distruzione di Melo: il realismo descrive il mondo, non lo giustifica. I BRICS, a Delhi, si sono comportati da lettori di Tucidide. Sulla guerra, dove le forze non sono pari e dove gli Emirati stanno con i forti, hanno scelto il silenzio. Sulle sanzioni, dove la somma delle loro economie comincia a rendere le forze pari, hanno scelto la condanna. Modi ha detto che il Sud globale deve «scrivere le regole» invece di subirle: è la risposta, a ventiquattro secoli di distanza, agli ambasciatori ateniesi. Ma le regole si scrivono quando si ha il potere di farle rispettare, e la forza dei BRICS oggi è finanziaria e commerciale, non militare. Il documento ne è consapevole: incide dove gli è concesso, tace dove non arriva.

Russia e Iran si sono mossi come una coppia coordinata. Stessa linea sul conflitto, medesima insistenza sul meccanismo delle sanzioni. Hanno ottenuto il paragrafo 22 e hanno accettato il paragrafo 28. Per Teheran il baratto è meno svantaggioso di quanto sembri: una condanna nominativa degli Stati Uniti in un comunicato BRICS non avrebbe fermato un solo missile, mentre la dichiarazione di illegittimità delle sanzioni secondarie, firmata da Paesi che con Washington commerciano, è un argomento che le banche di Mumbai, Dubai e Giacarta dovranno d’ora in poi considerare. Per Mosca il calcolo è ancora più semplice e Peskov lo ha messo nero su bianco: «La dichiarazione include le disposizioni che per noi sono importanti. Riguardano i centri di regolamento congiunti, una piattaforma d’investimento comune e una piattaforma condivisa per i pagamenti in valute nazionali». Sulla guerra iraniana il Cremlino non ha bisogno di una condanna scritta. Gli basta che il fronte regga e che il greggio, che finanzia il suo bilancio, resti sopra i cento dollari.

Ciò che Mosca ha portato a casa

La dedollarizzazione, nel lessico BRICS, non si proclama: si costruisce un vertice alla volta e a ogni vertice si misura quanti mattoni sono stati posati. A Delhi i mattoni hanno un numero di paragrafo. Il 90 riconosce il lavoro della squadra operativa sui pagamenti, la BRICS Payment Task Force, istituita sulla base delle indicazioni di Kazan e Rio e ne cita gli obiettivi con precisione: lo studio dell’«interoperabilità transfrontaliera dei canali di pagamento e di messaggistica» e la promozione di «regolamenti commerciali e investimenti nelle valute locali dei BRICS», con la clausola di prudenza secondo cui «non esiste un approccio valido per tutti».[20] La parola «messaggistica» è quella che conta: SWIFT non è un sistema di pagamento ma un sistema di messaggi tra banche, ed è dalla messaggistica che l’Occidente ha escluso le banche russe nel 2022. Costruire canali interoperabili tra i sistemi nazionali (il russo SPFS, il cinese CIPS, l’indiano UPI) significa costruire il tratto di strada che aggira il casello.

Il paragrafo 93 riguarda la Nuova Piattaforma d’Investimento, la NIP, per la quale la Dichiarazione prende atto dell’ «ampio sostegno espresso dai membri per proseguire il lavoro con un approccio basato sul consenso, graduale e guidato dai membri», e della costituzione di un gruppo di studio dedicato all’interno del canale finanziario.[21] Il paragrafo 94 tocca l’infrastruttura di regolamento e di deposito titoli, l’equivalente delle Euroclear e Clearstream europee, con la notizia di un «seminario tecnico» che ha esplorato «le dimensioni giuridiche, istituzionali, regolamentari e tecniche dei sistemi di regolamento e deposito» dei vari membri.[22] Il paragrafo 102 riporta i progressi dell’iniziativa sulle Garanzie multilaterali BRICS, concepita per «mobilitare capitale privato, migliorare il merito creditizio e ridurre i costi di finanziamento» dei progetti nel Sud globale, con l’avvio di «transazioni pilota».[23] Il 97 riguarda l’Accordo di riserva contingente, il fondo comune da cento miliardi nato a Fortaleza, e la sua «resilienza operativa».[24] Il 115 celebra il «secondo decennio d’oro» della Nuova Banca di Sviluppo, la incoraggia a «espandere il finanziamento in valuta locale» e sostiene l’allargamento dei suoi azionisti.[25]

Sono tre i mattoni che Peskov ha rivendicato: centri di regolamento comuni, piattaforma d’investimento, piattaforma per i pagamenti in valute nazionali. Corrispondono ai paragrafi 94, 93 e 90. Sono, nell’ordine, il luogo dove si custodiscono i titoli, si raccoglie il capitale e si trasferisce il denaro: le tre funzioni che oggi l’Occidente controlla e che dal 2022 usa come arma. Il Cremlino insegue questa architettura da quattro anni con un’insistenza che i partners hanno spesso frenato, e a Delhi l’ha vista scritta in un testo che porta anche la firma dell’India.

Bisogna però dire con chiarezza che cosa non c’è. Non c’è una moneta comune, e non ci sarà. Il segretario Dalela lo ha detto senza giri di parole: «Al momento non esiste alcuna proposta di valuta BRICS».[26] Non c’è una data per la piattaforma dei pagamenti, non c’è un’architettura giuridica vincolante, non c’è un solo impegno formulato con il verbo «decidiamo». Ogni paragrafo finanziario della Dichiarazione è scritto al condizionale istituzionale: «incoraggiamo», «prendiamo atto», «accogliamo con favore», «sosteniamo la prosecuzione delle discussioni». È il linguaggio di chi costruisce con dieci mani e sa che una sola, ritratta, farebbe crollare l’impalcatura. L’India e il Brasile, i due membri più esposti al mercato americano e più interessati a non provocare Washington, hanno ottenuto che di moneta non si parlasse e che ogni riferimento fosse ai «pagamenti in valuta locale», formula che ogni banca centrale può interpretare a modo suo.

Chi legge in questa prudenza la prova che i BRICS non fanno sul serio commette l’errore speculare di chi osserva nel paragrafo 22 una dichiarazione di guerra al dollaro. Susan Strange, la studiosa britannica che negli anni Ottanta descrisse per prima la differenza tra il potere «relazionale», quello di costringere qualcuno a fare qualcosa, e il potere «strutturale», quello di decidere le regole entro cui tutti operano, individuava quattro strutture primarie del potere globale: la sicurezza, la produzione, la finanza e la conoscenza.[27] Chi controlla la struttura finanziaria, sosteneva, non ha bisogno di costringere nessuno: gli basta possedere le tubature attraverso cui il credito scorre. La Dichiarazione di Delhi non attacca il potere relazionale degli Stati Uniti, che resta enorme; lavora, paragrafo dopo paragrafo, sulla struttura. Interoperabilità dei messaggi, depositi titoli, garanzie, valuta locale. Sono tubature. Non fanno rumore, non compaiono nei titoli, e quando saranno posate nessuno dovrà più chiedere il permesso per usarle. La differenza tra il proclama e il cantiere è tutta qui, e corrisponde esattamente a ciò che la stampa occidentale, misurando la dedollarizzazione sul metro degli annunci, non riesce a vedere.

Un’annotazione sulla misura. La quota del dollaro nelle riserve ufficiali mondiali scende lentamente da vent’anni, ma resta largamente maggioritaria; la misura dello yuan negli scambi internazionali cresce ma rimane marginale; l’oro, che le banche centrali non occidentali accumulano dal 2022 a ritmi mai visti, è l’unica «valuta BRICS» che esista davvero, ed è senza emittente.[28] La corsa all’oro delle banche centrali è il termometro più affidabile della transizione multipolare, proprio perché non passa da nessun comunicato. La Dichiarazione di Delhi infatti non menziona l’oro. Non ne ha bisogno: i lingotti si comprano in silenzio, come si posano le tubature.

L’agenda cinese e l’avvertimento indiano

Se la Russia ha portato a casa la finanza, la Cina ha portato a casa la tecnologia e il futuro. Il 13 settembre, nella seconda sessione del vertice, Xi Jinping ha pronunciato un discorso dal titolo programmatico, «Cementare le fondamenta della cooperazione BRICS e rafforzare la forza del Sud globale», e ha annunciato cinque iniziative che il ministero degli Esteri cinese ha pubblicato con la consueta numerazione.[29] La prima è un’iniziativa per l’«intelligenza artificiale aperta e inclusiva»: una comunità BRICS per l’IA a codice aperto, sostegno allo sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni, formazione, costruzione di un ecosistema. La seconda riguarda la «facilitazione del commercio e degli investimenti», con un partenariato tra le zone economiche speciali dei Paesi membri, un portale intelligente e un forum sui servizi da tenersi nel 2027. La terza è la «cooperazione nell’industria digitale», con una piattaforma cloud condivisa, formazione di competenze e scambio tecnologico. La quarta è la «cooperazione nella manifattura intelligente»: assistenza cinese alla costruzione di fabbriche intelligenti nei Paesi membri. La quinta è lo «sviluppo dei talenti scientifici e tecnologici», con un’alleanza per la formazione degli ingegneri e un programma di scambi giovanili.

La frase che accompagna il pacchetto dice il resto: i Paesi BRICS devono «cogliere l’iniziativa storica, unire il Sud globale, essere una forza attiva, stabilizzatrice e positiva negli affari internazionali».[30] Xi ha aggiunto la difesa dello «stato di diritto internazionale», l’autorità dell’ONU, la riforma dell’architettura finanziaria per «accrescere la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo» e la costruzione di un «quadro di governance globale dell’IA basato sul consenso». Nulla di tutto questo è nuovo nel lessico cinese. Significativo è che venga pronunciato a Nuova Delhi, davanti all’India, dal Paese che dal 1° gennaio 2027 presiederà il gruppo e ospiterà il diciannovesimo vertice: l’ultimo paragrafo della Dichiarazione, il 140, «estende pieno sostegno alla Cina per la sua presidenza BRICS nel 2027».[31] Le cinque iniziative sono, in sostanza, l’agenda della presidenza cinese annunciata con quindici mesi di anticipo, in casa d’altri.

Il Sud globale ha applaudito. L’India ha ascoltato con attenzione, e ha risposto. Nella sessione sui quattro pilastri, lo stesso 13 settembre, Modi ha avvertito che «l’uso della tecnologia e dei minerali critici come armi» minaccia «il progresso condiviso».[32] La frase non nominava la Cina, esattamente come il paragrafo 22 non nominava gli Stati Uniti; e come il paragrafo 22, non ne aveva bisogno. Pechino controlla oltre il 90 per cento della lavorazione mondiale dei magneti in terre rare e dall’aprile 2025 ha introdotto restrizioni all’esportazione che hanno colpito anche l’industria indiana. Modi aveva usato le stesse parole a Rio, nel luglio 2025. Nel frattempo l’India ha firmato con il Brasile, nel febbraio 2026, un accordo sulle catene di approvvigionamento delle terre rare, cercando nell’altro membro non allineato del gruppo un’alternativa alla dipendenza dal primo. Il paragrafo 67 della Dichiarazione, che «afferma la necessità di promuovere catene di approvvigionamento dei minerali critici affidabili, responsabili, diversificate, resilienti, eque, sostenibili e giuste», e che «preserva pienamente i diritti sovrani» dei Paesi produttori sulle proprie risorse, è il compromesso tra le due letture: la Cina conserva la sovranità sulle sue restrizioni, l’India ottiene che la «diversificazione» sia scritta come obiettivo comune.[33]

Il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, ha colto lo scambio con precisione: l’offerta di Xi sull’intelligenza artificiale e l’avvertimento di Modi sui minerali riassumono «un fronte unito contro i dazi americani» e insieme «i limiti evidenti di quell’unità» sul controllo delle risorse.[34] È il paradosso BRICS in una sola pagina: la Cina offre al Sud globale l’IA a codice aperto, i modelli linguistici, le fabbriche intelligenti, e nello stesso tempo controlla la materia prima senza la quale nessuna fabbrica intelligente e nessun centro di calcolo funziona. Offre il software e trattiene l’hardware. L’India lo sa, e lo dice.

Ma il punto merita di essere spinto oltre la cronaca. Nell’ecosistema americano, il controllo della potenza di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture satellitari è passato nelle mani di un pugno di attori privati, Palantir, SpaceX, i grandi fondi, che orientano le politiche degli Stati invece di eseguirle. Il paragrafo 81 della Dichiarazione chiede «cooperazione internazionale per accrescere l’accessibilità delle risorse di IA» e un futuro «giusto, equo e prospero per tutti i Paesi, specialmente quelli del Sud globale»; richiama il vertice sull’impatto dell’IA di Nuova Delhi del febbraio 2026 e la Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai; impegna i firmatari ad attuare la Dichiarazione dei leader BRICS sulla governance globale dell’IA.[35] Il modello che Xi propone, IA aperta con modelli sviluppati in comune, è l’opposto dichiarato del modello proprietario e militarizzato della Silicon Valley. Ma «aperto» non significa «neutro». Un modello linguistico addestrato a Shenzhen e un modello addestrato a San Francisco incorporano entrambi il senso comune di chi li ha costruiti; e il senso comune, come ricorda Gramsci, è il terreno stesso dell’egemonia. La partita per il Sud globale non è tra IA aperta e IA chiusa. È tra chi avrà la potenza di calcolo per addestrare i propri modelli e chi userà quelli degli altri. Su questo la Dichiarazione chiede «accesso equo», che è il modo diplomatico di ammettere che oggi l’accesso non è equo, neppure dentro i BRICS.

Fuori dalla sala

Mentre a Bharat Mandapam si limava il paragrafo 28, la scacchiera del Golfo si muoveva a una velocità che nessun comunicato può seguire. I fatti della settimana del vertice vanno elencati, perché la loro somma pesa più del testo.

