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Gabbie elettorali e asfissia democratica

 

di Michele Blanco

Il panorama politico contemporaneo non è semplicemente in transizione: si trova in uno stato di asfissia strutturale. La rigida e artificiale polarizzazione tra i blocchi esistenti ha smesso da tempo di produrre pensiero, riducendosi a un mero esercizio di conservazione del potere: una recita a soggetto in cui le élite si spartiscono le spoglie di uno Stato sociale in via di liquidazione.

In questo scenario di totale paralisi, l'invocazione di una forza o di un movimento capace di scompaginare gli schieramenti non è un pio desiderio idealistico, ma un'urgente necessità sistemica. Tuttavia, per comprendere l'assenza di un reale fattore di rottura e il fallimento sistematico delle nuove proposte elettorali, occorre abbandonare la pigra retorica del giornalismo da talk-show ed esaminare la questione con il rigore freddo, analitico e spietato della sociologia e delle scienze politiche. Il verdetto dei dati empirici è inequivocabile: la rappresentanza democratica è crollata, sostituita da un oligopolio della conservazione.

L'attuale immobilismo evoca con precisione la celebre e drammatica diagnosi di Antonio Gramsci nei suoi Quaderni del carcere: la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere, e in questo chiaroscuro si verificano i fenomeni morbosi più svariati. Il "fenomeno morboso" della nostra epoca è la riduzione della politica a un puro simulacro. Assistiamo a un teatro dell'assurdo in cui i cartelli elettorali si scontrano con violenza verbale su futilità identitarie e diritti di facciata, con l'unico scopo di mascherare una totale, oscena convergenza sulle scelte macroeconomiche di stampo neoliberista.

La prova empirica macroscopica di questa finzione è il dato spaventoso sull'astensionismo strutturale. Come documentato dai dati del Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali e dai report periodici dell'Istat, la diserzione dalle urne ha ormai superato stabilmente la soglia psicologica del 50% in quasi tutte le ultime elezioni amministrative ed europee. Il non-voto non è più una manifestazione di apatia passeggera, bensì il primo effettivo "partito" del Paese. Studi demoscopici condotti da istituti di ricerca sociale confermano che oltre il 57% di chi si astiene lo fa per una scelta deliberata e informata, motivata dalla totale mancanza di fiducia in partiti considerati incapaci di produrre effetti visibili sulla vita reale dei cittadini. Non siamo di fronte all'ignoranza democratica, ma al rifiuto politico e ragionato di una truffa istituzionale.

Per analizzare scientificamente lo spazio in cui un ipotetico attore di rottura dovrebbe muoversi, è necessario ricorrere al concetto di modernità liquida formulato da Zygmunt Bauman. In una società in cui le istituzioni intermedie si sono sciolte e le vecchie identità di classe sono state atomizzate, i partiti tradizionali operano come zombie burocratici. Tentano di intercettare un elettorato precario e frammentato utilizzando categorie novecentesche ormai svuotate di senso. I dati ufficiali dell'Istat certificano un declino inarrestabile dell'interesse dei cittadini: meno della metà della popolazione si informa settimanalmente di politica (48,2%) e solo una percentuale irrisoria (10,8%) frequenta dibattiti o comizi.

Un reale movimento scompaginatore non può nascere limitandosi a occupare lo spazio mediano del parlamento — operazione che la scienza politica liquida come un banale posizionamento spaziale su un asse unidimensionale. Deve, al contrario, agire come un solvente chimico capace di ridefinire lo spazio multidimensionale del conflitto, aggregando quella stragrande maggioranza invisibile che ha scelto l'astensione come estrema forma di renitenza alla leva elettorale.

La gabbia elettorale: come le leggi soffocano la democrazia

In questo quadro di decomposizione, la sociologia elettorale deve puntare il dito contro il principale dispositivo di ingegneria istituzionale utilizzato per blindare l'esistente: i sistemi elettorali attuali. Lungi dall'essere meri meccanismi tecnici e neutrali per la traduzione dei voti in seggi, le leggi elettorali contemporanee operano come veri e propri filtri censitari e politici, strutturati per negare una reale rappresentanza democratica e neutralizzare sul nascere qualsiasi spinta trasformatrice.

La perversione dei sistemi misti o surrettiziamente maggioritari risiede nella loro dichiarata ossessione per la "governabilità", un feticcio tecnocratico eretto a scapito della rappresentatività. Attraverso l'uso combinato di sbarramenti elettorali ingiustificatamente elevati, premi di maggioranza iper-maggioritari e coalizioni forzate ed eterogenee, questi sistemi ricattano l'elettore. Si produce così il paradosso del "voto utile", che costringe la cittadinanza a scegliere non il progetto politico in cui crede, ma il "meno peggio" all'interno di un'offerta pre-digerita dalle segreterie di partito.

Ancor più grave è il vulnus democratico rappresentato dai listini bloccati e dai collegi uninominali disegnati a tavolino. Privando il cittadino della reale facoltà di scegliere i propri rappresentanti, i sistemi elettorali hanno trasformato i parlamentari in dipendenti nominati direttamente dai leader. Questo meccanismo spezza definitivamente il legame di responsabilità politica tra eletto ed elettore: il parlamentare risponde unicamente a chi firma la sua candidatura, non ai bisogni del territorio o della classe sociale che dovrebbe rappresentare.

Il risultato di questa ingegneria dell'esclusione è la radicale sterilizzazione del dissenso. I sistemi elettorali attuali funzionano come una diga artificiale: non riflettono la società civile, ma la respingono, trasformando il Parlamento in una cittadella fortificata, impermeabile alle istanze popolari e strutturata per garantire la sopravvivenza della medesima ed esausta classe dirigente.

L'oligopolio del potere e la trappola della comunicazione digitale

La feroce resistenza delle attuali coalizioni a questo rimescolamento trova una spiegazione scientifica nei concetti di campo del potere e habitus elaborati da Pierre Bourdieu. I partiti politici funzionano come sistemi oligopolistici chiusi, il cui unico scopo reale è l'autoconservazione e la riproduzione del proprio personale politico. Chiunque acceda a questo campo è costretto a interiorizzare un habitus conformista che ne neutralizza il potenziale di rottura.

