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Dibba era vaccinato e pro-vax

30 August 2026 at 16:32

: 🔴💣GRAVE MALORE IMPROVVISO PER ALESSANDEO DI BATTISTA. RICOVERATO IN GRAVI CONDIZIONI A CUBA.

🔥Le prime indiscrezioni parlano di un ictus ischemico. Di Battista è ricoverato attualmente in gravi condizioni a Cuba.

🔺️In molti non hanno voluto esporsi, hanno scelto l’obbedienza cieca, la demenziale narrazione pandemica, l’asservimento al piano depopolativo delle élite, il peroramento dello spietato interesse economico delle multinazionali del farmaco.

⚡Tutti pronti a sostenere che i vaccini fossero la soluzione. Nessuno che parlasse apertamente dei danni a breve, a medio ed a lungo termine di questi veleni.

🔻Sono in molti a subirne oggi drammatiche conseguenze. La maggior parte sono persone comuni, cui i giornali non dedicano spazio. Poi ci sono soggetti più e meno celebri, e la cosa finisce sui giornali.

🏴‍☠️A futura memoria. I vaccini sono veleno. Auguriamo a Di Battista una pronta guarigione.

▪️Approfondimenti a seguito, visionali tutti, è importante esserne informati.

⚠️BOMBA DI BELEN RODRIGUEZ “DOPO IL VACCINO NON SONO MAI PIÙ STATA BENE, VADO AVANTI A FLEBO”
➡️ t.me/ugofuoco/5491

⚠️MALORE PER IL SIONISTA KALUS DAVI. CONSIDERAVA I NON VACCINATI “BOMBE UMANE” E LI PARAGONAVA ALLA NDRANGHETA
➡️ t.me/ugofuoco/5147

⚠️È ALLUCINANTE, MORTI IN UN MESE TRE ATTORI DELLA CELEBRE SOAP OPERA RAI “IL PARADISO DELLE SIGNORE”
➡️ t.me/ugofuoco/5069

⚠️MALORE PER CHRISTIAN VIERI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE E TESTIMONIAL DELLE RESTRIZIONI PANDEMICHE PER LA REGIONE LOMBARDIA
➡️ t.me/ugofuoco/5100

⚠️IN OSPEDALE IL RAPPER SHADE “SONO ANCORA VIVO MA AVEVO SMESSO DI RESPIRARE”. SFOTTEVA DAI SOCIAL I “TIMOROSI” DEL VACCINO BEANDOSI DEI SUOI INOCULI
➡️ t.me/ugofuoco/5112

⚠️OPERATO D’URGENZA AL CUORE IL FIGLIO DI ROCCO SIFFREDI, LEONARDO TANO. PERICARDITE
➡️ t.me/ugofuoco/5085

⚠️DECEDUTO L’ATTORE ANTONELLO FASSARI. NOTO IPERVACCINISTA
➡️ t.me/ugofuoco/5063

⚠️È MORTA ELEONORA GIORGI. FU PROPAGANDISTA VACCINALE
1️⃣ t.me/ugofuoco/4957
2️⃣ t.me/ugofuoco/3481

⚠️MORTO IL VIOLENTO DISCRIMINATORE OLIVIERO TOSCANI. AVEVAMO GIÀ DATO NOTIZIA DEL SUO MALE INCURABILE, IL NOSTRO COMMIATO VIENE OGGI AFFIDATO ALLE PAROLE DELLA FIGLIA
➡️ t.me/ugofuoco/4820

⚠️GRAVE PANCREATITE PER LA LITTIZZETTO. RICOVERATA IN OSPEDALE DA MARTEDÌ SCORSO, SFOTTEVA I NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4904

⚠️È CIECO, ELTON JOHN LO ANNUNCIA PUBBLICAMENTE. FU TESTIMONIAL DELLA PROPAGANDA VACCINALE E SI BEAVA DI ESSERE VACCINATO
➡️ t.me/ugofuoco/4717

⚠️SAMUELE BERSANI ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/ugofuoco/4632

⚠️OCCLUSIONE VASI SANGUIGNI PER LA CONDUTTRICE VICTORIA CABELLO. NEL 2022 AFFERMAVA DI AVER FATTO TUTTI I VACCINI E DI AVERE IL GREEN PASS
➡️ t.me/ugofuoco/4633

⚠️ANGELINA MANGO ANNULLA IL TOUR PER PROBLEMI DI SALUTE
➡️ t.me/contenuticontroinformazione/57

⚠️MORTA PAOLA MARELLA, LA CONDUTTRICE TV AVEVA 61 ANNI
➡️ t.me/ugofuoco/4471

⚠️MALORE IMPROVVISO PER FABRIZIO CORONA
➡️ t.me/ugofuoco/4460

⚠️CANCRO MALIGNO AL SENO PER SABRINA SALERNO
➡️ t.me/ugofuoco/4455

⚠️TUMORE ALLE OVAIE PER LA SUPERMODELLA ITALIANA BIANCA BALTI “SI È ESTESO GIÀ AGLI ALTRI ORGANI”
➡️ t.me/ugofuoco/4447

⚠️RICOVERATA IN OSPEDALE DUE VOLTE ELISABETTA GREGORACI
➡️ t.me/ugofuoco/4444

⚠️MARA VENIER, PARALISI FACCIALE DOPO VACCINO E POI EMORRAGIA ALLA RETINA
1️⃣ t.me/ugofuoco/178
2️⃣ t.me/ugofuoco/4439

⚠️CANCRO AI POLMONI PER LUCA CARBONI. “GRANDE E DIFFICILE DA OPERARE”
➡️ t.me/ugofuoco/4417

⚠️RARO LINFOMA PER ROGER O’DONNELL DEI CURE. DENIGRAVA NON VACCINATI
➡️ t.me/ugofuoco/4407

⚠️MALATTIA INCURABILE PER OLIVIERO TOSCANI
➡️ t.me/ugofuoco/4377

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Zuckerberg cerca di sostituire il 60% del suo personale a Meta con l’intelligenza artificiale

30 August 2026 at 16:16

Per rendere la propria forza lavoro “nativa per l’IA”, Meta ha valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team in tutta l’azienda, fino al 60% in due fasi, come dimostrano documenti interni. Il personale si è ribellato e, poche ore prima di un massiccio licenziamento previsto per maggio, l’amministratore delegato ha annullato i piani per ulteriori tagli.

Di Katie Paul

A gennaio, il CEO di Meta, Mark Zuckerberg, e i suoi più stretti collaboratori si sono riuniti per il loro ritiro annuale di leadership nella sua tenuta alle Hawaii. Lì hanno ideato un piano radicale per ripensare il lavoro all’interno del gigante dei social media nell’era dell’intelligenza artificiale.

Il piano, nome in codice Project OT (acronimo di Organization Transformation, Trasformazione Organizzativa), prevedeva un futuro “nativo per l’IA” per il proprietario di Facebook e Instagram. L’intelligenza artificiale avrebbe sostituito gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero stati supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato, secondo un documento di pianificazione interno visionato da Reuters e da tre persone a conoscenza del progetto.

Durante delle simulazioni di scenari, hanno affermato due di queste persone, i dirigenti hanno valutato la possibilità di ridurre drasticamente le dimensioni di molti team all’interno di Meta, anche del 60%. Ad alcuni dipendenti sarebbero stati offerti ruoli in nuove unità, mentre altri sarebbero stati licenziati nell’ambito di una riduzione del personale che, secondo le proiezioni di un dirigente delle risorse umane, sarebbe stata pari o superiore ai tagli del 25% operati dall’azienda tre anni prima, stando a un altro documento interno.

La ristrutturazione avverrebbe in due “fasi”, a partire da una prima epurazione a maggio, seguita da un’ulteriore riorganizzazione a novembre, secondo quanto emerge da documenti di pianificazione interna visionati da Reuters. Ai licenziamenti si aggiungerebbero la chiusura di posizioni aperte e l’allontanamento di coloro che Meta ritiene non performanti. Questi e altri dettagli del piano, inclusa l’entità della ristrutturazione, non erano stati precedentemente resi noti.

L’intelligenza artificiale si farebbe carico di gran parte del lavoro quotidiano svolto da migliaia di dipendenti umani. I lavoratori virtuali sarebbero supervisionati all’interno di Meta da gruppi più ristretti di personale umano, altamente qualificato.

Ma la notte del 19 maggio, poche ore prima della prima ondata di licenziamenti, Zuckerberg ha ceduto. Meta ha licenziato il 10% dei suoi dipendenti il ​​giorno successivo, ma ha annullato la pianificazione dei tagli di novembre, secondo un documento interno visionato da Reuters.

A quel punto, i dipendenti di Meta erano in aperta rivolta, convinti che le iniziative di trasformazione basate sull’IA dell’azienda fossero in parte finalizzate a sostituirli. I dati interni suggerivano inoltre che la tecnologia degli “agenti” di IA autonomi, al centro della strategia, non stesse producendo i guadagni di produttività sperati. Alcuni investitori si chiedevano cosa Meta avesse da mostrare a fronte delle sue ingenti spese in IA.

Questo articolo rivela per la prima volta la rapidità con cui Meta stava valutando i tagli, le motivazioni alla base dei piani e come questi siano rapidamente falliti. Basandosi su numerosi documenti interni, post e registrazioni esaminati da Reuters, nonché su conversazioni con oltre 20 persone a conoscenza del funzionamento interno di Meta, l’inchiesta mostra come il gigante dei social media abbia tentato di posizionarsi all’avanguardia di una riorganizzazione del mondo del lavoro guidata dall’intelligenza artificiale, per poi inciampare nell’esecuzione.

https://www.reuters.com/investigations/mark-zuckerberg-had-bold-plan-replace-meta-staff-with-ai-heres-how-it-imploded-2026-08-26/

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Destra plebea, sinistra patrizia

29 August 2026 at 16:48

Tra le polemiche estive, una è interessante, benché trattata dagli interessati con il corto respiro della politica italiana. Il presidente del PD Stefano Bonaccini, tipico prodotto della nomenclatura di sinistra ma personalità equilibrata – potremmo chiamarlo Stefano Bonaccioni – ha affermato in un evento del suo partito che “il voto al primo e al secondo Trump, il voto per la Brexit qualche anno fa. Il voto in Germania a destra, quello alla Le Pen, quello in Italia alla Meloni, prima a Salvini oggi forse a Vannacci, è un voto che vede in maniera maggioritaria il voto di chi ha poco studiato di chi vive nelle aree interne o nelle periferie delle città e di chi sta peggio economicamente”. Contra factum non valet argumentum: è la verità accertata da ogni indagine sociologica e empirica.

Con grande velocità e maestria comunicativa, Giorgia Meloni – l’unico vero attivo della coalizione che capeggia – ha replicato così “Quelli che votano per loro sono cittadini colti, consapevoli e intelligenti, mentre quelli che votano per noi sarebbero ignoranti da compatire, quando non da rieducare.” Colpito e affondato. Il punto è che entrambi hanno ragione e torto allo stesso tempo. Soprattutto non riescono a cogliere l’importanza storica di quanto osservano da mestieranti della politica preoccupati più del consenso immediato che delle ricadute di quanto osservano. Ebbene sì, due spettri si aggirano per la terra del tramonto, la sinistra patrizia e la destra plebea. E’ una novità, ma non del tutto: la rivoluzione francese, madre di tutte le rivoluzioni, la fecero avvocati, intellettuali e nobilotti di città, l’opposizione venne dagli strati popolari e contadini, sterminati in autentici genocidi come in Vandea. Fu la liberalissima legge Le Chapelier (1791) ad abolire i corpi intermedi e a lasciare indifeso il popolo dinanzi alla forza impersonale della neonata “nation” (il potere legale) e dell’economia.

Per buona parte del secolo XIX, la sinistra fu liberale, nelle varie accezioni del termine. La violenza sfruttatrice del nuovo potere generò la reazione socialista e comunista; i liberali divennero la destra, egemonizzando i conservatori. Si torna alle origini. I vincenti da un lato, i perdenti dall’altro. Cambia la segnaletica, non la sostanza. Sfumata la mistica marxista del proletariato, leva della rivoluzione comunista, è rimasto ciò che i postmarxisti francofortesi – in particolare Adorno e Horkheimer – compresero un secolo fa: i proletari non sono affatto una classe rivoluzionaria. Lottano per uscire dalla loro condizione e diventare borghesi. Furono loro, con Marcuse, a individuare nuovi gruppi “rivoluzionari”: le donne, le minoranze etniche e sessuali, i giovani visti come classe a parte, le comunità prive di rilievo sociale.

