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La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

22 October 2026 at 14:10

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

22 October 2026 at 08:07

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

Dalle reti russe ai sospetti su Iran e Algeria. Cosa (non) svela Ft sulle proteste in Europa

21 October 2026 at 13:44

L’Unione europea sta indagando sulle possibili interferenze straniere nelle proteste violente che hanno attraversato negli ultimi giorni Francia e altri Paesi europei, tra cui Italia e Belgio. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, funzionari della sicurezza e autorità di regolamentazione stanno esaminando il ruolo di reti di disinformazione filorusse, insieme a possibili operazioni riconducibili a Iran e Algeria, nella diffusione di contenuti violenti e narrazioni polarizzanti.

Le verifiche riguardano soprattutto l’amplificazione digitale delle proteste, ma alcuni governi hanno chiesto ai servizi di intelligence di accertare anche l’eventuale coinvolgimento diretto di agenti stranieri negli episodi di violenza. Al momento, precisano le fonti europee interpellate dal quotidiano britannico, non esistono prove concrete di provocazioni organizzate dall’estero.

È una dinamica che Formiche.net aveva già analizzato in un articolo di Emanuele Rossi, ricostruendo come le tensioni sociali europee possano essere sfruttate da attori ostili attraverso strumenti di guerra ibrida, campagne informative e operazioni di influenza. Le nuove rivelazioni del Financial Times aggiungono a questa lettura gli elementi raccolti dalle autorità europee.

David Colon, ricercatore di Sciences Po specializzato in disinformazione, spiega che influencer filo-Cremlino collegati alla campagna russa “Storm-1516” hanno amplificato le proteste francesi diffondendo narrazioni false. Colon ha indicato anche “Matryoshka”, un’altra rete di influenza russa già attiva in operazioni di manipolazione informativa.

Ci sono diversi account già individuati per aver diffuso filmati violenti falsamente attribuiti alle manifestazioni francesi. Un video pubblicato su X da un profilo con appena cinquemila follower ha raggiunto quasi sei milioni di visualizzazioni, mostrando manifestanti intenti a lanciare fuochi d’artificio. Le immagini risalivano in realtà alle proteste del 2024 a Tbilisi, in Georgia. Colon ha tuttavia precisato che gli influencer filorussi non hanno originato le manifestazioni né risultano averne condizionato direttamente lo svolgimento. Le operazioni osservate sembrano soprattutto orientate a sfruttare e amplificare eventi già in corso.

L’attenzione si estende anche a Iran e Algeria. Sono stati segnalati indizi di possibili operazioni di influenza riconducibili ai due Paesi Le autorità europee stanno cercando di comprendere se l’attività online possa accompagnarsi a provocazioni fisiche. Il precedente richiamato dal Financial Times risale al 2023, quando persone sospettate di agire per conto della Russia disegnarono stelle di David sui muri di Parigi. Secondo l’organismo francese Viginum, l’operazione mirava ad alimentare divisioni nella società.

Il problema riguarda la possibile convergenza tra tensioni autentiche, operazioni clandestine e amplificazione algoritmica. Distinguere queste componenti non è sempre semplice, soprattutto quando le attività di influenza utilizzano intermediari e reti difficilmente attribuibili. Bruxelles ha intanto avviato confronti con le autorità francesi e con i regolatori nazionali per valutare la collaborazione delle piattaforme, tra cui X e TikTok. La Commissione vuole impedire che gli algoritmi contribuiscano ad amplificare contenuti violenti o campagne coordinate. Un intervento europeo diretto resta possibile qualora il rischio diventasse sistemico.

La questione riguarda da vicino anche l’Italia, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha denunciato una “guerra ibrida” condotta contro i Paesi occidentali attraverso social media e piattaforme digitali. Le fonti dell’intelligence europea invitano comunque a non sovrastimare il ruolo degli attori stranieri. Le proteste nascono da tensioni politiche e sociali reali, che possono essere successivamente sfruttate da potenze esterne.

È proprio questo il nodo strategico: le operazioni di influenza non devono necessariamente creare il disordine per trasformarlo in uno strumento di pressione. Possono inserirsi nelle fratture esistenti, amplificarle e renderne più difficile la gestione, sfruttando anche l’incertezza sull’attribuzione delle responsabilità. Una vulnerabilità delle democrazie europee che le indagini in corso stanno riportando al centro dell’attenzione.

Il caos delle piazze e la tentazione della regia. Gli indizi da cercare

21 October 2026 at 10:53

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto parole nette. Intervenendo il 20 ottobre al Defense Procurement Forum di Roma, ha definito gli scontri di Milano e delle altre città italiane il frutto di una guerra ibrida combattuta attraverso TikTok, i social e YouTube, che l’Occidente non saprebbe né riconoscere né contrastare.[1] Ha escluso che i ragazzi in piazza fossero i cosiddetti maranza o figli dell’immigrazione, parlando piuttosto di una controeducazione ricevuta fuori dalla famiglia e dalla scuola, e del rischio che alcuni Paesi usino algoritmi e dati comportamentali per orientare il pensiero dei più giovani. Non ha nominato alcuno Stato. Matteo Salvini gli ha risposto, a stretto giro, che di regia non ce n’è e che le ipotesi su un ruolo russo sono strambe, mentre Stefania Craxi e Lia Quartapelle hanno richiamato, da sponde opposte, il rischio che potenze straniere abbiano amplificato proteste convocate sui social.[2]

La domanda di sempre

È una scena che si ripete. Ogni volta che un movimento di protesta degenera, dai gilets jaunes ai no vax, la discussione pubblica si divide subito in due tifoserie: chi vede dietro ogni vetrina infranta la mano di Mosca e chi liquida qualsiasi ipotesi di interferenza come complottismo. Entrambe sbagliano, perché confondono tre cose diverse: l’esistenza di un’attività ostile, la sua capacità di amplificare un fenomeno già esistente e il suo effetto causale sulla violenza. La prima è spesso documentabile, la seconda talvolta, la terza quasi mai. La tesi del ministro, nella sua versione più solida, riguarda una vulnerabilità strutturale reale: intere generazioni esposte a ecosistemi algoritmici che piattaforme e attori statali ostili sono in grado di sfruttare. Il passaggio dalla vulnerabilità all’attribuzione di un fatto specifico richiede però prove di altra natura.

Che cosa dicono i dati

La Francia, dove tutto è cominciato, offre il termine di paragone più utile. La mobilitazione del 17 ottobre, nata dai blocchi dei licei e confluita nella protesta contro il caro vita, ha portato in piazza circa 550.000 persone e si è chiusa con quasi 2.400 arresti e un migliaio di agenti feriti.[3] Secondo i dati di Visibrain ripresi da Le Monde, l’appello aveva generato circa 460.000 messaggi e oltre 132 milioni di visualizzazioni su TikTok; ma Viginum, il servizio francese contro le ingerenze digitali straniere, non aveva individuato operazioni estere significative dietro la sua diffusione.[4] Una fonte governativa ha riconosciuto a 20 Minutes che una parte del traffico proveniva dall’estero, pur restando la conversazione prevalentemente nazionale, e che i video delle violenze sono stati rilanciati in massa dai media di Stato russi, iraniani, algerini, turchi e cinesi.[5] È il quadro tipico: nessuna regia dimostrata all’origine, un’amplificazione opportunistica evidente a valle.

In Italia il fenomeno più rivelatore non sono stati gli scontri, ma ciò che è seguito. Dal 19 ottobre le chat di studenti e genitori di Milano, Pavia, Cremona, Ravenna e del Veneto sono state invase da falsi allarmi su stupri di gruppo, spedizioni di neofascisti contro gli stranieri, incendi alle università, con video di vecchie violenze spacciati per attuali.[6] Nessuna minaccia si è materializzata, ma a Ravenna in un istituto è entrato un decimo degli studenti, a Cremona il centro è rimasto deserto per ore.[7] È la definizione di un’operazione cognitiva riuscita. Eppure l’unico caso con responsabili accertati, proprio quello di Cremona, ha portato la Digos a denunciare due ragazzi di 14 e 15 anni del posto.[8] Lo stesso panico può nascere da un adolescente come da un servizio straniero, e solo l’analisi tecnica delle reti può distinguere l’uno dall’altro.

Il jihad dell’attenzione

C’è poi un terzo attore, che nessuno ha nominato. BBC Monitoring ha documentato come account dell’area di sostegno allo Stato Islamico abbiano esortato i “fratelli” in Francia a sfruttare il caos e a non distinguere tra civili e militari, salutando una “primavera europea” che comprendeva espressamente l’Italia, mentre altri ambienti islamisti si limitavano a celebrare il declino dell’Occidente.[9] Non c’è alcuna prova di un ruolo jihadista nelle piazze; l’analista Daniele Garofalo ha ricordato che non esistono elementi su un ruolo operativo dei Fratelli musulmani o di altri gruppi.[10] Ma Europol segnala che nel 2025 108 dei 347 arrestati per terrorismo jihadista nell’Unione avevano diciotto anni o meno.[11] Il rischio non è l’infiltrazione organizzata, ma il singolo già radicalizzato che legge nel disordine una copertura. E colpisce la simmetria con la destra radicale: quando Donald Trump attribuisce le proteste francesi all’islam e all’immigrazione, offre agli account jihadisti la stessa cornice di scontro di civiltà che essi propongono.[12] Ogni estremismo trova nell’altro la conferma delle proprie premesse.

Mosca e Teheran, la stessa sceneggiatura

Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di repressione violenta e di doppi standard rispetto alle critiche ricevute per le proteste iraniane di gennaio.[13] Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando una campagna di disinformazione condotta dagli account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran.[14] Lo schema è noto. Durante le proteste iraniane di inizio 2026, l’Institute for Strategic Dialogue aveva documentato come RT e la diplomazia russa rilanciassero la narrazione di Teheran sulle rivolte eterodirette, in una filiera che dai media di regime passava ai gruppi islamisti alleati e arrivava fino all’estrema destra occidentale.[15] Oggi il copione si rovescia: sono i media di Mosca e di Teheran a raccontare la Francia come un regime che reprime i suoi giovani. Va detto con precisione: le fonti aperte documentano una convergenza di narrazioni e un’amplificazione reciproca, mentre un coordinamento operativo tra i due apparati resta, come osserva il CSIS, più affermato che provato.[16] Ma per l’effetto cognitivo la differenza conta poco: due voci che ripetono lo stesso racconto valgono più di una.

Quando la regia c’era

La storia recente offre casi in cui l’interferenza è stata accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Il 21 maggio 2016 a Houston due cortei contrapposti, uno contro l’”islamizzazione del Texas” e uno a difesa dei musulmani, si fronteggiarono davanti a un centro islamico: entrambi erano stati convocati da pagine Facebook gestite dall’Internet Research Agency di San Pietroburgo, che secondo il rapporto Mueller organizzò decine di manifestazioni negli Stati Uniti.[17] Nello stesso anno, a Berlino, la falsa notizia dello stupro di una tredicenne russo-tedesca, rilanciata dai media russi e dal ministro Lavrov, portò in piazza la comunità russofona prima che la polizia dimostrasse che il rapimento non era mai avvenuto.[18]

La Francia ha poi conosciuto il salto dal digitale al fisico. Nell’ottobre 2023 le stelle di David dipinte sui muri di Parigi furono rilanciate da 1.095 bot della rete russa RRN, i cui primi post comparvero quarantotto ore prima della prima foto autentica.[19] Il 31 ottobre 2025 il tribunale di Parigi ha condannato quattro bulgari per le mani rosse sul Memoriale della Shoah, definendo indiscutibile l’ingerenza straniera.[20] Nel 2025 la polizia serba ha arrestato undici persone per le teste di maiale davanti alle moschee parigine, che secondo Belgrado agivano su istruzione di un servizio straniero.[21] È la stessa logica di Houston: fabbricare incidenti che mettano comunità contro comunità.

Per i grandi movimenti spontanei, invece, le prove dicono altro. Durante i gilets jaunes una rete di circa seicento account legati alla Russia e i media di Stato cavalcarono la protesta, ma gli studiosi ne hanno giudicato limitato l’effetto e nessuno ha dimostrato un ruolo nella sua nascita.[22] Sui vaccini, i troll dell’IRA postavano in eguale misura messaggi pro e contro, con l’unico scopo di dividere.[23] Nel 2021 Facebook smantellò la rete Fazze, che dalla Russia tentava di pagare influencer per screditare i vaccini Pfizer e AstraZeneca: fu scoperta perché furono gli stessi influencer a denunciarla.[24] E quando il fronte no vax è passato alla violenza, come nell’assalto alla Cgil del 2021, i responsabili condannati erano dirigenti di Forza Nuova.[25] Il caso più grave, le rivolte anti-immigrati seguite all’accoltellamento di Southport nel 2024, nacque dal nome falso di un presunto aggressore musulmano diffuso da un sito commerciale a caccia di traffico, senza che la commissione Affari interni di Westminster abbia individuato alcun attore statale.[26] L’interferenza straniera, nell’ultimo decennio, ha fatto da acceleratore, non da detonatore, e il detonatore è stato quasi sempre domestico.

Gli indizi da cercare

Che cosa servirebbe, allora, per trasformare l’allarme del ministro in un’attribuzione? Tre elementi, che l’esperienza francese ha reso riconoscibili. Il primo è temporale: un’operazione coordinata si tradisce quando l’amplificazione anticipa l’evento. Il secondo è materiale: le provocazioni affidate a esecutori stranieri lasciano tracce di viaggi, telefoni e pagamenti. Il terzo è infrastrutturale: le reti già note riutilizzano domini, account e tecniche. Finché nessuno di questi elementi emerge da una valutazione tecnica pubblica, la guerra ibrida resta un’ipotesi plausibile e un allarme legittimo, ma non una prova. E un’attribuzione prematura rischia di fare esattamente ciò che l’avversario desidera: alimentare sfiducia e polarizzazione. La vulnerabilità più grave, ci dice il decennio alle spalle, non è la forza di chi ci attacca, ma la disponibilità delle nostre società a fare da sole il suo lavoro.

