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Manovra 2027, fringe benefit in busta paga: quando rischia di essere tassato

21 October 2026 at 08:09

In vista della prossima Manovra finanziaria, si delinea con maggiore chiarezza il quadro dei bonus e delle agevolazioni che i lavoratori dipendenti vedranno direttamente in busta paga.

Al centro delle misure confermate per il triennio ci sono due strumenti chiave: i fringe benefit e i premi di produttività legati ai risultati aziendali. L’obiettivo del Governo è sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori, riducendo il carico di tasse e contributi sugli incentivi erogati dalle imprese.

Cosa sono i Fringe Benefit e quali sono i limiti esentasse

I fringe benefit rappresentano una forma di retribuzione non monetaria o di rimborso che il datore di lavoro riconosce al dipendente. Tra le forme più comuni rientrano i buoni spesa e carburante, il rimborso delle bollette di luce, gas e acqua, l’uso dell’auto aziendale e i dispositivi elettronici.

Per il 2027 restano confermati i limiti di esenzione fiscale entro i quali questi benefici non vengono tassati e non concorrono alla formazione dello stipendio imponibile:

  • 1.000 euro all’anno per la generalità dei lavoratori dipendenti senza figli a carico;
  • 2.000 euro all’anno per i lavoratori dipendenti con figli fiscalmente a carico.

Premi di produttività: tassa ridotta all’1% fino a 5.000 euro

Una delle misure più favorevoli per chi riceve premi di risultato riguarda la tassazione agevolata. Per il biennio 2026-2027, la quota versata come premio di produttività viene tassata con un’imposta sostitutiva ridotta all’1% entro il tetto massimo di 5.000 euro lordi.

Inoltre, se il lavoratore sceglie di convertire il premio di risultato in servizi di welfare aziendale, come versamenti alla previdenza complementare o fondi di assistenza sanitaria, la somma resta interamente esentasse. Questa agevolazione viaggia su un binario separato e non va ad intaccare i tetti ordinari dei fringe benefit.

Cosa succede se si supera la soglia esentasse

Sui fringe benefit c’è una regola fondamentale da tenere a mente per non avere brutte sorprese: i tetti di 1.000 e 2.000 euro funzionano come un dentro o fuori. Questo significa che la soglia non è una franchigia.

Se durante l’anno il totale dei benefit ricevuti supera il limite anche solo di un euro, si perde completamente l’agevolazione. Di conseguenza, Irpef e contributi non si pagheranno solo su quell’euro in più, ma sull’intera somma erogata dall’azienda.

Quali sono le scadenze e come funziona la data limite

Per capire a quale anno appartengono i benefit o i rimborsi ricevuti dall’azienda, la legge prevede una finestra temporale extra chiamata principio di cassa allargato. In parole semplici:

  • tutti i rimborsi e i benefit che il datore di lavoro eroga entro il 12 gennaio 2027 vengono attribuiti al calcolo delle tasse dell’anno precedente;
  • tutti i pagamenti e i servizi riconosciuti a partire dal 13 gennaio 2027 entrano invece nel conteggio del nuovo anno fiscale.

Nuovo bonus mamme 2026 Inps: via alle domande, come fare e requisiti

20 October 2026 at 14:42

L’Inps ha aperto da oggi il canale telematizzato per l’invio delle domande relative al Nuovo bonus mamme 2026.

Con la pubblicazione del messaggio numero 3343, l’Istituto dà ufficialmente il via alle richieste per accedere al contributo economico erogato in un’unica soluzione con la mensilità di dicembre 2026.

Come fare domanda sul portale Inps passo dopo passo

La procedura per richiedere l’assegno si svolge interamente online sul sito dell’Istituto tramite i seguenti passaggi:

  • accedere al portale ufficiale Inps autenticandosi con Spid di livello 2, Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi o eIdas;
  • entrare nella sezione dedicata alle prestazioni a sostegno del reddito e selezionare il punto d’accesso per le prestazioni non pensionistiche;
  • spuntare l’opzione del Nuovo bonus mamme 2026 e compilare il modulo con i dati del rapporto di lavoro e i codici fiscali dei figli;
  • verificare la correttezza dei dati inseriti, inoltrare la richiesta e scaricare la ricevuta con il numero di protocollo.

Sarà possibile consultare lo stato di avanzamento dell’istanza direttamente dall’area riservata MyInps o rivolgendosi a un patronato.

Entro quando si può fare richiesta

Le lavoratrici interessate hanno tempo fino al 31 dicembre 2026 per trasmettere la domanda. Il termine slitta al 31 gennaio 2027 solo per chi perfeziona i requisiti d’accesso nel corso del mese di dicembre 2026.

Le differenze con il precedente Bonus mamme

Il nuovo incentivo presenta modifiche sostanziali rispetto al vecchio Bonus mamme. Mentre il vecchio strumento si configurava come uno sgravio del 100% dei contributi previdenziali Ivs a carico della lavoratrice, la misura attuale consiste in un contributo economico diretto erogato dall’Inps.

Con la decontribuzione si poteva cumulare un beneficio di 3.000 euro l’anno, percepiti durante l’anno in busta paga. Il nuovo bonus accredita un importo fisso di 60 euro al mese, per un tetto massimo di 720 euro annui, che viene liquidato in un’unica soluzione a fine anno.

In passato il diritto spettava esclusivamente alle lavoratrici dipendenti con contratto a tempo indeterminato. La nuova disciplina estende invece l’accesso alla prestazione sia alle lavoratrici dipendenti sia alle lavoratrici autonome e alle libere professioniste.

Infine, se con il vecchio beneficio fiscale non era prevista alcuna soglia Isee o reddituale, la nuova misura introduce un tetto al reddito annuo individuale da lavoro, fissato entro il limite massimo di 40.000 euro.

Bonus 500 euro respinto nonostante Naspi e disoccupazione, il chiarimento dell’Inps

20 October 2026 at 12:15

Circa 350 giovani che hanno chiesto il contributo da 500 euro al mese per l’autoimpiego hanno presentato un esposto alle autorità europee e all’Anac contro i rigetti delle loro domande. Dopo che la vicenda è arrivata sui giornali, l’Inps è intervenuto con un comunicato stampa il 20 ottobre 2026. Nella nota l’Istituto esclude che le domande siano decise da algoritmi e indica nel Ministero del Lavoro l’unico soggetto che può certificare lo stato di disoccupazione. Proprio su questo requisito, infatti, si sono bloccate molte pratiche, comprese quelle di chi, al momento di aprire l’attività, percepiva la Naspi.

Il contributo è previsto dall’articolo 21, comma 3, del decreto Coesione e vale 500 euro mensili per un massimo di 3 anni, al massimo fino al 31 dicembre 2028. Spetta a chi aveva meno di 35 anni ed era disoccupato quando ha avviato un’impresa o aperto la partita Iva tra il 1° luglio 2024 e il 31 dicembre 2025, nei settori delle nuove tecnologie e della transizione digitale ed ecologica. L’Inps ha chiuso l’istruttoria a giugno, aprendo la fase dei riesami per le domande respinte.

Cosa contestano i richiedenti

Come riportato da Fanpage, l’esposto è stato inviato all’Olaf (l’Ufficio europeo per la lotta antifrode), alla Procura europea e all’Autorità nazionale anticorruzione da circa 350 richiedenti e da un comitato civico. Le contestazioni principali riguardano:

  • rigetti che sarebbero stati decisi da procedure automatizzate senza un adeguato controllo umano, in contrasto con l’articolo 22 del Gdpr;
  • lo stato di disoccupazione, la cui verifica sarebbe all’origine di oltre 3.000 delle circa 5.000 richieste di riesame;
  • pratiche ferme da mesi;
  • difficoltà nell’accesso agli atti che motivano i rigetti.

Il coinvolgimento delle autorità europee si spiega con il finanziamento. La misura rientra infatti nel Programma nazionale Giovani, donne e lavoro 2021-2027, cofinanziato dal Fondo sociale europeo Plus.

I chiarimenti dell’Inps sulle verifiche

La nota non cita l’esposto ma solo gli articoli usciti in questi giorni. Sul punto delle decisioni automatizzate spiega che:

L’istruttoria automatizzata non è basata su algoritmi decisionali ma sulla consultazione e sul riscontro delle informazioni certificate presenti nelle banche dati disponibili.

L’Istituto controlla nei propri archivi i dati dell’impresa o la data di apertura della partita Iva per i liberi professionisti, l’appartenenza dell’attività alle categorie ammesse e i dati anagrafici del richiedente. Su queste voci i funzionari stanno riesaminando le pratiche caso per caso.

Chi certifica lo stato di disoccupazione

Come previsto dalla circolare 148 del 28 novembre 2025, lo stato di disoccupazione viene attestato con una dichiarazione sostitutiva al momento della domanda. L’Inps verifica che sia presente consultando la banca dati del Ministero del Lavoro, che definisce

unico soggetto competente a certificare lo stato di disoccupazione.

Se nel sistema non risulta la posizione, la domanda viene respinta anche quando il richiedente ha documenti che dicono il contrario. Le posizioni corredate da documentazione idonea, precisa l’Inps, sono state sottoposte alla valutazione del Ministero.

Perché ci sono ritardi

L’Istituto ha riconosciuto un rallentamento nella conclusione delle pratiche, soprattutto nei casi in cui è servita la valutazione di un’altra amministrazione.

Il pagamento, comunque, parte quando arrivano le informazioni mancanti e vengono confermati tutti i requisiti, compreso il Durc, il Documento unico di regolarità contributiva.

Il nodo della Naspi

L’articolo 21, comma 1, del Dlgs 150/2015 stabilisce che la domanda di Naspi presentata all’Inps, che viene trasmessa ai fini dell’inserimento nel sistema informativo unitario delle politiche del lavoro, equivale alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (Did), il passaggio da cui dipende lo stato di disoccupazione.

Sulla carta, quindi, chi ha chiesto la Naspi dovrebbe risultare disoccupato. Quando non succede, il problema riguarda i dati presenti nel sistema. Su questi casi si concentrano i riesami trasmessi al Ministero.

Cosa fare se la domanda è ancora bloccata

Se si è tra i richiedenti del bonus da 500 euro al mese del decreto Coesione, i passaggi da seguire sono:

  1. verificare nel servizio Incentivo decreto Coesione del portale Inps, con identità digitale, il motivo del rigetto;
  2. se il rigetto riguarda la disoccupazione, controllare che nel sistema risultino la Did e lo stato di disoccupazione alla data di avvio e, se mancano, chiederne l’aggiornamento, dato che in riesame l’Inps si basa su queste risultanze;
  3. allegare al riesame tutta la documentazione che prova il requisito, come la domanda di Naspi e il relativo provvedimento;
  4. verificare di essere in regola con i versamenti contributivi, perché senza Durc regolare il pagamento non parte.