Sul Mar Rosso, Ansarallah ha completato in pochi giorni la conquista dell’intera costa yemenita. L’11 e il 12 settembre il movimento ha preso Mocha, il porto del caffè che fu per secoli lo scalo del Mar Rosso, e l’isola di Mayyun, detta Perim, che sta all’imboccatura di Bab al-Mandab e la divide in due canali. Da Mayyun alla costa africana ci sono venti chilometri. Ansarallah controlla oggi l’intero versante orientale dello stretto attraverso cui passa il traffico tra Suez e l’Oceano Indiano, e ha superato in una settimana le forze sostenute dall’Arabia Saudita che lo presidiavano dal 2018. Un membro dell’ufficio politico del movimento, Hazem al-Assad, ha assicurato che «la libertà di navigazione e il commercio internazionale nel Mar Rosso e a Bab al-Mandab sono sicuri e ordinati»: garanzia che vale finché chi la dà decide che valga. L’Egitto, che secondo Al Jazeera ha perso circa sette miliardi di dollari d’introiti del Canale di Suez tra il 2023 e il 2024, il 60 per cento del totale, e che vede il traffico nel Mar Rosso dimezzato dal 2023, «segue una politica di distanza dall’intervento militare».Più di duemila yemeniti sono fuggiti a Gibuti in ventiquattr’ore.

Sulla penisola arabica, tra il 10 e l’11 settembre, droni partiti dal territorio iracheno hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest, che trasporta il greggio saudita dai giacimenti del Golfo al terminale di Yanbu sul Mar Rosso: l’unica via che permetteva a Riad di aggirare lo Stretto di Hormuz. Riad ha chiuso l’oleodotto «a titolo precauzionale», ha attribuito i droni a milizie irachene allineate con Teheran e si è riservata «tutte le misure necessarie», senza però ritorsioni immediate, su richiesta del primo ministro iracheno; Baghdad ha rimosso un comandante militare della provincia di Maysan dopo aver verificato che i droni erano partiti da lì. Prima della chiusura l’oleodotto muoveva tra i quattro e i cinque milioni di barili al giorno, e l’amministratore delegato di Saudi Aramco lo aveva definito «più efficace dei rilasci delle riserve d’emergenza» nel compensare la chiusura di Hormuz. Il Brent ha superato i cento dollari per la prima volta da mesi e ha chiuso la settimana in rialzo di circa l’8 per cento.

Sullo Stretto di Hormuz, che l’Iran ha bloccato alla fine di marzo, rivendicandone la sovranità, e che una tregua di giugno aveva riaperto per poche settimane prima del crollo del cessate il fuoco in luglio, il traffico è sceso a una decina di navi al giorno contro le centotrenta dell’anteguerra; Teheran annuncia una «zona di esclusione» in cui nessuna nave potrà transitare senza permesso, e chiede il riconoscimento della propria autorità marittima sullo stretto e un risarcimento per i danni economici come precondizione di ogni accordo. Le forze americane hanno distrutto cinque petroliere iraniane legate ai Guardiani della rivoluzione; l’Iran ha risposto con missili balistici contro obiettivi americani in Giordania.

E infine il Bahrein. Il segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, Hung Cao, ha ammesso in un’intervista all’Epoch Times, ripresa dalla stampa americana l’11 settembre, che gli iraniani hanno «fatto saltare in aria il Bahrein» (l’espressione originale è più colorita: «blew the hell out of Bahrain»), che il quartier generale della Quinta Flotta e le infrastrutture della base sono seriamente danneggiati, che le soste delle navi americane sono «significativamente limitate» e che l’equipaggio della portaerei Abraham Lincoln ha perso la possibilità di fermarsi lì.[36] Cao ha detto che una squadra operativa sta valutando se ripristinare e riutilizzare le installazioni mediorientali «dopo la fine del conflitto con l’Iran». Già in agosto, secondo Stars and Stripes, la Marina aveva evacuato circa milletrecento familiari dei militari dal Bahrein, consigliando loro di non tornare presto e di cercare una sistemazione permanente altrove.[37] La Quinta Flotta, ricostituita nel 1995 per presidiare il Golfo, non è oggi in grado di ospitare la propria portaerei nella propria base. È una notizia che in un’altra epoca avrebbe aperto i telegiornali; nell’era della guerra infinita è un’intervista a un sito conservatore, confermata a mezza bocca.

Rimettiamo i fatti in fila accanto al paragrafo 28. Il testo «sottolinea la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Nella settimana in cui è stato firmato, Hormuz è chiuso, l’oleodotto che aggirava Hormuz è chiuso, Bab al-Mandab è nelle mani di un alleato dell’Iran e la base che dovrebbe garantire il «flusso regolare» è inservibile. Lo scarto tra il testo e i fatti non è un difetto del letterario: è la sua condizione. I BRICS chiedono la «massima moderazione» perché non possono chiedere altro senza spaccarsi, e nel frattempo chi guadagna dallo scarto è chiaro. Teheran, che porta a casa la condanna delle sanzioni e negozia lo Stretto da una posizione di forza militare che nessuno le attribuiva sei mesi fa. Pechino, che a Delhi ha invocato ancora una volta la «governance globale» e che dal 2027 scriverà l’agenda del prossimo compromesso, con l’Iran in posizione più forte e gli Emirati in posizione più debole. Mosca, il cui greggio vale cento dollari. E, dall’altra parte, chi perde: gli Emirati, che hanno subito i missili, sospeso i commerci con l’Iran e firmato lo stesso un testo che non lo condanna; l’Arabia Saudita, che ha visto tagliata la sua ultima via d’uscita; l’Europa, che non siede al tavolo e paga il conto dell’energia.

Chi scrive ripete da anni una formula che qualcuno giudica un’iperbole: la guerra è il prodotto, il caos è la materia prima. La settimana di Delhi ne è la dimostrazione contabile. Il disordine del Golfo porta il Brent a cento dollari e finanzia la Russia, consegna a Teheran una posizione negoziale che salda l’asse con Mosca dentro i BRICS, lascia un Occidente distratto, senza energie da spendere sul cantiere finanziario descritto al blocco precedente. Non serve una regia. Basta che ciascun attore faccia il proprio interesse, e il caos premia chi ha imparato a lavorarci dentro.

Bandung, settant’anni dopo

Ridurre Delhi alla cucitura tra il paragrafo 22 e il 28 significa perdere il resto del documento, il dettaglio che spiega dove va il mondo. Bisogna leggere i centoquaranta paragrafi come si legge un bilancio: non nelle voci in evidenza, ma nelle note.

Il paragrafo 16 richiama «la Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955, che proclamò principi generali, tra cui l’uguaglianza, l’indipendenza, il non intervento e il beneficio reciproco», e stabilisce che «lo spirito di Bandung serve da riferimento nella ricerca di un sistema multilaterale più giusto, inclusivo e rappresentativo».[38] È un richiamo che l’India, erede di Nehru, e l’Indonesia, erede di Sukarno, hanno voluto, e che il testo colloca nella sezione sulla governance, non in quella sulla cultura. Settant’anni fa, a Bandung, ventinove Paesi appena usciti dal colonialismo cercavano un’autonomia diplomatica: il diritto di non schierarsi nella guerra fredda. Oggi l’autonomia cercata è di altra natura, finanziaria, tecnologica, cognitiva.

Il paragrafo 10 assume la multipolarità non come aspirazione ma come dato: «nel contesto delle realtà contemporanee del mondo multipolare», i Paesi in via di sviluppo devono «rafforzare i loro sforzi per promuovere il dialogo e le consultazioni per una governance globale più giusta ed equa».[39] La formula è passata inosservata, ma segna un cambio di grammatica: nei testi BRICS di dieci anni fa la multipolarità era un obiettivo da «promuovere»; a Delhi è una «realtà contemporanea» entro cui agire. Il paragrafo 74 riguarda i cavi sottomarini, «fondamento importante per la connettività digitale internazionale e la resilienza delle reti», e dà conto di una squadra operativa che ha concluso un documento intitolato «BRICS Cable Requirements» in vista dello studio di fattibilità tecnica ed economica di «una rete di comunicazione ad alta velocità attraverso cavi sottomarini tra i Paesi BRICS».[40] La quasi totalità del traffico dati intercontinentale passa per cavi sottomarini, e la mappa di quei cavi è la mappa dell’impero anglosassone: approdano in Cornovaglia, in Virginia, a Singapore, e sono intercettabili là dove approdano, come i documenti di Edward Snowden hanno mostrato nel 2013. Una rete propria dei BRICS è la cosa più vicina a una sovranità digitale che un blocco senza Stato possa costruire.

Il paragrafo 77 impegna i firmatari ad «approfondire la cooperazione BRICS verso un ecosistema digitale sovrano e autosufficiente», con un archivio comune di infrastrutture digitali pubbliche e progetti pilota.[41] Il 60 riconosce «l’importanza della continua elaborazione dell’iniziativa per istituire una piattaforma di scambio di cereali all’interno dei BRICS», la Borsa dei cereali BRICS, da estendere «ad altri prodotti agricoli e materie prime».[42] I BRICS producono una parte decisiva del grano, del riso e dei fertilizzanti del mondo; una borsa propria significa un prezzo di riferimento proprio, non quello di Chicago. Il paragrafo 64 rivendica «i principi della neutralità tecnologica» e afferma che «i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo importante nel mix energetico mondiale, in particolare per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo»; il 66 mette sullo stesso piano «energia rinnovabile, bioenergia, combustibili fossili, energia nucleare, idroelettrico, idrogeno».[43] Il 108 «si oppone a misure unilaterali, punitive, discriminatorie e protezionistiche non conformi al diritto internazionale, come i meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera»: il CBAM europeo, entrato in vigore quest’anno, viene bollato in una dichiarazione firmata da undici Paesi come protezionismo travestito da clima.[44] L’Unione europea non è nominata, come non lo sono gli Stati Uniti. La coerenza è perfetta: il testo non nomina mai le potenze che colpiscono; l’unico nome proprio di un aggressore, come si è visto, è quello di Israele in Libano.

E c’è il paragrafo 24, che «esprime allarme per la tendenza attuale che ha visto un aumento critico della spesa militare globale, a scapito di un adeguato finanziamento dello sviluppo dei Paesi in via di sviluppo», e «profonda preoccupazione per i tentativi di collegare la sicurezza all’agenda del cambiamento climatico».[45] È una frase che andrebbe letta nelle capitali europee, dove il riarmo è diventato l’unico programma politico condiviso e dove il clima è stato riclassificato come questione di sicurezza per poterlo finanziare con gli stessi strumenti.

Che cosa lega questi paragrafi? Il filo è che a ridistribuirsi non è solo la potenza degli Stati, ma il controllo delle infrastrutture e degli standard. Chi decide su quale cavo passano i dati, in quale borsa si fissa il prezzo del grano, con quale sistema di messaggistica si muove il denaro, quale principio (neutralità o transizione) governa l’energia, sta decidendo il nomos del mondo che viene, per usare la categoria con cui Carl Schmitt descrisse l’ordine spaziale che ogni epoca si dà appropriandosi della terra e dividendola.[46] Il nomos del secondo dopoguerra era americano perché lo erano le tubature: Bretton Woods, SWIFT, i cavi, il dollaro come unità di conto del petrolio. La Dichiarazione di Delhi non contesta quel nomos nelle sue dichiarazioni di principio, che anzi ripete: ONU, diritto internazionale, multilateralismo. Lo contesta nelle tubature. Ed è per questo che il testo può permettersi di non nominare nessuno: non sta accusando, sta costruendo.

Vale qui il richiamo alla tradizione italiana. Quando Enrico Mattei, negli anni Cinquanta, offrì all’Iran e all’Egitto contratti che rovesciavano la formula del «fifty-fifty» imposta dalle Sette Sorelle, riconoscendo ai Paesi produttori il 75 per cento dei proventi, non stava facendo una dichiarazione di principio contro l’imperialismo petrolifero: stava cambiando le tubature del sistema, e per questo era pericoloso.[47] Quando Aldo Moro, negli anni Settanta, teorizzava l’apertura italiana ai non allineati e al mondo arabo-palestinese, non contestava l’alleanza atlantica nelle sue dichiarazioni: la aggirava nella pratica del Mediterraneo. La lezione di Bandung, che l’Italia democristiana e laica di quegli anni aveva capito meglio di quanto oggi si ricordi, era che l’autonomia si conquista con le infrastrutture, non con i comunicati. I BRICS di Delhi la applicano su scala planetaria, con la stessa prudenza lessicale e con una forza materiale che Mattei non aveva.

Giulietto Chiesa sosteneva fin dai primi anni Dieci che il passaggio alla multipolarità sarebbe stato il fatto dominante del secolo, ma che non sarebbe stato né lineare né pacifico, perché il centro dell’impero non avrebbe accettato di ridursi senza combattere; e che il compito dell’informazione indipendente era misurare quel passaggio sui fatti materiali, non sulle narrazioni, dell’una e dell’altra parte.[48] Delhi gli dà ragione due volte: il passaggio è in corso ed è accompagnato da una guerra.

Giovanni Arrighi, che studiò i cicli sistemici di accumulazione dal Quattrocento genovese al Novecento americano, aveva ipotizzato che l’egemonia statunitense sarebbe entrata nella sua fase di «espansione finanziaria» terminale, come le egemonie olandese e britannica prima di lei, e che il centro successivo sarebbe stato asiatico, ma non aveva escluso che il passaggio potesse produrre un lungo caos sistemico invece di un nuovo ordine.[49] Delhi sta esattamente su quel crinale. Il cantiere delle tubature è la versione ordinata del passaggio; il Golfo in fiamme è la versione caotica. Le due versioni corrono in parallelo, e nessuno può dire oggi quale delle due arriverà prima al traguardo.