Questa paralisi sistemica è ulteriormente esasperata dal fenomeno della polarizzazione asimmetrica, ampiamente analizzato dalla sociologia politica contemporanea. Gli studi sui flussi elettorali dimostrano che la polarizzazione non colpisce i blocchi in modo identico: assistiamo a una spaccatura geografica e di classe che frammenta la società, dove la destra nazionalista capitalizza la rabbia delle periferie deindustrializzate e dei piccoli centri, mentre le forze progressiste tradizionali rimangono arroccate nei centri storici delle grandi città, trasformandosi in sindacati di garanzia per i ceti medio-alti e integrati nella globalizzazione. Le tensioni interne ai blocchi non sono l'espressione di un dibattito democratico vitale, ma le scosse di assestamento di cartelli elettorali uniti dal panico di perdere le proprie rendite di posizione.

Sotto il profilo della teoria della comunicazione, il fallimento storico dei movimenti che hanno preteso di scardinare il sistema risiede nell'ingenua illusione che la disintermediazione digitale potesse sostituire l'architettura dei partiti di massa. Come evidenziato da Jürgen Habermas nella sua disamina dell'agire comunicativo, lo spazio pubblico non è stato democratizzato, bensì colonizzato e devastato dalle logiche mercantili dell'algoritmo. Le analisi sulle interazioni online rivelano che i tassi di polarizzazione sulle piattaforme social superano il 58%, alimentando dinamiche tossiche di echo chamber in cui le opinioni si estremizzano per asimmetria algoritmica. I nuovi movimenti che pretendono di scompaginare gli schieramenti utilizzando le armi del marketing emotivo e dello storytelling istantaneo finiscono per essere metabolizzati dal sistema stesso, degradati a merci elettorali intercambiabili.

L'illusione tecnocratica e la spinta verso l'autoritarismo

In questo deserto pneumatico, la reazione difensiva più insidiosa del sistema è la commercializzazione di movimenti di matrice tecnocratica. Queste formazioni si presentano come manageriali, post-ideologiche e neutrali, promettendo di sostituire il conflitto politico con l'ottimizzazione amministrativa. Dal punto di vista della sociologia critica, tuttavia, la tecnocrazia commette un crimine teorico e pratico: postula che le scelte pubbliche siano problemi ingegneristici dotati di un'unica soluzione oggettiva. Sotto la maschera della competenza e del rigore dei conti, i movimenti tecnocratici nascondono la sistematica violenza della depoliticizzazione: sottraggono al voto popolare e alla discussione parlamentare le decisioni fondamentali sulla redistribuzione della ricchezza, sulla tassazione dei grandi patrimoni e sul finanziamento del welfare.

Quando queste ricette falliscono inevitabilmente — poiché l'efficienza millantata non fa che esasperare la povertà e favorire i mercati finanziari — il crollo della fiducia nelle istituzioni diventa totale. La tecnocrazia non lascia dietro di sé stabilità, ma terra bruciata democratica. È precisamente in questo deserto di rappresentanza che si creano le condizioni ideali per l'irruzione e la vittoria elettorale delle forze più retrive.

Le conseguenze tragiche di questo cortocircuito sono oggi drammaticamente visibili su scala internazionale. Lo scenario dell'America Latina offre una spaventosa convalida scientifica di come il fallimento dei moderatismi e delle soluzioni tecniche spiani sistematicamente la strada a formazioni di destra estrema e populismo reazionario. I dati sul consenso elettorale nella regione certificano un'autentica svolta autoritaria:

  • In Cile, la travolgente ascesa delle destre radicali guidate da José Antonio Kast ha cavalcato il risentimento contro la stagnazione economica;
  • In Colombia, la violenta polarizzazione ha demolito i tentativi di riforma progressista;
  • In Argentina e Brasile, il radicamento di programmi iper-liberisti uniti a un brutale punitivismo penale evidenzia come la distruzione dei partiti tradizionali lasci spazio unicamente a leadership autocrate e messianiche.

Quando la tecnocrazia fallisce nel garantire la giustizia sociale, le masse impoverite non tornano verso un centro moderato e screditato, ma si rifugiano nella promessa securitaria di un ordine radicale e nella demagogia dell'uomo forte, sul modello repressivo inaugurato a El Salvador da Nayib Bukele.

Etica della responsabilità e superamento del personalismo

Qui si innesta la fondamentale distinzione weberiana tra l'etica della convinzione e l'etica della responsabilità. La sociologia della politica di Max Weber in La politica come professione ci ricorda che il demagogo populista vive della politica, sfruttando elettoralmente la rabbia immediata senza curarsi delle conseguenze (etica della convinzione). Al contrario, un movimento autenticamente trasformatore deve assumersi il carico dell'etica della responsabilità, costruendo risposte strutturali e di lungo periodo.

I dati empirici sulla composizione dell'astensionismo indicatoci dimostrano che a non votare sono, in stragrande maggioranza, le fasce della popolazione a basso reddito e con un minor livello di istruzione formalizzata. La protesta pura dei populismi di cartone non riesce a tradursi in proposta di governo perché priva di una visione strategica e di una cultura delle istituzioni, finendo per riconsegnare lo Stato a quelle stesse élite che diceva di voler combattere.

L'ostacolo più severo alla nascita di una vera forza scompaginatrice rimane l'iper-personalizzazione patologica delle nuove formazioni politiche. Come analizzato da Richard Sennett nel suo saggio sulla caduta dell'uomo pubblico, assistiamo a una degradazione della politica a puro tratto psicologico, caratteriale ed estetico del leader di turno. Il narcisismo esasperato dei moderni attori politici, che riducono complessi progetti collettivi a propri personal brand, è il meccanismo di difesa più efficace del sistema dominante. Una leadership carismatica è una condizione iniziale utile, ma senza una classe dirigente diffusa, senza un radicamento capillare nei territori e senza il rifiuto del personalismo, qualsiasi fiammata si spegne non appena si esaurisce l'effetto novità sui media.

Conclusione: ricostruire la sovranità popolare

In conclusione, rimescolare le carte della politica non può essere un'operazione cosmetica guidata da comitati d'affari tecnocratici o da effimeri movimenti di opinione digitali. Lo spazio teorico ed empirico per una rottura dei blocchi esiste, ed è certificato dal collasso storico della partecipazione democratica. Tuttavia, questo vuoto non può essere colmato da una generica invocazione della competenza, da sterili populismi di destra o da sistemi elettorali truccati per auto-riprodurre l'oligarchia.

La vera causa dell'asfissia democratica occidentale risiede nel dogma neoliberista, che per quarant'anni ha programmaticamente svuotato di significato la sovranità popolare e generato una mostruosa, insostenibile sovrapproduzione di disuguaglianze socio-economiche.

