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Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

La minaccia dei droni evolve più in fretta delle difese. Scrive il gen. Preziosa

15 October 2026 at 13:20

L’impiego dei droni nella guerra in Ucraina sta accelerando l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle modalità operative, ponendo interrogativi sulle possibili ricadute per gli attori non statali. Siamo in presenza di un processo di trasformazione che supera il perimetro del conflitto: tecnologie, competenze ed esperienze maturate dalle forze armate possono essere studiate e adattate anche da organizzazioni terroristiche e criminali, con conseguenze sulla sicurezza dei territori e sulla protezione delle popolazioni. Nel teatro ucraino, questa evoluzione si manifesta nell’aumento del numero di droni impiegati, nella specializzazione delle loro funzioni e nella crescente integrazione con le altre componenti della forza. Alla ricognizione si affiancano l’attacco, la correzione del tiro e l’intercettazione di altri droni. Il Ministero della Difesa ucraino ha documentato, anche nel 2026, l’introduzione di nuovi sistemi destinati a operare a differenti distanze e a contrastare i mezzi aerei senza pilota avversari. Si delinea una capacità sempre più articolata, nella quale l’efficacia del singolo drone dipende anche dalla rete che collega sensori, decisori e strumenti d’intervento, consentendo di tradurre le informazioni raccolte in azioni coordinate. La trasformazione più significativa riguarda il ritmo dell’adattamento. Justin Bronk e Jack Watling, in uno studio del Royal United Services Institute, hanno evidenziato come l’efficacia dei droni dipenda dall’aggiornamento di software, sensori, comunicazioni e modalità di funzionamento, mentre l’avversario perfeziona le contromisure. Per la fattispecie, questi aggiornamenti possono rendersi necessari nell’arco di sei-dodici settimane. La capacità operativa dipende quindi anche dalla rapidità con cui l’esperienza del combattimento viene tradotta in modifiche tecniche e organizzative. Un’ulteriore direttrice riguarda la riduzione della vulnerabilità alle interferenze e lo sviluppo di funzioni che richiedono un minore intervento dell’operatore. Si tratta di evoluzioni distinte: i collegamenti in fibra ottica riducono la vulnerabilità del canale di comando al disturbo radio, mentre l’automazione e l’autonomia di specifiche funzioni modificano il rapporto fra operatore e sistema. Nel giugno 2026, il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato prove in combattimento di droni intercettori nei quali l’operatore seleziona il bersaglio e autorizza l’ingaggio, mentre il sistema esegue autonomamente le successive fasi dell’intercettazione. Secondo quanto dichiarato, la decisione iniziale resta dunque umana, mentre l’esecuzione viene affidata in larga misura al sistema. Questi sviluppi interessano anche gli attori non statali. Organizzazioni terroristiche e criminali possono osservare le soluzioni tecnologiche e le modalità d’impiego adottate dalle forze armate, selezionando e adattando quelle compatibili con le proprie risorse e finalità. Non occorre riprodurre un’intera capacità militare per ottenere un vantaggio: un miglioramento nella sorveglianza, nell’affidabilità dei mezzi o nel coordinamento delle attività può essere sufficiente a rafforzare la capacità d’azione di un gruppo in un determinato territorio. La disponibilità di tecnologie commerciali consente inoltre di condurre sperimentazioni proprie, nelle quali l’innovazione nasce dall’adattamento di strumenti già accessibili a esigenze operative specifiche. Occorre però collocare questa evoluzione in una prospettiva storica più ampia. Già dal 2001, in Afghanistan, l’impiego statunitense dei Predator armati con missili Hellfire nelle operazioni contro al-Qaeda e le forze talebane aveva mostrato il valore operativo della combinazione fra sorveglianza persistente e capacità di attacco a distanza.

Anche l’impiego terroristico dei droni precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 2022. Nell’ottobre 2016, in Iraq, un drone contenente esplosivo impiegato dallo Stato islamico provocò la morte di due combattenti curdi e il ferimento di due militari francesi. Nel gennaio 2017, il Combating Terrorism Center di West Point presentò un’analisi di ventuno documenti interni recuperati a Mosul, relativi al programma droni dell’organizzazione. Fra gli autori figurava Don Rassler, ricercatore e direttore delle iniziative strategiche del Centro, che nel 2018 avrebbe approfondito l’approvvigionamento, le dimensioni e le prospettive di questa capacità. Emergeva un programma organizzato, sostenuto da procedure di gestione e acquisizione dei mezzi, ben prima dell’accelerazione tecnologica osservata nel conflitto ucraino.

