❌

Normal view

La Compagnia della Buona Morte

11 September 2026 at 20:51

 

 

Roberto Pecchioli
La Compagnia della Buona Morte era una confraternita il cui scopo era garantire a tutti
una degna sepoltura ed assistere spiritualmente e materialmente i morenti. I membri
indossavano sai e cappucci per sottolineare che la morte azzera le differenze tra nobili e
umili, ricchi e poveri. Erano tempi in cui si pensava che la vita appartenesse a Dio e che nel
trapasso di dovesse esprimere il destino trascendente della creatura umana. Brutti tempi:
superstizione , false credenze, illusioni alimentate dalla religione alleata con il potere. Oggi
è molto meglio: la Compagnia della Buona Morte resiste in forme diverse. Si chiama
eutanasia, disprezzo e indifferenza per la vita. Ai suoi massimi banditori come Emma
Bonino sono riconosciuti funerali di Stato. Solidarietà necrofila: aborto non come
possibilità in casi specifici, ma diritto universale; morte di Stato; infanticidio in via di
sdoganamento in alcune legislazioni; tendenza a giustificare l’omicidio dei figli, se
commesso da madri in crisi. Il processo a Lindsay Clancy, l’americana che ha ammazzato i
suoi tre bambini, si è concluso senza un verdetto.
La sepoltura cade in disuso: l’homo sapiens odia talmente se stesso da distruggere il corpo
defunto. Chi opta per disperdere le ceneri, chi preferisce diventare compostaggio, chi
conserva i resti in un’urna sul comò. La morte viene nascosta nel gelido scenario di
ospedali, amministrata igienicamente in camice bianco da personale specializzato,
somministrata come liberazione da vite “non degne di essere vissute “. La pratica
dell’eutanasia – buona morte, dal greco- è vista come atto supremo di civilizzazione
dell’animale sapiente che annulla se stesso. Il consenso è ampiamente maggioritario, come
sull’aborto e sulla disponibilità del corpo morente a diventare un magazzino di pezzi da
asportare. Nell’era del materialismo compiuto che non rispetta alcunché se può servire al
mercato misura di tutte le cose, l’essere umano vale meno del maiale, di cui non si butta via
niente.
Abolito il concetto di anima, su cui tace anche la chiesa, resta l’ingombro del corpo, il
fastidio della malattia, della vecchiaia, del declino mentale. Oplà, la soluzione è pronta,
civilissima, igienica, altruistica. La Compagnia della Buona Morte ci fa morire a richiesta,
previa compilazione di un modulo scaricabile online . Con sprezzo della realtà- grande
assente nel manicomio occidente- la corte costituzionale ha stabilito che non si può
accedere al suicidio assistito ( l’officina della neolingua è sempre attiva) se non si è
considerati dagli “esperti” convocati alla bisogna, la necro burocrazia, capaci di intendere e
volere. Come se la condizione di chi rifiuta la vita fosse uguale a quella di chi è sano e felice.
Il sistema ha avvelenato tutti i pozzi e la grande maggioranza è convinta che aborto e
eutanasia siano avanzamenti di civiltà. I temi sono troppo profondi e delicati, attengono
alle fibre più drammatiche e alle angosce più profonde per essere trattati con negazioni
assolute o applausi scroscianti. E’ proprio la semplificazione, la convinzione che l’esistenza
valga solo a determinate condizioni e addirittura si abbia il diritto a decidere anche sugli
altri – i non nati, i malati gravi, gli invalidi- a sconcertare chi ancora si interroga sui
fondamenti dell’esistenza. Nessuno stupore se avanza la sottocultura della morte
amministrata, scelta, talora perfino pretesa come atto supremo di potere su se stessi. La
Compagnia della Buona Morte ha prima cambiato il senso della vita e le priorità dei sudditi

chiamati cittadini, poi ha sferrato l’attacco. Il sistema dominante possiede le tecnologie, ha
scoperto molte leggi della natura e della fisica. Gran parte dell’umanità è un ingombro,
fastidioso bestiame dotato di cervello, parola, diritti. Non più quelli naturali alla vita e alla
dignità, ma quelli inventati dal sistema.
Dopo aver convinto che avere figli è un fastidio, una responsabilità insopportabile, un peso
per la libertà, la realizzazione individuale, il piacere e il consumo, è stato facile chiamare
diritto sopprimere chi non potrà nascere. Il feto viene smaltito come rifiuto organico
oppure utilizzato in alcune lavorazioni industriali. L’homo oeconomicus non butta via ciò
che può essere venduto all’ homo consumens. Si comincia a giustificare addirittura la
soppressione del figlio, se la madre vive il disagio post parto, molto diffuso nelle società
individualiste in cui non esiste più famiglia o comunità che condivide, allevia, accoglie il
nuovo nato. Diventati adulti, entriamo trionfanti nel girone del consumo e delle
dipendenze. Inevitabilmente, arrivano delusioni, tragedie esistenziali, malattie, sconfitte.
La terapia è il suicidio. Puoi sparire da solo – quattromila suicidi all’anno in Italia- o con la
fattiva collaborazione delle istituzioni e dei suoi agenti, il boia collettivo. Il sistema
prospetta la “buona” morte come soluzione. A una giovane canadese paraplegica è stato
proposto il suicidio come alternativa alla costosa rimozione delle barriere architettoniche.
Tutte le campagne eutanasiche sono state finanziate dal potere economico. Siamo un costo,
un fardello insostenibile: meglio convincere a togliersi definitivamente dai piedi.
Incredibile è chi ci riesca: ben scavato, vecchia talpa. Così esclamò Amleto salutando il
fantasma del padre che aveva rivelato gli inganni della corte; così ripeté Marx descrivendo
il cammino sotterraneo della rivoluzione.
La cultura del consumo, dell’attimo da cogliere a ogni costo ed esaurire nel nonsenso
quando non siamo più giovani, performanti, sani, ha per conseguenza il disprezzo della
vita. Diventati fragili o malati, meglio levare il disturbo. Disturbiamo il bilancio pubblico, il
profitto del sistema assicurativo e sanitario, sconvolgiamo la vita di chi ci circonda, quando
c’è. Dietro le luci abbaglianti del gran teatro si ammassano i detriti di una civiltà che non
vuole saperne di rinunciare allo spettacolo. Chi non può o non vuole partecipare, si
accomodi all’uscita. Nelle società benestanti abbiamo conquistato il diritto di morire; in
quelle povere la preoccupazione è la sopravvivenza. Si chiama progresso. Si aggira in
Occidente lo spettro di un benessere indolore, di una società senza sofferenza, di una vita
senza agonia. Le élite dominanti non saranno sostituite, i proprietari dei mezzi di
produzione non cambieranno, i conflitti non cesseranno, ma il nuovo capitalismo,
autodefinito inclusivo e sostenibile, fornirà i mezzi per evitare disperazione, dolore,
afflizione, a chi è stato persuaso di non valere e non essere nulla, se non massa biologica da
sostenere con sostanze chimiche per vivere senza lamentarsi e per morire senza protestare.
In qualche paese sopprimono anche i bambini: dicono che lo hanno scelto loro, all’età in
cui non si è ancora elaborato bene e male, vita e morte. Se non hai un futuro, se non sei
utile a lungo termine o il dolore è troppo grande, c’è la soluzione che tutto azzera. Se la
chimica che dà la vita non basta più, abbiamo a disposizione la chimica letale. Se nessuno
può garantire una vita dignitosa -la promessa dello Stato sociale- possiamo però avere la
morte amministrata senza rimorso a norma di legge, previo verbale delle operazioni svolte.

Malati e disabili, depressi ed emarginati, giovani senza futuro e anziani decrepiti, poveri e
disoccupati: se lo Stato non si cura di loro e il Mercato li ignora per scarso potere
d'acquisto, basterà una semplice iniezione per smettere di soffrire, piangere e lottare
quando il corpo si deteriora, la mente si affievolisce e non si è utili per lavorare,
consumare, rivendicare “diritti”. La buona morte sarà inclusiva: potremo richiederla per
esercitare il diritto a non disturbare, a non essere un peso, a non soffrire. È a disposizione
qualcosa di più sofisticato del soma, la droga euforizzante del Mondo Nuovo di Aldous
Huxley; dobbiamo approfittarne. Contribuiremo a salvare il pianeta sfoltendo l’umanità
eccedente, sgradite alle élite divenute progressiste. Avere figli è inutile, il tempo delle
rivoluzioni è passato. Senza la coscienza di essere schiavi fungibili, sopportiamo senza
reagire. Ai sopravvissuti continuerà a essere detto che le innumerevoli dipendenze fornite
dal sistema, nonostante gli effetti indesiderati, rappresentano la salvezza dal buio passato e
la promessa di libertà del futuro. Ci hanno convinti che ognuno è dio di se stesso; uccidere
per “compassione” sarà legale, un diritto inalienabile in continua evoluzione. Prima per
coloro che non hanno speranza, poi per i fragili, infine per tutti gli altri. O una vita
funzionale o la morte di Stato. Se il consumismo non permette più di sfuggire ai problemi,
se ti stanchi di usare e buttare via cose e relazioni, se le dipendenze mostrano il loro vero
volto, se nessuno ti sostiene quando il corpo cede e la mente vacilla, una semplice,
economica iniezione ti fornirà la perfetta soluzione.
Il materialismo adempirà la sua profezia: non saremo uguali nella vita, ma nella morte.
Selezione naturale. L'eugenetica, in versione democratica e umanitaria, ha spianato la
strada. Con i diritti civili di nuova generazione il darwinismo sociale raggiungerà livelli
senza precedenti: colpirà malati depressi, bambini depressi, anziani depressi. L’eutanasia è
applicata in modo discreto e rapido: nessuno ascolterà l’ultimo sospiro. Nessuno deve
soffrire, nessuno può dettare le nostre scelte, nessuno deve dirci come lasciare questo
mondo; possono toglierci i mezzi di produzione, ma non quelli di distruzione. La morte
assistita è un tuo diritto e devi esigerlo: un servizio pubblico gratuito erogato senza
indugio. Non ci saranno classi sociali nell'eutanasia. Smetteremo di essere imperfetti in un
mondo che vende la perfezione, disfunzionali in un meccanismo funzionale, sconfiggeremo
il dolore con l’ analgesico definitivo. Che bellezza morire per sfuggire la sofferenza che non
riusciamo a sopportare.
Il cinema, controllato dall’oligarchia dominante che sparge il seme dei nuovi valori,
anticipa i tempi . Nel film I figli degli uomini (2006) si parla di Quietus, la pillola per il
suicidio, commercializzata legalmente, sponsorizzata dallo Stato e pubblicizzata in TV.
Non finiremo all'inferno. Nessun Dio può giudicarci per una scelta sovrana. È la “mia” fine,
nient’altro, di un qualsiasi prodotto con data di scadenza legalmente definita o
obsolescenza programmata. Marx insegnava che l'uomo è l'essere supremo per l'uomo. Lo
hanno preso in parola seguaci e avversari. Non siamo liberi nell’esistenza, però possiamo
decidere quando fare l'iniezione letale, anzi liberatrice. Di fronte al declino della vita,
legalmente saremo eguali: chiunque, sena dolore, potrà essere trasformato in polvere. La
Compagnia della Buona Morte comanda di sparire “con dignità”. Niente cure palliative,
affetto, assistenza spirituale. Nell’obitorio progressista siamo semplici prodotti. Scarti,
falliti, sofferenti, non aspiriamo a vivere meglio dei vostri genitori, ma a morire meglio

L'articolo La Compagnia della Buona Morte proviene da Blondet & Friends.