L’Europa che non c’è

Manca un attore in tutto questo racconto e la sua assenza è il dato più italiano del vertice. L’Europa non siede al tavolo di Delhi, non è nominata nel testo e non ha una politica verso il blocco che rappresenta la metà dell’umanità. Eppure di tutti i firmatari del paragrafo 22 e del paragrafo 108, è l’Unione europea il soggetto più esposto a ciò che vi è scritto.

Il paragrafo 22 condanna le sanzioni «non autorizzate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite»: i successivi pacchetti di sanzioni europee contro la Russia rientrano per intero in questa definizione, e il seminario BRICS sui depositi titoli, di cui al paragrafo 94, ha come oggetto implicito le riserve russe immobilizzate a Bruxelles, che l’Unione discute da due anni se confiscare.[50] Il paragrafo 108 bolla come «protezionismo» il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, che è una creatura esclusivamente europea, entrata nella fase definitiva il 1° gennaio 2026 e destinata a colpire prima di tutto l’acciaio, l’alluminio, i fertilizzanti e il cemento che arrivano dall’India, dalla Cina, dall’Egitto e dalla Turchia.[51] Il paragrafo 24, con il suo «allarme» per l’aumento «critico» della spesa militare «a scapito» dello sviluppo, descrive esattamente la scelta compiuta dai Paesi NATO all’Aja nel giugno 2025, quando hanno fissato al 5 per cento del prodotto interno lordo l’obiettivo di spesa per la difesa entro il 2035.[52] Dieci Paesi che rappresentano il 40 per cento dell’economia mondiale hanno scritto, senza nominarle, che la politica commerciale, la politica sanzionatoria e la politica di sicurezza dell’Unione europea sono contrarie al diritto internazionale o allo sviluppo. Nessuna cancelleria europea ha commentato.

L’Italia meriterebbe un capitolo a parte; qui bastano tre osservazioni. La prima riguarda l’energia. L’Italia è, tra i grandi Paesi europei, il più dipendente dal gas importato e il più esposto al Mediterraneo orientale e al Golfo: la chiusura di Hormuz e il rischio su Bab al-Mandab, che è la porta di Suez, sono per Roma un problema di bilancio prima ancora che di politica estera, e il Brent a cento dollari lo dimostra ogni mattina alla pompa. La seconda riguarda le basi. La Quinta Flotta fuori uso a Manama e la Sesta Flotta a Napoli, Sigonella come piattaforma logistica per il Medio Oriente, il rischio che la guerra con l’Iran trasformi il territorio italiano in retrovia attiva: sono questioni che a Delhi non si sono discusse, ma che il paragrafo 28, con il suo invito a «evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione», riguarda da vicino.[53] La terza riguarda il nome. Il governo italiano ha intitolato a Enrico Mattei il proprio piano per l’Africa, e il paragrafo 16 della Dichiarazione BRICS rivendica Bandung; i due richiami guardano allo stesso decennio, gli anni Cinquanta, e alla stessa intuizione, che l’autonomia dei Paesi decolonizzati e l’autonomia dell’Italia nel Mediterraneo fossero la stessa partita.[54] La differenza è che i BRICS ne hanno tratto un programma d’infrastrutture e l’Italia un nome. Mattei, con il 75 per cento all’Iran, cambiò il sistema. Un piano che porta il suo nome e che opera dentro il perimetro delle sanzioni, del CBAM e del 5 per cento in difesa non può cambiare nulla, per definizione: può solo amministrare, con maggiore o minore grazia, una subordinazione decisa altrove.

Bettino Craxi, a Sigonella, nell’ottobre 1985, fece un gesto che oggi appare inconcepibile: oppose la giurisdizione italiana alla forza americana su una pista italiana, e vinse.[55] Non era antiamericanismo: era la convinzione che un alleato è tale se conserva una sovranità da mettere sul tavolo. La Dichiarazione di Delhi, letta da Roma, pone la stessa domanda in forma rovesciata. I BRICS hanno costruito, con tutte le loro contraddizioni, un luogo in cui dieci Paesi che non sono d’accordo su nulla possono negoziare fino alle quattro del mattino e firmare un testo che ciascuno interpreta come vuole. L’Europa ha costruito un luogo in cui ventisette Paesi che si dicono d’accordo su tutto non possono negoziare nulla che non sia già stato deciso dall’alleato maggiore. Delle due geometrie, quella variabile e quella fissa, non è affatto ovvio quale sia la più fragile. E per l’Italia, che in quella geometria fissa è la periferia meridionale, la lezione di Delhi è che la sovranità torna a essere una merce scambiata sui tavoli internazionali: chi non la porta al tavolo, non partecipa alla trattativa.

La prova del 2027

Torniamo alla domanda da cui siamo partiti: che cosa hanno firmato, a Delhi, dieci Paesi che sulla guerra non sono d’accordo? Un metodo. La geometria variabile, che nel lessico europeo indica il fallimento dell’integrazione, nel dizionario BRICS ne è la condizione. Nessuno è obbligato a tutto; ciascuno aderisce a ciò che gli serve; il testo registra le adesioni e ne chiama unanimità il totale. L’India firma le sanzioni secondarie ma non la condanna di Washington; gli Emirati firmano la Palestina ma non quella di Israele; l’Iran firma la «massima moderazione» ma incassa il paragrafo 29; la Russia firma tutto e porta a casa la finanza; la Cina firma tutto e detta l’agenda. Il Brasile, assente, firma per delega e ottiene che di moneta non si parli. È una sommatoria, non una sintesi. Ma le istituzioni nascono spesso così, per somma di interessi prima che per condivisione di principi, e la storia dell’integrazione europea, dal carbone e dall’acciaio in poi, dovrebbe insegnarlo a chi oggi la usa come metro per giudicare i BRICS.

Antonio Gramsci, nel terzo dei Quaderni del carcere, scrisse una frase che da un decennio viene citata a ogni crisi e che qui va citata per intero, perché la seconda metà conta più della prima: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».[56] Delhi è un documento dell’interregno. Il vecchio, l’ordine unipolare fondato sul dollaro, sullo SWIFT e sulla Quinta Flotta, muore a vista, e la base di Manama fuori uso ne è la fotografia più cruda. Il nuovo non può nascere, perché i suoi costruttori non sono d’accordo su nulla che riguardi la guerra, e perché la Cina che dovrebbe guidarlo è la stessa che trattiene le terre rare. I fenomeni morbosi sono tutt’intorno: uno stretto chiuso, un oleodotto colpito, un movimento yemenita che controlla l’altro stretto, un prezzo del petrolio che premia chi fa la guerra. Gramsci non offriva consolazioni: descriveva. Ma in un altro passo, quello sulla «guerra di posizione», offriva una chiave che a Delhi torna utile. Nelle società complesse, scriveva, la conquista del potere non avviene con l’assalto frontale, la «guerra di movimento», ma con la lenta occupazione delle trincee e delle casematte della società civile, la «guerra di posizione», che richiede «una concentrazione inaudita dell’egemonia».[57] Trasposta dalla lotta di classe alla contesa tra blocchi, con la cautela che i tempi impongono, la categoria illumina il metodo BRICS meglio di ogni altra. Sul comunicato, che è il campo aperto, il blocco non attacca. Sulle tubature, che sono le trincee, avanza a ogni vertice di qualche metro.

Il rischio di questo metodo è noto, ed è lo stesso che Gramsci individuava nella «rivoluzione passiva»: che la trasformazione avvenga dall’alto, senza mai diventare progetto condiviso, e che i sottalterni, i Paesi che nel gruppo non contano, l’Etiopia, l’Egitto indebitato, i partners africani, restino spettatori di un’egemonia che cambia mano senza cambiare natura. Il Sud globale che Modi vuole far sedere «in prima fila» rischia di trovarsi davanti a guardare Cina e Russia scrivere le regole al posto degli Stati Uniti. L’India lo sa: il suo avvertimento sui minerali e la sua insistenza sulla «tabella di marcia della riforma» sono il tentativo d’impedire che la geometria variabile diventi una geometria a due. Se ci riuscirà, i BRICS saranno davvero un’altra cosa rispetto a un G7 con altri membri. Se non ci riuscirà, saranno la coalizione di Brzezinski con un’appendice.

La verifica non è lontana, e ha una sede. La presidenza cinese del 2027 e il diciannovesimo vertice, in una città che Pechino non ha ancora annunciato, diranno quanti dei paragrafi condizionali di Delhi saranno diventati indicativi. Se la squadra operativa sui pagamenti avrà un protocollo, se lo studio di fattibilità sui cavi sarà diventato un tracciato, se la Borsa dei cereali avrà un primo contratto, se la comunità per l’IA aperta avrà un primo modello addestrato su calcolo non occidentale, allora Delhi sarà ricordata come il vertice in cui il blocco storico ha smesso di essere una metafora. Se invece i paragrafi resteranno cartacei, Delhi sarà ricordata per quello che la stampa anglosassone ha visto: un comunicato lungo, unanime e vuoto, firmato mentre il Golfo bruciava.

Chi scrive scommette sulla prima ipotesi, per una ragione che non ha a che fare con le simpatie e che è stata argomentata in queste pagine: le tubature, una volta posate, restano. Un sistema di messaggistica interoperabile, un deposito titoli, una rete di cavi, un prezzo di riferimento del grano non si smontano con un cambio di governo o con un dazio. Sono la forma che la sovranità assume quando non può più essere militare. Sono, per il Sud globale, ciò che il settantacinque per cento di Mattei fu per l’Iran e per l’Egitto: non una vittoria, ma la condizione per poterne ottenere una. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce: a Delhi, per una volta, dieci Paesi hanno provato a non venderla, ciascuno alle proprie condizioni. È meno di un’alleanza. È più di un comunicato. È, per ora, tutto ciò che la fase storica consente, e la fase storica, come sempre, si giudicherà dai fatti materiali. L’appuntamento è in Cina, tra dodici mesi, con la calcolatrice in mano.

Fonti consultate

Documenti primari

BRICS, «New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability», XVIII vertice BRICS, Nuova Delhi, 12 settembre 2026 (140 paragrafi), https://www.pmindia.gov.in/en/news_updates/brics-new-delhi-declaration-building-for-resilience-innovation-cooperation-and-sustainability-september-12-2026/

BRICS, «Rio de Janeiro Declaration», XVII vertice, Rio de Janeiro, 6 luglio 2025.

BRICS, «Kazan Declaration», XVI vertice, Kazan, 23 ottobre 2024.

BRICS, «Fortaleza Declaration», VI vertice, Fortaleza, 15 luglio 2014.

Ministry of External Affairs (India), «Transcript of Special Press Briefing on the 18th BRICS Summit», Nuova Delhi, 12 settembre 2026.

Ministry of External Affairs (India), «Chair’s Statement and Outcome Document», riunione dei ministri degli Esteri BRICS, Nuova Delhi, 15 maggio 2026.

Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, «President Xi Jinping Attends Session II of the 18th BRICS Summit and Delivers an Important Statement», 13 settembre 2026.

NATO, «The Hague Summit Declaration», 25 giugno 2025.

Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio, 10 maggio 2023 (meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere).

Jim O’Neill, «Building Better Global Economic BRICs», Goldman Sachs Global Economics Paper n. 66, 30 novembre 2001.

Opere citate

Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 1996; Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, 2008.

Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997 (trad. it. La grande scacchiera, Longanesi, 1998).

Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe, Piemme, 2013.

Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino, 2016.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975.

Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, 2001.

Carl Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi, 1991.

Susan Strange, States and Markets, Pinter, 1988.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V.


[1]«BRICS Summit unanimously adopts “New Delhi Declaration”, stresses need to engage in conflict prevention», The Tribune, 12 settembre 2026, https://www.tribuneindia.com/news/brics-summit/brics-summit-unanimously-adopts-new-delhi-declaration-stresses-need-to-engage-in-conflict-prevention

[2]BRICS, «New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability», XVIII vertice BRICS, Nuova Delhi, 12 settembre 2026, testo integrale pubblicato dall’Ufficio del Primo ministro indiano, https://www.pmindia.gov.in/en/news_updates/brics-new-delhi-declaration-building-for-resilience-innovation-cooperation-and-sustainability-september-12-2026/ (d’ora in poi: Dichiarazione di Nuova Delhi), parr. 1 e 5.

[3]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 13, 17, 20-22, 27, 31.

[4]Al Jazeera, 13 settembre 2026, cit.

[5]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 7.

[6]Jim O’Neill, «Building Better Global Economic BRICs», Goldman Sachs Global Economics Paper n. 66, 30 novembre 2001.

[7]BRICS, «Fortaleza Declaration», VI vertice BRICS, Fortaleza, 15 luglio 2014; «Agreement on the New Development Bank» e «Treaty for the Establishment of a BRICS Contingent Reserve Arrangement», Fortaleza, 15 luglio 2014.

[8]BRICS, «Kazan Declaration. Strengthening Multilateralism for Just Global Development and Security», XVI vertice BRICS, Kazan, 23 ottobre 2024.

[9]BRICS, «Rio de Janeiro Declaration», XVII vertice BRICS, Rio de Janeiro, 6 luglio 2025; cfr. Sarang Shidore, «Against the odds, BRICS overcomes sharp divisions in New Delhi», Responsible Statecraft, 13 settembre 2026, https://responsiblestatecraft.org/2026-brics-summit/

[10]Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, 1997, p. 55 (trad. it. La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998). Traduzione dall’originale inglese.

[11]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 22. Traduzione dall’inglese dell’autrice, qui e per le citazioni successive dal testo.

[12]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 28.

[13]Ivi, par. 29.

[14]Rio de Janeiro Declaration, 6 luglio 2025, cit.

[15]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 30-34.

[16]Ivi, par. 35.

[17]Ivi, par. 27.

[18]Ivi, par. 40.

[19]Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V, 89.

[20]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 90.

[21]Ivi, par. 93.

[22]Ivi, par. 94.

[23]Ivi, par. 102.

