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Stellantis ferma la produzione ad Atessa, i tir in protesta non consegnano i componenti

23 October 2026 at 10:33

I blocchi degli autotrasportatori hanno spinto diverse realtà nel Paese a rallentare o interrompere la produzione. Stellantis è una di queste. Ha infatti disposto lo stop per quattro turni allo stabilimento di Atessa, in Abruzzo, a causa dei ritardi nelle consegne dei componenti.

L’azienda ha fatto sapere che recupererà la fermata del terzo turno del 21 ottobre, mentre i nuovi stop avranno necessità di cassa integrazione.

Nuovi stop in Stellantis

Nuovi stop alla produzione di Stellantis. La protesta degli autotrasportatori infatti non permette la consegna di diversi componenti necessari allo stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti. Si tratta del quarto turno di stop dopo i precedenti.

L’azienda ha comunicato al comitato esecutivo di Fim e Uilm l’intenzione di applicare diversi fermi: in totale il secondo e terzo turno, il primo turno e il turno centrale della giornata del 22 ottobre, a esclusione dei reparti Ckd e Finizione.

Mentre alcuni turni dei giorni precedenti rimasti bloccati saranno recuperati, i nuovi andranno incontro alla cassa integrazione.

Cosa c’entrano gli autotrasportatori?

A causare il primo stop di lunedì 19 ottobre è stata la carenza di componenti provocata dai blocchi della logistica che ha preso parte alle proteste degli autotrasportatori. Senza il materiale necessario alle linee produttive, i fermi si sono resi necessari.

Le prime conseguenze sono state registrate lunedì 19, con Stellantis che è stata costretta a fermare la produzione e un primo annuncio relativo a come la giornata lavorativa persa sarebbe stata recuperata.

La situazione però non si è risolta nelle ore e nei giorni successivi, anzi è peggiorata. Così martedì pomeriggio è stata annunciata un’ulteriore sospensione. Giorno per giorno sono stati annunciati i fermi, fino a quando per l’intera settimana lo stabilimento è rimasto bloccato.

Il problema di Stellantis

Secondo l’analisi di Milano Finanza, lo stabilimento di Atessa è uno dei principali centri produttivi europei di Stellantis per i veicoli commerciali leggeri. Dalle sue linee infatti escono modelli come Fiat Ducato, Peugeot Boxer, Citroën Jumper e Opel Movano, destinati ai mercati europei e internazionali.

Le sospensioni, resesi necessarie per via dell’assenza delle forniture, dimostrano quanto la produzione automobilistica dipenda da una buona logistica. L’interruzione del flusso anche di un solo componente blocca l’intera linea di assemblaggio, con conseguenze sulla produzione e anche sul piano lavorativo.

Per quanto proseguiranno i blocchi

È difficile dire per quanto proseguiranno ancora i blocchi. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto-legge con disposizioni urgenti e misure di sostegno ai settori. La premier ha rivendicato le risposte immediate, ma anche segnalato che in alcune zone diversi soggetti continuano a bloccare le strade.

Diverse realtà, come Trasportounito e le sigle di settore in Calabria, hanno sospeso le proteste contro il caro gasolio e quindi le consegne di alimentari nei negozi e nei supermercati stanno riprendendo. Hanno deciso di sospendere la protesta anche gli autotrasportatori dell’Associazione Imprese Autotrasportatori Siciliani.

Chi non si sta allineando sta andando incontro a identificazioni e denunce. Piantedosi ha confermato che prefetti e questure stanno vigilando sulle situazioni di blocco ancora in corso e cercando eventuali “infiltrazioni criminali”.

Crescere in Italia: una generazione, ma esperienze diverse

23 October 2026 at 09:03

Crescere nello stesso paese e frequentare le stesse scuole non garantisce le stesse esperienze di inclusione sociale. Perché deve esserci anche la possibilità di costruire relazioni, non essere discriminati, partecipare e avere voce nella società.