La guerra in Ucraina può dunque essere considerata un acceleratore dell’innovazione e della diffusione di conoscenze e modalità d’impiego, all’interno di un fenomeno già esistente. L’esperienza africana ne mostra l’estensione geografica e operativa. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato l’impiego di droni per lo sgancio di ordigni da parte di gruppi jihadisti nel Sahel, segnalando anche un attacco attribuito al Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, contro postazioni militari a Djibo, in Burkina Faso, nel febbraio 2025. Nel briefing delle Nazioni Unite del 5 agosto 2026 è stato inoltre richiamato il crescente utilizzo di droni commerciali da parte della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), nel quadro di una valutazione più ampia che identifica nell’impiego di sistemi aerei senza pilota e nel loro adattamento a funzioni offensive da parte di organizzazioni terroristiche una minaccia operativa significativa. Sul versante criminale, un recente contributo di Ed Timperlake, pubblicato su Defense.info con il titolo An Intel Alert So There Is No 21st Century Pearl Harbor, richiama l’attenzione su un episodio messicano. Il 5 ottobre 2026, a El Rosario, nello Stato di Sinaloa, l’esercito ha individuato un accampamento riconducibile alla criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione di Sebastián Martínez su Luz Noticias, sono stati sequestrati quindici droni, altrettanti dispositivi di controllo, quindici rotoli di fibra ottica per droni e quarantadue ordigni esplosivi improvvisati, insieme ad armi e munizioni. La compresenza di questi materiali rappresenta un segnale concreto della diffusione di capacità tecnologiche e operative che rendono sempre più stretto il rapporto fra difesa e sicurezza interna. La possibilità che organizzazioni criminali acquisiscano mezzi e adattino modalità d’impiego sperimentate nei conflitti impone una riflessione sulle implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati. Anche in Europa il problema è riconosciuto: già nel 2023 la Commissione europea rilevava l’utilizzo criminale dei droni nel contrabbando transfrontaliero e nel traffico di stupefacenti. 

Che cosa possiamo attenderci? Anzitutto, sul versante della risposta istituzionale, sarà necessario rafforzare le capacità di sorveglianza degli Stati e diffondere strumenti di individuazione e contrasto dei droni presso le forze dell’ordine, in coordinamento con le autorità aeronautiche e la difesa. Già in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, a Roma, furono adottate misure di protezione dello spazio aereo che comprendevano esplicite restrizioni al volo dei droni. L’evoluzione della minaccia richiede oggi di aggiornare mezzi, competenze e procedure, superando le disomogeneità nelle capacità di risposta dei diversi apparati. Le implicazioni dipendono anche dalle finalità perseguite. Per la criminalità organizzata, i droni possono rafforzare la protezione dei traffici, il controllo territoriale e l’intimidazione, per le organizzazioni terroristiche, possono favorire una più stretta integrazione fra osservazione, azione violenta e propaganda, al servizio di obiettivi politici e ideologici. Anche un’organizzazione criminale può ricorrere a modalità terroristiche, quando la violenza assume una dimensione e una finalità di intimidazione della popolazione o di coercizione dei poteri pubblici. Tale carattere non deriva però automaticamente dal mezzo utilizzato. Comprendere gli obiettivi e le modalità con cui ciascuna organizzazione impiega i droni è quindi necessario per predisporre risposte adeguate. La partita riguarda inoltre l’asimmetria fra il costo dell’azione ostile e quello della protezione. Un episodio circoscritto può imporre sospensioni delle attività, controlli prolungati e l’impiego di risorse considerevoli. La valutazione del rischio deve quindi comprendere le conseguenze economiche, organizzative e psicologiche, soprattutto quando sono coinvolti servizi essenziali. Per un attore ostile, generare incertezza e provocare interruzioni può rappresentare un risultato significativo anche quando il danno materiale resta limitato. Questa asimmetria rende ancora più importante riconoscere tempestivamente l’evoluzione della minaccia. Acquista significato, sul piano dell’intelligence, il richiamo di Timperlake a Pearl Harbor: la disponibilità di informazioni parziali serve a poco se non si riesce a collegarle, interpretarle e tradurle in preparazione operativa. Il precedente storico invita a verificare l’adeguatezza delle categorie con cui interpretiamo i segnali e delle procedure con cui reagiamo. Timperlake distingue inoltre la protezione di singoli obiettivi dalla difesa di spazi più ampi, ponendo una questione rilevante anche per la sicurezza interna: la protezione di alcune strutture deve inserirsi in una capacità più estesa di sorveglianza, valutazione e intervento sul territorio.

La risposta richiede intelligence, cooperazione istituzionale e capacità di adattamento. Occorre comprendere chi acquisisce i mezzi, quali competenze possiede, come finanzia l’attività e quali finalità persegue. Le informazioni ricavate da sequestri, segnalazioni e incidenti devono essere condivise e messe in relazione attraverso la collaborazione fra forze di polizia, autorità aeronautiche e responsabili delle infrastrutture. La Commissione europea ha già sottolineato la necessità di procedure chiare e responsabilità definite per rendere efficace questo coordinamento.

Per l’Italia e per l’Europa, le esperienze messicane, mediorientali e africane offrono elementi da confrontare con le evidenze raccolte nei rispettivi territori. Pur senza dimostrare l’esistenza di analoghe capacità di attentato sul suolo europeo, richiamano la necessità di seguire la diffusione di tecnologie e competenze, rispetto alla quale la distanza geografica non costituisce una garanzia di protezione. La sicurezza oggi è un processo continuo di osservazione, valutazione e adattamento. Gli attori non statali partecipano già alla trasformazione tecnologica, apprendendo dall’esperienza altrui e sperimentando soluzioni proprie. Potremmo definirla una forma di «realismo adattivo al contrario»: la capacità di leggere i rapporti di forza e adeguare mezzi e comportamenti viene esercitata anche da chi minaccia la sicurezza. La questione decisiva diventa allora la velocità relativa dell’apprendimento: quanto rapidamente le istituzioni riescano a riconoscere il cambiamento e a tradurlo in preparazione, tenendo il passo con l’adattamento degli attori ostili e, dove possibile, anticipandolo. Dobbiamo mantenere la lucidità strategica e operativa, agendo prima che il ritardo nella comprensione si trasformi in vulnerabilità.

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