La sinistra – diventata progressista e tornata in qualche modo liberale ( le parole generiche multiuso attraggono sempre) ha imparato la lezione e si è messa dalla parte dei vincenti. Quelli veri, le oligarchie economiche e finanziarie liberatesi a loro volta dai principi di ieri in nome del nuovo dio immanente, il mercato diventato globale, onnipotente. Conquistato potere dopo aver affollato determinate facoltà universitarie e aver conquistato le casematte del potere ( eterogenesi dei fini del pensiero di Gramsci!) è ovvio che questi ceti– molto numerosi e quasi sempre garantiti – non vogliano mollarlo: per questo votano a sinistra. Poiché la loro formazione è prevalentemente giuridico-amministrativa, sociologica, filosofica, psicologica, si considerano gli unici illuminati. E’ un ampio ceto snob, con una crescente percentuale femminile . E’ a suo agio nei centri commerciali, ama le novità di ogni genere, specie tecnologiche, è affascinata dai cosiddetti “ diritti” (dinanzi ai doveri si ritrae scandalizzata) e fa parte del tipo umano sradicato volontariamente, cosmopolita, che non si sente di nessun luogo (i nowhere della sociologia anglosassone). L’altra caratteristica è il narcisismo: guardano solo se stessi, si amano e si considerano, come avrebbe detto il Principe di Salina, il Gattopardo, il sale della terra. Naturale che abbiano orrore di tutti gli altri, esattamente come le classi alte del passato, “ i signori” che almeno sapevano trarre dai loro ranghi una classe dirigente.

Bonaccini nasce comunista, sa bene che la sua parte era formata prevalentemente dallo stesso popolo che adesso si è spostato altrove. Operai, le loro famiglie, lavoratori e lavoratrici manuali , abitanti delle periferie, generazioni intere sradicate dalla rivoluzione industriale, che in Italia arrivò a fine anni Cinquanta. Non avevano master, lauree o diplomi, ma volontà, capacità di lavoro, spirito di sacrificio, amore per la famiglia e per la loro terra, speranza nel futuro. I ceti parassitari – a sud incarnati dal notabilato, da possidenti agrari, da insegnanti, burocrati di ogni ordine e grado, a nord soprattutto dalla rampante borghesia imprenditoriale insofferente delle limitazioni e sospettosa dello Stato, stavano dall’altra parte. E’ una divisione rozza e assai parziale, ma rende l’idea.

Sempre alto contro basso, centro contro periferia, oligarchie e ceti tecnici e intellettuali di supporto contro popolo. I vincenti degli ultimi sessanta-settant’anni si sono posizionati a sinistra (il termine è puramente descrittivo) perché vi hanno trovato ciò che cercavano. Indifferenti ai principi dell’identità, della religione, della nazione, della famiglia, non più interessati ai temi sociali, attratti dal fantasma della libertà intesa come liberazione dai vincoli, hanno trovato in un certo tipo di studi la chiave per affermare alcuni valori e soprattutto elevare la propria condizione economica e il proprio peso sociale. Hanno occupato le burocrazie, aumentate di numero e importanza, sempre votate al controllo, alla gestione (due sostantivi centrali nell’universo mentale progressista) a una visione legalistica, formalistica della realtà: il ceto dei “protocolli” che esentano dal pensiero e soprattutto dalla responsabilità.

Si sono impadroniti della scuola, abbandonata da molti insegnati uomini per lo scarso prestigio economico. Egemonizzano professioni come la psicologia, l’assistenza sociale, i quadri amministrativi pubblici, la legione dei cosiddetti “esperti”. Sono istintivamente di sinistra non per progressismo, ma, paradossalmente per l’opposto: ce l’hanno fatta, ora guardano dall’alto in basso la massa sottostante, i penultimi, gli sconfitti del nostro tempo. Hanno sostituito il razzismo di ieri e la distanza di classe con la supponenza culturale, il suprematismo dei semicolti, semi riflessivi, semi abbienti, semi moralisti, sempre con il dito alzato e le sopracciglia inarcate nello sdegno mentre guardano in basso senza tentare di capire. Se non fossero i padroni del linguaggio, sarebbero la destra, termine caricato di ogni negatività. Perciò Bonaccini ha ragione quando segnala il disagio che induce i meno colti, i non garantiti, gli abitanti dei piccoli e medi centri, i superstiti ceti rurali, chi non ha potuto terminare gli studi, a ideali e scelte avverse alla sua parte. Ma sono i suoi ad averli abbandonati e innanzitutto ad avere screditato, vilipeso, ridicolizzato i loro principi e valori. Non può stupirsi se i perdenti non ci stanno.

Ha ragione la Meloni a difendere i suoi elettori, ma non può dimenticarsi di rappresentarli, come è accaduto nei deludenti anni di governo. Nulla di ciò che chiedeva il suo popolo è stato realizzato su temi centrali come immigrazione, ordine pubblico, guerra, riarmo, difesa dei ceti medi. Più ancora, dovrebbe prendere atto che il giudizio sommario della sinistra sulla destra non è del tutto infondato, specie sul piano culturale, e lavorare per rimuoverlo, evitando di affidare questi temi ad azzimati maestrini da salotto televisivo. Inutile indorare la pillola: un numero gigantesco di militanti è interessato a soli tre temi: i liberalconservatori alle tasse e al totem dell’impresa; gli altri all’immigrazione, in cui confondono il fenomeno, drammatico, con l’immigrato, che è una persona.

Chi ha lottato per decenni contro l’indifferenza culturale delle varie destre lo sa. A minoranze di grandissima qualità, vasti interessi e larghe conoscenze, frequentatori di blog, siti Internet, librerie di nicchia, animatori di circoli, lettori voraci, pubblicisti accaniti, si contrappone una maggioranza enorme di indifferenti, se non di ignoranti soddisfatti. Incapaci di approfondimento, infastiditi da ogni argomentazione che non riguardi il portafogli o gli stranieri, non hanno però ogni colpa. Sono diseducati da decenni: pensa a tutto il capo di turno. Nel passato leader politici come Almirante, Malagodi o Fanfani, poi Berlusconi, adesso Meloni e l’ultimo arrivato, il generalissimo.

Dobbiamo ammetterlo con il dispiacere, l’impotenza e la delusione di una vita: discutere con i progressisti può infastidire, far male, stupire per il rifiuto della realtà di alcuni, ma farlo con l’elettore medio di destra è spesso disperante. Epperò il motivo per cui la destra è così popolare presso i gruppi sociali citati da Bonaccini – che ha dimenticato di analizzare (non gli conviene!) la forte preminenza maschile – è elementare. Nella società contemporanea il conflitto non è più esclusivamente verticale, tra ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, ma, come dicevamo , tra centro e periferia, popolo e oligarchie, ceti burocratici, tecnici, “esperti” garantiti e masse non garantite, tra identitari e cosmopoliti. Bonaccini lo ha capito, mentre dal lato opposto ci si limita a rispondere con slogan piccati, ancorché efficaci. E’ la differenza tra riflessione e approssimazione, approfondimento e pesca delle occasioni. Se la neo destra è plebea è perché è sconfitta. Talvolta vince sfruttando i madornali errori dell’avversario, ma non rappresenta un’ alternativa. Parafrasando il comunistissimo Dario Fo: il padrone del discorso sa mille parole, il perdente trecento. Per questo vince.

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Kaliningrad sotto assedio virtuale: la NATO mette alla prova la propria capacità di neutralizzazione elettronica

29 August 2026 at 09:18

Analisi

Alberto Pagani· · 16 min di lettura

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in…

Il 18 agosto una formazione insolitamente numerosa di velivoli ha riempito i cieli della Polonia settentrionale e del Baltico, in una delle più ampie e meno annunciate esercitazioni aeree condotte dalla NATO negli ultimi anni lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Gli osservatori del traffico aereo, abituati a monitorare i movimenti militari nella regione, hanno registrato tra i venticinque e i cinquanta velivoli impegnati contemporaneamente; le autorità alleate non hanno confermato una cifra precisa, invocando ragioni di sicurezza operativa.

L’operazione, guidata dagli Stati Uniti e supervisionata dal comando aereo alleato, ha avuto come teatro l’area compresa tra la Polonia e Kaliningrad, l’exclave russa incuneata tra il territorio polacco e quello lituano: settantacinque chilometri di costa fortemente militarizzata, sede della Flotta del Baltico, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di una fitta rete di difese antiaeree S-400. Per capire perché la NATO abbia scelto di misurarsi proprio con questo lembo di terra, e proprio in queste settimane, occorre allargare lo sguardo oltre la cronaca del 18 agosto: la logica che oggi governa Kaliningrad affonda in una storia molto più lunga di quella della crisi in corso.1

Una città che la storia ha già messo alla prova

Prima di essere un problema militare, Kaliningrad è un problema storico, e vale la pena ricordarlo per misurare la distanza fra ciò che quella terra ha rappresentato e ciò che è diventata. Fondata nel 1255 dai cavalieri dell’Ordine Teutonico con il nome di Königsberg, la città fu per secoli capitale culturale e amministrativa della Prussia orientale. Vi nacque nel 1724 e vi trascorse l’intera esistenza, senza mai allontanarsene in modo significativo, Immanuel Kant: il filosofo che nel 1795 scrisse “Per la pace perpetua”, il progetto filosofico di un ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla forza. Che proprio quella città sia oggi teatro di un’esercitazione concepita per dimostrare la capacità di neutralizzarne militarmente il potenziale offensivo è una delle ironie più amare che la geografia politica europea potesse riservare.

A Königsberg è legato anche uno degli episodi fondativi della matematica moderna: il problema dei sette ponti, posto dagli abitanti della città e risolto nel 1736 da Leonhard Euler, che dimostrò l’impossibilità di attraversarli tutti senza mai ripercorrere lo stesso ponte due volte. Da quella dimostrazione nacque la teoria dei grafi, la disciplina matematica che studia le reti di nodi e connessioni e che, quasi tre secoli più tardi, costituisce il fondamento teorico con cui si modellano le reti di comunicazione, le infrastrutture critiche e, non ultimo, lo spettro elettromagnetico che la guerra elettronica moderna è chiamata a saturare. Una coincidenza che la storia sembra aver voluto sottolineare: la città che pose le basi teoriche della scienza delle reti è oggi, ancora una volta, al centro di un confronto che si gioca sulla capacità di controllare o interrompere una rete.

La cesura arriva con la Seconda guerra mondiale. Assediata e conquistata dall’Armata Rossa dopo una resistenza tedesca durissima, capitolata il 9 aprile 1945, Königsberg fu assegnata all’Unione Sovietica dalla Conferenza di Potsdam insieme alla porzione settentrionale della Prussia orientale. La popolazione tedesca superstite venne espulsa e sostituita con coloni provenienti da ogni angolo dell’URSS, in un’operazione di russificazione deliberata pensata per prevenire qualunque rivendicazione futura; nel 1946 la città fu ribattezzata Kaliningrad in onore di Michail Kalinin. Fu proprio Mosca, e non Vilnius, a mantenere il controllo diretto dell’oblast, respingendo negli anni Cinquanta persino una proposta di Chruščëv di cederlo alla Lituania sovietica: una scelta amministrativa che si sarebbe rivelata decisiva nel 1991, quando la disgregazione dell’URSS lasciò Kaliningrad separata dal resto della Federazione Russa, mentre un’analoga exclave prussiana, Klaipėda, seguiva le sorti della Lituania indipendente.2

La fortificazione dell’area non fu una conseguenza automatica dell’annessione, ma una scelta strategica precisa, maturata con la formazione del Patto di Varsavia nel 1955: Mosca individuò in Kaliningrad, e in particolare nel vicino porto di Baltijsk, l’unico scalo russo sul Baltico libero dai ghiacci per l’intero anno, condizione che nessun altro porto sovietico nella regione poteva garantire. Nel 1952 la città divenne sede del quartier generale della Flotta del Baltico, trasformandosi in una città chiusa, inaccessibile agli stranieri per l’intera durata della Guerra fredda. È la stessa logica idrografica, unita alla posizione proiettata in profondità nello spazio oggi controllato dalla NATO, a spiegare perché Kaliningrad resti tuttora sede dell’undicesimo corpo d’armata, di sistemi missilistici Iskander a capacità nucleare e di batterie costiere Bastion con missili antinave Oniks: la stessa concentrazione di potenza di fuoco che, settant’anni più tardi, l’esercitazione del 18 agosto ha voluto mettere alla prova.3

Il valore della base navale di Baltijsk, tuttavia, non si esaurisce nella dimensione regionale del Baltico. Va letto in relazione al disegno più ampio della militarizzazione russa dell’Artico, il cui baricentro resta la penisola di Kola, sede della Flotta del Nord e della componente sottomarina della deterrenza nucleare strategica di Mosca. Se la penisola di Kola custodisce la capacità di secondo colpo, garantendo ai sottomarini lanciamissili un bastione protetto nel mare di Barents, la Flotta del Baltico assolve una funzione complementare: presidiare il fianco occidentale, addestrare unità e testare capacità anfibie e di attacco elettronico, liberando la Flotta del Nord dal doversi occupare anche del teatro baltico. Le due aree condividono la medesima logica dottrinale del bastione fortificato, applicata su scala geografica diversa ma con lo stesso obiettivo: proteggere, attraverso l’accumulo di sistemi d’arma e la saturazione dello spazio circostante, i nodi strategici più sensibili del dispositivo militare russo. È dentro questa cornice, non accanto ad essa, che va collocata l’esercitazione NATO del 18 agosto.4