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Ex Ilva, chiesta la cassa integrazione per altri 4.172 dipendenti dopo lo stop all’area a caldo: 8.622 i lavoratori sospesi

17 October 2026 at 07:37

Ex Ilva, la cassa integrazione sale a 8.622 lavoratori dopo il decreto sull’area a caldo

L’ex Ilva allarga la cassa integrazione. L’azienda ha chiesto di aggiungere 4.172 lavoratori ai 4.450 già autorizzati, per un totale di 8.622 sospensioni. Solo 1.004 dipendenti resteranno in servizio, per sorvegliare gli impianti, proteggere gli asset e garantire gli adempimenti amministrativi e ambientali. La richiesta è contenuta in una comunicazione dei commissari Giancarlo Quaranta, Giovanni Fiori e Davide Tabarelli, inviata ai sindacati nazionali e territoriali, alle Regioni coinvolte e ai ministeri del Lavoro e delle Imprese. Vale dalla data dell’autorizzazione fino al 28 febbraio 2027, salvo proroghe o rinnovi. A Taranto la notizia è arrivata a ridosso della fine di cinque giorni di sciopero, nell’ex Ilva e nell’indotto, con il blocco delle principali strade statali da e per la città.

L’azienda precisa che 8.622 è il numero medio massimo di sospensioni contemporanee. Al 30 luglio i dipendenti erano 9.626: 7.875 a Taranto, 917 a Genova, 542 a Novi Ligure, 127 a Milano, più quelli degli altri siti. La nuova richiesta riguarda 6.964 persone a Taranto, 870 a Genova, 515 a Novi Ligure e 117 a Milano, con un impatto simile sulle altre sedi. A Taranto la cassa è oggi in corso per circa 3.500 persone, con un tetto autorizzato di 3.800 all’interno del contingente di 4.450. Con la nuova richiesta i cassintegrati sfiorerebbero quota 7mila: 4.667 operai, 1.564 impiegati e 733 intermedi. Le aree più colpite sono quelle di fusione, con 2.660 persone, e di staff e servizi, con 3.225. Per la laminazione si parla di 1.079 lavoratori.

Leggi anche: Ex Ilva, sciopero senza tregua a Taranto: strade bloccate, autobus quasi fermi e il decreto del Governo non convince gli operai

La nota

“Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società. La sospensione della produzione di manufatti in acciaio mediante l’esercizio dell’area ‘a caldo’ impone di porre in essere ed attuare tempestivamente un diverso piano operativo”, fanno sapere i commissari di Acciaierie. “In esecuzione del provvedimento giudiziale di spegnimento dell’area a caldo, la società ha provveduto alla revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime precedentemente pianificati, non più compatibili con il sopraggiunto fermo delle attività del ciclo integrale, anche al fine di salvaguardare l’equilibrio economico della gestione”, si legge nella comunicazione rivolta a ministeri, sindacati e Regioni interessate.

“Infatti – si prosegue -, dalla temporanea sospensione dell’esercizio di tutti gli impianti di produzione funzionali all’out put di bramme e coils, già a decorrere dal 09.10.2026, consegue l’improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali. Questo determinerà gradualmente, ricadute sulle lavorazioni in essere in tutti gli stabilimenti del gruppo, di potenziale variabile entità nel tempo, in relazione al progressivo ripristino di condizioni di esercizio, funzionali a garantire le condizioni di cedibilità degli asset, mediante il potenziale ricorso a fonti di approvvigionamento esterne o, nel medio termine, al ripristino di autonoma capacità produttiva”. 

LEGGI LE NEWS DI ECONOMIA

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Ex Ilva, cassa integrazione fino a giugno 2027: sciopero e proteste a Taranto e Genova

14 October 2026 at 09:10

Proseguono gli scioperi e le manifestazioni dei lavoratori dell’ex Ilva. La cassa integrazione per i dipendenti dello stabilimento e dell’indotto è stata prevista fino a giugno 2027, ma il decreto del Governo non ha fermato le mobilitazioni.

Gli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure fanno tutti parte di Acciaierie d’Italia, ma dipendono dalla produzione tarantina per l’approvvigionamento di acciaio. Uno stop a Taranto si traduce quindi in uno shock per tutta la filiera.

Ex Ilva fra proteste e scioperi

Il punto di scontro è il futuro industriale dell’acciaieria: i lavoratori chiedono garanzie sulla continuità produttiva, sulla disponibilità delle materie prime e sul rilancio degli impianti.