[1]Ansa, «Crosetto: “I fatti di Milano frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026; Lettera43, «Scontri a Milano, Crosetto: “Frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026

[2]mam-e, «Scontri a Milano, Crosetto parla di “guerra ibrida”. Salvini lo smentisce», 20 ottobre 2026, ; Il Fatto Quotidiano, «Guerra ibrida a Milano, Crosetto: “I social usati contro l’Occidente”», 20 ottobre 2026

[3]CNBC, «France hit by worst unrest in years», 19 ottobre 2026

[4]La Clé publique, «17 octobre : lycéens et gilets jaunes se retrouvent sur TikTok», 17 ottobre 2026

[5]20 Minutes, «Violences du 17 octobre : y a-t-il eu des ingérences étrangères sur les réseaux sociaux ?», ottobre 2026

[6]Il Fatto Quotidiano, «Fake news nelle chat: falsi allarmi su stupri e incendi alle università», 20 ottobre 2026

[7]Ravenna&Dintorni, «Minacce nelle chat, scuole presidiate a Ravenna ma nessun incidente», 20 ottobre 2026

[8]Cremonaoggi, «Psicosi da disordini: denunciati due minori per istigazione a delinquere e procurato allarme», 20 ottobre 2026

[9]BBC Monitoring, «Briefing: Jihadists, Islamists seek to exploit protests in France, Europe», 19 ottobre 2026

[10]The Media Line, «France’s Riots Give Extremist Networks an Opening, Experts Warn», 20 ottobre 2026

[11]Europol, EU Terrorism Situation and Trend Report 2026; sintesi in eucrim 

[12]AFP, «Islam Wanting to Take Over: Trump Blames France Protests on Migration», 7 ottobre 2026, ripreso da Deccan Chronicle

[13]Anadolu Agency, «Iran summons French ambassador over student protests», 6 ottobre 2026

[14]KUNA/ Kuwait Times, «France summons Iran’s ambassador over disinformation campaign», ottobre 2026

[15]Institute for Strategic Dialogue, «Axis of amplification: Regime media, proxies and Western supporters respond to Iranian protests», 2026

[16]N. Shah, J. Sherman, «Understanding Russia-Iran Collaboration in Cyberspace», CSIS, 14 luglio 2026

[17]RFE/RL, «U.S. Senator Says Russian Trolls Were Behind Competing Protests In Houston», 2 novembre 2017; KUT, «Confederate Rally In Houston Cited In Mueller Report As Earliest Evidence Of Russian Interference», 18 aprile 2019

[18]The Local Germany, «Germany warns Moscow not to exploit Berlin rape investigation», 27 gennaio 2016; per la ricostruzione complessiva

[19]Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères, «Russie – Nouvelle ingérence numérique russe contre la France», 9 novembre 2023,

[20]The Local France, «French court jails Bulgarians for up to four years for Holocaust memorial defacement», 1° novembre 2025

[21]Brut, «Têtes de cochon devant des mosquées en région parisienne : 11 arrestations en Serbie», 2025

[22]Deutsche Welle, «France’s “yellow vests” and the Russian trolls that encourage them», 15 dicembre 2018, ripubblicato dall’IFRI

[23]D. A. Broniatowski et al., «Weaponized Health Communication: Twitter Bots and Russian Trolls Amplify the Vaccine Debate», American Journal of Public Health, 2018

[24]CyberScoop, sul rapporto di Facebook del 10 agosto 2021

[25]LaPresse, «Assalto Cgil, Giuliano Castellino condannato a 8 anni e 7 mesi», 20 dicembre 2023

[26]Logically Facts, «How dubious website Channel3Now fueled misinformation about Southport suspect», 6 agosto 2024; sulla relazione della Home Affairs Committee del 14 aprile 2025

Chi decide di cosa dobbiamo avere paura? La lezione del caso Coxon

20 October 2026 at 14:03

L’8 settembre Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che per tre anni ha lavorato al pretraining dei modelli prima in OpenAI e poi in Anthropic, ha annunciato su X le proprie dimissioni con un messaggio destinato a fare il giro del mondo: i grandi laboratori, ha scritto, corrono verso una superintelligenza capace di migliorarsi da sé e stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. In trentasei ore il post ha superato, secondo Time, i centocinquanta milioni di visualizzazioni. Nel giro di una settimana gli hanno dato ragione un dirigente della sua stessa azienda, Bernie Sanders e Steve Bannon; e una parte non piccola della rete gli ha dato del burattino.

Chi studia la guerra cognitiva sa che i fatti raramente arrivano al pubblico nudi: arrivano dentro una cornice, e la battaglia vera si combatte sulla cornice. Il caso Coxon è istruttivo proprio perché ne ha prodotte due, simultanee e incompatibili, ciascuna con i propri argomenti, i propri amplificatori e i propri interessi. Vale la pena metterle una accanto all’altra.

La storia del testimone

La prima è la storia del testimone che rinuncia. Coxon non è un addetto alla sicurezza assunto per preoccuparsi: è uno di quelli che il motore lo hanno costruito, accreditato da OpenAI tra i contributori principali di GPT-4o. Si è dimesso, riferisce Axios, circa due mesi prima che maturassero le sue azioni, rinunciandovi. E soprattutto non è rimasto solo: Evan Hubinger, responsabile dell’alignment science di Anthropic, ha dichiarato pubblicamente di condividerne la diagnosi, stimando oltre il dieci per cento la probabilità che l’IA causi l’estinzione umana entro il decennio; pochi giorni dopo lo stesso amministratore delegato, Dario Amodei, ha invocato un rallentamento. In questa lettura l’allarme non è un’operazione: è la crepa che si apre quando chi sta dentro dice ad alta voce ciò che si ripete in privato.

La storia della campagna

La seconda è la storia della campagna. Qui l’attenzione si sposta dal messaggio alla sua meccanica: l’esclusiva del Wall Street Journal online circa diciotto minuti prima del post; le prime risposte arrivate in pochi minuti da esponenti di Encode AI, AI Futures Project e AI Policy Network, organizzazioni che condividono finanziatori legati al mondo dell’altruismo efficace e, in alcuni casi, agli investitori di Anthropic; la sponda immediata di parlamentari che invocano una legge già pronta. La cornice teorica è quella che il critico Cal Newport ha chiamato “doom trolling”: aziende che descrivono solennemente i danni potenziali dei propri sistemi continuando a svilupparli, con l’effetto, secondo chi la sostiene, di gonfiarne la percezione di potenza e di favorire regole che soffocano i concorrenti più piccoli.

Che cosa regge e che cosa no

Entrambe le storie contengono elementi veri, ed entrambe ne omettono altri. La narrazione della campagna ha ragione su un punto che merita di essere preso sul serio: l’ecosistema della “sicurezza dell’IA” è finanziato in larga parte da pochi donatori, e quando giornalisti, testate ed esperti citati sono sostenuti dalle stesse fonti senza dichiararlo, c’è un problema di trasparenza che non dipende dalla buona fede di nessuno. Ma la stessa narrazione inciampa sui fatti. La proposta Sanders-Casar per la messa al bando della superintelligenza era stata annunciata il 3 settembre, cinque giorni prima delle dimissioni: il post le ha dato slancio, non l’ha generata. E un’esclusiva concessa sotto embargo a un grande quotidiano è prassi comune di chi prepara un annuncio pubblico: prova la pianificazione, non una regia altrui. La verifica più accurata finora disponibile conclude che le evidenze pubbliche non dimostrano né un controllo dei donatori su Coxon né un’operazione condotta da Anthropic, e che il ricercatore appare sincero.

La narrazione del testimone, a sua volta, tace qualcosa. Coxon non denuncia illeciti verificabili; ad Axios ha anzi detto di non aver visto Anthropic sacrificare la sicurezza per battere i rivali. La sua è una previsione, non una prova: che le cose possano sfuggire di mano entro la fine del 2027 è un giudizio personale, che oggi non può essere né confermato né smentito. E il dilemma su cui poggia la critica opposta, se ci credete fermatevi e se non ci credete state manipolando, trascura la posizione che le aziende effettivamente dichiarano: il rischio è reale ma incerto, e se la tecnologia verrà costruita comunque è meglio che a costruirla sia chi lo prende sul serio. È un argomento discutibile, ma va discusso, non eluso.

Una paura trasversale

C’è poi un dato che smonta entrambe le cornici nella loro versione più semplice: la geografia politica. La lettura della campagna sottolinea che quasi tutti i politici intervenuti sono democratici, a due mesi dal voto di metà mandato. Ma il 15 settembre, a Washington, Sanders e Bannon sono intervenuti alla stessa conferenza su un approccio “pro-umano” all’IA, uniti nell’allarme e divisi sui rimedi, mentre il presidente Trump liquidava la reazione come una bufala. La diffidenza verso i nuovi oligarchi della tecnologia è diventata trasversale, e la paura dell’IA è ormai una risorsa contesa da destra e da sinistra. Anche la contronarrazione, del resto, ha i suoi sponsor: l’argomento del regulatory capture è stato reso popolare da David Sacks e dal fronte che chiede meno regole, non meno potenza di calcolo.

La contesa sulle parole

Il punto, allora, non è stabilire se Coxon sia un profeta o una pedina. È capire che la contesa sulle parole, “sicurezza”, “rischio”, “controllo”, precede e determina qualunque regola verrà scritta, e che entrambi i campi lo sanno benissimo. Per un decisore pubblico, e per l’Europa in particolare, la lezione è doppia. Da un lato pretendere trasparenza sui finanziamenti di chiunque partecipi al dibattito, allarmisti e scettici. Dall’altro riportare l’attenzione su ciò che è verificabile oggi: il consumo di energia e acqua dei data center, l’impiego dei modelli negli apparati di sorveglianza e nelle decisioni militari, la sostenibilità finanziaria di un’industria che brucia capitale in attesa di ricavi futuri. Episodi come quello riferito dalle cronache di luglio, quando agenti di OpenAI sarebbero usciti dall’ambiente di test attaccando Hugging Face, mostrano che il confine tra rischio ipotetico e incidente presente è più sottile di quanto entrambe le narrazioni lascino credere.

Chi abbia ragione, alla fine, conta meno di una domanda: chi decide di che cosa dobbiamo avere paura?

La rete di Kyiv dentro la Russia. Cosa raccontano alla Bbc i sabotatori anti-Putin

20 October 2026 at 07:53

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti sui più disparati fronti e un racconto raccolto dalla Bbc offre uno sguardo su uno dei suoi versanti più inosservati, quello delle reti clandestine che operano all’interno della Federazione Russa per conto dell’intelligence di Kyiv.

Nel documentario Shadowmen: Russians working with Ukraine, due cittadini russi – indicati con gli pseudonimi di “Ivan” e “Foma” – descrivono le attività che sostengono di svolgere a favore del Gur, il servizio d’intelligence militare ucraino, il quale ha confermato alla Bbc che entrambi lavorano per l’agenzia.

Ricognizione prima dei droni

Ivan sostiene di aver partecipato alla preparazione di operazioni contro infrastrutture militari russe, effettuando ricognizioni, individuando siti e predisponendo luoghi nei quali nascondere componenti destinati ai droni e altro materiale.

Secondo il suo racconto, queste attività avrebbero contribuito alla capacità ucraina di portare la minaccia direttamente in profondità sul territorio russo, contro bombardieri strategici, installazioni militari e strutture della produzione bellica. In un’occasione, racconta, sarebbe stato fermato per un controllo mentre trasportava esplosivi artigianali senza essere scoperto. La struttura operativa descritta è deliberatamente frammentata: pochi contatti, nessuna organizzazione visibile e conoscenza limitata degli altri partecipanti. Più che una tradizionale rete gerarchica, emerge infatti un sistema costruito secondo criteri di compartimentazione, nel quale la perdita di un singolo operatore dovrebbe compromettere il minor numero possibile di nodi. Una configurazione particolarmente adatta a un territorio nel quale gli apparati di sicurezza russi dispongono di capacità estese di sorveglianza e controspionaggio.

La Bbc sottolinea inoltre un elemento che conferisce interesse alla testimonianza di Ivan, senza tuttavia provarne tutte le affermazioni. Più di un anno prima del grande attacco ucraino condotto con oltre cento droni contro aeroporti che ospitavano bombardieri strategici russi, l’uomo aveva anticipato al giornalista l’esistenza di un’operazione di grandi dimensioni contro quella componente delle forze russe, senza indicarne né il luogo né la data.

Gli uomini sotto osservazione

Diverso è il ruolo attribuito a Foma. Russo, residente in esilio in Polonia, sostiene di gestire a distanza una rete di collaboratori incaricati soprattutto di attività di sorveglianza con l’obietttivo di raccogliere informazioni su ufficiali e personalità militari russe che possono risultare di interesse per il Gur.

Foma afferma che i suoi collaboratori non partecipano materialmente agli attacchi e che il loro compito termina con la raccolta e la trasmissione delle informazioni. Dopo l’eliminazione a Mosca del tenente generale Fanil Sarvarov, nel dicembre 2025, ha però riconosciuto di avere fornito informazioni sull’ufficiale agli ucraini, raccontando le difficoltà incontrate nel seguirne spostamenti e abitudini. Anche in questo caso, la Bbc chiarisce che Foma non aveva comunicato preventivamente ai giornalisti l’esistenza di un piano per colpire il generale.

Una rete difficile da misurare

Più difficile è stabilire la dimensione reale di questa infrastruttura umana. Foma parla di 300-500 cittadini russi coinvolti, a vario titolo, in attività a favore dell’Ucraina. Più rilevante del numero esatto è la logica operativa che emerge dalle testimonianze: reti ridotte, comunicazioni limitate, ricorso a operatori ideologicamente motivati ma anche, in altri casi, a persone pagate o persino inconsapevoli del ruolo svolto. Un autotrasportatore, per esempio, può contribuire a un’operazione senza sapere che il proprio carico è stato manipolato.

È il modello di una guerra nella quale la distanza tra fronte e retrovia è diventata progressivamente meno netta. Droni a lungo raggio e capacità clandestine non rappresentano due strumenti distinti, ma possono essere parti dello stesso ciclo operativo: intelligence sul terreno, preparazione logistica, selezione dell’obiettivo e attacco. Elementi che permettono a Kyiv di trasformare la profondità strategica russa in uno spazio contendibile, combinando tecnologia, intelligence e piccoli nuclei difficili da individuare.

Intelligence e targeting, così l’Iran sostiene gli Houthi. La ricostruzione del Wsj

19 October 2026 at 09:45

Il sostegno iraniano agli Houthi avrebbe assunto una dimensione sempre più direttamente operativa, andando più a fondo dei trasferimenti di sistemi d’arma, componenti e know-how, ma anche di informazioni di intelligence e di assistenza nell’individuazione degli obiettivi da colpire con missili e droni. È quanto ricostruisce il Wall Street Journal, che sottolinea come l’assistenza iraniana comprenderebbe addestramento, intelligence, indicazioni tattiche e supporto al targeting. Insomma, un insieme di capacità che avrebbe contribuito a rendere più sofisticata l’attuale campagna militare degli Houthi, sia all’interno dello Yemen sia contro obiettivi sauditi. Il gruppo ha colpito negli ultimi giorni aeroporti, infrastrutture energetiche e altri obiettivi nel Regno, mentre la pressione militare si è accompagnata a nuove avanzate sul terreno.

È quest’ultimo elemento a rendere particolarmente significativa la ricostruzione del Journal. Il rapporto tra Teheran e gli Houthi è da tempo uno degli assi della proiezione iraniana nella Penisola arabica, ma la disponibilità di informazioni necessarie a selezionare e ingaggiare gli obiettivi rappresenta un livello di cooperazione diverso rispetto alla sola fornitura di armamenti. Se il quadro delineato dalle intelligence saudita e yemenita fosse confermato nella sua interezza, l’Iran emergerebbe non soltanto come abilitatore materiale delle capacità Houthi, ma come moltiplicatore della loro efficacia operativa.

Ciò non significa, tuttavia, ridurre gli Houthi a una semplice estensione gerarchica di Teheran. Il movimento yemenita conserva una propria agenda politica, territoriale e militare e negli anni ha sviluppato capacità autonome. È proprio la combinazione tra autonomia locale e sostegno esterno a rendere il rapporto con l’Iran particolarmente efficace: Teheran può amplificare le capacità di un attore radicato sul territorio senza assumersi necessariamente la responsabilità politica e militare diretta delle sue operazioni. Una configurazione che resta coerente con la logica più ampia attraverso cui l’Iran ha costruito la propria rete regionale di partner armati.

Il terreno sul quale questa cooperazione assume oggi maggiore rilevanza è il Bab el-Mandeb. Il Wall Street Journal sottolinea come le recenti avanzate abbiano portato gli Houthi a controllare la costa yemenita affacciata sullo stretto, passaggio essenziale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e uno dei principali chokepoint del commercio mondiale. Reuters aveva già riferito all’inizio di ottobre dei preparativi sauditi per un’offensiva volta proprio a ridimensionare il controllo Houthi lungo questo corridoio, con forze yemenite sostenute da raid e intelligence di Riad.

Gli Houthi hanno dimostrato di poter trasferire la competizione direttamente sul territorio saudita, colpendo infrastrutture la cui rilevanza è insieme economica e politica. Gli attacchi contro gli aeroporti sauditi e quello contro una struttura di Saudi Aramco a Dhahran hanno nuovamente mostrato quanto sia difficile proteggere simultaneamente una rete di obiettivi distribuita su un territorio vastissimo da minacce relativamente economiche e impiegabili in numero elevato.

Per Riad la sfida è dunque duplice. Sul piano militare, occorre impedire agli Houthi di consolidare una capacità di interdizione permanente sul Mar Rosso e di mantenere una pressione missilistica e attraverso droni contro il territorio saudita. Sul piano strategico, invece, la questione riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dei collegamenti internazionali e, più in generale, l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito una parte consistente della trasformazione economica del Regno.

