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Il patto Turchia-Libia riapre la partita del Mediterraneo. La linea di von der Leyen e Costa

21 October 2026 at 09:58

Non è soltanto una controversia sui confini marittimi. La ratifica dell’intesa tra Libia e Turchia riporta al centro dell’agenda europea il rapporto tra sovranità, influenza regionale e futuro del Mediterraneo orientale. Ursula von der Leyen e António Costa rispondono con una formula netta: l’accordo lede i diritti sovrani di Stati terzi, non rispetta il diritto del mare ed è “nullo e privo di effetti”. Una presa di posizione congiunta della presidente della Commissione e del presidente del Consiglio europeo, diffusa il 20 ottobre dopo il voto del Parlamento della Libia orientale.

Il punto politico è nella sovrapposizione di due dinamiche. Da una parte, Bruxelles conferma la posizione adottata nel 2019 e ribadisce la solidarietà a Grecia e Cipro. Dall’altra, il via libera dell’assemblea orientale modifica il quadro libico nel quale quell’accordo era nato: un’intesa contestata non soltanto all’estero, ma anche da una parte delle istituzioni del Paese nordafricano.

La risposta europea: nessuna legittimazione dal voto

“Esprimiamo profondo rammarico per la ratifica”, scrivono von der Leyen e Costa. La scelta delle parole è significativa: i due presidenti parlano del “cosiddetto memorandum” sulla delimitazione delle giurisdizioni marittime nel Mediterraneo e precisano che la posizione europea “rimane invariata”. Il passaggio parlamentare, dunque, non modifica il giudizio dell’Unione sull’intesa.

Il riferimento al 2019 serve a fissare una continuità. Già allora il Consiglio europeo aveva contestato la compatibilità del memorandum con il diritto del mare e la sua incidenza sui diritti di altri Stati. Una posizione successivamente ribadita dal Servizio europeo per l’azione esterna, secondo cui l’accordo non può produrre conseguenze giuridiche per Stati terzi. La nuova dichiarazione riprende quel perimetro e lo accompagna con l’esplicita definizione di nullità.

La distinzione conta. La ratifica è un fatto politico e istituzionale libico; la sua capacità di incidere sui diritti marittimi dei Paesi vicini è un’altra questione. Bruxelles respinge proprio l’idea che un accordo bilaterale possa determinare unilateralmente gli spazi spettanti ad altri Stati. È questo il fondamento della solidarietà espressa ad Atene e Nicosia.

Il nodo delle isole e degli spazi marittimi

Il memorandum fu sottoscritto nel 2019 da Ankara e dall’allora Governo di accordo nazionale libico. L’intesa individua una delimitazione tra le rispettive aree marittime rivendicate nel Mediterraneo, collocando il confine concordato a sud-est di Creta. È qui che la geografia diventa contesa diplomatica: Grecia e Cipro contestano un impianto che, nella loro lettura, comprime i diritti marittimi degli Stati della regione e non riconosce adeguatamente quelli delle isole.

Non si tratta, quindi, soltanto di tracciare una linea sulla carta. Sono in discussione gli spazi nei quali esercitare diritti sulle risorse e sul loro sfruttamento. Il memorandum riguarda infatti la delimitazione della piattaforma continentale e delle zone economiche esclusive rivendicate dai due firmatari. Il controllo delle risorse costituisce così una delle dimensioni materiali di una controversia che resta, prima di tutto, giuridica e strategica.

Atene ha reagito sostenendo che il voto non cambia la natura dell’accordo, giudicato illegale e contrario al diritto internazionale del mare, e ha ribadito la volontà di difendere i propri diritti sovrani. La dichiarazione dei vertici europei colloca questa contestazione dentro una cornice comunitaria, evitando che resti soltanto un confronto bilaterale tra Grecia e Turchia.

La novità arriva dalla Libia orientale

L’elemento nuovo non è la posizione di Bruxelles, ma quella del Parlamento orientale libico. L’assemblea che nel 2020 aveva respinto il memorandum e interrotto i rapporti politici con Ankara ha ora approvato l’intesa. Un rovesciamento che assume rilievo perché proviene dal campo orientale sostenuto da Khalifa Haftar, storicamente contrapposto alle autorità di Tripoli con cui la Turchia aveva concluso l’accordo.

La ratifica può dunque essere letta come un segnale di riallineamento. Non dimostra, da sola, il superamento delle divisioni libiche né una convergenza complessiva tra tutti gli attori coinvolti. Indica però che il rapporto con Ankara non è più riconducibile esclusivamente al suo legame con Tripoli: l’approvazione orientale amplia la base politica libica di un’intesa fino a ieri fortemente divisiva.

