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Lo scherzo più impensabile che il destino potesse giocare

22 October 2026 at 03:45

Doveva essere andata così: mentre dormiva lo avevano prelevato, condotto in un rifugio alpino e messo a letto, il più comodo in cui Ludovico Spinazzola si fosse mai svegliato. Solo in questo modo poteva spiegare perché di fronte a sé non avesse la tv che ogni notte lo aiutava a prendere sonno, ma un filare di montagne maestose e innevate.

Alzò la testa dal cuscino quel tanto da permettergli un più agile punto di osservazione. Siccome non bastava, le andò dietro con il busto. La spinta fu così energica che rischiò di ruzzolare giù dal letto: da anni gli addominali non rispondevano con tale prontezza. Pensò che sentirsi leggeri non era normale, non per lui, un sessantenne cardiopatico fortemente sovrappeso. Ma pensò anche che tutto sommato non era una sensazione sgradevole. Un’altra cosa non tornava: sentiva la pelle nuda contro le lenzuola, come se avesse addosso solo un paio di boxer. Che fine aveva fatto la camicia da notte? Per dare una sbirciata là sotto sollevò il piumone con circospezione, e allora sì che per poco non gli venne un colpo.

Quelle non erano la sua pancia né le sue ginocchia, bensì la pancia e le ginocchia di un altro; e mica di un altro qualsiasi, ma di un tizio incomparabilmente più in forma di lui. Non credendo ai propri occhi, portò le mani al viso, prima una, poi l’altra: la barba era scomparsa, i capelli erano ricresciuti. Forse durante la notte era stato sottoposto a una specie di… Una specie di cosa? Non ne aveva la più pallida idea. Nel timore che anche la voce – la sua voce tonante, pastosa – potesse aver subito chissà quale trasformazione, deglutì ricacciando gli strilli in gola.

A costo di sentirsi ancora più ridicolo, Ludovico si alzò e cominciò a saltellare in mezzo alla stanza. In teoria, quella nuova elasticità alle ginocchia avrebbe dovuto entusiasmarlo. In pratica lo annichiliva. Pur di non restare fermo, prese a camminare nervosamente, avanti e indietro. La camera era ampia, scaldata in modo delizioso, arredata con il lusso impersonale degli hotel di alta gamma, il genere di sfarzo moderno per cui Ludovico nutriva avversione. Oltre l’ampia vetrata il paesaggio, rischiarato dal sole del mattino, aveva un aspetto primordiale. Niente di strano se ad animarlo fosse sbucata una famiglia di cavernicoli, con tanto di pelliccia e di clava.

A colmarlo di un sentimento ancora più strano, sospeso tra euforia e sgomento, si aggiungeva un’inedita percezione delle cose intorno. Era come se tutto fosse vivido, a fuoco, e proprio per questo assai più sinistro.

Ansimante, sudato, il battito cardiaco fuori controllo, si piantò di fronte a una porta scorrevole. Qualcosa gli diceva che aprendola avrebbe capito tutto. Esitò. Dopo aver messo alla prova i nuovi polmoni, inalando un’euforizzante scorta di ossigeno, con lentezza fece scorrere il pannello ritrovandosi in una specie di boudoir, un disimpegno rivestito di specchi che divideva la camera da letto dal bagno. A quel punto il solo modo per sfuggire all’evidenza sarebbe stato chiudere gli occhi. Ma ciò che aveva appena scorto era così mostruoso che si impose di tenerli aperti.

Per quanto digiuno di certe cose, non lo era al punto da non rendersi conto che il tizio in cui si era trasformato – eccolo là, riflesso a grandezza naturale, se non per i boxer nudo come un’anguilla, il viso stravolto di chi ha appena visto uno spettro – era Ethan Kaffee. Proprio lui, il divo di Hollywood.

Non che a Ethan le cose andassero meglio, tanto più che di motivi per credersi pazzo ne aveva parecchi anche lui. A cominciare dall’omino minaccioso che gli si era parato davanti. Vietnamita, messicano, eschimese, poteva essere qualsiasi cosa. Ma il punto non era questo. Il punto era che fosse lì e non gli togliesse gli occhi di dosso. Anzi, no, il punto era un altro ancora. Che lui, Ethan Kaffee, si fosse svegliato in un luogo mai visto prima, in stato confusionale, in condizioni fisiche pessime.

