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Trump sfalda la NATO

1 October 2026 at 20:02

Gli USA escludono Regno Unito, Francia (“volonterosi”), stati baltici (art.5!)  e diversi altri paesi europei dalla riunione NATO – Politico

Nei circoli diplomatici si teme che la selettività di Washington possa portare a una trasformazione dell’intera alleanza. I rappresentanti dei paesi esclusi affermano di non comprendere i criteri di selezione. “Se provano a dividere la NATO in alleati ‘buoni’ e ‘cattivi’, sarà pericoloso per gli USA”, ha detto un diplomatico.

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Perché Bibi ha detto “evitato l’11 Settembe”?

1 October 2026 at 13:01

Adi el Grande
@icardo8

Il Mossad pianificava di sequestrare un aereo della Flydubai per schiantarlo contro un grattacielo di Tel Aviv e incolpare l’Iran seguendo il modello dell’11 settembre, afferma l’agenzia iraniana Fars. Secondo funzionari della sicurezza iraniani, l’obiettivo era “provocare un incidente con un gran numero di vittime” e attribuirlo all’Iran per generare un consenso internazionale che permettesse di ottenere una nuova ondata di sanzioni contro Teheran e di attaccare nuovamente l’Iran.

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Gli installati, i rivendicativi e i radicati: tre eserciti in guerra

1 October 2026 at 07:42

I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione.

L’asse destra/sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili.

A New York e a Berlino, dove l’elettorato metropolitano, composto da popolazioni di ogni origine, prive di tratti comuni, monadi individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le masse immigrate.

A Berlino come nelle banlieues francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra.

Il terreno comune sono le politiche abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico.

Sulla scia di Mamdani la Linke berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben duecentomila alloggi.

Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con cittadinanza tedesca hanno votato Linke.

Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa Alternative fuer Deutschland (AfD) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali, in parte i Verdi.

In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici.

Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi. Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove La France Insoumise è diventata il partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione di stirpe francese.

In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino cittadino italiano arrestato dalla polizia.

Alla divisione destra/sinistra, oltrepassata dal conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi.

Elezione dopo elezione, in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un’Europa la cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti.

Possiamo definire il primo gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’establishment, i dipendenti pubblici, i pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati.

Votano in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-popolare-liberale.

Il secondo gruppo sono i “rivendicativi”, i cittadini di origine straniera e chi vive del vasto mondo dell’assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra.

La terza categoria sono i “radicati”, o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e patriottici.

I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua storia e delle specificità socio-culturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque.

Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e valoriale, privati della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali.

I dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il monopolio delle parole.

In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del Paese.

Uguale sorte per il Reform Party di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli “installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli decenni della seconda metà del XX secolo.

Nostalgia senza prospettive nell’epoca del debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra, precariato, crollo della spesa sociale.

Le opzioni socialdemocratiche, liberali e democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro.

L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città europee, offrendo alla vecchia sinistra l’opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi sono praticamente impermeabili.

È improbabile che un appartenente alla categoria degli scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico esistenziale.

In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4 per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a ripetersi.

In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”.

Una società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura la scomparsa degli altri.

Gli obiettivi dei “rivendicativi” risentiti possono essere imposti solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei “radicati”, la cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto.

Gli “installati” contano ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di mantenere equilibri di potere e strutture al collasso.

Perciò è reale la possibilità che diventi inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni contrapposte non hanno nulla in comune.

Difficile il compromesso o la conciliazione tra chi desidera preservare il paese com’era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. La questione migratoria è cruciale.

La grande divisione dei prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i “rivendicativi” avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In entrambi i casi, il processo sarà traumatico.

Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura immigrazionista, architrave dei “rivendicativi”.

La sinistra radicale sembra aver trovato la mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo.

Questo, in attesa di fondare partiti religiosi o etno-religiosi colonizza abilmente movimenti come la France Insoumise, il Labour inglese o lo spagnolo Podemos, fornendo voti e quadri dirigenti.

L’alleanza sembra fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente nelle dinamiche del partito democratico americano.

L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane, periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “luogo di nascita della postsocietà, intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana”.

Tra luoghi diventati spazi disumani senza destino comune e il resto dei territori il conflitto è inevitabile.

Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica, culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.