La ricostruzione del Wall Street Journal aggiunge a questo quadro una variabile decisiva. Il valore dell’assistenza iraniana non risiederebbe soltanto nella quantità di armi trasferite agli Houthi, ma nella capacità di aumentarne precisione, consapevolezza situazionale e selezione degli obiettivi.

La spia scoperta dall’IA. La nuova frontiera del controspionaggio tecnologico e il caso OpenAI

17 October 2026 at 15:41
Quando il bersaglio dell’intelligence diventa l’intelligenza artificiale

Il futuro dello spionaggio potrebbe essere già arrivato. E questa volta il teatro dell’operazione non è una struttura militare, un’ambasciata o un centro di ricerca governativo, ma la sede di una delle aziende tecnologiche più importanti del pianeta: OpenAI. L’arresto di Abdulrahman Alfozan, ingegnere saudita di 35 anni accusato di aver installato clandestinamente un dispositivo di registrazione all’interno di una sala riunioni riservata ai dirigenti dell’azienda di San Francisco, rappresenta un episodio particolarmente significativo nell’evoluzione delle attività di intelligence e controspionaggio. Secondo quanto comunicato dalle autorità statunitensi, il dispositivo, individuato il 30 settembre 2026, era stato occultato dietro un televisore e progettato per registrare conversazioni potenzialmente riservate. L’Fbi ha arrestato il dipendente il 9 ottobre, mentre il caso è stato reso pubblico il 13 ottobre. L’indagato deve rispondere di accuse relative all’intercettazione illecita di comunicazioni orali, ancora da accertare in sede giudiziaria.

L’aspetto più interessante della vicenda, tuttavia, non riguarda esclusivamente la tecnica di intercettazione utilizzata, ma il ruolo assunto dall’intelligenza artificiale nella ricostruzione dell’accaduto. OpenAI ha infatti dichiarato di aver impiegato i propri modelli per analizzare il dispositivo e contribuire all’identificazione del presunto responsabile. Una circostanza che introduce un elemento di profonda discontinuità rispetto ai tradizionali paradigmi del controspionaggio. Per la prima volta, almeno in un caso di questa rilevanza mediatica, emerge con particolare evidenza il ruolo operativo dell’IA nella protezione dei segreti industriali di un’azienda che sviluppa proprio sistemi avanzati di intelligenza artificiale.

Il paradosso tecnologico: l’IA al servizio dello spionaggio e del controspionaggio

La vicenda presenta un paradosso particolarmente interessante. Secondo gli elementi investigativi riportati dalla stampa statunitense, l’ingegnere avrebbe utilizzato strumenti di produttività basati sull’intelligenza artificiale per acquisire informazioni relative alla disposizione degli uffici, alla localizzazione delle sale riunioni e alla programmazione degli incontri riservati.

Gli investigatori avrebbero inoltre individuato interrogazioni rivolte a un chatbot, attraverso un account associato alla moglie dell’indagato, riguardanti la realizzazione e la configurazione di dispositivi di registrazione, la cifratura dei dati e le possibilità di accesso remoto. L’attribuzione delle singole interrogazioni rimane parte degli elementi investigativi da valutare.

In altri termini, strumenti di IA sarebbero stati impiegati nella fase preparatoria della presunta attività illecita, mentre altri sistemi di intelligenza artificiale avrebbero successivamente contribuito alla sua individuazione. È proprio questa duplice dimensione a rappresentare una delle trasformazioni più importanti dello scenario contemporaneo.

L’intelligenza artificiale non costituisce più soltanto un oggetto di interesse per i servizi di intelligence, ma diventa contemporaneamente uno strumento di supporto alle operazioni clandestine e un moltiplicatore delle capacità investigative e di controspionaggio. Se da una parte, i sistemi generativi possono ridurre le competenze specialistiche necessarie per acquisire conoscenze tecniche, analizzare ambienti organizzativi, elaborare informazioni e automatizzare determinate attività preparatorie, dall’altra, gli stessi sistemi possono contribuire a individuare anomalie, correlare informazioni apparentemente scollegate, analizzare dispositivi sospetti e supportare gli investigatori nella ricostruzione di comportamenti potenzialmente ostili. Non bisogna tuttavia confondere il supporto algoritmico con un’autonoma capacità investigativa.

Nel caso OpenAI, l’identificazione del sospettato è maturata attraverso un insieme di elementi che comprendevano analisi tecniche, registrazioni delle telecamere, riscontri documentali e attività investigative tradizionali. In altri termini, l’IA ha contribuito al processo, ma non ha sostituito l’investigatore, e questa distinzione è fondamentale per comprendere il futuro del controspionaggio.

Il vero obiettivo strategico: conquistare i segreti dell’intelligenza artificiale

Per comprendere maggiormente il significato geopolitico dell’episodio occorre considerare il valore strategico assunto dalle tecnologie di intelligenza artificiale.

I modelli avanzati non rappresentano semplicemente prodotti commerciali. Sono infrastrutture tecnologiche capaci di influenzare la competitività economica, l’innovazione industriale, la ricerca scientifica, la sicurezza cibernetica e le capacità militari degli Stati. La conoscenza delle architetture dei modelli, dei processi di addestramento, dei sistemi di ottimizzazione, delle vulnerabilità e delle strategie di sviluppo può rappresentare un vantaggio competitivo straordinario.

In questo contesto, aziende come OpenAI, Google DeepMind, Anthropic e gli altri protagonisti della ricerca avanzata diventano obiettivi potenzialmente appetibili per attività di intelligence economica, industriale e tecnologica. L’interesse non riguarda necessariamente soltanto la sottrazione del codice sorgente o dei parametri dei modelli, poichè anche le informazioni apparentemente meno sensibili possono assumere un valore strategico. Programmi di ricerca non ancora pubblici, accordi con governi e organizzazioni militari, partnership industriali, strategie di acquisizione, capacità computazionali disponibili, roadmap tecnologiche e vulnerabilità organizzative, o anche una conversazione riservata tra dirigenti, può rivelare informazioni che non compaiono in alcun documento ufficiale.

Da questo punto di vista, l’intercettazione ambientale mantiene un’importanza considerevole anche nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Il caso OpenAI dimostra quindi che l’evoluzione tecnologica non determina necessariamente la scomparsa delle metodologie tradizionali dello spionaggio, ma favorisce la loro integrazione con strumenti digitali sempre più sofisticati.

La minaccia interna: il punto debole delle organizzazioni tecnologiche

Un altro degli aspetti più rilevanti dell’episodio riguarda la cosiddetta “insider threat”, ossia la minaccia rappresentata da soggetti che operano all’interno di un’organizzazione e che possono sfruttare la propria posizione per compromettere informazioni, sistemi o processi aziendali.

Nelle attività di controspionaggio, il fattore umano continua a rappresentare una delle principali vulnerabilità. Un dipendente può conoscere le procedure interne, le abitudini dei dirigenti, le modalità di accesso agli ambienti riservati e le caratteristiche delle infrastrutture tecnologiche. Può inoltre disporre di credenziali, autorizzazioni e relazioni professionali che rendono meno evidente un comportamento anomalo. La crescente digitalizzazione delle organizzazioni non elimina questa vulnerabilità; al contrario, può ampliarne la portata, soprattutto quando le informazioni interne sono distribuite tra piattaforme collaborative, assistenti intelligenti e sistemi automatizzati di gestione aziendale.

Nel caso OpenAI, secondo gli atti investigativi, l’ingegnere avrebbe cercato informazioni sulle sale riunioni e sulle attività dei dirigenti attraverso strumenti interni di produttività. Questo elemento evidenzia una questione particolarmente delicata: gli strumenti di intelligenza artificiale adottati per migliorare l’efficienza organizzativa possono diventare, se non adeguatamente governati, strumenti di ricognizione interna. Ad esempio, un assistente digitale autorizzato ad accedere a calendari, documenti, organigrammi e informazioni operative può infatti consentire a un utente di ricostruire aspetti sensibili dell’organizzazione. Di conseguenzaa, non è necessario violare un sistema informatico se è possibile ottenere informazioni attraverso funzionalità legittime, ma utilizzate per finalità improprie.

Il problema diventa quindi quello della gestione delle autorizzazioni, della segmentazione informativa e della capacità di identificare interrogazioni anomale. La sicurezza non può più limitarsi a stabilire chi abbia accesso a un determinato sistema, ma deve considerare anche quali informazioni possano essere ricostruite attraverso l’interazione tra sistemi diversi.

Lo spionaggio a basso costo contro infrastrutture miliardarie

Secondo le ricostruzioni tecniche pubblicate dopo l’arresto, il dispositivo sarebbe stato realizzato utilizzando una piccola scheda elettronica commerciale, la Seeed Studio XIAO ESP32-S3 Sense, disponibile a un prezzo indicativo di circa 14 dollari nella sua configurazione di base.

La cifra non rappresenta necessariamente il costo complessivo dell’apparato modificato, ma evidenzia un fenomeno significativo: la progressiva riduzione delle barriere economiche e tecnologiche per realizzare strumenti di sorveglianza. Microcontrollori, sensori miniaturizzati, connettività wireless, sistemi di memorizzazione e software open source permettono oggi di costruire dispositivi con funzionalità che in passato richiedevano apparecchiature specialistiche, e la disponibilità di sistemi di IA generativa può ulteriormente accelerare questo processo, facilitando la comprensione delle tecnologie e la soluzione di problemi di programmazione. Si determina così una crescente asimmetria tra il valore delle informazioni da proteggere e il costo degli strumenti potenzialmente impiegabili per comprometterle.

Un’organizzazione può investire miliardi di dollari nello sviluppo di tecnologie avanzate e trovarsi esposta a un dispositivo fisico di costo estremamente contenuto. Il punto debole non è necessariamente il sistema informatico più sofisticato, ma un ambiente apparentemente ordinario: una sala riunioni, un televisore, una porta USB o una procedura di controllo fisico non sufficientemente rigorosa. È la dimostrazione che la cybersecurity, da sola, non coincide con la sicurezza complessiva dell’organizzazione.

Intelligence economica e sicurezza nazionale: il nuovo fronte della competizione globale

Questa vicenda si inserisce, peraltro, in uno scenario internazionale caratterizzato da una competizione tecnologica sempre più intense soprattutto tra Stati Uniti e Cina, Paesi che considerano l’intelligenza artificiale una componente essenziale della propria capacità di proiezione economica, militare e geopolitica. Il controllo delle tecnologie avanzate, delle infrastrutture computazionali e delle filiere dei semiconduttori è ormai parte integrante delle strategie di sicurezza nazionale. In questo quadro, le aziende private che sviluppano tecnologie strategiche assumono una funzione che supera la dimensione puramente commerciale e diventano depositarie di conoscenze rilevanti per la sicurezza degli Stati e, conseguentemente, potenziali obiettivi di attività informative ostili.

Occorre però introdurre una precisazione fondamentale: allo stato delle informazioni pubblicamente disponibili, non esistono elementi sufficienti per attribuire il caso OpenAI a un servizio di intelligence straniero o a un’operazione promossa da uno Stato. La nazionalità saudita dell’indagato non costituisce, naturalmente, un elemento idoneo a dimostrare collegamenti con apparati governativi. Non risultano inoltre chiariti il movente, l’eventuale destinatario delle informazioni e l’effettiva acquisizione di conversazioni riservate. OpenAI ha dichiarato di non aver rilevato prove di sottrazione di pesi dei modelli, codice sorgente o dati dei clienti. Tale circostanza non equivale, tuttavia, a escludere in via definitiva ogni possibile registrazione ambientale. La distinzione tra fatti accertati, ipotesi investigative e interpretazioni strategiche è essenziale, e ciò non impedisce di riconoscere che le modalità dell’episodio richiamano problematiche tipiche del controspionaggio industriale: accesso interno, ricognizione preliminare, acquisizione clandestina di informazioni e possibile compromissione di segreti aziendali.

Le implicazioni per l’Italia e per la sicurezza europea

Il caso OpenAI offre spunti di riflessione anche per il sistema industriale e istituzionale italiano. Le organizzazioni che operano nei settori della difesa, dell’aerospazio, dell’energia, delle telecomunicazioni, della ricerca scientifica e delle tecnologie digitali custodiscono informazioni che possono assumere un rilevante valore strategico. La loro protezione richiede un approccio integrato nel quale sicurezza fisica, cybersecurity, intelligence economica e gestione del personale non siano più considerate dimensioni separate. In particolare, sarebbe opportuno rafforzare le capacità di prevenzione delle minacce interne, sviluppare procedure di verifica dei dispositivi presenti negli ambienti sensibili, controllare l’accesso alle informazioni strategiche e adottare strumenti di analisi delle anomalie opportunamente regolamentati.

Un’attenzione specifica dovrebbe essere dedicata agli assistenti di IA integrati nei sistemi documentali e organizzativi. Le amministrazioni pubbliche, le università e i centri di ricerca rappresentano ambienti nei quali la circolazione delle informazioni costituisce una condizione essenziale per l’innovazione, ma può generare vulnerabilità significative quando mancano adeguati criteri di classificazione e protezione. La protezione del patrimonio tecnologico nazionale non può essere affidata esclusivamente alle misure tradizionali di sicurezza informatica. Occorre sviluppare una vera cultura del controspionaggio tecnologico, capace di riconoscere che le informazioni strategiche possono essere sottratte non soltanto attraverso attacchi informatici, ma anche mediante strumenti fisici, comportamenti interni e utilizzi impropri delle piattaforme intelligenti.

Verso lo Spionaggio 6.0: la convergenza tra fattore umano, tecnologie digitali e intelligenza artificiale

L’episodio di San Francisco rappresenta un esempio emblematico della trasformazione delle attività di intelligence nell’era dell’intelligenza artificiale.

Lo spionaggio contemporaneo non è caratterizzato dalla sostituzione delle tecniche tradizionali con strumenti esclusivamente digitali. È piuttosto il risultato della loro progressiva convergenza. Il fattore umano continua a essere centrale, ma opera in un ambiente nel quale sistemi intelligenti, infrastrutture digitali, sensori miniaturizzati e capacità di analisi automatizzata modificano profondamente le modalità di acquisizione e protezione delle informazioni.

Questa convergenza rappresenta uno degli elementi distintivi di quello che possiamo definire Spionaggio 6.0: una dimensione nella quale l’intelligence diventa sempre più tecnologicamente aumentata, interconnessa e caratterizzata dall’impiego dell’intelligenza artificiale lungo l’intero ciclo informativo.

L’IA può assistere la ricognizione, l’elaborazione delle informazioni, la valutazione dei rischi e le attività di controspionaggio, ma il suo utilizzo non elimina la necessità dell’analisi umana, della valutazione contestuale e della responsabilità decisionale. Anzi, proprio la crescente sofisticazione degli strumenti tecnologici rende ancora più importante la capacità di distinguere un indizio da una prova, un’anomalia da una minaccia e una correlazione da un rapporto causale.

Vi spiego la narrazione che muove la guerra cognitiva del Cremlino. Scrive Pagani

17 October 2026 at 10:12
Non menzogne, ma una visione del mondo

Quando si parla della macchina della propaganda del Cremlino si tende a ridurla a una sequenza di falsi: il video manipolato, il sito clone dell’operazione Doppelgänger, la rete di bot che rilancia l’ennesima teoria sui laboratori biologici in Ucraina. È una lettura comprensibile ma fuorviante, perché scambia i singoli messaggi per la strategia. Le menzogne sono le munizioni; ciò che conta è l’arma che le spara, cioè una cornice interpretativa stabile dentro la quale ogni notizia, vera o falsa, assume un significato già scritto. La guerra cognitiva russa non vince quando fa credere un fatto inesistente, ma quando riesce a far leggere i fatti reali attraverso le sue categorie. Per questo il fact-checking, da solo, arriva sempre tardi: smentisce il dettaglio e lascia intatto il quadro.