L'unica reale forza scompaginatrice in grado di invertire questa rotta non è la nascita dell'ennesimo partito centrista o tecnocratico, ma il rilancio immediato di una partecipazione popolare di matrice progressista e radicalmente anti-neoliberista. Occorre scardinare le leggi elettorali vigenti, imponendo il ritorno a sistemi proporzionali puri — come il modello scandinavo a doppio livello con seggi di compensazione — che restituiscano reale peso al voto di ogni singolo cittadino, privando le segreterie del potere oligarchico di nomina.

È attraverso la ricostruzione dei corpi intermedi, la ripoliticizzazione del conflitto sociale nei luoghi di lavoro e il primato assoluto dei diritti collettivi sulle logiche predatorie del libero mercato che si può spezzare l'egemonia culturale delle destre estreme. Solo restituendo alle classi subalterne gli strumenti organizzativi per combattere la precarietà esistenziale, ridistribuire la ricchezza accumulata dalle oligarchie e riappropriarsi fisicamente dello spazio pubblico sarà possibile sconfiggere l'astensionismo e ridare una dignità, un senso e una carne concreta alla democrazia.

 

Trump: possibile che gli Stati Uniti si spingano oltre nella loro aggressione contro l'Iran

 

Nonostante i proclami trionfali, la strategia di Washington sul fronte medioorientale continua a muoversi lungo il sottile filo del calcolo politico ed elettorale. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare dell'Iran, lasciando apertamente sul tavolo l'ipotesi di nuove incursioni e azioni militari contro Teheran.

"Li abbiamo colpiti duramente e potremmo farlo ancora", ha dichiarato l'inquilino della Casa Bianca di fronte ai giornalisti, rivendicando con la consueta retorica l'efficacia dei recenti raid. Un’ostentazione di forza che nasconde tuttavia una forte inquietudine interna, legata a doppio filo al consenso dell'elettorato americano in vista delle imminenti elezioni di metà mandato.

Interpellato sul possibile impatto che la gestione dell'escalation con l'Iran potrebbe avere sulle urne, lo stesso Trump ha dovuto concedere spazio al realismo: "In un certo senso, alla gente probabilmente non piace". Una rara ammissione dell'impopolarità di un nuovo coinvolgimento bellico nell'opinione pubblica, subito bilanciata con il ricorso al registro patriottico: "Ma molte persone, molti grandi patrioti, lo apprezzano davvero".

Resta ferma, nella narrazione della Casa Bianca, la giustificazione strategica dell'unilateralismo: la necessità imperativa di impedire a Teheran l'accesso all'arma atomica. "C'è un prezzo da pagare, e lo sapevo fin dal primo momento", ha concluso Trump, confermando come la politica estera della superpotenza rimanga ostaggio di un rischioso equilibrio tra escalation militare e calcolo di bottega politica.

 

Alleanza segreta: come Israele sta aiutando Riad a bombardare gli Houthi

 

L'asse sotterraneo tra Tel Aviv e Riad non è più un mistero, ma un ingranaggio sempre più esplicito della strategia regionale orchestrata da Washington. Secondo quanto rivelato dal Jerusalem Post, che cita un alto funzionario della Difesa israeliana, Israele sta fornendo intelligence militare di alto livello all'Arabia Saudita per sostenere le sue operazioni contro il movimento Ansarullah (Houthi) in Yemen, avvalendosi della costante mediazione degli Stati Uniti.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) stanno mettendo a disposizione di Riad "capacità eccezionali" per guidare e potenziare i raid aerei contro le infrastrutture dello Yemen. Un’assistenza che risponde direttamente agli "interessi nazionali di Israele e alle direttive della leadership politica", come confermato dalla fonte militare, e che sfrutta la strumentalizzazione delle spaccature confessionali regionali per ricompattare il fronte monarchico sunnita sotto l'ombrello di sicurezza israeliano.

Da Tel Aviv l'analisi è chiara: spingere i Paesi del Golfo a percepire l'avanzata yemenita come una minaccia esistenziale per giustificare un'alleanza tattica con il regime israeliano. Nel frattempo, l'aviazione saudita intensifica le incursioni su vasta scala, con l'obiettivo di erodere le capacità logistiche e militari di Ansarullah.

Per Israele, questo scambio strategico garantisce un triplo vantaggio:

Indebolimento preventivo: Riduce le capacità di una forza considerata un nemico diretto sul lungo periodo.

Laboratorio tattico: Offre all'IDF l'opportunità di osservare, analizzare e "imparare dai metodi operativi e dalle tattiche" impiegate sul campo di battaglia yemenita.

Consolidamento del fronte anti-Iran: Inquadra l'operazione nella preparazione a uno scontro globale su più fronti.

I preparativi dell'IDF si spingono infatti ben oltre lo Yemen: le forze israeliane stanno ultimando i piani per uno scenario di scontro simultaneo che coinvolge l'asse della resistenza — dall'Iran a Hezbollah, fino alle milizie irachene. Tutto questo mentre si rincorrono le voci di nuovi piani congiunti tra Tel Aviv e Washington per riaprire le ostilità dirette contro Teheran, la quale ha già avvertito che qualsiasi nuova aggressione riceverà una risposta di potenza senza precedenti.

"Dieci pillole, tutte cattive": l'Iran lancia agli USA un avvertimento stile 'Matrix'

 

La diplomazia della guerra psicologica si arricchisce di un nuovo capitolo, dove la pop culture e il simbolismo cinematografico diventano strumenti di deterrenza geopolitica. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha lanciato un esplicito avvertimento a Washington affidando alla piattaforma X un’immagine ispirata al celebre film Matrix. Ma con una differenza fondamentale rispetto alla narrazione hollywoodiana: nella versione di Teheran non c’è alcuna illusione di scelta o di "salvezza".

Ten pills, all bad. No red, no blue. All soot. You don’t have to take any, but if you do, you will take all. Break the manufactured matrix. Leave. https://t.co/uN0zG6iyKJ

— ???????? ??????? | MB Ghalibaf (@mb_ghalibaf) October 22, 2026

Nell'illustrazione, il personaggio di Morpheus non offre l'alternativa tra la pillola rossa e quella blu. Stringe invece tra le mani dieci pillole grigie, ciascuna contrassegnata dai costi devastanti che gli Stati Uniti dovrebbero pagare in caso di nuova escalation militare contro la Repubblica Islamica.

"Dieci pillole, tutte cattive. Non c'è rosso, non c'è blu. È tutta fuliggine", ha scritto Ghalibaf sul suo profilo. Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è perentorio: Washington può ancora evitare il baratro della guerra, ma se deciderà di varcare quella soglia non potrà selezionare le conseguenze a proprio piacimento. "Non sei obbligato a prenderne nessuna, ma se lo fai, le prenderai tutte. Rompi questa matrice artificiale. Vattene", si legge nel post.