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Il Generale Figliuolo interrogato dalla Commissione

1 October 2026 at 07:40
Andrea Zambrano

Andrea Zambrano
Andrea Zambrano

l’audizione di figliuolo

«Vaccini? Eseguivo gli ordini»: il codice d’onore del generale signorsì

L’audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo svela l’elefante nella stanza: effetti avversi ed efficacia dei vaccini? Per l’ex commissario straordinario è tutto un susseguirsi di “regole da rispettare”, “scienza all’epoca concorde” e “non sapevo”. Per ogni cosa chiedere a Draghi e Speranza.

Attualità 30_09_2026

Quando l’allora premier Mario Draghi decise di sostituire Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo alla guida della struttura commissariale per la gestione della pandemia, fu chiaro a tutti un elefante nella stanza: un militare di carriera esegue gli ordini, non fa domande. E in quel momento bisognava eseguire un ordine senza farsi prendere troppo da contrarietà, critiche, evidenze scientifiche e altre cosucce che in una democrazia sono solite accadere: vaccinare tutti, con la forza e senza indugio.

Se ne è avuta una prova plastica, concreta e tangibile però, ieri, durante l’attesa audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo. Colui che guidò la macchina della gestione pandemica del governo di Draghi, venne messo lì non perché era il Marchionne dei processi logistici o il super manager degli approvvigionamenti per strutture complesse di rifornimento di vaccini e distribuzione capillare sul territorio. Ma semplicemente perché a un generale si risponde sìssignore, così come il generale è solito rispondere signorsì ai suoi superiori. Che in quel momento erano il governo di Draghi e Roberto Speranza alla guida del Ministero della Salute.

E lo prova non tanto la lunghissima relazione di Figliuolo, fatta di oltre un’ora e mezza di dati, numeri inerenti il come e il quanto ha organizzato la macchina vaccinale e dei dispositivi sanitari, ma gli scambi che l’alto ufficiale ha avuto con i commissari.

Non solo, si badi, quelli della maggioranza di centrodestra, ma anche quelli di insospettabili del centrosinistra, che allora erano al governo. Al deputato Pd Francesco Boccia, ad esempio, che gli chiedeva se le Regioni avessero mai avuto modo di contestare le sue decisioni inerenti l’approvigionamento e la fornitura dei vaccini, Figliolo ha risposto: “No, non c’è stato neppure bisogno che usassi i miei poteri commissariali”.

Il che lascia il campo a un milione di interrogativi. Del resto, l’Italia è il paese dei campanili dove in ogni provincia si pretende di fare diverso dal cugino che sta sull’altra sponda del fiume, figuriamoci se non potevano sorgere liti o polemiche sulla gestione di Figliuolo per un prodotto – un vaccino – che era sconosciuto, sperimentale, di incerta efficacia e di ancor più incerta sicurezza? E invece no. Nessuno fiatò. Perché gli ordini di Figliuolo non si dovevano discutere, sennò mica si metteva un generale alla guida.

Ma il clou dell’audizione si è avuto quando la capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri ha incalzato Figliuolo cercando di scavare un po’ più in profondità. E con lei a ruota tutti gli altri esponenti di Fratelli d’Italia.

Ne è uscito un dialogo serrato tra l’imbarazzato e il grottesco simile alla scena cult di Codice d’Onore dove Tom Cruise e Jack Nicholson (colonnello, però) dibattono in aula sul codice rosso per il povero soldato Santiago.

“Eseguivo gli ordini”. Questo il mantra che Figliuolo ha costantemente ripetuto nel cercare di rispondere alla Buonguerrieri. “All’Hub di Torino lei dichiarò: il vaccino previene il contagio, chi è contrario farà le sue scelte, gli ha ricordato. “Ma dai lavori di questa commissione è emerso che il vaccino non prevenisse affatto il contagio”. Risposta del generale: “Allora le evidenze scientifiche erano diverse da oggi e poi io ero stato investito del compito di portare a casa le vaccinazioni perché la comunità scientifica era convinta che con la vaccinazioni sicuramente si potevano salvare le persone”.

“Ma la comunità scientifica – ha insistito l’esponente di FdI – quando lei dichiarava queste cose, cioè nel luglio 2021 sapeva già che il vaccino non preveniva il contagio…”. “Qualunque cosa va messa in relazione con il rischio/beneficio e noi facevamo riunioni con Aifa e Ministero”, ha farfugliato il generale condendo le sue risposte con afflati romantici, tipo il dovere verso i suoi famigliari e verso il suo nipotino che ancora doveva nascere.