Aveva freddo in testa, come se durante la notte lo avessero rapato a zero. Aveva la lingua gonfia, la barba lunga, il respiro corto. Un allarmante formicolio non smetteva di corrergli lungo gli arti intorpiditi. E come se non bastasse la vista era appannata. Doveva calmarsi, riprendere il controllo, non lasciarsi sopraffare. “Non dimenticarlo, Ethan Kaffee è l’uomo senza paura.” Gran bell’incoraggiamento, peccato che Ethan pensasse a sé in terza persona solo quando era davvero terrorizzato.

Con il cuore in gola, serrando disperatamente le palpebre, provò a fare mente locale.

Allora, era andato a letto presto, su questo non c’erano dubbi. Lo faceva sempre nelle settimane che precedevano l’inizio delle riprese, e quell’anno più che mai: all’imminente compleanno di Nostro Signore si sommava il secondo anniversario della morte di Joel, il suo unico figlio. Per questo si era andato a isolare nel suo chalet sulle Montagne Rocciose, con il solito, piccolo staff al seguito – governante, chef, personal trainer e Yael, la bodyguard che aveva rubato alle forze speciali israeliane. Del selvaggio Colorado amava soprattutto il modo lento in cui le ore s’accavallavano l’una sull’altra: mattine sugli sci, pomeriggi di meditazione, notti a dormire.

Ecco perché ciò che gli era apparso – per non dire di ciò che continuava a sentire – non poteva essere reale. Doveva trattarsi della coda di un sogno, o di un incubo: non a caso, prima di chiudere gli occhi, ogni cosa gli era sembrata opaca, come se avesse un velo sulle pupille.

Quando si decise a riaprirli, la vista non era migliorata, ma l’omino era ancora lì: talmente addosso che Ethan poteva percepirne l’alito variamente speziato.

«Ti sei addormentato un’altra volta in poltrona? Sei proprio un coglione.»

“Questo è davvero troppo!” ringhiò Ethan tra sé e sé. Va bene ritrovarsi nel posto sbagliato, con il fisico a pezzi, in balia di un astioso sconosciuto, ma, Dio del cielo, ricevere i suoi insulti in una lingua, l’italiano, che in teoria non avrebbe dovuto conoscere, ma che per chissà quale miracolo capiva perfettamente… Be’, questo sì che era assurdo.

«Avevi promesso che ci sareste andati piano… E invece, guarda» tornò a sfidarlo l’omino, «guarda come avete ridotto questo posto, la casa dei tuoi poveri genitori.»

Pile di piatti, file di bicchieri, cumuli di cicche e mezzi toscani schiacciati nei posaceneri… Allergico com’era a sporcizia e disordine, Ethan stava per discolparsi quando, accantonata la teoria di un incubo fin troppo nitido e persistente, si convinse di essere vittima di un rapimento. Per quanto azzardata, la congettura non era assurda: da mesi era sotto scorta. Prima lo avevano drogato, poi con il favore delle tenebre lo avevano condotto lì (già, ma lì dove?). Se non altro, ciò spiegava la nausea, il cerchio alla testa, le spalle anchilosate. Ma no, dài, l’omino aveva tutto fuorché l’aspetto del carceriere. Quanto al lì (il lì che Ethan stentava a riconoscere), non sembrava il classico covo in cui nascondere un ostaggio.

Gli tornò in mente un film girato una decina di anni prima, in cui interpretava la parte di una spia americana in missione a Parigi durante l’occupazione nazista. Rivide la scena in cui la partigiana francese – un’esordiente Marion Cotillard – lo nascondeva nella casa del padre antiquario. Ecco che aria si respirava, nel luogo in cui si era svegliato, l’aria viziata e soffocante di una dimora parigina del secolo scorso. I soffitti erano alti, le tappezzerie lussuose, le pareti piene di madonne e di putti incorniciati, gli scaffali zeppi di libri, mezzibusti e suppellettili. Il pezzo forte era l’arazzo che occupava per intero la parete a est del suo naso. Insomma, tutto, ma proprio tutto, puzzava di vecchia Europa. Parigi? Londra? Budapest?