La logica della deterrenza: perché ora, e perché in questa forma

È la stessa logica geografica che nel Cinquecento fece di Königsberg la capitale di un ducato affacciato sul Baltico, e che nel secondo dopoguerra spinse Mosca a trasformarla in una fortezza off-limits, a spiegare perché sia proprio quel lembo di terra a tornare oggi al centro dell’attenzione strategica occidentale. Cambiano gli strumenti – non più cannoniere e divisioni corazzate, ma pod di disturbo elettronico e piattaforme di sorveglianza radar –, ma la sostanza resta la stessa: chi controlla Kaliningrad controlla un varco che nessuna delle due parti può permettersi di ignorare. Ed è dentro questa continuità storica che si inserisce, con particolare efficacia, la lettura che Gianluca Di Feo (uno dei migliori analisti e giornalisti italiani che scrivono di guerra) ha proposto su la Repubblica: la deterrenza è una disciplina complessa in cui diplomazia e forza si alternano con la massima attenzione a non superare i limiti, proprio perché il suo scopo non è vincere uno scontro, ma impedire che una crisi degeneri in un conflitto aperto.5

Di Feo colloca l’esercitazione dentro un precedente rimasto scolpito nella memoria degli analisti atlantici: nel novembre 2021, mentre le divisioni corazzate russe si allineavano lungo il confine ucraino, il direttore della Cia William Burns volò a Mosca per un colloquio che non riuscì a scongiurare l’invasione. Quella lezione, secondo questa lettura, non è stata dimenticata, ed è alla luce di essa che va compreso il senso più profondo del 18 agosto: non una provocazione fine a se stessa, ma quella che i manuali dottrinali dell’Alleanza definiscono una dimostrazione di determinazione – un insieme coordinato di segnali militari e diplomatici pensati per comunicare all’avversario, prima che sia troppo tardi, che ogni opzione resta sul tavolo. È una lettura che condivido, e che aiuta a spiegare perché l’esercitazione sia arrivata proprio ora: dopo settimane in cui l’intelligence occidentale, secondo la ricostruzione di Di Feo, avrebbe colto la volontà di Mosca di testare la coesione atlantica con una provocazione armata oltre i propri confini, nella convinzione che Washington non sarebbe intervenuta.

Il perché della forma scelta – la guerra elettronica anziché una dimostrazione di potenza cinetica – discende direttamente dalla natura del bersaglio. Kaliningrad, come si è visto, è dagli anni Cinquanta un bastione costruito attorno alla capacità di vedere e colpire per primi: un sistema di tipo A2/AD, Anti-Access/Area Denial, che si regge su una rete di sensori, radar e comunicazioni prima ancora che sui lanciatori missilistici veri e propri. Mostrare a Mosca di poter penetrare e accecare quella rete, anche solo per la durata di un’esercitazione, equivale a dimostrarne la vulnerabilità senza sparare un colpo: è la deterrenza per negazione applicata al teatro più esposto del fianco orientale, ed è precisamente il primo dei motivi che Di Feo individua nell’operazione del 18 agosto.

Sul piano tecnico, il centro di quella dimostrazione è stato l’EA-37B Compass Call (foto apertura), il più recente velivolo da attacco elettronico dell’aeronautica statunitense: un Gulfstream G550 pesantemente modificato, capace non solo di disturbare le frequenze radar e di comunicazione avversarie ma di mandare in tilt le strumentazioni con un bombardamento mirato di impulsi elettromagnetici. Schierato per la prima volta in questa configurazione a ridosso dell’exclave, ha operato insieme a un aereo da sorveglianza radar E-3A AWACS e a una piattaforma di ricognizione ARTEMIS II decollata da un aeroporto rumeno dopo aver sorvolato Ungheria e Slovacchia, costruendo un quadro elettromagnetico completo dell’area.6

Un pacchetto di questo tipo, sostenuto da un numero significativo di aerocisterne – tra cui un KC-767A dell’Aeronautica militare italiana, un KC-135R statunitense e due A330 MRTT dell’Alleanza – non è concepito per un singolo passaggio dimostrativo, ma per sostenere una permanenza prolungata sul teatro operativo. Ed è qui che il racconto di Di Feo aggiunge un dettaglio che merita di essere sottolineato: l’operazione ha reso deliberatamente visibile solo una parte del proprio dispositivo. I trasponditori delle aerocisterne e dei radar volanti sono rimasti accesi, quasi a voler essere osservati; quelli di decine di caccia, affiancati da manovre navali e corazzate, sarebbero invece rimasti spenti – il tutto senza violare in alcun momento i confini aerei, terrestri o marittimi altrui. Sul terreno, la simulazione dell’assedio si è tradotta anche in un gesto fisico e volutamente visibile: reparti polacchi hanno sbarrato le strade di accesso con cavalli di frisia, gli sbarramenti anticarro a incrocio che richiamano, non senza un certo valore simbolico, le fortificazioni di un’epoca che si credeva superata. Un’esercitazione pensata, insomma, per essere in parte vista e in parte intuita: la manifestazione più pura della logica dimostrativa di cui si è detto.

Quella lettura trova conferma anche nelle parole con cui, poche settimane prima, il generale Christopher Donahue, comandante delle forze statunitensi in Europa e Africa, aveva descritto le nuove capacità alleate: la NATO sarebbe oggi in grado di occupare Kaliningrad “in tempi mai visti prima”, aveva dichiarato, collocando l’affermazione nel quadro della nuova strategia nota come Eastern Flank Deterrence Line. L’esercitazione del 18 agosto, protrattasi secondo la ricostruzione di Di Feo fino alla notte di venerdì 21, appare come la traduzione operativa di quella dichiarazione: non un’occupazione simulata nel senso tradizionale, ma la dimostrazione che l’exclave può essere isolata dal punto di vista elettromagnetico e logistico in tempi rapidissimi, privando le forze russe ivi schierate della capacità di coordinarsi, ricevere dati bersaglio e comunicare con il resto del teatro.7

Resta il secondo motivo individuato da Di Feo, che riguarda la tutela del corridoio di Suwałki: la striscia di poco più di cento chilometri che collega la Polonia alla Lituania e che costituisce l’unico collegamento terrestre tra i Paesi baltici e il resto dell’Alleanza. Un’eventuale chiusura di quel corridoio, coordinata con un’azione offensiva dall’exclave, isolerebbe Estonia, Lettonia e Lituania nel giro di ore: l’esercitazione ha inviato in questo senso un avvertimento politico-militare esplicito, pensato per scoraggiare qualunque tentativo di blitz russo proprio nel punto più esposto dell’intera architettura di sicurezza del fianco orientale. E resta, infine, il terzo motivo, più immediato e meno simbolico degli altri due: testare in condizioni reali, a ridosso dei confini russi, piattaforme di guerra elettronica di ultima generazione ha permesso all’Alleanza di verificare la propria prontezza operativa e di azzerare il fattore sorpresa che il Cremlino potrebbe altrimenti sfruttare in una crisi improvvisa – un guadagno che si materializza già nell’immediato, indipendentemente da qualunque sviluppo futuro, perché i tempi di reazione delle difese russe e il coordinamento tra assetti aerei di più nazioni sono stati osservati e messi agli atti.

Se questi tre motivi spiegano il perché militare dell’operazione, è nei giorni immediatamente successivi che si è misurata la componente diplomatica della stessa logica di deterrenza – quella che, secondo Di Feo, non può mai essere disgiunta dalla forza. Il Cremlino non ha dato segni di essersi lasciato intimidire: sabato 22 agosto Vladimir Putin ha usato un’immagine volutamente inquietante, dichiarando che gli attacchi ucraini sul territorio russo avrebbero scoperchiato un “vaso di Pandora”, scelta lessicale che, in un leader abitualmente misurato nei toni pubblici, è stata letta da più osservatori come la conferma dei timori peggiori. Due giorni dopo, lunedì 24 agosto, il direttore della Cia John Ratcliffe ha attraversato l’Atlantico per atterrare a Mosca il giorno seguente e incontrare Sergej Naryškin, dal 2016 a capo del servizio segreto per l’estero Svr e figura di lunghissima fiducia di Putin.

Il contenuto del colloquio è rimasto riservato: secondo il Wall Street Journal vi sarebbe stato un avvertimento esplicito sulla protezione statunitense degli alleati da ogni aggressione, mentre altre fonti riferite da Di Feo parlano anche di un’apertura a un possibile canale di de-escalation, con l’offerta di una mediazione americana per fermare i raid ucraini contro le raffinerie in cambio della cessazione degli attacchi russi contro porti, navi e centrali elettriche ucraine – una proposta già avanzata da Zelensky in precedenza e finora respinta da Mosca con un’intensificazione, e non un’attenuazione, dei bombardamenti. È il volto diplomatico della stessa dimostrazione di determinazione che nei cieli del Baltico ha assunto la forma della guerra elettronica: due canali paralleli, militare e negoziale, tenuti aperti nello stesso momento.8

Su questo equilibrio pesa anche un calendario politico che la lettura di Di Feo non manca di sottolineare: mancano poco più di tre settimane alle elezioni per la Duma, e benché il partito di Putin non abbia rivali strutturati, il presidente sarebbe consapevole di un consenso in calo e, secondo questa ricostruzione, poco incline ad apparire debole proprio in questa fase. Nei giorni della crisi lo scambio di colpi tra le parti non si è fermato: missili balistici russi su Kiev in parte intercettati dai sistemi Patriot appena consegnati dagli Stati Uniti, droni ucraini contro depositi e stabilimenti in territorio russo, un missile britannico Storm Shadow contro un comando nel Donbass che ha innescato minacce di Mosca contro Londra, e una visita non programmata di Lukashenko al Cremlino che ha riacceso, nei comandi alleati, il timore di un’offensiva dal territorio bielorusso verso i Paesi baltici. I timori raccolti dall’intelligence occidentale, secondo questa ricostruzione, non riguarderebbero comunque l’impiego di testate nucleari tattiche: lo snodo resta, ancora una volta, il Baltico.9

Un fianco orientale sotto pressione crescente

L’esercitazione del 18 agosto e il canale diplomatico apertosi nei giorni successivi non vanno letti come un episodio a sé stante, ma come un tassello – probabilmente il più visibile, ma non l’unico – di una sequenza di attriti che negli ultimi mesi ha progressivamente eroso il margine di ambiguità lungo l’intero confine orientale dell’Alleanza. Solo due giorni dopo l’inizio del wargame, il 20 agosto, il ministero della Difesa finlandese ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo sovrano da parte di un velivolo da ricognizione elettronica russo Ilyushin Il-20M nel golfo di Finlandia, in un corridoio aereo internazionale largo appena quindici-venti chilometri che le autorità di Helsinki ed Estonia mantengono aperto proprio per garantire i collegamenti russi verso Kaliningrad e San Pietroburgo – la stessa exclave, ancora una volta, al centro della scena.10

A ciò si sommano gli episodi, ormai ricorrenti nelle ultime settimane, di droni non identificati rilevati sopra la Polonia, la Romania e diversi scali scandinavi, che hanno costretto diverse capitali europee a rivedere le proprie regole d’ingaggio e ad alzare il livello di allerta nei cieli. Il Cremlino ha respinto ogni responsabilità diretta in questi episodi, ma il clima diplomatico tra Mosca e l’Alleanza si è comunque irrigidito su più fronti contemporaneamente: l’ambasciatore russo a Parigi ha avvertito che l’abbattimento di un velivolo russo da parte della NATO sarebbe considerato un atto di guerra, il segretario generale Mark Rutte ha ribadito che ogni centimetro del territorio alleato, spazio aereo compreso, sarà difeso, e proprio in questi stessi giorni Ratcliffe cercava a Mosca un canale che tenesse insieme fermezza e apertura al dialogo. Sono, in fondo, le due facce della stessa medaglia che dà il titolo a questa analisi: la deterrenza come equilibrio permanente, mai acquisito una volta per tutte, tra la dimostrazione di forza e la ricerca di un canale che eviti l’errore di calcolo.

Letta in questa luce, l’esercitazione del 18 agosto smette di essere un episodio isolato per diventare la chiave di lettura di un momento preciso nella relazione tra NATO e Russia: un confronto che si gioca sempre meno sul terreno degli scontri aperti e sempre più su quello della sorveglianza elettronica, della saturazione informativa e della dimostrazione di capacità – accompagnato, quando necessario, da un canale diplomatico che nessuna delle due parti ha interesse a chiudere del tutto. È il segno di una competizione che si è spostata, in larga misura, nello spettro elettromagnetico e in quello, altrettanto delicato, dei segnali politici: chi controlla la capacità di vedere, comunicare, colpire per primo e negoziare al momento giusto, in un teatro compresso come quello baltico, detiene un vantaggio che nessuna esibizione isolata di potenza convenzionale potrebbe replicare con altrettanta efficacia.

