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L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

16 October 2026 at 15:10

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.

Governare l’incertezza nel mondo che cambia. Le sfide del Festival della Diplomazia

14 October 2026 at 09:07

Come si costruisce una strategia quando gli equilibri su cui dovrebbe poggiare continuano a cambiare? I conflitti, la competizione sulle tecnologie e la ridefinizione delle relazioni economiche rendono sempre più difficile distinguere le crisi temporanee dalle trasformazioni destinate a durare. Per la diplomazia, la sfida è comprendere questa evoluzione e trovare gli strumenti per orientarla.

Che cosa ci attende? Come tenere insieme sicurezza e cooperazione? Quale ruolo possono svolgere l’Italia e l’Unione europea mentre le istituzioni multilaterali faticano a rispondere alle crisi? Sono alcune delle domande che guideranno la XVII edizione del Festival della Diplomazia, in programma a Roma dal 22 al 30 ottobre 2026, dal titolo “What’s next – Running on the Edge”.

Correre sul crinale non è soltanto un sottotitolo, ma la descrizione di una condizione geopolitica permanente che invita ad assumere decisioni mentre cambiano i punti di riferimento. Investire senza poter contare sulla stabilità delle catene del valore, affrontare le transizioni energetiche e tecnologiche, costruire alleanze capaci di reggere alla pressione delle rivalità geopolitiche. Governare l’incertezza diventa così una parte essenziale della politica internazionale.

Le regole e i meccanismi che hanno sostenuto l’ordine globale nel secondo dopoguerra appaiono sempre meno adeguati a rispondere alle sfide contemporanee. Il progressivo arretramento dell’impegno americano in diversi ambiti della cooperazione internazionale pone interrogativi sulle responsabilità degli altri attori e sulla loro capacità di costruire risposte comuni. Dallo sviluppo sostenibile alla governance climatica, dalla sicurezza collettiva alla regolazione tecnologica, si moltiplicano i terreni sui quali cercare nuovi accordi.

Blocchi, sfere d’influenza e alleanze flessibili delineano un mondo nel quale competizione e cooperazione convivono in modo instabile. Le relazioni economiche possono offrire opportunità di sviluppo e, allo stesso tempo, creare dipendenze. L’innovazione può rafforzare la competitività di un Paese, ma anche esporlo a nuove vulnerabilità. È lungo questi confini che si misura la capacità della diplomazia di prevenire le fratture e mantenere aperto il confronto.

Energia, infrastrutture, industria e tecnologia occupano per questo un posto centrale nel programma. Le reti elettriche hanno un valore geopolitico, le rinnovabili incidono sull’autonomia strategica, le scelte industriali modificano i rapporti tra continenti. La sicurezza passa anche dalla capacità di proteggere le infrastrutture e di governare le trasformazioni dei sistemi produttivi.

Per l’Europa, questi temi pongono una questione di peso internazionale. Come rafforzare la propria autonomia strategica e la competitività industriale? Come dare concretezza alla difesa comune? E come sostenere il diritto internazionale e la cooperazione multilaterale in un contesto che ne mette alla prova l’efficacia?

L’Italia entra in questo confronto attraverso la sua tradizione diplomatica, l’appartenenza europea e i rapporti con il Mediterraneo, l’Africa e le altre aree di cooperazione. La sua posizione tra nord e sud del mondo, mercati maturi e Paesi emergenti, le assegna una responsabilità nella costruzione del dialogo. La sfida è tradurre questo patrimonio di relazioni in iniziative capaci di contribuire alla gestione delle crisi, allo sviluppo e alla stabilità degli scambi.

Il Festival riunirà istituzioni, ambasciate, think tank, imprese, organizzazioni internazionali, università e società civile. Tra gli assi del confronto figurano l’energia come fattore di stabilità geopolitica, la sicurezza delle infrastrutture, la difesa comune europea e l’intelligenza artificiale applicata ai sistemi globali, insieme alle prospettive di cooperazione con America Latina, Africa e Mediterraneo.

L’anteprima del 14 ottobre al Centro Studi Americani presenterà il programma con Giorgio Bartolomucci, fondatore e segretario generale del Festival, e l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente del Comitato scientifico. Seguirà un confronto sul rapporto tra conflitti e sicurezza alimentare, uno dei terreni sui quali emerge con maggiore evidenza il legame tra crisi geopolitiche e condizioni di vita delle popolazioni.

Per scoprire il programma, QUI

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