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Gli italiani e la difesa, un rapporto ancora da costruire. Coticchia e Mazziotti spiegano perché

21 October 2026 at 11:06

Gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma questa fiducia non si traduce automaticamente nel sostegno al riarmo, alla deterrenza o alle missioni internazionali. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da YouGov per l’Università di Genova all’interno di una ricerca sul rapporto tra gli italiani e il mondo della Difesa. I numeri descrivono bene la distanza: il 67,5% dichiara molta o abbastanza fiducia nelle Forze armate, ma solo il 35,2% le ritiene in grado di difendere l’Italia dalle minacce esterne e ancora meno si dicono favorevoli all’aumento delle spese militari. Per Fabrizio Coticchia, professore ordinario di Scienza politica all’Università di Genova, e Matteo Mazziotti di Celso, ricercatore presso la scuola Imt Alti Studi di Lucca, il risultato non sorprende, ma riflette trent’anni di narrazioni politiche sulla Difesa, aggravata da un dibattito pubblico concentrato quasi solo sulle spese a discapito delle ragioni della necessità dello strumento militare.

Spese militari e leva restano divisivi

L’Italia è un Paese pacifista? In parte. “Sicuramente gli italiani sono pacifisti, nel senso che sono critici rispetto all’aumento delle spese militari”, spiega Coticchia. Infatti, il 28,2% degli intervistati vorrebbe aumentare la spesa, il 33,9% ridurla e il 25,7% lasciarla così com’è. E chi è favorevole la vorrebbe finanziata a debito, non con nuove tasse né con tagli al welfare. Dati simili emergono anche rispetto al rischio personale. In caso di attacco all’Italia, il 31% dichiara che combatterebbe, mentre il 52,6% risponde di no. Il quadro, riassume Coticchia, è quello di “una riluttanza sia a spendere di più, sia a combattere”. Altro caso emblematico riguarda la reintroduzione della leva. Il campione si divide quasi a metà, col 45,2% di favorevoli e il 46,8% di contrari. Ma il dato cambia sensibilmente se si introduce la discriminante dell’età. “Sono molto più quelli che sono a favore fra le persone di una certa età rispetto ai giovani”, evidenzia Coticchia. Tra i 18-24enni, infatti, i favorevoli sono il 22,1%, mentre tra i 45-54enni il dato sale al 56,9%. In altre parole, a sostenere il ritorno della leva sono soprattutto coloro che, se venisse ripristinata, non sarebbero chiamati a farla.

Sensibilità e posizioni politiche

La difesa non è più un argomento bipartisan. “Sul tema della difesa ci si divide molto ormai”, osserva Mazziotti di Celso, e per l’Italia ciò rappresenta una dinamica “abbastanza nuova”. Contano l’età e soprattutto l’appartenenza politica, in linea con quanto segnala la letteratura scientifica, gli elettori tendono ad adottare le posizioni del partito che sentono più vicino. Sull’aumento della spesa, ad esempio, a favore è il 51,5% degli elettori vicini a Fratelli d’Italia, il 48% di Forza Italia, il 32% della Lega e il 26,8% del Pd; tra M5S e Avs prevale la richiesta di ridurla. Sulla politica estera, il 27,8% vuole che l’Italia faccia da sé, mentre il 24,3% punta sulla difesa europea. 

Dentro gli schieramenti ci sono anche delle sorprese. Il Movimento 5 Stelle è più vicino alla Lega nel preferire una politica estera autonoma, mentre Pd e sinistra guardano a Unione europea e Nazioni Unite. Il piano europeo Rearm Europe non convince né la destra radicale né la sinistra, di norma europeista: il 44,6% è contrario mentre il 28% favorevole. E proprio tra gli elettori leghisti, tra i più favorevoli all’uso dei militari per la sicurezza interna, si registra la minore disponibilità a combattere in caso di attacco al Paese (22,5%). Il populismo, invece, pesa meno di quanto ci si aspetti. “Non c’è una grande differenza tra populisti e non populisti”, dice Coticchia, che evidenzia come a distinguere di più rimanga l’asse destra-sinistra. Anche la classificazione delle minacce segue queste linee. In testa ci sono il cambiamento climatico (37,5%, soprattutto tra giovani e a sinistra) e l’immigrazione irregolare (32,5%, più tra gli anziani e a destra); l’aggressività russa è al 19,8%, sebbene il 50,5% degli intervistati giudichi probabile un attacco contro l’Europa. “Non è vero che non c’è questa minaccia”, sottolinea Coticchia, “anche se resta da capire di che tipo sia, ibrida o meno. Su questo c’è molta confusione”. 