Resta da capire se Mosca interpreterà questo insieme di segnali – militari, tecnologici e diplomatici insieme – come un deterrente credibile o, al contrario, come un ulteriore pretesto per intensificare la propria pressione ibrida sul fianco orientale europeo, magari attendendo l’esito delle elezioni per la Duma prima di scoprire le proprie carte. La storia recente delle relazioni russo-atlantiche nel Baltico, e la stessa storia più lontana di Kaliningrad, suggeriscono che la seconda ipotesi non sia meno probabile della prima.

  • 1Fonti: militarnyi.com, “NATO Aircraft Conduct Large-Scale Unannounced Exercises Near Kaliningrad”, 18 agosto 2026; ilmessaggero.it, “Nato, la maxi operazione sul Baltico”, 18 agosto 2026.
  • 2Fonti: Treccani, voce “Kaliningrad”; Aspenia Online, “Il nodo di Kaliningrad e il Baltico tra NATO e Russia”; Britannica, “Kaliningrad”.
  • 3Fonti: Tiscali Notizie, “Kaliningrad, un porto russo al centro dell’Europa del Baltico”; Aliseo Editoriale, “Kaliningrad, il bastione russo sul Mar Baltico”; Wikipedia, voce “Flotta del Baltico”.
  • 4Fonte: IARI, “L’Artico come bastione”, 21 luglio 2026.
  • 5Fonte: Gianluca Di Feo, “Russia, l’assedio virtuale a Kaliningrad: così la Nato ferma Putin”, la Repubblica, 28 agosto 2026, https://www.repubblica.it/esteri/2026/08/28/news/russia_assedio_virtuale_kaliningrad_nato_ferma_putin-425550845/
  • 6Fonti: migflug.com, “NATO Massed Its Jets Right Next to Kaliningrad”, 18 agosto 2026; associazioneeuropalibera.wordpress.com, 22 agosto 2026.
  • 7Fonte: Kyiv Independent / Defense News, “US general says NATO could seize Russia’s Kaliningrad with ‘unheard of’ speed”, 17 luglio 2026.
  • 8Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 9Fonte: Gianluca Di Feo, la Repubblica, 28 agosto 2026, cit.
  • 10Fonte: peacelink.it, “La Finlandia sospetta che un velivolo russo abbia violato il suo spazio aereo”, 20 agosto 2026

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Russia avvia la produzione di massa del sistema “Volna Kupol Garant”, che disgrega Starlink

29 August 2026 at 09:02

LE MONDE RISEGNA CHE GLI UCRAINI STANNO GIÀ RIMPIANGENDO CHE IL SISTEMA SATELLITARE DI MUSK NON È PIÙ QUELLO CHE ERA UN TEMPO.

Esperto Militare di Mosca, Colonnello Viktor LITOVKIN: “Il sistema ‘Volna-Kupol-Garant’ non danneggia i satelliti, ma piuttosto acceca i satelliti e i terminali Starlink nelle zone di combattimento, interrompendo la comunicazione tra gli operatori ucraini e i droni.”

Corrispondente di Guerra e Commentatore Dmitry STESHIN: “Ogni sistema del genere copre circa 20 chilometri quadrati. Venti sistemi ‘Volna Kupol Garant’ hanno protetto l’intera autostrada ‘Novorossiya’, lunga 400 chilometri, inclusi ponti, incroci e viadotti. Questi sistemi interrompono il collegamento tra Starlink e i droni americani Hornet e Begemot utilizzati dalle forze armate ucraine.

Direzionando un segnale potente fino a 500 chilometri di altezza, dove si trovano i satelliti di Elon Musk, ‘Volna’ li acceca letteralmente.”

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Il Fascismo fu un socialismo di successo (al contrario dell’Urss)

29 August 2026 at 08:54

Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra»

di Luigi Copertino

Con un’introduzione di Franco Cardini.

Esiste una storia del fascismo che non si lascia ricondurre senza residui alle categorie politiche attraverso cui siamo abituati a leggerlo.

Con «Fascismo socialista», Luigi Copertino inaugura «Marmorea», la nuova collana di Edizioni Imprimere dedicata agli studi sul fascismo.

L’autore torna alle origini, alle idee e alle molteplici anime del fenomeno fascista, seguendo un filo spesso trascurato: quello che lega una parte della sua genesi politica e culturale al socialismo, al sindacalismo rivoluzionario, alla questione sociale e al tentativo di coniugarla con la nazione.

Dalla distinzione tra «fascismo movimento» e «fascismo regime» prende forma un’indagine che attraversa uomini, dottrine e conflitti del Novecento, mettendo in discussione la capacità della tradizionale opposizione destra/sinistra di esaurire la comprensione di esperienze politiche assai più contraddittorie e composite.

Ne emerge un lavoro ampio e documentato, che restituisce alla storia la sua complessità e invita il lettore a confrontarsi con genealogie politiche spesso dimenticate, rimosse o semplificate.

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Col diploma di scuola alberghiera non si ha la cultura generale per governare

28 August 2026 at 08:14

LA CATASTROFE MELONI

In quattro anni ha combinato una catastrofe: ci ha trascinato nella follia ucraina senza mettere mai in dubbio nulla, ha regalato le infrastrutture telecomunicative della Telecom agli americani della KRR, ha favorito le mafie impedendo ai giudici di applicare l’ergastolo ostativo e ne ha limitato gli strumenti d’indagine ostacolando i procuratori i quali non possono più combattere concretamente la criminalità organizzata.

Inoltre ha affidato la cybersicurezza ad Israele, e mi fermo qua…stiamo parlando di uno dei peggiori Governi della storia d’Italia ed è proprio per tal ragione che ha resistito per così tanto tempo poiché ha messo d’accordo tutti gli svendipatria che riempiono le istituzioni!

Francesco Centineo

🔵 Vi invitiamo a seguirci per mantenervi informati su importanti temi di geopolitica, o altro e su riflessioni ad ampio raggio❗️

🔴 LIBERTÀ E DEMOCRAZIA
👉  Canale Libertà e democrazia
[27/08/2026 18:03] Maurizio Blondet: La Lituania chiede agli Stati Uniti un resoconto: qual è stato lo scopo del viaggio del direttore della CIA a Mosca?

Il leader dei conservatori lituani, Laurynas Kasčiūnas, intende ottenere la convocazione della commissione del parlamento lituano per la sicurezza nazionale e la difesa, per capire “cosa è successo, perché è andato, quale è stata la reazione e di quali scenari si sta parlando”.

Secondo lui, i deputati che lavorano nel settore della sicurezza sono tenuti a possedere “un certo livello di conoscenza” delle trattative tra il direttore della CIA e il Cremlino.

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Mosca avverte che potrebbe colpire installazioni militari britanniche con una dichiarazione senza precedenti

27 August 2026 at 20:09

Dall’inizio della guerra in Ucraina, il Regno Unito è stato costantemente tra i più aperti e ferventi sostenitori militari di Kiev, trasferendo ripetutamente armamenti pesanti, inclusi missili a lungo raggio all’avanguardia come lo Storm Shadow.

All’inizio di questa settimana, la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di fornire all’Ucraina tecnologia classificata per consentire la produzione locale del missile da crociera aviolanciato SCALP, di progettazione anglo-francese (noto nel Regno Unito come Storm Shadow). Gli alleati prevedono di avviare una linea di produzione in Ucraina entro la fine dell’anno.

L’Ucraina ha già utilizzato il suo missile da crociera Neptune, prodotto e progettato internamente, per colpire raffinerie di petrolio e siti militari in profondità nel territorio russo. Un missile SCALP di produzione nazionale aumenterebbe la probabilità che l’Ucraina utilizzi questo missile di progettazione occidentale per attaccare direttamente la Russia, il che non farebbe altro che accrescere la possibilità di un potenziale scontro tra Mosca e la NATO. Le forze ucraine sembrano aver già utilizzato il missile a Donetsk e in altre località più vicine al fronte nel Donbass. Giovedì, il Cremlino ha lanciato uno dei suoi avvertimenti e minacce più forti a Londra, accusando il Regno Unito di “partecipare pienamente alla guerra al fianco di Kiev” e, di conseguenza, di ostacolare qualsiasi possibilità di colloqui di pace, alimentando ulteriormente le tensioni. Mosca ora sostiene che anche le installazioni militari britanniche potrebbero diventare bersaglio di attacchi diretti. La portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha dichiarato in una conferenza stampa giovedì: “Abbiamo ripetutamente avvertito che la risposta agli attacchi ucraini con armi britanniche contro il territorio russo potrebbe essere diretta contro qualsiasi installazione e equipaggiamento militare britannico in Ucraina e altrove”.

Zakharova ha esortato “tutti i residenti del Regno Unito a riflettere sulle inevitabili e catastrofiche conseguenze delle misure ostili adottate dalle loro autorità”. Ha inoltre dichiarato: “Proponiamo che la leadership britannica rianalizzi attentamente la situazione e abbandoni immediatamente, nel modo più risoluto e inequivocabile, la linea ostile e aggressiva, che non può che… creare il rischio di un’escalation del conflitto a un livello completamente nuovo.”

Ironia della sorte, queste dichiarazioni giungono subito dopo una rara visita a Mosca del direttore della CIA. Funzionari statunitensi affermano che l’incontro di martedì tra John Ratcliffe e alti funzionari dell’intelligence del Cremlino avesse lo scopo di avvertire il presidente Putin di non attaccare alcun membro della NATO. Tuttavia, molti analisti dubitano che questa fosse la motivazione ufficiale.

La Russia potrebbe colpire installazioni militari britanniche in Ucraina e altrove in risposta ad attacchi ucraini con armi britanniche – portavoce del Ministero degli Esteri britannico pic.twitter.com/JRrPaRipUX — Sputnik (@SputnikInt) 27 agosto 2026 Giovedì Zakharova ha anche affermato che Gran Bretagna e Francia stavano “giocando con il fuoco” dopo anni di crescente coinvolgimento in Ucraina. Londra, tuttavia, sembra irremovibile, come ha dichiarato giovedì un funzionario del Ministero della Difesa britannico: “La Gran Bretagna è al fianco dell’Ucraina e ci impegniamo a fornirle l’equipaggiamento necessario per difendersi dall’invasione illegale di Putin. La Russia non deve avere dubbi sulla determinazione di questo governo a opporsi all’aggressione russa, in Ucraina e contro il Regno Unito e i nostri alleati”, ha affermato il funzionario.

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Londra prepara un false flag per far scattare l’articolo 5

27 August 2026 at 07:19
© ANSA/EPA

Wsj, capo della Cia ha avvertito Putin di non attaccare i Paesi Nato

Durante il suo viaggio a sorpresa a Mosca

NEW YORK, 27 agosto 2026, 00:34

Redazione ANSA

Il viaggio a sorpresa del capo della Cia a Mosca è stato per avvertire la Russia di non attaccare i Paesi della Nato. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti informate sulla prima visita nota di John Ratcliffe a Mosca.

L’avvertimento segue le nuove valutazioni dell’intelligence americana, secondo le quali Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la determinazione della Nato con un attacco limitato contro un paese dell’alleanza nei prossimi anni.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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Il Vaticano e la guerra di Trump contro l’Iran

26 August 2026 at 12:55

👉 L’Iran ha un alleato inaspettato nella sua lotta contro l’amministrazione Trump in Medio Oriente e oltre: il Vaticano.

Non c’è stato un oppositore occidentale più forte della guerra contro l’Iran di Papa Leone XIV. Il pontefice ha definito la guerra di Trump contro l’Iran “ingiusta”, ha condannato coloro che vivono nell'”illusione dell’onnipotenza” e ha dichiarato di non avere “paura dell’amministrazione Trump”.

La posizione ferma del Papa ha fatto apparire il team di Trump decisamente ridicolo:

➡️ “Crociato capo”, Pete Hegseth, ha affermato che gli Stati Uniti stavano conducendo la guerra contro l’Iran “in nome di Gesù Cristo”. Ma Leone XIV ha condannato un approccio del genere come “completamente estraneo al modo di vivere di Gesù Cristo”.

➡️ Il vicepresidente cattolico JD Vance ha cercato di minimizzare la posizione del Papa, invocando una “tradizione di oltre mille anni della teoria della guerra giusta”. Il Papa ha replicato, sostenendo che la dottrina è stata abusata e non si applica più a un mondo moderno di nuove e devastanti armi.

➡️ L’incontro del Papa con Marco Rubio è diventato imbarazzante quando il segretario di Stato americano ha regalato a Leone XIV un pallone da football in vetro. “Wow. Ok”, ha risposto il pontefice, in modo conciso.

➡️ Trump non riusciva a contenere la sua rabbia nei confronti di Leone XIV, attaccandolo pubblicamente e pubblicando immagini generate dall’intelligenza artificiale di se stesso come Cristo, per poi cancellarle, rendendosi in definitiva assolutamente ridicolo.

➡️ Infine, il 12 maggio 2026, il Papa ha conferito all’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede la Gran Croce dell’Ordine Pontificio di Pio IX.