È questa la variabile che rende il passaggio rilevante anche oltre la controversia marittima. L’Unione conferma il proprio giudizio, mentre sul terreno diplomatico cambia il fronte degli interlocutori che sostengono l’accordo.

Il messaggio sulle interferenze esterne

La frase conclusiva della dichiarazione allarga ulteriormente il quadro: “Ribadiamo la nota posizione dell’Ue contro qualsiasi interferenza esterna in Libia”. Non vengono indicati singoli Paesi né annunciate nuove misure. Il richiamo accompagna però la contestazione del memorandum con un messaggio sul metodo attraverso cui si costruiscono influenza e accordi nel Paese nordafricano.

La dichiarazione opera così su due livelli: difesa dei diritti degli Stati membri nel Mediterraneo e opposizione alle interferenze esterne nella crisi libica. Non presenta una nuova iniziativa negoziale, ma stabilisce il punto dal quale Bruxelles intende leggere gli sviluppi: la ratifica non basta a rendere accettabile un’intesa che l’Unione continua a considerare incompatibile con il diritto del mare.

Per l’Europa, il problema politico diventa allora tenere insieme la fermezza della posizione giuridica e la lettura di una Libia in cui cambiano i rapporti con Ankara. Il voto del Parlamento orientale non chiude la disputa mediterranea. La riapre su basi diplomatiche diverse.

Saddam Haftar cerca la sponda turca. Anche la successione pesa sul voto

Dietro il via libera del Parlamento orientale non c’è soltanto il riavvicinamento tra Ankara e il campo di Khalifa Haftar. C’è anche la partita personale di Saddam Haftar, figlio del comandante e suo vice alla guida delle forze dell’est: consolidare la propria ascesa e ottenere interlocutori esterni capaci di sostenerne le ambizioni. Secondo l’analisi pubblicata da Al-Monitor, la ratifica del memorandum riflette anche il tentativo di Saddam di assicurarsi l’appoggio turco per le proprie aspirazioni presidenziali. Una chiave interpretativa da distinguere da un accordo di sostegno formalmente annunciato, del quale le fonti citate non danno conto.

La parola chiave è successione. Saddam sta accumulando potere e influenza in vista del possibile passaggio di consegne dal padre. Secondo la ricostruzione del Post, a inizio ottobre è riuscito a imporre alla guida del Parlamento una figura a lui vicina, al-Salihin Abdul Nabi, al posto di Aguila Saleh, che ne osteggiava l’ascesa. Il voto sul memorandum arriva dunque dopo un cambiamento degli equilibri interni all’assemblea favorevole al figlio del comandante. La sequenza rafforza la lettura politica della ratifica, senza dimostrare, da sola, l’esistenza di uno scambio concordato con Ankara.

Per Saddam, conquistare una sponda turca significa provare a trasformare un precedente avversario del campo orientale in un interlocutore utile alla propria proiezione nazionale. La Turchia aveva infatti sostenuto militarmente il governo di Tripoli contro le forze di Haftar. Approvare oggi uno degli accordi più importanti per Ankara offre un segnale concreto di disponibilità e contribuisce a rimuovere un ostacolo al riavvicinamento. È in questa convergenza di interessi — il riconoscimento parlamentare del memorandum per la Turchia, l’apertura di un canale politico per Saddam — che gli analisti collocano una delle motivazioni della svolta.

Lo stesso Saddam ha rivendicato pubblicamente il significato del passaggio. Ha descritto le decisioni parlamentari come un movimento verso il superamento delle controversie del passato, definendo la Turchia una “significativa potenza regionale” e l’accordo uno strumento per proteggere gli interessi economici libici nel Mediterraneo. Nelle dichiarazioni riportate dall’agenzia Anadolu ha inoltre evocato opportunità di cooperazione, investimenti e una partnership di lungo periodo. Non un semplice assenso tecnico, dunque, ma un’apertura politica esplicita.

La ratifica acquista così un doppio significato. Sul piano mediterraneo rafforza la posizione diplomatica di Ankara, pur senza modificare la contestazione europea sulla validità dell’intesa. Sul piano libico si inserisce nella costruzione della leadership di Saddam, interessato ad affiancare al controllo degli equilibri interni una rete di relazioni internazionali. Per Bruxelles, la difficoltà è anche questa: difendere i diritti di Grecia e Cipro mentre il principale polo di potere della Libia orientale ridefinisce il proprio rapporto con la Turchia, intrecciando la disputa marittima alla partita per il futuro del Paese.