Bonus affitto per genitori in scadenza, escluse le coppie mai sposate: c’è ancora tempo

19 October 2026 at 16:07

Sta per scadere il termine ultimo per inviare le domande per il bonus affitto 2026 dedicato ai genitori separati o divorziati. La piattaforma del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti accoglierà le domande fino alle 12:00 del 28 ottobre 2026.

Chi invierà la domanda rispettando i requisiti richiesti otterrà un contributo fino a 500 euro al mese, per un massimo di 6.000 euro l’anno, che copre il 50% del canone di locazione.

Cos’è il bonus affitto per genitori separati

Il bonus affitto per i genitori separati è stato previsto dalla legge di Bilancio 2026 e si tratta di un fondo per il sostegno abitativo dedicato ai genitori separati o divorziati non assegnatari dell’abitazione familiare di proprietà.

La misura prevede complessivamente 60 milioni di euro in tre anni e una platea di almeno 5.000 beneficiari. Le risorse saranno ripartite tra le varie regioni, tenendo conto del numero dei genitori separati e divorziati e del livello di tensione abitativa.

Chi ha diritto al bonus affitto 2026

I requisiti per ottenere il bonus devono valere al momento dell’invio della domanda, che per il 2026 è entro il 28 ottobre alle ore 12:00.

Il richiedente deve:

  • essere un genitore separato o divorziato;
  • essere in possesso del provvedimento di separazione o divorzio;
  • non essere assegnatario dell’abitazione familiare di proprietà;
  • avere almeno un figlio di età inferiore a 21 anni;
  • essere in regola con gli obblighi di cura e mantenimento dei figli.

Ma soprattutto, trattandosi di un bonus affitto, deve avere intestato un contratto di locazione regolarmente registrato.

Chi è escluso?

Restano esclusi i richiedenti che hanno un reddito individuale che supera i 35.000 euro o che sono proprietari di immobili a uso residenziale nello stesso comune dell’abitazione familiare o nei comuni limitrofi.

Non possono fare domanda neanche i richiedenti che sono già beneficiari di altri sussidi pubblici, statali o di altri enti destinati al sostegno abitativo.

Genitori non sposati

Una categoria esclusa è quella dei genitori mai sposati. Il Ministero ha infatti sottolineato come il bonus possa essere richiesto solo da genitori separati o divorziati.

Quindi, anche se si tratta della conclusione di una convivenza lunga dalla quale sono nati dei figli, con tanto di provvedimento di affidamento, collocamento o mantenimento, la normativa non li tiene in considerazione.

Quanto vale il bonus?

Si parla di un bonus fino a 500 euro, ma in realtà il contributo è pari al 50% del canone di locazione sostenuto. Esiste però un tetto, che è pari a 6.000 euro annui.

Se si riesce a ottenere la somma massima, l’importo su base mensile corrisponde a 500 euro. Non si tratta però di un’erogazione mensile, ma di un’unica erogazione annuale.

Per raggiungere il tetto massimo serve un canone di almeno 1.000 euro al mese. Quindi:

nel caso di un affitto di 700 euro mensili, il bonus copre sempre il 50% del contratto, quindi 350 euro al mese per un massimo di 4.200 euro l’anno.

Come e quando presentare la domanda

Per presentare la domanda bisogna accedere con la propria identità digitale alla piattaforma dedicata del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Verrà chiesto di confermare i requisiti obbligatori per l’accesso al bonus e compilare tutti i dati richiesti, tra i quali reddito, informazioni sui figli e dati catastali.

Per quanto riguarda i tempi, la finestra resta aperta ancora per poco: fino alle ore 12:00 del 28 ottobre 2026.

Attenzione: presentare la domanda non significa ottenere il bonus. Sarà infatti stilata una graduatoria elaborata automaticamente dalla piattaforma e separatamente per ciascuna regione. Il contributo viene pagato fino a esaurimento delle risorse.

Bonus busta paga, confermate esenzioni per fringe benefit: importo ed erogazione

19 October 2026 at 15:02

C’è da aspettarsi diversi bonus in busta paga per il 2027. Sul calcolo delle buste paga infatti, a partire dal prossimo anno, ci sono alcune certezze e una di queste è il potenziamento delle agevolazioni su fringe benefit e premi di produttività. Certezza dovuta sia al fatto che la maggioranza punta a rendere strutturale per il prossimo anno la detassazione dei fringe benefit, sia perché questi sono già stati confermati con una deroga.

Ma cosa sono i fringe benefit e a chi spettano? Anche se non è stata ancora approvata la manovra 2027, si può parlare di quanto già confermato.

Cosa sono?

Facciamo un piccolo passo indietro e capiamo che cosa sono i fringe benefit e perché sono tra i temi al centro della Manovra 2027. Si tratta di benefici previsti dal contratto o concessi volontariamente dal datore di lavoro. Sono benefici accessori che possono tradursi in beni o servizi, ma anche in somme erogate o rimborsate.

Fringe benefit confermati per il 2027

Non sappiamo cosa ci sarà esattamente nella Manovra 2027, ma si dovrà discutere anche di fringe benefit. Non tanto per il 2027, perché quelli sono già stati confermati, ma per il prossimo triennio.

Infatti la legge di bilancio 2025 ha dettato le linee guida per il 2025-2027. Tra queste, le soglie che non concorrono alla formazione del reddito da lavoro dipendente:

  • 1000 euro all’anno per tutti i dipendenti;
  • 2000 euro all’anno per i dipendenti con figli fiscalmente a carico.

Cosa succede se si supera il limite?

Se il valore complessivo dei fringe benefit supera il limite applicabile al dipendente, magari per via di diverse somme erogate o rimborsate dal datore di lavoro, l’importo diventa imponibile.

Attenzione: se il valore supera il limite, l’intero importo diventa imponibile, non soltanto la quota che eccede la soglia.

Può accadere soprattutto quando è il datore di lavoro che riconosce benefici e servizi. Si possono infatti attribuire ad personam, quindi anche a un singolo dipendente. Per questo bisogna fare attenzione al peso dei fringe benefit nei piani di welfare aziendale.

Quali sono i fringe benefit?

Quali sono i fringe benefit? Nella categoria dei beni accessori rientrano tanto le auto aziendali quanto le utenze domestiche.

Una breve lista potrebbe essere la seguente:

  • l’auto aziendale a uso promiscuo;
  • lo smartphone e il computer concessi a uso promiscuo;
  • i buoni acquisto e i buoni carburante;
  • i prestiti ai dipendenti;
  • i fabbricati in uso ai dipendenti;
  • utenze domestiche: rimborso per le spese di acqua, luce e gas;
  • polizze assicurative.

Quando arrivano i fringe benefit: tempi di erogazione

I tempi di erogazione possono variare. Secondo l’art. 51 del TUIR, le somme e i valori corrisposti dal datore di lavoro entro il 12 gennaio successivo sono considerati fiscalmente percepiti nell’anno precedente.

Quindi i fringe benefit riferiti al 2026 possono anche essere messi a disposizione del dipendente entro il 12 gennaio 2027 e concorrere al calcolo delle soglie relative al 2026.

Dal 13 gennaio invece il benefit rientra nel nuovo periodo d’imposta e sarà quindi considerato ai fini delle soglie applicabili al 2027.

Carta Dedicata a Te 2026, 500 euro dal 4 novembre: chi li riceve e la scadenza da rispettare

19 October 2026 at 12:49

Torna la Carta Dedicata a Te 2026, il contributo economico da 500 euro destinato alle famiglie con redditi più bassi per l’acquisto di beni alimentari di prima necessità. La nuova ricarica sarà disponibile a partire dal 4 novembre 2026 sulle carte prepagate distribuite da Poste Italiane. Il sostegno è stato confermato anche per il 2027, con un ulteriore accredito di 500 euro previsto dal mese di aprile. Complessivamente, le famiglie beneficiarie potranno quindi ricevere 1.000 euro nel biennio, a condizione di rispettare i requisiti previsti.

Carta Dedicata a Te 2026, chi riceve i 500 euro e i requisiti Isee

Il contributo è riservato alle famiglie residenti in Italia che rispettano specifiche condizioni economiche e anagrafiche. La misura interesserà 1.177.597 nuclei familiari. Tra le agevolazioni è previsto anche uno sconto aggiuntivo del 15% nei supermercati convenzionati, cumulabile con le promozioni già applicate nei punti vendita.

Per accedere alla Carta Dedicata a Te è necessario avere un Isee ordinario non superiore a 15mila euro e tutti i componenti del nucleo familiare iscritti all’Anagrafe della popolazione residente. Nell’assegnazione delle risorse viene data priorità alle famiglie composte da almeno tre persone, con particolare attenzione alla presenza di figli minorenni e ai nuclei con Isee più basso.

La disponibilità della carta non dipende soltanto dal rispetto della soglia economica, ma anche dai criteri di selezione e dalle risorse assegnate ai singoli Comuni. Sono esclusi dal contributo i nuclei che già percepiscono alcune misure di sostegno economico, tra cui l’Assegno di inclusione, la Carta acquisti, la NASpI, la DIS-COLL e la Cassa integrazione.

Quando arriva la Carta Dedicata a Te 2026

L’Inps ha confermato che le ricariche da 500 euro partiranno il 4 novembre 2026. Chi ha già ricevuto la Carta Dedicata a Te nelle precedenti edizioni e risulta nuovamente beneficiario potrà utilizzare la stessa tessera, senza doverne richiedere una nuova.

Le famiglie che ottengono il contributo per la prima volta dovranno invece ritirare la carta presso un ufficio postale, seguendo le indicazioni ricevute dal proprio Comune. È prevista una scadenza importante: il primo acquisto deve essere effettuato entro il 16 dicembre 2026. Se la carta non viene utilizzata entro questa data, il beneficiario perde il contributo relativo all’annualità. La successiva ricarica da 500 euro, riferita al 2027, sarà disponibile a partire dal mese di aprile dello stesso anno.

Come ottenere la Carta Dedicata a Te senza presentare domanda

Per ricevere il contributo non è necessario presentare alcuna richiesta all’Inps o al Comune. I beneficiari vengono individuati automaticamente attraverso l’incrocio dei dati disponibili nelle banche dati pubbliche, sulla base dei requisiti previsti dalla normativa.