Iran e Vaticano

🌏 La posizione del Papa non è affatto nuova. Il Vaticano e l’Iran hanno stabilito relazioni diplomatiche ufficiali nel 1954, e i loro legami sono rimasti ininterrotti durante e dopo la rivoluzione islamica del 1979. Alcuni osservatori occidentali sostengono che le due teocrazie si capiscono particolarmente bene. Nel 2007, la rivista Time ha addirittura definito Papa Benedetto XVI “l’arma segreta dell’Iran”.

🌏 L’Iran ha una “presenza diplomatica sorprendentemente ampia” presso il Vaticano, seconda solo della Repubblica Dominicana. Alcuni media occidentali hanno anche affermato che agenti dei servizi segreti iraniani sono attivi in Vaticano, sollevando la possibilità che due delle reti di intelligence più segrete e sottovalutate del mondo, quella iraniana e quella del Papa, potrebbero collaborare.

Iran, Vaticano e Spagna: scacchi geopolitici in 3D

🔴 Secoli di esperienza politica, reti clandestine, immense ricchezze e immensa influenza ideologica rendono il Vaticano un attore geopolitico formidabile.

🔴 I media occidentali hanno recentemente indicato un altro alleato inaspettato del Vaticano e dell’Iran: il primo ministro spagnolo ateo e socialista Pedro Sanchez, un dissidente europeo, che non solo ha impedito all’esercito statunitense di utilizzare le basi spagnole durante la guerra con l’Iran, guadagnandosi i complimenti di Leone XIV, ma ha anche mediato un incontro segreto tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

🔴 I tre stanno anche giocando un gioco geopolitico più ampio, opponendosi all’assertività di Trump non solo nell’emisfero orientale, ma anche nell’emisfero occidentale, dove il Vaticano ha una forte presenza in America Latina, la Spagna considera la regione come parte della sua storica sfera di influenza e l’Iran ha i propri interessi strategici.

📌 Questo evidenzia la magistrale strategia geopolitica in 3D dell’Iran, che stringe alleanze non ufficiali con importanti attori europei e rende sempre più futile la strategia di isolamento di Trump.

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Aveva dettto  a ppppppppppproposito degli aiuti USA a Zelenski: “Muoiono dei russ

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Il Vaticano e la guerra di Trump contro l’Iran

26 August 2026 at 12:41

[24/08/2026

Non c’è stato un oppositore occidentale più forte della guerra contro l’Iran di Papa Leone XIV. Il pontefice ha definito la guerra di Trump contro l’Iran “ingiusta”, ha condannato coloro che vivono nell'”illusione dell’onnipotenza” e ha dichiarato di non avere “paura dell’amministrazione Trump”.

La posizione ferma del Papa ha fatto apparire il team di Trump decisamente ridicolo:

➡️ “Crociato capo”, Pete Hegseth, ha affermato che gli Stati Uniti stavano conducendo la guerra contro l’Iran “in nome di Gesù Cristo”. Ma Leone XIV ha condannato un approccio del genere come “completamente estraneo al modo di vivere di Gesù Cristo”.

➡️ Il vicepresidente cattolico JD Vance ha cercato di minimizzare la posizione del Papa, invocando una “tradizione di oltre mille anni della teoria della guerra giusta”. Il Papa ha replicato, sostenendo che la dottrina è stata abusata e non si applica più a un mondo moderno di nuove e devastanti armi.

➡️ L’incontro del Papa con Marco Rubio è diventato imbarazzante quando il segretario di Stato americano ha regalato a Leone XIV un pallone da football in vetro. “Wow. Ok”, ha risposto il pontefice, in modo conciso.

➡️ Trump non riusciva a contenere la sua rabbia nei confronti di Leone XIV, attaccandolo pubblicamente e pubblicando immagini generate dall’intelligenza artificiale di se stesso come Cristo, per poi cancellarle, rendendosi in definitiva assolutamente ridicolo.

➡️ Infine, il 12 maggio 2026, il Papa ha conferito all’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede la Gran Croce dell’Ordine Pontificio di Pio IX.

Iran e Vaticano

🌏 La posizione del Papa non è affatto nuova. Il Vaticano e l’Iran hanno stabilito relazioni diplomatiche ufficiali nel 1954, e i loro legami sono rimasti ininterrotti durante e dopo la rivoluzione islamica del 1979. Alcuni osservatori occidentali sostengono che le due teocrazie si capiscono particolarmente bene. Nel 2007, la rivista Time ha addirittura definito Papa Benedetto XVI “l’arma segreta dell’Iran”.

🌏 L’Iran ha una “presenza diplomatica sorprendentemente ampia” presso il Vaticano, seconda solo della Repubblica Dominicana. Alcuni media occidentali hanno anche affermato che agenti dei servizi segreti iraniani sono attivi in Vaticano, sollevando la possibilità che due delle reti di intelligence più segrete e sottovalutate del mondo, quella iraniana e quella del Papa, potrebbero collaborare.

Iran, Vaticano e Spagna: scacchi geopolitici in 3D

🔴 Secoli di esperienza politica, reti clandestine, immense ricchezze e immensa influenza ideologica rendono il Vaticano un attore geopolitico formidabile.

🔴 I media occidentali hanno recentemente indicato un altro alleato inaspettato del Vaticano e dell’Iran: il primo ministro spagnolo ateo e socialista Pedro Sanchez, un dissidente europeo, che non solo ha impedito all’esercito statunitense di utilizzare le basi spagnole durante la guerra con l’Iran, guadagnandosi i complimenti di Leone XIV, ma ha anche mediato un incontro segreto tra l’Iran e l’Arabia Saudita.

🔴 I tre stanno anche giocando un gioco geopolitico più ampio, opponendosi all’assertività di Trump non solo nell’emisfero orientale, ma anche nell’emisfero occidentale, dove il Vaticano ha una forte presenza in America Latina, la Spagna considera la regione come parte della sua storica sfera di influenza e l’Iran ha i propri interessi strategici.

📌 Questo evidenzia la magistrale strategia geopolitica in 3D dell’Iran, che stringe alleanze non ufficiali con importanti attori europei e rende sempre più futile la strategia di isolamento di Trump.

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Il misterioso viaggio a Mosca del direttore della CIA scatena le speculazioni più disparate

26 August 2026 at 08:22

Qualcosa bolle in pentola, come dimostra l’improvvisa visita a sorpresa a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe a bordo di un aereo da trasporto militare C-17.

Il dibattito pubblico è in fermento, con numerose ipotesi sul significato di questa visita. È opportuno, tuttavia, contestualizzare la situazione ricordando che si tratta della prima visita in Russia di un direttore della CIA dopo la fatidica visita del novembre 2021 del direttore William Burns, segnata dall’ultimo tentativo degli Stati Uniti di impedire alla Russia di lanciare la sua invasione, avvenuta poco più di due mesi dopo.

Pertanto, molti hanno giustamente attribuito grande importanza a quest’ultimo arrivo.

https://www.wsj.com/world/cia-director-john-ratcliffe-makes-surprise-trip-to-moscow-c1c68fa6

Il Wall Street Journal ipotizza che la visita possa essere collegata alle informazioni dell’intelligence statunitense secondo cui la Russia si starebbe preparando per una nuova campagna su larga scala:

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, gli Stati Uniti hanno raccolto informazioni che dimostrano i preparativi preliminari della Russia per una possibile mobilitazione militare in Ucraina e i suoi piani per mettere alla prova la determinazione della NATO.

Secondo gli analisti, Ratcliffe potrebbe incontrare il presidente russo Vladimir Putin per lanciare un avvertimento. “Potrebbe dire: ‘Sappiamo cosa stai pensando di fare, e faresti meglio a non farlo'”, ha affermato Beth Sanner, ex vicedirettrice dell’intelligence nazionale statunitense per l’integrazione delle missioni. “Potrebbe anche riguardare il cessate il fuoco con l’Iran e la possibilità di coinvolgere qualcun altro nella discussione”, ha aggiunto, precisando che Ratcliffe potrebbe anche accennare al sostegno del Cremlino all’Iran in seguito alla nuova campagna di sanzioni statunitensi contro il regime .

Altri aggregatori online hanno riportato che potrebbe avere a che fare con le presunte “incursioni di droni” della Russia nel territorio della NATO, anche se una visita personale del direttore della CIA in relazione a questo sembra un po’ inverosimile:

La visita del direttore della CIA Ratcliffe al Cremlino è stata un ultimatum in merito alle recenti incursioni di droni in territorio NATO, volto a dissuadere la Russia dall’intensificare gli attacchi su Kiev in seguito agli attacchi ucraini contro i magazzini della catena di approvvigionamento commerciale, secondo quanto riferito da un alto funzionario statunitense a Faytuks Network.

Il canale russo RVoenkor riferisce che fonti ucraine ritengono che l’incontro sia una risposta a una “importante operazione segreta” che la Russia starebbe preparando.

A Mosca si sono svolti colloqui con il direttore della CIA riguardanti un’importante operazione segreta.

  • Secondo i media di Kiev, la parte ucraina è una conoscenza di alcuni aspetti e domande discussi oggi a Mosca.
  • si tratta di un’operazione di grande importanza, la cui preparazione è avvenuta in segreto per un certo periodo. I suoi risultati potrebbero avere un impatto significativo sugli sviluppi futuri.

Che tipo di operazione potrebbe essere?

Ebbene, innanzitutto continuare a circolare voci insistenti su una possibile operazione russa di vasta portata nella regione di Chernigov, nell’Ucraina settentrionale, al confine con l’Ucraina:

Avatar X per @AMK_Mapping_
Mappatura AMK 🇳🇿
@AMK_Mapping_
Secondo le mie informazioni provenienti da fonti sia russe che ucraine, esiste la possibilità che la Russia effettui un’incursione transfrontaliera dall’oblast di Bryansk all’oblast di Chernihiv. Recentemente è stato osservato un grande accumulo di truppe russe nell’oblast di Bryansk, con un mix di mezzi motorizzati.
Immagine
8:29 · 25 agosto 2026 · 85.100 visualizzazioni
27 risposte · 119 condivisioni · 1.060 Mi piace
AMK Mapping scrive:

Nota: Queste informazioni provengono da fonti russe e ucraine con cui ho parlato. Entrambi mi hanno dato il permesso di pubblicarle. Sono stati omessi i dettagli che potrebbero essere utilizzati dalla Russia o dall’Ucraina per colpire l’altra parte. Tutto ciò che è menzionato qui è già noto a entrambe le parti. Le frecce sulla mappa sono puramente illustrative.

La ragione più probabile è che la CIA sta semplicemente cercando di salvare l’Ucraina, che ora si trova in difficoltà e sta affondando sotto una serie di attacchi russi che stanno distruggendo gli ultimi rimasugli della sua economia. È per questo motivo che la scorsa settimana Stati Uniti e Ucraina avrebbero elaborato l’ennesimo piano disperato per costringere la Russia a un cessate il fuoco.

https://www.thetimes.com/world/russia-ukraine-war/article/zelensky-peace-plan-ceasefire-latest-772nnwglp

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Ran: – Le nuove sanzioni statunitensi difficilmente funzioneranno

26 August 2026 at 08:16

Visto il totale fallimento della campagna di bombardamenti israelo-americana contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trasferito il compito di rovesciare il regime iraniano dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth al Segretario al Tesoro Scott Bessent.

Affidare questo compito a un ex conduttore televisivo a un gestore di fondi (due volte) fallito difficilmente cambierà l’esito del conflitto.

Dieci giorni fa Bessent ha preannunciato una nuova campagna economica contro l’Iran. Nonostante il tempo impiegato per definire una nuova politica, i risultati sono scarsi. Ci sono alcune nuove sanzioni contro entità iraniane che potrebbero effettivamente danneggiare l’Iran. Ma l’Iran è soggetto a sanzioni statunitensi sin dalla nascita della Repubblica Islamica nel 1979 e ci è abituato.

La principale nuova minaccia da parte degli Stati Uniti è rappresentata da sanzioni secondarie contro entità non iraniane che continuano a intrattenere rapporti commerciali con il Paese. Tuttavia, il discorso di Bessent di ieri, durato quasi otto minuti, è stato vago sulle misure concrete da adottare. Non sono stati forniti né tempistiche né scadenze.

Le ragioni sono ovvie. Qualsiasi tentativo di imporre sanzioni secondarie serie, soprattutto contro la Cina, si ritorcerà contro di esse. Bessent lo ha inavvertitamente ammesso:

Riconoscendo che una raffica di nuove sanzioni contro paesi di tutto il mondo potrebbe avere conseguenze indesiderate, Bessent ha aggiunto: “Perché dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?”.

L’intera minaccia si è così rivelata un bluff:

L’annuncio di Bessent ha seguito uno schema già visto. Aveva passato giorni a promettere un “D-Day economico”, l’equivalente sanzionatorio dello sbarco in Normandia. Ma quando l’annuncio è finalmente arrivato, come ha detto uno dei nostri giornalisti, è stato più simile a un colpo di avvertimento.