Il Marocco punta al ritorno della politica. La squadra di El Mansouri tra continuità e nuove priorità

17 October 2026 at 12:29
Il ritorno della politica

Un ritorno della politica, prima ancora che un cambio di squadra. È questa la chiave di lettura proposta dal materiale che accompagna la composizione del nuovo governo marocchino guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Un esecutivo chiamato a combinare rinnovamento dei profili e continuità nelle funzioni strategiche, con una promessa che attraversa l’intero impianto programmatico: rendere più riconoscibili le responsabilità e misurare l’azione pubblica sui risultati.

Il re Mohammed VI ha presieduto il 16 ottobre, al Palazzo reale di Rabat, la cerimonia di nomina dei componenti del governo, che hanno prestato giuramento davanti al sovrano. Alla guida della squadra figura El Mansouri, mentre la distribuzione dei portafogli affianca nomi già presenti nella vita politica e istituzionale marocchina a nuovi ingressi.

Il messaggio che emerge è quello di un governo che non intende presentarsi soltanto come una struttura di amministrazione. La componente politica viene indicata come lo strumento per stabilire priorità, sostenere le riforme, spiegarne le ragioni e rispondere della loro attuazione. Un’ambizione impegnativa: rendere visibile non soltanto chi decide, ma anche chi deve rendere conto.

Continuità nei dicasteri strategici

Nella composizione indicata, Abdelouafi Laftit assume l’Interno e Nasser Bourita gli Affari esteri, la Cooperazione africana e i Marocchini residenti all’estero. Abdellatif Ouahbi figura alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Habous e agli Affari islamici, mentre Abdeltif Loudyi è ministro delegato incaricato dell’Amministrazione della Difesa nazionale.

Accanto a questi elementi di continuità, l’assetto economico assume una particolare rilevanza. A Fouzi Lekjaa viene attribuito il ministero dell’Economia, delle Finanze e della Performance pubblica. L’inserimento di quest’ultima competenza nella denominazione del dicastero esplicita uno dei criteri rivendicati dal nuovo impianto: collegare le risorse impiegate alla qualità dell’attuazione e agli effetti delle politiche.

È qui che si colloca il primo banco di prova dell’esecutivo. La semplificazione delle responsabilità potrà dirsi riuscita soltanto se produrrà decisioni più tempestive e servizi migliori, non se resterà confinata nell’organigramma.

La scelta di accorpare le competenze

La nuova architettura privilegia ministeri ampi, affiancati da ministri delegati con attribuzioni specifiche. Nella lista non compaiono segretari di Stato. La logica dichiarata è quella di tenere insieme politiche collegate, evitando che la frammentazione delle competenze ostacoli l’azione.

Ryad Mezzour riunisce Industria, Commercio, Investimenti e Inclusione economica. Nizar Baraka assume Infrastrutture, Acqua e Foreste. A Nabil Benabdallah vengono affidate Educazione nazionale, Prescolare, Formazione professionale e Qualificazione, con deleghe dedicate ad alcuni di questi ambiti.

Sono accorpamenti che raccontano una scelta di metodo. Formazione e qualificazione vengono ricondotte a una medesima responsabilità politica; investimenti e inclusione economica entrano nello stesso perimetro. Il vantaggio atteso è una maggiore coerenza. Il rischio da evitare è che l’ampiezza dei portafogli renda più complesso proprio quel coordinamento che si vuole rafforzare.

Dall’intelligenza artificiale alla sovranità alimentare

Anche le denominazioni dei dicasteri segnalano le priorità. Ahmed Rahhou figura alla guida del ministero dell’Intelligenza artificiale, della Trasformazione digitale e della Riforma dell’amministrazione. L’accostamento indica la volontà di leggere l’innovazione tecnologica anche come leva per cambiare il funzionamento dello Stato.

La sovranità alimentare entra invece nel portafoglio affidato a Khalid Hatimy, insieme ad Agricoltura e Pesca marittima. Abderrahim Chahid assume l’Occupazione e il Dialogo sociale; Najwa Koukouss la Famiglia, lo Sviluppo sociale e l’Uguaglianza. Charafat Afailal figura all’Energia, alle Miniere e allo Sviluppo sostenibile.

Intelligenza artificiale, performance pubblica, sovranità alimentare e dialogo sociale diventano così le parole attraverso cui il governo presenta il proprio rinnovamento. Non ancora risultati, ma impegni politici sui quali valutarne l’azione.

Donne e giovani, un rinnovamento da dimostrare

Il documento di accompagnamento insiste sul ruolo delle donne e dei giovani come motore del ricambio. La presenza di una donna alla guida dell’esecutivo costituisce il segnale più evidente di questa impostazione, insieme agli incarichi femminili nei ministeri e nelle deleghe.