È quindi importante disporre di un’attestazione Isee aggiornata e valida. I Comuni si occupano della verifica degli elenchi e della comunicazione dell’assegnazione alle famiglie selezionate. Chi riceve la carta per la prima volta dovrà presentarsi all’ufficio postale con la comunicazione del Comune, un documento d’identità valido e il codice fiscale.

Sconto del 15% nei supermercati, dove si può utilizzare

I beneficiari della Carta Dedicata a Te possono ottenere un ulteriore sconto del 15% sugli acquisti alimentari nei punti vendita aderenti alle convenzioni stipulate dal ministero dell’Agricoltura. Le intese coinvolgono Federdistribuzione, ANCC Coop, ANCD Conad e Lidl, oltre agli altri operatori che aderiscono alle convenzioni ministeriali.

La riduzione è cumulabile con le promozioni già disponibili nei supermercati, consentendo alle famiglie di utilizzare il contributo anche per prodotti in offerta. Ad esempio, su una spesa alimentare ammissibile di 100 euro, uno sconto del 15% porta l’importo da pagare a 85 euro. Il risparmio effettivo dipende comunque dai prodotti acquistati e dalle condizioni applicate dal punto vendita.

Cosa si può comprare con la Carta Dedicata a Te 2026

I 500 euro possono essere utilizzati per acquistare esclusivamente prodotti alimentari di prima necessità. Tra gli articoli ammessi rientrano carne, pesce fresco, latte, formaggi, uova, pasta, riso, farine, pane, frutta e verdura. Sono compresi anche legumi, prodotti surgelati, conserve alimentari, olio, miele, zucchero, cioccolato, caffè, tè e camomilla. La carta può essere utilizzata inoltre per acquistare alimenti destinati ai bambini e alla prima infanzia, compreso il latte artificiale. Tra i prodotti ammessi figurano anche quelli certificati DOP e IGP, per sostenere le produzioni agroalimentari di qualità.

Bonus nido 2026, quanto si recupera sulle rette e quali errori bloccano il rimborso

19 October 2026 at 12:09

Il bonus asilo nido 2026 permette alle famiglie di recuperare fino a 3.600 euro all’anno sulle rette pagate per la frequenza dei figli. L’importo riconosciuto dall’Inps dipende dall’Isee e dalla data di nascita del bambino, mentre il pagamento avviene dopo la presentazione della documentazione che dimostra le spese sostenute. Per ottenere il contributo è necessario rispettare alcune condizioni e prestare attenzione alla compilazione della domanda. Ricevute incomplete, pagamenti non documentati e dati errati della struttura educativa possono impedire il riconoscimento del rimborso o rallentare i tempi di lavorazione. Dal 2026 la procedura è stata semplificata: la domanda rimane valida fino ad agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni, ma le famiglie devono aggiornare annualmente le mensilità richieste.

Bonus nido 2026, quanto si recupera sulle rette in base all’Isee

Il contributo è destinato ai genitori di bambini con meno di tre anni che frequentano strutture educative autorizzate. L’importo massimo varia in base all’Isee e all’anno di nascita. Per i bambini nati dal 1° gennaio 2024, sono previsti:

  • 3.600 euro annui, con Isee fino a 40mila euro;
  • 1.500 euro annui, con Isee superiore a 40mila euro oppure in assenza di un indicatore valido.

Per i bambini nati prima del 1° gennaio 2024, gli importi sono differenti:

  • 3.000 euro annui con Isee fino a 25mila euro circa;
  • 2.500 euro annui con Isee superiore a 25mila e fino a 40mila euro;
  • 1.500 euro annui con Isee superiore a 40mila euro oppure non disponibile.

Il rimborso viene riconosciuto per un massimo di undici mensilità e non può superare l’importo effettivamente pagato per la retta.

Dal 2026, ai fini del calcolo, viene utilizzato l’Isee per specifiche prestazioni familiari e per l’inclusione, neutralizzando gli importi dell’Assegno unico secondo le regole previste dall’Inps.

Quanto rimborsa l’Inps su una retta da 300 o 400 euro

Per comprendere il funzionamento del bonus si possono considerare due esempi pratici. Una famiglia con un bambino nato nel 2025 e un Isee di 25mila euro può ottenere fino a 3.600 euro annui, suddivisi in undici rate, generalmente da 327,27 euro. Se la retta mensile è di 400 euro, il rimborso può arrivare a 327,27 euro, lasciando a carico della famiglia circa 72,73 euro.

Con una retta di 300 euro mensili, invece, il contributo copre l’intera spesa documentata, perché il rimborso non può essere superiore a quanto effettivamente pagato. Per un bambino nato prima del 2024, con un Isee di 30mila euro, il limite annuale è invece di 2.500 euro, corrispondente a rate di circa 227,27 euro. Gli importi effettivi dipendono dalle mensilità ammesse, dalle spese documentate e dai requisiti posseduti.

È comunque obbligatorio indicare annualmente le mensilità per le quali si richiede il rimborso. Per le rette riferite al 2026, i documenti di spesa devono essere caricati entro il 30 aprile 2027. L’Inps indica un termine ordinario di 30 giorni per la lavorazione, che decorre dalla disponibilità della documentazione completa. Per i singoli rimborsi mensili, il termine decorre dal caricamento dei relativi giustificativi, una volta accolta la domanda.

Quali errori possono bloccare il rimborso del bonus nido

Uno degli aspetti principali riguarda la documentazione delle spese. L’Inps richiede, per ogni mensilità, una fattura oppure una ricevuta o un avviso di pagamento nei casi consentiti, accompagnati dalla prova del versamento effettuato con strumenti tracciabili. Tra gli errori che possono compromettere o ritardare il pagamento rientrano:

  • Mancanza della ricevuta o della fattura relativa alla mensilità richiesta;
  • Assenza della prova del pagamento tracciabile, necessaria per dimostrare che la retta è stata effettivamente versata;
  • Indicazione errata della struttura educativa o mancata verifica della sua autorizzazione;
  • Isee assente o difforme, che può comportare il riconoscimento dell’importo minimo;
  • Mancato aggiornamento delle mensilità richieste per l’anno di riferimento.

Un ulteriore elemento riguarda il soggetto che presenta la domanda: deve essere il genitore che sostiene effettivamente il pagamento della retta. L’Inps verifica anche che il nido possieda il titolo abilitativo richiesto dalla normativa regionale. Se la struttura non risulta autorizzata, il contributo non può essere riconosciuto.

Assegno Unico 2027, in arrivo gli aumenti per l’inflazione: i nuovi importi e le fasce Isee

19 October 2026 at 06:56

L’aggettivo caro, nella sua declinazione economica, continuerà ad accompagnare qualsiasi aspetto della vita degli italiani. Con l’inflazione che continua a erodere la capacità di spesa, si prevedono adeguamenti generali degli stipendi, ma anche delle misure previdenziali legate all’assistenza alla natalità, come l’Assegno Unico.

Si stima una rivalutazione del bonus intorno al 2,9%, con il conseguente adeguamento dei criteri di accesso per nucleo familiare. Le prime erogazioni con i valori aggiornati avverranno a partire dai mesi di febbraio e marzo del prossimo anno.

Rivalutazione Isee e nuovi importi per i figli

L’adeguamento non riguarda solo le somme erogate, ma anche le fasce Isee di riferimento. La soglia per accedere all’importo massimo salirà a circa 17.975,10 euro, rispetto ai 17.468,51 euro del 2026, mentre il limite oltre il quale viene corrisposta la quota minima passerà a oltre 47.933,61 euro. Una misura che risponde alla necessità di venire incontro al ceto medio, che soffre maggiormente la pressione fiscale.

Per un figlio minorenne, l’assegno base potrà raggiungere i 209,70 euro al mese, contro i 203,80 euro attuali, con un incremento di 5,90 euro mensili. Per chi si trova a cavallo tra due scaglioni, il ricalcolo combinato delle tabelle e la nuova soglia Isee potrà generare un beneficio complessivo superiore ai 100 euro su base annua.

Tipologia di quota o maggiorazione Importo 2026 Stima 2027 Aumento mensile
Massimo per figli minorenni (Isee base) 203,80 euro 209,70 euro 5,90 euro
Minimo per figli minorenni (Isee alto) 58,30 euro 60,00 euro 1,70 euro
Massimo figli maggiorenni (18-20 anni) 99,10 euro 102,00 euro 2,90 euro
Maggiorazione dal terzo figlio in poi 99,10 euro 102,00 euro 2,90 euro
Maggiorazione genitore secondo percettore 34,90 euro 35,90 euro 1,00 euro

Qual è l’impatto sulle famiglie numerose

L’effetto dell’adeguamento risulterà più evidente per i nuclei familiari con più figli a carico, che beneficeranno non solo dell’incremento dell’importo base per l’Assegno Unico, ma anche del ricalcolo delle singole quote aggiuntive.

Proviamo a fare due conti. Un nucleo con tre figli minorenni collocato in prima fascia Isee potrà contare su un incremento di 17,70 euro al mese per la quota base, 5,90 euro per ciascun figlio, a cui si aggiungerà l’aumento di 2,90 euro per il terzo nato, che sale da 99,10 a 102 euro mensili.

Complessivamente, per questa tipologia di famiglia l’aumento sarà di 20,60 euro al mese, che si traducono in circa 247 euro in più spalmati nell’arco dell’anno. In ogni caso, bisognerà attendere la pubblicazione delle circolari ufficiali dell’Inps per la conferma dei coefficienti definitivi e il calendario di erogazione dei conguagli.

Tari, come controllare se hai ricevuto lo sconto del 25% e cosa fare se manca

19 October 2026 at 05:40

La tassa sulla spazzatura ha un peso non da poco per le famiglie italiane nella seconda parte dell’anno. Per questo un bonus TARI del 25% rappresenta un aiuto notevole. Introdotto da Arera nel 2026, non è però garantito a tutti.

Un aiuto che va ad affiancarsi a quelli già previsti per luce, gas e acqua. Lo sconto è automatico, ma proprio per questo motivo in tanti non hanno la minima idea se sia stato applicato o meno. Spieghiamo per bene cosa fare.

TARI, come funziona lo sconto del 25%

Il bonus TARI 2026 è disciplinato dalla delibera Arera 355/2025/R/rif del 1° agosto 2025. Le famiglie in condizioni di disagio economico possono così ottenere uno sconto del 25% sulla tassa sui rifiuti. Come detto, il riconoscimento dei beneficiari è automatico.