[24]Ivi, par. 97.

[25]Ivi, par. 115.

[26]MEA, Transcript of Special Press Briefing, 12 settembre 2026, cit.

[27]Susan Strange, States and Markets, Pinter, Londra, 1988, capitoli 2-6 sulle quattro strutture del potere

[28]Fondo Monetario Internazionale, Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (COFER), serie trimestrale, https://data.imf.org/cofer; World Gold Council, Central Bank Gold Reserves Survey 2025, giugno 2025, https://www.gold.org

[29]Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, «President Xi Jinping Attends Session II of the 18th BRICS Summit and Delivers an Important Statement», Nuova Delhi, 13 settembre 2026, https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xw/zyxw/202609/t20260913_12021317.html

[30]Ivi.

[31]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 140.

[32]«BRICS Summit 2026: “Weaponisation Of Technologies And Critical Minerals Threatens Shared Progress”, Says PM Modi», Outlook India, 13 settembre 2026, https://www.outlookindia.com/international/brics-summit-2026-weaponisation-of-technologies-and-critical-minerals-threatens-shared-progress-says-pm-modi

[33]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 67.

[34]«Brics summit ends with Xi’s AI offer, Modi’s warning on critical minerals as weapons», South China Morning Post, 13 settembre 2026, https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3367341/chinese-leader-pledges-help-brics-nations-ai-and-smart-manufacturing

[35]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 81.

[36]Hung Cao, segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, intervista a The Epoch Times, ripresa in «Navy weighs future of Middle Eastern base after attacks: Iran “blew the hell out of Bahrain”», NewsNation, 11 settembre 2026, https://www.newsnationnow.com/us-news/military/iran-blew-out-bahrain-base-navy-chief/; «US Navy Acknowledges Iranian Strikes Seriously Damage Fifth Fleet Base in Bahrain», Sputnik, 11 settembre 2026, riprodotto in https://www.globalsecurity.org/military/library/news/2026/09/mil-260911-sputnik01.htm

[37]Stars and Stripes, agosto 2026, come riportato da Sputnik/GlobalSecurity, 11 settembre 2026, cit.

[38]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 16.

[39]Ivi, par. 10.

[40]Ivi, par. 74.

[41]Ivi, par. 77.

[42]Ivi, par. 60.

[43]Ivi, parr. 64 e 66.

[44]Ivi, par. 108; Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 maggio 2023, che istituisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, in vigore nella fase definitiva dal 1° gennaio 2026.

[45]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 24.

[46]Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum» (1950), trad. it. di Emanuele Castrucci, Adelphi, Milano, 1991.

[47]Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, Bologna, 2001; sugli accordi con l’Iran (1957) e l’Egitto (1955) e sulla formula del 75/25.

[48]Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe. Perché dobbiamo pensare un mondo diverso, Piemme, Milano, 2013. Le tesi qui richiamate sono sintetizzate; il volume non contiene le formulazioni in forma letterale.

[49]Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano, 1996 (ed. or. The Long Twentieth Century, Verso, Londra, 1994); Id., Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano, 2008.

[50]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 22 e 94.

[51]Ivi, par. 108; Regolamento (UE) 2023/956, cit.

[52]NATO, «The Hague Summit Declaration», L’Aja, 25 giugno 2025.

[53]Margherita Furlan, «L’arruolamento di Ankara», Antimafia Duemila, 10 luglio 2026, https://antimafiaduemila.com/home/primo-piano/larruolamento-di-ankara

[54]Presidenza del Consiglio dei ministri, «Piano Mattei per l’Africa», decreto-legge 15 novembre 2023, n. 161, convertito con legge 11 gennaio 2024, n. 2; Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 16.

[55]Sulla crisi di Sigonella (10-11 ottobre 1985) si vedano le comunicazioni di Bettino Craxi al Parlamento nell’ottobre 1985, Atti parlamentari, IX legislatura.

[56]Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, Quaderno 3, § 34, p. 311.

[57]Ivi, Quaderno 6, § 138, p. 802.BRICS, unanimità a geometrie variabili

A Nuova Delhi i BRICS non trovano una posizione sulla guerra in Iran, ma firmano tutti l’architettura per renderla irrilevante: pagamenti, cavi, calcolo, minerali. Storia di un compromesso che vale più di quanto dice.

Il diciottesimo vertice BRICS si chiude con un testo che nessuno contesta e che non nomina mai Washington. Centoquaranta paragrafi, quattro sezioni, zero riserve. Chi legge solo il paragrafo sulla guerra vede la debolezza; chi legge il resto vede il metodo.

Le quattro del mattino

Quattro giorni prima dell’apertura, la stampa occidentale dava il blocco per spaccato. Non era un pregiudizio: era una cronaca. A maggio, a Nuova Delhi, i ministri degli Esteri dei BRICS si erano lasciati senza comunicato congiunto, evento senza precedenti nella storia del gruppo, perché Teheran pretendeva una condanna esplicita degli attacchi americani e israeliani, Abu Dhabi una presa di posizione altrettanto netta contro l’Iran, che aveva colpito il territorio emiratino con missili e droni fin dal primo giorno di guerra. L’India, presidente di turno, aveva pubblicato una «dichiarazione della presidenza» con una riga che diceva tutto: «vi sono state opinioni divergenti fra alcuni membri riguardo alla situazione nella regione dell’Asia occidentale e del Medio Oriente». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, uscendo, aveva accusato senza nominarlo «uno Stato membro che ha le sue relazioni speciali con Israele». Tra maggio e settembre le cose erano peggiorate: il 19 agosto gli Emirati avevano sospeso ogni rapporto commerciale e finanziario con Teheran.

Quello che è accaduto nella notte tra venerdì 11 e sabato 12 settembre a Bharat Mandapam va quindi raccontato per quello che è: un negoziato serrato, condotto ai tre livelli degli sherpa, dei ministri e dei capi di Stato, chiuso alle quattro del mattino.[1] Il segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, Sudhakar Dalela, interrogato più volte dai giornalisti su come fossero state ricomposte le posizioni di Iran ed Emirati, si è rifiutato di entrare nel merito, limitandosi a dire che il paragrafo 28 «cattura il consenso» e che «il dialogo e la diplomazia devono essere il parametro guida». Il Cremlino è stato più loquace. «Siamo lieti che un intenso lavoro diplomatico abbia infine prodotto una formulazione accettabile sia per l’Iran sia per gli Emirati Arabi Uniti, permettendo l’adozione della dichiarazione finale», ha detto il portavoce Dmitrij Peskov. E poi, con la soddisfazione di chi la pensava diversamente: «Molti pessimisti ritenevano che non sarebbe stato possibile, ma tutto è andato come previsto».

Sabato 12 settembre Narendra Modi ha letto in aula la frase che gli scettici aspettavano di non sentire: «Nessun membro ha sollevato obiezioni. La Dichiarazione di Nuova Delhi 2026 è adottata all’unanimità». Il documento porta un titolo da programma di governo, «Costruire resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità», le quattro parole che compongono l’acronimo inglese RICS attorno al quale l’India ha organizzato l’intera presidenza.[2] Centoquaranta paragrafi, divisi in quattro sezioni: governance globale e multilateralismo, pace e sicurezza, crescita economica, cooperazione culturale. Dentro ci sono la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e delle istituzioni di Bretton Woods, la difesa dell’Organizzazione mondiale del commercio, la condanna dei dazi «unilaterali» senza che Washington venga mai nominata, l’opposizione alle sanzioni non autorizzate dal Palazzo di Vetro, la richiesta di togliere il blocco a Cuba e di dare alla Palestina il seggio pieno all’ONU nei confini del 1967.[3]

Modi ha ricordato i numeri del gruppo: dieci membri, dieci partners, poco meno della metà della popolazione mondiale, circa il 40 per cento del prodotto globale. E ha chiesto, con una formula che ha fatto il giro delle agenzie, di «trasformare la piramide dei privilegi in una piattaforma di partenariato, in cui ogni Paese abbia voce e ogni membro una posta in gioco». Il Sud globale, ha detto, non deve limitarsi a sedere nelle istituzioni: deve partecipare alla scrittura delle regole. Ha proposto dieci punti per una «tabella di marcia della riforma BRICS» da consegnare al prossimo vertice. Nel discorso di chiusura, il tono si è fatto più impaziente: i BRICS, ha detto, devono passare «dai fascicoli all’impatto sulla vita reale».

Il quadro dei presenti spiega molto. Xi Jinping era in India per la prima volta in sette anni, e il suo incontro con Modi ha toccato la stabilità del confine himalayano, gli squilibri commerciali e l’accesso ai mercati. Vladimir Putin è arrivato l’11 settembre e ha incontrato Modi prima dell’apertura, ribadendo l’obiettivo dei cento miliardi di dollari d’interscambio bilaterale entro il 2030. Masoud Pezeshkian rappresentava l’Iran in guerra. Il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed Al Nahyan, era portavoce degli Emirati colpiti. I due si sono visti il 12 settembre, primo incontro a quel livello dall’inizio del conflitto, e hanno «sottolineato l’importanza di sostenere gli sforzi per ridurre le tensioni e rafforzare la stabilità regionale», secondo la nota dell’ufficio stampa di Abu Dhabi. Lula non c’era: è rimasto in Brasile per la campagna elettorale, sostituito dal ministro degli Esteri Mauro Vieira. L’Arabia Saudita sedeva come invitata: Nuova Delhi la elenca tra i membri, mentre Riad continua a considerare la propria adesione mai perfezionata.

Questo è il fatto. Poi c’è la lettura ed è qui che le strade si dividono. La stampa internazionale ha titolato sull’unità ritrovata nonostante le divisioni; Praveen Donthi, analista dell’International Crisis Group, ha osservato che i membri, «impegnati nel successo di questo raggruppamento non occidentale», possono dirsi «ragionevolmente soddisfatti» di un risultato modesto ottenuto in mezzo a una turbolenza geopolitica di questa portata.[4] È una lettura corretta eppur insufficiente. Corretta perché il paragrafo sulla guerra è davvero un paragrafo di sottrazione. Insufficiente perché misura il vertice con il metro sbagliato: quello del comunicato di condanna, dell’Occidente, non del blocco che si va via via costruendo.

A Nuova Delhi i BRICS hanno scelto invece la geometria variabile non come ripiego ma come metodo. L’unanimità non nasce dall’accordo sulla guerra, che non c’è. Nasce dall’accordo sulle infrastrutture del dopo-conflitto, che c’è, ed è scritto: pagamenti, cavi sottomarini, intelligenza artificiale, minerali critici, cereali. È il passaggio da alleanza dichiarativa a blocco storico in costruzione, per usare la categoria gramsciana. La presidenza cinese del 2027 ne sarà la prova.

Vent’anni di scacchiera

Il paragrafo 7 della Dichiarazione ricorda «la storica ricorrenza del ventesimo anniversario dei BRICS».[5] Il conto parte dal 2006, quando i ministri degli Esteri di Brasile, Russia, India e Cina s’incontrarono per la prima volta a margine dell’Assemblea generale dell’ONU. Ma l’acronimo era nato cinque anni prima, in un luogo che dice molto sulla natura ambigua del progetto: un rapporto di Goldman Sachs. Il 30 novembre 2001, a poche settimane dall’11 settembre, l’economista Jim O’Neill pubblicava un documento intitolato «Building Better Global Economic BRICs», nel quale sosteneva che le quattro economie emergenti avrebbero pesato sempre di più nel prodotto mondiale e che la governance economica globale, a cominciare dal G7, avrebbe dovuto farvi posto.[6] Era un consiglio d’investimento, non un manifesto politico. Il fatto che una sigla coniata a Wall Street sia diventata, un quarto di secolo dopo, la bandiera di chi contesta l’ordine costruito da Wall Street è una di quelle ironie che la storia produce con regolarità e che gli analisti dimenticano con altrettanta regolarità.

Il primo vertice si tenne a Ekaterinburg il 16 giugno 2009, nel pieno della crisi finanziaria partita dai mutui americani. Non fu un caso: La turbolenza aveva mostrato che il centro del sistema poteva contagiare la periferia senza chiederle il permesso e che le istituzioni di Bretton Woods non avevano né gli strumenti né la volontà di proteggerla. Nel 2010 il Sudafrica fu invitato ad aderire e la sigla guadagnò la sua «S». Nel 2014, a Fortaleza, nacquero la Nuova Banca di Sviluppo e l’Accordo di riserva contingente, le prime istituzioni proprie del gruppo, concepite come alternative parziali alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario.[7] Poi vennero gli anni della stanchezza, nei quali i vertici producevano comunicati e poco altro e l’Occidente si convinse che i BRICS fossero un acronimo in cerca di contenuto.

La svolta ha una data: il 24 febbraio 2022. L’operazione militare speciale russa in Ucraina, e soprattutto la risposta finanziaria dell’Occidente, che congelò le riserve della Banca centrale moscovita ed escluse le principali banche del Paese dal sistema SWIFT, cambiò il senso del gruppo. Quello che era stato un forum di coordinamento economico diventò, per Mosca, l’unica architettura multilaterale disponibile; per gli altri membri diventò la dimostrazione che le riserve in dollari non erano un patrimonio ma un ostaggio. Nell’agosto 2023, a Johannesburg, il gruppo decise l’allargamento. A Kazan, nell’ottobre 2024, sedettero per la prima volta al tavolo Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e, in forma incerta, Arabia Saudita; la Dichiarazione di Kazan lanciò l’Iniziativa per i pagamenti transfrontalieri e la categoria dei «Paesi partner».[8] A Rio de Janeiro, nel luglio 2025, l’Indonesia sedette per la prima volta come membro a pieno titolo e la dichiarazione finale condannò con parole nette gli attacchi militari contro l’Iran cominciati il 13 giugno di quell’anno.[9] Oggi i membri sono dieci, altrettanti i partners, dalla Bielorussia al Vietnam, dalla Nigeria alla Malaysia.