Lo Stato-civiltà e il katechon

Il fondamento di questa cornice è un’idea che ha smesso da tempo di essere solo retorica ed è entrata nei documenti ufficiali. Il Concetto di politica estera del marzo 2023 definisce la Russia “uno Stato-civiltà originale”[1]: non una nazione tra le altre, soggetta alle stesse regole, ma un mondo a sé, portatore di valori propri e di una missione storica. Il decreto presidenziale n. 809 del novembre 2022 sui «valori spirituali e morali tradizionali» ha tradotto questa autorappresentazione in politica di Stato, indicando nell’«ideologia distruttiva» occidentale una minaccia alla sicurezza nazionale[2].

Dietro le formule burocratiche c’è un sincretismo che attinge a strati diversi della cultura russa: lo slavofilismo ottocentesco, che opponeva la comunità spirituale slava all’individualismo razionalista europeo; l’eurasismo degli esuli degli anni Venti, rilanciato da Aleksandr Dugin come scontro perenne tra potenza di terra, gerarchica e spirituale, e potenza di mare, mercantile e liberale; il mito di Mosca Terza Roma, ultimo rifugio della vera fede dopo Bisanzio. E soprattutto Ivan Il’in, il filosofo dell’emigrazione bianca più volte citato da Putin, teorico di uno Stato forte e redentore. Da qui proviene la figura del katechon, la forza che «trattiene» l’avvento del caos: la Russia si presenta come ultimo argine contro la dissoluzione morale dell’Occidente. Quando Putin, annettendo quattro regioni ucraine, ha parlato di «satanismo puro» e il patriarca Kirill ha descritto la guerra come una lotta “metafisica”, non improvvisavano: recitavano la liturgia di una teologia politica[3].

La fortezza assediata e il mito del 1945

Il secondo pilastro è il rovesciamento sistematico del rapporto tra causa ed effetto. Nella narrazione del Cremlino la Russia non agisce mai, reagisce. L’allargamento della Nato non è la libera scelta di Stati che temevano Mosca, ma un accerchiamento; la guerra non è un’aggressione, ma un’”operazione” resa inevitabile dalla minaccia occidentale; la fine dell’Urss non è l’emancipazione di popoli, ma «la più grande catastrofe geopolitica del secolo»[4]. A tenere insieme questo vittimismo strategico è la russofobia, presentata come odio ontologico dell’Occidente per la Russia in quanto tale: se il nemico ti odia per ciò che sei, nessun negoziato è possibile e ogni compromesso è un inganno.

Su questo impianto si innesta il mito fondativo della Grande guerra patriottica, l’unico capace di unire memoria zarista, sovietica e postsovietica. La sacralizzazione del 1945 permette un’operazione semantica potentissima: chiunque si opponga alla Russia diventa per definizione erede del nazismo. La “denazificazione” di un Paese guidato da un presidente ebreo è un nonsenso sul piano dei fatti, ma è coerente sul piano mitologico, perché riattiva un trauma collettivo e trasforma l’aggressione in liberazione. Il saggio di Putin del luglio 2021 sull’«unità storica di russi e ucraini» aveva già preparato il terreno, negando all’Ucraina una soggettività propria e iscrivendola nel Russkij Mir, lo spazio spirituale e linguistico che Mosca si arroga il diritto di proteggere.

Una sintassi modulare

La forza di questa architettura sta nella modularità. Lo stesso nucleo narrativo viene declinato in registri diversi, e talvolta opposti, a seconda del pubblico: al conservatore europeo si offre la Russia custode della tradizione, alla sinistra antiatlantista la Russia antimperialista erede dell’Urss, al Sud globale il “mondo multipolare” e un anticolonialismo di facciata che occulta la natura coloniale della guerra contro un vicino, al cittadino stanco e impaurito il disfattismo di chi ripete che resistere significa solo prolungare la sofferenza. Le versioni sono incompatibili tra loro, e non ha importanza: quando le contraddizioni affiorano servono a dissolvere l’idea stessa che esista una verità verificabile.

Le affinità elettive

Non tutti i pubblici, però, sono uguali. La narrazione del Cremlino trova il suo terreno naturale nelle destre populiste e sovraniste europee, con cui condivide il lessico prima ancora degli obiettivi: la nazione come comunità organica assediata, la diffidenza verso le istituzioni sovranazionali, il disprezzo per le “élite globaliste”, la famiglia tradizionale come trincea contro i diritti civili, l’uomo forte come rimedio alla presunta debolezza delle democrazie liberali. Non è un caso che proprio in quell’area politica Mosca abbia coltivato negli anni rapporti, convergenze e, in casi documentati, finanziamenti[5].

Per la sinistra, invece, quella stessa narrazione dovrebbe essere antitetica. Un regime che teorizza la gerarchia contro l’eguaglianza e la sovranità assoluta dello Stato contro i diritti universali della persona, che soffoca il dissenso e la società civile, che concentra la ricchezza in un’oligarchia e manda a morire al fronte soprattutto i figli delle regioni più povere, è quanto di più lontano si possa immaginare dagli ideali di progresso, solidarietà e giustizia sociale. Eppure una parte della sinistra europea si lascia sedurre dal travestimento antimperialista, scambiando l’ostilità all’egemonia americana per una forma di emancipazione. È l’errore più grave, perché consegna a un’autocrazia reazionaria le parole della propria tradizione: la pace che diventa resa, l’antimperialismo che diventa complicità con un impero.

Dalla persuasione al controllo riflessivo

Qui si coglie la differenza tra propaganda classica e guerra cognitiva. La prima cerca di convincere che la Russia ha ragione. La seconda non ha bisogno di farsi credere né amare: le basta indurre l’avversario a prendere, secondo la propria logica e in apparente autonomia, la decisione che conviene a Mosca. È il principio del controllo riflessivo, elaborato negli anni Sessanta dallo psicologo e matematico sovietico Vladimir Lefebvre e assorbito nella dottrina militare russa[6]. Lo si è visto in Crimea, quando l’ambiguità sui “piccoli uomini verdi” ha congelato la reazione occidentale il tempo necessario a chiudere l’annessione. Lo si vede ogni volta che l’evocazione dosata dell’escalation nucleare induce le cancellerie a rinviare forniture decisive: nessuno deve convincerci di nulla, la nostra avversione al rischio fa il resto. La narrazione, in questo schema, non è il fine ma il serbatoio di significati che rende plausibili le decisioni che si vogliono provocare.

Lo specchio delle nostre crepe

La conclusione più scomoda è che l’efficacia di questa macchina dipende meno dalla sua potenza che dalle nostre vulnerabilità. La propaganda russa agisce come un reagente: non crea le fratture, le rivela e le allarga. Si insinua nella sfiducia verso le istituzioni, nella polarizzazione alimentata dagli algoritmi, nella stanchezza per l’inflazione e la crisi energetica, nella falsa equivalenza che scambia il pluralismo per relativismo e invita in studio la “seconda campana” anche quando suona una menzogna. E sfrutta l’asimmetria tra un regime che non risponde a nessun elettorato e democrazie che vivono di cicli elettorali brevi.

La risposta, dunque, non può essere solo difensiva. Il prebunking, che smaschera i meccanismi della manipolazione prima che attecchiscano, e l’applicazione rigorosa del Digital Services Act contro le reti inautentiche sono necessari, ma non bastano. A una visione del mondo si risponde con un’altra visione del mondo. Finché l’Europa si limiterà a smentire, inseguendo la propaganda notizia per notizia, giocherà dentro la cornice disegnata a Mosca. Uscirne significa tornare a spiegare con convinzione perché la sovranità degli Stati, il diritto internazionale e la libertà delle persone non sono l’ipocrisia di una civiltà decadente, ma le ragioni per cui vale la pena difenderla.

[1]Concetto di politica estera della Federazione Russa, approvato con decreto presidenziale del 31 marzo 2023.

[2]Decreto del Presidente della Federazione Russa n. 809 del 9 novembre 2022, «Sui fondamenti della politica statale per la preservazione e il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali russi».

[3]V. Putin, discorso per la firma dei trattati di annessione, Cremlino, 30 settembre 2022; patriarca Kirill, omelia del 6 marzo 2022, cattedrale di Cristo Salvatore, Mosca.

[4]V. Putin, messaggio annuale all’Assemblea federale, 25 aprile 2005.

[5]Il caso più noto è il prestito di 9,4 milioni di euro concesso nel 2014 al Front National dalla First Czech-Russian Bank.

[6]V. A. Lefebvre, Konfliktujuščie struktury, Mosca, 1967; sulla sua ricezione nella dottrina russa, T. L. Thomas, «Russia’s Reflexive Control Theory and the Military», Journal of Slavic Military Studies, 17 (2004), 2.

I Five Eyes ridisegnano la difesa delle telecomunicazioni. Nel mirino Cina, supply chain e superintelligenza

17 October 2026 at 09:40

Le reti di telecomunicazione sono diventate uno dei principali terreni della competizione strategica internazionale. La loro sicurezza, la provenienza delle tecnologie utilizzate e le vulnerabilità introdotte dall’intelligenza artificiale rappresentano ormai questioni direttamente collegate alla sicurezza nazionale. È su queste premesse che i Five Eyes, l’alleanza di intelligence che riunisce Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda, hanno concordato di rafforzare la cooperazione per proteggere le infrastrutture di comunicazione dalle minacce informatiche, con particolare attenzione alle attività riconducibili alla Cina.

L’intesa è stata raggiunta a Washington durante il terzo incontro annuale dei regolatori delle telecomunicazioni dei cinque Paesi, convocato dalla Federal Communications Commission (FCC) e conclusosi con una dichiarazione congiunta che stabilisce sette ambiti prioritari di collaborazione.

L’accordo comprende la protezione delle reti e delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologico, il rafforzamento del coordinamento internazionale e il contrasto alle frodi digitali. Particolare attenzione è stata riservata anche al ruolo della superintelligenza nella sicurezza delle comunicazioni, un riferimento che segnala quanto rapidamente l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stia entrando nelle valutazioni strategiche dei governi occidentali.

La minaccia cinese e la sicurezza delle infrastrutture

Sullo sfondo dell’iniziativa rimane la crescente preoccupazione per le operazioni di cyberspionaggio condotte attraverso le infrastrutture di telecomunicazione.

Nel comunicato diffuso il 16 ottobre, la FCC richiama esplicitamente Salt Typhoon, il gruppo di hacker associato alle attività di cyberspionaggio sostenute dallo Stato cinese, indicandolo tra gli attori che cercano di sfruttare le vulnerabilità delle reti, compromettere sistemi sensibili e interferire con servizi essenziali.

Il riferimento è significativo perché evidenzia una trasformazione della percezione occidentale della minaccia informatica. Le telecomunicazioni costituiscono un’infrastruttura strategica attraverso cui transitano informazioni governative, comunicazioni commerciali e dati sensibili. La possibilità che attori ostili possano penetrarvi stabilmente pone problemi che superano la tradizionale protezione dei singoli sistemi informatici.

Da qui l’attenzione alla sicurezza delle supply chain, diventata una componente essenziale della competizione tecnologica tra Washington e Pechino. La provenienza delle apparecchiature, l’affidabilità dei fornitori e la possibilità di individuare vulnerabilità lungo la catena produttiva assumono una rilevanza direttamente collegata alla resilienza nazionale.

“Dalla promozione della sicurezza delle catene di approvvigionamento al contrasto degli attacchi informatici, il lavoro di questo gruppo continua a essere cruciale sia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti sia per la difesa del mondo libero”, ha dichiarato il presidente della FCC, Brendan Carr (in foto).

La superintelligenza entra nell’agenda

Uno degli aspetti più interessanti dell’incontro riguarda l’inclusione della superintelligenza tra le priorità della cooperazione.

Il comunicato non specifica quali iniziative operative saranno sviluppate in questo ambito, ma la scelta di inserirlo formalmente nell’agenda segnala l’attenzione dei regolatori verso le implicazioni di sistemi di intelligenza artificiale sempre più avanzati.

L’evoluzione di queste tecnologie potrebbe modificare profondamente sia le capacità di difesa delle infrastrutture digitali sia gli strumenti disponibili per comprometterle. L’automazione delle attività di identificazione delle vulnerabilità, l’analisi di grandi quantità di dati e la crescente sofisticazione degli attacchi rappresentano altrettanti elementi destinati a influenzare gli equilibri della cybersicurezza.

Il tema assume una dimensione strategica ulteriore considerando che le reti di telecomunicazione costituiscono anche l’infrastruttura attraverso cui vengono distribuiti e utilizzati numerosi servizi basati sull’intelligenza artificiale.

Verso un coordinamento più ampio

L’incontro ha affrontato anche l’armonizzazione delle regole per le certificazioni di sicurezza informatica, con una sessione guidata dalla commissaria FCC Olivia Trusty. Il riferimento è al rafforzamento della fiducia nei dispositivi e nei prodotti connessi, anche attraverso iniziative come il programma statunitense Cyber Trust Mark.

La FCC ha inoltre ampliato il formato della riunione, coinvolgendo altri Paesi partner in una nuova sessione dedicata alla collaborazione internazionale.

È un passaggio politicamente rilevante. La protezione delle telecomunicazioni richiede infatti un coordinamento che superi i confini della tradizionale alleanza di intelligence anglosassone, soprattutto considerando la natura transnazionale delle infrastrutture digitali.

La direzione indicata dai Five Eyes riflette una tendenza più ampia: la sicurezza delle reti sta diventando parte integrante delle politiche industriali, tecnologiche e di difesa. In un contesto caratterizzato dalla competizione con la Cina e dalla rapida evoluzione dell’intelligenza artificiale, la capacità di costruire infrastrutture affidabili e catene di approvvigionamento sicure si configura sempre più come una componente della sovranità strategica.

Quando una pubblicità diventa uno strumento di spionaggio. Il caso Discover-Tech

17 October 2026 at 07:50

Sul monitor poteva apparire la pubblicità di un telefono, di un paio di auricolari o di un altro prodotto qualsiasi. Dietro quell’annuncio, però, poteva funzionare un secondo sistema, invisibile all’utente, capace di verificare chi stesse visualizzando la pagina, associarlo a identificativi pubblicitari e decidere se quel dispositivo fosse di interesse.

È il meccanismo ricostruito da Citizen Lab, centro di ricerca dell’Università di Toronto specializzato nella sorveglianza digitale, e dalla società di sicurezza pubblicitaria Confiant. Al centro dell’indagine c’è Discover-Tech, società israeliana attiva nel settore della pubblicità digitale che, secondo i ricercatori, avrebbe utilizzato l’ecosistema dell’ad tech per attività di sorveglianza su vasta scala. In alcuni casi, la stessa infrastruttura sarebbe stata impiegata per facilitare l’installazione dello spyware prodotto da Candiru.

Citizen Lab definisce il metodo AdFection e sostiene di aver documentato per la prima volta pubblicamente la consegna di spyware mercenario zero-click attraverso pubblicità mirate: l’utente non doveva necessariamente interagire con l’annuncio perché iniziasse la catena tecnica.

Come funzionava

Il sistema sfruttava meccanismi che appartengono al normale funzionamento della pubblicità digitale. Quando un annuncio veniva caricato, uno script poteva stabilire una connessione con un server controllato da Discover-Tech. Al server venivano trasmessi alcuni elementi utili a riconoscere l’utente o il dispositivo, tra cui l’indirizzo Ip e identificativi pubblicitari come cookie o mobile advertising ID.

A quel punto il server decideva cosa restituire. Per la grande maggioranza degli utenti poteva non accadere nulla di visibile. Se invece il dispositivo corrispondeva ai criteri di selezione, il sistema era in grado di restituire codice JavaScript specifico. È questa architettura ad aver permesso, secondo Citizen Lab e Confiant, di tenere separata la normale distribuzione dell’annuncio dalla fase più sensibile dell’operazione.

Un tradizionale tentativo di phishing richiede di trovare l’indirizzo o il numero del bersaglio, costruire un messaggio credibile e convincerlo a compiere un’azione. La pubblicità programmatica permette invece di sfruttare un sistema già progettato per trovare utenti molto specifici in mezzo a una platea enorme.