Ciò vuol dire che non occorre presentare una domanda specifica, perché gli aventi diritto vengono individuati dal sistema, che incrocia i dati delle dichiarazioni ISEE gestite dall’INPS. Ciò evidenzia ancora una volta quanto sia importante presentare i propri dati anno dopo anno.

Chi ha diritto al bonus

Secondo Arera, si parla di una platea potenziale di circa 4 milioni di nuclei familiari. Statistiche a parte, però, rientrano nella soglia del bonus TARI le famiglie con un ISEE fino a 9.530 euro. Una soglia che sale fino a un massimo di 20.000 euro, a patto però che siano presenti in casa almeno 4 figli a carico.

Tutto ruota intorno alla dichiarazione presentata, dunque. Ciò vuol dire che chi non ha un ISEE valido per quest’anno, resta escluso automaticamente dall’agevolazione, pur avendone i requisiti.

Come controllare se lo sconto è stato applicato

Per essere sicuri che lo sconto sia stato applicato occorre prestare attenzione all’avviso di pagamento o alla bolletta della TARI inviati dal Comune (o dal gestore del servizio rifiuti). Dovrebbe infatti esserci una voce specifica legata al bonus sociale.

In questo modo si potrà vedere il totale precedente ridotto del 25%. Sarebbe il caso di confrontare la cifra con quella dell’anno scorso, così da avere le idee più chiare sul vantaggio ottenuto. Ciò non vuol dire che la somma dell’anno scorso debba essere la stessa prevista per quest’anno. Possono infatti entrare in gioco eventuali aumenti delle tariffe su base locale.

Se l’avviso è già arrivato e la voce non compare, l’agevolazione potrebbe essere riconosciuta più avanti, per esempio sulle rate successive o con un conguaglio, a seconda di come l’ente gestisce la riscossione.

Cosa fare se lo sconto manca

Se il bonus TARI non compare, sarebbe il caso di verificare di avere un ISEE valido e di rientrare nelle soglie previste, controllando anche che la dichiarazione sia stata presentata nei tempi utili. Il passo successivo è contattare l’ufficio Tributi del proprio Comune o il gestore del servizio rifiuti, indicati sull’avviso di pagamento.

In questo modo si potranno ottenere dei chiarimenti anche sulle modalità d’erogazione locali di questo sconto. Come detto, infatti, l’agevolazione potrebbe giungere in seguito sulla rata successiva o come conguaglio.

Per informazioni generali sui bonus sociali e sui diritti dei consumatori è disponibile anche il numero verde dello Sportello per il consumatore dell’Arera, 800.166.654, che può orientare sui passaggi da seguire per ottenere quanto spetta.

Bonus mamme 2026 fino a 720 euro, come fare domanda e requisiti Inps

18 October 2026 at 11:53

Il bonus mamme 2026 sale a 60 euro al mese, per un massimo di 720 euro annui. L’Inps ha pubblicato la circolare n. 106 del 16 ottobre 2026, con le istruzioni per accedere al contributo destinato alle lavoratrici con almeno due figli. Il documento chiarisce i requisiti, gli importi, le modalità di presentazione della domanda e le tempistiche dei pagamenti. Per quest’anno c’è l’aumento del beneficio mensile che passa dai precedenti 40 euro a 60 euro. Il pagamento è previsto in un’unica soluzione a dicembre 2026, mentre l’apertura della procedura per presentare le richieste sarà comunicata successivamente dall’Istituto. La misura viene confermata in attesa dell’introduzione dell’esonero contributivo parziale per le lavoratrici madri, rinviato al 2027.

Bonus mamme 2026, a chi spetta e i requisiti Inps

Il Bonus mamme 2026 è rivolto alle lavoratrici dipendenti e autonome con almeno due figli, purché rispettino specifiche condizioni anagrafiche, lavorative ed economiche. In particolare, possono accedere al bonus:

  • le madri con due figli, se il più piccolo ha meno di 10 anni;
  • le madri con almeno tre figli, se il più piccolo ha meno di 18 anni.

Nel conteggio rientrano anche i figli adottati o in affidamento preadottivo. Il requisito relativo al numero dei figli deve essere presente al 1° gennaio 2026 oppure maturare entro il 31 dicembre dello stesso anno. Se, ad esempio, il secondo figlio nasce ad aprile, il contributo può essere riconosciuto a partire da quel mese.

Possono beneficiarne le lavoratrici dipendenti del settore pubblico e privato, comprese quelle con contratti a tempo determinato, indeterminato, intermittenti o in somministrazione. Sono ammesse anche le lavoratrici autonome iscritte alle gestioni previdenziali obbligatorie, alle casse professionali e alla Gestione separata. Restano escluse le lavoratrici domestiche. È inoltre previsto un limite economico: il reddito annuo da lavoro dipendente o autonomo non deve superare 40mila euro nel 2026.

Bonus mamme con tre figli, cosa cambia per i contratti a tempo indeterminato

Una distinzione importante riguarda le lavoratrici con almeno tre figli che hanno un contratto a tempo indeterminato. Per queste madri il nuovo bonus da 60 euro mensili non viene riconosciuto nei mesi in cui è presente, anche parzialmente, un rapporto di lavoro stabile.

Le lavoratrici interessate possono invece beneficiare, se rispettano i requisiti, dell’esonero del 100% dei contributi previdenziali IVS a proprio carico, previsto fino al 31 dicembre 2026. L’Inps precisa che anche i contratti di apprendistato rientrano tra quelli a tempo indeterminato.

Se una lavoratrice con tre figli passa da un contratto a termine a uno stabile, perde il diritto al nuovo bonus dal mese della trasformazione. Può tuttavia accedere all’esonero contributivo, se ne possiede i requisiti.

Il beneficio ammonta a 60 euro per ogni mese o frazione di mese di attività lavorativa, fino a un massimo di dodici mensilità. Chi possiede tutti i requisiti per l’intero anno può quindi ricevere 720 euro. Per periodi più brevi, l’importo viene calcolato in proporzione ai mesi per i quali spetta il contributo. L’Inps ha chiarito che le somme maturate tra gennaio e dicembre 2026 saranno versate in un’unica soluzione nel mese di dicembre 2026, insieme alla mensilità relativa allo stesso mese.

Come fare domanda all’Inps per il bonus mamme 2026

Per ottenere il Bonus mamme 2026 è necessario presentare una specifica domanda all’Inps. Il riconoscimento della prestazione non è quindi automatico. La procedura di presentazione delle domande non risulta ancora aperta. L’Inps ha precisato che la data di attivazione sarà comunicata attraverso un successivo messaggio ufficiale. Nella richiesta, la lavoratrice dovrà dichiarare il possesso dei requisiti, indicare i dati dei figli e fornire la documentazione necessaria, oltre a scegliere la modalità di pagamento prevista

Bonus assunzione detenuti, come richiedere 520 euro entro 31 ottobre 2026

18 October 2026 at 06:00

Entro il 31 ottobre 2026 è possibile richiedere il bonus per l’assunzione di persone detenute o internate. Si tratta del credito d’imposta previsto dalla legge Smuraglia, cui importo varia dai 300 ai 520 euro per ogni contratto di lavoro stipulato, a cui si aggiungono gli sgravi contributivi, che possono ridurre fino al 95% i contributi previdenziali e assistenziali dovuti, rispettando però condizioni e requisiti previsti dalla normativa.

Chi può richiedere il bonus assunzione detenuti nel 2026

Possono richiedere il bonus le imprese e le cooperative convenzionate con gli istituti penitenziari. In particolare, sono interessate:

  • le imprese private che impiegano lavoratori all’interno degli istituti penitenziari;
  • le persone ammesse al lavoro all’esterno del carcere ai sensi dell’articolo 21 della legge n. 354 del 1975;
  • i soggetti che si trovano in regime di semilibertà.

Come fare domanda entro il 31 ottobre

Entro la fine del mese di ottobre le imprese possono presentare domanda per ottenere il credito di imposta nel 2027. La procedura prevede l’invio di una richiesta preventiva all’Istituto penitenziario, così che questo possa:

  • programmare e assegnare le risorse disponibili per l’anno successivo;
  • inoltrare la domanda ai provveditorati regionali dell’Amministrazione penitenziaria e, successivamente, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

In questa fase viene indicato l’ammontare complessivo del credito d’imposta che si intende utilizzare, ma è il Dipartimento a definire, entro il 15 dicembre 2026, l’importo massimo del credito d’imposta riconoscibile a ciascun beneficiario. L’elenco delle imprese ammesse viene poi trasmesso all’Agenzia delle Entrate e pubblicato sul sito del ministero della Giustizia.

Quanto spetta

Il valore del beneficio fiscale varia in base alla posizione del lavoratore e alle caratteristiche del rapporto di lavoro. Nel dettaglio:

  • per i detenuti e gli internati assunti e impiegati nelle attività lavorative previste dalla normativa, il credito d’imposta può arrivare a 520 euro mensili per ciascun lavoratore;
  • per le persone ammesse al regime di semilibertà, invece, l’importo è pari a 300 euro al mese.

Nel caso di contratti part-time, il credito viene riproporzionato in relazione alle ore effettivamente lavorate. Di conseguenza, l’importo riconoscibile può essere inferiore a quello previsto per un rapporto a tempo pieno.

Per esempio, un’impresa che ha il titolo a beneficiare del credito nella misura massima di 520 euro mensili per un lavoratore assunto a tempo pieno, su dodici mesi, riceverà un bonus pari a 6.240 euro per ciascun lavoratore. In caso di assunzione part time al 50%(20 ore settimanali), l’importo del credito spettante è pari a 260 euro mensili, per un totale annuo di 3.120 euro annui per ciascun lavoratore. Se il lavoratore è in semilibertà, con un credito di 300 euro mensili per dodici mesi, il totale teorico è invece di 3.600 euro per un full time. Mentre si ricalcola in proporzione per un part time, tenendo conto dell’orario di lavoro settimanale.

Cosa succede se il detenuto torna in libertà

Il bonus per l’assunzione di detenuti e internati può continuare anche dopo la scarcerazione. La legge Smuraglia e i relativi decreti attuativi prevedono infatti che i benefici fiscali e contributivi continuino ad applicarsi nei successivi:

  • 18 mesi, se il lavoratore, al momento della liberazione, si trovava in regime di semilibertà o era ammesso al lavoro esterno;
  • 24 mesi, se il lavoratore era assunto all’interno dell’istituto penitenziario senza aver fruito del lavoro esterno o della semilibertà.

Decorsi questi termini temporali post-detenzione, l’impresa cessa di maturare il credito d’imposta e gli sgravi contributivi dedicati, pur potendo proseguire il normale rapporto di lavoro ordinario con il dipendente.