Anche i vescovi nel partito radicale di massa

11 September 2026 at 20:30

“Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire“: ecco il terrificante titolo di un articolo uscito oggi su Avvenire, il giornale della CEI, ovvero dei vescovi italiani, che in fondo celebra l’orrenda leader radicale, mostro di ignoranza, violenta anticlericale (ce la ricordiamo con i manifesti “No vatican, no Taliban”), che ha fatto tutto il male possibile, soprattutto lottando per introdurre il divorzio e l’aborto in Italia.

Come tutti i radicali era una nullità, ma aveva le spalle coperte dai poteri forti dei quali portava avanti fedelmente i piani distruttivi. Filo-americana, filo-israeliana, favorevole all’Unione Europea, è stata uno dei grandi nemici della legge naturale e dell’Italia, paese che ha contribuito a distruggere.

Vergogna eterna a tutti i politici di “destra” e a tutti i cattolici che si stanno affrettando a celebrarla! Lo fanno senza crederlo, da ipocriti, solo come atto dovuto verso i poteri occulti che sostenevano la Bonino e che loro segretamente temono e non vogliono scontentare.

L'articolo Anche i vescovi nel partito radicale di massa proviene da Blondet & Friends.

Il Pentagono è una tigre di carta

11 September 2026 at 20:27

Le scorte di munizioni militari critiche hanno raggiunto i livelli più bassi della storia degli Stati Uniti, secondo un rapporto pubblicato sul The New York Times. Il rapporto afferma che il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha parlato personalmente con ufficiali americani in Medio Oriente, Europa e Asia durante la primavera e l’estate per ottenere le loro valutazioni “oneste” su ciò che rimaneva nelle scorte delle truppe e su come le spedizioni di armi in Medio Oriente avrebbero influenzato la loro capacità di deterrere la Cina, la Russia e la Corea del Nord. Gli ufficiali di alto rango sono stati critici nelle loro valutazioni. Erano particolarmente preoccupati per le scorte esaurite dei sistemi missilistici Patriot, che sono il pilastro del sistema di difesa aerea degli Stati Uniti: in un teatro militare, ne rimanevano meno di 100. Inoltre, le scorte di sistemi missilistici tattici per l’esercito sono state esaurite: si trovano al “livello più basso mai visto”. Vance ha incluso queste informazioni nelle sue conversazioni private con Donald Trump, e il presidente degli Stati Uniti, secondo il NYT, inizialmente ha avuto difficoltà a credere che le scorte militari fossero state prosciugate a un livello così grave.

L'articolo Il Pentagono è una tigre di carta proviene da Blondet & Friends.

Dopo la morte ci sarà il Giudizio e non vi è alcun rimedio per una vita cattiva

11 September 2026 at 17:50

Post mortem

Emma Bonino era una femminista radicale. Suo malgrado, la sua immagine pubblica è stata indissolubilmente legata a tre uomini.

Il primo è Marco Pannella, suo mentore, quasi pigmalione, e per decenni suo capo partito.

Il secondo è George Soros, che almeno negli ultimi vent’anni è stato alla luce del sole il principale finanziatore della sua attività politica.

Il terzo è Jorge Mario Bergoglio, suo illustre pubblico elogiatore e frequentatore.

E’ un trio che già dice tutto.

Liberale, liberista, libertina e libertaria, come Pannella definiva i Radicali, Emma Bonino è stata il simbolo stesso dell’abortismo in Italia, che per sua stessa ammissione praticò illegalmente, sia come paziente che poi come mammana. Ma non è stata ovviamente solo questo.

Femminista, eutanasista, omosessualista -ovviamente pure vaccinista pandemica – fu anche immigrazionista fanatica (e per questo tanto amata dal meticcista Bergoglio che la definì “grande Italiana”). Sostenitrice della “grande sostituzione”, odiatrice della famiglia e di ogni ordine naturale e civile, sempre a favore del caos come del grande capitale, voleva svuotare le carceri come le culle. E liberalizzare la droga.

I Radicali separarono del tutto il Sessantotto istintualista dal marxismo, e inventarono anche in Italia i”diritti civili” sul modello anglosassone. Qui sta la loro importanza decisiva.

Sposarono il modello di una società “aperta” anglosferica, costituita da atomi fluttuanti consumatori, sostanzialmente intercambiabili, dediti esclusivamente a rapporti economici ed edonistici in avversione a qualsiasi concezione cristiana trascendente del sacro, come a qualsiasi dovere comunitario. Sempre rivendicanti “diritti “, specie dal bassoventre in giù.

E’ l’antropologia materialista degli “ultimi uomini” ridotti ad atomi, ma anche ridotti a bestie – alla pura animalità- che si presumono il dio di se stesse.

Nichilismo puro, purtroppo oggi di massa. Il trionfo dell’ignoranza spirituale.

Fanaticamente pro-Ue, sempre atlantista in politica estera, sostenitrice della “guerre umanitarie” nei Balcani e nel Medio Oriente, delle “primavere arabe” in Nord Africa, sionista radicale (anche se negli ultimi tempi stranamente ostile a Netanyahu), Emma Bonino ha incarnato il mondialismo allo stato puro. Il mondialismo delle plutocrazie.

Benvoluta da Berlusconi perché liberale e mercatista, benvoluta a sinistra perché artefice panerotista della sovversione dei costumi, ha esercitato cariche di grande importanza pur godendo di scarsissimi consensi elettorali.

Era ovviamente amatissima, oltre che presso il grande capitale a stelle e strisce e la burocrazia di Bruxelles, tra nani e ballerine del mondo dello spettacolo, in quanto ella stessa consustanziale al sistema orgiastico-mercantile che li esprime.

La Meloni ha già proposto per la Bonino i funerali di Stato. E’ giusto. Un Paese e una civiltà che odiano se stessi, con le frontiere colabrodo, il caos nelle strade e le culle vuote, non possono che esaltare chi fu regina del suicido collettivo.

Martino Mora
Facebook

Magari i teologi a la page di oggi tornassero a parlare l’autentico linguaggio della Tradizione. La quale è la stessa, come rivelata, ovunque e sempre. L. C.

Una morte felice è un capolavoro e un capolavoro non si compie in un giorno. La ragione fondamentale per cui temiamo la morte sta nel fatto che non l’abbiamo mai preparata. La maggior parte di noi muore una volta sola, mentre avremmo dovuto morire ogni giorno. La morte è una cosa terribile per colui che “muore” solo quando muore; ma è una cosa bella per colui che “muore” prima di morire. (…)

Dopo la morte non vi è alcun rimedio per una vita cattiva. Ma prima della morte vi è un rimedio: quello di morire a noi stessi seguendo così la legge dell’immolazione e del sacrificio che è la legge dell’universo intero. Non vi è altro modo di entrare in una vita superiore, se non col morire ad una vita inferiore. Non vi è possibilità per l’uomo di godere un’esistenza nobilitata in Cristo, se egli non viene sradicato dal vecchio Adamo. Per colui che conduce una vita mortificata in Cristo, la morte non viene mai come un ladro nella notte, perché è lui che la prende di sorpresa. Noi moriamo ogni giorno per far la prova a morire e ogni giorno lo ripetiamo per riuscirvi.

Ci piaccia o non ci piaccia, non si sfugge a questa verità espressa da San Paolo nella lettera agli Ebrei: “È stabilito che l’uomo debba morire una sola volta, e alla morte segua il Giudizio”. Mentre i tuoi parenti e amici si raccolgono attorno al tuo cadavere e domanderanno: “Quanto ha lasciato?”, gli Angeli domanderanno: “Quanto ha portato con sé?”.

Il Giudizio sarà duplice. Sarete giudicati al momento della vostra morte: Giudizio particolare; e nell’ultimo giorno del mondo il Giudizio Universale. Ci vuole il primo Giudizio, perché tu sei una persona e perciò sei responsabile, come individuo, dei tuoi atti liberi: le tue opere ti seguiranno. Il secondo Giudizio avverrà, perché tu hai compiuto la tua salvezza o la tua dannazione eterna nel contesto di un ordine sociale cioè nel Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Sarai giudicato, quindi, per il tuo influsso su di esso. (…)

Tre destini possibili ti attendono alla morte:

Inferno: Dolore senza Amore.

Purgatorio: Dolore con Amore.

Paradiso: Amore senza Dolore.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

L'articolo Dopo la morte ci sarà il Giudizio e non vi è alcun rimedio per una vita cattiva proviene da Blondet & Friends.

Gli Houthi danneggiano le infrastrutture saudite: sempre più grave la crisi energetica globale

11 September 2026 at 13:14

Analisi Difesa

(Aggiornato alle ore 8,10)

Lo scorso 8 settembre, a seguito di una serie di attacchi con missili e droni sferrati da Ansarallah, le autorità saudite hanno annunciato la sospensione delle attività presso impianti energetici di rilevanza critica situati presso Abha, Khamis Mushait e Najran.