“D’accordo, ma quando lei parla di evidenze scientifiche, ci può dire chi gliele forniva?”, ha insistito la Buonguerrieri (in foto). “Aifa, Ministero della Salute (cioè Speranza ndr.) … ma ripeto: io avevo un compito preciso: portare a termine la campagna vaccinale.

Anche sul Green pass, diabolico strumento di coercizione vaccinale imposto dal governo dei migliori di allora, Figliuolo non si è discostato dal canovaccio imposto dal suo ruolo. È stato tutto un “chiedete al Ministero”, “sentite da Aifa” e di “io dovevo eseguire gli ordini”, fino poi a capitolare alla domanda decisiva del presidente Marco Lisei: “A me nessuno, allora, disse che la vaccinazione non preveniva il contagio”.

Ecco spiegato come è stato possibile che il vaccino fosse stato imposto così facilmente: con l’inazione dei forti e l’inerzia dei giusti. I danneggiati da vaccino? Non pervenuti, per Figliuolo sono materia della farmacovigilanza di Aifa (che sappiamo bene come ha funzionato) e pertanto nel suo “codice d’onore” e di azione sono completamente inesistenti. Un esercito fantasma perso nelle nebbie del campo di battaglia di cui lui, evidentemente comandante in capo, non si è accorto.

E la necessità di vaccinare con la forza, pena la perdita del lavoro e di alcuni diritti fondamentali anche i più recalcitranti dopo aver raggiunto l’obiettivo del 70% di copertura? I parlamentari Antonella Zedda e Lucio Malan, entrambi di FdI, hanno incalzato Figliuolo su questi temi e su altri, come, ad esempio, l’evidenza fornita dai CdC americani già ad agosto 2021 che il vaccino non bloccava il contagio e provocava eventi avversi. La risposta? “Non fu una scelta mia, non avevo queste potestà, le posso dire che da buon cittadino, una volta che ci sono delle regole vanno rispettate. Io non avevo alcun potere su questo, ma non sono un codardo: per me una volta che le regole vengono prese vanno rispettate”.

Conclusione affidata sempre alla Buonguerrieri: “Lei da servitore dello Stato non si è posto il tema delle decisioni che venivano prese?”. La risposta è semplice, candida e quasi innocua come un signorsì: “Quelle erano decisioni della politica e io le eseguivo”.

Ecco svelato finalmente in Parlamento il volto della campagna vaccinale: un’operazione politica calata dall’alto, incurante delle evidenze scientifiche, che si è imposta con la forza e l’aiuto dell’esercito, il cui potere, guarda caso, ancora oggi è quello di custodire insindacabilmente il criterio di decisione di chi ha eventualmente diritto ad un indennizzo per danno da vaccino o no. Non per iscriversi all’antimilitarismo da strapazzo, categoria che rifiutiamo in toto, ma se per imporre una verità serve l’esercito, significa che quella verità non è poi così tanto verità. E che da Antigone alla pandemia, passando per Norimberga, è tutto un susseguirsi di ordini da eseguire “usi a obbedir tacendo” e di leggi universali naturali superiori a cui rispondere.

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Crosetto autorizza i robot all’omicidio

30 September 2026 at 15:27

Doveva vigere un divieto assoluto, “prima legge della robotica”. E invece:

FEDOROV, CONSIGLIERE DELLA DIFESA ITALIANA, FONDA L’ESERCITO DEI ROBOT CHE VERRANNO ACQUISTATI CON IL DENARO DEI CONTRIBUENTI PRESO A STROZZO PRESSO LA UE

Mykhailo Fedorov siede accanto a Guido Crosetto sull’innovazione militare e ha fondato, con il CEO di Palantir, un’impresa di tecnologie belliche. Roma intanto chiede 8,9 miliardi per droni e sistemi autonomi.

Il 28 agosto l’ex ministro della Difesa ucraino è diventato advisor del ministero italiano. Quattro giorni dopo ha annunciato la sua società di tecnologie belliche, più un fondo di investimento e un centro studi.

Il 26 settembre, all’Arena di Leopoli, ha presentato l’Esercito dei Robot: un ecosistema privato di macchine al posto dei soldati, accompagnato da un video generato con l’intelligenza artificiale.

Le stesse tecnologie — droni, sistemi autonomi, difesa aerea — sono quelle che l’Italia vuole comprare con un prestito europeo da 8,9 miliardi. L’incarico di Fedorov ci dicono essere a titolo gratuito, certamente i legami di interesse no.

La cultura necatrix avanza alla carica ed investe trasversalmente le decisioni degli stati sovrani, mentre i politici fanno i finti tonti.