Vale la pena fermarsi su un testo che nel 1997 descriveva, con la precisione del timore, esattamente la fotografia di famiglia scattata a Bharat Mandapam. Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter e teorico dell’egemonia americana in Eurasia, scriveva ne «La grande scacchiera» che «lo scenario potenzialmente più pericoloso sarebbe una grande coalizione di Cina, Russia e forse Iran, una coalizione “antiegemonica” unita non dall’ideologia ma da rimostranze complementari».[10] Aggiungeva che una simile coalizione avrebbe ricordato, per dimensioni e portata, il blocco sino-sovietico e che evitarla avrebbe richiesto una prova simultanea di abilità geostrategica americana sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia. Ventinove anni dopo, quella coalizione sedeva allo stesso tavolo: Xi, Putin e Pezeshkian, uno accanto all’altro, nella capitale del Paese che Brzezinski considerava il contrappeso naturale della Cina. Le «rimostranze complementari» sono oggi le sanzioni per la Russia, i dazi per la Cina, la guerra per l’Iran.

Ma la fotografia inganna ed è la seconda metà dell’osservazione di Brzezinski a spiegare perché. La coalizione che temeva è a Delhi, in india, il Paese che ha subito i dazi americani al 50 per cento nell’agosto 2025 per l’acquisto di greggio russo e li ha visti scendere al 18 per cento nel febbraio 2026, dopo che Modi si è impegnato con Trump a interrompere quegli acquisti. È il Paese che ha ospitato Xi ma con cui la Cina ha ancora aperta una disputa di confine costata vite umane nel 2020. È la capitale che ha trattato fino alle quattro del mattino per impedire che il testo nominasse Washington. L’abilità geostrategica che Brzezinski chiedeva agli Stati Uniti oggi la esercita Nuova Delhi, ma in direzione opposta: non per impedire la coalizione, ma per tenerla dentro un formato che non la obblighi a schierarsi.

Qui sta il paradosso strutturale del blocco, che nessun comunicato può risolvere e che a Delhi si è visto in trasparenza. I BRICS sono contemporaneamente la coalizione antiegemonica di Brzezinski e il suo antidoto. Contengono i tre Paesi che Washington considera avversari e le nazioni che Washington considera partners necessari, dall’India agli Emirati all’Arabia Saudita. Non possono quindi essere un’alleanza e non lo saranno. Possono essere un’altra cosa, che ha meno precedenti e per questo si fatica a nominare: un cantiere di istituzioni parallele, aperto a chi non vuole scegliere.

Il paragrafo 22 e il paragrafo 28

Per capire il compromesso di Delhi bisogna leggere due paragrafi che distano sei numeri e un abisso. Il paragrafo 22 non lascia margini: «Condanniamo l’imposizione di misure coercitive unilaterali contrarie al diritto internazionale, e ribadiamo che tali misure, tra l’altro sotto forma di sanzioni economiche unilaterali e sanzioni secondarie, hanno implicazioni negative di vasta portata per i diritti umani, compresi i diritti allo sviluppo, alla salute e alla sicurezza alimentare, della popolazione generale degli Stati colpiti».[11] Segue la richiesta di «eliminazione di tali misure illegittime» e, a chiudere, la riaffermazione dell’opposizione a ogni sanzione «non autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Il linguaggio non è nuovo: le dichiarazioni di Kazan e di Rio contenevano formule simili. Innovativo è il contesto, che da peso alle parole. Le sanzioni secondarie sono lo strumento con cui il Tesoro americano colpisce le banche di Paesi terzi che trattano con la Russia o con l’Iran; sono il mezzo che lo stesso Trump ha rivendicato contro l’India, descrivendo i dazi aggiuntivi dell’agosto 2025 come sanzioni secondarie per l’acquisto di petrolio russo. Che l’India, gli Emirati, l’Egitto, l’Indonesia abbiano messo la firma sotto una frase che le dichiara «contrarie al diritto internazionale» non è ornamento: è una presa di posizione che vale per Mosca e per Teheran, ma che prima di tutto per chi l’ha firmata.

Sei paragrafi dopo, il tono cambia. Il paragrafo 28 parla per sottrazione: «Esprimiamo profonda preoccupazione per la continua escalation delle tensioni in Medio Oriente e Asia occidentale e, ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali, chiediamo di esercitare la massima moderazione e di evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione».[12] Nessun nome: né Washington, né Tel Aviv, né Teheran, né Abu Dhabi. Una clausola rivela la cucitura, «ricordando le nostre rispettive posizioni nazionali», che in linguaggio diplomatico significa che il testo non impegna nessuno a ciò che non pensa. Il paragrafo si chiude con una frase significativa: «Sottolineiamo la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Solo al paragrafo 29 il documento alza il tono, con la «seria preoccupazione per gli attacchi deliberati contro infrastrutture civili e impianti nucleari pacifici sotto piene salvaguardie dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, in violazione del diritto internazionale».[13] Anche qui nessun nome, ma il riferimento è trasparente: gli impianti nucleari sotto salvaguardia AIEA colpiti dal 2025 a oggi sono quelli iraniani.

Il confronto con Rio è impietoso, e va fatto. Nel luglio 2025 i leader avevano condannato «gli attacchi militari contro la Repubblica islamica dell’Iran», con tanto di nome del Paese aggredito.[14] Quattordici mesi dopo, con l’Iran in guerra aperta contro Stati Uniti e Israele dal 28 febbraio, il testo si limita alla «profonda preoccupazione» per «tensioni». Il linguaggio è stato «ammorbidito drasticamente» e, per la prima volta dal 2022, ogni riferimento all’Ucraina è scomparso dal testo. Questo secondo silenzio è forse più eloquente del primo. Dal vertice di Pechino del 2022 in poi, ogni dichiarazione BRICS aveva dedicato all’Ucraina almeno una riga, di solito per «prendere atto delle posizioni nazionali» e «apprezzare le offerte di mediazione». A Delhi neppure quello. Il conflitto che ha rifondato il gruppo nel 2022 è diventato innominabile nel 2026: segno che la Russia non ha più bisogno di una copertura verbale, o che l’India non vuole più concederla nel momento in cui negozia con Washington il proprio regime tariffario, o entrambe le cose.

C’è però un punto del testo in cui i nomi compaiono ed è istruttivo vedere dove. La sezione sulla Palestina, dal paragrafo 30 al 34, è la più lunga e la più netta di tutta la parte politica: «ferma opposizione allo sgombero forzato, temporaneo o permanente, con qualsiasi pretesto, di qualsiasi parte della popolazione palestinese dal Territorio palestinese occupato», condanna dell’«uso della fame come metodo di guerra», sostegno all’UNRWA, richiamo alle misure provvisorie della Corte internazionale di giustizia «nel procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele», rifiuto di «qualsiasi misura unilaterale che cerchi di alterare lo status giuridico e storico di Gerusalemme occupata».[15] Il paragrafo 35 sul Libano va oltre: «Chiediamo a Israele di rispettare i termini concordati con il governo libanese e di ritirare le sue forze di occupazione da tutti i territori libanesi in cui ancora permangono».[16] Israele è, in tutta la Dichiarazione, l’unico Stato nominato come parte che colpisce. Gli Stati Uniti non lo sono mai: né sui dazi, né sulle sanzioni, né su Cuba, per cui il paragrafo 27 parla di «inasprimento delle misure unilaterali di blocco» e chiede la fine delle «misure economiche, commerciali e finanziarie contro Cuba» senza dire chi le impone.[17] La geometria dei nomi è la mappa delle forze: si cita chi si può nominare senza perdere una firma. Gli Emirati, che hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele nel 2020 e che dal 2026 sono in guerra con l’Iran, sull’occupazione del Libano mettono la firma. Sugli attacchi all’Iran, no. È la stessa mano che scrive due paragrafi diversi.

Un’ultima annotazione sulla sezione politica, che porta l’impronta della presidenza. Il paragrafo 40 «condanna nei termini più forti l’attacco terroristico nel Jammu e Kashmir del 22 aprile 2025, in cui ventisei persone sono state uccise», e chiede «tolleranza zero» e il rifiuto dei «doppi standard» nella lotta al terrorismo.[18] Il Pakistan non è nominato, ma il paragrafo è una vittoria diplomatica indiana che la Cina, alleata di Islamabad, ha lasciato passare. Anche questo è un mattone: Nuova Delhi ha usato la presidenza per far scrivere nel testo del blocco la propria agenda di sicurezza e Pechino ha pagato quel prezzo per avere in cambio la presidenza 2027 senza obiezioni.

C’è una lezione di realismo classico in questo scarto tra il paragrafo 22 e il paragrafo 28. Tucidide fa dire agli ambasciatori ateniesi, davanti ai Melii che invocano la giustizia, che «nel calcolo umano il diritto vale quando le forze sono pari, mentre i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono».[19] Il dialogo dei Melii è il testo fondativo del realismo, ma di solito si dimentica che finisce con la distruzione di Melo: il realismo descrive il mondo, non lo giustifica. I BRICS, a Delhi, si sono comportati da lettori di Tucidide. Sulla guerra, dove le forze non sono pari e dove gli Emirati stanno con i forti, hanno scelto il silenzio. Sulle sanzioni, dove la somma delle loro economie comincia a rendere le forze pari, hanno scelto la condanna. Modi ha detto che il Sud globale deve «scrivere le regole» invece di subirle: è la risposta, a ventiquattro secoli di distanza, agli ambasciatori ateniesi. Ma le regole si scrivono quando si ha il potere di farle rispettare, e la forza dei BRICS oggi è finanziaria e commerciale, non militare. Il documento ne è consapevole: incide dove gli è concesso, tace dove non arriva.

Russia e Iran si sono mossi come una coppia coordinata. Stessa linea sul conflitto, medesima insistenza sul meccanismo delle sanzioni. Hanno ottenuto il paragrafo 22 e hanno accettato il paragrafo 28. Per Teheran il baratto è meno svantaggioso di quanto sembri: una condanna nominativa degli Stati Uniti in un comunicato BRICS non avrebbe fermato un solo missile, mentre la dichiarazione di illegittimità delle sanzioni secondarie, firmata da Paesi che con Washington commerciano, è un argomento che le banche di Mumbai, Dubai e Giacarta dovranno d’ora in poi considerare. Per Mosca il calcolo è ancora più semplice e Peskov lo ha messo nero su bianco: «La dichiarazione include le disposizioni che per noi sono importanti. Riguardano i centri di regolamento congiunti, una piattaforma d’investimento comune e una piattaforma condivisa per i pagamenti in valute nazionali». Sulla guerra iraniana il Cremlino non ha bisogno di una condanna scritta. Gli basta che il fronte regga e che il greggio, che finanzia il suo bilancio, resti sopra i cento dollari.

Ciò che Mosca ha portato a casa

La dedollarizzazione, nel lessico BRICS, non si proclama: si costruisce un vertice alla volta e a ogni vertice si misura quanti mattoni sono stati posati. A Delhi i mattoni hanno un numero di paragrafo. Il 90 riconosce il lavoro della squadra operativa sui pagamenti, la BRICS Payment Task Force, istituita sulla base delle indicazioni di Kazan e Rio e ne cita gli obiettivi con precisione: lo studio dell’«interoperabilità transfrontaliera dei canali di pagamento e di messaggistica» e la promozione di «regolamenti commerciali e investimenti nelle valute locali dei BRICS», con la clausola di prudenza secondo cui «non esiste un approccio valido per tutti».[20] La parola «messaggistica» è quella che conta: SWIFT non è un sistema di pagamento ma un sistema di messaggi tra banche, ed è dalla messaggistica che l’Occidente ha escluso le banche russe nel 2022. Costruire canali interoperabili tra i sistemi nazionali (il russo SPFS, il cinese CIPS, l’indiano UPI) significa costruire il tratto di strada che aggira il casello.

Il paragrafo 93 riguarda la Nuova Piattaforma d’Investimento, la NIP, per la quale la Dichiarazione prende atto dell’ «ampio sostegno espresso dai membri per proseguire il lavoro con un approccio basato sul consenso, graduale e guidato dai membri», e della costituzione di un gruppo di studio dedicato all’interno del canale finanziario.[21] Il paragrafo 94 tocca l’infrastruttura di regolamento e di deposito titoli, l’equivalente delle Euroclear e Clearstream europee, con la notizia di un «seminario tecnico» che ha esplorato «le dimensioni giuridiche, istituzionali, regolamentari e tecniche dei sistemi di regolamento e deposito» dei vari membri.[22] Il paragrafo 102 riporta i progressi dell’iniziativa sulle Garanzie multilaterali BRICS, concepita per «mobilitare capitale privato, migliorare il merito creditizio e ridurre i costi di finanziamento» dei progetti nel Sud globale, con l’avvio di «transazioni pilota».[23] Il 97 riguarda l’Accordo di riserva contingente, il fondo comune da cento miliardi nato a Fortaleza, e la sua «resilienza operativa».[24] Il 115 celebra il «secondo decennio d’oro» della Nuova Banca di Sviluppo, la incoraggia a «espandere il finanziamento in valuta locale» e sostiene l’allargamento dei suoi azionisti.[25]

Sono tre i mattoni che Peskov ha rivendicato: centri di regolamento comuni, piattaforma d’investimento, piattaforma per i pagamenti in valute nazionali. Corrispondono ai paragrafi 94, 93 e 90. Sono, nell’ordine, il luogo dove si custodiscono i titoli, si raccoglie il capitale e si trasferisce il denaro: le tre funzioni che oggi l’Occidente controlla e che dal 2022 usa come arma. Il Cremlino insegue questa architettura da quattro anni con un’insistenza che i partners hanno spesso frenato, e a Delhi l’ha vista scritta in un testo che porta anche la firma dell’India.