Nonché Jazan, città industriale da oltre 20 miliardi di dollari costruita da Saudi Aramco sul Mar Rosso, dove sorge uno dei complessi di raffinazione integrati più avanzati al mondo. La struttura processa quotidianamente circa 400.000 barili di greggio (equivalenti al 4% dell’intera produzione giornaliera di Saudi Aramco) per sfornare una vasta gamma di prodotti, tra cui benzina, gasolio ultraleggero, benzene e paraxilene.

Ma soprattutto, Jazan ospita il più grande impianto a ciclo combinato con gassificazione integrata (Igcc) al mondo, capace di produrre, attraverso la lavorazione dei sottoprodotti di raffineria di basso valore, sia idrogeno e vapore necessari alle operazioni di raffinazione, sia qualcosa come 3,8 GigaWatt di energia. Una quantità enorme, sufficiente «non solo a soddisfare il fabbisogno energetico dell’impianto stesso e quello dell’industria locale in espansione, ma anche a fornire energia a milioni di abitazioni nelle vicinanze», spiega Saudi Aramco.

Jazan è stato colpito da Ansarallah svariate volte nel corso degli ultimi tre mesi, con conseguente netta diminuzione della capacità produttiva degli impianti che va ad aggravare la crisi energetica saudita imputabile – oltre che all’instabilità nello Stretto di Hormuz – anche all’attivismo della compagine yemenita nelle acque del Mar Rosso.

Nelle ultime ore le milizie Houthi dello Yemen sembra abbiano  colpito direttamente il gasdotto petrolifero Est-Ovest dell’Arabia Saudita nel deserto a sud-est di Medina. Le immagini satellitari Sentinel-3 (sotto) di oggi mostrano una massiccia colonna di fumo nero lunga quasi 100 km lungo il percorso del gasdotto, che si estende nel deserto tra Medina e Mahd adh Dhahab.

Come riferisce su Linkedin Hormuz Letter, “i dati satellitari sulle incendi mostrano un grande incendio in corso nello stesso punto, con molteplici anomalie termiche raggruppate lungo un tratto di meno di 10 chilometri, potenza radiante dell’incendio superiore a 70 megawatt, più del doppio di un incendio convenzionale, e la combustione protratta per almeno 8 ore, secondo i dati NASA FIRMS di oggi.

Il gasdotto Est-Ovest trasporta greggio saudita da Abqaiq a Yanbu sul Mar Rosso, l’unica rotta di esportazione del regno che non passa attraverso lo Stretto di Hormuz. L’incendio avviene in mezzo agli attacchi Houthi sul territorio saudita nelle ultime 24 ore”.

Il blocco navale dei porti sauditi e gli attacchi contro Yanbu, terminale dell’oleodotto East-West attraverso cui Riyadh ha convogliato parte ragguardevole della propria produzione verso la costa occidentale – e da lì al Mediterraneo, tramite l’oleodotto Sumed – aggirando lo Stretto di Hormuz, hanno provocato un crollo dei volumi di export petrolifero del regno.

I dati forniti da Kpler indicano che, nel mese di agosto, le esportazioni di greggio sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno, toccando il livello più basso mai raggiunto da almeno 13 anni. Alla vigilia dell’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran, l’export giornaliero saudita ammontava a oltre 7 milioni di barili. Nell’ultima settimana, ha rilevato la società, soltanto due carichi sauditi hanno attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb per accedere al Mar Rosso.

Le navi prive di connessioni con l’Arabia Saudita continuano a transitare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, ma con frequenza enormemente ridotta. Leth Agencies ha calcolato che, ad agosto, è stato registrato il minor numero di transiti nello stretto dal luglio 2025, con una media di appena 35 passaggi giornalieri.

Il crollo dell’export saudita va a combinarsi alla drammatica ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. I primi mantengono operativo il blocco delle coste iraniane con l’obiettivo di precludere a Teheran la possibilità di esportare greggio e colpiscono obiettivi sensibili nei litorali e nei pressi della cruciale isola di Kharg, principale terminale di esportazione del petrolio iraniano.

L’Iran, invece, bersaglia navi da guerra e basi militari statunitensi, lanciando allo stesso tempo attacchi contro petroliere non ottemperanti ai requisiti fissati da Teheran per il transito in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz.

Risultato: su base giornaliera, le esportazioni petrolifere dell’Asia occidentale sono scese a circa 9 milioni di barili, a fronte dei 20 milioni circa registrati nel mese di febbraio. All’inizio di agosto, l’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser aveva quantificato in 2,6 miliardi di barili l’ammanco dell’offerta petrolifera causato dall’instabilità nel Golfo Persico, e aggiunto che «se lo Stretto dovesse riaprire oggi, occorrerebbero fino a 18 mesi, a un ritmo medio di 2,1 milioni di barili al giorno, per ricostituire le scorte esaurite».

Lo stesso Nasser aveva rivendicato con orgoglio il drastico incremento dell’utile netto registrato nel secondo trimestre del 2026 (+44%, a quota 32,6 miliardi di dollari) dalla società, riconducendolo sia agli alti prezzi di greggio, derivati e prodotti chimici, sia alla decisione di riorientare l’export verso il Mar Rosso. «Nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, abbiamo continuato a dimostrare la nostra capacità di garantire la continuità operativa, facendo leva sulla diversificazione dei nostri asset e su una pianificazione pluridecennale», ha affermato Nasser.

La strada alternativa battuta da Riyadh per rifornire nei limiti del possibile l’economia mondiale dell’energia necessaria sta tuttavia svanendo a causa degli attacchi di Ansarallah, protagonista di una rapida avanzata verso il sud dello Yemen culminata con la conquista di quasi 3.000 km2 di territorio controllato dal governo filo-saudita del Presidential Leadership Council (Plc). I centri di Hays, al-Khukha, Yakhtal e – soprattutto – al-Mokha sono così caduti nelle mani di Ansarallah, che punta attualmente alla città di Dhubab.

La cui presa cementerebbe definitivamente il presidio del gruppo armato alleato dell’Iran sullo Stretto di Bab el-Mandeb, aggravando in maniera catastrofica i preesistenti problemi di natura logistica. «Per il trasporto marittimo commerciale, la preoccupazione immediata non è data semplicemente dal numero dei singoli attacchi, ma dall’ampliamento dei criteri di selezione degli obiettivi e dell’area geografica interessata», ha rilevato il fondatore dell’agenzia Marisks Dimitris Maniatis

Le relative ricadute sui prezzi delle assicurazioni marittime si sono rivelate pesantissime. Rispetto al periodo antecedente allo scoppio del conflitto, i premi sono saliti ad agosto dallo 0,25 al 3-6% del valore della nave commerciale per la navigazione nella acque del Golfo Persico; dallo 0,1 al 7,5-10% del valore del carico per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz; dallo 0,1 all’1% del valore della nave commerciale per il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.

A sua volta, l’aumento dei premi assicurativi va ad ingigantire gli oneri costituiti dall’aumento del prezzo del petrolio, che gli Stati Uniti non riescono più a contrastare attraverso il rilascio graduale di milioni di barili attinti alle proprie riscorte d’emergenza.

I dati indicano che le riserve strategiche sono precipitate da 415,4 a 286,6 milioni di barili tra il 6 marzo e il 28 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina.

Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle gigantesche scorte allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Di conseguenza, il Brent ha superato i 105 dollari al barile per la prima volta da luglio. Il West Texas Intermediate, invece, è salito al di sopra della soglia dei 100 dollari al barile. I future sul greggio dell’Oman sono schizzati oltre i 116 dollari e i premi spot sono risaliti ai livelli di aprile.

Il colossale scompenso dal lato dell’offerta petrolifera va peraltro a combinarsi con un punto di strozzatura ancor più critico, rappresentato da una capacità di raffinazione globale in forte calo dovuta alle turbolenze geopolitiche che attraversano il Golfo Persico e agli attacchi ucraini contro gli impianti russi che hanno abbattuto la capacità di lavorazione nazionale a tal punto da spingere Mosca a ridurre fortemente l’export di derivati del petrolio.

Le implicazioni si stanno rivelando particolarmente impattanti soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo medio del diesel ha raggiunto la cifra record di 5,94 dollari (+2,27 dollari rispetto alla fine di febbraio). Il rincaro ha colpito con particolare vigore la costa occidentale del Paese, raggiungendo picchi astronomici in alcuni Stati come la California, dove un gallone di diesel costa attualmente 7,87 dollari.

Negli Stati Uniti, larghissima parte delle automobili sono alimentate a benzina, ma è il diesel che muove gli autotreni e le navi da trasporto che riforniscono quotidianamente i punti vendita di tutto il Paese di ogni genere di merce – dal latte ai prodotti elettronici, dal legname ai beni agricoli – il cui prezzo finale  finisce inesorabilmente per incorporare il rincaro degli input energetici a monte. L’inflazione, non a caso, rimane stabilmente molto al di sopra della soglia del 2% fissata come parametro di riferimento dalla Federal Reserve, sebbene i metodi di calcolo ufficiali ne sottostimino enormemente la portata reale.

È sempre il diesel, per di più, a riscaldare le abitazioni di decine di milioni di cittadini statunitensi, che si ritroveranno a pagare bollette molto più salate nei mesi autunnali e invernali. Quando cioè, evidenzia David Russell di TradeStation, «agricoltori e autotrasportatori tendono a utilizzare maggiori quantità di diesel; ciò aggrava la crisi in corso e accresce il rischio di rincari più marcati», specialmente alla luce della penuria di scorte, piombate ai minimi storici all’inizio di settembre.

L’Iran War Energy Cost Tracker della Brown University quantifica il prezzo aggiuntivo pagato dai consumatori statunitensi per il rincaro dell’energia riconducibile alla guerra nel Golfo Persico in 46,2 miliardi di dollari per quanto concerne il diesel, e in 56,1 miliardi in riferimento alla benzina, con un incremento rispettivamente del 62,9 e del 43,4% rispetto a febbraio. Si parla di oltre 780 dollari di costi energetici in più a famiglia a partire da febbraio. Mese in cui, documenta una inchiesta di Bankrate, appena il 47% delle famiglie statunitensi disponeva di risparmi sufficienti a sostenere una spesa imprevista di 1.000 dollari.