Leggi l’articolo 👉 https://anotherworld.network/2026/09/fedorov-consulente-crosetto-difesa-italiana

@anotherworldnetwork

Nella fantascienza, le Tre leggi della robotica sono un insieme di precetti scritti da Isaac Asimov, ai quali obbediscono tutti i robot positronici (ossia robot dotati di un cervello positronico) che compaiono nei suoi racconti e in molti racconti di altri autori. Il testo italiano delle leggi ha subito alcune variazioni nelle varie traduzioni, questa è la versione originale:(inglese)

«

  1. A robot may not injure a human being or, through inaction, allow a human being to come to harm.
  2. A robot must obey any orders given to it by human beings, except where such orders would conflict with the First Law.
  3. A robot must protect its own existence as long as such protection does not conflict with the First or Second Law.»
(italiano)
«
  1. Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.»

(Manuale di Robotica, 56ª Edizione – 2058 d.C.[1])

L’idea

Le Leggi nacquero agli inizi degli anni quaranta, dalla mente di Asimov, grazie a fruttuose discussioni sulle sue storie robotiche con John W. Campbell, amico nonché curatore di Astounding Science Fiction. Asimov era dell’idea che, se una macchina era progettata bene e se non era utilizzata impropriamente, non poteva presentare alcun rischio.[2] Egli implementò queste leggi nei suoi robot rispettando la necessità di sicurezza (la Prima Legge), servizio (la Seconda Legge) e autoconservazione (la Terza Legge) di questi “utensili” sofisticati.[3]

Anche se Asimov fissa una data di creazione delle leggi, la loro comparsa nelle sue opere avvenne in un lungo periodo di tempo. Egli scrisse due storie senza elencare le Tre Leggi (Robbie ed Essere razionale); Asimov assunse, comunque, che i robot avrebbero avuto una certa salvaguardia inerente. Bugiardo!, la terza storia di robot di Asimov, menziona per la prima volta la Prima Legge (e il personaggio di Susan Calvin), ma non le altre. Le Tre Leggi apparvero tutte esplicitamente in Circolo vizioso.[3] Quando queste e altre storie vennero raccolte assieme, nell’antologia Io, robot, il racconto Essere razionale venne aggiornato per comprendere le Tre Leggi.

Con la loro creazione, le leggi della robotica si dimostrarono talmente popolari e sensate che ben presto altri scrittori cominciarono a usarle, senza però mai citarle, in quanto solo Asimov stesso poteva. Dopo la loro invenzione, le storie dei robot come “distruttori del loro creatore” cessarono quasi di esistere.[4]

Anche se inizialmente le leggi erano semplicemente delle salvaguardie attentamente ingegnerizzate, nelle storie successive Asimov dichiara che occorrerebbe un investimento significativo nella ricerca per creare dei robot intelligenti che siano privi di queste leggi, perché esse sono una parte inalienabile della fondazione matematica che sottende al funzionamento del cervello positronico.

Generalmente nelle storie scritte da Asimov non vengono esaltate le Tre Leggi della robotica.[5] Al contrario, la maggior parte di esse ha come spunto il mostrarne falle e malintesi, derivanti da impulsi errati.[3] Fanno però eccezione alcuni racconti come Sally, Se saremo uniti, Il segregazionista, Che tu te ne prenda cura e Natale senza Rodney, dove le leggi della rob

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Gli scioperi paralizzano la Francia mentre e Macron è sempre più odiato dalla popolazione per le sue politiche di austerità

30 September 2026 at 08:15

Il presidente francese, in difficoltà, si trova ad affrontare due movimenti di protesta sovrapposti e un indice di gradimento inferiore al 18%.

Veritas liberavit Vos

Una serie di proteste di massa ha scosso la Francia in vista dei piani del governo di tagliare circa 56 miliardi di euro dalla spesa sociale. Martedì 29 settembre, vigili del fuoco, operatori sanitari, addetti ai trasporti e altri dipendenti pubblici hanno partecipato a uno sciopero nazionale, appoggiato da tutti i principali sindacati del settore pubblico. Oltre 170 manifestazioni erano previste in tutta la Francia, con dimostranti che hanno bloccato le strade e si sono scontrati con la polizia a Parigi, mentre i vigili del fuoco hanno acceso dei razzi in cima all’iconica Colonna di Luglio in Place de la Bastille, eretta per commemorare la deposizione di re Carlo X nel 1830. Anche gli studenti francesi si sono scontrati con la polizia fuori dalle scuole in tutto il paese.