Bisogna però dire con chiarezza che cosa non c’è. Non c’è una moneta comune, e non ci sarà. Il segretario Dalela lo ha detto senza giri di parole: «Al momento non esiste alcuna proposta di valuta BRICS».[26] Non c’è una data per la piattaforma dei pagamenti, non c’è un’architettura giuridica vincolante, non c’è un solo impegno formulato con il verbo «decidiamo». Ogni paragrafo finanziario della Dichiarazione è scritto al condizionale istituzionale: «incoraggiamo», «prendiamo atto», «accogliamo con favore», «sosteniamo la prosecuzione delle discussioni». È il linguaggio di chi costruisce con dieci mani e sa che una sola, ritratta, farebbe crollare l’impalcatura. L’India e il Brasile, i due membri più esposti al mercato americano e più interessati a non provocare Washington, hanno ottenuto che di moneta non si parlasse e che ogni riferimento fosse ai «pagamenti in valuta locale», formula che ogni banca centrale può interpretare a modo suo.

Chi legge in questa prudenza la prova che i BRICS non fanno sul serio commette l’errore speculare di chi osserva nel paragrafo 22 una dichiarazione di guerra al dollaro. Susan Strange, la studiosa britannica che negli anni Ottanta descrisse per prima la differenza tra il potere «relazionale», quello di costringere qualcuno a fare qualcosa, e il potere «strutturale», quello di decidere le regole entro cui tutti operano, individuava quattro strutture primarie del potere globale: la sicurezza, la produzione, la finanza e la conoscenza.[27] Chi controlla la struttura finanziaria, sosteneva, non ha bisogno di costringere nessuno: gli basta possedere le tubature attraverso cui il credito scorre. La Dichiarazione di Delhi non attacca il potere relazionale degli Stati Uniti, che resta enorme; lavora, paragrafo dopo paragrafo, sulla struttura. Interoperabilità dei messaggi, depositi titoli, garanzie, valuta locale. Sono tubature. Non fanno rumore, non compaiono nei titoli, e quando saranno posate nessuno dovrà più chiedere il permesso per usarle. La differenza tra il proclama e il cantiere è tutta qui, e corrisponde esattamente a ciò che la stampa occidentale, misurando la dedollarizzazione sul metro degli annunci, non riesce a vedere.

Un’annotazione sulla misura. La quota del dollaro nelle riserve ufficiali mondiali scende lentamente da vent’anni, ma resta largamente maggioritaria; la misura dello yuan negli scambi internazionali cresce ma rimane marginale; l’oro, che le banche centrali non occidentali accumulano dal 2022 a ritmi mai visti, è l’unica «valuta BRICS» che esista davvero, ed è senza emittente.[28] La corsa all’oro delle banche centrali è il termometro più affidabile della transizione multipolare, proprio perché non passa da nessun comunicato. La Dichiarazione di Delhi infatti non menziona l’oro. Non ne ha bisogno: i lingotti si comprano in silenzio, come si posano le tubature.

L’agenda cinese e l’avvertimento indiano

Se la Russia ha portato a casa la finanza, la Cina ha portato a casa la tecnologia e il futuro. Il 13 settembre, nella seconda sessione del vertice, Xi Jinping ha pronunciato un discorso dal titolo programmatico, «Cementare le fondamenta della cooperazione BRICS e rafforzare la forza del Sud globale», e ha annunciato cinque iniziative che il ministero degli Esteri cinese ha pubblicato con la consueta numerazione.[29] La prima è un’iniziativa per l’«intelligenza artificiale aperta e inclusiva»: una comunità BRICS per l’IA a codice aperto, sostegno allo sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni, formazione, costruzione di un ecosistema. La seconda riguarda la «facilitazione del commercio e degli investimenti», con un partenariato tra le zone economiche speciali dei Paesi membri, un portale intelligente e un forum sui servizi da tenersi nel 2027. La terza è la «cooperazione nell’industria digitale», con una piattaforma cloud condivisa, formazione di competenze e scambio tecnologico. La quarta è la «cooperazione nella manifattura intelligente»: assistenza cinese alla costruzione di fabbriche intelligenti nei Paesi membri. La quinta è lo «sviluppo dei talenti scientifici e tecnologici», con un’alleanza per la formazione degli ingegneri e un programma di scambi giovanili.

La frase che accompagna il pacchetto dice il resto: i Paesi BRICS devono «cogliere l’iniziativa storica, unire il Sud globale, essere una forza attiva, stabilizzatrice e positiva negli affari internazionali».[30] Xi ha aggiunto la difesa dello «stato di diritto internazionale», l’autorità dell’ONU, la riforma dell’architettura finanziaria per «accrescere la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo» e la costruzione di un «quadro di governance globale dell’IA basato sul consenso». Nulla di tutto questo è nuovo nel lessico cinese. Significativo è che venga pronunciato a Nuova Delhi, davanti all’India, dal Paese che dal 1° gennaio 2027 presiederà il gruppo e ospiterà il diciannovesimo vertice: l’ultimo paragrafo della Dichiarazione, il 140, «estende pieno sostegno alla Cina per la sua presidenza BRICS nel 2027».[31] Le cinque iniziative sono, in sostanza, l’agenda della presidenza cinese annunciata con quindici mesi di anticipo, in casa d’altri.

Il Sud globale ha applaudito. L’India ha ascoltato con attenzione, e ha risposto. Nella sessione sui quattro pilastri, lo stesso 13 settembre, Modi ha avvertito che «l’uso della tecnologia e dei minerali critici come armi» minaccia «il progresso condiviso».[32] La frase non nominava la Cina, esattamente come il paragrafo 22 non nominava gli Stati Uniti; e come il paragrafo 22, non ne aveva bisogno. Pechino controlla oltre il 90 per cento della lavorazione mondiale dei magneti in terre rare e dall’aprile 2025 ha introdotto restrizioni all’esportazione che hanno colpito anche l’industria indiana. Modi aveva usato le stesse parole a Rio, nel luglio 2025. Nel frattempo l’India ha firmato con il Brasile, nel febbraio 2026, un accordo sulle catene di approvvigionamento delle terre rare, cercando nell’altro membro non allineato del gruppo un’alternativa alla dipendenza dal primo. Il paragrafo 67 della Dichiarazione, che «afferma la necessità di promuovere catene di approvvigionamento dei minerali critici affidabili, responsabili, diversificate, resilienti, eque, sostenibili e giuste», e che «preserva pienamente i diritti sovrani» dei Paesi produttori sulle proprie risorse, è il compromesso tra le due letture: la Cina conserva la sovranità sulle sue restrizioni, l’India ottiene che la «diversificazione» sia scritta come obiettivo comune.[33]

Il South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong, ha colto lo scambio con precisione: l’offerta di Xi sull’intelligenza artificiale e l’avvertimento di Modi sui minerali riassumono «un fronte unito contro i dazi americani» e insieme «i limiti evidenti di quell’unità» sul controllo delle risorse.[34] È il paradosso BRICS in una sola pagina: la Cina offre al Sud globale l’IA a codice aperto, i modelli linguistici, le fabbriche intelligenti, e nello stesso tempo controlla la materia prima senza la quale nessuna fabbrica intelligente e nessun centro di calcolo funziona. Offre il software e trattiene l’hardware. L’India lo sa, e lo dice.

Ma il punto merita di essere spinto oltre la cronaca. Nell’ecosistema americano, il controllo della potenza di calcolo, dei modelli e delle infrastrutture satellitari è passato nelle mani di un pugno di attori privati, Palantir, SpaceX, i grandi fondi, che orientano le politiche degli Stati invece di eseguirle. Il paragrafo 81 della Dichiarazione chiede «cooperazione internazionale per accrescere l’accessibilità delle risorse di IA» e un futuro «giusto, equo e prospero per tutti i Paesi, specialmente quelli del Sud globale»; richiama il vertice sull’impatto dell’IA di Nuova Delhi del febbraio 2026 e la Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai; impegna i firmatari ad attuare la Dichiarazione dei leader BRICS sulla governance globale dell’IA.[35] Il modello che Xi propone, IA aperta con modelli sviluppati in comune, è l’opposto dichiarato del modello proprietario e militarizzato della Silicon Valley. Ma «aperto» non significa «neutro». Un modello linguistico addestrato a Shenzhen e un modello addestrato a San Francisco incorporano entrambi il senso comune di chi li ha costruiti; e il senso comune, come ricorda Gramsci, è il terreno stesso dell’egemonia. La partita per il Sud globale non è tra IA aperta e IA chiusa. È tra chi avrà la potenza di calcolo per addestrare i propri modelli e chi userà quelli degli altri. Su questo la Dichiarazione chiede «accesso equo», che è il modo diplomatico di ammettere che oggi l’accesso non è equo, neppure dentro i BRICS.

Fuori dalla sala

Mentre a Bharat Mandapam si limava il paragrafo 28, la scacchiera del Golfo si muoveva a una velocità che nessun comunicato può seguire. I fatti della settimana del vertice vanno elencati, perché la loro somma pesa più del testo.

Sul Mar Rosso, Ansarallah ha completato in pochi giorni la conquista dell’intera costa yemenita. L’11 e il 12 settembre il movimento ha preso Mocha, il porto del caffè che fu per secoli lo scalo del Mar Rosso, e l’isola di Mayyun, detta Perim, che sta all’imboccatura di Bab al-Mandab e la divide in due canali. Da Mayyun alla costa africana ci sono venti chilometri. Ansarallah controlla oggi l’intero versante orientale dello stretto attraverso cui passa il traffico tra Suez e l’Oceano Indiano, e ha superato in una settimana le forze sostenute dall’Arabia Saudita che lo presidiavano dal 2018. Un membro dell’ufficio politico del movimento, Hazem al-Assad, ha assicurato che «la libertà di navigazione e il commercio internazionale nel Mar Rosso e a Bab al-Mandab sono sicuri e ordinati»: garanzia che vale finché chi la dà decide che valga. L’Egitto, che secondo Al Jazeera ha perso circa sette miliardi di dollari d’introiti del Canale di Suez tra il 2023 e il 2024, il 60 per cento del totale, e che vede il traffico nel Mar Rosso dimezzato dal 2023, «segue una politica di distanza dall’intervento militare».Più di duemila yemeniti sono fuggiti a Gibuti in ventiquattr’ore.

Sulla penisola arabica, tra il 10 e l’11 settembre, droni partiti dal territorio iracheno hanno colpito le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest, che trasporta il greggio saudita dai giacimenti del Golfo al terminale di Yanbu sul Mar Rosso: l’unica via che permetteva a Riad di aggirare lo Stretto di Hormuz. Riad ha chiuso l’oleodotto «a titolo precauzionale», ha attribuito i droni a milizie irachene allineate con Teheran e si è riservata «tutte le misure necessarie», senza però ritorsioni immediate, su richiesta del primo ministro iracheno; Baghdad ha rimosso un comandante militare della provincia di Maysan dopo aver verificato che i droni erano partiti da lì. Prima della chiusura l’oleodotto muoveva tra i quattro e i cinque milioni di barili al giorno, e l’amministratore delegato di Saudi Aramco lo aveva definito «più efficace dei rilasci delle riserve d’emergenza» nel compensare la chiusura di Hormuz. Il Brent ha superato i cento dollari per la prima volta da mesi e ha chiuso la settimana in rialzo di circa l’8 per cento.

Sullo Stretto di Hormuz, che l’Iran ha bloccato alla fine di marzo, rivendicandone la sovranità, e che una tregua di giugno aveva riaperto per poche settimane prima del crollo del cessate il fuoco in luglio, il traffico è sceso a una decina di navi al giorno contro le centotrenta dell’anteguerra; Teheran annuncia una «zona di esclusione» in cui nessuna nave potrà transitare senza permesso, e chiede il riconoscimento della propria autorità marittima sullo stretto e un risarcimento per i danni economici come precondizione di ogni accordo. Le forze americane hanno distrutto cinque petroliere iraniane legate ai Guardiani della rivoluzione; l’Iran ha risposto con missili balistici contro obiettivi americani in Giordania.

E infine il Bahrein. Il segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, Hung Cao, ha ammesso in un’intervista all’Epoch Times, ripresa dalla stampa americana l’11 settembre, che gli iraniani hanno «fatto saltare in aria il Bahrein» (l’espressione originale è più colorita: «blew the hell out of Bahrain»), che il quartier generale della Quinta Flotta e le infrastrutture della base sono seriamente danneggiati, che le soste delle navi americane sono «significativamente limitate» e che l’equipaggio della portaerei Abraham Lincoln ha perso la possibilità di fermarsi lì.[36] Cao ha detto che una squadra operativa sta valutando se ripristinare e riutilizzare le installazioni mediorientali «dopo la fine del conflitto con l’Iran». Già in agosto, secondo Stars and Stripes, la Marina aveva evacuato circa milletrecento familiari dei militari dal Bahrein, consigliando loro di non tornare presto e di cercare una sistemazione permanente altrove.[37] La Quinta Flotta, ricostituita nel 1995 per presidiare il Golfo, non è oggi in grado di ospitare la propria portaerei nella propria base. È una notizia che in un’altra epoca avrebbe aperto i telegiornali; nell’era della guerra infinita è un’intervista a un sito conservatore, confermata a mezza bocca.

