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La pace da difendere, la sicurezza da costruire. Tutti i protagonisti della festa di Airpress a Villa Blanc

22 October 2026 at 13:57

Difendere la pace significa assumersi responsabilità politiche, disporre di capacità militari credibili e poter contare su un’industria in grado di sostenerle. È questo il filo conduttore dell’evento annuale di Airpress, dal titolo Arsenale per la pace, cha ha riunito a Villa Blanc, a Roma, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze armate e protagonisti dell’aerospazio e della difesa. Una serata per confrontarsi sul futuro della sicurezza italiana ed europea, nella consapevolezza che deterrenza, innovazione tecnologica e capacità industriali sono parte integrante di una strategia capace di preservare la pace.

La pace, la difesa e la responsabilità della politica

Il rapporto tra deterrenza e sicurezza europea ha attraversato il confronto tra Isabella Rauti, sottosegretario di Stato alla Difesa, Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso la Nato. Tre prospettive istituzionali diverse, accomunate dall’esigenza di rafforzare le capacità di difesa e, soprattutto, di spiegare ai cittadini le ragioni delle scelte necessarie per garantire la sicurezza.

A richiamare la politica alle proprie responsabilità è stato Guerini, invitandola ad affrontare questi temi “senza mentire all’opinione pubblica per un voto in più”. Il disimpegno americano in Europa impone, secondo il presidente del Copasir, un salto di qualità negli investimenti comuni, nella pianificazione militare e nella cooperazione industriale. Una responsabilità che riguarda anche il rapporto con i cittadini, come ha ricordato Rauti. “Per decenni abbiamo dato la pace per scontata, oggi sappiamo che va difesa ogni giorno”. La deterrenza, nella lettura del sottosegretario, è anzitutto uno strumento per prevenire i conflitti e tutelare le società democratiche.

È su questo rapporto tra sicurezza e consapevolezza pubblica che si è soffermata Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, spiegando la scelta del titolo. Un richiamo al legame tra capacità di difesa, deterrenza e innovazione, in una stagione di confronto permanente non sempre compresa dall’opinione pubblica italiana.

Una comunità riunita

La fotografia della serata restituisce anche una politica capace di ritrovarsi attorno ai temi della sicurezza. A Villa Blanc erano presenti Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Affari esteri e difesa del Senato, Gianfranco Fini, già presidente della Camera, Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e Giulio Terzi di Sant’Agata, presidente della Commissione politiche dell’Ue, insieme a numerosi altri esponenti del Parlamento tra cui Raffaele Nevi, Stefano Graziano, Giulia Pastorella, Stefania Pucciarelli, Alberto Pandolfo, Elena Murelli, Andrea Casu, Lavinia Mennuni, Tilde Minasi.

Accanto alla politica, chi della difesa conosce soprattutto la dimensione operativa. A rappresentare le Forze armate, tra gli altri, il generale Franco Federici, consigliere militare del presidente del Consiglio, il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, e l’ammiraglio Fabio Gregori, sottocapo di Stato maggiore della Marina militare. Una presenza che abbracciava anche il settore degli armamenti, con Luisa Riccardi, vicedirettore nazionale degli Armamenti, il generale Luca De Martinis, direttore degli Armamenti aeronautici, e l’ammiraglio Cristiano Nervi, direttore degli Armamenti navali. A completare il quadro delle responsabilità operative, il generale Giovanni Gagliano, comandante delle Forze di supporto al combattimento dell’Esercito, e l’ammiraglio Sergio Liardo, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto. Non mancava poi l’esperienza di chi ha guidato le Forze armate ai massimi livelli, come gli ex capi di Stato maggiore Vincenzo Camporini, Enrico Credendino e Pietro Serino. Una partecipazione che ha riunito generazioni diverse della leadership militare italiana, tra responsabilità attuali ed esperienza maturata ai vertici.