Le richieste dei manifestanti sono ben note: salari più alti, migliori condizioni di lavoro e maggiori finanziamenti per i servizi pubblici. Tuttavia, sebbene i dipendenti del settore pubblico accusino da anni il governo del presidente Emmanuel Macron di sottofinanziare e smantellare i loro dipartimenti, sostengono che la loro situazione sia recentemente diventata insostenibile a causa dei prezzi record del carburante e di salari che non sono riusciti a tenere il passo con l’inflazione.

La Francia ha aumentato gli stipendi del settore pubblico del 5% da quando Macron è salito al potere nel 2017, mentre l’inflazione cumulativa è cresciuta del 24% nello stesso periodo.

Il sindacato degli insegnanti SNUipp-FSU ha affermato che il 40% degli insegnanti delle scuole primarie è in sciopero, mentre un quarto dei vigili del fuoco ha incrociato le braccia, secondo le stime del governo. Il sindacato francese di sinistra CGT ha definito gli scioperi di oggi una “giornata nera”, volta a “esprimere veramente la nostra rabbia”.

Il primo ministro francese Sébastien Lecornu si appresta a presentare giovedì 1° ottobre un piano di tagli per 54 miliardi di euro (62 miliardi di dollari) nel bilancio 2027. Lecornu nega di aver redatto un bilancio di “austerità”, ma il politico di sinistra Jean-Luc Mélenchon, sostenitore degli scioperi, ha affermato che non farebbe altro che acuire le proteste e ha promesso di annullare il bilancio e cancellare il debito pubblico se eletto presidente il prossimo anno.

Macron, che ha già ricoperto due mandati e non può ricandidarsi alle elezioni di aprile, attualmente gode di un indice di gradimento inferiore al 18%, secondo un sondaggio Ifop pubblicato all’inizio di questo mese. Sebbene il presidente francese abbia registrato percentuali di gradimento peggiori in altri sondaggi, il 18% rappresenta un minimo storico per un’indagine Ifop.

Gli scioperi di martedì 29 settembre sono aggravati da un crescente movimento di protesta studentesca. Secondo quanto riportato dai media, gli studenti delle scuole superiori, che lamentano classi sovraffollate e trascurate, hanno bloccato più di 300 scuole in diverse città.

Lunedì 28 settembre, gli studenti – prevalentemente adolescenti neri e mediorientali provenienti da periferie disagiate – hanno dato fuoco a cassonetti della spazzatura fuori da una scuola a Lille e si sono scontrati con la polizia nella periferia parigina di Saint-Denis. In alcune zone, le proteste sono degenerate in disordini, con giovani che hanno lanciato fuochi d’artificio e si sono scontrati con le forze dell’ordine.

Secondo gli ultimi dati diffusi dai media francesi, lunedì 28 settembre la polizia ha arrestato 164 studenti e rivoltosi, e almeno altri 40 martedì 29 settembre.

https://swentr.site/news/646434-france-students-protest-strikes/

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I moderni Nicolaiti

29 September 2026 at 12:45

(e i loro censori acattolici)

La Scure di Elia

Tu odi le azioni dei Nicolaiti, che anch’io ho in odio (Ap 2, 6).

«Al dire di Sant’Ireneo (Adv. Haer., I, 6; 3, 11), di Tertulliano (De Pudic., XIX, 6), di Clemente A. (Strom., II, 20), ecc., insegnavano che le voluttà sensuali non contaminavano lo spirito e non erano peccati» (Il Nuovo Testamento commentato dal P. Marco M. Sales O.P., vol. VII: L’Apocalisse, Proceno [VT] 2016, 26, n. 6). Riguardo a questa setta eterodossa del I secolo d.C., padre Sales ci informa ulteriormente che «negavano la divinità di Gesù Cristo e professavano alcuni errori gnostici» (ibid.). Si tratta dunque di uno dei tanti movimenti pseudocristiani afferenti alla variegata galassia della gnosi, la quale, dopo aver minacciato il cristianesimo nascente in modo ben più nocivo delle persecuzioni violente, è ricomparsa nel Quattrocento sotto la copertura dell’Umanesimo e, da allora, non ha più smesso di inquinare la vita ecclesiale.