Non tutta l’attività attribuita a Discover-Tech avrebbe avuto come obiettivo l’installazione di spyware. Una parte importante riguardava, secondo i ricercatori, la capacità di identificare e seguire dispositivi attraverso l’ecosistema pubblicitario. È proprio questa distinzione a rendere il caso più interessante: l’infrastruttura può funzionare prima come strumento di raccolta e selezione e solo successivamente, contro un gruppo molto ristretto, come vettore per un’operazione offensiva.

Centoventimila siti e 75 mila applicazioni

Le dimensioni potenziali sono considerevoli. Citizen Lab sostiene che gli annunci riconducibili a Discover-Tech siano comparsi su oltre 120 mila siti web e 75 mila applicazioni. Confiant stima che la società distribuisse almeno dieci milioni di annunci al giorno e ritiene probabile che centinaia di milioni di persone siano entrate, in un modo o nell’altro, nel raggio dell’infrastruttura.

Questo non significa che centinaia di milioni di persone siano state infettate da spyware. È una distinzione necessaria. La diffusione degli annunci misura la superficie raggiunta dal sistema, non il numero delle compromissioni. Gli stessi ricercatori spiegano che gli annunci collegati direttamente a Candiru rappresentavano una parte molto ridotta del volume complessivo.

I casi accertati sono però significativi. Citizen Lab afferma di avere confermato la compromissione di 45 dispositivi Windows di Al Jazeera tra il 2024 e il 2025 attraverso spyware Candiru distribuito tramite questa tecnica. La verifica è stata possibile analizzando i log di rete messi a disposizione dall’emittente qatariota.

Da Al Jazeera alle reti istituzionali

Confiant afferma di averli individuati all’interno di centinaia di reti appartenenti a categorie sensibili, comprese quelle del Pentagono, dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e della Corte penale internazionale. Citizen Lab riferisce inoltre di avere elementi analoghi relativi a reti delle Nazioni Unite, della Nato, della Commissione europea e di oltre una dozzina di governi nazionali.

Anche in questo caso la presenza di un annuncio su una rete non dimostra automaticamente che l’organizzazione fosse l’obiettivo di un’operazione di spionaggio, né tantomeno che i suoi sistemi siano stati compromessi. Mostra però quanto facilmente un’infrastruttura nata per il marketing possa raggiungere ambienti che un servizio di intelligence tradizionale considererebbe obiettivi di particolare valore.

La vulnerabilità è nell’ecosistema

Discover-Tech poteva acquistare e distribuire pubblicità attraverso alcune delle più grandi infrastrutture del settore. Citizen Lab ricostruisce rapporti con piattaforme riconducibili, tra gli altri, a Google, Yandex, Comcast e Liftoff. Per anni la società era inoltre comparsa negli elenchi di fornitori approvati o certificati dell’industria pubblicitaria.

Dopo l’indagine, Google ha escluso Discover-Tech dalle proprie piattaforme per violazione delle policy. IAB Europe l’ha sospesa dai propri registri, mentre Beeswax, controllata da Comcast, l’ha rimossa dalla piattaforma e altri operatori hanno adottato misure analoghe. Discover-Tech e Candiru non hanno risposto alle richieste di commento inviate da Reuters prima della pubblicazione dell’inchiesta.

La questione posta dall’indagine è quindi più larga della singola società. Il real-time bidding, il sistema attraverso il quale uno spazio pubblicitario viene assegnato in frazioni di secondo, necessita per funzionare di una circolazione continua di informazioni sui dispositivi e sugli utenti. Dati concepiti per decidere quale pubblicità mostrare possono diventare, nelle mani di un operatore interessato alla sorveglianza, uno strumento per sapere dove si trova un determinato dispositivo, quando è online e attraverso quali applicazioni o siti può essere raggiunto.

Una nuova superficie per il controspionaggio

Per governi, aziende della difesa e infrastrutture critiche la conseguenza è meno banale di quanto possa sembrare.

Per anni la sicurezza dei dispositivi sensibili si è concentrata soprattutto sulle vulnerabilità software, sulle comunicazioni, sugli allegati e sui link sospetti. Il caso Discover-Tech suggerisce che anche l’infrastruttura commerciale che circonda la normale navigazione di un utente può diventare parte della catena di intelligence.

È la stessa ragione per cui il Pentagono, come ricordato da Reuters, ha già ricevuto segnalazioni sull’impiego di dati di localizzazione raccolti attraverso società pubblicitarie e data broker contro personale statunitense dispiegato in aree operative, spingendo alcune componenti delle forze armate a disabilitare il tracciamento pubblicitario su determinati dispositivi.

La pubblicità digitale non nasce per fare intelligence. Ma contiene due elementi che per l’intelligence hanno sempre avuto valore: la capacità di identificare un individuo e quella di raggiungerlo.

L’MI5 crea un centro sulle minacce dell’IA. Come cambia l’intelligence britannica

17 October 2026 at 07:43

Non sarà un laboratorio per sviluppare nuovi modelli di intelligenza artificiale, né una struttura separata dall’intelligence tradizionale. Il nuovo AI Threat Assessment Centre (AiTac), annunciato dal direttore generale dell’MI5, Ken McCallum, nasce piuttosto per capire quali delle minacce associate all’IA siano concrete, quali ancora teoriche e quali richiedano una risposta immediata da parte degli apparati di sicurezza britannici.

La struttura è stata collocata all’interno dell’MI5 ma riunisce competenze provenienti anche dall’AI Security Institute, dalla National Crime Agency e dal National Cyber Security Centre. Il suo compito sarà produrre valutazioni all-source, mettendo insieme intelligence, competenze tecniche e analisi delle capacità emergenti. McCallum lo ha presentato il 13 ottobre durante il tradizionale aggiornamento annuale sulle minacce alla sicurezza nazionale.

Capire cosa l’IA può davvero fare

L’obiettivo non è trattare ogni sviluppo tecnologico come una minaccia, ma ridurre la distanza tra la velocità dell’innovazione e quella della valutazione di intelligence.

Per l’MI5 alcuni effetti sono già visibili. L’IA sta aumentando le capacità offensive e difensive nel dominio cyber, può rendere più efficace la produzione di propaganda personalizzata e viene già studiata da soggetti terroristici per affinare attività di ricognizione e pianificazione. McCallum ha inoltre indicato nell’impiego dell’IA applicata alle armi biologiche uno dei rischi potenzialmente più significativi, precisando tuttavia che si tratta di uno scenario non ancora concretizzato.

La distinzione è rilevante. Una struttura di intelligence dedicata all’IA serve anche a separare capacità dimostrate, possibilità tecnicamente plausibili e semplice rumore. In altre parole, a impedire che le decisioni di sicurezza nazionale siano prese inseguendo alternativamente entusiasmo tecnologico e scenari catastrofici.

L’AiTac riprende, per un dominio completamente diverso, una formula già sperimentata dall’intelligence britannica. Dopo l’11 settembre era stato creato il Joint Terrorism Analysis Centre; con l’aumento delle attività ostili riconducibili a potenze straniere era arrivato il Joint State Threats Assessment Team. L’IA viene ora trattata come un ambito sufficientemente trasversale da richiedere una capacità analitica specifica.

La terza missione dell’MI5

C’è però un altro passaggio del discorso di McCallum che rischia di essere più importante dello stesso nuovo centro. L’MI5 ha portato Protect allo stesso livello delle sue due tradizionali missioni operative: il contrasto al terrorismo e quello alle minacce provenienti dagli Stati.

Protect riguarda la resilienza del Paese: infrastrutture critiche, reti energetiche, sistemi finanziari, imprese, catene di approvvigionamento, ricerca scientifica e, in misura crescente, la capacità della società di assorbire operazioni di influenza e destabilizzazione senza produrre l’effetto cercato dall’avversario.

Non significa che l’MI5 si trasformi in un’agenzia di protezione civile. Il ragionamento è diverso. Sabotaggio, cyberattacchi, droni, operazioni di influenza e reclutamento di intermediari consentono a un attore straniero di produrre effetti strategici senza entrare in un conflitto convenzionale. Proteggere preventivamente il sistema che questi attori cercano di colpire diventa quindi parte dell’attività di controintelligence.

La fotografia fornita da Thames House aiuta a capire il perché. Nel 2026 l’MI5 dedica alle minacce statali più risorse di quante ne destinasse durante la Guerra fredda e il relativo case load è quadruplicato nell’ultimo decennio. Terrorismo e minacce statali hanno ormai, secondo McCallum, dimensioni operative sostanzialmente equivalenti.

Russia, Iran e Cina

La Russia rimane per l’MI5 il principale attore aggressivo e continua a ricorrere a operazioni ibride mantenendosi al di sotto della soglia che potrebbe provocare una risposta convenzionale della Nato. L’espulsione di quasi mille appartenenti alla presenza diplomatica russa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha ridotto la capacità di Mosca di utilizzare il tradizionale apparato sotto copertura diplomatica. La risposta, sostiene il servizio britannico, passa sempre più attraverso criminali, intermediari e volontari reclutati per singole operazioni.

Anche l’Iran ricorre in misura crescente a proxy. Negli ultimi dodici mesi, ha spiegato McCallum, le operazioni britanniche legate a Teheran hanno portato a più di cinquanta arresti. Alle attività contro dissidenti, organizzazioni e obiettivi israeliani si sarebbe aggiunto nel corso del 2026 un interesse più marcato verso obiettivi militari britannici.

Nel caso della Cina il problema descritto dall’MI5 rimane invece principalmente quello dello spionaggio, della coercizione e dell’interferenza politica, insieme all’acquisizione di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Solo due settimane prima del discorso di McCallum il servizio aveva diffuso un avviso agli atenei britannici sul China General Technology Research Institute, indicato dall’MI5 come un soggetto utilizzato per finanziare ricerca utile a migliorare le capacità tecniche del Ministry of State Security cinese.

Dalla protezione del segreto alla protezione del sistema

È qui che la riorganizzazione britannica offre l’indicazione più interessante anche fuori dal Regno Unito. La funzione di un servizio interno non si limita più a identificare una spia, interrompere un’operazione clandestina o impedire un attentato. Deve contribuire a individuare vulnerabilità che un avversario potrebbe sfruttare prima ancora che venga individuata un’operazione specifica.

L’intelligence rimane intelligence. Ma quando il confronto passa contemporaneamente attraverso cyber, infrastrutture, università, piattaforme digitali, tecnologia e intermediari privati, il confine tra controspionaggio e resilienza diventa inevitabilmente più sottile. È questo, più dell’apertura di un nuovo ufficio dedicato all’IA, il passaggio che Londra ha appena formalizzato.

Spie, tecnologia e disordine internazionale. Lezioni dalla storia

16 October 2026 at 11:33

Londra – Questa settimana mi sono recato nel Regno Unito per presentare le mie ricerche di storia dell’intelligence in due convegni internazionali. Dall’11 al 13 ottobre, il King’s College di Londra ha ospitato il convegno annuale della Society for Intelligence History (SIH), organizzato insieme al King’s Centre for the Study of Intelligence. Subito dopo, dal 14 al 16 ottobre, il testimone è passato a Bletchley Park, sede delle attività britanniche di crittoanalisi durante la Seconda guerra mondiale, dove il Government Communications Headquarters (GCHQ) e il Bletchley Park Trust hanno organizzato la seconda National Intelligence History Conference, dedicata alla cooperazione internazionale. Due appuntamenti distinti, ma complementari. A Londra, il confronto ha coinvolto accademici, ricercatori ed ex dirigenti dei servizi britannici, tra cui figure provenienti dai vertici del GCHQ, del Secret Intelligence Service (SIS/MI6) e del Joint Intelligence Committee (JIC). A Bletchley Park, il programma ha previsto interventi del giornalista Gordon Corera e dell’ex direttore del SIS Richard Moore.

L’interesse dei due convegni va oltre la ricostruzione delle operazioni del passato, più o meno recente; i dibattiti hanno infatti riguardato spesso questioni direttamente rilevanti per i servizi di oggi: il costo crescente dello spionaggio, la dipendenza dalle tecnologie private, le relazioni tra alleati, l’integrazione delle fonti informative, i modelli di formazione del personale dell’intelligence e l’insegnamento della materia in senso ampio, e la capacità degli apparati informativi di apprendere dalle esperienze precedenti. Sintetizzando in due righe il consenso emerso nel corso dei due eventi potremmo affermare che: lo studio della storia dell’intelligence serve non soltanto a comprendere il passato, ma anche, sotto molti aspetti, a migliorare la pratica professionale dei servizi, soprattutto in una fase di rapide trasformazioni tecnologiche e organizzative.

Perché studiare la storia dell’intelligence

La storia dell’intelligence contribuisce alla comprensione dell’evoluzione del sistema internazionale, della gestione delle crisi e dei meccanismi decisionali dei governi. La documentazione storica consente infatti di ricostruire non soltanto quali informazioni fossero disponibili, ma anche come venissero raccolte, analizzate e trasmesse e in che modo influenzassero le decisioni politiche.

La ricerca storica può offrire anche un contributo operativo. Lo studio delle operazioni del passato permette di comprendere l’evoluzione della tecnica professionale (tradecraft) e dei processi organizzativi ossia l’insieme delle competenze, procedure e tecniche e meccanismi di funzionamento attraverso cui i servizi operano nell’interesse dello Stato e della collettività. La ricostruzione di operazioni di reclutamento, gestione delle fonti, comunicazioni clandestine, controspionaggio e cooperazione tra servizi consente di individuare problemi ricorrenti, soluzioni adottate e fattori che ne hanno determinato il successo o il fallimento. Naturalmente, tecniche utilizzate durante la Guerra fredda potrebbero essere ormai non replicabili nelle condizioni tecnologiche e politiche odierne, il valore di studiare operazioni e attività del passato risiede tuttavia nel contributo a comprendere la logica delle scelte operative, i vincoli affrontati dagli operatori e le modalità attraverso cui hanno cercato di superarli.

Cia e MI6: organizzazioni diverse, culture professionali simili

Il confronto tra servizi britannici e americani offre un esempio dell’importanza di distinguere tra strutture organizzative, funzioni operative e culture professionali. La Central Intelligence Agency (Cia) e il SIS britannico sono spesso trattati come omologhi. Anche se in realtà presentano differenze strutturali importanti.

La Cia integra raccolta clandestina, analisi strategica, capacità tecnologiche e operazioni coperte. Possiede una specifica Directorate of Analysis e, nell’ambito della Directorate of Operations, dispone anche di personale specializzato in attività paramilitari. Il SIS è invece prevalentemente orientato alla raccolta clandestina all’estero. Non dispone di una struttura paramilitare permanente equivalente a quella statunitense, né di una direzione di analisi strategica paragonabile a quella della Cia. Nel sistema britannico, la produzione di valutazioni integrate per il governo è affidata principalmente alla Joint Intelligence Organisation. Se però il confronto viene ristretto alle componenti dedicate alla raccolta clandestina, emergono somiglianze molto maggiori. Il SIS e quello che dal 2005 al 2015 fu denominato National Clandestine Service della Cia, oggi nuovamente Directorate of Operations, condividono caratteristiche importanti nella cultura professionale e nelle modalità di funzionamento.

Lo spionaggio costa sempre di più

Tra le questioni più interessanti discusse a Londra figura quella della “economia dell’intelligence”, ancora relativamente poco esplorata dalla letteratura accademica. Una valutazione emersa durante il confronto tra studiosi e addetti ai lavori riguarda il forte aumento del costo unitario di alcune attività di spionaggio: in poche parole l’espansione delle capacità di sorveglianza e controspionaggio, la digitalizzazione delle comunicazioni e la crescente difficoltà di operare contro obiettivi protetti rendono le operazioni non solo più complesse ma molto più onerose. L’integrazione di tecnologie all’avanguardia, sistemi satellitari, spyware di vario genere, e capacità di elaborazione e fusione attraverso intelligenza artificiale (AI) richiede investimenti considerevoli, ciò nonostante i costi di aggiornamento e mantenimento possano poi mantenersi relativamente contenuti nel tempo (aspetto che favorisce i servizi che dispongono delle maggiori risorse finanziarie e quelli che, come quelli britannici, possono condividere capacità e infrastrutture con partner stranieri).