Al netto della miriade di città visitate e delle migliaia di persone frequentate, Ethan stentava a credere che esistesse ancora qualcuno disposto a vivere in quella specie di museo delle cere. Lui, che di case ne possedeva parecchie – non proprio delle topaie –, in un appartamento del genere non ci avrebbe abitato per niente al mondo!

«Su, Ludovico, datti una mossa. Ci aspetta il dottor Licalzi. Fatti il bagno e cambiati. Io scendo in garage a prendere la macchina.»

“Ora basta” pensò esasperato. Già da un po’ lo scherzo aveva passato il limite. Lui era Ethan Kaffee, Cristo santo. Una volta, durante una pericolosa spedizione in Mali, un’intera tribù di Tuareg gli aveva chiesto un selfie. Se la memoria non lo ingannava, ne avevano preteso uno anche per i loro cammelli.

Ethan fece per alzarsi. O almeno ci provò. Tutto si sarebbe aspettato ma non che una forza uguale e contraria lo ricacciasse indietro; tutto avrebbe creduto ma non che un dolore lancinante, esploso come una bomba nel bacino, s’irradiasse ovunque, e così in fretta da mozzargli il fiato.

«Calma» disse l’omino con voce stranamente sollecita, «ti fai male. Lascia che ti aiuti.»

Per Ethan Kaffee il corpo era un tempio, lo era sempre stato. Alla professione di questa fede aveva improntato ogni scelta di vita: spirituale, atletica, alimentare. E ora? Come spiegare il crollo repentino? Non fece in tempo a chiederselo che un nuovo impulso si impossessò di lui. Sollevò le braccia il tanto da permettergli di guardarsi le mani: erano lisce, paffute, inanellate.

«Ma insomma, si può sapere che cazzo succede?» piagnucolò, e sentendo che lo stava facendo in italiano avvertì un tuffo al cuore.

«Non succede niente, Ludovico. Ieri hai compiuto sessant’anni, hai fatto un po’ di baldoria, come al solito, anche se avevi promesso di no. E come al solito ti sei addormentato sulla poltrona. Ma ora ci sono qua io, il tuo Carlito.»

«Chi?» biascicò Ethan.

«E questi?» disse lo sconosciuto. «Ti erano caduti. Tieni, mettiteli.» E gli mise in mano un paio di occhiali.

Solo dopo averli inforcati, Ethan ne fu certo: non era un sogno

Gli scherzi della vita, Cover

Tratto da “Gli scherzi della vita”, di Alessandro Piperno, Mondadori, 2026, 19€, 204 pagine

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In città si parla la lingua della violenza

14 October 2026 at 03:45

CITTA’ DI NOTTE

1981

Sono arrivati i nuovi campioni. Qualcosa di cui Green non poteva parlare al telefono. Lui e Carney avevano un sacco di codici. Se fiutavano sbirri c’era Ho delle cifre da farti controllare. Green parlava di “campioni” quando aveva tra le mani un affare che poteva fare al caso di Carney. Di solito Carney declinava – «Non fa per me» – ma a volte gli sembrava che Green cercasse solo un pretesto per incontrarlo. Non lo vedeva da quando l’aveva chiamato la Sterling. Forse dopo potevano mangiare qualcosa insieme, per festeggiare l’occasione, anche se il trafficante di gemme non usciva molto da quando era nato Seth.

Paternità. Green ne aveva fatta di strada, dai tempi in cui si vestiva come il fratello hip del batterista di Jimi Hendrix, inzeppando il suo gergo da trafficante di riferimenti al Sistema e al complesso militare industriale. Carney aveva parecchi clienti bianchi ex hippy, e li aveva visti scivolare lentamente nel conformismo, un mutuo sulla casa e un motto di autorealizzazione alla volta. Il 1979 era stato particolarmente difficile. Green aveva passato una fase di blazer blu sopra dolcevita bianchi a trecce, come se uscisse per arbitrare una regata invece che per bere un aperitivo. Poi un giorno era sparito, proprio quando Carney doveva piazzare alcune collane Louis Long, roba bella, la refurtiva di una rapina a Philadelphia che necessitava di una nuova sistemazione. La segreteria diceva che Green non era reperibile – si era poi saputo che era in California, a sorbirsi un “seminario di trasformazione” di sessanta ore a Mendocino. Follia. Quella volta Carney si era rivolto a Barry Cruz.