Rimettiamo i fatti in fila accanto al paragrafo 28. Il testo «sottolinea la necessità di lavorare insieme per mantenere il flusso regolare del commercio globale, delle catene di approvvigionamento e dell’energia». Nella settimana in cui è stato firmato, Hormuz è chiuso, l’oleodotto che aggirava Hormuz è chiuso, Bab al-Mandab è nelle mani di un alleato dell’Iran e la base che dovrebbe garantire il «flusso regolare» è inservibile. Lo scarto tra il testo e i fatti non è un difetto del letterario: è la sua condizione. I BRICS chiedono la «massima moderazione» perché non possono chiedere altro senza spaccarsi, e nel frattempo chi guadagna dallo scarto è chiaro. Teheran, che porta a casa la condanna delle sanzioni e negozia lo Stretto da una posizione di forza militare che nessuno le attribuiva sei mesi fa. Pechino, che a Delhi ha invocato ancora una volta la «governance globale» e che dal 2027 scriverà l’agenda del prossimo compromesso, con l’Iran in posizione più forte e gli Emirati in posizione più debole. Mosca, il cui greggio vale cento dollari. E, dall’altra parte, chi perde: gli Emirati, che hanno subito i missili, sospeso i commerci con l’Iran e firmato lo stesso un testo che non lo condanna; l’Arabia Saudita, che ha visto tagliata la sua ultima via d’uscita; l’Europa, che non siede al tavolo e paga il conto dell’energia.

Chi scrive ripete da anni una formula che qualcuno giudica un’iperbole: la guerra è il prodotto, il caos è la materia prima. La settimana di Delhi ne è la dimostrazione contabile. Il disordine del Golfo porta il Brent a cento dollari e finanzia la Russia, consegna a Teheran una posizione negoziale che salda l’asse con Mosca dentro i BRICS, lascia un Occidente distratto, senza energie da spendere sul cantiere finanziario descritto al blocco precedente. Non serve una regia. Basta che ciascun attore faccia il proprio interesse, e il caos premia chi ha imparato a lavorarci dentro.

Bandung, settant’anni dopo

Ridurre Delhi alla cucitura tra il paragrafo 22 e il 28 significa perdere il resto del documento, il dettaglio che spiega dove va il mondo. Bisogna leggere i centoquaranta paragrafi come si legge un bilancio: non nelle voci in evidenza, ma nelle note.

Il paragrafo 16 richiama «la Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955, che proclamò principi generali, tra cui l’uguaglianza, l’indipendenza, il non intervento e il beneficio reciproco», e stabilisce che «lo spirito di Bandung serve da riferimento nella ricerca di un sistema multilaterale più giusto, inclusivo e rappresentativo».[38] È un richiamo che l’India, erede di Nehru, e l’Indonesia, erede di Sukarno, hanno voluto, e che il testo colloca nella sezione sulla governance, non in quella sulla cultura. Settant’anni fa, a Bandung, ventinove Paesi appena usciti dal colonialismo cercavano un’autonomia diplomatica: il diritto di non schierarsi nella guerra fredda. Oggi l’autonomia cercata è di altra natura, finanziaria, tecnologica, cognitiva.

Il paragrafo 10 assume la multipolarità non come aspirazione ma come dato: «nel contesto delle realtà contemporanee del mondo multipolare», i Paesi in via di sviluppo devono «rafforzare i loro sforzi per promuovere il dialogo e le consultazioni per una governance globale più giusta ed equa».[39] La formula è passata inosservata, ma segna un cambio di grammatica: nei testi BRICS di dieci anni fa la multipolarità era un obiettivo da «promuovere»; a Delhi è una «realtà contemporanea» entro cui agire. Il paragrafo 74 riguarda i cavi sottomarini, «fondamento importante per la connettività digitale internazionale e la resilienza delle reti», e dà conto di una squadra operativa che ha concluso un documento intitolato «BRICS Cable Requirements» in vista dello studio di fattibilità tecnica ed economica di «una rete di comunicazione ad alta velocità attraverso cavi sottomarini tra i Paesi BRICS».[40] La quasi totalità del traffico dati intercontinentale passa per cavi sottomarini, e la mappa di quei cavi è la mappa dell’impero anglosassone: approdano in Cornovaglia, in Virginia, a Singapore, e sono intercettabili là dove approdano, come i documenti di Edward Snowden hanno mostrato nel 2013. Una rete propria dei BRICS è la cosa più vicina a una sovranità digitale che un blocco senza Stato possa costruire.

Il paragrafo 77 impegna i firmatari ad «approfondire la cooperazione BRICS verso un ecosistema digitale sovrano e autosufficiente», con un archivio comune di infrastrutture digitali pubbliche e progetti pilota.[41] Il 60 riconosce «l’importanza della continua elaborazione dell’iniziativa per istituire una piattaforma di scambio di cereali all’interno dei BRICS», la Borsa dei cereali BRICS, da estendere «ad altri prodotti agricoli e materie prime».[42] I BRICS producono una parte decisiva del grano, del riso e dei fertilizzanti del mondo; una borsa propria significa un prezzo di riferimento proprio, non quello di Chicago. Il paragrafo 64 rivendica «i principi della neutralità tecnologica» e afferma che «i combustibili fossili continueranno a svolgere un ruolo importante nel mix energetico mondiale, in particolare per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo»; il 66 mette sullo stesso piano «energia rinnovabile, bioenergia, combustibili fossili, energia nucleare, idroelettrico, idrogeno».[43] Il 108 «si oppone a misure unilaterali, punitive, discriminatorie e protezionistiche non conformi al diritto internazionale, come i meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera»: il CBAM europeo, entrato in vigore quest’anno, viene bollato in una dichiarazione firmata da undici Paesi come protezionismo travestito da clima.[44] L’Unione europea non è nominata, come non lo sono gli Stati Uniti. La coerenza è perfetta: il testo non nomina mai le potenze che colpiscono; l’unico nome proprio di un aggressore, come si è visto, è quello di Israele in Libano.

E c’è il paragrafo 24, che «esprime allarme per la tendenza attuale che ha visto un aumento critico della spesa militare globale, a scapito di un adeguato finanziamento dello sviluppo dei Paesi in via di sviluppo», e «profonda preoccupazione per i tentativi di collegare la sicurezza all’agenda del cambiamento climatico».[45] È una frase che andrebbe letta nelle capitali europee, dove il riarmo è diventato l’unico programma politico condiviso e dove il clima è stato riclassificato come questione di sicurezza per poterlo finanziare con gli stessi strumenti.

Che cosa lega questi paragrafi? Il filo è che a ridistribuirsi non è solo la potenza degli Stati, ma il controllo delle infrastrutture e degli standard. Chi decide su quale cavo passano i dati, in quale borsa si fissa il prezzo del grano, con quale sistema di messaggistica si muove il denaro, quale principio (neutralità o transizione) governa l’energia, sta decidendo il nomos del mondo che viene, per usare la categoria con cui Carl Schmitt descrisse l’ordine spaziale che ogni epoca si dà appropriandosi della terra e dividendola.[46] Il nomos del secondo dopoguerra era americano perché lo erano le tubature: Bretton Woods, SWIFT, i cavi, il dollaro come unità di conto del petrolio. La Dichiarazione di Delhi non contesta quel nomos nelle sue dichiarazioni di principio, che anzi ripete: ONU, diritto internazionale, multilateralismo. Lo contesta nelle tubature. Ed è per questo che il testo può permettersi di non nominare nessuno: non sta accusando, sta costruendo.

Vale qui il richiamo alla tradizione italiana. Quando Enrico Mattei, negli anni Cinquanta, offrì all’Iran e all’Egitto contratti che rovesciavano la formula del «fifty-fifty» imposta dalle Sette Sorelle, riconoscendo ai Paesi produttori il 75 per cento dei proventi, non stava facendo una dichiarazione di principio contro l’imperialismo petrolifero: stava cambiando le tubature del sistema, e per questo era pericoloso.[47] Quando Aldo Moro, negli anni Settanta, teorizzava l’apertura italiana ai non allineati e al mondo arabo-palestinese, non contestava l’alleanza atlantica nelle sue dichiarazioni: la aggirava nella pratica del Mediterraneo. La lezione di Bandung, che l’Italia democristiana e laica di quegli anni aveva capito meglio di quanto oggi si ricordi, era che l’autonomia si conquista con le infrastrutture, non con i comunicati. I BRICS di Delhi la applicano su scala planetaria, con la stessa prudenza lessicale e con una forza materiale che Mattei non aveva.

Giulietto Chiesa sosteneva fin dai primi anni Dieci che il passaggio alla multipolarità sarebbe stato il fatto dominante del secolo, ma che non sarebbe stato né lineare né pacifico, perché il centro dell’impero non avrebbe accettato di ridursi senza combattere; e che il compito dell’informazione indipendente era misurare quel passaggio sui fatti materiali, non sulle narrazioni, dell’una e dell’altra parte.[48] Delhi gli dà ragione due volte: il passaggio è in corso ed è accompagnato da una guerra.

Giovanni Arrighi, che studiò i cicli sistemici di accumulazione dal Quattrocento genovese al Novecento americano, aveva ipotizzato che l’egemonia statunitense sarebbe entrata nella sua fase di «espansione finanziaria» terminale, come le egemonie olandese e britannica prima di lei, e che il centro successivo sarebbe stato asiatico, ma non aveva escluso che il passaggio potesse produrre un lungo caos sistemico invece di un nuovo ordine.[49] Delhi sta esattamente su quel crinale. Il cantiere delle tubature è la versione ordinata del passaggio; il Golfo in fiamme è la versione caotica. Le due versioni corrono in parallelo, e nessuno può dire oggi quale delle due arriverà prima al traguardo.

L’Europa che non c’è

Manca un attore in tutto questo racconto e la sua assenza è il dato più italiano del vertice. L’Europa non siede al tavolo di Delhi, non è nominata nel testo e non ha una politica verso il blocco che rappresenta la metà dell’umanità. Eppure di tutti i firmatari del paragrafo 22 e del paragrafo 108, è l’Unione europea il soggetto più esposto a ciò che vi è scritto.

Il paragrafo 22 condanna le sanzioni «non autorizzate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite»: i successivi pacchetti di sanzioni europee contro la Russia rientrano per intero in questa definizione, e il seminario BRICS sui depositi titoli, di cui al paragrafo 94, ha come oggetto implicito le riserve russe immobilizzate a Bruxelles, che l’Unione discute da due anni se confiscare.[50] Il paragrafo 108 bolla come «protezionismo» il meccanismo di adeguamento del carbonio alla frontiera, che è una creatura esclusivamente europea, entrata nella fase definitiva il 1° gennaio 2026 e destinata a colpire prima di tutto l’acciaio, l’alluminio, i fertilizzanti e il cemento che arrivano dall’India, dalla Cina, dall’Egitto e dalla Turchia.[51] Il paragrafo 24, con il suo «allarme» per l’aumento «critico» della spesa militare «a scapito» dello sviluppo, descrive esattamente la scelta compiuta dai Paesi NATO all’Aja nel giugno 2025, quando hanno fissato al 5 per cento del prodotto interno lordo l’obiettivo di spesa per la difesa entro il 2035.[52] Dieci Paesi che rappresentano il 40 per cento dell’economia mondiale hanno scritto, senza nominarle, che la politica commerciale, la politica sanzionatoria e la politica di sicurezza dell’Unione europea sono contrarie al diritto internazionale o allo sviluppo. Nessuna cancelleria europea ha commentato.

L’Italia meriterebbe un capitolo a parte; qui bastano tre osservazioni. La prima riguarda l’energia. L’Italia è, tra i grandi Paesi europei, il più dipendente dal gas importato e il più esposto al Mediterraneo orientale e al Golfo: la chiusura di Hormuz e il rischio su Bab al-Mandab, che è la porta di Suez, sono per Roma un problema di bilancio prima ancora che di politica estera, e il Brent a cento dollari lo dimostra ogni mattina alla pompa. La seconda riguarda le basi. La Quinta Flotta fuori uso a Manama e la Sesta Flotta a Napoli, Sigonella come piattaforma logistica per il Medio Oriente, il rischio che la guerra con l’Iran trasformi il territorio italiano in retrovia attiva: sono questioni che a Delhi non si sono discusse, ma che il paragrafo 28, con il suo invito a «evitare azioni che possano aggravare ulteriormente la situazione», riguarda da vicino.[53] La terza riguarda il nome. Il governo italiano ha intitolato a Enrico Mattei il proprio piano per l’Africa, e il paragrafo 16 della Dichiarazione BRICS rivendica Bandung; i due richiami guardano allo stesso decennio, gli anni Cinquanta, e alla stessa intuizione, che l’autonomia dei Paesi decolonizzati e l’autonomia dell’Italia nel Mediterraneo fossero la stessa partita.[54] La differenza è che i BRICS ne hanno tratto un programma d’infrastrutture e l’Italia un nome. Mattei, con il 75 per cento all’Iran, cambiò il sistema. Un piano che porta il suo nome e che opera dentro il perimetro delle sanzioni, del CBAM e del 5 per cento in difesa non può cambiare nulla, per definizione: può solo amministrare, con maggiore o minore grazia, una subordinazione decisa altrove.

Bettino Craxi, a Sigonella, nell’ottobre 1985, fece un gesto che oggi appare inconcepibile: oppose la giurisdizione italiana alla forza americana su una pista italiana, e vinse.[55] Non era antiamericanismo: era la convinzione che un alleato è tale se conserva una sovranità da mettere sul tavolo. La Dichiarazione di Delhi, letta da Roma, pone la stessa domanda in forma rovesciata. I BRICS hanno costruito, con tutte le loro contraddizioni, un luogo in cui dieci Paesi che non sono d’accordo su nulla possono negoziare fino alle quattro del mattino e firmare un testo che ciascuno interpreta come vuole. L’Europa ha costruito un luogo in cui ventisette Paesi che si dicono d’accordo su tutto non possono negoziare nulla che non sia già stato deciso dall’alleato maggiore. Delle due geometrie, quella variabile e quella fissa, non è affatto ovvio quale sia la più fragile. E per l’Italia, che in quella geometria fissa è la periferia meridionale, la lezione di Delhi è che la sovranità torna a essere una merce scambiata sui tavoli internazionali: chi non la porta al tavolo, non partecipa alla trattativa.