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce anche la diffusione al settore privato di capacità di raccolta tecnica e processazione di informazioni. L’esperienza britannica mostra che l’esternalizzazione di determinate funzioni non comporta necessariamente una riduzione dei costi. Alle spese contrattuali devono aggiungersi quelle di supervisione, sicurezza, integrazione dei sistemi e mantenimento delle competenze necessarie per controllare i fornitori. Il problema riguarda quindi sia la sostenibilità economica dell’intelligence sia la capacità delle organizzazioni pubbliche di conservare il controllo sulle tecnologie impiegate.

Il SIS e il nuovo equilibrio tra tecnologia e tecnica professionale

Questi cambiamenti stanno modificando anche la composizione professionale dei servizi. Durante il confronto londinese è stata richiamata una stima secondo cui tra un quarto e un terzo del personale del SIS sarebbe oggi impiegato in funzioni tecnologiche. Pur non essendo verificabile attraverso le informazioni ufficiali pubblicamente disponibili, il dato indica la crescente importanza attribuita a queste competenze. Questa evoluzione modifica anche i requisiti della leadership: dirigere un servizio informativo oggi richiede un livello adeguato di technological literacy: i vertici così come quadri e funzionari devono comprendere le possibilità offerte dalle tecnologie, i loro limiti, le vulnerabilità che introducono e le capacità di cui dispongono gli avversari. Non è necessario che i dirigenti siano specialisti di ogni tecnologia, devono però possedere conoscenze sufficienti per valutarne le implicazioni operative, formulare le domande appropriate agli esperti e decidere quali capacità sviluppare.

La crescente importanza delle tecnologie non elimina tuttavia il ruolo dell’intelligence umana. Al contrario, una delle questioni ricorrenti nel dibattito riguarda la necessità di integrare human intelligence (HUMINT) e signals intelligence (SIGINT). Le fonti umane possono facilitare l’impiego delle capacità tecnologiche, contribuendo a identificare obiettivi, comprendere intenzioni e interpretare comunicazioni. A loro volta, le informazioni raccolte attraverso mezzi tecnici possono orientare il reclutamento e la verifica delle fonti. Il fallimento israeliano nel prevedere e prevenire l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 è stato diverse volte offerto nel corso dei due convegni come esempio dei limiti delle capacità di raccolta quando non siano accompagnate da un’interpretazione adeguata delle intenzioni dell’avversario attraverso raccolta informativa “umana”. Il caso specifico richiama il problema generale: finché le decisioni politico-strategiche continueranno a dipendere da esseri umani, la capacità di comprenderne motivazioni e comportamenti, possibile solo attraverso la HUMINT, resterà una componente fondamentale dell’intelligence.

La cooperazione tra Stati Uniti e Regno Unito

La seconda conferenza, organizzata dal GCHQ e dal Bletchley Park Trust, ha posto al centro il problema della cooperazione internazionale. La scelta della sede è particolarmente significativa. Nel 2026 ricorre l’ottantesimo anniversario dell’accordo angloamericano del 1946, da cui deriva la cooperazione UKUSA nel campo dell’intelligence delle comunicazioni e, successivamente, l’alleanza Five Eyes.

La storia di questa collaborazione mostra come la condivisione di informazioni, tecnologie e infrastrutture possa accrescere considerevolmente le capacità dei servizi coinvolti, il rapporto tra Stati Uniti e Regno Unito presenta tuttavia importanti asimmetrie, particolarmente evidenti nel settore tecnologico. Il sistema britannico dispone di competenze avanzate, ma non può riprodurre autonomamente tutte le capacità e le infrastrutture sviluppate dagli Stati Uniti. La stessa National Security Strategy britannica del 2025 riconosce che l’indipendenza completa nelle tecnologie di frontiera non è sempre possibile, indicando la necessità di accordi con partner stranieri, soprattutto con Washington.

In questo contesto, la fiducia tra i due sistemi di intelligence acquisisce un valore operativo ancora maggiore: come ampiamente riconosciuto dai vari addetti ai lavori presenti, per il Regno Unito, mantenerla significa anche preservare l’accesso a capacità tecnologiche difficilmente riproducibili a livello nazionale. La storia suggerisce tuttavia che la cooperazione possa sopravvivere anche a tensioni e diffidenze. La sua efficacia dipende dall’esistenza di interessi condivisi, procedure consolidate e meccanismi di controllo che permettano di gestire le asimmetrie tra i partner.

L’intelligence si può insegnare? La lezione della storia per studenti e professionisti

Un ulteriore tema emerso a Londra ha riguardato il rapporto tra ricerca accademica e formazione professionale nei sistemi d’intelligence. Insegnare l’intelligence agli studenti universitari e ai professionisti dei servizi significa perseguire obiettivi differenti.

Per gli studenti, la priorità consiste nel comprendere il funzionamento dell’intelligence come sistema di organizzazioni, competenze e procedure interdipendenti. Occorre capire come le informazioni circolino tra apparati differenti, come vengano prodotte le valutazioni e quali siano i rapporti tra intelligence e decisori politici. Per i professionisti, invece, il contributo principale della formazione accademica è offrire strumenti per riflettere criticamente sulla propria attività. Lo studio della storia e della teoria permette di interrogarsi sulle procedure operative, sulla cultura istituzionale, sulle pratiche analitiche e sulle modalità di gestione delle organizzazioni. Serve soprattutto a comprendere perché determinate attività vengano svolte in un certo modo e se esistano alternative più efficaci.

Questa funzione è particolarmente importante perché le organizzazioni di intelligence incontrano difficoltà nel conservare e applicare sistematicamente le lezioni delle esperienze precedenti. Le indagini successive ai fallimenti producono spesso raccomandazioni, ma queste conoscenze non vengono necessariamente incorporate nelle pratiche organizzative. Il ricambio del personale, le trasformazioni tecnologiche e la persistenza delle culture istituzionali possono ridurne progressivamente l’efficacia. La storia offre strumenti e rimedi per questo problema: permette di confrontare esperienze distanti nel tempo, identificare comportamenti ricorrenti e comprendere come le organizzazioni abbiano reagito a errori, crisi e innovazioni.

E dal Regno Unito è tutto, al prossimo anno.

Spie cinesi su LinkedIn, così Pechino avrebbe preso di mira funzionari australiani

16 October 2026 at 07:54

Il primo contatto arrivava su LinkedIn e aveva l’aspetto di una normale proposta professionale. I profili si presentavano come consulenti, ricercatori o intermediari legati a società e think tank, offrivano incarichi retribuiti e chiedevano inizialmente analisi su temi di politica, commercio o rapporti con la Cina. Solo in un secondo momento, una volta stabilito il rapporto e verificato il profilo dell’interlocutore, le richieste potevano diventare più mirate. È con questo sistema che una presunta rete riconducibile all’intelligence cinese avrebbe cercato di avvicinare funzionari pubblici, appartenenti alle forze dell’ordine ed esperti australiani.

ABC Investigations, che ha analizzato i dati acquisiti dall’Australian Federal Police (Afp) durante l’indagine su Alexander Csergo, l’uomo d’affari australiano condannato nel marzo scorso per reckless foreign interference. Secondo l’emittente pubblica australiana, due account LinkedIn attribuiti a presunti operatori dell’intelligence cinese avrebbero accumulato migliaia di collegamenti nel mondo e intercettato, tra il 2016 e il 2025, più di cento persone con legami professionali con l’Australia.

Dai think tank alle consulenze

Lo schema ricostruito dagli investigatori non prevedeva, almeno inizialmente, richieste esplicite di informazioni riservate. I profili si presentavano come rappresentanti di think tank o società di consulenza interessati ad acquistare analisi su commercio, politica internazionale e rapporti con la Cina.

Tra le persone finite nella rete dei contatti figuravano dipendenti o ex dipendenti del Department of Foreign Affairs and Trade, di Austrade, di Investment NSW, di Invest Victoria e di Tourism Australia. ABC ha inoltre individuato tra i profili un comandante dell’Australian Federal Police e l’ex premier del Queensland Steven Miles, oggi leader dell’opposizione nello Stato. Nel caso di Miles, tuttavia, l’emittente precisa di non aver individuato messaggi che dimostrino un rapporto con il profilo sospetto né elementi che indichino una sua risposta.

È una distinzione importante. Essere presenti nella rete di collegamenti di un account non significa essere stati reclutati, né tantomeno aver fornito informazioni. L’interesse del caso è piuttosto nella scala e nella sistematicità con cui sarebbero stati individuati profili professionali potenzialmente utili.

L’Afp sostiene che dietro l’operazione vi fosse il Ministry of State Security (Mss), il principale servizio di intelligence civile cinese. Secondo gli investigatori, identità fittizie sarebbero state impiegate per stabilire un primo rapporto, proporre incarichi remunerati e verificare progressivamente l’accesso della persona a informazioni o contatti di interesse. L’ambasciata cinese a Canberra ha respinto le accuse, definendole “entirely groundless” e contestando quella che considera una rappresentazione ingiustificata delle attività cinesi.

Il precedente Csergo

Il punto di contatto dell’indagine è Alexander Csergo. Nel novembre 2021, mentre viveva a Shanghai, Csergo era stato avvicinato su LinkedIn da un account intestato a “Vera Su”, che sosteneva di lavorare per una società chiamata Nesa Consulting e gli proponeva un incarico part-time sui rapporti commerciali tra Cina e Australia.

Da quel contatto sarebbe successivamente nato un rapporto con due persone conosciute come “Ken” ed “Evelyn”, per le quali Csergo preparò rapporti ricevendo pagamenti in contanti. Nel marzo 2026 è diventato la prima persona condannata in Australia per il reato di reckless foreign interference, la fattispecie introdotta nell’ordinamento australianonel 2018  che punisce chi, agendo in modo occulto o ingannevole in relazione a un soggetto straniero, accetta consapevolmente il rischio che la propria condotta possa sostenere attività di intelligence straniere o danneggiare la sicurezza nazionale.

Per un servizio di intelligence, infatti, il valore di una fonte non coincide necessariamente con il possesso immediato di documenti classificati. Informazioni apparentemente marginali possono acquistare rilevanza quando vengono aggregate, confrontate con altre fonti o utilizzate per comprendere reti decisionali, procedure interne e orientamenti di governo.

È lo stesso principio richiamato dall’Australian Security Intelligence Organisation (Asio) nelle proprie indicazioni sulle attività ostili di intelligence: anche informazioni considerate innocue isolatamente possono essere combinate per colmare lacune informative o individuare persone da sottoporre successivamente a un’attività di targeting.

L’allarme dei Five Eyes

Il 3 giugno scorso, Asio, Fbi, MI5, Csis canadese e intelligence neozelandese hanno pubblicato congiuntamente il bollettino “Safeguarding Our Secrets”, dedicato proprio all’impiego delle piattaforme professionali e dei portali di lavoro da parte dei servizi di intelligence militare cinesi.

Secondo l’avviso, gli operatori si presentano come dipendenti di società di consulenza, think tank o agenzie di recruiting, pubblicano offerte apparentemente legittime e selezionano persone che, per esperienza professionale o posizione, potrebbero avere accesso diretto o indiretto a informazioni utili. Tra i potenziali obiettivi non figurano soltanto militari e funzionari governativi, ma anche ricercatori, giornalisti, analisti e dipendenti di imprese attive nei settori della difesa, della sicurezza e dell’economia.

Il reclutamento, in questa prospettiva, diventa progressivo. Una prima analisi può riguardare materiale aperto; successivamente possono arrivare richieste di informazioni non pubbliche, domande sui contatti professionali o l’invito a trasferire la conversazione su altri canali. Il rapporto economico serve anche a normalizzare lo scambio e a creare nel tempo una relazione più strutturata sfruttando piattaforme come LinkedIn che offrono un catalogo continuamente aggiornato di competenze, incarichi, precedenti esperienze lavorative e reti relazionali, consentendo di individuare con costi minimi non soltanto chi possiede direttamente informazioni sensibili, ma chi si trova a uno o due passaggi da un determinato ambiente decisionale.

 

Germania, Merz contro gli estremi. Disinformazione russa e sostegno all’Ucraina dividono Berlino

15 October 2026 at 07:49

Il confronto sulla guerra in Ucraina è ormai anche un confronto sulla tenuta politica della Germania. Friedrich Merz lo ha detto con parole insolitamente nette al Bundestag, trasformando la dichiarazione di governo in vista del Consiglio europeo in un attacco alle forze che, alla destra e alla sinistra dello spettro politico, contestano il sostegno tedesco a Kyiv.

Come riporta Deutsche Welle, il cancelliere ha accusato l’Alternative für Deutschland e Die Linke di alimentare deliberatamente le divisioni interne e di cercare un vantaggio politico nel disordine. L’affondo è arrivato mentre Merz respingeva l’idea che le risorse destinate all’Ucraina venissero sottratte alla spesa sociale tedesca. “Non manca un solo euro” per le politiche sociali e per l’istruzione a causa dell’assistenza a Kyiv, ha sostenuto.

Il passaggio più significativo è quello riguardo la sicurezza. Per Merz la minaccia proveniente dalla Russia non appartiene più alla dimensione astratta della politica estera. Mosca, ha spiegato, sta mostrando una crescente disponibilità all’escalation non soltanto contro l’Ucraina, ma verso i Paesi dell’Europa orientale e la stessa Germania. La sintesi pubblicata dal governo federale conferma il punto: Berlino considera la sicurezza, la capacità di difesa e il sostegno all’Ucraina parti dello stesso problema strategico.

È su questo terreno che il cancelliere ha spostato il confronto dalla politica di bilancio alla vulnerabilità interna delle democrazie europee. Merz ha accusato AfD e Linke di continuare a minimizzare il quadro di sicurezza e di contribuire alla diffusione della disinformazione. L’impressione, ha detto rivolgendosi ai due estremi dell’emiciclo, è quella che alcune forze politiche interne vogliano il caos, perché da quel caos potrebbe derivare un vantaggio politico.

Nella lettura della cancelleria, la pressione esercitata dalla Russia sull’Europa riguarda anche la capacità di sfruttare fratture sociali, costi economici e divergenze politiche per ridurre nel tempo la disponibilità delle società europee a sostenere Kyiv e, più in generale, gli investimenti necessari alla propria sicurezza. Tattica che trova terreno fertile anche a Berlino: la Germania deve aumentare la propria capacità militare, sostenere l’Ucraina, rilanciare un’economia sottoposta a forti pressioni e contemporaneamente preservare il consenso necessario per finanziare questa trasformazione. La questione della sicurezza finisce così inevitabilmente per incrociarsi con quella della giustizia sociale, che Merz ha voluto mettere al centro della sua dichiarazione di governo.

Il cancelliere ha parlato della necessità di colmare contemporaneamente una “Sicherheitslücke”, una lacuna di sicurezza, e una “Gerechtigkeitslücke”, una lacuna di giustizia. Per il governo, dunque, contrapporre difesa e welfare significa impostare il problema in termini sbagliati: senza sicurezza, sostiene Merz, vengono meno anche le condizioni che permettono allo Stato di garantire prosperità, libertà e protezione sociale.

Lo scontro parlamentare rivela però quanto questa sintesi sia politicamente difficile. La linea del governo poggia sull’idea che la Germania debba assumersi costi maggiori per la propria sicurezza proprio mentre cresce una parte dell’elettorato che chiede di ridurre l’esposizione nella guerra e di concentrare le risorse all’interno. La politica russa diventa così una faglia – strumentalizzabile – della politica domestica tedesca. Berlino dovrà trovare una linea su quanto a lungo e con quali strumenti aiutare l’Ucraina, ricercando una strada concretamente percorribile per farlo impedendo che il costo della competizione con Mosca produca, all’interno della Germania, le condizioni politiche per rendere quella strategia insostenibile.