Nuove imprese a tasso zero, rifinanziato il bando On-Oltre del Mimit: come partecipare

17 October 2026 at 06:56

Il ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) ha disposto il rifinanziamento del bando On-Oltre, la misura gestita da Invitalia che con finanziamenti a tasso zero sostiene la nascita e lo sviluppo di micro e piccole imprese prevalentemente costituite da giovani e donne. Lo stanziamento aggiuntivo ammonta a 59 milioni di euro e punta a rispondere alla crescita delle richieste registrata nel corso del 2026.

Il provvedimento, annunciato il 12 ottobre 2026, rappresenta un’opportunità sia per chi vuole avviare un’attività imprenditoriale sia per consolidare un’impresa costituita da pochi anni.

Cosa prevede il bando On-Oltre del Mimit

Il bando riguarda diversi comparti dell’economia, dalla produzione di beni ai servizi, dal commercio al turismo. Per accedere al sostegno occorre però rispettare specifici requisiti societari, predisporre un piano d’impresa credibile e presentare la domanda attraverso la piattaforma telematica di Invitalia.

Il finanziamento agevolato ha una durata massima di dieci anni e mira a rafforzare la capacità della misura di sostenere nuove iniziative imprenditoriali, favorendo l’ingresso dei giovani e delle donne nel tessuto produttivo nazionale.

Le domande invece vengono esaminate attraverso una procedura valutativa a sportello. Questo significa che la presentazione dell’istanza non determina automaticamente il diritto al finanziamento, perché il progetto deve essere valutato e deve rispettare le condizioni richieste.

La misura riconosce in alcuni casi anche contributi a fondo perduto. Tuttavia, il 30 giugno 2026 il Mimit ha comunicato l’esaurimento delle risorse destinate a questi aiuti. Di conseguenza, per le domande presentate successivamente alla pubblicazione di quell’avviso, le agevolazioni sono concesse esclusivamente sotto forma di finanziamento a tasso zero.

Chi può richiedere il finanziamento a tasso zero

L’agevolazione si rivolge alle micro e piccole imprese dove sia i soci che le quote di partecipazione, alla data di presentazione della domanda, risultino appartenere a giovani di età compresa tra 18 e 35 anni oppure a donne. Tale condizione riguarda contemporaneamente la componente numerica dei soci e la distribuzione delle quote societarie. Non è sufficiente, per esempio, che una donna detenga una partecipazione minoritaria se non sono rispettate anche le altre condizioni previste.

Possono fare richiesta sia le attività nate da poco sia quelle già avviate. Tuttavia, il bando distingue le imprese costituite da non più di 36 mesi da quelle costituite da oltre 36 mesi e fino a un massimo di 60 mesi. La categoria alla quale si appartiene determina l’importo massimo delle spese finanziabili.

L’incentivo è accessibile anche alle persone fisiche che intendono costituire una nuova impresa. In questo caso, però, i promotori devono impegnarsi a completare la costituzione della società e a trasmettere la documentazione richiesta entro i termini indicati nella comunicazione di ammissione alle agevolazioni. Se la domanda viene accolta favorevolmente, chi ha presentato il progetto riceve una comunicazione ufficiale. Da quel momento scatta un termine di tempo definito (solitamente qualche mese).

Quali attività e progetti possono essere finanziati

On-Oltre sostiene iniziative imprenditoriali realizzabili su tutto il territorio nazionale. I progetti devono però appartenere a uno dei settori ammessi dalla misura. Rientrano:

  • la produzione di beni nell’industria e nell’artigianato;
  • la trasformazione dei prodotti agricoli;
  • la fornitura di servizi alle imprese e alle persone;
  • il commercio;
  • il turismo, compresi i servizi legati all’innovazione sociale e le attività turistico-culturali orientate alla valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico. Possono rientrare nell’ambito dell’incentivo anche iniziative finalizzate a migliorare la ricettività e l’accoglienza turistica.

Il progetto deve inoltre essere coerente con il piano d’impresa presentato e con le spese che la normativa considera finanziabili.

Quanto spetta

I programmi devono essere realizzati entro 24 mesi dalla data di stipula del contratto di finanziamento, che può arrivare a:

  • 1,5 milioni di euro per le società costituite da non più di 36 mesi;
  • 3 milioni di euro per le imprese costituite da oltre 36 mesi e fino a 60 mesi.

Per le imprese più giovani, entro il limite complessivo previsto, può essere riconosciuta anche una quota destinata al capitale circolante. Questa componente deve essere adeguatamente motivata nel piano d’impresa e può essere utilizzata per sostenere spese come:

  • l’acquisto di materie prime;
  • i servizi necessari allo svolgimento dell’attività;
  • il godimento di beni di terzi.

L’importo destinato a tali esigenze non può comunque superare il 20% delle spese di investimento ammissibili.

Come presentare la domanda

Le domande per accedere a On-Oltre devono essere presentate esclusivamente attraverso la procedura informatica disponibile sul sito di Invitalia. Le istanze vengono esaminate fino all’esaurimento delle risorse disponibili.

L’erogazione delle agevolazioni avviene normalmente per stati di avanzamento lavori (Sal), in un massimo di cinque quote, compresa quella finale a saldo. Per questo motivo, la disciplina prevede anche la possibilità di presentare, entro determinati limiti, titoli di spesa non ancora quietanzati, cioè fatture che non risultano ancora pagate:

  • per il primo stato di avanzamento, questa possibilità è ammessa entro il limite del 20% delle agevolazioni concesse;
  • per gli stati di avanzamento successivi al primo, il limite è del 30%.

Resta fermo l’obbligo di dimostrare, per le erogazioni successive alla prima, l’effettivo pagamento dei titoli di spesa presentati per ottenere la quota precedente, attraverso le relative quietanze.

È prevista anche la possibilità di richiedere un’anticipazione, previa presentazione di una fideiussione bancaria, ma l’importo anticipato non può superare il 40% del totale delle agevolazioni concesse.

Bonus assunzione donne al Sud, quanto si può risparmiare col cumulo degli incentivi

16 October 2026 at 09:32

Assumere una donna a tempo indeterminato nel Mezzogiorno può consentire alle imprese di ridurre il costo del personale grazie ai bonus previsti per le nuove assunzioni. Si tratta di diverse misure, cumulabili tra loro, nel rispetto dei requisiti previsti e delle condizioni imposte dalla normativa.

Non è possibile sommare automaticamente più esoneri contributivi sulla stessa assunzione, mentre un incentivo sui contributi a carico dell’azienda può affiancarsi a un’agevolazione fiscale. Il risparmio, però, dipende dalla combinazione scelta e dai requisiti della lavoratrice.

Quali bonus si possono richiedere per l’assunzione di donne al Sud

Le imprese che intendono assumere una lavoratrice nel Mezzogiorno possono ricorrere a:

  • gli incentivi contributivi Inps che riducono, entro determinati limiti, i contributi previdenziali che il datore di lavoro deve versare. Rientrano in questa categoria il bonus donne e le agevolazioni previste per l’assunzione di giovani o per determinate imprese che operano nella Zes Unica. Questi tuttavia non sono cumulabili, pertanto l’azienda deve individuare quello applicabile e valutare quale garantisca il beneficio economico più conveniente;
  • la superdeduzione fiscale del costo del lavoro, che opera sul reddito imponibile dell’impresa, consentendo di dedurre un importo maggiorato rispetto al costo del personale ammesso al beneficio. Non riduce direttamente i contributi previdenziali, ma può determinare un risparmio sulle imposte sui redditi ed è cumulabile con gli sgravi contributivi.

Di conseguenza, le imprese possono valutare due combinazioni principali, ovvero:

  • bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione fiscale, per le assunzioni che rispettano i requisiti di entrambe le misure;
  • bonus giovani Zes e superdeduzione fiscale, quando la lavoratrice rientra nelle condizioni previste per l’incentivo destinato ai giovani.

Ovviamente, queste opzioni non sono alternative equivalenti per tutte le imprese. La scelta dipende dall’età della lavoratrice, dalla sua storia occupazionale, dalla sede di lavoro, dalle dimensioni dell’azienda e dalla normativa applicabile al momento dell’assunzione.

Bonus donne Mezzogiorno e superdeduzione al 130%: quanto si risparmia

Possono ricorrere al bonus donne e alla superdeduzione fiscale le imprese che intendono assumere a tempo indeterminato una lavoratrice in possesso dei seguenti requisiti:

  • residente nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia);
  • priva di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi.

In questi casi:

  • l’esonero contributivo è pari al 100% dei contributi previdenziali datoriali (esclusi i premi e contributi INAIL) fino a un massimo di 800 euro mensili (pari a 9.600 euro annui) per una durata massima di 24 mesi, nel rispetto della normativa sugli aiuti di Stato;
  • la superdeduzione Ires/Irpef del costo del lavoro è pari al 120%, che sale al 130% in caso di assunzione di lavoratrici meritevoli di maggiore tutela (quali donne svantaggiate o molto svantaggiate, donne con due o più figli minori, o donne vittime di violenza).

Tuttavia, l’impresa (o datore di lavoro autonomo) che intende beneficiare di entrambe le agevolazioni deve soddisfare le seguenti condizioni operative e normative:

  • per ottenere il bonus donne Inps, l’assunzione deve determinare un effettivo incremento della forza lavoro in termini di U.L.A. (Unità di Lavoro Annuo) rispetto alla media dei 12 mesi precedenti;
  • per ottenere il superbonus fino al 130%, il numero totale di dipendenti a tempo indeterminato e il totale complessivo della forza lavoro al termine del periodo d’imposta devono risultare superiori alla media dell’anno precedente.

Inoltre:

  • le agevolazioni spettano se risulta un’assunzione effettuata con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (full-time o part-time) o una trasformazione di un contratto da tempo determinato a indeterminato;
  • l’impresa deve essere in possesso di un Durc (Documento unico di regolarità contributiva) in corso di validità, rispettare i contratti collettivi nazionali (territoriali e aziendali) e la normativa in materia di sicurezza sul lavoro e diritti fondamentali dei lavoratori.

Sono esclusi:

  • il lavoro domestico;
  • l’apprendistato;
  • il lavoro intermittente a chiamata;
  • le prestazioni occasionali.