Le opzioni elencate da Ghalibaf compongono un quadro dettagliato dei punti vulnerabili della società americana in caso di conflitto aperto:

Shock economico interno: Impennata dei prezzi di benzina e diesel, crollo dei mercati finanziari, esplosione dei mutui, aumento del debito e crollo dei salari reali.

Costo umano e militare: Perdita di velivoli da guerra e un numero esponenziale di soldati americani uccisi al fronte.

Geopolitica e reputazione: Danno irreversibile al patrimonio strategico e all'immagine internazionale degli Stati Uniti.

Come sottolineato dall'agenzia di stampa statale IRNA, la mossa del presidente del Parlamento iraniano mira a parlare non solo ai vertici del Pentagono, ma direttamente all'opinione pubblica americana. L'obiettivo è smontare la narrazione secondo cui un'avventura militare contro l'Iran possa rivelarsi un'operazione chirurgica a costo zero: se Washington sceglierà la strada delle armi, dovrà accettare un impatto sistemico e rovinoso per l'intero paese.

 

Deindustrializzazione in Europa: i numeri della crisi industriale

 

di Michele Blanco

La progressiva frattura dello spazio economico eurasiatico e il drastico ridimensionamento delle catene di approvvigionamento tra Unione Europea e Russia non rappresentano un semplice danno collaterale derivante da un conflitto regionale.

Si tratta, al contrario, degli elementi centrali di un profondo riposizionamento egemonico globale, concepito per impedire l'affermazione di un'Europa unita, autonoma e competitiva sullo scacchiere internazionale. L'integrazione tra le immense risorse naturali ed energetiche russe e la straordinaria capacità industriale e tecnologica europea stava dando vita a un polo economico di primissimo piano, in grado di alterare gli equilibri geopolitici e finanziari d'oltreoceano. In questo contesto, l'escalation della crisi ucraina ha fornito il pretesto per raggiungere l'obiettivo primario di separare strutturalmente l'Europa dalla Russia, trasformando un conflitto narrato in chiave difensiva in una vera e propria guerra economica ai danni della stabilità del continente.

Di fronte a un simile stravolgimento, l'attuale classe dirigente europea ha espresso un'inadeguatezza profonda, agendo in palese contrasto con la tutela dei propri cittadini e delle proprie imprese. Piuttosto che difendere la tenuta sociale ed economica attraverso la diplomazia e il realismo politico, le istituzioni di Bruxelles e i governi nazionali hanno promosso una strategia sanzionatoria che si sta traducendo in un doloroso arretramento economico. Questa condotta solleva interrogativi drammatici sulle reali motivazioni delle decisioni politiche: ci si trova davanti a un deficit di competenza o alla condescendenza verso logiche estranee al benessere dei popoli amministrati?

Il risultato netto è un'Europa priva della propria indipendenza energetica, costretta ad acquistare risorse a prezzi speculativi e a subire passivamente le dinamiche di un mercato globale dominato dall'interesse nazionale dei singoli attori.

Mentre il continente affronta il blocco dei canali tradizionali e l'impennata dei costi, il commercio mondiale dimostra un pragmatismo spietato che smentisce la rigidità ideologica europea. I flussi internazionali si sono semplicemente riorganizzati. Una quota rilevante del greggio siberiano continua a circolare sui mercati globali attraverso complesse triangolazioni che vedono nazioni come India e Cina raffinare la materia prima per poi rivenderla agli stessi paesi occidentali sotto forma di carburanti finiti, ma a prezzi notevolmente maggiorati. Contemporaneamente, il Gas Naturale Liquefatto nordamericano ha progressivamente rimpiazzato il metano trasportato via gasdotto, esponendo l'apparato produttivo europeo alla volatilità e alle speculazioni dei mercati spot internazionali.

Questo ridimensionamento del tessuto industriale è stato accompagnato dall'allineamento dell'apparato informativo mainstream, che ha giustificato scelte economiche gravose presentandole all'opinione pubblica come un inevitabile sacrificio morale. L'analisi pragmatica dei fatti e il giornalismo d'inchiesta sono stati gradualmente messi da parte in favore di una narrazione uniforme e rassicurante. Per lungo tempo sono stati minimizzati i reali flussi economici globali e taciuti gli effetti collaterali a lungo termine su famiglie e imprese. Quando la complessità della realtà è emersa con evidenza, la narrazione si è progressivamente spostata altrove, evitando una seria autocritica sulle responsabilità passate e marginalizzando le posizioni di dissenso qualificato.

I segni di questo processo di deindustrializzazione si riflettono chiaramente negli indicatori macroeconomici del continente. I rilevamenti periodici indicano una contrazione costante dell'indice di produzione industriale nella zona euro, con un impatto particolarmente severo sui settori ad alta intensità energetica quali la chimica, la metallurgia e la filiera automobilistica in paesi manifatturieri chiave come Germania e Italia. L'industria europea si trova così a sostenere costi energetici strutturalmente più elevati rispetto a quelli dei concorrenti internazionali. Questo divario genera uno svantaggio competitivo sistematico a favore delle aziende operative in aree geografiche dove il costo dell'energia resta contenuto, accelerando lo spostamento di capitali e la delocalizzazione degli stabilimenti verso contesti più favorevoli.

Il dramma di questa fase storica risiede nella perdita di una prospettiva strategica di lungo termine. La cooperazione nello spazio eurasiatico avrebbe potuto garantire al continente una solida autosufficienza energetica, stabilità geopolitica e un'elevata competitività globale. Il ridimensionamento di questa visione — accentuato dall'interruzione definitiva di infrastrutture chiave come i gasdotti Nord Stream — ha invece relegato l'Europa a una posizione di marcata vulnerabilità. I cittadini e il tessuto produttivo si trovano oggi a sostenere le conseguenze economiche e sociali di scelte geopolitiche di cui non hanno il controllo, guidati da una leadership che ha sacrificato la sovranità economica e il benessere futuro in nome di un allineamento privo di contrappesi.

 

Tassare gli algoritmi per salvare la società: perché il modello post-lavorista è l'unica via d'uscita

 

di Michele Blanco

La civiltà occidentale sta attraversando una transizione che non ammette regressioni nostalgiche né correttivi congiunturali. Si tratta di un processo di decomposizione strutturale che sta smantellando le idee portanti della modernità novecentesca, a partire dal collasso del suo indicatore più intimo: la demografia.