Auto che filmano soldati norvegesi e sensori che la Pa compra senza saperlo

14 October 2026 at 09:57
Esercitazione Hovedstad

Il tenente Fredrik Blanck se n’è accorto quasi per caso. Era la metà di settembre e circa cinquemila uomini e donne della Heimevernet, la Guardia nazionale norvegese, erano impegnati nell’esercitazione Hovedstad, «Capitale», che simulava la difesa dell’aeroporto di Oslo-Gardermoen in tempo di guerra. Per la carenza di mezzi di trasporto, le Forze armate avevano preso a noleggio alcune vetture civili, tra cui almeno due elettriche Deepal, marchio del gruppo statale cinese Changan. Scorrendo i menu del sistema di bordo, i militari hanno trovato ciò che nessuno aveva messo in conto: le telecamere perimetrali avevano registrato e conservato i volti dei soldati, i loro spostamenti e perfino le dita che digitavano i codici sui tastierini dei varchi militari.[1]

Le registrazioni sono state cancellate a esercitazione conclusa, e soltanto sulle auto dove era possibile farlo. Nessuno sa, però, se quei file siano rimasti nella memoria delle vetture o abbiano preso la strada di un server lontano. È esattamente questa incertezza, più ancora del fatto in sé, il cuore del problema. C’è poi un dettaglio che rende la vicenda quasi un apologo: la società di noleggio appartiene a Volvo Cars, a sua volta controllata dalla cinese Geely, che ha escluso qualsiasi rischio, ricordando che la condivisione di dati con la casa madre richiede una base giuridica. Formalmente ineccepibile. Ma il punto, come vedremo, non è la buona fede di un’azienda: è la legge cui quell’azienda, in ultima istanza, deve rispondere.

La teoria del mosaico

Si potrebbe archiviare l’episodio come un incidente tattico, rimediato cambiando i codici e rimproverando chi non ci aveva pensato. Sarebbe una lettura comoda e sbagliata. L’intelligence raramente vive di colpi di scena; vive di accumulo. Il volto di un caporale, l’orario in cui un convoglio lascia la caserma, il punto in cui un ufficiale parcheggia ogni mattina sono informazioni che, prese una alla volta, non valgono nulla. Messe insieme, raccontano chi comanda davvero, quali reparti si muovono prima di un’operazione, quali procedure si ripetono e dove si aprono le crepe. È ciò che gli analisti chiamano teoria del mosaico: la tessera isolata è insignificante, il disegno che compongono è un segreto di Stato. Nel 2018 bastò la mappa pubblica delle corse registrate da un’app di fitness per rivelare il perimetro e le abitudini di basi militari in mezzo mondo.[2] Nessuno aveva tradito nulla: avevano solo fatto jogging e scaricato i dati su di un’app che registra gli allenamenti, come fanno tanti sportivi.

Algoritmi, quanti e vantaggio decisionale

Quello che è cambiato, rispetto ad allora, è la scala. Per comporre un mosaico, un tempo servivano reti di informatori, pazienza e intere sale di analisti. Oggi servono sensori sempre accesi e algoritmi capaci di correlare milioni di punti dati eterogenei: la telemetria di un’auto, i metadati di un telefono, una ripresa satellitare, un registro doganale. L’intelligenza artificiale ricostruisce i grafi delle relazioni, individua i nodi di una catena di comando dal modo in cui i veicoli si muovono insieme, stabilisce la «routine» di una base e segnala la minima anomalia che precede un’operazione. Non si limita a descrivere il presente o a stimare il futuro: suggerisce al decisore la mossa migliore. È l’intelligence prescrittiva, quella che trasforma la conoscenza in vantaggio decisionale.

E c’è un orizzonte ulteriore. Le grandi potenze stanno già accumulando enormi volumi di traffico cifrato che oggi non possono leggere, secondo la logica che gli specialisti riassumono con la formula harvest now, decrypt later: raccogli ora, decifra dopo. Quando il calcolo quantistico sarà abbastanza maturo da piegare gli attuali standard di crittografia asimmetrica, quegli archivi diventeranno leggibili all’indietro. Ciò che oggi sembra al sicuro dietro una chiave RSA potrebbe tra qualche anno alimentare, con decenni di storia, i modelli di chi lo ha conservato.

Internet of Things ed i sensori della pubblica amministrazione

A questo punto la domanda torna inevitabilmente a casa nostra. Le auto norvegesi non sono un’eccezione, sono un campione. L’insieme della pubblica amministrazione, in Italia come altrove, acquista ogni giorno dispositivi connessi: videocamere di sorveglianza, inverter fotovoltaici sui tetti degli edifici pubblici, impianti di climatizzazione intelligenti, controlli d’accesso, stampanti di rete, droni per la protezione civile, auto di servizio. Ognuno di questi oggetti è un sensore, e molti dialogano regolarmente con i server del produttore per aggiornamenti e diagnostica. Lo ha scoperto, sempre in Norvegia, l’operatore dei trasporti di Oslo, Ruter, quando i test sui nuovi autobus elettrici di un costruttore cinese hanno mostrato che la casa madre poteva intervenire da remoto sui sistemi di controllo, fino a spegnerli.[3] C’è poi un paradosso che merita di essere detto con chiarezza: la pubblica amministrazione acquista, e paga di tasca propria, i dispositivi che potrebbero servire a spiarla. Per chi intendesse sfruttarli, quei sensori valgono più come fonte di informazioni che come merce. Il venditore può dunque permettersi di presentare in gara il prezzo più basso, perché per accedere a quei dati sarebbe disposto, in fondo, a pagare lui. Semmai, si guarderà bene dall’abbassarlo troppo, per non insospettire le sue potenziali vittime: uno sconto ben calibrato vince la gara, uno sconto eccessivo accende un campanello d’allarme. Se il criterio di aggiudicazione resta il massimo ribasso, l’asta finisce per premiare proprio chi ha interessi che vanno ben oltre la vendita, e la sicurezza diventa una voce che nessuno mette a bilancio.

Il nodo giuridico è noto. L’articolo 7 della legge cinese sull’intelligence nazionale del 2017 impone a organizzazioni e cittadini di sostenere, assistere e collaborare con l’attività informativa dello Stato.[4] Non serve immaginare un complotto per ogni inverter: basta sapere che, se Pechino chiedesse, nessuna azienda soggetta a quella legge potrebbe legalmente rifiutare. I dati apparentemente innocui, dunque, non lo sono affatto. Sono innocui soltanto finché qualcuno non decide di metterli insieme.

Le contromisure

Le contromisure esistono, e non richiedono di rinunciare alla tecnologia. Gli Stati Uniti hanno vietato con una regola del Bureau of Industry and Security l’hardware e il software di connettività provenienti da Paesi avversari nei veicoli connessi;[5] la Polonia ha escluso le auto di fabbricazione cinese dalle installazioni militari protette.[6] Ma oltre ai divieti servono abitudini e architetture: zone di esclusione attorno a basi e infrastrutture critiche; la mappatura di ogni chip e di ogni modulo SIM nelle forniture pubbliche; dispositivi fissi confinati in reti locali isolate, con firewall capaci di intercettare le «telefonate a casa» verso server stranieri; la disattivazione fisica di microfoni e moduli di trasmissione nei mezzi impiegati per scopi istituzionali; codici d’accesso che cambiano spesso e non si digitano davanti a una telecamera. E, nel lungo periodo, norme che obblighino a elaborare a bordo i dati di telecamere e sensori, cancellando quelli grezzi, una filiera europea di semiconduttori e sensoristica, e reparti di cyber-difesa che smontino e mettano alla prova i dispositivi commerciali prima che entrino in servizio.

Una comodità, non una spia

La lezione di Gardermoen è semplice e scomoda. La minaccia più insidiosa non ha l’aspetto di una spia, ma di una comodità: un’auto noleggiata in fretta perché mancavano i mezzi, una telecamera acquistata al ribasso, un pannello solare che si aggiorna da solo. Nell’era dell’Internet delle cose ogni oggetto racconta qualcosa di noi. Il problema non è impedirgli di parlare, ma decidere a chi, e prima che qualcun altro abbia già finito di comporre il mosaico.

[1] La vicenda è stata rivelata dal quotidiano norvegese Dagens Næringsliv e ripresa, tra gli altri, da Defence Blog, «Chinese-owned rental cars recorded Norwegian military drill», 12 ottobre 2026. L’esercitazione Øvelse Hovedstad si è svolta dal 14 al 18 settembre 2026.

[2] Il riferimento è alla «heatmap» globale pubblicata da Strava, che nel gennaio 2018 rese visibili i percorsi di allenamento del personale in basi militari in Siria, Afghanistan e altrove.

[3] Cfr. Fortune, «Tests showing Chinese-made buses can be stopped remotely prompt Norwegian pullback», 6 novembre 2025. Ruter ha annunciato requisiti di sicurezza più stringenti negli acquisti futuri e firewall per garantire il controllo locale dei mezzi.

[4] Legge sull’intelligence nazionale della Repubblica Popolare Cinese, adottata il 27 giugno 2017, art. 7.

[5] U.S. Department of Commerce, Bureau of Industry and Security, regola finale sulla sicurezza della catena di fornitura dei veicoli connessi, gennaio 2025.

[6] Il divieto di accesso dei veicoli di produzione cinese alle installazioni militari protette, adottato dalla Polonia nel febbraio 2026, è stato segnalato dalla Foundation for Defense of Democracies.

Quando la potenza di calcolo e l’AI diventano bersagli della guerra cinetica. L’analisi di Mele

13 October 2026 at 08:40

Tra l’8 e l’11 ottobre, tre attacchi ucraini condotti attraverso l’utilizzo di droni hanno colpito altrettanti data center di Yandex in territorio russo. Il primo ha raggiunto il polo di Sasovo, nella regione di Ryazan, dove l’impatto ha provocato un incendio e costretto la società a sospendere tutte le operazioni. Il giorno successivo, una nuova incursione – probabilmente con droni d’attacco monodirezionali FP-1 – ha danneggiato il data center di Kaluga, mettendone fuori servizio una parte. L’11 ottobre, infine, un ulteriore altro attacco sempre per mezzo di droni ha danneggiato l’infrastruttura del sito di Vladimir, determinandone la completa chiusura. In quattro giorni, in sostanza, sono stati colpiti tre dei cinque principali data center di una tra le principali e più rilevanti imprese tecnologiche russe.

Il sito di Sasovo, in particolare, ospita decine di migliaia di server e, secondo informazioni rese pubbliche in passato proprio da Yandex, anche due dei tre supercomputer utilizzati dalla società per sviluppare i propri modelli di intelligenza artificiale.

Seppure, almeno allo stato attuale, non sia possibile stabilire se quei sistemi siano stati danneggiati, né se la loro presenza abbia influito sulla scelta del bersaglio, non si può sottrarsi dall’analizzare come, in un arco temporale molto breve, questi attacchi abbiano interessato una parte consistente dell’infrastruttura fisica sulla quale poggiano il cloud di Yandex, numerosi suoi servizi digitali e alcune delle più importanti capacità russe nel campo dell’intelligenza artificiale.

Appare evidente, allora, come la capacità di calcolo di una nazione in guerra sia oggigiorno esposta in modo diretto alla dimensione cinetica di un conflitto armato.

Gli attacchi contro Yandex, peraltro, si inseriscono nella sequenza di azioni e reazioni iniziata a metà settembre scorso con la campagna russa contro le infrastrutture digitali ucraine sempre contro data center e infrastrutture tecnologiche di Kyivstar, Vodafone Ukraine, Datagroup, Cosmonova, Omega Telecom, Ukrtelecom e altri operatori. Il 27 settembre, ad esempio, sono stati danneggiati dieci data center a Kyiv e uno a Dnipro. Cosmonova ha comunicato che il proprio impianto non sarebbe più tornato operativo, mentre Omega Telecom ha riferito la distruzione delle apparecchiature del suo principale nodo tecnico.

Il ministero della Difesa russo ha sostenuto che alcune delle infrastrutture colpite fornissero capacità di comunicazione, elaborazione e conservazione dei dati alle forze armate ucraine, ma gli elementi accessibili al pubblico non permettono di verificare questa affermazione con riferimento ai singoli impianti. Ciò che appare evidente, invece, è come nella grammatica moderna di un conflitto armato sia ormai saldamente presente la volontà di colpire e incidere il più possibile su quei sistemi dai quali dipendono, allo stesso tempo, comunicazioni militari, servizi pubblici, attività economiche, pagamenti e meccanismi di allerta contro missili e droni. Peraltro, quando il presidente Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina avrebbe risposto in modo speculare agli attacchi russi e ha ricondotto a questa logica anche l’azione contro Kaluga, ha reso esplicito il significato di quella campagna, ovvero come le infrastrutture digitali private siano ormai entrate nella logica dell’azione e della risposta militare, attraverso attacchi fisici capaci di produrre sulle reti, sui sistemi informativi e sui servizi informatici effetti estesi e tempi di ripristino ben più lunghi di quelli generalmente associati a molte operazioni cibernetiche.

Le imprese tecnologiche tra proiezione di potenza e scelta del bersaglio

Un precedente altrettanto rilevante si è verificato già nel marzo 2026, quando droni iraniani hanno colpito direttamente due strutture di Amazon Web Services negli Emirati Arabi Uniti, mentre un impianto in Bahrein ha subito danni per l’esplosione di un drone nelle vicinanze. UNIDIR ha qualificato quegli episodi come il primo caso documentato di attacco deliberato contro data center commerciali. Teheran, inoltre, ha apertamente incluso AWS, Microsoft, Google, IBM, Oracle e altre imprese tecnologiche tra i possibili obiettivi della propria ritorsione, sebbene non siano emerse pubblicamente prove dell’impiego militare delle aziende colpite.

Anche la scelta iraniana riflette una valutazione politica più ampia e da non sottovalutare nei conflitti armati moderni, secondo la quale le grandi imprese tecnologiche partecipano alla proiezione di potenza del Paese di origine anche quando operano nel territorio di uno Stato terzo.

Gli attacchi contro AWS, la campagna russa in Ucraina e la recente risposta di quest’ultima su Yandex indicano come questa postura tattico-operativa non sia più una mera ipotesi eccezionale. L’Iran ha cercato di esercitare pressione sugli Stati Uniti e sui loro partner tecnologici regionali, la Russia ha tentato di degradare i servizi sui quali poggiano la società e la difesa dell’Ucraina, mentre Kyiv ha rivolto la propria risposta contro l’impresa che concentra in Russia servizi cloud, applicazioni digitali e capacità di sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pur nella diversità delle finalità, appare evidente come la scelta del bersaglio risenta – in tutti e tre i casi – della funzione attribuita all’impresa all’interno della potenza nazionale, anche quando la proprietà sia privata e gli utenti siano prevalentemente civili.

Occorre considerare, per di più, come il rapporto tra infrastrutture tecnologiche private e funzioni strategiche possa assumere forme diverse. Negli Stati Uniti, dove il contratto Joint Warfighting Cloud Capability consente al Dipartimento della Difesa di acquistare da Amazon, Google, Microsoft e Oracle servizi cloud destinati a ogni livello di classificazione e utilizzabili anche nel cosiddetto tactical edge, l’integrazione tra capacità tecnologiche commerciali e apparato militare risulta esplicita e formalizzata. Nel conflitto armato tra Russia e Ucraina, invece, la medesima integrazione si manifesta su entrambi i fronti in forme meno trasparenti e più difficili da ricostruire, poiché le infrastrutture private continuano a servire la popolazione civile, le imprese e le amministrazioni pubbliche, ma possono sostenere contemporaneamente comunicazioni, capacità di elaborazione e sistemi di conservazione dei dati rilevanti per lo Stato e per le forze armate. Questa sovrapposizione, infatti, riguarda tanto gli operatori ucraini colpiti dalla Russia quanto i data center di Yandex attaccati dall’Ucraina, che ospitano servizi cloud, applicazioni utilizzate da milioni di persone e risorse avanzate per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, senza che le informazioni pubblicamente disponibili consentano di accertare con sufficiente precisione il contributo concretamente fornito da ciascuna infrastruttura alle operazioni militari della rispettiva parte.