L’industria e le capacità della difesa

Alle scelte della politica e alle esigenze delle Forze armate devono corrispondere tecnologie, competenze e capacità produttive. Una riflessione che parte dalla necessità di ampliare il concetto stesso di sicurezza, come ha sottolineato Massimo Claudio Comparini, managing director della Space division di Leonardo, richiamando la protezione delle infrastrutture critiche, delle economie e degli spostamenti. Una visione che deve andare “oltre quello che ci porta a pensare solo alle applicazioni militari”, per riconoscere il valore strategico delle tecnologie anche nella dimensione civile.

In questa prospettiva, la solidità della filiera industriale nazionale assume un peso centrale. Per Paolo Graziano, executive chairman di Magnaghi Aerospace Group, l’innovazione nella difesa è essenziale per “preservare le competenze dell’Italia e la sua competitività nel mondo”. Competenze che devono tradursi in capacità produttive, come ha evidenziato Frank Paul Spina, managing director e general manager di Northrop Grumman Italia, sottolineando la necessità di sviluppare capacità “concrete, affidabili e producibili su scala”, in grado di rispondere alle crescenti esigenze operative. Una sicurezza che passa anche dalla resilienza delle infrastrutture e dalla continuità operativa, ambiti nei quali Francesco Miraglia, business unit director government, intelligence & defense di CBRE, ha richiamato il “ruolo strategico” del Facility management.

Accanto a queste realtà, a Villa Blanc erano presenti numerose altre aziende del settore, alcune delle quali hanno anche contribuito a sostenere l’iniziativa, a testimonianza della varietà di competenze industriali che ruotano attorno al mondo della difesa e dell’aerospazio.

Tra confronto politico, vertici militari e industria, la festa di Airpress ha restituito il ritratto di una comunità chiamata a confrontarsi sulle stesse sfide, pur con responsabilità differenti. Un’immagine che riassume lo spirito di Arsenale per la pace, ricordando quanto la sicurezza dipenda dalla capacità di far dialogare scelte politiche, competenze militari, innovazione tecnologica e capacità industriali.

Underwater e Blue Economy, l’Italia punta su tecnologia e filiera industriale

21 October 2026 at 15:15

Le tecnologie che permettono di esplorare i fondali sono le stesse che possono mettere a rischio le infrastrutture posate sul fondo del mare. Da questa contraddizione è partita l’apertura di Blue Planet Economy Expoforum 2026, a Fiera Roma fino al 24 ottobre. Nei due appuntamenti moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche, la sicurezza underwater ha incontrato industria, porti e prospettive economiche del Lazio.

La sfida dei fondali

Per Francesco Ruggiero, capitano del Polo nazionale della dimensione subacquea, la trasformazione è già concreta. Robot e droni arrivano oltre tremila metri di profondità, rendendo accessibili anche cavi e gasdotti finora considerati difficilmente raggiungibili. Da qui i 21 progetti del Polo, per 115 milioni di euro, e l’area di prova in costruzione alla Spezia. L’urgenza di portare l’innovazione fuori dai laboratori ha trovato una risposta industriale nell’intervento di Dario Giacomin. Per l’ammiraglio di Fincantieri, sensori, veicoli autonomi e sistemi di comunicazione devono funzionare insieme. Le acquisizioni di aziende specializzate seguono la stessa logica, “trasformare innovazione in capacità operative”.

Dallo spazio alle imprese

Lo stesso ragionamento si estende allo spazio. Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale dell’Agenzia spaziale italiana, ha richiamato le tecnologie comuni ai due ambienti e il lavoro avviato con la task force e il bando Space&Blue. Ma la competitività non dipende solo dai programmi. WSense, nata nella ricerca universitaria, mostra come un brevetto possa raggiungere i mercati internazionali. Chiara Petrioli, fondatrice dell’azienda, ha ricordato che circa il 30% del personale è rientrato da esperienze all’estero. Per le realtà più piccole, come SubSeaLED di Andrea Bellizzi, inserirsi in una filiera significa trovare interlocutori e accelerare lo sviluppo delle proprie soluzioni. Un sistema del genere richiede anche regole adeguate. L’avvocato Giuseppe Graziano ha riconosciuto i progressi legislativi, indicando però la mancanza di “un corpus iuris organico e completo” per il settore.