Il processo di erosione dei redditi, stagnanti quantomeno dagli anni ’80, ha impresso una decisiva accelerata all’espansione del debito delle famiglie statunitensi, salito nel secondo trimestre del 2026 al massimo storico di 18,8 trilioni di dollari – quello delle carte di credito ha raggiunto quota 1,26 trilioni.

La situazione potrebbe peggiorare drasticamente qualora il presidente Trump desse concretamente seguito al proposito – espresso più volte – di eliminare i sussidi previsti dal Low Income Home Energy Assistance Program, di cui milioni di famiglie statunitensi beneficiano per riscaldare le proprie abitazioni.

Foto: Ansar Allah e IRNA

L'articolo Gli Houthi danneggiano le infrastrutture saudite: sempre più grave la crisi energetica globale proviene da Blondet & Friends.

Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, su un totale di interessi pagato dai 27 di 270 miliardi. Nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea.

10 September 2026 at 08:15

L’insostenibilità del capitalismo finanziario. Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico,nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea. 

Da Luigi il 2026-09-09 19:21

https://www.facebook.com/alessandro.volpi.5?locale=it_IT

 

L’insostenibilità del capitalismo finanziario.
Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353 mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370 mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del pil mondiale.
A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo.
Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80 mila miliardi di dollari.
La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire – tra Stati e privati – un debito così infinito, che matura circa 17 mila miliardi di interessi, pari al 16% del pil mondiale?
Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile?
E’ chiaro che questo modello è finito e la corsa ad Intelligenza artificiale e riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il pianeta in modo radicalmente tossico.
Per disintossicarci dobbiamo smontare, pezzo per pezzo, la costruzione finanziaria che sta governando le nostre vite.
C’è un dato che vorrei sottolineare che deriva dal combinato disposto della pessima politica UE, delle logiche perverse della BCE e dell’azione del governo Meloni.
Politiche monetarie restrittive, riarmo e volontà convinta di non tassare i ricchi hanno, nel caso italiano quasi raddoppiato la spesa per interessi sulle spalle dei contribuenti.
Non male. Continuiamo così.
C’è poco da celebrare.
Sul governo più longevo della storia repubblica si potrebbero fare molte considerazioni critiche. Io mi limito qui a due.
Mentre la narrazione governativa si è spesso arroccata dietro la tenuta dello spread come sintomo di una acquisita stabilità finanziaria, la realtà economica dell’era Meloni restituisce un bilancio molto pesante sul fronte del costo del denaro, trasformando il servizio del debito pubblico in una voragine che sottrae ossigeno vitale a sanità, scuola e investimenti produttivi.
Se nel 2022 l’Italia destinava circa 83 miliardi di euro al pagamento degli interessi, la soglia psicologica e finanziaria dei 100 miliardi è stata ampiamente superata nel corso del 2026, attestandosi su una cifra vicina ai 104 miliardi annui.
Si tratta di un incremento secco di oltre 20 miliardi di euro ogni dodici mesi che è destinato a crescere per il peso degli attuali rendimenti dei titoli di Stato, peraltro sempre più posseduti dai grandi fondi finanziari Usa.
Non aver affrontato la necessità di una tassazione sugli extra profitti, né quella di una eliminazione dei regimi fiscali di privilegio, che anzi sono aumentati, e tantomeno di una imposizione sulle grandi ricchezze, unite ad una proliferazione dei bonus, ha obbligato il governo Meloni ad un aumento del debito, ormai a 3200 miliardi di euro, su cui è necessario pagare interessi folli.
Parallelamente a questo dissanguamento pubblico, l’esecutivo ha assistito quasi inerme allo stritolamento del ceto medio attraverso l’esplosione dei costi dei mutui, ignorando il dramma di milioni di famiglie che hanno visto le rate mensili del tasso variabile passare da una media di 500 euro del 2022 agli oltre 850 euro registrati nell’agosto del 2026, con un aumento del carico finanziario che ha superato il 70%.
L’impatto non ha risparmiato nemmeno le nuove generazioni e chi cercava la sicurezza del tasso fisso, con le nuove stipule passate da un agevole 1,5% a punte vicine al 4%, rendendo l’acquisto della prima casa un privilegio proibitivo e di fatto paralizzando la mobilità sociale.
Anche questo è avvenuto mentre i profitti delle banche esplodevano e l’azione del governo più longevo si è limitata a chiedere alle banche stesse un timido anticipo delle imposte future.
Facciamo festa.

L'articolo Nel 2022 il nostro paese pagava 65 miliardi di euro di interessi sul debito pubblico, su un totale di interessi pagato dai 27 di 270 miliardi. Nel 2026 l’Italia pagherà 104 miliardi di interessi su 380 miliardi pagati dall’Unione europea. proviene da Blondet & Friends.

L’UE fa fatica a rinunciare all’energia russa

10 September 2026 at 08:11

Gli sforzi dell’Unione Europea intrapresi per rendersi indipendente dal petrolio e dal gas della Russia non sono sufficienti. Come riporta Reuters citando esperti, lungo questo percorso sono stati incontrati diversi ostacoli ed il blocco dei 27 Paesi si avvia verso l’inverno con riserve di gas insolitamente basse.

Nel rapporto della la Corte dei conti europea viene riportato che l’UE non sta investendo a sufficienza per raggiungere i propri obiettivi: sostituire completamente l’energia russa con fonti di combustibili fossili diversificate, implementare le energie rinnovabili e sviluppare le infrastrutture.

Il piano dell’UE per eliminare gradualmente l’energia russa sta “vacillando proprio mentre la sicurezza energetica dell’Europa deve affrontare nuove minacce derivanti dall’instabilità in Medio Oriente”. I livelli delle risorse di gas stoccato nell’UE si attestano appena al 67%, rispetto all’80% registrato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Gli analisti avvertono che ciò potrebbe portare a un forte aumento dei prezzi durante l’inverno, soprattutto considerando che l’UE ha in programma di vietare tutte le importazioni di GNL russo a partire dal 1° gennaio 2027.

La Commissione Europea aveva inizialmente stimato che l’attuazione del piano per porre fine alla dipendenza dall’energia russa avrebbe richiesto investimenti per 300 miliardi di euro, mentre finora i Paesi ne sono stati stanziati solo 54,3.

https://t.me/vn_rangeloni

L'articolo L’UE fa fatica a rinunciare all’energia russa proviene da Blondet & Friends.

Da Magdeburgo uno Schiaffo ai guerrafondai EU

9 September 2026 at 17:48

“Davvero entusiasmante! Un terremoto politico” sono state alcune delle espressioni usate da Helga Zepp-LaRouche, fondatrice e leader dell’Istituto Schiller, all’indomani della “schiacciante sconfitta” del Cancelliere tedesco Friedrich Merz alle elezioni del 6 settembre in Sassonia-Anhalt (vedi sotto).

Non è solo la Germania di Merz a uscirne con le ossa rotte, ma l’insieme dei “Big Three”, ossia anche la Francia, guidata dal minoritario Presidente Emmanuel Macron, e il Regno Unito, guidato da Andy Burnham, l’ultimo di una lunga serie di predecessori caduti come mosche. Questi leader hanno cospirato all’interno della cosiddetta Coalizione dei Volenterosi per continuare a finanziare e rifornire l’Ucraina come proxy contro la Russia, mentre minano le proprie economie nazionali e quella dell’intera Europa con una sfrenata corsa al riarmo e altre politiche distruttive.

L’AfD e il BSW hanno posizioni chiare sulla necessità di porre fine al conflitto in Ucraina e avviare relazioni diplomatiche ed economiche con la Russia e altri paesi. Chiedono la riattivazione dei gasdotti Nord Stream e il ripristino di altri elementi economici fondamentali. Sul resto, i loro programmi variano notevolmente, sia nei principi che nei particolari. Si potrebbe definirlo un “insieme eterogeneo”, ma il mandato è chiaro: il voto va nella direzione di un nuovo sistema di relazioni estere ed economiche, a condizione che vi sia un intervento politico capace di elevare la prospettiva delle popolazioni verso un livello più alto di coscienza, per dare vita a un nuovo sistema.

O fermiamo la guerra e costruiamo un nuovo sistema economico e di sicurezza nel mondo, con lo sviluppo come fondamento della pace, oppure ci avviamo sulla breve strada verso la Terza Guerra Mondiale, il che significa annientamento nucleare. Il voto della Sassonia-Anhalt contro Merz rappresenta un’opportunità per un cambiamento di rotta.

Le attuali zone di conflitto sono territori di orrore. La scorsa settimana due ministri del governo Netanyahu hanno lanciato un appello all’estinzione della popolazione di Gaza attraverso “l’emigrazione volontaria”, un eufemismo per indicare lo sterminio o l’espulsione dalla Striscia. Il 6 settembre, otto nazioni musulmane hanno pubblicato una dichiarazione congiunta, a nome dei rispettivi ministri degli esteri, condannando questa posizione: ribadendo un netto rifiuto e la condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a spostare con la forza il popolo palestinese.

Gli scambi sporadici di attacchi tra Stati Uniti e Iran, dalla ripresa dell’offensiva statunitense il 30 agosto, proseguono. Nel frattempo, Israele continua a colpire il Libano e a seminare il terrore in Cisgiordania. I danni e le sofferenze immediate sono gravi e l’impatto economico internazionale è pesante, colpo dopo colpo.

Ma Trump prosegue con la sua “Operazione Emarginazione Economica” contro l’Iran, imponendo a tutte le nazioni del mondo di rompere ogni rapporto con Teheran. Ignora però il fatto che nessuno gli presta davvero ascolto, ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti e, a suo dire, dell’Unione Europea.

Il 4 settembre, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato un nuovo obiettivo delle sanzioni statunitensi, la Golden Global Bank di Istanbul, incaricata di gestire i pagamenti commerciali tra Cina e Iran. Bessent ha ribadito il monito, già lanciato la settimana scorsa in North Carolina, contro chi intrattiene rapporti con l’Iran, avvertendo che tali soggetti verranno individuati e perseguiti.