Arricchita delle “conquiste” intellettuali kantiane ed hegeliane, la gnosi ha virulentemente attaccato la teologia cattolica prima col modernismo, poi con la nouvelle théologie, i cui propagandisti, grazie alla dissimulata connivenza di Roncalli, presero il controllo del Concilio Vaticano II fino al punto di trasformarlo in arma di distruzione della Chiesa e della sua dottrina, una sorta di atomica spirituale che mutò radicalmente la componente terrena della Sposa di Cristo – se non nell’essenza, almeno nella coscienza di sé, nell’immagine e nel funzionamento. I fautori del cambiamento (ormai passati tutti dinanzi all’eterno Giudice) denominarono esplicitamente quell’evento il 1789 della Chiesa; poiché la rivoluzione francese fu opera del giudaismo frankista, possiamo legittimamente arguire che ancora una volta abbia agito la medesima mano.

Parallelo con l’attualità

Ora, il riferimento ai Nicolaiti è motivato dal fatto che, a livello spirituale, i novatori assomigliano loro fortemente: essi ricusano – seppur implicitamente – la divinità di Cristo e, di conseguenza, il Suo ruolo di unico Salvatore; propugnano una sorta di autosalvazione mediante la conoscenza e l’aggiornamento delle dottrine; soprattutto, in forza della dicotomia tra spirito e materia, negano la rilevanza morale degli atti compiuti con il corpo, in particolare di quelli attinenti alla sfera sessuale. Da perito conciliare, il gesuita Rahner scambiava focose lettere d’amore con una donna, fatto che, per quanto peccaminoso, rientrava ancora nell’ordine naturale; invece le generazioni successive di “teologi” ed ecclesiastici hanno abbandonato ogni remora, concedendosi “piaceri” (se così possono chiamarsi) decisamente contro natura.

Le condizioni morali di gran parte di coloro che oggi detengono il potere nella Chiesa sono talmente degradate che tanti cattolici, se le conoscessero, perderebbero la fede. La nostra mira non è pertanto quella di scoprire la piaga purulenta, ma piuttosto quella di spiegare la sfacciata indifferenza di quei prelati per le verità rivelate, deformate col pretesto di presentarle in modo più attuale oppure rese vaghe e confuse per scopi “pastorali” oppure ancora, più semplicemente, deliberatamente relegate nell’oblio. Essi, nonostante tutto, sentono il bisogno di giustificarsi in qualche modo per attenuare il morso della coscienza, per quanto sempre più debole. Rispetto agli antichi Nicolaiti, quelli moderni hanno altresì assorbito il veleno della dottrina frankista circa una presunta redenzione attraverso il peccato (tratto comune col circolo Epstein).

Di fronte a questo stato di cose, molti cattolici si domandano giustamente cosa fare. Chi ha reagito con l’insubordinazione e la separazione dalla società visibile dimostra di non sapere più – o di non aver mai saputo – cosa sia la Chiesa, oltre ad aver perso di vista un principio elementare del diritto: i superiori non perdono automaticamente l’ufficio per la loro indegnità morale, la quale va anzitutto provata e, qualora sia dimostrata, può incidere sulla loro posizione unicamente se l’autorità ad essi superiore ne decide la rimozione; a poterla decretare non sono certo i sudditi, i quali, di conseguenza, non sono autorizzati a sottrarsi unilateralmente alla loro autorità né ad esimersi dall’obbedienza in ciò che è legittimo. Rilevare che il diritto è applicato con pesi e misure diverse a seconda che si tratti di conservatori o progressisti non è un motivo sufficiente per porsi fuori del diritto stesso inventandosi un inesistente diritto di supplenza.

Idee scorrette di Chiesa e sacerdozio

La Chiesa terrena è una vera società regolata dal diritto, che in molti casi rappresenta l’unica tutela dei deboli e senza il quale essa sprofonderebbe in un caos ben peggiore. Chi piccona l’ordinamento ecclesiastico per ragioni apparentemente virtuose (cioè per difendere la Chiesa) arreca alla Chiesa un danno enorme, in quanto non solo la divide, ma mina il principio stesso della sua coesione. Ciò denuncia gravi carenze dottrinali circa la natura della Chiesa come società visibile nonché la natura del diritto, ridotto a mero coacervo di norme positive umane, sempre modificabili o sospendibili. È così che, come i modernisti, anche i tradizionalisti scismatici dimostrano di aver coltivato un’idea di Chiesa spiritualistica e intellettualistica… in altre parole, un’idea gnostica, certamente diversa quanto alla coloritura, ma fondamentalmente analoga.