Il confronto con le altre opinioni pubbliche europee

Rispetto alle opinioni pubbliche del resto d’Europa, le differenze sono poche, ma nette. Sulla fiducia nelle Forze armate e sul sostegno alla leva l’Italia è in linea con gli altri. Anche la scarsa voglia di combattere non è un’eccezione, fatti salvi i casi di Turchia, Paesi scandinavi e baltici. Lo scarto maggiore si riscontra sul tema delle spese militari. “L’Italia è molto più contraria all’aumento delle spese militari degli altri paesi, persino della Spagna”, spiega Coticchia, sottolineando che Madrid, pur opponendosi all’obiettivo del 5% del Pil, nell’ultimo anno ha aumentato le spese militari più di Roma. 

A colpire è anche lo scarto tra l’attivismo italiano all’estero e il sostegno in Patria alle operazioni multilaterali. “L’Italia cerca di aumentare la propria credibilità all’estero rispondendo di sì agli appelli di Nato e Unione Europea, ma a livello domestico si cerca di nascondere o diluire questo tipo di informazioni”. Comprensibile sul piano elettorale, ammette Coticchia, ma “totalmente controproducente nell’idea di sviluppare una cultura e una politica di difesa. Serve maggiore trasparenza, ma questa trasparenza rappresenta un costo politico che i partiti al momento non sembrano voler pagare”.

Come gli italiani vedono i militari

L’alto grado di fiducia espressa nei confronti delle Forze armate, spiega Mazziotti di Celso, va capita: gli italiani vedono la Difesa come “un’istituzione innocua, non pericolosa per la società e composta da gente onesta”. Ciò non solo in virtù di eventuali legami amicali o familiari con il personale in uniforme, ma anche per i benefici visibili in casa: attività come l’assistenza in caso di calamità naturali (82,2%), il supporto alle forze di polizia (67%) e l’operazione Strade sicure (il 77,7% vuole almeno mantenerla) registrano il maggior gradimento. Il peacekeeping e le missioni all’estero, attività più classicamente militari, si fermano invece al 45,8%. Nelle parole di Mazziotti di Celso: “Gli italiani vogliono bene alle Forze armate, però evidentemente non devono essere ‘troppo armate’ nei compiti che svolgono”.

Lo stesso meccanismo spiega perché minacce molto diverse (dalla crisi climatica alla Russia) finiscano sotto un unico ombrello. “Il ‘nemico’ nelle nostre operazioni militari non è mai stato citato, nonostante le nostre Forze armate siano state coinvolte in diversi combattimenti”, sottolinea Coticchia, “dall’Afghanistan a Mogadiscio”. L’Italia, come la Nato e l’Ue, ha adottato negli anni la logica della gestione delle crisi (crisis management), non quella della difesa da un avversario tradizionale, non solo sul piano dottrinario ma anche su quello comunicativo. Ciò, spiegano Coticchia e Mazziotti, ha contribuito ad associare sempre di più le Forze armate a compiti che non afferiscono direttamente alle competenze della Difesa. I ricercatori, ad esempio, citano il caso dell’impiego dei militari nella gestione dei flussi migratori. “È un problema di natura militare? Assolutamente no”, osserva Coticchia, “eppure è successo dagli anni Novanta, anche con governi di colore diverso, a partire dalla crisi in Albania”.

A complicare il tutto c’è poi una comunicazione pubblica poco chiara, avida di dettagli e troppo spesso demandata alla sola lettura degli atti burocratici, in grado di mettere in difficoltà persino gli addetti ai lavori nella valutazione delle iniziative e delle attività in corso. Vedasi, a tal proposito, il caso Task Force Arabia. Il problema è che tali forme di reticenza comunicativa alimentano a loro volta sospetto da parte dell’opinione pubblica, innescando un ciclo di mutua incomprensione che aiuta a spiegare i risultati, apparentemente paradossali, dell’indagine di YouGov.

Una cultura della difesa da costruire, ma insieme

Dunque, gli italiani si fidano delle loro Forze armate, ma le preferiscono quando svolgono incarichi di polizia, ritengono le minacce esterne reali, ma non vogliono aumentare le spese, mentre al Paese manca ancora un dibattito pubblico informato sui temi della difesa che, però, continua a preferire la voce degli opinionisti a quella degli addetti ai lavori. Come si esce dal paradosso? Non con le iniziative nelle scuole che, secondo Coticchia, che rischiano di produrre la reazione opposta e di far passare un messaggio sbagliato. Serve piuttosto un dibattito trasparente, anche se costoso politicamente: “Se come Paese vogliamo adottare delle scelte solide, strutturate, tali scelte devono essere scelte legittime, e la legittimità deriva dalla condivisione e dalla trasparenza”. La via maestra, secondo i ricercatori, sta nel perseguire un salto di qualità nella comunicazione, al pari di come hanno fatto gli Esteri e l’Intelligence. La Difesa, dice Coticchia, “dovrebbe farlo maggiormente, in maniera seria, coinvolgendo l’Accademia, la società civile e anche coloro che vi si oppongono”. 