Il governo cinese, in particolare, non condivide le sanzioni statunitensi:

“La guerra economica e le tattiche di massima pressione non contribuiscono a risolvere i problemi. Non faranno altro che alimentare ulteriormente i conflitti, innescare effetti a catena, sconvolgere l’ordine economico e finanziario globale e ledere i diritti e gli interessi di altri Paesi”, ha dichiarato Lin Jian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

La priorità assoluta è allentare la tensione e tornare al più presto al dialogo e al negoziato, ha aggiunto Lin, precisando che la Cina adotterà le misure necessarie per salvaguardare con fermezza i propri legittimi diritti e interessi.

Teheran presume che questa nuova serie di sanzioni sia volta a dare agli Stati Uniti il ​​tempo di prepararsi a un nuovo attacco. Il suo vantaggio risiede nella capacità di anticiparlo:

Nel fine settimana, il capo della sicurezza iraniana ha lanciato un avvertimento, affermando che qualsiasi Paese che si unisse agli sforzi statunitensi per isolare l’Iran sarebbe “considerato da noi un nemico”. Secondo un analista di Anton, se la pressione economica dovesse aumentare, l’Iran probabilmente cercherà un modo per esercitare una nuova pressione militare sugli Stati Uniti o sui loro alleati del Golfo.

Ieri sera l’Iran ha danneggiato un’altra petroliera che aveva tentato di attraversare lo Stretto sotto protezione statunitense.

Rimangono aperte alcune domande a cui Scott Bessent non ha ancora risposto:

  • Cosa succederà dopo? Quando?
  • Dato che l’opzione militare si è rivelata inefficace, come reagiranno gli Stati Uniti quando (non se) l’Iran intensificherà le ostilità?

Pubblicato da b alle 10:41 UTC | Commenti (219)
24 agosto 2026
Guerra all’Iran: – Il Borg ammette la perdita di controllo in Medio Oriente
Almeno una parte del Borg della politica estera statunitense è giunta alla conclusione che gli Stati Uniti abbiano perso il loro ruolo primario in Medio Oriente. Sembra esserci poca volontà di riconquistare tale posizione.

Lo scopo di questo post è raccogliere queste voci.

Marc Lynch scrive su Foreign Affairs:

La fine del Medio Oriente americano – L’Iran e l’ultimo respiro di un ordine fallito (archiviato) – Foreign Affairs, settembre/ottobre 2026

Il Medio Oriente americano è finito. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è una delle tante vittime della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’incapacità americana e israeliana di rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze. L’incapacità degli Stati Uniti di proteggere i propri alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha minato fatalmente il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la rete di basi militari nella regione. E l’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e l’abbandono di qualsiasi pretesa di interesse a raggiungere un accordo con i palestinesi hanno posto fine alla missione decennale di Washington di unire i propri alleati arabi e Israele in una partnership di sicurezza duratura.

Ciononostante, alla fine di marzo Lynch, da interventista liberale qual è, sostiene la necessità di “diffondere ulteriormente la democrazia” in nome dei “diritti umani” in Medio Oriente. È ciò che l’istinto dei “liberali” del Partito Democratico prescrive. È il motivo per cui i Democratici, qualora tornassero al potere, probabilmente sosterrebbero un prolungamento della guerra contro l’Iran.

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Il programma di Futuro Nazionale è ottimo

25 August 2026 at 17:02

Matteo D’Amico

” Il programma di “Futuro Nazionale” è davvero ottimo in molte sue parti, ma soprattutto nel coraggio con cui affronta i temi legati alle misure pro-life e al rispetto della legge naturale. Senza entrare nei dettagli si può dire che sono proposte molto valide quelle volte a favorire la natalità, a frenare l’aborto e la cultura della morte, a ostacolare la propaganda omosessualista e LGBT in generale, per una fiscalità che tuteli la famiglia, per una riforma del sistema bancario e creditizio, per porre un freno all’immigrazione incontrollata.

Valida anche l’idea di fondo di risvegliare un profondo spirito patriottico, di tutelare la memoria della propria identità storica e culturale rivendicando come valore la fede cattolica e, in generale, i valori sorti da due millenni di civiltà cristiana. Va tutto bene, ma ci sono anche dei problemi all’orizzonte: in primo luogo Vannacci dovrà fare i conti con l’opposizione della Conferenza Episcopale Italiana, guidata dall’ukltra-modernista e progressista cardinal Zuppi. La Chiesa cattolica è da anni guidata da una gerarchia che ha di fatto affiancato servilmente i poteri forti finanziari e ha fatto sua l’agenda ecologista e immigrazionista, strizzando l’occhio anche al mondo LGBT e femminista. Il secondo punto di domanda è il seguente:

Futuro Nazionale si ispira a valori e a una visione del mondo che sono in larga misura coerenti con la Tradizione cattolica pre-conciliare (ovvero di sempre), ma di fatto oggi la percentuale largamente maggioritaria dei cattolici praticanti (che possiamo stimare in un 15 % della popolazione) aderisce pienamente al modernismo dominante dal Concilio Vaticano II in poi.

Questi cattolici spesso (anche se non sempre) sono politicamente di sinistra e aborrono valori di “destra” e tradizionalisti. Il cattolico progressista (o catto-comunista) è istintivamente contro una visione di destra della politica ed è vicino semmai al PD e a Zuppi. Viceversa c’è una maggioranza silenziosa di persone (soprattutto nella fascia 50/65 anni) che hanno magari perso il rapporto con la pratica religiosa e coi sacramenti, ma che sono politicamente sani e perfettamente in grado di capire il messaggio di Futuro Nazionale. Mi sentirei di suggerire al generale di mantenere intatto il suo programma, ma di non enfatizzare il suo fondamento, o i suoi riferimenti religiosi. Le cose che si propone -se è sincero e se davvero è disposto a lottare per attuarle- bastano e avanzano ad affermarsi, anche lasciando implicito il riferimento alla fede cattolica e al nostro passato religioso.

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Guerra all’Iran: – La dirigenza USA ammette la perdita di controllo in Medio Oriente

25 August 2026 at 07:25

Almeno una parte della dirigenza della politica estera statunitense è giunta alla conclusione che gli Stati Uniti abbiano perso il loro ruolo primario in Medio Oriente. Sembra esserci poca volontà di riconquistare tale posizione.

Lo scopo di questo articolo è raccogliere queste voci.

Marc Lynch scrive su Foreign Affairs:

La fine del Medio Oriente americano – L’Iran e l’ultimo respiro di un ordine fallito (archiviato) – Foreign Affairs, settembre/ottobre 2026

Il Medio Oriente americano è finito. L’ordine regionale che ha prevalso dal 1991 è una delle tante vittime della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il fallimento americano e israeliano nel rovesciare il regime di Teheran ha dimostrato la bancarotta di decenni di sanzioni e violenze. L’incapacità degli Stati Uniti di proteggere i propri alleati del Golfo dagli attacchi iraniani o di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz ha minato fatalmente il patto di sicurezza fondamentale che giustificava la loro rete di basi militari nella regione. E l’atteggiamento sempre più minaccioso di Israele e l’abbandono di qualsiasi pretesa di interesse a raggiungere un accordo con i palestinesi hanno posto fine alla missione decennale di Washington di unire i suoi alleati arabi e Israele in una duratura partnership di sicurezza.

Ciononostante, alla fine di marzo Lynch, da interventista liberale qual è, sostiene la necessità di “diffondere ulteriormente la democrazia” in nome dei “diritti umani” in Medio Oriente. È ciò che l’istinto dei “liberali” del Partito Democratico prescrive. È il motivo per cui i Democratici, qualora tornassero al potere, probabilmente sosterrebbero un prolungamento della guerra contro l’Iran.

Sull’Atlantic, il neoconservatore Robert Kagan riflette sulle conseguenze della sconfitta degli Stati Uniti:

Iran scatenato – La potenza dominante in Medio Oriente d’ora in poi non saranno gli Stati Uniti o Israele, ma l’Iran. (Archiviato) – Atlantic, 23 agosto 2026

Per anni, l’Iran si è trovato ad affrontare un equilibrio di potere in Medio Oriente a lui sfavorevole. La regione era dominata da una superpotenza americana ostile, da un Israele dotato di armi nucleari e militarmente superiore, e da importanti attori locali – Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti – strategicamente ed economicamente allineati con gli Stati Uniti.

Oggi l’Iran si trova in una situazione completamente nuova. Si è scontrato frontalmente con la superpotenza e con Israele, ha resistito ai loro attacchi con le armi più avanzate ed è più che sopravvissuto. Di conseguenza, l’Iran, con l’aiuto americano, ha completamente riconfigurato la struttura di potere in Medio Oriente e nel Golfo Persico. La potenza dominante nella regione, d’ora in poi, sarà l’Iran, non gli Stati Uniti o Israele. I paesi confinanti si stanno già adattando a questa nuova realtà. Anche le potenze più distanti lo faranno. Per anni, il mondo ha avuto a che fare con un Iran limitato. Ora scoprirà cosa significherebbe un Iran senza freni.

Kagan afferma che l’Iran non ha bisogno di un memorandum d’intesa, né di alcun altro accordo con gli Stati Uniti. Non ha nemmeno bisogno di armi nucleari. Le sanzioni contro l’Iran non serviranno a nulla:

Il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran è uno strumento di potere più efficace di un’arma nucleare. Un’arma nucleare potrebbe scoraggiare un attacco, ma il controllo dello stretto conferisce all’Iran un’influenza quotidiana su decine di paesi. Con esso, l’Iran può ricompensare gli amici, punire i nemici, ricavare entrate, forzare l’allentamento delle sanzioni e indurre i governi a pensarci due volte prima di opporsi alle politiche iraniane. Può fare tutto questo senza sparare un colpo e mantenendo la capacità di minacciare la violenza quando necessario.

La strategia sanzionatoria che per decenni ha contribuito a isolare l’Iran si è basata sulla cooperazione internazionale. Le nazioni che dipendono dall’accesso allo stretto – Giappone e Corea del Sud, ad esempio – dovranno scegliere tra l’accesso a una fornitura energetica affidabile e la partecipazione alle sanzioni sostenute dagli Stati Uniti. Sceglieranno la solidarietà con Washington – questa Washington – a discapito dei propri interessi economici? Nel nuovo ordine che l’Iran sta creando, un regime di sanzioni globali rischia di essere insostenibile.

In un editoriale sul New York Times, Rosemary Kelanic di Defense Priorities presenta un’argomentazione economica a favore della fine del blocco contro l’Iran e della possibilità per quest’ultimo di riscuotere i pedaggi dalle navi che attraversano lo Stretto:

Lasciate che l’Iran controlli lo Stretto di Hormuz – NY Times, 24 agosto 2026

Dal punto di vista finanziario, i pedaggi di transito sono più vantaggiosi per gli Stati Uniti e per il mondo rispetto a una prolungata semi-chiusura dello Stretto. … Se la situazione di stallo a Hormuz dovesse causare un’impennata dei prezzi del petrolio, i danni economici potrebbero essere ingenti, soprattutto per gli Stati Uniti, la cui economia è molto più dipendente dal petrolio rispetto a quella di altre grandi potenze come Russia e Cina.

… Per quanto imbarazzanti sarebbero le tasse sullo Stretto di Hormuz per gli Stati Uniti e per il signor Trump personalmente, monetizzare il passaggio sicuro incoraggerebbe l’Iran a consentire il transito di quante più navi possibile, in modo da poter riscuotere maggiori pedaggi. E se l’Iran dovesse diventare dipendente dalle entrate derivanti dall’amministrazione dello stretto, chiuderlo in futuro per ragioni politiche diventerebbe più difficile.

Il generale McCaffrey (in pensione), un falco che aveva ordinato l’autostrada

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Il Patto della Mecca è fine dell’egemonia USA in Medio Oriente

24 August 2026 at 20:42

Non penso di esagerare dicendo che questo è veramente il colpo  finalew a gli Stati Unitigli Stati Uniti: l’Arabia Saudita è appena entrata in un’alleanza simile alla NATO con il Pakistan, per cui “qualsiasi attacco a uno dei due paesi è un attacco a entrambi”.