Un’economia che parte dai territori

Con la cerimonia inaugurale, il discorso è tornato sulla costa. Fabio Casasoli, amministratore unico di Fiera Roma, ha posto l’accento sugli incontri tra imprese che la manifestazione intende favorire. Per Massimo Guardigli, del Consorzio nautico del Lazio, la nautica è anche una possibilità di lavoro qualificato per i giovani del litorale. Su questo tessuto produttivo si innestano i numeri portati dalla vicepresidente regionale Roberta Angelilli, oltre 38mila imprese legate al mare e 50 milioni di euro investiti dal 2023, con 4 milioni destinati ai Comuni costieri. A Fiumicino, il sindaco Mario Baccini punta su nuovi investimenti portuali e sulla trasformazione del litorale per rafforzare turismo e occupazione. Il potenziale, però, deve ancora essere riconosciuto pienamente. “Roma è l’unica città di mare che c’è al mare e non lo sa”, ha osservato Massimo Tabacchiera, della Camera di commercio di Roma, anticipando una proposta, non ancora approvata, per una struttura dedicata alla Blue Economy.

Le infrastrutture e la conoscenza

Il confronto è tornato così al sistema portuale di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta, sotto l’Autorità presieduta da Raffaele Latrofa. Cristiano Dionisi, di Unindustria, ha spostato lo sguardo dalle banchine ai collegamenti ferroviari e ai retroporti, annunciando per novembre un accordo tra Confindustria e governo sull’underwater. Per Paolo Guglia, vicepresidente del Cluster BIG, mettere in relazione centri di ricerca e imprese è il modo per evitare che le innovazioni rimangano isolate. La sicurezza resta però una condizione dello sviluppo. Cosimo Nicastro, della Guardia costiera, ha richiamato la necessità di gestire insieme mare, costa ed entroterra. Con Gianmaria Sannino, dell’Enea, il discorso è arrivato alla conoscenza dei fenomeni marini, dalle condizioni dei fondali alle previsioni sull’innalzamento del livello del mare, particolarmente rilevanti per Fiumicino. E poiché nessuna filiera cresce senza persone preparate, Elisa Van Engelenhoven, di ForMare, ha chiuso il percorso sulle nuove professioni, tra shipping ed energie rinnovabili offshore.

Dagli attacchi in pochi minuti all’AI. Come cambia la cybersecurity secondo Campora (Leonardo)

16 October 2026 at 10:35

La velocità degli attacchi informatici, l’impiego dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare la cooperazione europea stanno trasformando la cybersecurity. Temi al centro di Cybertech Europe 2026, a Roma, dove Andrea Campora, managing director della Divisione cyber & security solutions di Leonardo e presidente della European cyber security organisation (Ecso), ha approfondito con Airpress l’evoluzione delle minacce, le strategie di difesa e le prospettive dell’industria europea.

La velocità con cui evolvono le minacce informatiche sta diventando un fattore sempre più determinante nella cybersecurity. In che modo il fattore tempo è diventato una variabile centrale nel confronto tra attaccanti e difensori e come Leonardo affronta questa sfida?

Il tempo è diventato uno degli elementi che meglio rappresentano il cambiamento della cybersecurity. Da vent’anni raccontiamo il fenomeno attraverso il volume degli attacchi, ma oggi a cambiare è soprattutto la loro natura. Viviamo in una società caratterizzata da sistemi digitali autonomi, capaci di interagire con l’ambiente e prendere decisioni. La cybersecurity non è più un’attività di confronto tra specialisti umani supportati dalla tecnologia, ma tra sistemi intelligenti supervisionati da umani.

Nel 2018, secondo alcune statistiche, tra la pubblicazione di una vulnerabilità nel registro Cve (Common vulnerabilities and exposures) e il suo primo sfruttamento passavano in media oltre due anni. Oggi parliamo di ore, talvolta di minuti. I large language model utilizzati come agenti possono individuare vulnerabilità, correlarne diverse di minore entità e sfruttarle prima ancora che siano conosciute, in alcuni casi con un’efficacia notevolmente superiore rispetto ai migliori sistemi specializzati. È quello che definiamo tempo negativo.