Al suo ritorno Green era così pieno di gergo esoterico e così animato da una nuova filosofia incomunicabile che ricordava un ex detenuto. «La soddisfazione personale potrebbe essere il colpo più grosso di tutti.» Okay, Jim. Il tempo passato in galera, nelle varie galere di questo mondo, cambia chiunque. Tanto che una sera Green aveva perfino ammesso di aver votato per Ronald Reagan, un tradimento fondamentale dei principi dei figli dei fiori che confermava l’ipocrisia di quella generazione, passata in un batter d’occhio dal mito di Timothy Leary a quello dei tagli alle tasse. Green non era il solo. Nel suo lavoro Carney aveva avuto a che fare con ogni tipo umano, ed era abituato a considerare la corruzione individuale come un riflesso della temperie culturale. Il gregge andava verso l’orrore. Carney cercava di non fargliene una colpa. Ci provava con tutte le sue forze.

Un ratto sgusciò da dietro un cestino della spazzatura traboccante e si lanciò sui binari.

La banchina si riempì per il treno successivo.

Quando uscì in strada, Carney si rese conto che era da un po’ che non passava per 42nd Street – a est e a ovest, su e giù lungo Lexington, era tutta un’impaziente frenesia di cantieri. Quella parte della città era in fermento, spettacolarmente viva, tra clacson impazziti, martelli pneumatici e raschiare di travi d’acciaio sul cemento. I grandi palazzinari si davano da fare per battere le scadenze delle normative urbanistiche e delle agevolazioni fiscali. Un varco tra gli edifici indicava che un negozietto era stato demolito per far posto a qualcosa di meglio. I camionisti scaricavano tubature e lastre di vetro dietro recinzioni di compensato blu, che nascondevano i mastodontici scavi delle fondamenta. Parcheggiati accanto ai marciapiedi, in doppia e tripla fila, c’erano rimorchi, generatori scoppiettanti e gru vacillanti. Sulla Lex stavano dando gli ultimi tocchi a due nuovi palazzi di uffici, derrick esili come ragni calavano travi e pannelli isolanti…

«Spostati!»

Un vecchio bianco magrissimo con un carrello della spesa pieno di “Reader’s Digest” gli andò addosso. Sì, sì. Colpa sua che era rimasto lì impalato a guardare. Ora di punta. L’irritabile moltitudine che scaturiva dentro, fuori e in mezzo agli edifici. Un portento. Quando era stata l’ultima volta che si era costruito tanto? Quando aveva provato quell’impressione che un grattacielo potesse spuntargli sotto i piedi e catapultarlo via? Doveva tornare agli anni Sessanta, prima della paralisi generale, dell’alta marea di sporcizia. Il sindaco Lindsay al primo mandato, quando ancora la città non si era arenata.

Copyright © 2026 by Colson Whitehead
© 2026 Mondadori Libri

Freddo come una macchina, Cover

Tratto da “Freddo come una macchina”, di Colson Whitehead con la traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, 2026, 23€, 420 pagine

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Colson Whitehead sarà ospite dell’evento di apertura della quindicesima edizione di BookCity Milano, lunedì 23 novembre alle ore 20.00 al Teatro Dal Verme. L’autore dialogherà con Francesco Costa e per l’occasione riceverà il Sigillo della Città dal Sindaco Giuseppe Sala. L’incontro sarà condotto da Giovanna Zucconi.

BookCity Milano torna dal 23 al 29 novembre con il tema Il senno sulla Luna: sette giorni per riflettere sul nostro bisogno di razionalità, sulla cura del nostro senso critico e sul modo in cui immaginiamo il futuro.

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