Dall’altra parte, Mazziotti di Celso invita a una maggiore comprensione del pubblico nei confronti dei militari, che devono abituarsi a interagire con la società civile e temono un clima di ostilità nei loro confronti. Per questo, conclude, la responsabilità di fare dei passi avanti ricade su entrambi: “Le Forze armate devono aprirsi maggiormente alla società civile, interagire di più, dire di sì invece di dire di no, prendersi dei rischi”, e allo stesso tempo “la società civile deve fare uno sforzo di comprensione”, evitando giudizi ideologizzati e apriorismi. 

Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

16 October 2026 at 17:06

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

15 October 2026 at 16:49

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

Orizzonte 2040, l’Aeronautica militare chiama a raccolta il Sistema Paese

12 October 2026 at 14:09

L’Aeronautica militare chiama a raccolta i protagonisti dell’industria e della ricerca nazionale con l’obiettivo di fare sistema nel Paese tra istituzioni, Forze armate e industria, per essere pronti ad affrontare le sfide di oggi e di domani. Al centro del convegno “Facciamo Sistema”, organizzato presso Palazzo Aeronautica, un orizzonte temporale che guarda al 2040 e la necessità di programmare oggi le capacità che serviranno alle Forze armate in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da crisi, competizione tecnologica e minacce in rapida evoluzione. I temi oggetto del confronto hanno spaziato dalla formazione del personale alla disponibilità dei sistemi d’arma, dalla deterrenza convenzionale allo spazio, fino al dominio cyber, all’intelligenza artificiale e alla resilienza energetica.

Autonomia strategica, ma senza isolamento

Il tema dell’autonomia tecnologica attraversa il confronto. Per Crosetto, la possibilità di disporre di capacità industriali e tecnologiche nazionali è una componente della sicurezza, soprattutto quando le dipendenze esterne riguardano sistemi essenziali per la difesa. Questo non significa, tuttavia, puntare all’autosufficienza in ogni settore. “L’autonomia non significa solitudine, significa avere la possibilità di scegliere”, ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, indicando nelle alleanze e nelle partnership europee e internazionali la via da seguire. La stessa impostazione riguarda il rapporto tra Forze armate e imprese. Per Crosetto, la sicurezza nazionale non può essere ricondotta alle responsabilità di una singola amministrazione o di un solo comparto. “La sicurezza nazionale non appartiene a una sola amministrazione, a una sola Forza armata, a un solo ministero, a una sola industria”. Fare sistema, in questa prospettiva, significa dunque costruire una capacità nazionale che non si esaurisca nelle singole iniziative, ma che consenta di coordinare le scelte pubbliche, le esigenze operative e le competenze industriali con un orizzonte definito e una visione ampia. 

La programmazione di lungo periodo

Per il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e primo promotore dell’iniziativa, il convegno nasce come un’occasione per consolidare il dialogo con il mondo industriale, militare e accademico, individuando le tecnologie sulle quali investire e valutando i tempi necessari per portarle a maturità. Il punto, ha sottolineato il generale, non è soltanto sviluppare nuove soluzioni, ma farlo quando possono ancora produrre un vantaggio operativo. L’alternativa, avverte, è rischiare di trovarsi impreparati.

In questo contesto, fenomeni come l’evoluzione dei droni e la prospettiva di sistemi sempre più autonomi stanno dimostrando quanto rapidamente possano cambiare le esigenze militari. Per questo, spiega Conserva, “il dialogo continuo con il mondo accademico, con il mondo industriale serve ad adeguare i nostri programmi, valutando le prospettive di sviluppo tecnologico e cercando di cogliere ciò che si propone in maniera emergente e devastante”.