Il danno provocato da Washington e Israele attraverso la destabilizzazione economica mondiale si manifesta ora dopo ora anche all’interno dell’economia statunitense stessa. Ad esempio, il nuovo anno scolastico è appena iniziato, e le autorità locali di tutti gli Stati Uniti si trovano a fronteggiare un costo del carburante per i 490.000 scuolabus di tutto il Paese superiore del 45% rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Gli agricoltori statunitensi hanno pagato circa 1,5 miliardi di dollari in più per il carburante durante la stagione di semina di quest’anno e ora si troveranno a spendere almeno altrettanto per il raccolto, oltre ai costi già sostenuti nello stesso periodo dello scorso anno. Una situazione non più sostenibile.

Siamo profondamente grati per la guida fornita da Lyndon LaRouche, economista, filosofo e statista – che l’8 settembre avrebbe compiuto 104 anni – al fine di uscire da questo drammatico processo di disastro epocale. Egli ha fornito la comprensione, il metodo, i programmi e, come amava spesso dire, il “divertimento” necessario per battersi per la giusta causa. Nel giorno del suo anniversario, una sua allieva, Diane Sare, candidata alla Presidenza degli Stati Uniti, impegnata nella campagna per politiche di emergenza immediate, è stata intervistata nella trasmissione condotta da Jack Stockwell – la stessa emittente su cui, 25 anni fa, Lyndon LaRouche fu intervistato in diretta proprio mentre si verificavano gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle, al Pentagono e in Pennsylvania. Il settimanale EIR ripubblicherà questa settimana per intero la trascrizione di quell’intervista LaRouche-Stockwell, offrendo la profonda analisi di LaRouche su ciò che avevamo di fronte allora e quanto ci troviamo ad affrontare oggi.

Dieci giorni prima di quell’intervista del 2001, Lyndon LaRouche tenne un discorso in occasione della Festa del Lavoro. In quel discorso, LaRouche parlò del momento in cui, come accade talvolta, ci si trova di fronte alla responsabilità della leadership, una responsabilità che tocca in un modo o nell’altro tutti noi. Ogni medico la conosce, perché ogni paziente è una persona diversa, con una malattia diversa, indipendentemente dalla diagnosi. Il medico deve farsi carico di questa responsabilità. Un grande insegnante, di fronte alla propria classe, affronta la stessa sfida: quella di salvare quelle giovani menti, una responsabilità enorme, oggi più che mai, in queste condizioni. È una responsabilità grande e solenne.

Per alcuni di noi, quella stessa responsabilità si presenta in forme diverse, a ciascuno a modo proprio. Ma per tutti vale una cosa in comune: quando il destino ti affida una vocazione e hai una missione, specialmente quando sei l’unico a poter svolgere un ruolo chiave per realizzarla, è meglio accettarla, e portarla a compimento.

L'articolo Da Magdeburgo uno Schiaffo ai guerrafondai EU proviene da Blondet & Friends.

I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

9 September 2026 at 17:39

mala Ai è stata creata  fin da pr9ncipio per tagliare  i salari qualificati

la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnprincipioologia

Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45
Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale. Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035.

Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari.

“Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS.

Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento.

Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario.

Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati.

Ostacoli
Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti.

Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%.

“I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto.

Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda.

“Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”.

Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa.

“Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”.

Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager.

“Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*.

Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick.

“La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto.

“Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, ciò significa che c’è ben poco, o addirittura nulla

L'articolo I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI proviene da Blondet & Friends.

I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI

9 September 2026 at 10:06

La maggior parte dei lavoratori statunitensi teme l’obsolescenza nell’era dell’IA; gli esperti affermano che l’adattamento va oltre la tecnologia

Foto di Tyler Durden di Tyler Durden Mercoledì 9 settembre 2026 – 03:45 Articolo di Mary Prenon via The Epoch Times

Proprio come l’episodio “L’uomo obsoleto” (trasmesso nel 1961) raffigurava una società futura in cui la tecnologia aveva reso superate alcune professioni, un recente sondaggio ha rivelato che, mentre l’IA rimodella il mondo del lavoro, la maggior parte dei lavoratori statunitensi teme di diventare obsoleta nella futura forza lavoro e ritiene che sviluppare nuove competenze sia essenziale per la sicurezza del posto di lavoro.

Sebbene molti lavoratori abbiano attribuito la loro paura dell’obsolescenza a una mancanza di competenza nelle tecnologie più recenti, alcuni esperti di selezione del personale e gestione della forza lavoro hanno affermato che sviluppare abilità interpersonali è sempre più cruciale, soprattutto in un’epoca in cui molti giovani vivono in un mondo digitale.

ETS, un’organizzazione globale no-profit che si occupa di test e valutazioni in ambito educativo, ha riferito che il 54% dei lavoratori statunitensi si sente impreparato per la prossima generazione di lavori del prossimo decennio, rispetto al 49% a livello globale.

Nel frattempo, il 75% ha dichiarato di non avere un’idea chiara di cosa comporteranno tali lavori nel 2035. Questa incertezza si accompagna, a sua volta, al timore dell’obsolescenza: il 58% degli intervistati afferma di temere di diventare obsoleto nella futura forza lavoro. La percentuale sale al 74% tra i lavoratori del settore tecnologico e al 73% tra quelli dei servizi finanziari. “Le motivazioni addotte dai lavoratori sono coerenti tra i vari mercati: mancano di esperienza con tecnologie emergenti come l’IA, l’automazione o gli strumenti di analisi dei dati. Molti segnalano inoltre una limitata esperienza pratica con sistemi innovativi che stanno diventando centrali nel lavoro moderno”, ha dichiarato ETS. Alcuni lavoratori temono anche che le competenze appena acquisite possano diventare obsolete quasi con la stessa rapidità con cui vengono apprese, secondo quanto riportato nel documento. Ciononostante, il 78% dei lavoratori statunitensi ha affermato che non vi sarà sicurezza lavorativa senza un costante adattamento, mentre l’85% ha dichiarato che lo sviluppo di nuove competenze sarà necessario. Secondo un rapporto di marzo del Fondo Monetario Internazionale, la domanda di competenze nuove e digitali è in aumento: un annuncio di lavoro su dieci nelle economie avanzate e uno su venti nei mercati emergenti richiedono almeno una nuova competenza. Irlanda, Finlandia e Danimarca si sono classificate ai primi tre posti nello “Skill Readiness Index” (Indice di preparazione alle competenze) dell’organizzazione, grazie a un’elevata percentuale di laureati in discipline tecnologiche unita a solidi sistemi di alfabetizzazione e riqualificazione professionale per gli adulti. Gli Stati Uniti si sono piazzati al nono posto tra i 23 paesi analizzati. Ostacoli Tuttavia, secondo ETS, numerosi ostacoli — tra cui fattori di tempo, costi, accessibilità e sostegno da parte dei datori di lavoro — limitano la capacità dei lavoratori di adattarsi ai cambiamenti. Il rapporto ha evidenziato che il 71% degli intervistati stava sviluppando nuove competenze in modo proattivo, una percentuale inferiore alla media globale del 77%. “I lavoratori statunitensi stanno facendo il punto della situazione e attendono indicazioni più chiare, in particolare da governi, datori di lavoro e istituzioni formative”, si legge nel rapporto. Una ricerca del Blu Ivy Group — società canadese specializzata in *employer branding* e marketing per il reclutamento, con sedi anche in Michigan — indica che nel 2025 le aziende statunitensi hanno speso 102,8 miliardi di dollari per la formazione dei dipendenti; tuttavia, molte non hanno previsto tempo aggiuntivo per tali attività, secondo Stacy Parker, co-fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda. “Il problema principale che riscontriamo è che, in molti casi, ci si aspetta che i dipendenti partecipino alla formazione la sera o nei fine settimana”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. “Sono talmente impegnati in vari progetti lavorativi che non viene concesso loro alcun tempo durante la giornata per completare la formazione”. Parker ha osservato che, in altri paesi, la formazione dei dipendenti è integrata nella giornata lavorativa. “Mentre le aziende nordamericane tendono a considerare la formazione come un’iniziativa delle risorse umane (HR), altre nazioni la vedono come parte della propria strategia di competitività”, ha affermato. “I manager devono assumersi la responsabilità di sviluppare le persone parallelamente alla tecnologia”. Nel frattempo, Devin Hornick — co-fondatore e partner di KORE1, società attiva a livello nazionale nella gestione del personale e della forza lavoro con sede a Irvine, in California — ha affermato che un altro motivo per cui i lavoratori statunitensi sono in ritardo rispetto alle loro controparti globali è la mancata discussione delle aspettative lavorative con i propri manager. “Negli Stati Uniti non è chiaro il legame tra lo sviluppo delle competenze sul posto di lavoro e l’avanzamento di carriera o l’aumento del reddito; di conseguenza, i dipendenti danno priorità alla semplice sopravvivenza durante la settimana lavorativa”, ha dichiarato a *The Epoch Times*. Hornick ha aggiunto che, a meno che il datore di lavoro non chiarisca tale relazione attraverso un percorso di carriera e sviluppo specifico, i dipendenti non troveranno il tempo per investire nell’acquisizione di nuove competenze. La questione può complicarsi, ha affermato, quando un’azienda non concede ai dipendenti permessi retribuiti per partecipare alla formazione. Altre aziende non coprono i costi della formazione e alcune non la offrono affatto, ha aggiunto Hornick. “La maggior parte dei professionisti che colloco non ha la disponibilità di tempo ed energie per assumersi ulteriori responsabilità e acquisire nuove competenze”, ha detto. “Se non è previsto un budget per la crescita professionale dei dipendenti, significa che c’è scarso o nullo…”

L'articolo I lavoratori USA temono di essere sostituiti dalla AI proviene da Blondet & Friends.

L’Europa si avvia verso l’inverno con scarse riserve di gas naturale e prezzi alle stelle

9 September 2026 at 08:41

di Tyler Durden

Mercoledì 9 settembre 2026 – 08:45

I prezzi del gas naturale in Europa si attestano vicino ai massimi degli ultimi tre anni: la corsa al ripristino delle scorte spinge le quotazioni al rialzo, mentre le persistenti interruzioni nello Stretto di Hormuz intensificano la concorrenza per i limitati carichi di GNL in vista dell’inverno.