L’inversione biologica tra saldi vivi e saldi morti — inaugurata dal modello scandinavo degli anni Settanta e oggi estesa per osmosi fino alla Cina — ha determinato un invecchiamento ipertrofico della popolazione. Questo fenomeno drena la spesa pubblica verso il welfare geriatrico, contrae la produttività marginale del lavoro e spegne l'entropia giovanile, intesa come forza storica di contestazione e rottura dei modelli di conformismo sociale.

In questo quadro di asfissia biologica si inserisce la faglia geostorica con l'Africa subsahariana, dove la disparità dei profili anagrafici e l'inversione delle masse critiche configureranno un'attrazione magnetica inevitabile, riducendo l'Europa ad appena l'11% della popolazione globale entro il 2050.

La crisi del modello economico e la trappola dell'iper-consumismo

Sul piano economico, l'Occidente sconta gli esiti della globalizzazione neoliberale avviata negli anni Ottanta, in cui la totale autonomizzazione della sfera finanziaria rispetto ai cicli della produzione materiale ha generato una plutocrazia oligarchica strutturalmente ostile a qualsiasi riconfigurazione del sistema, polarizzando la ricchezza a livelli pre-moderni.

Contemporaneamente, il modello basato sull'obsolescenza programmata e sull'iper-consumismo ha esaurito la sua spinta propulsiva: la saturazione della domanda dimostra che l'offerta non trova più sbocchi reali. L'avvento della transizione digitale ha agito per via sostitutiva, cannibalizzando il vecchio mondo materiale e distruggendo i meccanismi tradizionali di redistribuzione del reddito.

Questa crisi da sovrapproduzione cozza con la violenta destabilizzazione ecologica causata dall'estensione dei modelli estrattivi a una massa globale di oltre otto miliardi di individui. Nel frattempo, la democrazia liberale formale si svuota di sovranità, riducendosi a un simulacro procedurale incapace di governare le spinte sistemiche.

In questo vuoto, il deficit di alfabetizzazione sistemica della popolazione civile rappresenta il pericolo più immediato: una massa sociale stritolata da dinamiche macroeconomiche di cui ignora le cause è fatalmente esposta a regressioni scioviniste e populismi reazionari, col rischio di convertire una fisiologica decadenza in un collasso catastrofico qualora si tenti di opporre la forza militare alla logica del riassestamento globale.

Dall'efficienza produttiva all'Otium radicale

L'unica strategia adattativa per preservare la civiltà risiede in una mutazione epistemologica radicale che smantelli l'assioma fondamentale della modernità: il nesso indissolubile tra sapere, lavoro e valore economico.

Con l'evoluzione dell'intelligenza artificiale e dell'automazione algoritmica — che non si limitano più a sostituire la forza muscolare, ma colonizzano le funzioni cognitive superiori come la sintesi, la programmazione e la diagnosi a costi marginali azzerati —, la conoscenza umana finalizzata alla produzione materiale diviene obsoleta, superata con efficienza dalle macchine.

L'essere umano, espropriato del suo ruolo di produttore di conoscenza funzionale, è costretto a transitare dal negotium del tempo occupato all'otium radicale nell'accezione classica e contemplativa: un tempo liberato dal bisogno in cui la conoscenza cessa di essere un mezzo per l'accumulazione di capitale e torna a essere un fine in sé.

Questa transizione implica un salto quantico rispetto all'alienazione marxiana tradizionale: l'individuo rischia oggi di essere alienato dalle sue stesse facoltà cognitive e di perdere il senso dell'efficacia personale se l'algoritmo calcola e decide meglio di lui. La scommessa della conoscenza non produttiva diventa quindi l'unico baluardo terapeutico contro l'atrofia intellettuale e il nichilismo da automazione. Studiare la storia, la filosofia o la fisica teorica non per addestrare un modello o per riempire una casella nel mercato del lavoro, ma per il puro godimento della scoperta, permette di riscattare la cultura dalla sua riduzione aziendale a mera competenza.

L'evoluzione dell'IA dimostra inoltre che può esserci computazione pura senza coscienza, rompendo il monopolio umano sul pensiero logico-razionale e ridefinendo la nostra specie non più come l'animale che calcola meglio, bensì come l'essere che abita fenomenologicamente il significato, prova stupore ermeneutico ed è trasformato dall'atto stesso del conoscere.

Il paradigma post-lavorista e la sfida al Neo-Tecnofeudalismo

Da ciò deriva una conclusione logica e squisitamente politica: dal momento che l'automazione riduce drasticamente la domanda di forza lavoro umana e la biosfera impone di frenare l'impatto ambientale, occorre ridurre progressivamente la giornata lavorativa, sostenendo le forme di vita attraverso la redistribuzione automatica della ricchezza prodotta dagli algoritmi.

Questa radicale transizione post-lavorista impone tuttavia una profonda de-aziendalizzazione del sistema educativo contemporaneo, il quale opera ancora come una filiera di subfornitura del mercato occupazionale attraverso la certificazione di competenze iperspecialistiche e procedurali destinate a un'immediata obsolescenza. La scuola e l'università devono invece abbandonare l'addestramento performativo e la logica aziendalista dei test standardizzati per rifondarsi attorno all'ermeneutica della complessità, al pensiero critico e alla resistenza cognitiva, trasformando il tempo dell'apprendimento in uno spazio di fioritura intellettuale disaccoppiato dall'utilitarismo economico.

Sul piano macroeconomico, l'introduzione di un Reddito Universale di Base (UBI) finanziato attraverso una tassazione del capitale algoritmico e la creazione di Fondi Sovrani Pubblici — alimentati dalle partecipazioni azionarie dello Stato nelle imprese automatizzate — si configura come l'unico possibile stabilizzatore sistemico in grado di scongiurare il collasso della domanda aggregata in un capitalismo privo di salariati.

L'attuazione di tale modello si scontra inevitabilmente con la feroce resistenza politica delle nuove élite finanziarie e dei proprietari delle infrastrutture digitali, i quali attuano il ricatto della fuga dei capitali, la cattura ideologica dei decisori politici e la retorica della filantropia privata per difendere le proprie ingiuste rendite estrattive.

Per disarmare questo neo-tecnofeudalismo, il potere pubblico deve utilizzare leve geoeconomiche transnazionali, condizionando l'accesso ai mercati di consumo occidentali al rispetto delle regole del Fondo Sovrano, dichiarando l'infrastruttura dei dati collettivi un assoluto bene comune demaniale soggetto a royalty e promuovendo una solida alleanza sovranazionale.