Il simbolismo è straordinario: l’Arabia Saudita era in molti modi IL caso emblematico degli stati clienti degli Stati Uniti. Se loro non si fidano più delle garanzie di sicurezza americane, perché dovrebbero farlo gli altri? E naturalmente il fatto che questo sia realmente accaduto e non sia stato impedito dagli Stati Uniti è di per sé immensamente rivelatore. Questo ha così tante altre conseguenze che è quasi troppo da comprendere: –

Primo, significa che l’Arabia Saudita beneficia ora della deterrenza nucleare del Pakistan (e l’accordo include il nucleare: un alto funzionario saudita ha detto ad Al Jazeera che “si tratta di un accordo difensivo completo che comprende tutti i mezzi militari”, aljazeera.com/news/2025/9/17). Che significa che ora abbiamo ufficialmente due blocchi supportati dal nucleare in Medio Oriente: Stati Uniti-Israele contro Pakistan-Arabia Saudita. Inoltre, il Pakistan rifiuta esplicitamente una dottrina di “no first use” – il che significa che l’Arabia Saudita ha ora un protettore disposto a usare armi nucleari in modo preventivo. – Dato che l’81% delle importazioni di armi del Pakistan proviene dalla Cina (scmp.com/news/china/mil), significa anche che l’Arabia Saudita si è appena allineata indirettamente con il complesso militare-industriale cinese – Questo estende di fatto il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) fino al Golfo Persico, protetto da armi nucleari pakistane e tecnologia militare cinese – creando un corridoio energetico sicuro dal Medio Oriente alla Cina che aggira completamente lo Stretto di Malacca –

Il tempismo è probabilmente tutt’altro che casuale, solo pochi giorni dopo l’attacco di Israele al Qatar, la prova ultima dell’inutilità della protezione statunitense. – Altri stati del Golfo, e probabilmente a tempo debito altri paesi “protetti” dagli Stati Uniti, esploreranno modelli comparabili nei prossimi mesi. Di fatto, questo potrebbe portare a un collasso a cascata del sistema di alleanze globali statunitense, portando a un intero nuovo sistema internazionale in cui le potenze nucleari regionali diventano fornitori di sicurezza. – Difficile vedere come questo non uccida permanentemente qualsiasi chance di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita: il Pakistan non riconosce Israele né e con questa alleanza i sauditi ora possono resistere alla pressione statunitense dato che non dipendono più esclusivamente da loro per la loro difesa – Mette l’India in una posizione estremamente difficile: il suo arcinemico è appena diventato il garante di sicurezza per uno dei suoi principali fornitori di energia – Questo uccide indubbiamente l’IMEC (Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa), la strategia di punta dell’amministrazione Biden per contrastare la Belt and Road della Cina, che avrebbe dovuto collegare l’India all’Europa via Arabia Saudita – C’è anche un aspetto monetario: questo è un altro chiodo nella bara del sistema del petrodollaro (un accordo per prezzare il petrolio esclusivamente in USD in cambio di protezione statunitense). L’Arabia Saudita è ora molto più flessibile nel prezzare il petrolio nella valuta che desidera E questo è solo ciò che è immediatamente visibile. Come parola finale: se qualcuno aveva ancora dubbi sul fatto che fossimo ora in un mondo multipolare, quel dibattito è ora chiuso per sempre. Il dominio globale americano non esiste più.

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Sui temi etici, “FUTURO NAZIONALE” (Vannacci) è il primo partito Pro-Life d’Italia

24 August 2026 at 20:28

È scritto nero su bianco sul programma. Il partito di Roberto Vannacci è il primo, completamente pro life e contrario all’ aborto.

Via le unioni civili, il matrimonio torna l’ unico istituto di coppia e le adozioni solo per le famiglie con padre e madre.
Per provare a invertire la crisi delle nascite, deroga al Patto di Stabilità europeo, che permetta di spendere in natalità prima di pensare a Green deal e riarmo.

«Il matrimonio rimane l’unico istituto di coppia, perché solo la procreazione ha rilievo pubblico», afferma Vannacci.

Il programma propone quindi l’abrogazione delle unioni civili e indica nella famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna il modello da sostenere, con politiche fiscali e abitative, asili nido e congedi.

Futuro Nazionale è il primo partito anti abortista italiano: «L’aborto non è un diritto», le associazioni pro-vita devono entrare nei consultori. Il concepito viene ricoverato «come soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati» già durante la gravidanza.

Il posizionamento politico è quello del Movimento statunitense MAGA, che ha una posizione netta, a tutela della vita dal concepimento alla fine naturale, in linea con la dottrina sociale della Chiesa Cattolica.

È, dunque, un orizzonte valoriale del partito di stampo tradizionalista e conservatore. Chiaramente, il problema rimane l’ attuabilità, in un Parlamento liberale e Dem. Si tratterà di una sfida esplicita per tutti i partiti di centrodestra, che partecipano attivamente al Family Day o lo sostengono, che guarda ai Repubblicani USA, vincitori nel 2025 con un progetto assolutamente pro Life.
[24/08/2026 20:47] Maurizio Blondet: 🇷🇺 LA RUSSIA CHE PIACEVA ALL’OCCIDENTE: DEBOLE, SVENDUTA E CON GLI OLIGARCHI EBREI AL COMANDO

Cominciamo da un dettaglio che spesso viene accuratamente aggirato

SÌ: UNA PARTE MOLTO CONSISTENTE DEI GRANDI OLIGARCHI RUSSI DEGLI ANNI NOVANTA ERA DI ORIGINE EBRAICA

Non uno
Non due

Secondo la ricostruzione dello storico Yuri Slezkine, sei dei sette principali oligarchi della Russia di quegli anni avevano origini ebraiche: tra loro Boris Berezovsky, Vladimir Gusinsky, Mikhail Khodorkovsky, Mikhail Fridman, Alexander Smolensky e Petr Aven

È un dato storico

E un dato storico non diventa proibito soltanto perché qualcuno teme che possa essere utilizzato male

Ma attenzione: questo NON significa che «gli ebrei conquistarono la Russia»

Significa semplicemente che, nella ristrettissima élite economica che acquistò un potere gigantesco durante la dissoluzione dell’economia sovietica, gli uomini d’affari di origine ebraica erano fortemente sovrarappresentati

Nasconderlo sarebbe sciocco quanto trasformarlo in una teoria razziale

Il problema non era la loro religione

Il problema era IL POTERE CHE AVEVANO CONQUISTATO

E qui comincia la parte davvero interessante

Dopo il crollo dell’URSS, la Russia di Boris Eltsin fu sottoposta a una privatizzazione selvaggia

Industrie
Petrolio
Metalli
Banche
Media
Materie prime

Una quantità immensa di patrimonio pubblico passò nelle mani di pochissimi uomini

Il sistema più famoso fu quello dei “LOANS FOR SHARES”

Lo Stato russo consegnava partecipazioni in alcune delle sue aziende più preziose come garanzia di prestiti concessi dalle banche private

E adesso arriva la parte meravigliosa

Le banche che organizzavano alcune delle aste erano spesso collegate agli stessi gruppi che poi vincevano le aste

Persino il Fondo Monetario Internazionale avrebbe successivamente riconosciuto che quelle procedure furono non trasparenti, che i prezzi ottenuti erano bassissimi e che il sistema generò diffuse accuse di corruzione e clientelismo

In sei aste su dodici vinse addirittura la banca che gestiva l’asta stessa

Una roba così elegante che oggi probabilmente la chiamerebbero:

TRANSIZIONE DEMOCRATICA

E mentre milioni di russi vedevano evaporare salari, risparmi e sicurezza economica, una manciata di uomini diventava immensamente ricca

Berezovsky
Gusinsky
Khodorkovsky
Fridman
Smolensky
Potanin
Aven

La famosa oligarchia russa

Una parte predominante dei suoi uomini più noti aveva, sì, origini ebraiche

Ma la domanda politicamente importante non è:

«Di che religione erano?»

La domanda è:

COME FECERO POCHISSIMI UOMINI A PRENDERSI UNA PARTE ENORME DELLA RUSSIA?

E soprattutto:

DOV’ERA L’OCCIDENTE MENTRE ACCADEVA?

Ah già

L’occidente stava aiutando Eltsin

Nel 1996, mentre il presidente russo affrontava una rielezione tutt’altro che assicurata, l’amministrazione Clinton fece pressione sul Fondo Monetario Internazionale affinché venisse approvato un prestito da 10,2 MILIARDI DI DOLLARI alla Russia

Il Washington Post lo scrisse praticamente senza bisogno di interpreti:

quel prestito rappresentava un evidente sostegno occidentale a Eltsin alla vigilia delle elezioni

Washington voleva la prosecuzione delle «riforme»

E quali erano quelle riforme?

Quelle sotto le quali una parte enorme dell’economia russa era passata nelle mani di pochi oligarchi

Curioso

Quando la Russia vendeva i propri gioielli industriali a una frazione del loro valore, era LIBERO MERCATO

Quando gli oligarchi finanziavano la rielezione di Eltsin, era DEMOCRAZIA

Quando televisioni e giornali controllati dai grandi gruppi economici si schieravano dalla stessa parte, era PLURALISMO

Quando Washington spingeva per sostenere economicamente Eltsin alla vigilia del voto, era naturalmente soltanto AIUTO ALLA RUSSIA

Meraviglioso questo vocabolario occidentale

Poi arrivò Putin

E Putin non «cacciò gli ebrei»

Questa sarebbe una semplificazione

Fece qualcosa di molto più rilevante politicamente:

RIDUSSE IL POTERE AUTONOMO DEGLI OLIGARCHI SULLO STATO

Il messaggio fu sostanzialmente:

potete continuare a essere ricchi

Ma NON POTETE PIÙ DECIDERE CHI COMANDA AL CREMLINO

Berezovsky entrò in rotta di collisione con il nuovo potere e lasciò la Russia

Gusinsky finì all’estero

Khodorkovsky venne arrestato

Yukos fu smantellata

Altri oligarchi rimasero miliardari, purché riconoscessero che sopra il loro patrimonio esisteva nuovamente LO STATO RUSSO

E questo è il vero punto

Putin non sostituì il capitalismo con il socialismo

Non abolì gli oligarchi

Non combatté una religione

CAMBIÒ IL RAPPORTO DI FORZA FRA DENARO E POTERE POLITICO

Nella Russia di Eltsin alcuni miliardari potevano condizionare il Cremlino

Nella Russia di Putin dovevano essere i miliardari a fare i conti con il Cremlino

Una differenza piccolissima

Talmente piccola che da quel momento, guarda caso, la Russia cominciò a diventare sempre meno simpatica

Perché la Russia degli anni Novanta era perfetta

DEBOLE
INDEBITATA
PRIVATIZZATA
PERMEABILE
DIPENDENTE

E con una classe dirigente convinta che per essere accettata dell’occidente bastasse vendere abbastanza patrimonio nazionale e chiamarlo «riforma»

Quella Russia sì che piaceva

Quella sì che era «democratica»

Poi Mosca cominciò nuovamente a pretendere di decidere da sola che cosa fare del proprio Stato, delle proprie industrie e della propria politica estera

E improvvisamente iniziarono le lezioni quotidiane sulla democrazia

DEV’ESSERE STATA UNA PURA COINCIDENZA

Quindi diciamolo senza falsificare nulla:

molti dei potentissimi oligarchi che dominarono la Russia di Eltsin erano di origine ebraica

È vero

Putin spezzò il potere politico di un’oligarchia che aveva approfittato della gigantesca svendita degli anni Novanta

Ed è una storia molto più grave della favoletta etnica

Perché quella svendita non avvenne contro la volontà dell’occidente

Avvenne mentre Washington sosteneva politicamente Eltsin e applaudiva quelle “riforme”

E forse è proprio questo il particolare che oggi sarebbe meglio dimenticare

ANCHE PERCHÉ IN UCRAINA LA STORIA HA PRESO UNA PIEGA TOTALMENTE DIVERSA… MA DI QUESTO PARLEREMO UN’ALTRA VOLTA

📚 FONTI: Fondo Monetario Internazionale; Washington Post; Treccani; Yuri Slezkine, The Jewish Century; Cambridge University Press

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Uomini coltivati in laboratorio

24 August 2026 at 08:10

КОНСТАНТИН МАЛОФЕЕВ

NUOVE DALL’ISOLA DI EPSTEIN

Sono emerse le testimonianze di Ghislaine Maxwell, complice e reclutatrice chiave di Jeffrey Epstein. Queste rivelano un quadro ancora più inquietante rispetto ai semplici crimini sessuali:

Il “Progetto Genesi” fu avviato nel 2003 dopo un incontro a “Bohemian Grove” che coinvolse Gates, Epstein e agenti del Bilderberg Club. L’obiettivo del progetto è sostituire le persone nate naturalmente con esseri “coltivati” in laboratorio, spiritualmente morti e programmabili.

Il sostegno da parte della DARPA (l’agenzia di ricerca e sviluppo chiave del Pentagono), dei clan finanziari Rothschild e dei colossi dell’IT guidati da Bill Gates, permette di mascherare laboratori biologici segreti dedicati alla clonazione di esseri completamente controllati, privi di memoria e di storia. Vere e proprie “golem” della mitologia ebraica medievale, su scala globale, nell’isola di Epstein. Il centro ideologico del progetto è il club Dialog di Peter Thiel e Oren Hoffman.

L’isola di Epstein nasconde sicuramente ancora molte altre orribili segreti. Sarebbe auspicabile, ovviamente, eliminare i globalisti in tutto il mondo, insieme al regime di Kiev. Con quale sollievo sospirerebbero i cristiani occidentali, diventati ostaggi di questa nuova Sodoma.

https://t.me/kvmalofeev/4277

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Verso il Terzo Tempio

23 August 2026 at 17:28

Israele autorizza il culto ebraico alla Moschea di Al-Aqsa in una violazione senza precedenti dello status quo

Per la prima volta, ai fedeli ebrei è consentito portare libri di preghiera nel complesso sacro musulmano. Il Waqf islamico denuncia «uno smantellamento sistematico» dell’accordo storico

Israele autorizza il culto ebraico alla Moschea di Al-Aqsa in una violazione senza precedenti dello status quo Le autorità israeliane hanno formalmente consentito per la prima volta la preghiera ebraica all’interno della Moschea di Al-Aqsa nella Gerusalemme Est occupata, in una violazione senza precedenti dello status quo che da decenni regola il luogo sacro musulmano. Lo riporta MEE.