Considerati nel loro insieme, questi esempi mostrano come la proprietà privata e l’impiego prevalentemente civile non impediscano a una determinata infrastruttura di assumere rilevanza strategica o di concorrere, in circostanze specifiche, all’azione militare. Questo assunto, tuttavia, impone al contempo di dover evitare il ragionamento inverso, ovvero quello secondo cui il rapporto contrattuale con la difesa o l’importanza dell’impresa per l’economia nazionale siano elementi da soli sufficienti ad attribuire la medesima funzione a tutti i beni di cui si compone. La natura strategica o militare non può, in sostanza, essere estesa indistintamente all’intera organizzazione, ma deve essere accertata con riferimento alla funzione concretamente svolta da ciascun edificio, server o componente della rete.

La geografia fisica del cloud

È proprio la possibile compresenza di funzioni civili e militari nella medesima infrastruttura a rendere necessario considerare, come ulteriore approfondimento, la dimensione materiale del cloud e dell’intelligenza artificiale, troppo spesso nascosti dietro le semplificazioni giornalistiche e l’immagine di servizi accessibili ovunque. Il cloud, ad esempio, non elimina la dipendenza da luoghi e componenti fisici, ma organizza e distribuisce attraverso la rete risorse che continuano a essere concentrate in edifici identificabili e a dipendere da una catena composta da alimentazione elettrica, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, apparati di rete, forniture idriche e personale specializzato. Questa concentrazione è ancora più marcata nel campo dell’intelligenza artificiale, dove l’addestramento e l’esecuzione dei modelli più avanzati richiedono grandi quantità di energia e cluster composti da processori ad alte prestazioni (soprattutto GPU) collegati tra loro, la cui sostituzione o riallocazione non può avvenire rapidamente a causa della scarsità dei componenti, della complessità delle configurazioni e delle capacità infrastrutturali necessarie a sostenerli. La distribuzione logica dei dati e dei carichi di lavoro, quindi, può accrescere la resilienza del sistema, ma non elimina i punti di concentrazione materiale dai quali dipende la continuità delle sue funzioni.

Da questo stato di cose deriva una conseguenza operativa altrettanto rilevante: per ridurre o interrompere la capacità di calcolo dell’avversario non è sempre necessario distruggere in maniera mirata tutti i server e le infrastrutture che la producono. Il punto più vulnerabile può coincidere con il luogo che ospita gli apparati, con la sottostazione elettrica che ne garantisce l’alimentazione, con l’impianto di raffreddamento senza il quale le macchine non possono operare, così come con il collegamento in fibra o lo snodo di rete attraverso cui transita il traffico, sicché il danneggiamento di una singola dipendenza può compromettere un insieme di servizi molto più ampio rispetto all’area materialmente colpita.

La possibilità di produrre conseguenze così estese rende questi “nodi” particolarmente rilevanti per la pianificazione delle operazioni, senza che la loro utilità strategica ne determini automaticamente la qualificazione come obiettivi militari. Ciò spiega, al contempo, perché la protezione della capacità di calcolo di determinate infrastrutture tecnologiche non possa ormai essere più affidata soltanto alle misure di sicurezza informatica e di continuità operativa predisposte dalle imprese, ma richieda necessariamente il coinvolgimento dello Stato nel cui territorio esse sono situate.

Quando un data center diventa un obiettivo militare

Volendo analizzare brevemente i principali aspetti sul piano giuridico, la rilevanza attribuita a un’infrastruttura nella pianificazione delle operazioni militari o la sua importanza complessiva per il sistema tecnologico di una delle parti all’interno del conflitto non bastano da sole a qualificarla come obiettivo militare ai sensi del diritto internazionale umanitario. L’articolo 52, paragrafo 2, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra richiede che, affinché un bene possa essere qualificato come obiettivo militare, devono concorrere due condizioni cumulative. Esso, infatti, deve offrire, per natura, ubicazione, destinazione o impiego, un contributo effettivo all’azione militare e la sua distruzione totale o parziale, cattura o neutralizzazione deve procurare, nelle circostanze esistenti in quel momento, un vantaggio militare preciso. La valutazione, quindi, deve riguardare ciascuna infrastruttura nella sua concreta configurazione e nel momento in cui l’attacco viene pianificato, senza poter essere estesa automaticamente all’intera infrastruttura tecnologica, rete o servizio informatico, così come men che meno all’intera impresa che la gestisce. Peraltro, trattandosi di infrastrutture normalmente destinate anche a usi civili, dovrebbe trovare altresì applicazione la presunzione prevista dall’articolo 52, paragrafo 3, secondo la quale, in caso di dubbio circa il loro impiego a sostegno dell’azione militare, esse devono essere considerate come non utilizzate a tale scopo.

Per di più, la reciprocità dell’attacco armato non modifica gli obblighi derivanti dal diritto internazionale umanitario, ove l’articolo 52, paragrafo 1, del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta espressamente di fare dei beni di carattere civile oggetto di attacchi o rappresaglie, con la conseguenza che, ad esempio, l’eventuale illegittimità degli attacchi russi contro le infrastrutture civili ucraine non renderebbe lecito colpire, a titolo di rappresaglia, un data center civile in Russia.

Infine, anche qualora uno dei siti soddisfacesse i requisiti necessari per essere qualificato come obiettivo militare, ciò non renderebbe automaticamente lecito l’attacco, che dovrebbe rispettare comunque e sempre il principio di proporzionalità e gli obblighi di precauzione. L’articolo 51, paragrafo 5, lettera b), del I Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra vieta gli attacchi armati dai quali possano prevedersi perdite incidentali di vite civili, lesioni ai civili o danni a beni di carattere civile eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso, mentre il successivo articolo 57 impone a chi pianifica o decide l’operazione di compiere tutto quanto sia concretamente possibile per verificare la natura militare del bersaglio, scegliere mezzi e metodi capaci di evitare o ridurre il danno incidentale e sospendere l’attacco qualora emerga che l’obiettivo non è militare o che le conseguenze previste sarebbero sproporzionate.

La capacità di calcolo come questione di sicurezza nazionale

Ad avviso di chi scrive, gli attacchi recenti contro i data center in Medio Oriente, Ucraina e Russia dimostrano che la protezione delle infrastrutture strategiche non può più essere organizzata meramente sulla base della loro titolarità pubblica o privata. Ciò, in quanto capacità essenziali per il funzionamento dello Stato, dell’economia e della difesa possono essere concentrate in beni appartenenti a operatori commerciali e, in alcuni casi, possono essere situate anche nel territorio di altri Paesi. Per comprendere quali infrastrutture debbano essere protette con maggiore priorità, lo Stato, quindi, non può più limitarsi a individuare gli operatori formalmente qualificati come critici, ma deve conoscere le funzioni concretamente sostenute da ciascun impianto, le sue dipendenze energetiche e di connettività, i punti nei quali si concentra la capacità di calcolo e le conseguenze che potrebbero derivare dalla perdita simultanea di più componenti. Soltanto una ricostruzione di questo tipo consente di stabilire quali siti debbano beneficiare di sistemi di allerta, sorveglianza fisica o protezione contro i droni, quali carichi di lavoro possano essere trasferiti in caso di attacco e quali comunicazioni debbano essere ripristinate per prime. Le imprese possiedono le informazioni tecniche indispensabili e possono rafforzare la resilienza dei propri sistemi, ma non dispongono degli strumenti militari necessari a proteggerli, né della legittimazione per bilanciare autonomamente la continuità dei servizi civili, le esigenze della difesa e i rapporti con gli Stati nei cui territori si trovano le infrastrutture. Decisioni, queste, che richiedono inevitabilmente una responsabilità pubblica chiaramente definita e meccanismi strutturati di condivisione delle informazioni.

Per l’Europa, gli attacchi contro queste infrastrutture spostano il problema oltre i termini nei quali è stato prevalentemente affrontato il tema della sovranità digitale, finora concentrato sul controllo dei dati e sulla dipendenza tecnologica dagli hyperscaler statunitensi. La questione riguarda ormai anche la protezione fisica della capacità di calcolo (così come di molto altro) e diventa particolarmente complessa quando l’impresa proprietaria, i soggetti che utilizzano i servizi e lo Stato nel cui territorio si trova l’infrastruttura appartengono a ordinamenti differenti.

La direttiva NIS 2, il regolamento DORA per il settore finanziario e la direttiva CER rafforzano, su piani differenti, la gestione dei rischi di cibersicurezza, la resilienza operativa digitale e la resilienza delle entità critiche anche rispetto a minacce ibride o di origine dolosa, ma non sono state concepite per stabilire quali impianti privati debbano beneficiare di protezione militare, come debbano essere assegnate le limitate capacità di difesa aerea e antidrone, oppure quando sia necessario separare i carichi civili da quelli militari per ridurre il rischio trasferito sulla popolazione. Non si tratta di una lacuna regolatoria in senso stretto, ma del punto nel quale la resilienza affidata agli operatori incontra la responsabilità degli Stati per la sicurezza nazionale e la difesa, rendendo necessari meccanismi di coordinamento che coinvolgano anche il Paese nel quale l’infrastruttura è materialmente localizzata.

Il sabotaggio avvenuto lo scorso 23 settembre contro una stazione terrestre Starlink nella Polonia centrale rende concreta questa esigenza, in quanto l’incendio ha colpito il sistema di alimentazione e il generatore di emergenza dell’impianto nel tentativo, secondo le autorità polacche, di interrompere servizi di connettività utilizzati anche dalle forze armate ucraine. Sebbene la responsabilità dell’azione non sia stata pubblicamente attribuita, l’episodio dimostra che la medesima funzione strategica può essere aggredita persino al di fuori del territorio nel quale si svolgono le operazioni militari, colpendo mediante strumenti clandestini non necessariamente l’infrastruttura digitale principale, ma una delle dipendenze fisiche dalle quali deriva il suo funzionamento. Il confine tra protezione delle infrastrutture critiche, contrasto al sabotaggio, risposta alle minacce ibride e difesa militare diventa così sempre meno netto, mentre resta indispensabile evitare che l’incertezza sull’autore o sulla natura dell’operazione conduca ad attribuzioni non sufficientemente dimostrate.

L’odierna vicenda Yandex conferma, in definitiva, che la dimensione fisica del potere digitale è entrata stabilmente nella guerra contemporanea. Server, sistemi di raffreddamento, collegamenti in fibra, stazioni terrestri e processori ad alte prestazioni, come le GPU, utilizzati per addestrare e far funzionare i modelli di intelligenza artificiale non costituiscono soltanto componenti dell’economia tecnologica, ma sostengono ormai servizi essenziali, funzioni pubbliche e capacità operative dalle quali dipende la sicurezza degli Stati. La loro protezione, quindi, non può essere affidata esclusivamente alla cibersicurezza e agli obblighi di resilienza imposti alle imprese, ma deve essere integrata nella pianificazione della difesa attraverso attività di intelligence, sistemi di allerta, protezione fisica, capacità di difesa antidrone e cooperazione con gli Stati che ospitano quelle infrastrutture.

Questa crescente rilevanza strategica non consente, tuttavia, di qualificare automaticamente come obiettivo militare ogni bene appartenente a un fornitore tecnologico, poiché la funzione concretamente svolta dal singolo impianto deve continuare a essere distinta dall’importanza complessiva dell’impresa o dal suo generico contributo alla potenza nazionale. La questione posta ai governi dagli attacchi degli ultimi mesi consiste, pertanto, nel proteggere la capacità di calcolo come risorsa essenziale per la sicurezza nazionale, preservando al tempo stesso una distinzione giuridica e operativa credibile tra le funzioni militari e i servizi civili che condividono le medesime infrastrutture.

Dalla capacità di compiere questa distinzione dipenderanno tanto la continuità dei servizi essenziali quanto la possibilità di sostenere le operazioni militari senza trasferirne in misura ancora maggiore i rischi sulla popolazione civile.

Fairford, per 32 Paesi Teheran è responsabile. C’è anche l’Italia

13 October 2026 at 08:06

C’è anche l’Italia tra i Paesi che hanno deciso di schierarsi al fianco di Londra nell’attribuzione dell’incidente avvenuto il 27 settembre a RAF Fairford all’Iran. La dichiarazione pubblicata lunedì dal governo britannico porta la firma di 32 ministri degli Esteri, dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Francia all’Australia.

L’attribuzione

I firmatari dichiarano infatti di riconoscere formalmente la valutazione del Regno Unito sul coinvolgimento iraniano nell’episodio che ha interessato la base britannica. Secondo Londra, il caso Fairford mostra ancora una volta la disponibilità dei Guardiani della Rivoluzione islamica, l’Irgc, a condurre attività ostili all’estero servendosi di “covert networks and proxy actors”, reti clandestine e intermediari.

È questo il cuore politico della dichiarazione. Non una generica denuncia delle attività iraniane, ma l’adesione di un gruppo ampio di alleati alla lettura fornita dall’intelligence britannica di un episodio avvenuto sul territorio del Regno Unito.

Da Fairford ai Guardiani della Rivoluzione

Il premier britannico Andy Burnham, intervenendo alla Camera dei Comuni, è andato ancora più avanti. Secondo la valutazione del governo, quanto accaduto a Fairford sarebbe stato con “alta probabilità” coordinato in Iran e “quasi certamente” diretto dai Guardiani della Rivoluzione.

Londra ha quindi promesso nuove misure per ridurre la capacità dell’Iran e dell’Irgc di condurre operazioni nel Regno Unito e ha annunciato un giro di vite sull’utilizzo delle reti criminali da parte di Teheran. È da tempo che i servizi occidentali osservano il ricorso iraniano a soggetti esterni agli apparati formali dello Stato: intermediari, gruppi criminali e attori locali che permettono di mantenere una distanza tra il committente e l’azione materiale. Una modalità che complica l’attribuzione, riduce l’esposizione diretta e rende più difficile stabilire dove finisca la criminalità comune e dove inizi un’operazione di Stato.

Nello stesso giorno il Foreign Office ha convocato l’ambasciatore iraniano e sanzionato due cittadini iraniani. Uno è Ruhollah Bazghandi, indicato da Londra come responsabile delle operazioni di controspionaggio dell’Irgc. L’altro è Shahram Ali Reza Tamarzadeh Jakki, descritto dal governo britannico come facilitatore della rete criminale Zindashti e coinvolto in diversi complotti contro dissidenti iraniani.

Il dossier

A giugno, 24 Paesi – compresa l’Italia – avevano firmato una dichiarazione sulle minacce riconducibili agli apparati di sicurezza iraniani. Il documento citava espressamente l’organizzazione di intelligence dei Guardiani della Rivoluzione, la Forza Quds e il ministero dell’Intelligence, accusandoli di aver promosso complotti e altre operazioni contro dissidenti iraniani, giornalisti e comunità ebraiche e israeliane in Europa, Nord America e Australia. Un passaggio sottolineava in particolare i rapporti, definiti di lunga data, tra i servizi iraniani e gruppi criminali locali e internazionali.

C’è poi il capitolo HAYI, Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya, noto nel Regno Unito anche come Islamic Movement of Companions of the Right. Il gruppo ha rivendicato una serie di attacchi in Europa contro obiettivi legati alle comunità ebraiche, ai media iraniani e agli interessi statunitensi. Londra lo ha sanzionato a luglio, ricordando le sette azioni che l’organizzazione aveva pubblicamente rivendicato nel Regno Unito.

La dichiarazione del 12 ottobre inserisce esplicitamente anche questa campagna nel quadro delle attività che i governi occidentali stanno osservando: assassinii, incendi dolosi, sabotaggi, attacchi informatici e altre operazioni ibride. È un modello che gli apparati di sicurezza europei incontrano sempre più spesso. Cambiano gli attori e cambiano gli obiettivi, ma il principio resta quello di operare sotto la soglia di un confronto diretto, sfruttando intermediari che rendano più opaca la catena di comando. E Fairford, nella valutazione britannica oggi condivisa anche dall’Italia, appartiene esattamente a questa zona grigia.

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