Sulla stessa linea di questo grave malinteso ecclesiologico si muove l’equivoco riguardante il sacerdozio cattolico, un cui connotato essenziale è la comunione gerarchica, senza la quale esso non è cattolico. Non basta infatti che ci sia la materia dell’ufficio sacerdotale (cioè i tre uffici di governare, insegnare e santificare, comuni anche agli ortodossi), ma è necessario che ci sia anche la forma (ossia il legame del sacerdote col vescovo e dei vescovi col Papa, legame grazie al quale il sacerdozio viene esercitato, come deve, nell’unità del Corpo Mistico, concorrendo così alla sua crescita e al suo benessere). Ciò non è un accidens, ma appartiene all’essenza stessa del sacerdozio; in assenza di ciò, pertanto, non si ha sacerdozio cattolico, ma un sacerdozio acattolico, grossolanamente difettoso in quanto privo della forma cattolica del sacerdozio stesso.

Alla luce di quanto esposto, è chiaro che l’idea di consacrare dei vescovi al di fuori della comunione gerarchica allo scopo di preservare l’episcopato cattolico è intrinsecamente contraddittoria, visto che vescovi ordinati con un atto di rottura della comunione non sono cattolici. Pretendere che non si tratti di un atto di rottura perché i nuovi vescovi non rivendicano la giurisdizione ma sono intesi unicamente ad amministrare i sacramenti della Confermazione e dell’Ordine sottende un altro madornale errore dottrinale. Oltre a misconoscere l’inseparabilità dei tria munera, questa curiosa tesi ignora la natura dell’episcopato cattolico, il quale è per essenza continuazione dell’ufficio apostolico di pascere il gregge del Signore. Il munus regendi (e, quindi, la giurisdizione) è il fulcro degli altri due, il munus docendi e il munus sanctificandi: nessuno, infatti, può legittimamente insegnare in modo tale da impegnare la coscienza né dispensare i Sacramenti se non a coloro sui quali è costituito in autorità.

Le eccezioni confermano la regola: i vescovi della Santa Sede, i nunzi apostolici e i vescovi ausiliari non hanno giurisdizione su una porzione del Popolo di Dio, ma sono comunque ordinati ad averla, tanto è vero che possono ricevere dal Papa il governo di una diocesi per semplice decreto, senza alcun ulteriore intervento sacramentale. Per salvare in qualche modo la forma, essi ricevono il titolo di un’antica diocesi non più esistente, proprio perché l’episcopato, ben lungi dal servire alla mera “produzione” di sacramenti, è per sua stessa natura finalizzato alla guida dei cristiani dimoranti in un determinato luogo. Perciò non si dà episcopato consistente nella sola potestas ordinis, poiché esso contiene in radice, per essenza, anche la potestas regiminis, virtualmente presente pure nel vescovo non dotato di giurisdizione territoriale o personale.

Che la forma canonica della comunione gerarchica si sia evoluta nel tempo non cambia la sostanza del discorso: come si è verificato un necessario e salutare sviluppo organico sia del dogma che del culto, così per il diritto della Chiesa. È risaputo che nel primo millennio il Papa non nominava i vescovi di persona così come, fino al Concilio di Trento, non esistette il meccanismo giuridico di incardinazione dei preti; tuttavia una forma canonica di comunione gerarchica, seppur non fissata come lo è oggi, c’era senza dubbio, se sant’Ignazio d’Antiochia († 107), in viaggio per Roma, dove sarà coronato dal martirio, scrive ai cristiani di non fare assolutamente nulla senza il vescovo, mentre afferma che la Sede romana presiede l’intera Chiesa (cf. Smirn., 8, 1; Rom., Prologo). In altre parole, la forma canonica si è determinata in modo graduale ma c’è sempre stata, benché, all’inizio, allo stadio embrionale; oggi, comunque, vige quella attuale, non quella di un’epoca a scelta.

Conclusione

Dalle considerazioni fin qui svolte si evince che i separatisti di ogni denominazione (lefebvriani, viganiani, resistenti, affini e derivati) sono non soltanto scismatici, ma anche eretici, in quanto, in teoria e in pratica, rifiutano punti essenziali del dogma ecclesiologico. La panacea con cui legittimano la propria ribellione (lo stato di necessità) è una palese menzogna: è insostenibile che all’infuori di loro non ci siano, in tutta la Chiesa Cattolica, sacerdoti e vescovi in grado di insegnare la sana dottrina e amministrare Sacramenti validi. L’accettazione o meno del Vaticano II non è affatto un discrimine: nonostante il disastro causato dagli apostati che si servirono di esso per demolire la Chiesa, infatti, il carattere pastorale anziché dogmatico fa sì che i suoi testi non obblighino la coscienza dei fedeli se non in ciò che è conforme al Magistero perenne.