Bonus giovani Zes e superdeduzione per assumere donne under 35

Un’altra possibilità riguarda le imprese che intendono assumere una donna under 35 che non sia mai stata occupata a tempo indeterminato. Se si verifica questa eventualità, è possibile verificare l’accesso al bonus giovani. L’incentivo consiste in un esonero contributivo totale (100% dei contributi a carico del datore di lavoro) fino a un massimo di 650 euro mensili per una durata massima di 24 mesi se l’assunzione avviene in sedi di lavoro ubicate nelle regioni del Mezzogiorno rientranti nella Zes Unica.

Se una giovane candidata ha lavorato di recente con un contratto a tempo determinato o una collaborazione conclusa, ad esempio, 2 o 3 mesi prima, non possiede il requisito per il bonus donne. Di conseguenza il datore di lavoro può ricorrere al bonus giovani, per il quale non è richiesta la disoccupazione da 6 mesi. L’unico requisito legato alla carriera è non essere mai stato occupato con un contratto a tempo indeterminato.

Inoltre, anche in questo caso può aggiungersi la superdeduzione fiscale del costo del lavoro. Se l’assunzione dà diritto all’agevolazione e sono rispettati i requisiti fiscali, l’impresa può beneficiare della deduzione maggiorata al 120% o al 130%, secondo la categoria di appartenenza della lavoratrice e le regole applicabili.

Quanto si può risparmiare assumendo una donna al Sud

Per comprendere il possibile vantaggio economico, si può considerare un’assunzione a tempo indeterminato per la quale l’impresa abbia diritto al bonus donne Mezzogiorno, ottenendo l’esonero contributivo totale massimo di 800 euro al mese. Ipotizzando che l’azienda possa utilizzare l’intero massimale per 24 mesi, il risparmio contributivo teorico sarebbe di 19.200 euro in due anni.

Inoltre, se a questa agevolazione si affianca l’impatto della superdeduzione fiscale al 130%, considerando ipoteticamente un costo annuo del lavoro riconosciuto pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 39.000 euro all’anno, riducendo in modo significativo la base imponibile e, di conseguenza, l’Ires o l’Irpef dovuta.

Per chi invece ricorre al bonus giovani, per l’assunzione di una lavoratrice under 35 mai occupata, per il datore di lavoro al quale spetta l’esonero contributivo totale massimo (650 euro per 24 mesi), il risparmio genera un abbattimento sui contributi datoriali pari a 15.600 euro complessivi.

Considerando però che le assunzioni giovanili standard non rientrano automaticamente tra le categorie potenziate si applica, per la superdeduzione, la maggiorazione ordinaria del 120%. Quindi, sulla stessa base di costo annuo del lavoro pari a 30.000 euro, l’importo deducibile dal reddito d’impresa ai fini delle imposte sale a 36.000 euro all’anno. Solo se la lavoratrice è una madre di due o più figli minori o rientra nelle cosiddette categorie svantaggiate lo sconto Irpef/Ires sale al 130%, traducendosi in una deduzione pari a 39.000 euro all’anno come nell’esempio precedente.

Un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti under 35, come funzionerebbe la flat tax giovani

15 October 2026 at 06:00

Tra le misure allo studio del governo guidato da Giorgia Meloni, già al lavoro sulla manovra 2027, c’è un nuovo bonus per i lavoratori dipendenti, una flat tax sugli aumenti di stipendio riconosciuti agli under 35. L’agevolazione è stata pensata per alleggerire il peso delle imposte sui redditi e rendere più conveniente la crescita professionale delle nuove generazioni, favorendo al tempo stesso il potere d’acquisto delle famiglie.

Come funzionerebbe il bonus per i lavoratori dipendenti under 35

La flat tax giovani si inserisce in un quadro più ampio di interventi fiscali che l’esecutivo sta valutando per il 2027. L’intervento prevede un’aliquota ridotta al 5% applicata esclusivamente agli aumenti di stipendio, permettendo così al lavoratore di trattenere una quota di retribuzione netta più alta rispetto a quella che otterrebbe applicando l’Irpef ordinaria.

La proposta è stata anticipata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha indicato un possibile costo di circa 350 milioni di euro. Trattandosi di misura ancora allo studio, dovrà essere definita nei dettagli per trovare spazio nella prossima manovra finanziaria. Quello che sappiamo ad oggi, però, è che il meccanismo si differenzierebbe da un bonus erogato direttamente in busta paga o da un contributo economico riconosciuto una tantum.

Esempio di calcolo

Per comprendere il meccanismo, ipotizziamo un incremento di stipendio pari a 1.000 euro lordi annui interamente ammesso alla tassazione agevolata. Applicando un’imposta sostitutiva del 5%, a prescindere dal reddito del lavoratore, il prelievo sarebbe pari a 50 euro e resterebbero 950 euro dopo l’applicazione dell’imposta, prima di considerare eventuali contributi previdenziali e gli altri elementi che incidono sul netto.

Al contrario, considerando che l’Irpef si basa su un sistema progressivo, l’imposta da pagare sugli aumenti aumenterebbe con l’aumentare del reddito del lavoratore e, di conseguenza, anche il netto spettante varierebbe. Nel dettaglio, considerando le varie fasce reddituali:

  • per i redditi fino a 28.000 euro, soggetti all’aliquota del 23%, la tassazione ordinaria sull’aumento è pari a 230 euro, per un netto di 770 euro. Con la flat tax, che prevede un’imposta di 50 euro, il risparmio è di 180 euro;
  • per i redditi compresi tra 28.001 e 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 33%, l’imposta ordinaria sull’aumento sale a 330 euro, lasciando un netto di 670 euro. In questo caso il vantaggio della flat tax raggiunge i 280 euro;
  • per i redditi superiori a 50.000 euro, soggetti all’aliquota del 43%, il prelievo ordinario è di 430 euro e il netto scende a 570 euro. Qui il risparmio garantito dalla flat tax è il più alto, pari a 380 euro.

In ogni caso, una riduzione dell’imposta sul reddito – qualora dovesse ottenere l’approvazione del Parlamento ed essere inserita nella legge di bilancio 2027 – comunque non comporterebbe automaticamente una riduzione dei contributi previdenziali dovuti. Se la disciplina non prevedesse deroghe specifiche, infatti, questi continueranno a essere calcolati secondo le regole ordinarie.

Quali aumenti di stipendio potrebbero beneficiare della nuova agevolazione

Uno dei principali nodi da sciogliere riguarda la tipologia di aumento retributivo che potrebbe beneficiare della flat tax giovani. L’ipotesi annunciata dal ministro dell’Economia si riferisce agli aumenti di stipendio in generale, ma non è ancora disponibile una disciplina definitiva che individui tutte le voci interessate.

Resta da chiarire se la misura riguarderà esclusivamente gli incrementi derivanti dai rinnovi dei contratti collettivi, gli aumenti individuali concordati con il datore di lavoro (per esempio in seguito a una promozione, all’assunzione di nuove responsabilità o a una progressione professionale) oppure anche altre forme di incremento della retribuzione.

Queste forme di retribuzione hanno caratteristiche differenti e potrebbero essere disciplinate da regole specifiche. Non è quindi possibile presumere che tutte siano automaticamente comprese nella flat tax giovani o che le diverse agevolazioni siano cumulabili.

Bonus Natale 2026 per i pensionati, quando arriva e a chi spetta

14 October 2026 at 06:45

Per dicembre è previsto un assegno più alto per alcune categorie di pensionati grazie al Bonus Natale 2026. Si tratta di un importo aggiuntivo una tantum pari a 154,94 euro da non confondere con la tredicesima. Questo contributo è stato introdotto dalla Legge finanziaria 2001 e viene riconosciuto solo in presenza di determinati requisiti economici. L’accredito avviene in automatico con il cedolino di dicembre per chi rispetta le condizioni previste. Non serve quindi presentare domanda, salvo il caso in cui il pensionato risulti escluso ma ritenga di avere diritto al beneficio.

Bonus Natale 2026 per i pensionati, a chi spetta

Il bonus da 154,94 euro spetta ai titolari di pensioni dell’Assicurazione Generale Obbligatoria e di forme sostitutive o integrative gestite dall’Inps o da enti previdenziali privatizzati. Il contributo non va confuso con la quattordicesima, che segue regole diverse, né con altri bonus riconosciuti ai lavoratori dipendenti. Per stabilire chi ha diritto al beneficio, l’Inps considera il valore del trattamento minimo annuo di pensione.

Per il 2026 il trattamento minimo annuo è pari a 7.954,05 euro, corrispondente a 611,85 euro per 13 mensilità. Il bonus pieno viene riconosciuto ai pensionati che, sommando i trattamenti percepiti, non superano questa soglia. Chi riceve una pensione annua compresa tra 7.954,05 euro e 8.108,99 euro può ottenere il contributo in forma ridotta. In questo caso l’importo viene calcolato in modo da raggiungere la soglia massima prevista.

I requisiti e chi resta escluso dal Bonus Natale 2026

Oltre al valore della pensione, conta anche il reddito complessivo personale. Per il 2026 il reddito personale deve essere entro il limite di 11.931,08 euro. Per chi è sposato o unito civilmente, il reddito complessivo della coppia non deve superare 23.862,15 euro annui. Resta comunque valido anche il limite del reddito personale.

Nel caso di coniugi legalmente separati, il reddito dell’altra persona non viene considerato. Per ricevere il bonus Natale non è previsto un requisito anagrafico. Non viene considerato nemmeno l’Isee. Ai fini del riconoscimento del contributo contano soltanto i redditi soggetti a Irpef, compresa la pensione. Questo significa che un pensionato con trattamento annuo sotto la soglia può comunque non ricevere il bonus se dispone di altri redditi oltre il limite ammesso.

Non rientrano tra i beneficiari i titolari di trattamenti assistenziali, come l’assegno sociale e le prestazioni per invalidità civile. Sono escluse anche alcune categorie specifiche, tra cui le pensioni di dipendenti di enti creditizi e quelle dei dirigenti d’azienda. Il bonus viene riconosciuto solo se tutti i requisiti previsti risultano correttamente aggiornati negli archivi Inps.

Come arriva il pagamento

Il pagamento avviene in automatico con il cedolino di dicembre. Se il pensionato rispetta i requisiti, l’Inps accredita il contributo d’ufficio, senza necessità di presentare una richiesta. Chi non riceve il bonus ma ritiene di averne diritto può presentare un’istanza di ricostituzione attraverso il sito dell’Inps, chiedendo il riesame del trattamento.

L’Inps effettua controlli sui requisiti economici. Se dopo le verifiche emerge che il bonus è stato pagato senza averne diritto, l’istituto può chiedere la restituzione delle somme. In questi casi il recupero può avvenire tramite trattenute sulla pensione, distribuite in dodici rate mensili. Le soglie cambiano ogni anno perché sono collegate agli importi del trattamento minimo e ai limiti di reddito aggiornati.