Anche per Gian Piero Cutillo, condirettore generale di Leonardo, il rapporto tra industria e Difesa deve cominciare dalle fasi iniziali dello sviluppo dei sistemi. La possibilità di intervenire sulla progettazione, anziché limitarsi a gestire successivamente i problemi, è parte di un cambiamento strutturale che richiede investimenti e programmazione. “Se vogliamo avere un cambiamento strutturale dobbiamo cominciare anche a disegnare i nostri sistemi”, ha spiegato. Il riferimento è sia alle tecnologie da sviluppare sia alle competenze critiche da preservare, per poter modificare e adattare i sistemi quando cambiano le condizioni operative. “La nostra ricetta è quella di avere delle alleanze, non delle dipendenze ma se possibile delle interdipendenze positive e costruttive dove si mettono insieme delle competenze con altre aziende, anche tra le istituzioni, tra le Forze armate e l’industria”. Un modello che, nelle parole di Cutillo, richiede una programmazione di medio e lungo termine e una capacità di investimento capace di sostenere la collaborazione tra i diversi attori.

Dalla disponibilità dei sistemi alla deterrenza

La capacità operativa non dipende soltanto dal numero di sistemi d’arma disponibili, ma anche dalla possibilità di mantenerli efficienti e pronti all’impiego. “Bisogna parlare di disponibilità, di gestione della capacità operativa”, ha evidenziato Cutillo, indicando la necessità di trasformare le informazioni raccolte attraverso le tecnologie in strumenti utili per la gestione e il sostegno dei sistemi. Il rapporto con l’industria, in questo senso, non può limitarsi alla fornitura, ma dovrà contribuire a garantire nel tempo la funzionalità delle capacità acquisite.

Il tema è strettamente legato anche al tema della deterrenza, per lo meno convenzionale. Lo stesso Conserva ha richiamato le difficoltà di un contesto internazionale nel quale le crisi possono evolvere rapidamente e nel quale la disponibilità di strumenti militari credibili deve accompagnarsi alla capacità di impiegarli. La deterrenza convenzionale, segnala il generale, rimane un elemento fondamentale per impedire che un avversario possa sfruttare un vantaggio tecnologico o militare per imporre uno scenario fait accomplì. 

Spazio, cyber e capitale umano

L’orizzonte del 2040 comprende ambiti che incidono direttamente sulla capacità operativa delle Forze armate. Il dominio spaziale, in particolare, non è più soltanto un settore della ricerca scientifica, ma un ambiente nel quale si sta sviluppando una competizione strategica sempre più serrata. La disponibilità dei servizi satellitari, delle comunicazioni e delle capacità di accesso allo spazio può influire sulla continuità delle operazioni. Di conseguenza, la possibilità di compensare rapidamente la perdita o l’indisponibilità di servizi essenziali si configura essa stessa come parte della resilienza nazionale.

Un ragionamento analogo riguarda il cyber e lo spettro elettromagnetico, insieme alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, dei sensori quantistici e del supercalcolo. Sono ambiti nei quali la capacità di elaborare dati, proteggere le proprie reti e limitare la libertà d’azione dell’avversario assume un peso crescente.

Da ultimo, accanto agli investimenti e alle capacità industriali, resta centrale anche la formazione. Lo stesso Crosetto ha richiamato il ruolo del capitale umano nella costruzione di una forza armata moderna, mentre il generale Conserva ha individuato nella formazione specialistica uno dei temi sui quali confrontarsi con il mondo accademico e industriale. La tecnologia, infatti, amplierà anche le possibilità operative, ma richiede competenze in grado di svilupparla, gestirla e adattarla alle esigenze della Difesa. Il percorso verso il 2040 comprenderà quindi anche la capacità di formare professionisti preparati a operare in un ambiente ormai dominato da sistemi autonomi, grandi masse di dati e nuove tecnologie.

Il test missilistico di Macron guarda a Est e a Ovest. Ecco perché interessa tutti

7 October 2026 at 14:39

La Francia ha testato per la prima volta il suo nuovo missile balistico M51.3, conducendo un test nelle acque dell’Oceano Atlantico. Il lancio, seguito personalmente da Emmanuel Macron e diffuso sui canali mediatici dell’Eliseo, è stato volutamente pubblicizzato per dare maggiore risonanza all’evento e consegnare un messaggio: la Francia sta rafforzando le proprie capacità nucleari strategiche. Ma la domanda più interessante è un’altra. A chi è rivolto questo messaggio?

Il lancio e le parole di Macron

A effettuare il lancio, al largo della Bretagna, è stato il sottomarino Le Vigilant della Marine Nationale e il missile, sprovvisto di testata nucleare, è caduto nell’Atlantico settentrionale, a diverse centinaia di chilometri dalla costa. Si è trattato del tredicesimo lancio del programma M51 e il settimo di una sua variante lanciata da un sottomarino, tutti “ovviamente condotti senza testata nucleare”, come ha tenuto a precisare il Ministero della difesa francese. L’ultimo test live-fire risale infatti al 1996, sotto la presidenza di Jacques Chirac. Macron stesso ha assistito al lancio dalla fregata Auvergne e, rivolgendosi ai militari a bordo, ha affermato: “Per la Francia (…) è una formidabile dimostrazione di credibilità e una tappa importante. Oggi siamo più forti. E penso che il messaggio sia stato ricevuto forte e chiaro, ovunque dovesse essere ricevuto”. 