Martedì mattina, i futures di riferimento per il gas naturale europeo sono saliti di quasi il 3%, scambiando intorno ai 75 euro per megawattora, il livello più alto dall’inizio di gennaio 2023.

La giornalista di Bloomberg Priscila Azevedo Rocha ha osservato: “L’Europa ha bisogno di prezzi del gas più alti per attrarre maggiori carichi via mare, ma a meno di un mese dall’inizio della stagione del riscaldamento, le scorte della regione sono ancora in ritardo”.

L’opinione di Rocha è molto simile alla valutazione espressa la scorsa settimana da Samantha Dart, esperta di materie prime di Goldman Sachs, secondo cui i prezzi TTF per il mese di dicembre 2026 potrebbero dover superare i 100 euro per megawattora per scoraggiare la domanda asiatica di GNL.

“Abbiamo sostenuto che, in assenza di un miglioramento delle esportazioni di GNL attraverso lo Stretto di Hormuz (Grafico 1), i prezzi del gas europeo (TTF) dovrebbero salire per scoraggiare la domanda asiatica di GNL, liberando così carichi aggiuntivi da destinare all’Europa per aiutare a gestire i livelli di stoccaggio del gas”, ha spiegato Dart.

All’inizio della settimana, gli impianti di stoccaggio del gas naturale nell’UE erano pieni per circa il 67%, a fronte di una media quindicennale del 72,5% per questo periodo dell’anno. I lettori possono consultare qui l’ultimo grafico di MarketEar sul gas naturale nell’UE.

Separatamente, gli analisti di Timera Energy hanno scritto in una nota: “Poiché il mercato europeo del gas si avvia verso l’inverno con scorte insolitamente basse, la sua flessibilità nell’assorbire ulteriori shock dell’offerta o della domanda è limitata”, aggiungendo che “l’Europa sta alzando i prezzi per superare l’Asia nella competizione per il GNL marginale”.

Oltre alle tensioni sui mercati del gas, il continente in difficoltà deve affrontare anche una crisi del diesel. Come avevamo avvertito a inizio agosto, “l’inverno sta arrivando”…

L'articolo L’Europa si avvia verso l’inverno con scarse riserve di gas naturale e prezzi alle stelle proviene da Blondet & Friends.

Marcello Veneziani: Il coraggio di essere contro la guerra

8 September 2026 at 07:43
No srop guerra Ucraina

No srop guerra Ucraina

È giunto il momento di dire chiaro e forte No alla guerra. Dirlo da pacifisti è facile quanto irrilevante e forse retorico; è una petizione morale e ideologica, una professione di buone intenzioni e nobili propositi, o semplicemente un modo per tirarsi fuori dalla realtà della vita, salvaguardando il proprio profilo di anime belle e cuori umanitari. Non è nemmeno l’appello alla pace, che nobilmente e vanamente rivolgono i papi, sempre accorati e sempre inascoltati, perché tacciano le armi. Ma il no alla guerra nasce da un realistico ripudio della guerra come male, come danno terribile, incapace di risolvere le situazioni: la guerra fa male a tutti, vincitori e vinti, popoli e stati. In tempi e modi diversi, ma l’effetto è inesorabile e totale. Oggi più di ieri, meno di domani.

I no alla guerra sono generali ma anche specifici. No alla guerra che l’Europa sta preparando col suo scellerato interventismo anti-russo, immaginando che la Russia abbia invaso l’Ucraina per attaccare poi l’Europa. Lo abbiamo stabilito noi che l’Ucraina sia Europa come non lo è mai stata (o se lo è stata, lo è stata come la Russia). Fino a considerare l’Unione Europea quasi un appendice dell’Ucraina, e Zelenskij il capo morale (!) di un’Europa che fronteggia la Russia e dichiara di fatto la sua ostilità a tutto l’immenso Oriente, dalla Cina all’India, alla Turchia e al sud est asiatico. No anche alla guerra scellerata che Trump ha dichiarato all’Iran, unilaterale e “pretestuosa”, caldeggiata da Netanyahu, e che sta perdendo con gravi danni economici per tutti: non a caso Trump dichiara ogni giorno di averla vinta, se fosse vero basterebbe la realtà dei fatti. No alla guerra che Israele ha avviato con i paesi limitrofi del Medio Oriente, preparando il terreno ad altri odii, azioni terroristiche, attacchi. Un’ostilità armata che serve a tenere in piedi Netanyahu al potere, scatenando nel mondo odio verso Israele e di riflesso verso tutto l’Occidente.

In tutti i casi si tratta di vere e proprie guerre preventive: per prevenire che la Russia attacchi l’Europa ci armiamo contro di lei e armiamo l’Ucraina e partecipiamo al conflitto. O per prevenire che l’Iran sganci la bomba atomica o faccia una guerra che non ha intenzione di fare contro Israele e l’Occidente. O per prevenire che i paesi limitrofi cancellino Israele. C’è chi sogna anche una bella guerra in forma di crociata contro l’Islam ma non c’è nessuno stato islamico che vuole attaccarci o dichiarare guerra all’Occidente; ci sono i flussi migratori, al cui interno crescono o si insinuano sacche di odio verso l’Occidente che possono sfociare nel terrorismo. Ma non si combatte il conflitto molecolare del terrorismo con la guerra ai popoli, agli stati e alle religioni; lo si combatte affrontandolo sul suo terreno.

La guerra preventiva non risolve le situazioni, non previene nulla, semmai suscita o alimenta intenzioni bellicose e genera danni superiori ai presunti vantaggi: danni immediati – perdite vistose, rovine fumanti – e danni a lunga scadenza che risalgono poi nel tempo. Ma coloro che fanno guerra sono tutti concentrati sul medio periodo quando i paesi vincitori traggono qualche profitto e qualche esercizio di potenza in più, ma dopo aver pagato un caro prezzo e dopo aver gettato le basi per altre guerre, altri disordini, altre tensioni nel lungo periodo.

Un grande eroe  e scrittore di guerra come Ernst Jünger, che ebbe le più alte onorificenze militari e descrisse con entusiasmo le tempeste d’acciaio della guerra, si ritirò poi disgustato dalle guerre di materiali, dalla prevalenza degli apparati, dei dispositivi, oggi diremmo della tecnica, dei droni e dell’Ai, sul valore umano. E descrisse lo squallore della guerra, per poi scrivere un saggio sorprendente su La Pace come prospettiva per l’avvenire. Jünger riteneva la pace l’obiettivo di un’Europa federata, protesa verso la rinascita spirituale e intesa come risposta al nichilismo; riteneva che la pace richiedesse un coraggio perfino superiore alla guerra. Era tutt’altro che un pacifista, veniva da una tradizione militare prussiana, condivideva il realismo eroico della cultura tradizionale, ma capì che la guerra ormai era una spaventosa catastrofe in cui la volontà di potenza si mette al servizio della Macchina. Ogni guerra diventa così guerra contro l’umano e l’umanità.

All’Europa toccherebbe una missione importante: scegliere la via della neutralità e in questo modo uscire dai conflitti, presentarsi come luogo di mediazione e baricentro di equilibrio mondiale, cercando di incoraggiare altri paesi a fare altrettanto. Abbiamo l’esperienza storica, la cultura, gli argomenti e i valori, oltre che la capacità di calcolare vantaggi e svantaggi per poterci presentare al mondo come neutralisti. È assurdo che stiamo lasciando questo ruolo di mediazione a Erdogan o addirittura a XIJinPing. I rischi che si corrono dichiarandosi neutrali non sono superiori a quelli che si corrono se si procede verso il riarmo, acuendo il clima di tensione internazionale; ma i vantaggi sono evidenti su troppi piani. Se riuscissimo a convertire gli investimenti sugli arsenali militari in investimenti per guidare la tecnologia e lo sviluppo sociale avremmo solo da guadagnare. Ma per far questo servono statisti, che hanno grande realismo e vedono lontano, non piccoli funzionari dell’apparato o piccoli piazzisti in cerca di voto e di galleggiare al potere (uso il maschile ma molti leader europei sono donne).

Per cominciare se l’Europa avesse un minimo di lucidità e di coraggio dovrebbe fermare questa escalation di ostilità con la Russia, che ha le sue gravi responsabilità ma non ha mai mostrato, né avrebbe alcun interesse, ad allargare il conflitto all’Europa. L’idea di un’Europa in conflitto con la Russia magari piace alle amministrazioni Usa, come era chiaro già ai tempi di Biden; ma nuoce all’Europa e ai singoli stati europei, a cominciare dalla Germania. L’Europa dovrebbe poi con maggiore fermezza deplorare gli scellerati conflitti del Medio Oriente e compattamente separare il proprio destino da quello dell’America trumpiana e dalla sua strategia tronfia e aggressiva, fondata su minacce e punizioni, come se il mondo fosse alle sue dipendenze.

Non possiamo farci intimidire da chi, davanti a questa sacrosanta battaglia per la neutralità ci accusa di essere al servizio della Russia, dell’Iran o addirittura di essere antisemita. Sappiamo che non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello essere al servizio di qualcuno, tantomeno di qualche autocrazia o di qualche fanatismo. Mai come in questo caso lo facciamo da italiani, da mediterranei, da europei che hanno a cuore il destino dell’umanità.

L’Europa non può essere l’appendice degli Usa e di Israele ma deve essere l’interlocutore di tutti i giganti mondiali e di tutte le potenze regionali significative, e con loro trattare, senza minacce e proclami di guerra. Finora l’abbiamo scampata: ma se davvero il mondo dovesse prendere sul serio questo ridicolo, improbabile bellicismo europeo sarebbero dolori, ma seri. Abbia l’Europa il coraggio di dire No alla guerra e di dare subito l’esempio, sfilandosi dai conflitti in corso e scegliendo il ruolo di potenza neutrale, garante di pace e di equilibrio tra est e ovest, sud e nord del pianeta. Prima che sia troppo tardi.

Marcello Veneziani

La Verità – 4 settembre 2026

L'articolo Marcello Veneziani: Il coraggio di essere contro la guerra proviene da Blondet & Friends.