Bonus ristrutturazioni per la sicurezza domestica, la lista degli interventi ammessi

14 October 2026 at 06:00

Mantenere la propria abitazione protetta non significa soltanto difendersi da tentativi di intrusione o da minacce esterne. La sicurezza residenziale passa prima di tutto dalla tutela della salute di chi vive gli spazi ogni giorno. Gli incidenti tra le mura domestiche rappresentano infatti una delle principali cause di infortunio, in particolare per le fasce di popolazione più fragili come anziani, bambini e persone con ridotta capacità motoria. In questo contesto, il quadro normativo fiscale italiano offre un supporto concreto attraverso il bonus ristrutturazioni, la detrazione Irpef destinata agli interventi edilizi e di miglioramento degli immobili.

Troppo spesso si tende ad associare l’accesso alle agevolazioni fiscali a cantieri complessi, demolizioni o grandi opere di ristrutturazione edilizia. Tuttavia, la disciplina normativa prevede una sezione specifica per gli interventi mirati a prevenire gli infortuni in casa. La peculiarità di questa misura risiede nella sua estrema flessibilità: l’agevolazione è accessibile anche per piccoli lavori isolati, per l’installazione di singoli dispositivi tecnologici o per il montaggio di elementi strutturali di protezione, senza che sia necessario avviare una ristrutturazione globale dell’intero fabbricato.

Come funziona il bonus ristrutturazioni

La base giuridica dell’agevolazione affonda le sue radici nell’articolo 16-bis del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir). Nello specifico, la lettera l del primo comma riconosce l’accesso alla detrazione per tutte quelle opere strettamente finalizzate alla prevenzione degli infortuni domestici.

Per accedere al bonus ristrutturazioni applicato alla sicurezza e prevenzione, la legge stabilisce requisiti finanziari e percentuali di detrazione ben precisi:

  • aliquota di detrazione. Per il 2026 l’aliquota dell’agevolazione è fissata al 50% per le spese sostenute sull’abitazione principale (prima casa), mentre si attesta al 36% nel caso in cui i lavori vengano effettuati su seconde case o altre tipologie di immobili residenziali;
  • tetto massimo di spesa. Il limite massimo di spesa agevolabile è pari a 96.000 euro per singola unità immobiliare e relative pertinenze;
  • modalità di fruizione. Il beneficio fiscale viene recuperato sotto forma di detrazione dall’imposta lorda Irpef, suddiviso in dieci quote annuali di pari importo.

Un aspetto fondamentale da evidenziare riguarda l’estensione della spesa detraibile. Il beneficio non copre esclusivamente l’acquisto dei singoli materiali o dei dispositivi di sicurezza, ma si estende a tutte le spese accessorie correlate. Rientrano quindi nell’agevolazione le prestazioni professionali per sopralluoghi e perizie, l’acquisto delle apparecchiature e, soprattutto, i costi di manodopera e posa in opera necessari per completare l’installazione a regola d’arte.

Prevenzione delle cadute: l’installazione di corrimano e maniglioni

Le cadute rappresentano la percentuale più alta di infortuni che si verificano tra le mura domestiche. Scale interne prive di appoggio, corridoi bui e superfici scivolose nei locali igienici costituiscono pericoli costanti. Per questa ragione, il bonus ristrutturazioni agevola in modo diretto gli interventi volti a eliminare o ridurre drasticamente questi fattori di rischio.

Rientra a pieno titolo nell’agevolazione il montaggio di corrimano lungo le scalinate, nei corridoi o nei passaggi di collegamento interni. L’intervento comprende sia la nuova installazione sia la sostituzione di corrimano obsoleti o non più stabili. Allo stesso modo, l’agevolazione fiscale si applica all’acquisto e alla posa in opera di maniglioni e sostegni di sicurezza all’interno del bagno, in corrispondenza di docce, vasche da bagno e sanitari.

Sebbene si tratti di interventi di entità contenuta, che non richiedono pratiche edilizie complesse come Cila o Scia, la norma ha scelto di incentivare queste opere per sostenere l’autonomia e la sicurezza abitativa di anziani e persone con disabilità temporanee o permanenti.

La sicurezza delle superfici vetrate: i vetri antinfortunio

I serramenti e le ampie vetrate sono elementi architettonici di primario rilievo, ma in caso di urto accidentale o rottura improvvisa possono trasformarsi in una fonte di grave pericolo. L’impatto con un vetro tradizionale genera infatti frammenti taglienti e appuntiti estremamente pericolosi.

Il bonus ristrutturazioni incentiva la sostituzione delle vecchie lastre di vetro con soluzioni antinfortunistiche conformi alle normative europee di sicurezza, come i vetri stratificati o temperati. I vetri stratificati, grazie alla presenza di una pellicola plastica interna, riescono a trattenere i frammenti in caso di rottura, evitando che si disperdano. I vetri temperati, dal canto loro, in caso di rottura si frammentano in piccolissimi pezzi smussati e privi di spigoli vivi.

Sotto il profilo fiscale, occorre fare una distinzione operativa:

  • se il contribuente procede unicamente alla sostituzione del vetro mantenendo il vecchio telaio dell’infisso, l’opera si qualifica esattamente come intervento di prevenzione infortuni all’interno del bonus ristrutturazioni;
  • se, al contrario, viene sostituita l’intera finestra (telaio e vetro) introducendo elementi che garantiscono anche un miglioramento delle prestazioni termiche dell’immobile, l’intervento potrebbe accedere a canali alternativi di detrazione dedicati all’efficientamento energetico.

Rilevazione fughe di gas e prevenzione delle intossicazioni

Le perdite negli impianti di distribuzione del gas e l’accumulo inavvertito di monossido di carbonio sono tra i rischi più subdoli della vita domestica. Per contrastare queste minacce, la normativa fiscale inserisce tra gli interventi ammessi l’installazione di apparecchiature avanzate per la rilevazione e il blocco delle emergenze gas.

Gli interventi agevolabili includono:

  • sensori fisici e centraline per l’individuazione tempestiva di fughe di gas metano o Gpl;
  • rilevatori dedicati al monossido di carbonio, gas inodore e invisibile prodotto dalla cattiva combustione di caldaie, stufe o camini;
  • sistemi integrati che collegano i sensori di rilevazione a elettrovalvole di sicurezza. In caso di anomalia, l’elettrovalvola intercetta e interrompe automaticamente l’afflusso del gas all’origine, neutralizzando il pericolo.

Anche per questa categoria di impianti, la detrazione spetta sia sui costi sostenuti per i dispositivi che sulla manodopera specializzata impiegata dal tecnico abilitato per il montaggio e il collaudo.

Messa a norma degli impianti elettrici e bonifiche ambientali

La prevenzione degli infortuni non si limita all’aggiunta di protezioni meccaniche, ma riguarda la sicurezza strutturale e impiantistica dell’abitazione. Tra gli interventi maggiormente richiesti all’interno del bonus ristrutturazioni figura la completa messa a norma dell’impianto elettrico. Un impianto obsoleto o danneggiato è causa di cortocircuiti, incendi e folgorazioni. La detrazione copre la sostituzione dei cavi deteriorati, l’integrazione del sistema di messa a terra e il montaggio di interruttori differenziali (comunemente noti come salvavita) e magnetotermici.

Nella medesima categoria di tutela della salute rientrano anche:

  • bonifica dell’amianto, che prevede la rimozione e lo smaltimento in sicurezza di coperture, canne fumarie, lastre o tubature contenenti cemento-amianto (Eternit);
  • sistemi di protezione atmosferica, come l’installazione di parafulmini e gabbie di Faraday per la protezione dell’edificio da scariche elettriche naturali;
  • opere di contenimento del territorio, tra le quali ci sono la realizzazione di barriere parasassi o interventi di contenimento in aree pertinenziali a rischio smottamento o frana.

Procedura e adempimenti per non perdere la detrazione

Per usufruire correttamente del bonus ristrutturazioni evitando contestazioni in sede di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate, è necessario seguire una precisa procedura formale.

Il requisito principale riguarda la tracciabilità finanziaria. Tutti i pagamenti devono essere effettuati tassativamente tramite bonifico parlante bancario o postale dedicato alle detrazioni edilizie. All’interno del bonifico devono essere obbligatoriamente indicati:

  • la causale di versamento con riferimento normativo (articolo 16-bis del Tuir);
  • il codice fiscale del soggetto beneficiario che detrarrà la spesa;
  • la partita Iva o il codice fiscale della ditta o del professionista che ha eseguito i lavori.

È inoltre fondamentale conservare con cura tutte le fatture e le ricevute fiscali che descrivano in modo dettagliato la natura delle prestazioni eseguite, unitamente alla dichiarazione di conformità degli impianti laddove rilasciata dalle imprese installatrici. L’insieme di questa documentazione permetterà di portare in detrazione le quote annuali nella dichiarazione dei redditi in piena sicurezza e trasparenza.

Ex bonus Renzi in busta paga, come recuperare fino a 1.200 euro con il 730

13 October 2026 at 09:51

Con i redditi italiani congelati da più di 20 anni, il Recupero del trattamento integrativo, meglio conosciuto come Bonus Renzi è una misura quantomai necessaria per tutti i lavoratori dipendenti e i percettori di Naspi.

Chi ne ha diritto ha ancora pochi giorni per recuperare fino a 1.200 euro attraverso la presentazione del 730 integrativo.

Che cos’è il Trattamento integrativo

Nato nel 2014 sotto il Governo Renzi come bonus da 80 euro e poi portato a 100 euro al mese, il beneficio è stato ufficialmente ridenominato Trattamento Integrativo (Tir). La misura garantisce un credito Irpef fino a un massimo di 1.200 euro all’anno esentasse direttamente in busta paga o nell’assegno di disoccupazione.

Il trattamento non va confuso con gli sgravi sul cuneo fiscale né con le detrazioni Irpef per i redditi medio-alti: si tratta di una misura specifica pensata per sostenere le retribuzioni più basse.

A chi spetta l’ex bonus Renzi

Il Trattamento integrativo è indirizzato ai lavoratori dipendenti, ai percettori di redditi assimilati e a chi riceve ammortizzatori sociali o Naspi. Sono esclusi i pensionati.