Il missile M51 e il suo posto nella Force de frappe

Prodotto da ArianeGroup (la stessa società che costruisce il lanciatore spaziale pesante Ariane 6), l’M51 è un missile balistico a tre stadi a propellente solido, dal peso superiore alle 50 tonnellate e con una gittata stimata intorno ai 9.500 chilometri, in grado di trasportare da quattro a sei testate a rientro indipendente, altrimenti note come Mirv. Ognuno dei quattro sottomarini classe Le Triomphant in servizio presso la Marine Nationale può imbarcarne fino a 16 e, secondo quanto dichiarato da ArianeGroup, il missile può raggiungere un’altitudine di 2mila chilometri e una velocità di rientro pari a Mach 20. La prima versione risale al 2006, mentre la variante M51.3 è entrata ufficialmente in servizio nell’ottobre del 2025, insieme alla testata Tno-2, le cui specifiche rimangono segrete.

L’M51 rappresenta la spina dorsale della deterrenza nucleare francese, la cui continuità operativa è garantita dalla turnazione dei quattro sottomarini classe Le Triomphant attualmente in servizio. A questa componente sottomarina si affianca la componente aerea, in capo alle Forces Aériennes Stratégiques e alla Marine nationale, che impiega il Rafale armato con il missile Asmpa-R, entrato in servizio nel 2025 e con una gittata di circa 600 chilometri. L’ultima conta delle testate a disposizione di Parigi riporta la cifra di 290 ordigni nucleari, ma a marzo scorso lo stesso Macron ha annunciato che l’arsenale verrà ampliato nei prossimi anni e che i numeri esatti non saranno più resi pubblici.

A chi era rivolto il test?

Macron ha parlato di un messaggio ricevuto “ovunque dovesse essere ricevuto”. Ma, esattamente, chi doveva riceverlo? Probabilmente, questo lancio in grande stile si è rivolto a un’ampia platea di attori. Il primo destinatario è sicuramente l’Alleanza Atlantica, Washington inclusa. Con questo lancio la Francia ha voluto ribadire di rimanere, pur con tutte le sue attuali fragilità economiche e politiche, una potenza nucleare della Nato e di star dando seguito agli annunci dell’ultimo anno relativi all’espansione dell’arsenale nucleare nazionale. Tale dimostrazione è infatti funzionale alla strategia di allargamento della dissuasion avancée, la deterrenza avanzata che la Francia sta portando avanti con alcuni partner europei, in particolare a Est, dove Parigi intende presentarsi come un partner strategico affidabile e un deterrence provider per gli Stati più esposti nei confronti della Russia. Un modello che, vale la pena ricordarlo, resta distinto dal nuclear sharing a guida americana e che prevede che, all’interno di singoli accordi bilaterali, l’Eliseo mantenga l’autorità esclusiva sull’eventuale decisione di impiegare le testate.

Il secondo destinatario è, di conseguenza, proprio la Russia. Il messaggio è che l’Europa (seppur intesa in questo caso forse più come un’estensione della Francia) sta costruendo una sua forma di deterrenza strategica, indipendente da Washington e mirata a scoraggiare eventuali fughe in avanti da parte del Cremlino sul fianco orientale, soprattutto nell’area del Baltico. 

Infine, c’è un terzo attore a cui questo test era rivolto: Berlino. Non che ci siano venti di guerra tra Francia e Germania, ma la portata del riarmo tedesco non è passata inosservata a Parigi, la quale sta facendo i suoi calcoli. Se i piani tedeschi rispetteranno tempi e promesse della Zeitenwende, entro il 2039 la Germania disporrà delle più potenti forze convenzionali d’Europa e, benché Macron abbia dichiarato che entro un decennio il bilancio delle Forze armate francesi sarà raddoppiato, la Francia (come qualsiasi altro Paese europeo) sa di non poter reggere il confronto con la disponibilità finanziaria tedesca. Ottant’anni di pace e di costruzione congiunta del progetto comune europeo non sono passati in secondo piano, ma l’equilibrio strategico tra Francia e Germania rimane una costante della geopolitica europea attraverso i secoli. Stante questa premessa, e non potendo eguagliare i tedeschi sul piano convenzionale, i francesi hanno deciso di puntare sull’unica cosa che Berlino (per ora, almeno) non ha e non può comprare: l’atomica. 

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