Tucker Carlson chiede le dimissioni di Trump in caso di attacco nucleare contro l’Iran

7 September 2026 at 22:04

[07/08/2026 08:15] Maurizio Blondet: LA PORNODESTRA

i leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

❤️ Seg

[07/09/2026 22:04] Maurizio Blondet: 🇺🇸T

“Ero contrario all’impeachment. Mi sono fermamente opposto a entrambi i tentativi di mettere Trump sotto impeachment. Tutto ciò era assurdo. Credo nella stabilità. Credo che i leader eletti debbano rimanere in carica fino alla fine del mandato. Non provo alcun odio personale per Trump.

Ma con tutto ciò, non appena un presidente inizia a prendere seriamente in considerazione l’idea di usare per primo le armi nucleari, quella persona deve essere immediatamente rimossa dall’incarico. Immediatamente. Perché questa deve essere una linea rossa.

La distruzione dell’intera umanità con un attacco nucleare… Cioè, perché allora nessuno sta cercando di rimuoverlo dall’incarico – immediatamente? Qualsiasi persona che sia semplicemente disposta a tollerare tali discorsi da parte dei propri subordinati o collaboratori è, per definizione, inadatta alla propria carica.

Si tratta della completa distruzione del mondo. Ribadisco: qualsiasi leader di qualsiasi Paese che proponga di usare per primo le armi nucleari perde il diritto di governare. Deve essere immediatamente rimosso.”

❤️ Seguite Info Defense 
Telegram | X | Web | RETE Info Defense

L'articolo Tucker Carlson chiede le dimissioni di Trump in caso di attacco nucleare contro l’Iran proviene da Blondet & Friends.

Pentagono non ha più soldi per pagare i morti contro l’Iran

7 September 2026 at 16:02

Pentagon refuses payout for soldiers who died in Iran conflict ‘because it isn’t a war’

Il Pentagono rifiuta di risarcire i soldati morti nel conflitto con l’Iran “perché non si tratta di una guerra”

JD Vance offre supporto dopo che la vedova ha espresso la sua frustrazione in un post virale online in seguito alla sua morte in un incidente aereo.

Le famiglie dei soldati statunitensi morti nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran stanno lottando per garantire che ricevano un adeguato risarcimento e benefici per i loro cari…

“

Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di liquidità, dovuta principalmente al costoso conflitto militare con l’Iran e al ritardo nell’approvazione da parte del Congresso dei finanziamenti di emergenza.

The Washington Post
+1
Come riportato da NBC News, le linee di finanziamento cruciali per la difesa si stanno esaurendo a fronte dell’aumento delle spese operative.

NBC News
+1
Il deficit di bilancio
I costi della guerra in Iran: il conflitto militare in Iran prosciuga miliardi di dollari dal Dipartimento della Difesa. Le operazioni costano centinaia di milioni di dollari al giorno.

Fondi esauriti: i vertici della difesa avvertono che la liquidità operativa di base e le specifiche linee di finanziamento si esauriranno entro poche settimane.

WSJ
+2
La richiesta di finanziamento
Richiesta della Casa Bianca: l’amministrazione ha chiesto al Congresso un pacchetto di spesa supplementare che include 67,1 miliardi di dollari per la difesa.

Breaking Defense
Stime più alte: funzionari della difesa, tra cui il vicesegretario alla Difesa Stephen Feinberg e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, hanno comunicato ai legislatori che il fabbisogno totale si avvicina agli 80 miliardi di dollari per coprire i costi della guerra e altri debiti non pagati.

The Telegraph

+1
Perché il Congresso non ha ancora stanziato i fondi
Slittamento politico: i legislatori hanno ritardato l’approvazione dei fondi di emergenza.
Mancanza di autorizzazione: alcuni membri del Congresso si oppongono al finanziamento del conflitto con l’Iran senza un’esplicita autorizzazione congressuale.
Ritardi dovuti alla pausa estiva: il Congresso rimane in gran parte inattivo in vista delle prossime elezioni, lasciando il Pentagono alle prese con la gestione dei costi operativi quotidiani senza un sollievo immediato.

NBC News

+2

NBC News
Il Pentagono sta esaurendo i fondi – NBC News
7 luglio 2026 — Il Pentagono sta esaurendo i fondi. I funzionari della Difesa hanno richiesto oltre 67 miliardi di dollari in finanziamenti supplementari. Ma il Congresso non ha…

WSJ
Il Pentagono avverte i legislatori che ha bisogno di 80 miliardi di dollari per la guerra in Iran…
18 giugno 2026 — I vertici del Pentagono hanno avvertito che potrebbero rimanere senza fondi quest’estate, con la conseguente possibilità di dover tagliare l’addestramento a causa della guerra in Iran e del dispiegamento al confine…

The Washington Post
Il Pentagono, che sta investendo miliardi nella guerra in Iran, sta rapidamente esaurendo…
21 luglio 2026 — Il Pentagono si trova ad affrontare un’urgente carenza di bilancio causata in gran parte dalla guerra in Iran, con alcune linee di finanziamento critiche destinate a esaurirsi…

L'articolo Pentagono non ha più soldi per pagare i morti contro l’Iran proviene da Blondet & Friends.

L’ambiguità di fondo dell’AfD: è antistatalista

7 September 2026 at 08:29

[ENI. La mitica azienda che fu guidata dall’indimenticabile patriota Enrico Mattei.

  • 35 miliardi di barili di riserve certificate nel sottosuolo;
  • dai 12 mila barili/giorno attuali si arriverà fino a 400 mila entro il 2030

Per l’Italia è un salto quantico sempre volto nel piano Mattei.

L’obiettivo dichiarato è fare dell’Italia il punto di snodo energetico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, sfruttando la posizione geografica del Paese nel Mediterraneo.

Altro che Finto Green.

Fateci largo: stiamo tornando.

ilgiornale.it

🔗 In_Telegram_Veritas

[04/09/2026 12:35] Maurizio Blondet: 🇪🇺⚔️🇷🇺 LE SANZIONI CONTRO LA RUSSIA SI SONO TRASFORMATE IN UNO STRUMENTO DI AUTODISTRUZIONE PER L’EUROPA – FOCUS

Dall’inizio dell’operazione militare in Ucraina, l’Unione Europea ha adottato 21 pacchetti di sanzioni antirussa. Oggi bisogna ammettere che per 21 volte l’Europa ha colpito sempre nello stesso punto, ma finora senza lasciarne alcuna traccia, constata il periodico tedesco Focus.

«Il criceto occidentale continua a girare nella ruota, e ciò reca più danno a se stesso che alla ruota stessa. Le sanzioni producono sì un effetto, ma non quello previsto», dichiara la testata.

È certamente positivo che gli elettori della Sassonia-Anhalt abbiano nettamente respinto le disastrose politiche della CDU, il suo appello alle armi e la sua crociata antirussa, ma l’abbraccio all’Alternative für Deutschland (AfD) non è esattamente motivo di celebrazione.

Sebbene l’AfD attiri il voto di protesta, vale a dire quegli elettori le cui reali preoccupazioni vengono ignorate o minimizzate dalle forze politiche centriste, oggi il partito viene attivamente cooptato dalle stesse forze transnazionali che hanno portato al potere il movimento MAGA negli Stati Uniti. All’interno dell’AfD coesistono due visioni contrapposte della Germania, ma è sempre più chiaro quale fazione disponga delle tasche più profonde e possa avvalersi degli algoritmi che, in quest’epoca, sono necessari per gestire la narrazione.

Da un lato c’è il co-leader Tino Chrupalla, che sostiene una visione più tradizionale, nazionalista, “eurasiatica” e multipolare. Dall’altro c’è Alice Weidel che strizza l’occhiolino alla destra di Silicon Valley e al libertarismo capitalista. La visione di Weidel sta gradualmente eclissando l’ala nazionalista tradizionale.

Questa nuova visione è chiaramente esposta nell’agenda tecnologica ed energetica dell’AfD. Il partito chiede esplicitamente che la Germania raddoppi la capacità dei suoi data center e quadruplichi la potenza di calcolo dell’IA entro il 2030. Ma questa utopia digitale richiede un’enorme e ininterrotta fornitura di energia. Per raggiungere questo obiettivo, l’AfD chiede un immediato ritorno al nucleare e la revoca delle sanzioni contro la Russia per garantire “energia a basso costo”.

Cerchiamo di essere chiari su cosa significhi: il tanto decantato desiderio dell’AfD di “migliori relazioni” con Mosca è interamente transazionale. Non è guidato da un’affinità ideologica o da un genuino desiderio di un’architettura di sicurezza eurasiatica multipolare. È guidato dal freddo calcolo dell’industria tecnologica. La Russia è vista semplicemente come un fornitore di quel gas necessario per mantenere in funzione i server di una Germania iperdigitalizzata.

Elon Musk ha dichiarato apertamente che “solo l’AfD può salvare la Germania”, utilizzando la sua piattaforma X per ospitare chat in diretta con Weidel e amplificare i messaggi del partito. Anche Peter Thiel, co-fondatore di Palantir e padrino della “Nuova Destra”, non nasconde il suo apprezzamento per AfD.

Questa alleanza punta verso una sintesi ideologica profondamente inquietante, spesso descritta dai critici come “tecnofascismo”. È un modello politico in cui una plutocrazia tecnocratica detta le regole della società, fondendo la logica algoritmica della Silicon Valley con gli impulsi nazionalisti dell’estrema destra.

Per l’AfD, questo si traduce in un’agenda paradossale: è ferocemente etno-nazionalista e anti-immigrazione quando si tratta di controllare le frontiere, ma anti-statalista e iper-globalista quando si tratta di capitale, tecnologia e degli oligarchi che controllano entrambi. @LauraRuHK

L'articolo L’ambiguità di fondo dell’AfD: è antistatalista proviene da Blondet & Friends.

… e alla Fraternità, la scomunica

6 September 2026 at 17:08

CONQUISTATI: Il Vaticano di Papa Leone ha collocato un tappeto da preghiera musulmano all’interno della Biblioteca Apostolica e l’ha chiamato ospitalità.

Madre Miriam l’ha messo in piazza apertamente: «Il Papa ha concesso ai musulmani una sala per la preghiera nella biblioteca vaticana. Perché permettereste a SATANA di entrare nella biblioteca vaticana?! È FOLLE!»