A Taranto lo sciopero a oltranza è accompagnato dai blocchi stradali, che stanno provocando ripercussioni sui trasporti pubblici e sui rifornimenti di carburante.

A Genova, invece, i dipendenti chiedono di poter continuare a lavorare e di ricevere i rotoli di lamiera necessari ad alimentare le linee produttive.

Ex Ilva, cosa prevede il decreto del Governo

Il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge che attiva la cassa integrazione fino al 30 giugno 2027 per circa 10.000 lavoratori dell’ex Ilva. E la misura riguarda anche migliaia di dipendenti delle aziende dell’indotto.

Acciaierie d’Italia è in amministrazione straordinaria sotto il controllo pubblico e ormai da anni il Governo cerca di venderla.

Oltre agli ammortizzatori sociali, il piano prevede programmi di ricollocamento e riconversione in lavori di pubblica utilità sul territorio.

Sono inoltre contemplati sgravi e contributi fino a 20.000 euro per lavoratore alle aziende che assumeranno a tempo indeterminato dipendenti dell’ex Ilva.

Il costo complessivo del provvedimento ammonta a 187 milioni di euro. Nella cifra è compreso anche un prestito da 40,5 milioni di euro destinato ad Acciaierie d’Italia.

La ministra del Lavoro Marina Calderone ha spiegato che il decreto comprende anche misure per il rilancio dell’azienda e del territorio.

Lavoratori contro la cassa integrazione

Lavoratori e sindacati considerano le misure insufficienti e chiedono una sola cosa, come detto: certezza per il futuro occupazionale. Ma tra le rivendicazioni figurano la decarbonizzazione e l’introduzione dei forni elettrici.

Si chiedono anche misure che consentano il pensionamento anticipato per chi svolge mansioni usuranti o è stato esposto all’amianto e agli agenti inquinanti, oltre a incentivi per l’esodo volontario.

Che succede a Taranto

La protesta a Taranto è arrivata alla terza giornata. I presidi sulle principali vie di accesso alla città, insieme ai blocchi che interessano la raffineria Eni, stanno ostacolando i rifornimenti di carburante. La situazione ha costretto a ridurre il servizio di circolazione degli autobus urbani per mercoledì 14 ottobre. Garantite soltanto le corse scolastiche, nelle fasce orarie dalle 6 alle 9 e dalle 12 alle 15.

Problemi di approvvigionamento anche per Aeroporti di Puglia. Le strade statali interessate dai blocchi risultano chiuse al transito da due giorni.

La situazione a Genova

La crisi coinvolge anche lo stabilimento di Genova Cornigliano, dove i dipendenti hanno trascorso la seconda notte in tenda davanti alla Prefettura. La protesta è entrata nella terza giornata e i lavoratori chiedono impegni scritti.

I dipendenti chiedono che arrivino i coils, i rotoli di lamiera necessari per alimentare le linee produttive, e contestano l’ipotesi di ricorrere alla cassa integrazione mentre lo stabilimento potrebbe continuare a lavorare. La scadenza indicata dalla gestione commissariale per lo stop degli impianti e il ricorso agli ammortizzatori sociali è il 15 novembre.

Il nodo della chiusura di Taranto e l’udienza del 20 ottobre

Tutto, come è evidente, parte dalla situazione di Taranto. Alla fine di luglio, la Corte d’appello di Milano ha stabilito la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo, la parte più importante dell’impianto ma anche quella maggiormente inquinante. Acciaierie d’Italia ha presentato due richieste per sospendere la chiusura, ma entrambe sono state respinte. Per il 20 ottobre è fissata l’udienza davanti alla Corte di Cassazione, chiamata a confermare o annullare la decisione della Corte d’appello.

L’occasione persa per affrontare la segregazione scolastica

6 October 2026 at 09:10

Il decreto sulla soglia di studenti stranieri per classe identifica situazioni eccezionali in poche zone con recenti e massicci flussi di ingresso. Parte da un’analisi sbagliata e non permette di affrontare il problema serio della segregazione scolastica.

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