C’è poi la corsa contro il tempo nella risposta, che coinvolge tecnologia, procedure e persone. Leonardo oltre 200 clienti nel mondo. Quando individuiamo una vulnerabilità presso uno di loro, dobbiamo capire rapidamente quali altri utilizzino tecnologie esposte allo stesso rischio, valutarne gli impatti e aggiornare le procedure operative.

Per questo parliamo di un “sistema immunitario” della cybersecurity. Individuata una minaccia, occorre distribuire immediatamente le contromisure ai clienti e alle istituzioni. La cooperazione oggi è indispensabile e non riguarda soltanto le informazioni, ma anche le capacità. Chi rimane fuori da questo sistema di fiducia rischia di non riuscire più a difendersi efficacemente.

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nella cybersecurity, sia nello sviluppo delle minacce sia nelle capacità di difesa. Come sta cambiando concretamente gli strumenti di protezione e quali vantaggi offre nell’individuazione e nella risposta agli attacchi?

L’introduzione dell’intelligenza artificiale è stata progressiva. Nel nostro Global Cybersec Center utilizziamo da molti anni il machine learning per individuare le minacce. Il vero salto di qualità è stato passare dall’impiego dell’IA per singole funzioni, come la rilevazione o l’automazione della risposta, a un approccio multiagente.

Oggi possiamo avere sistemi composti da agenti intelligenti, ciascuno dedicato a una funzione, che interagiscono per rendere più efficace l’intero processo. Collegare queste attività permette agli agenti di analizzare l’ambiente e coordinare le risposte.

Questo cambia anche l’architettura dei sistemi. Non possiamo più affidarci a molteplici prodotti specialistici che operano separatamente. Serve un’unica piattaforma connessa, nella quale le diverse funzioni dialoghino costantemente. È quello che definiamo piattaformizzazione, ormai fondamentale per garantire una difesa efficace.

Lo Zero trust è uno dei modelli sempre più utilizzati per la protezione dei sistemi informatici. Qual è l’approccio di Leonardo e come si inserisce nel più ampio tema della sovranità tecnologica e della sicurezza europea?

In Leonardo adottiamo quello che Forrester definisce un “approccio di sovranità pragmatica”. Non riteniamo necessario reinventare tutto, ma è fondamentale mantenere il controllo sulle capacità e sulle tecnologie dalle quali dipende realmente la nostra sovranità. Per anni abbiamo discusso della sovranità delle infrastrutture in un contesto nel quale queste ospitavano prevalentemente dati passivi e software dal comportamento deterministico. Oggi, con la diffusione degli agenti intelligenti, il governo del dato assume un’importanza ancora maggiore.

Sul fronte dello Zero Trust abbiamo accelerato lo sviluppo tecnologico anche attraverso operazioni societarie, tra cui l’acquisizione della svedese Axiomatics, specializzata nell’autorizzazione, e l’ingresso nel capitale della finlandese SSH, attiva nell’autenticazione e nella sicurezza, di cui Leonardo è diventata il maggiore azionista con il 24,55%.

Lo Zero Trust rappresenta una risposta all’evoluzione delle minacce. Se consideriamo la possibilità di una violazione come un presupposto, dobbiamo abbandonare la fiducia implicita e verificare costantemente identità e dispositivi. Ma anche questo modello deve evolvere. Quando migliaia di agenti possono attaccare contemporaneamente alla velocità delle macchine, lo Zero trust deve utilizzare l’intelligenza artificiale per garantire verifiche altrettanto rapide.

Un altro elemento fondamentale è l’observability, cioè la capacità di valutare i comportamenti. Come possiamo stabilire se un agente con credenziali legittime stia agendo correttamente, soprattutto quando non c’è una persona dietro le sue azioni? Occorre confrontarne il comportamento con criteri e policy prestabiliti.

Se, per esempio, io accedessi nel cuore della notte al file system di un server senza avere responsabilità tecniche che lo giustifichino, il sistema dovrebbe riconoscere un comportamento potenzialmente anomalo. È questa l’evoluzione dello Zero trust in un mondo nel quale, usando una metafora, il nuovo perimetro della sicurezza è l’identità.