Se la società non democratizza il sapere parallelamente alla redistribuzione automatica delle risorse, si genererà una distopia a due velocità: una tecnocrazia plutocratica deterrà la proprietà dei codici, mentre una massa subalterna precognitiva verrà confinata in un intrattenimento algoritmico passivo. La drastica contrazione del tempo di lavoro per investire nella cultura non è un lusso intellettuale, ma l'infrastruttura di sopravvivenza indispensabile per formare una cittadinanza dotata di un'elevata alfabetizzazione della complessità: l'unica massa critica in grado di comprendere le cause profonde del presente, negoziare coscientemente il proprio futuro ed evitare che l'architettura algoritmica si trasformi in un panopticon totalitario invisibile.

Approvato lo Stabilicum: giuristi in rivolta contro la "legge truffa"

 

di Michele Blanco

Con il via libera definitivo della Camera dei Deputati, giunto l’8 ottobre 2026, l'Italia assiste a quello che molti definiscono lo strappo istituzionale più violento della sua storia repubblicana. Sotto la denominazione tecnica di "Stabilicum", la maggioranza ha varato una riforma denunciata dai comitati civici e dalla dottrina costituzionale più rigorosa come un vero e proprio "golpe bianco": una legge progettata per smantellare la democrazia parlamentare e sostituirla con un regime plebiscitario.

L'accusa dei giuristi è perentoria: non si tratta di una semplice riforma, ma di un atto eversivo compiuto tramite legge ordinaria per aggirare la Costituzione, disarmare il Quirinale e blindare la maggioranza al potere a tempo indeterminato.

Di fronte a questo radicale cambio di regime, una rete nazionale di costituzionalisti e avvocati ha proclamato la resistenza legale. I dettagli delle impugnazioni per bloccare la norma prima che comprometta lo Stato di diritto saranno illustrati in una conferenza stampa lunedì 12 ottobre, alle ore 13:00, presso la Camera dei Deputati.

I tre pilastri della contestazione

1. Il furto della rappresentanza: un Parlamento di "nominati"

Il meccanismo più discusso dello Stabilicum assegna un premio di maggioranza ipertrofico di 105 parlamentari alla coalizione che raggiunga il 42% dei voti.

  • L'atto d'accusa: La dottrina evidenzia come il testo calpesti i paletti insuperabili fissati dalla Corte Costituzionale con le sentenze n. 1/2014 (sul Porcellum) e n. 35/2017 (sull'Italicum). La Consulta ha già stabilito che è illegittimo trasformare un'esigua minoranza reale in una maggioranza assoluta artificiale. Consentire a chi raccoglie il 42% dei consensi (pari a meno del 20% dei cittadini votanti, considerato l'astensionismo) di assumere il controllo totale delle istituzioni viola l'articolo 48 della Costituzione ("il voto è eguale").

2. L'instaurazione dell'autocrazia: il Premierato che svuota il Quirinale

Inserendo l'indicazione del Capo del Governo direttamente sulla scheda elettorale, lo Stabilicum introduce un premierato di fatto senza passare dalla procedura di revisione costituzionale dell'articolo 138, evitando così il vaglio del referendum popolare.

  • Il crollo dei contrappesi: La critica dei giuristi è radicale: la norma annulla l'equilibrio tra i poteri per accentrare l'autorità nell'esecutivo. Di fatto, l'articolo 92 della Costituzione viene depotenziato: il Presidente della Repubblica perde la facoltà di scegliere il Premier, mentre le Camere vengono private del reale potere di sfiducia, riducendosi a meri organi ratificatori.

3. La farsa delle preferenze: capilista bloccati e penalizzazione delle donne

Mentre la propaganda presenta lo Stabilicum come il ritorno del potere di scelta in mano ai cittadini, la struttura tecnica del testo rivela un sistema oligarchico imperniato sui capilista bloccati.

  • Il sequestro del voto: Il costituzionalista Roberto Zaccaria, alla guida del coordinamento delle impugnazioni, ha annunciato che i ricorsi nei tribunali verranno depositati non appena la legge entrerà in vigore. La presenza dei capilista sottrarrà agli elettori la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (in contrasto con gli Artt. 3 e 56 Cost.). Inoltre, poiché l'alternanza di genere si applica soltanto alle posizioni subordinate, il meccanismo rischia di ridurre la presenza femminile e garantire l'elezione automatica dei candidati designati dall'alto.

L'ombra della Legge Acerbo e la democrazia sotto assedio

Le analogie tecniche e politiche tra l'impianto dello Stabilicum e le pagine più buie della storia istituzionale italiana appaiono evidenti. Lo stravolgimento della rappresentanza democratico-parlamentare evoca lo spettro della Legge Acerbo del 1923, il dispositivo normativo che aprì la strada al regime fascista.

Anche allora, un esecutivo insofferente ai contrappesi parlamentari utilizzò una legge elettorale ordinaria per ridefinire l'architettura dello Stato. La Legge Acerbo introdusse un maxi-premio di maggioranza (i due terzi dei seggi a chi raggiungeva il 25% dei voti) con l'obiettivo di fabbricare una maggioranza blindata in Aula e cancellare il pluralismo politico.

Oggi i critici denunciano la medesima logica illiberale: assegnare il controllo assoluto del Parlamento a una coalizione minoritaria nel Paese significa alterare lo Stato di Diritto. Per queste ragioni, i ricorsi d'urgenza pronti per i tribunali non rappresentano una semplice controversia burocratica, ma una vera e propria iniziativa di tutela costituzionale. La battaglia legale presentata alla Camera dei Deputati punta a ergersi come ultimo argine a difesa della sovranità popolare e della Repubblica parlamentare.

Dal welfare al carcere: come si costruisce il consenso della paura

 

di Michele Blanco

Il saggio di Italo Di Sabato, dal titolo La democrazia punitiva. Stato penale, mutazione antropologica e consenso reazionario (Momo Edizioni), scardina radicalmente la narrazione dominante che interpreta l'inasprimento delle misure di polizia e il rigore carcerario come risposte neutre o emergenziali alle insicurezze del nostro tempo. Attraverso una densa e rigorosa analisi sociopolitica, l'autore dimostra che il sistema penale si è tramutato nella tecnologia ordinaria di governo delle società contemporanee. Come viene esplicitamente denunciato nelle pagine del saggio, «la democrazia punitiva dentro cui siamo invischiati anche in Italia non rappresenta una semplice deriva autoritaria, ma una nuova forma di governo in cui paura, controllo e penalità prendono il posto della giustizia sociale, della rappresentanza e del conflitto». Questa architettura del potere si regge sulla grave e ingiustificata transizione traumatica dallo Stato sociale allo Stato penale: un processo trentennale in cui le istituzioni, avendo rinunciato alla redistribuzione della ricchezza (come previsto dalla Costituzione Italiana) e alla garanzia dei diritti materiali come il lavoro o la casa, hanno sostituito i servizi sociali con le manette e i decreti repressivi.