Il significato politico attribuito ai nuovi ingressi va però oltre il ricambio dei nomi. L’obiettivo dichiarato è portare nell’azione pubblica sensibilità differenti, nuove idee e una maggiore capacità di intercettare le aspettative della società.

La composizione, da sola, non consente di misurare quanto profondo sia il rinnovamento generazionale. Saranno le responsabilità effettivamente esercitate e la capacità di incidere sulle decisioni a chiarire se il cambiamento dei profili corrisponderà anche a un cambiamento dei metodi.

La prova della giustizia sociale e territoriale

Il punto di arrivo dell’impianto programmatico è la dignità dei cittadini. La performance amministrativa viene presentata come un mezzo per ridurre le vulnerabilità, ampliare l’accesso alle opportunità e rafforzare la protezione sociale, non come un obiettivo autosufficiente.

A questa dimensione si lega l’equità territoriale: fare in modo che servizi e possibilità di sviluppo raggiungano tutte le regioni e le diverse componenti della popolazione. È il terreno sul quale la promessa di efficienza incontra quella di giustizia sociale.

La sfida della squadra di El Mansouri, nella lettura proposta dal documento, è dunque tenere insieme tre esigenze: una direzione politica riconoscibile, un’amministrazione capace di attuarla e benefici concretamente percepibili. Senza minimizzare le difficoltà né affidarsi alla promessa di soluzioni facili. È su questo passaggio, dall’organizzazione ai risultati, che si misurerà la portata del rinnovamento annunciato.

Riad sotto attacco. Il fine settimana degli Houthi e la condanna dell’Italia

12 October 2026 at 08:32

Tredici morti nel primo attacco di sabato, un’altra vittima e undici feriti domenica. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riad è al centro di una nuova escalation che investe le infrastrutture civili saudite e mette sotto pressione gli equilibri regionali. Roma condanna gli attacchi, mentre il ministro degli Esteri saudita sente il collega iraniano.

Due giorni di attacchi contro lo scalo della capitale

Un fine settimana di attacchi, vittime e allarme per la sicurezza delle infrastrutture civili. L’aeroporto internazionale King Khalid di Riad è stato colpito sabato da un attacco attribuito ai ribelli Houthi dello Yemen, con un bilancio di almeno tredici morti e centinaia di feriti secondo le informazioni riportate. Domenica, una nuova aggressione contro lo scalo ha provocato la morte di un residente di nazionalità pakistana e il ferimento di altre undici persone, secondo quanto comunicato dalla General Authority of Civil Aviation saudita.

La sequenza porta al centro della crisi una delle principali infrastrutture della capitale. Non soltanto per il bilancio umano, ma anche per le conseguenze sui collegamenti aerei e per il messaggio politico di attacchi che prendono di mira strutture destinate al traffico civile.

Sul primo episodio, i resoconti riportano un bilancio non uniforme: le agenzie inizialmente indicavano dodici morti e oltre trecento feriti, mentre le altre informazioni raccolte riferiscono almeno tredici vittime. Tra queste figura la cittadina siriana Buthaina Ahmed Aweida, la cui morte è stata annunciata dall’ambasciata siriana a Riad. Vedova e madre di quattro figli, viveva in Arabia Saudita da cinque anni.

Il nuovo attacco e l’allarme a Dammam

Domenica, secondo il portavoce della coalizione saudita attiva in Yemen, Turki al Maliki, un «proiettile non identificato» ha colpito il Terminal 4 del King Khalid, provocando un incendio successivamente posto sotto controllo. Lo stesso portavoce ha poi annunciato l’intercettazione di un missile nelle vicinanze dell’aeroporto.

L’autorità saudita per l’aviazione civile ha segnalato danni materiali alle strutture e il trasferimento dei feriti in ospedale. Le operazioni di valutazione dei danni erano ancora in corso. Domenica lo scalo è rimasto chiuso e nella capitale è stata attivata la didattica a distanza.

L’allarme non si è limitato a Riad. L’autorità ha comunicato anche un’aggressione contro l’aeroporto internazionale King Fahd di Dammam nella serata di domenica, annunciando verifiche sull’integrità delle strutture in coordinamento con gli organismi competenti. Nel comunicato, gli attacchi vengono descritti come parte di una serie di aggressioni contro le infrastrutture dell’aviazione civile del Regno.