Secondo una fonte palestinese del Waqf islamico di Gerusalemme, domenica la polizia israeliana ha permesso ai coloni che hanno fatto irruzione nel sito di portare con sé i siddurim, ovvero i libri di preghiera ebraici, e di recitare preghiere di gruppo. Sebbene tali pratiche si siano verificate in passato, sono state per lo più svolte senza approvazione ufficiale. La decisione di autorizzarle ufficialmente segna un cambiamento significativo.

La violazione dello status quo: una «pratica organizzata»

La fonte, che ha chiesto di rimanere anonima, ha affermato che questa mossa rappresenta l’ultima violazione dello status quo del sito. «C’è un’importante distinzione tra venire a visitare il sito e venire a pregare lì», ha detto la fonte. «Quando vengo a casa tua come ospite, sei tu a impormi le tue regole. Ma oggi arrivano con le loro regole. Quando la polizia lo permette ufficialmente, significa, in un modo o nell’altro, che stai consentendo loro di stabilire le proprie regole in quello spazio. Questa è una violazione ufficiale dello status quo».

Lo status quo è un accordo decennale, riconosciuto a livello internazionale, che disciplina l’accesso e la gestione della Moschea di Al-Aqsa. In base a tale accordo, l’intero complesso di 144 dunam (14,4 ettari) è riconosciuto come luogo sacro esclusivamente islamico. La responsabilità per l’accesso, l’organizzazione delle preghiere, la manutenzione e gli scavi spetta al Waqf islamico di Gerusalemme, l’ente religioso che amministra la moschea.

Tuttavia, dall’occupazione di Gerusalemme Est nel 1967, Israele ha progressivamente eroso lo status quo, e l’autorizzazione formale alla preghiera ebraica rappresenta l’ultimo passo in tal senso. Per anni, le forze israeliane hanno chiuso un occhio sugli israeliani che pregavano ad Al-Aqsa durante le incursioni quotidiane nel sito.

«La preghiera ebraica alla Moschea di Al-Aqsa sta diventando una pratica organizzata, piuttosto che un semplice atto individuale isolato», ha affermato la fonte.
Restrizioni più ampie e accelerazione della campagna

La fonte ha affermato che l’ultima mossa fa parte di una più ampia campagna di restrizioni all’accesso e alla gestione palestinese di Al-Aqsa, che ha subito un’accelerazione a partire dall’ottobre 2023. «Il ritmo degli sviluppi alla Moschea di Al-Aqsa dal 7 ottobre è sbalorditivo. Le cose stanno cambiando a una velocità incredibile, quasi quotidianamente. Abbiamo sostanzialmente perso il controllo».

Secondo Haaretz, la campagna volta a consentire ai fedeli ebrei di portare fogli di preghiera all’interno della Moschea di Al-Aqsa è iniziata a gennaio. La polizia ha inoltre autorizzato preghiere, danze e canti nel cortile della moschea. Il quotidiano ha aggiunto che la polizia ha dichiarato che le proprie politiche di applicazione della legge ad Al-Aqsa sono «conformi alle direttive della leadership politica».
Il ruolo di Ben Gvir e le reazioni palestinesi

Il mese scorso, ministri e parlamentari hanno guidato un raid di massa ad Al-Aqsa da parte di israeliani ultranazionalisti, con oltre 3.500 partecipanti. Tra loro c’era Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che sovrintende alla polizia. Ben Gvir, un colono, chiede da tempo quella che definisce l’imposizione della «sovranità israeliana» sulla Moschea di Al-Aqsa. Durante l’incursione di luglio, ha dichiarato: «Guardate cosa sta succedendo qui: ebrei che pregano, sentendosi come se fossero i padroni di questo luogo».

Mustafa Abu Sway, membro del Consiglio islamico del Waqf di Gerusalemme, ha affermato che le violazioni fanno parte di un piano governativo piuttosto che di atti isolati. «Questa profanazione, compreso l’introduzione di libri di preghiera all’interno della moschea, fa parte dello smantellamento sistematico di ciò che resta dello storico status quo presso la benedetta moschea di Al-Aqsa, con Itamar Ben Gvir che determina ciò che accade sul campo, con l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu», ha dichiarato Abu Sway a MEE.

Ha aggiunto che, parallelamente alla crescente presenza ebraica sul sito, il governo continua a imporre pesanti restrizioni all’accesso dei palestinesi e all’operato del Waqf, che amministra il complesso. «Ai fedeli musulmani viene impedito l’ingresso in un modo che a prima vista sembra arbitrario, ma che in realtà riflette una politica sistematica», ha aggiunto.

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Se l’Intelligenza artificiale distrugge i libri

22 August 2026 at 12:46

È celebre la definizione di capitalismo di Joseph Schumpeter: distruzione creatrice.

L’ansia di fare tabula rasa, di ri-creare il mondo senza limiti a immagine e somiglianza del febbrile tipo umano del capitalista/imprenditore animato dal desiderio di innovare per guadagnare e dominare ha raggiunto il suo apice con lo sviluppo della tecnologia informatica ed elettronica.

L’ultima tendenza è rendere ogni cosa immateriale, una bolla tecnica controllata da chi ha scoperto i segreti dell’ordine naturale e li piega ai propri interessi. Di dominio ben più che di arricchimento.

Si può affermare che la nuova geopolitica ha per oggetto il controllo prima, il superamento poi della creatura umana. Lo strumento più raffinato, l’innovazione più disruptiva (ciò che spezza una continuità, interrompe un processo o produce un cambiamento improvviso e radicale) è l’Intelligenza Artificiale.

Siamo arrivati al punto che l’IA, ossia i suoi padroni, gli Altman, i Karp, i Thiel e pochi altri, stanno distruggendo a tappe forzate il patrimonio comune più alto dell’umanità, i libri, che custodiscono e trasmettono il sapere umano.

Anthropic, Open AI, Palantir e le altre aziende tese all’onnipotenza tecnologica, compresa Amazon, acquistano biblioteche intere, specie testi rari e antichi, si appropriano delle ultime copie di manuali tecnici, scientifici, storici, filosofici e di ogni altro testo utile ai loro fini; scansionano il contenuto e poi lo distruggono.

Immagazzinare fisicamente libri cartacei costa troppo, meglio cancellare la traccia di millenni di conoscenza umana dopo averla messa a disposizione dei modelli previsionali e predittivi – gli LLM, large linguistic model – dell’Intelligenza Artificiale.

Sapere non è più per tutti, ma oligopolio di un grumo di giganti privati. Forse l’ossessione di Peter Thiel per la figura biblica dell’Anticristo è un capitolo ulteriore del mondo al contrario.

Per il tecnocrate filosofo l’Anticristo contemporaneo è la resistenza all’accelerazione tecnologica e alle sue possibilità. Lucida follia rovesciata di geni ossessionati dal dominio e dalla propria personale caducità.

Non è certo la prima volta che i libri, il lascito ai posteri di ogni ambito della cultura, sono oggetto di distruzione. Sono noti il rogo di testi storici e filosofici ordinato dal primo imperatore cinese nel 213 a.C, la distruzione della biblioteca di Alessandria – summa della sapienza antica – da parte dell’invasore maomettano nel VII secolo, il falò delle vanità (arte, libri, abiti, gioielli) dell’allucinato Savonarola nella Firenze di fine secolo XV, l’incendio nazista nel 1933, la distruzione di libri imposta da Mao Tze Tung negli anni tragici della cosiddetta rivoluzione culturale.

In Fahrenheit 451, distopia letteraria di Ray Bradbury ambientata nell’America del XXI secolo, i libri sono vietati e un corpo specializzato ha il compito di rintracciare gli ultimi esemplari per distruggerli.

Ma ciò che viene compiuto dalla cupola tecnocratica e tecnolatrica padrone dell’IA è del tutto inusitato, non solo nelle modalità.

La cultura viene sottratta alla fruizione libera, acquisita per nutrire l’IA e poi distrutta per motivazioni economiche e ostentare il monopolio assoluto sulla conoscenza: padroni del passato per dominare il presente e ipotecare il futuro.

Tutto diviene semplice traccia elettronica, teoricamente indelebile, trasferita nei magazzini virtuali, i clouds, le nuvole elettroniche che uniscono la potenza di calcolo dei grandi data center agli algoritmi di apprendimento automatico.

Tutto viene sottratto all’umanità che ha prodotto per millenni conoscenza per accumulo di esperienze; tutto diventa “cosa loro”. Non si perde completamente, come nei roghi antichi, ma è privatizzata.

Sarà disponibile a discrezione, scegliendo con cura chi avrà accesso, perché, a che scopo e a quale prezzo.

Si chiama “progetto Panama”, sino a pochissimo tempo fa negato e secretato. L’intero scibile umano si trasforma in materiale disponibile, il Bestand di Heidegger, ma solo per la tecno oligarchia dominatrice del tempo presente.

Non si sfugge alla prigione tecnocratica, si diventa plastilina nelle mani di chi è in grado di nascondere o rendere fruibile il sapere secondo interesse o capriccio.

A noi resta un nichilismo smemorato, spensierato, colmato a richiesta e dietro pagamento attraverso lo schermo dello smartphone e la scatola magica dell’Intelligenza Artificiale, cornucopia postmoderna della dea Atalanta.

Forse chi scrive parla pro domo sua, in quanto autore di oltre dieci libri, ma vorrebbe che l’oblio di ciò che ha scritto e pensato avvenisse per scelta e per la legge del tempo, non per sottrazione deliberata da parte di pochi potenti che si appropriano di tutto, materiale e immateriale, lo immagazzinano nella dimensione virtuale e ne fanno oggetto di allenamento intensivo per il cervellone artificiale che oltrepassa tutte le intelligenze che una volta chiamavamo umane.

Non solo la cupola tecnocratica si impadronisce delle risorse del pianeta, acqua, fonti energetiche, porzioni sempre più ampie del territorio per dedicarle ai giganteschi apparati da alimentare continuamente, raffreddare, ingrandire a scapito dell’antiquata civiltà degli uomini e della persistenza dei viventi, ma la trasforma in trust privato della conoscenza e dell’intelligenza, destinata a decadere nel residuo homo (non più) sapiens. Schiavitù assoluta per de-umanizzazione.

È obsoleto anche lo studio di Howard Gardner sull’intelligenza umana. Le sue conclusioni verranno rinchiuse nel cloud, a disposizione esclusiva della tecnostruttura e dei suoi servi più eminenti?

Gardner identificò nove tipologie differenziate di intelligenza umana, più una decima, speculativa, ciascuna deputata a differenti settori del nostro agire.

Intelligenza logico-matematica; linguistica; spaziale; musicale; cinestetica o procedurale; interpersonale; intrapersonale; naturalistica; filosofico-esistenziale.

Dopo di lui, Antonio Battro e Percival J. Dunham identificarono una nuova tipologia, l’intelligenza digitale. Successivamente Gardner fece una sintesi delle abilità necessarie nell’età contemporanea proponendo una classificazione alternativa: intelligenza disciplinare, sintetica, creativa, rispettosa ed etica, dopo aver esaminato diverse attitudini, dall’intelligenza tecnologica a quella digitale, mercantile, emotiva e perfino spirituale.

Lo psicologo americano ha lavorato per il re Prussia? Probabilmente sì, se l’IA si appresta a sostituirci nelle decisioni, nelle iniziative, perfino in certi ambiti della creatività. Dunque, l’homo sapiens è una creatura fungibile, fastidiosa, perché ancora dotata di giudizio e raziocinio.

Perciò, dopo averla ridotta a puro impulso ed esecutrice immediata dei propri istinti con la cantilena dei “diritti”, i padroni universali hanno ogni interesse a ridurne il numero. Umanità inutile è un’espressione usata apertamente da Yuval Harari e Bill Gates.

Una volta incorporata nel magazzino universale dell’Intelligenza Artificiale l’intera produzione intellettuale e scientifica dell’uomo, messo da parte per inservibilità pratica il suo pensiero etico, morale, spirituale, bruciata o resettata ogni sua traccia, il mondo di Fahrenheit 451 sarà perfettamente realizzato.

La residuale futura umanità insipiens regredirà ad animale dalla scarsa dotazione istintuale, la nostra condizione primigenia. I più abili diventeranno cyber uomini al servizio della megamacchina.

E non ci sarà un Guy Montag ribelle a salvare i libri, accaparrati dai signori dell’Intelligenza Artificiale.

Aveva ragione Martin Heidegger: solo un Dio ci può salvare. Ma lo vorrà?

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