Il passaggio strutturale dal welfare al cosiddetto "workfare" repressivo costituisce il motore economico dell'intera trattazione di Di Sabato. L'autore seziona il declino dello Stato sociale evidenziando come i tagli lineari alla sanità, all'istruzione, all'assistenza territoriale e alle tutele del lavoro non abbiano semplicemente impoverito ampissimi strati della popolazione, ma abbiano prodotto una massa di esistenze precarie e prive di garanzie che il mercato neoliberale non è in grado di assorbire. Di fronte alla deliberata rinuncia a governare l'economia in senso inclusivo, lo Stato sperimenta un gravissimo vuoto di legittimità democratica. La risposta istituzionale a questo declino non risiede nel ripristino dei diritti civili o sociali, ma in una vera e propria torsione autoritaria: la "mano sinistra" dello Stato, quella che un tempo proteggeva, istruiva e curava i cittadini, viene progressivamente amputata per ipertrofizzare la "mano destra", quella della polizia, dei tribunali e del sistema sanzionatorio. La povertà, la precarietà abitativa e la disoccupazione smettono di essere considerate patologie del sistema economico capitalista da risanare con giusti investimenti pubblici e vengono surrettiziamente ricodificate come colpe individuali e minacce all'ordine pubblico, spostando l'asse dell'intervento statale dalle politiche di emancipazione alle tecniche di contenimento poliziesco.

A sostegno di questa tesi, il saggio compie un'operazione di fondamentale importanza ricostruendo criticamente i dati macroeconomici legati ai bilanci del Ministero della Giustizia, svelando l'irrazionalità sistemica di una spesa detentiva ipertrofica se rapportata al definanziamento del settore sociale. Di Sabato evidenzia come il bilancio annuale destinato al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria si attesti su cifre colossali, vicine ai tre miliardi e mezzo di euro, drenando oltre il trenta per cento delle risorse complessive della giustizia. L'affondo critico si fa spietato quando l'autore seziona la destinazione interna di questi fondi: circa il sessantacinque per cento della spesa totale viene assorbito esclusivamente dal mantenimento degli stipendi e della logistica del personale di custodia, laddove i capitoli di spesa formalmente dedicati alle finalità costituzionali del trattamento – ossia l'istruzione, il lavoro penitenziario, l'assistenza psicologica e i percorsi di reinserimento – ricevono le briciole, oscillando sotto la soglia del dieci per cento. Questo squilibrio finanziario dimostra empiricamente l'irrazionalità dello Stato penale: spendere circa centocinquanta euro al giorno per ogni singolo detenuto al fine di produrre un tasso di recidiva istituzionale superiore al sessanta per cento significa certificare che il carcere non è un investimento sulla sicurezza pubblica, bensì un fallimentare costo a fondo perduto. Lo Stato spende somme esorbitanti per segregare la marginalità sociale dopo aver rifiutato di investire frazioni di quelle stesse cifre per prevenirla sul territorio attraverso il welfare.

L'apparato probatorio del saggio non poggia su astrazioni sociologiche, ma si focalizza rigorosamente sulle fonti statistiche ministeriali, sui bilanci della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e sui rapporti delle commissioni parlamentari d'inchiesta che l'Osservatorio Repressione analizza e incrocia storicamente. Attraverso lo studio dei dati sulle denunce per i reati di resistenza a pubblico ufficiale, blocco stradale e danneggiamento, l'Osservatorio porta alla luce la sproporzione quantitativa e qualitativa della risposta penale dello Stato nei confronti dei movimenti sociali. I dati sui procedimenti giudiziari e l'applicazione di misure cautelari preventive evidenziano come la magistratura inquirente utilizzi sistematicamente i reati associativi per disarticolare le reti del dissenso sindacale, studentesco e ambientale. L'analisi critica delle relazioni annuali presentate in Parlamento sullo stato dell'ordine pubblico e della sicurezza rivela una precisa architettura burocratica orientata alla neutralizzazione preventiva della piazza, in cui l'aumento geometrico delle sanzioni amministrative ed edittali serve a mascherare l'inefficacia strutturale del controllo sociale in contesti di grave impoverimento diffuso.

Questa irrazionale allocazione delle risorse pubbliche e la severità dei dispositivi repressivi necessitano tuttavia di un formidabile apparato di legittimazione ideologica, che l'autore individua e smaschera nelle pagine del libro dedicate ai meccanismi del linguaggio mediatico e dei talk-show televisivi. Di Sabato conduce una serrata analisi semiotica della vera e propria fabbrica del consenso reazionario, mostrando come l'informazione mainstream operi una costante e scandalosa distorsione della realtà. All'interno dei palinsesti televisivi, la complessità delle dinamiche sociologiche viene programmaticamente espulsa a favore di una narrazione spettacolarizzata e ansiogena, costruita su frame narrativi fissi: la perenne minaccia dell'invasione migratoria, la retorica del degrado urbano e l'enfasi ossessiva sul fatto di cronaca nera elevato a emergenza nazionale. Il talk-show, in particolare, viene decostruito come lo spazio geometrico del populismo penale, dove la figura dell'esperto criminologo o del sociologo politico viene marginalizzata per lasciare il proscenio alla contrapposizione emotiva tra le vittime e i "mostri". Il linguaggio utilizzato è volutamente decontestualizzato e destoricizzato; la povertà non viene mai raccontata come l'esito di precisi decreti economici, ma come una colpa biologica o culturale da reprimere. Questo bombardamento mediatico persegue l'obiettivo strategico di mantenere la cittadinanza in una condizione di perenne panico morale, spingendo l'elettorato ad accettare e, anzi, a invocare spontaneamente leggi sempre più punitive e autoritarie, convinto che la minaccia alla propria esistenza provenga dall'ultimo della scala sociale e non da spregiudicate e infondate politiche di austerità.