La prova del 2027

Torniamo alla domanda da cui siamo partiti: che cosa hanno firmato, a Delhi, dieci Paesi che sulla guerra non sono d’accordo? Un metodo. La geometria variabile, che nel lessico europeo indica il fallimento dell’integrazione, nel dizionario BRICS ne è la condizione. Nessuno è obbligato a tutto; ciascuno aderisce a ciò che gli serve; il testo registra le adesioni e ne chiama unanimità il totale. L’India firma le sanzioni secondarie ma non la condanna di Washington; gli Emirati firmano la Palestina ma non quella di Israele; l’Iran firma la «massima moderazione» ma incassa il paragrafo 29; la Russia firma tutto e porta a casa la finanza; la Cina firma tutto e detta l’agenda. Il Brasile, assente, firma per delega e ottiene che di moneta non si parli. È una sommatoria, non una sintesi. Ma le istituzioni nascono spesso così, per somma di interessi prima che per condivisione di principi, e la storia dell’integrazione europea, dal carbone e dall’acciaio in poi, dovrebbe insegnarlo a chi oggi la usa come metro per giudicare i BRICS.

Antonio Gramsci, nel terzo dei Quaderni del carcere, scrisse una frase che da un decennio viene citata a ogni crisi e che qui va citata per intero, perché la seconda metà conta più della prima: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati».[56] Delhi è un documento dell’interregno. Il vecchio, l’ordine unipolare fondato sul dollaro, sullo SWIFT e sulla Quinta Flotta, muore a vista, e la base di Manama fuori uso ne è la fotografia più cruda. Il nuovo non può nascere, perché i suoi costruttori non sono d’accordo su nulla che riguardi la guerra, e perché la Cina che dovrebbe guidarlo è la stessa che trattiene le terre rare. I fenomeni morbosi sono tutt’intorno: uno stretto chiuso, un oleodotto colpito, un movimento yemenita che controlla l’altro stretto, un prezzo del petrolio che premia chi fa la guerra. Gramsci non offriva consolazioni: descriveva. Ma in un altro passo, quello sulla «guerra di posizione», offriva una chiave che a Delhi torna utile. Nelle società complesse, scriveva, la conquista del potere non avviene con l’assalto frontale, la «guerra di movimento», ma con la lenta occupazione delle trincee e delle casematte della società civile, la «guerra di posizione», che richiede «una concentrazione inaudita dell’egemonia».[57] Trasposta dalla lotta di classe alla contesa tra blocchi, con la cautela che i tempi impongono, la categoria illumina il metodo BRICS meglio di ogni altra. Sul comunicato, che è il campo aperto, il blocco non attacca. Sulle tubature, che sono le trincee, avanza a ogni vertice di qualche metro.

Il rischio di questo metodo è noto, ed è lo stesso che Gramsci individuava nella «rivoluzione passiva»: che la trasformazione avvenga dall’alto, senza mai diventare progetto condiviso, e che i sottalterni, i Paesi che nel gruppo non contano, l’Etiopia, l’Egitto indebitato, i partners africani, restino spettatori di un’egemonia che cambia mano senza cambiare natura. Il Sud globale che Modi vuole far sedere «in prima fila» rischia di trovarsi davanti a guardare Cina e Russia scrivere le regole al posto degli Stati Uniti. L’India lo sa: il suo avvertimento sui minerali e la sua insistenza sulla «tabella di marcia della riforma» sono il tentativo d’impedire che la geometria variabile diventi una geometria a due. Se ci riuscirà, i BRICS saranno davvero un’altra cosa rispetto a un G7 con altri membri. Se non ci riuscirà, saranno la coalizione di Brzezinski con un’appendice.

La verifica non è lontana, e ha una sede. La presidenza cinese del 2027 e il diciannovesimo vertice, in una città che Pechino non ha ancora annunciato, diranno quanti dei paragrafi condizionali di Delhi saranno diventati indicativi. Se la squadra operativa sui pagamenti avrà un protocollo, se lo studio di fattibilità sui cavi sarà diventato un tracciato, se la Borsa dei cereali avrà un primo contratto, se la comunità per l’IA aperta avrà un primo modello addestrato su calcolo non occidentale, allora Delhi sarà ricordata come il vertice in cui il blocco storico ha smesso di essere una metafora. Se invece i paragrafi resteranno cartacei, Delhi sarà ricordata per quello che la stampa anglosassone ha visto: un comunicato lungo, unanime e vuoto, firmato mentre il Golfo bruciava.

Chi scrive scommette sulla prima ipotesi, per una ragione che non ha a che fare con le simpatie e che è stata argomentata in queste pagine: le tubature, una volta posate, restano. Un sistema di messaggistica interoperabile, un deposito titoli, una rete di cavi, un prezzo di riferimento del grano non si smontano con un cambio di governo o con un dazio. Sono la forma che la sovranità assume quando non può più essere militare. Sono, per il Sud globale, ciò che il settantacinque per cento di Mattei fu per l’Iran e per l’Egitto: non una vittoria, ma la condizione per poterne ottenere una. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce: a Delhi, per una volta, dieci Paesi hanno provato a non venderla, ciascuno alle proprie condizioni. È meno di un’alleanza. È più di un comunicato. È, per ora, tutto ciò che la fase storica consente, e la fase storica, come sempre, si giudicherà dai fatti materiali. L’appuntamento è in Cina, tra dodici mesi, con la calcolatrice in mano.

 di Margherita Furlan per La Fionda  https://www.lafionda.org/2026/09/15/brics-unanimita-a-geometrie-variabili/

 

 

Fonti consultate

Documenti primari

BRICS, «New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability», XVIII vertice BRICS, Nuova Delhi, 12 settembre 2026 (140 paragrafi), https://www.pmindia.gov.in/en/news_updates/brics-new-delhi-declaration-building-for-resilience-innovation-cooperation-and-sustainability-september-12-2026/

BRICS, «Rio de Janeiro Declaration», XVII vertice, Rio de Janeiro, 6 luglio 2025.

BRICS, «Kazan Declaration», XVI vertice, Kazan, 23 ottobre 2024.

BRICS, «Fortaleza Declaration», VI vertice, Fortaleza, 15 luglio 2014.

Ministry of External Affairs (India), «Transcript of Special Press Briefing on the 18th BRICS Summit», Nuova Delhi, 12 settembre 2026.

Ministry of External Affairs (India), «Chair’s Statement and Outcome Document», riunione dei ministri degli Esteri BRICS, Nuova Delhi, 15 maggio 2026.

Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, «President Xi Jinping Attends Session II of the 18th BRICS Summit and Delivers an Important Statement», 13 settembre 2026.

NATO, «The Hague Summit Declaration», 25 giugno 2025.

Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio, 10 maggio 2023 (meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere).

Jim O’Neill, «Building Better Global Economic BRICs», Goldman Sachs Global Economics Paper n. 66, 30 novembre 2001.

Opere citate

Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo, Il Saggiatore, 1996; Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, 2008.

Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997 (trad. it. La grande scacchiera, Longanesi, 1998).

Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe, Piemme, 2013.

Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino, 2016.

Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975.

Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, 2001.

Carl Schmitt, Il nomos della terra, Adelphi, 1991.

Susan Strange, States and Markets, Pinter, 1988.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V.


[1]«BRICS Summit unanimously adopts “New Delhi Declaration”, stresses need to engage in conflict prevention», The Tribune, 12 settembre 2026, https://www.tribuneindia.com/news/brics-summit/brics-summit-unanimously-adopts-new-delhi-declaration-stresses-need-to-engage-in-conflict-prevention

[2]BRICS, «New Delhi Declaration: Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability», XVIII vertice BRICS, Nuova Delhi, 12 settembre 2026, testo integrale pubblicato dall’Ufficio del Primo ministro indiano, https://www.pmindia.gov.in/en/news_updates/brics-new-delhi-declaration-building-for-resilience-innovation-cooperation-and-sustainability-september-12-2026/ (d’ora in poi: Dichiarazione di Nuova Delhi), parr. 1 e 5.

[3]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 13, 17, 20-22, 27, 31.

[4]Al Jazeera, 13 settembre 2026, cit.

[5]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 7.

[6]Jim O’Neill, «Building Better Global Economic BRICs», Goldman Sachs Global Economics Paper n. 66, 30 novembre 2001.

[7]BRICS, «Fortaleza Declaration», VI vertice BRICS, Fortaleza, 15 luglio 2014; «Agreement on the New Development Bank» e «Treaty for the Establishment of a BRICS Contingent Reserve Arrangement», Fortaleza, 15 luglio 2014.

[8]BRICS, «Kazan Declaration. Strengthening Multilateralism for Just Global Development and Security», XVI vertice BRICS, Kazan, 23 ottobre 2024.

[9]BRICS, «Rio de Janeiro Declaration», XVII vertice BRICS, Rio de Janeiro, 6 luglio 2025; cfr. Sarang Shidore, «Against the odds, BRICS overcomes sharp divisions in New Delhi», Responsible Statecraft, 13 settembre 2026, https://responsiblestatecraft.org/2026-brics-summit/

[10]Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard. American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, Basic Books, New York, 1997, p. 55 (trad. it. La grande scacchiera, Longanesi, Milano, 1998). Traduzione dall’originale inglese.

[11]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 22. Traduzione dall’inglese dell’autrice, qui e per le citazioni successive dal testo.

[12]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 28.

[13]Ivi, par. 29.

[14]Rio de Janeiro Declaration, 6 luglio 2025, cit.

[15]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 30-34.

[16]Ivi, par. 35.

[17]Ivi, par. 27.

[18]Ivi, par. 40.

[19]Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro V, 89.

[20]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 90.

[21]Ivi, par. 93.

[22]Ivi, par. 94.

[23]Ivi, par. 102.

[24]Ivi, par. 97.

[25]Ivi, par. 115.

[26]MEA, Transcript of Special Press Briefing, 12 settembre 2026, cit.

[27]Susan Strange, States and Markets, Pinter, Londra, 1988, capitoli 2-6 sulle quattro strutture del potere

[28]Fondo Monetario Internazionale, Currency Composition of Official Foreign Exchange Reserves (COFER), serie trimestrale, https://data.imf.org/cofer; World Gold Council, Central Bank Gold Reserves Survey 2025, giugno 2025, https://www.gold.org

[29]Ministero degli Esteri della Repubblica popolare cinese, «President Xi Jinping Attends Session II of the 18th BRICS Summit and Delivers an Important Statement», Nuova Delhi, 13 settembre 2026, https://www.fmprc.gov.cn/mfa_eng/xw/zyxw/202609/t20260913_12021317.html

[30]Ivi.

[31]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 140.

[32]«BRICS Summit 2026: “Weaponisation Of Technologies And Critical Minerals Threatens Shared Progress”, Says PM Modi», Outlook India, 13 settembre 2026, https://www.outlookindia.com/international/brics-summit-2026-weaponisation-of-technologies-and-critical-minerals-threatens-shared-progress-says-pm-modi

[33]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 67.

[34]«Brics summit ends with Xi’s AI offer, Modi’s warning on critical minerals as weapons», South China Morning Post, 13 settembre 2026, https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3367341/chinese-leader-pledges-help-brics-nations-ai-and-smart-manufacturing

[35]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 81.

[36]Hung Cao, segretario ad interim della Marina degli Stati Uniti, intervista a The Epoch Times, ripresa in «Navy weighs future of Middle Eastern base after attacks: Iran “blew the hell out of Bahrain”», NewsNation, 11 settembre 2026, https://www.newsnationnow.com/us-news/military/iran-blew-out-bahrain-base-navy-chief/; «US Navy Acknowledges Iranian Strikes Seriously Damage Fifth Fleet Base in Bahrain», Sputnik, 11 settembre 2026, riprodotto in https://www.globalsecurity.org/military/library/news/2026/09/mil-260911-sputnik01.htm

[37]Stars and Stripes, agosto 2026, come riportato da Sputnik/GlobalSecurity, 11 settembre 2026, cit.

[38]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 16.

[39]Ivi, par. 10.

[40]Ivi, par. 74.

[41]Ivi, par. 77.

[42]Ivi, par. 60.

[43]Ivi, parr. 64 e 66.

[44]Ivi, par. 108; Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 maggio 2023, che istituisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, in vigore nella fase definitiva dal 1° gennaio 2026.

[45]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 24.

[46]Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum» (1950), trad. it. di Emanuele Castrucci, Adelphi, Milano, 1991.

[47]Nico Perrone, Enrico Mattei, Il Mulino, Bologna, 2001; sugli accordi con l’Iran (1957) e l’Egitto (1955) e sulla formula del 75/25.

[48]Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe. Perché dobbiamo pensare un mondo diverso, Piemme, Milano, 2013. Le tesi qui richiamate sono sintetizzate; il volume non contiene le formulazioni in forma letterale.

[49]Giovanni Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Il Saggiatore, Milano, 1996 (ed. or. The Long Twentieth Century, Verso, Londra, 1994); Id., Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo, Feltrinelli, Milano, 2008.

[50]Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., parr. 22 e 94.

[51]Ivi, par. 108; Regolamento (UE) 2023/956, cit.

[52]NATO, «The Hague Summit Declaration», L’Aja, 25 giugno 2025.

[53]Margherita Furlan, «L’arruolamento di Ankara», Antimafia Duemila, 10 luglio 2026, https://antimafiaduemila.com/home/primo-piano/larruolamento-di-ankara

[54]Presidenza del Consiglio dei ministri, «Piano Mattei per l’Africa», decreto-legge 15 novembre 2023, n. 161, convertito con legge 11 gennaio 2024, n. 2; Dichiarazione di Nuova Delhi, cit., par. 16.

[55]Sulla crisi di Sigonella (10-11 ottobre 1985) si vedano le comunicazioni di Bettino Craxi al Parlamento nell’ottobre 1985, Atti parlamentari, IX legislatura.

[56]Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, Quaderno 3, § 34, p. 311.

[57]Ivi, Quaderno 6, § 138, p. 802.

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