L’accesso al beneficio varia in base al reddito complessivo annuo:

  • il bonus spetta in misura piena, pari a 1.200 euro annui, per i redditi fino a 15.000 euro, a patto che l’imposta lorda sia superiore alle detrazioni da lavoro dipendente, mentre invece chi ricade nell’area esente dal pagamento Irpef non ne ha diritto per incapacità fiscale;
  • per redditi tra i 15.001 e i 28.000 euro il diritto scatta solo se la somma delle detrazioni riguardanti familiari a carico, il mutuo per la prima casa, le spese mediche ed eventuali ristrutturazioni superano l’imposta lorda dovuta;
  • per la fascia oltre i 28.000 euro il beneficio decade completamente.

Come recuperare le somme non ricevute

Se il datore di lavoro non ha erogato il trattamento integrativo in busta paga durante l’anno per mancanza di dati sui redditi complessivi o in presenza di più contratti, il conguaglio viene effettuato in sede di dichiarazione dei redditi a partire da maggio, con un’erogazione che avviene in genere con lo stipendio di luglio, qualora il datore di lavoro sia stato indicato come sostituto d’imposta.

Per chi ha dimenticato di integrare nel 730 altri redditi lavorativi rispetto al proprio lavoro principale, per recuperare le somme spettanti a credito dovrà inviare una dichiarazione integrativa. L’importo maturato verrà accreditato direttamente nello stipendio dal sostituto d’imposta o rimborsato dall’Agenzia delle Entrate.

Come controllare se il bonus è stato pagato

Per verificare se hai incassato il trattamento integrativo, prendi la tua Certificazione Unica riferita ai redditi dell’anno scorso (2025) e controlla questi punti:

  • se viene spuntato il “Campo 390 – Codice 1”, il datore di lavoro ti ha riconosciuto il bonus e ti ha pagato tutti i soldi spettanti direttamente in busta paga;
  • se è stata compilata la voce “Campo 390 – Codice 2” il bonus ti spettava, o è stato calcolato, ma il datore di lavoro non te l’ha pagato, e dovrai quindi recuperarlo attraverso il Modello 730;
  • nel “Campo 391” viene invece riportata la cifra esatta in euro che hai incassato nel corso dell’anno.

Tutte queste informazioni vengono poi riportate nel rigo C14 del quadro C della tua dichiarazione dei redditi.

Entro quando rettificare la dichiarazione

La scadenza principale per inviare il 730 integrativo e recuperare il credito spettante è fissata al 25 ottobre. La procedura va inoltrata tramite Caf o professionista abilitato.

Nel caso in cui il ricalcolo evidenzi invece un debito, occorre presentare il modello Redditi Pf correttivo, per cui il conguaglio negativo verrà trattenuto in busta paga fino a un massimo di 8 rate. Qualora non sia in essere nessun contratto di lavoro dipendente, si potrà comunque rateizzare l’importo attraverso F24 da trasmettere direttamente all’Agenzia delle Entrate.

Assegno unico ottobre 2026, quando arriva il pagamento: scattano i controlli ISEE

13 October 2026 at 09:30

Inps provvederà al pagamento dell’assegno unico di ottobre 2026 rispettando il consueto calendario, almeno nella maggior parte dei casi. L’accredito è atteso nelle giornate del 21 e 22 per la maggior parte degli aventi diritti.

Discorso diverso infatti per chi ha presentato una nuova domanda o ha avuto cambiamenti nel nucleo familiare o nell’ISEE. Potrebbe infatti ricevere il denaro in seguito. Al di là delle date, facciamo chiarezza su tutti gli elementi del bonus, dagli importi ai requisiti, fino alle novità in arrivo.

Assegno unico ottobre 2026, quando arriva

Chi percepisce l’assegno unico in continuità, senza aver subito modifiche, il pagamento è previsto tra il 21 e il 22 ottobre, come detto. Questa è la finestra ordinaria che l’INPS dedica alle prestazioni già in corso. Chi invece ha avuto variazioni dell’ISEE o della composizione familiare dovrà attendere la fine del mese, circa.

Generalmente le nuove domande portano a un primo pagamento nell’ultima settimana del mese successivo a quello di presentazione della richiesta. È importante ricordarlo per poter pianificare al meglio le proprie entrate.

A chi spetta

L’assegno unico è rivolto alle famiglie con figli a carico dal settimo mese di gravidanza e, in generale, fino al compimento dei 21 anni. Non esiste invece un limite d’età per i figli con disabilità. Superata la soglia dei 18 anni, però, scattano alcune condizioni.

Il figlio maggiorenne infatti deve frequentare un percorso di studio o formazione, svolgere un lavoro con reddito limitato oppure risultare iscritto come disoccupato alla ricerca di un impiego. Per i beneficiari già attivi la prestazione prosegue in automatico, ma è fondamentale comunicare tempestivamente le variazioni rilevanti, come:

  • nascita di un figlio;
  • raggiungimento di una nuova soglia d’età.

Assegno unico 2026: importi e aumenti

L’importo erogato dipende dall’ISEE del nucleo familiare. Nel 2026, per i figli minorenni, si va da un massimo di 203,80 euro al mese per figlio con ISEE fino a 17.468,51 euro a un minimo di 58,30 euro per chi supera i 46.582,71 euro o non presenta un ISEE valido.

Tra le due soglie, l’importo scende in modo progressivo. Per i figli maggiorenni a carico fino a 21 anni gli importi base sono più bassi. A queste cifre si aggiungono le maggiorazioni, che fanno salire l’assegno. Sono previste per:

  • i figli sotto l’anno di età;
  • le famiglie numerose dal terzo figlio;
  • le madri con meno di 21 anni;
  • i nuclei in cui entrambi i genitori lavorano.

Una quota aggiuntiva, infine, spetta per i figli con disabilità, differenziata in base alla gravità. Anche queste voci dipendono dall’ISEE, motivo per cui conviene avere sempre un’attestazione aggiornata e valida.

Controlli sull’ISEE e novità 2027

Il tema dell’ISEE è centrale, come detto. È su questo documento che si concentrano le attenzioni dell’INPS. L’Istituto ha infatti avviato verifiche su alcune migliaia di dichiarazioni ritenute sospette. Un controllo che mira a garantire che il beneficio vada a chi ne ha effettivamente diritto.

Un motivo in più per presentare dati corretti e aggiornati, anche perché chi rinnova l’ISEE entro il 30 giugno può ottenere gli eventuali arretrati spettanti dall’inizio dell’anno. Guardando avanti, inoltre, dal 2027 sono attese modifiche ai criteri di calcolo di questo documento, che potrebbero rivedere le soglie e gli importi.

Come controllare il pagamento e cosa fare se non arriva

Chi vuole verificare la data e l’importo del proprio accredito può farlo in autonomia sul sito dell’Inps, accedendo con Spid, Cie o Cns all’area dedicata all’assegno unico o al Fascicolo previdenziale del cittadino. In questa sezione si trovano:

  • stato della domanda;
  • importi riconosciuti;
  • pagamenti in lavorazione.

Lo stesso controllo è inoltre possibile tramite l’app Inps Mobile. Se l’accredito non arriva nelle date previste, conviene prima controllare che l’Isee sia ancora valido e aggiornato, perché un’attestazione scaduta fa scattare l’importo minimo (sarebbe il caso anche di verificare l’IBAN collegato alla domanda). In caso di anomalie, ci si può rivolgere ai servizi online, al Contact center o a un patronato, senza ripresentare una nuova domanda, che allungherebbe solo i tempi.

Bonus caldaie 2026: cosa è cambiato e quali impianti sono ancora agevolati

12 October 2026 at 09:20

Sono cambiate le regole rispetto al passato per poter cambiare la caldaia o il sistema di riscaldamento. Non esiste un “bonus caldaia” di per sé, ma non mancano le detrazioni fiscali e il Conto Termico per aiutare a sostenere le spese.

La novità più importante, chiarita dall’Agenzia delle Entrate, è che le caldaie alimentate solo a combustibili fossili non sono più agevolate. Ecco quali sono gli incentivi validi oggi e che importi e requisiti occorre considerare.

Novità bonus caldaie 2026

La caldaia a gas classica non rientra più né nell’Ecobonus né nel Bonus Casa. Questa è la prima cosa da chiarire e tenere a mente se si intende risparmiare. Sono invece ancora agevolabili gli interventi più efficienti:

sistemi ibridi costituiti da pompa di calore integrata con caldaia a condensazione;

  • scaldacqua a pompa di calore;
  • generatori a biomassa;
  • pompe di calore ad alta efficienza.

Di fatto l’incentivo va a premiare la transizione verso delle tecnologie a basse emissioni.

Ecobonus e Bonus ristrutturazioni

Per quanto riguarda le detrazioni, l’Agenzia delle Entrate indica due strade. Sfruttando l’Ecobonus, le spese sostenute nel 2026 prevedono detrazione IRPEF o IRES del 36%. La percentuale sale al 50% nel caso in cui i lavori riguardino l’abitazione principale (del proprietario o del titolare di un diritto reale). Una somma che si recupera in 10 rate annuali di pari importo.

Le aliquote non cambiano per il Bonus ristrutturazioni, con 50% per l’abitazione principale e il 36% negli altri casi. Il limite di spesa è fissato a 96.000 euro per unità immobiliare, ma è importante tener conto del calendario. Dal 2027 infatti le percentuali scenderanno, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate. Si arriverà al 36% per l’abitazione principale e al 30% negli altri casi. Di fatto il 2026 è l’ultimo anno davvero vantaggioso per procedere a un rinnovo dell’impianto.

Conto Termico 3.0

L’alternativa alle detrazioni è il Conto Termico 3.0, ovvero l’incentivo pubblico promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e gestito dal Gestore dei Servizi Energetici. Si tratta di un contributo a fondo perduto, che per i privati può arrivare fino al 65% della spesa.

Un vantaggio notevole, che viene erogato in un’unica soluzione e in tempi rapidi se l’importo non supera i 15.000 euro (non è richiesta capienza fiscale). Per i privati residenziali l’incentivo è pensato soprattutto per la sostituzione dell’impianto di riscaldamento con sistemi a fonti rinnovabili, come le pompe di calore.

Come fare domanda

La procedura è diversa a seconda dello strumento scelto. Per le detrazioni fiscali servono, tra le altre cose:

  • l’asseverazione di un tecnico abilitato;
  • l’Attestato di Prestazione Energetica;
  • pagamento tramite bonifico “parlante”.

È inoltre necessario trasmettere all’ENEA i dati dell’intervento, in genere entro 90 giorni dalla fine dei lavori.

Per il Conto Termico 3.0, invece, la domanda va presentata al Gestore dei Servizi Energetici, sfruttando l’apposito portale dedicato.

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