La decostruzione operata da Di Sabato sulla televisione generalista invita a un confronto diretto con i modelli classici della sociologia dei media, in particolare con le teorie sul panico morale formulate da Stanley Cohen. Nel suo studio Cohen descriveva come i media identifichino periodicamente un gruppo sociale specifico, etichettandolo come "folk devil" (diavolo collettivo), per presentarlo all'opinione pubblica come una minaccia immediata per i valori della società. Se nel modello di Cohen il panico morale era un processo in gran parte spontaneo e ciclico, legato a subculture giovanili isolate, la democrazia punitiva di Di Sabato evidenzia un vero e proprio salto di qualità tecnologico e sistemico. Nei talk-show contemporanei, la creazione del diavolo collettivo – che sia l'attivista climatico, il migrante del CPR o il percipiente di sussidi sociali – non è una reazione estemporanea della stampa, ma una strategia preparata scientificamente, istituzionalizzata e permanente. La minaccia non viene più arginata per ristabilire l'equilibrio precedente, ma viene cronicizzata dai media per giustificare la stabilità stessa dello Stato penale. Il panico morale cessa di essere un'anomalia transitoria della comunicazione di massa e si trasforma nel motore fondamentale del consenso politico reazionario, una risorsa egemonica indispensabile per legittimare la violenza e la spesa degli apparati penali.

La validità e la solidità teorica di queste argomentazioni trovano riscontro nella capacità dell'autore di anticipare gli esiti delle politiche urbane più recenti. Condividere le tesi di Di Sabato significa riconoscere l'assoluta precisione scientifica con cui viene smascherato l'inganno ideologico della "neutralità" securitaria. Le sue analisi si rivelano di un'accuratezza disarmante, specialmente nel dimostrare come l'arsenale normativo penale non sia orientato a proteggere la collettività dai pericoli, bensì a blindare le disuguaglianze di classe. Il saggio ha il merito insostituibile di sottrarre il dibattito sulla sicurezza alle derive emotive della destra e alle timidezze corporative del centrosinistra, offrendo agli studiosi una chiave di lettura euristicamente inattaccabile: la penalità contemporanea non gestisce il crimine, ma ordina i confini della marginalità economica interna.

All'interno di questa metamorfosi istituzionale e mediatica, una delle tesi più incisive espresse da Di Sabato riguarda la decostruzione del concetto di decoro urbano, svelato come un sofisticato strumento di esclusione di classe e di igiene sociale applicato nelle grandi aree metropolitane. Il decoro non costituisce un parametro estetico neutro volto alla vivibilità dei quartieri, bensì una categoria ideologica pensata per la mercificazione delle città, ridotte a spazi di consumo per le classi agiate o per il turismo di massa. La sanzione sistematica di condotte puramente esistenziali o marginali – come il bivacco, la richiesta di elemosina, il commercio informale o la semplice sosta prolungata – non mira a risolvere le cause profonde della povertà materiale, ma ha l'obiettivo politico di nasconderla allo sguardo. Attraverso lo strumento normativo dei Daspo urbani e delle ordinanze sindacali, l'ordine pubblico si fa preventivo: il povero, il precario e il migrante non vengono perseguiti per reati commessi, ma vengono allontanati in quanto elementi di disturbo per le vetrine del mercato neoliberale. Lo Stato trasforma così una drammatica crisi strutturale di welfare in una colpa morale e in una minaccia securitaria da espellere fisicamente dai centri storici e confinare nelle periferie invisibili dell'esistenza.

Questa gestione penale della miseria si alimenta di quella che l'autore definisce una vera e propria mutazione antropologica della cittadinanza, le cui radici storiche risalgono al crollo della Prima Repubblica e alla stagione di Tangentopoli. La delegittimazione dei partiti e lo svuotamento dei luoghi di socializzazione politica hanno atomizzato gli individui, sostituendo la complessità del conflitto sociale con la griglia interpretativa morale che contrappone in modo superficiale gli onesti ai disonesti. Sulla scorta di questa semplificazione, la politica ha trovato nel populismo giudiziario una formidabile fabbrica di consenso trasversale e bipartisan. Di Sabato, attingendo ai dati e alle analisi raccolte sul campo dal centro di documentazione dell'Osservatorio Repressione, dimostra come la criminalizzazione del dissenso – attuata trasformando storiche forme di protesta pacifica come i blocchi stradali, i picchetti o la resistenza passiva in gravi reati edittali – e il funzionamento coercitivo dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio siano l'esito logico voluto da una classe dirigente che usa l'illusione penale per simulare un controllo che non possiede più sulle macro-dinamiche economiche.

Il terminale inevitabile e catastrofico di questa bulimia sanzionatoria si consuma nella realtà materiale del sistema carcerario, descritto nel testo come un drammatico magazzino di contenimento dei soggetti vulnerabili. Il sovraffollamento cronico e la tragica catena di suicidi e atti di autolesionismo non sono incidenti di percorso, ma la diretta conseguenza di leggi che riempiono le celle di soggetti privi di reti sociali. Di fronte al fallimento empirico della pena reclusiva, che vanta tassi di recidiva superiori al sessanta per cento, Di Sabato dedica la parte conclusiva del volume all'analisi e alla proposta delle correnti dell'abolizionismo penale europeo, ispirandosi esplicitamente alle radici teoriche del giurista olandese Louk Hulsman e del sociologo norvegese Nils Christie. Il saggio fa proprie le tesi di Hulsman sulla necessità di decostruire l'astrazione giuridica del reato, una categoria burocratica che standardizza e violenta la complessità delle situazioni problematiche quotidiane applicando l'unica risposta dell'inflizione di una sofferenza di Stato. Al contempo, l'autore sposa il celebre assunto di Christie secondo cui lo Stato ha letteralmente rubato il conflitto ai legittimi proprietari, ossia alla vittima e all'autore del danno, delegandolo a professionisti del diritto che ne espropriano la parola e ne annullano ogni reale percorso di responsabilizzazione o ricomposizione.

Richiamando questo patrimonio filosofico, l'opera si chiude con una proposta radicale e scientificamente argomentata: il superamento della democrazia punitiva non si ottiene con la retorica dell'umanizzazione della gabbia o con l'edificazione di nuove carceri, ma con il progressivo smantellamento del monopolio punitivo statale. La via d'uscita risiede in una sistematica opera di decriminalizzazione dei reati legati alla marginalità e al dissenso politico, da gestire attraverso pratiche di giustizia riparativa e trasformativa capaci di ricostruire i legami sociali interrotti. La vera sicurezza, conclude Di Sabato, cessa di essere una prerogativa delle forze dell'ordine e dei codici penali per tornare a essere un diritto sociale garantito dal rifinanziamento del welfare, della sanità pubblica, del diritto all'abitare, della scuola e del reddito sul territorio.

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