Nell’ottobre 2025, il vice prefetto della biblioteca, padre Giacomo Cardinali, ha rivelato il retroscena a La Repubblica.

«Alcuni studiosi musulmani ci hanno chiesto una stanza con un tappeto per pregare e noi gliel’abbiamo concessa.» L’ha avvolto in discorsi di «biblioteca universale» perché gli scaffali contengono antichi Corani.

Catholic News Agency ha confermato che i ricercatori musulmani in visita hanno il permesso di usare una stanza sul posto.

Dopo lo scandalo, Roma ha cercato di ridimensionarlo a una sala di lettura usata un paio di volte. Hanno comunque detto sì. Hanno comunque creato spazio per la preghiera islamica all’interno della casa dei libri del papa stesso.

Leone XIV ha passato il suo pontificato tra ricevimenti interreligiosi e «fraternità umana», mentre i cristiani vengono cacciati dal Nigeria al Medio Oriente e mentre La Mecca vieta ancora a un cattolico di camminarci dentro.

Il Primo Comandamento non ha ricevuto un lasciapassare da visitatore. Cristo non è un tappeto di cortesia. Se l’uomo sulla sedia di Pietro non sa difenderlo entro le mura vaticane, la resa è già avvenuta.

#Vatican #Pope

L'articolo … e alla Fraternità, la scomunica proviene da Blondet & Friends.

lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale

6 September 2026 at 09:38

Ventuno delle più grandi banche e istituzioni finanziarie del mondo, tra cui Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup, Deutsche Bank, UBS e Wells Fargo, stanno formando una nuova società per emettere una stablecoin agganciata al dollaro USA, con il lancio previsto per la prima metà del 2027.

La moneta opererà in conformità con il GENIUS Act, che richiede una riserva uno-a-uno e la piena aderenza alle normative USA in materia di antiriciclaggio e sanzioni. Da una prospettiva, questo potrebbe essere visto come uno sviluppo positivo. Una stablecoin emessa privatamente potrebbe consentire pagamenti più rapidi e meno costosi, apparendo al contempo come un spostamento della creazione di valuta digitale lontano dalla Federal Reserve verso un sistema più decentralizzato e guidato dal mercato. Tuttavia, dobbiamo chiederci: chi sono queste istituzioni “private”? Sono gli stessi interessi bancari radicati nel sistema della Federal Reserve e nell’architettura finanziaria più ampia che ha controllato l’emissione e il movimento del denaro per generazioni.

Sebbene la Federal Reserve possa essere chiamata “federale”, non è semplicemente un’agenzia governativa ordinaria, e spostare la valuta digitale dalla Fed a un consorzio di banche globali non sposta necessariamente il potere lontano dalle stesse istituzioni finanziarie. Tecnicamente, questa non è una valuta digitale della banca centrale (CBDC), ma potrebbe creare una porzione significativa dell’infrastruttura necessaria per una: denaro digitale tracciabile, verifica dell’identità, controlli sulle sanzioni e la capacità di bloccare o congelare transazioni. Potrebbe offrire miglioramenti reali al sistema finanziario, costruendo simultaneamente l’architettura per un controllo programmabile.

È questa una liberazione finanziaria, o un altro passo verso una distopia tecnocratica? Forse, per ora, la risposta scomoda è che potrebbe essere entrambe le cose.

L'articolo lle banche globali si riuniscono per emanare una moneta privata mondiale proviene da Blondet & Friends.

Guerra civile in Ucraina?

5 September 2026 at 17:20

🚀💥 I media ucraini riportano che il drone che ha colpito l’edificio della sede centrale della SBU in via Vladimirskaya a Kiev (coordinate 50.45058, 30.51552), sarebbe stato lanciato dal territorio ucraino. 1/10

Tutto indica una continuazione del feroce confronto armato – letteralmente – tra l’Agenzia della sicurezza ucraina SBU e la Direzione Principale dell’Intelligence militare GUR.

Citazione
Lukyluke31
@Lukyluke311

2 set
❗️Sparatoria nella notte al numero 10 di via Yuri Shuma a Kiev tra agenti dei servizi segreti SBU e dell’intelligence militare GUR.  — interessante: tra loro discutevano in russo. 1/3

L'articolo Guerra civile in Ucraina? proviene da Blondet & Friends.

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

5 September 2026 at 07:49
Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

L’Adige

4 Set 2026 | Editoriali & commenti

Suicidio assistito e tramonto di una civiltà

(Alessandro Rancani) Tra le parole che da sempre più mi affascinano c’è “Civiltà”. Al di là della sua origine etimologica, questo termine racchiude un significato profondo. In una sola parola troviamo il connubio di aspetti culturali, sociali e spirituali che caratterizzano una comunità. A differenza di una semplice società, una civiltà si definisce tale perché i suoi membri condividono regole e prospettive che nascono dal passato e fanno da guida per il futuro. La Civiltà è un percorso, una conquista, il vero progresso.

Il suo opposto è l’inciviltà: la dissoluzione della comunità in singoli egoismi, l’interruzione di un cammino comune, il caos. L’era dei disvalori e l’autoestinzione. Le civiltà si estinguono per annientamento da parte di un invasore o per autoestinzione. Nell’era moderna, il miraggio dell’appagamento materiale ed effimero ha sostituito l’eternità della bellezza artistica e architettonica, specchio di una visione condivisa. Oggi l’educazione e il rispetto vengono sopraffatti dall’insolenza, mentre l’etica cede il passo ai disvalori.

L’ultimo baluardo di una civiltà è la difesa dei membri della sua stessa comunità, elemento essenziale per sopravvivere e prosperare.

La nostra cultura, dopo essere stata un faro per millenni, negli ultimi decenni ha subito attacchi pesanti. Il progressismo, le dinamiche migratorie e l’abiura dei valori spirituali hanno ridotto l’Italia e l’Europa a un malato terminale.

Il voto in Veneto sul suicidio assistito e il “requiem” della politica

È proprio la stretta attualità a offrirmi lo stimolo per l’ennesima riflessione sulla strada che abbiamo intrapreso, una strada che porta dritta alla tomba. Ieri il Consiglio regionale del Veneto ha approvato a larga maggioranza la legge sul suicidio assistito, prima tra le regioni a guida di centro-destra. Non mi sorprende — poiché ormai da tempo non faccio distinzioni tra schieramenti — che i rappresentanti di facciata di un mondo che dovrebbe difendere la sacralità della vita abbraccino disvalori opposti al mandato ricevuto dagli elettori in buona fede.

A guidare la recita del requiem della nostra civiltà troviamo quasi tutti i consiglieri della Lega, apparsi decisamente più determinati nell’approvazione del “fine vita” che nell’attuazione dell’autonomia, votata dalla quasi totalità dei veneti. La peggiore delle inciviltà. La riflessione porta a una sola conclusione. Una civiltà che anziché assistere i propri cittadini nei momenti di massima fragilità li agevola a rinunciare alla vita, ha cessato di esistere. Una comunità che legalizza l’interruzione della vita dei suoi membri, dal concepimento alla morte naturale, è peggiore di un esercito invasore. Rappresenta il tradimento definitivo dei propri valori e l’incapacità di garantire un futuro ai propri cittadini. In una parola: la peggiore delle inciviltà.

L'articolo Suicidio assistito e tramonto di una civiltà proviene da Blondet & Friends.

Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market

5 September 2026 at 07:45

Cronaca – di Leo Malaspina – 3 Settembre 2026 alle 16:57

Poveri, poverissimi, praticamente milionari. Alla faccia degli stereotipi sugli immigrati che vengono in Italia per sopravvivere, le cifre sulla comunità del Bangladesh, i bangladini o bengalesi, come vengono definiti, parlano di un business imponente, con un “fatturato” record tra le varie popolazioni di stanza qui da noi. Secondo alcune ricostruzioni, per la costruzione della contestata moschea a Mestre sarebbero stati raccolti fino a 15 milioni di euro, una cifra enorme, con donazioni anche di 30mila euro a persona. Per non parlare del business dei mini-market, che da qualche giorno si segnalano per la triste vicenda dello stupratore bengalese che si è approfittato di una bambina ed è stato liberato da un giudice molto “generoso”. Le cifre della Banca d’Italia, pubblicate oggi dal “Messaggero“, illuminano soprattutto il fenomeno del nordest d’Italia, nella provincia di Venezia.

I numeri dei bengalesi in Italia

Nel 2025 le rimesse inviate a Dacca dalla provincia veneziana hanno raggiunto la cifra record di 107,9 milioni di euro. Per fare un confronto, la seconda comunità per volume di invii (le Filippine) si attesta a 6,7 milioni. Nel 2005, con circa duemila residenti bangladesi, il flusso era inferiore a 400 mila euro. Dal 2006 è iniziato un incremento costante e imponente. L’aumento è legato alla crescita della popolazione bangladese sul territorio, all’abbattimento dei costi di trasferimento grazie alle tecnologie digitali e all’aumento dei redditi e delle imprese gestite da cittadini bengalesi (passate da venti a oltre mille).L’elevato ammontare dei fondi inviati all’estero contrasta con i bassi livelli di ISEE dichiarati in Italia, che consentono a molte famiglie di accedere al sistema di welfare locale e statale.

I dati su tutta Italia sono ancora più illuminanti. Nel 2024 dall’Italia sono stati inviati in Bangladesh 1,397 miliardi di euro, il 16,9% di tutte le rimesse in uscita dall’Italia. Nel 2025 il Bangladesh è rimasto al primo posto e la quota è salita addirittura al 19,6%. Considerando 8,6 miliardi complessivi di rimesse nel 2025, significa circa 1,69 miliardi di euro diretti in Bangladesh in un solo anno.

C’è poi una presenza imprenditoriale significativa. Al 31 dicembre 2024 in Italia risultavano 392.751 titolari di imprese individuali nati in Paesi extra-UE; i bangladesi rappresentavano una quota prossima o superiore al 5%, quindi nell’ordine di oltre 20 mila imprenditori individuali.

L'articolo Bengalesi d’oro: tanti, ricchi e alla conquista dell’Italia. Dalla colletta per la moschea al business dei mini-market proviene da Blondet & Friends.

❌