Nel contesto di sicurezza attuale, segnato anche dalle tensioni ai confini europei, gli attacchi informatici rappresentano una minaccia sempre più rilevante. Quanto è importante rafforzare il coordinamento tra Paesi, istituzioni e aziende europee per costruire una risposta comune e accrescere la consapevolezza dei rischi cyber?

Riprendo una riflessione dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, autore di un rapporto sulla preparazione europea in materia di sicurezza e difesa. Le minacce non si fermano ai confini nazionali. La responsabilità della sicurezza appartiene ai singoli Stati, ma questo si concilia difficilmente con la natura transfrontaliera degli attacchi. Condividere le risposte significa renderle più efficaci.

Un esempio riguarda la proposta della Commissione europea di introdurre un single entry point per la segnalazione degli incidenti. Se una multinazionale opera in tutti i 27 Paesi dell’Unione e subisce un attacco, non dovrebbe presentare 27 comunicazioni separate alle rispettive autorità nazionali. Basterebbe un’unica segnalazione, condivisa secondo criteri prestabiliti.

La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi Paesi. È un esempio degli ostacoli non soltanto tecnologici, ma anche culturali e organizzativi. Anche come European cyber security organisation (Ecso), che presiedo, abbiamo sostenuto la necessità di superare queste frammentazioni.

C’è poi la competitività industriale. In un mercato globale, la massa critica degli investimenti è determinante. In alcuni comparti tecnologici l’Europa ha perso terreno, mentre nella cybersecurity siamo ancora competitivi. Per mantenere questa posizione servono investimenti condivisi e alleanze europee. Altrimenti, la marginalizzazione diventerà una certezza. La questione sarà soltanto capire in quanti anni.

Guardando all’Italia e all’Europa, quanto siamo realmente preparati a difenderci dagli attacchi informatici? Qual è il livello di protezione raggiunto dalle istituzioni, dalle grandi imprese e dalle aziende più piccole della filiera, considerando anche le conseguenze che un attacco a un’infrastruttura pubblica può avere sull’intero sistema?

La direttiva Nis2 ha rappresentato un importante salto di qualità. Uno dei suoi meriti è aver chiarito ai consigli di amministrazione che la responsabilità della sicurezza informatica non può essere semplicemente delegata, ma rimane in capo agli organi di governo delle imprese. Questo principio, insieme alle altre misure, ha accelerato il cambiamento. Rimane il problema di un’applicazione disomogenea tra i Paesi europei, ma il bilancio è positivo.

Anche l’esperienza di Leonardo dimostra che l’Europa dispone ancora di capacità importanti. Penso al nostro coinvolgimento nel programma Gcap (Global combat air programme) per il caccia di sesta generazione, dove ci occupiamo non soltanto di cybersecurity, ma anche della gestione del dato. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra posizione nelle gare europee, presso la Commissione e le altre istituzioni, fino al programma Protected business network della Nato, al quale partecipiamo insieme ad Accenture per accompagnare la trasformazione dell’infrastruttura digitale  per circa 29.000 utenti dell’Alleanza verso il cloud.

La cybersecurity non è soltanto tecnologia. Comprende una componente significativa di servizi e competenze umane, un ambito nel quale l’Europa e le sue università mantengono una posizione di forza. Abbiamo degli svantaggi, ma la competizione è ancora aperta. Sul fronte della protezione, la semplificazione rimane fondamentale.

Resta una preoccupazione legata al nuovo European competitiveness fund, che, a differenza del precedente strumento, non prevede una voce di finanziamento autonoma per la cybersecurity. La sicurezza informatica potrà trovare spazio in programmi più ampi, ma quando viene messa in competizione con altre priorità non è detto che ottenga risorse sufficienti.

Su questo tema abbiamo scritto una lettera aperta alla Commissione europea e contiamo di proseguire il confronto. Non si tratta soltanto di budget, ma della necessità di riconoscere alla protezione cyber una propria autonomia progettuale.

Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

15 October 2026 at 16:04

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

15 October 2026 at 15:48

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

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