La posizione italiana

La risposta di Roma combina condanna politica, solidarietà e indicazioni ai connazionali. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito «inaccettabili» gli attacchi degli Houthi contro i civili e le infrastrutture civili, chiedendo che cessino e ribadendo l’impegno italiano a lavorare con i partner regionali per ridurre le tensioni.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso piena solidarietà all’Arabia Saudita e al suo popolo, richiamando la necessità di evitare un’ulteriore escalation. Nella posizione italiana, la sicurezza del Regno si lega alla stabilità regionale e alla libertà di navigazione nel Mar Rosso e attraverso lo Stretto di Bab el Mandeb.

La Farnesina ha inoltre raccomandato ai connazionali di evitare gli spostamenti non essenziali verso la zona dell’aeroporto di Riad e l’utilizzo dello scalo per arrivi e partenze, invitandoli a consultare Viaggiare Sicuri e, in caso di necessità, a contattare l’ambasciata o l’Unità di crisi.

Il canale diplomatico con Teheran

Sul piano diplomatico, il ministro degli Esteri saudita, principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal collega iraniano Abbas Araghchi. Secondo l’agenzia saudita SPA, il colloquio ha riguardato l’escalation regionale e gli sforzi per affrontarla.

Il contatto si inserisce in una crisi che resta intrecciata al conflitto yemenita. Mentre gli Houthi minacciano ulteriori attacchi contro il Regno, proseguono gli scontri con le forze affiliate al governo internazionalmente riconosciuto. Media vicini al movimento hanno riferito anche di un attacco contro l’aeroporto di Sana’a da parte delle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita.

È su questo sfondo che Tajani ha ribadito il sostegno all’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, e al rilancio del processo politico. Il fine settimana di Riad mette così in evidenza due urgenze: proteggere la popolazione e le infrastrutture civili, e impedire che la nuova sequenza di attacchi allarghi ulteriormente la crisi regionale.

Le condanne internazionali. Dall’Onu agli Stati Uniti, solidarietà a Riad

Alla posizione italiana si affianca una vasta condanna internazionale, con un richiamo comune alla protezione dei civili e alla necessità di impedire un’ulteriore escalation. Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, si è detto «profondamente scioccato» dall’attacco contro l’aeroporto di Riad, ricordando che colpire civili e infrastrutture civili costituisce una violazione del diritto internazionale. «Questi attacchi devono cessare immediatamente», ha dichiarato.

Anche i vertici dell’Unione europea hanno condannato l’attacco. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, è intervenuta insieme ad altri leader internazionali per denunciare l’aggressione, mentre l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, l’ha definita un «terrificante atto di terrore». La Francia ha espresso piena solidarietà all’Arabia Saudita, chiedendo agli Houthi di interrompere immediatamente gli attacchi. Condanne sono arrivate anche dalla Germania e dal Canada, il cui primo ministro Mark Carney ha definito le aggressioni «abominevoli».

Da Washington, il segretario di Stato Marco Rubio ha denunciato attacchi che mostrano un «palese disprezzo per la vita dei civili innocenti», confermando che tra le vittime figura anche un cittadino statunitense. Un elemento che aggiunge alla crisi una conseguenza diretta per gli Stati Uniti, oltre alla dimensione della sicurezza regionale.

Particolarmente nette le reazioni dei Paesi del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno condannato gli attacchi come una flagrante violazione della sovranità saudita e una minaccia alla sicurezza e alla stabilità del Regno. Il Qatar ha parlato di una grave violazione della sovranità di Riad, sottolineando che la sicurezza saudita è parte integrante della propria e di quella degli altri Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Anche il Kuwait ha denunciato l’aggressione, ricordando che sono stati colpiti viaggiatori e lavoratori aeroportuali di diverse nazionalità.

La solidarietà si estende agli altri attori regionali. Egitto e Turchia hanno condannato gli attacchi e ribadito il sostegno all’Arabia Saudita. L’Iraq ha avvertito che l’aggressione mette in pericolo la sicurezza e la stabilità della regione, chiedendo la fine delle ostilità. Condanne sono giunte inoltre dalla Giordania, dalla Lega araba e dalla Russia.

Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Turchia hanno inoltre diffuso una dichiarazione congiunta, denunciando gli attacchi degli Houthi come una violazione del diritto internazionale e della sovranità e integrità territoriale saudite. L’India, che ha registrato la morte di un proprio cittadino, ha definito «completamente inaccettabili» i ripetuti attacchi contro civili e infrastrutture civili, chiedendone l’immediata cessazione.

Anche la Commissione dell’Unione africana ha condannato l’attacco, espresso solidarietà al governo e al popolo sauditi e sollecitato una de-escalation urgente. La presa di posizione richiama il principio che attraversa le diverse dichiarazioni internazionali: la popolazione e le infrastrutture civili devono essere protette e non possono diventare bersagli del conflitto.

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