Le ambiguità che hanno aperto la porta a perniciosissimi errori, pur avendo provocato immensi danni, non minacciano più la fede dei cattolici autentici, che per grazia han ritrovato la via della verità. Ci sono schiere di sacerdoti e laici di retta coscienza che, malgrado le deficienze dottrinali dovute alla loro cattiva formazione, camminano sotto la guida della Corredentrice verso la piena comprensione del deposito ricevuto. Ciò che li ostacola di più nella riscoperta della Tradizione e della Messa antica è proprio il fatto che movimenti ribelli ne facciano la propria bandiera e un motivo per spaccare la Chiesa. Chi ama davvero la Sposa di Cristo persevera invece nel bene a prescindere dai Nicolaiti che spadroneggiano su di lei, preparando attivamente l’intervento divino con la preghiera e l’impegno, ma senza assumersi compiti e ruoli che non gli spettano, bensì, da vero cattolico, confidando ciecamente nella Provvidenza mentre coopera con Essa.

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Che cosa nascondono le invasioni barbariche

28 September 2026 at 17:21

Juan Manuel de Prada

L’invasione barbarica di Ceuta ci ha mostrato scene tipiche di guerriglia urbana che fino ad ora avevamo visto solo in occasione di rivolte nelle periferie parigine: auto incendiate, ripetuti attacchi contro soldati e poliziotti, assalti ai mezzi pubblici, abusi sessuali e così via. Non sfugge a nessuno (o solo a coloro che vivono rinchiusi in quelle polverose gabbie di pensiero chiamate ideologie), che non si tratta comportamenti propri di persone che vengono a guadagnarsi da vivere in un altro paese, nemmeno nelle situazioni disperate in cui chiunque può commettere un crimine per puro istinto di sopravvivenza, o per proteggere i propri cari, alla maniera di Jean Valjean. Le ondate di delinquenza che si sono diffuse a Ceuta non hanno nulla a che vedere con la disperata criminalità a cui alludiamo; sono azioni programmate secondo una strategia di conquista territoriale e di espulsione delle popolazioni autoctone, una strategia già utilizzata – con ottimi risultati – in diversi paesi europei, soprattutto in Francia.

Questa strategia si può riassumere molto concisamente: dalla periferia di una città si creano zone senza legge, o, come direbbe Michel Foucault, “eterotopie” che operano al di fuori delle norme sociali e diventano inabitabili; poi il territorio si espande gradualmente, come una macchia d’olio. Questo è accaduto ripetutamente in Francia, dove le popolazioni musulmane colonizzano un quartiere e organizzano bande specializzate nella guerriglia urbana, introducendo varie forme di intimidazione civile, più o meno subdole o sfacciate, che i “petits blancs” (i bianchi poveri residenti) non osano nemmeno denunciare, per paura di ritorsioni, finendo per emigrare in altri quartieri o città. Lo sfratto degli abitanti è prima o poi seguito dal collasso della polizia, poiché pattugliare queste zone senza legge richiede di assumere rischi aggiuntivi e molto costosi, anche perché le autorità costringono la polizia ad adottare metodi blandi, irenisti, esattamente come accade a Ceuta.

Non dobbiamo confondere queste “zone senza legge” con i ghetti, dove vivono confinate popolazioni che subiscono l’emarginazione. Gli abitanti delle zone senza legge non sono né confinati né emarginati; al contrario, hanno conquistato il territorio che abitano, creando – attraverso la violenza palese o occulta – un proprio spazio autonomo, espellendo coloro che vi risiedevano in precedenza. E, naturalmente, in queste eterotopie senza legge generate da invasioni barbariche, non esiste l’immaginario meticciato (mescolanza razziale e culturale) che ha ispirato tante narrazioni mitiche del progressismo benpensante. Inizialmente, può esserci una parvenza o una pantomima di meticciato, con la colorata esibizione di tamburi e ciaramelle; ma si tratta di una risorsa cui si ricorre per astuzia, presto sostituita da comportamenti ben più dissuasivi una volta assicurato il dominio. Questa strategia, ricorrente in Francia, è la stessa che si intende attuare a Ceuta, in forma ancora più aspra e brutale. Naturalmente, coloro che a suo tempo la denunciarono in Francia – quasi sempre le classi lavoratrici che ne subirono le conseguenze – furono accusati di esagerazione e sensazionalismo, di alimentare fantasmi e paranoie razziste. Esattamente lo stesso argomento usato da Grande Marlaska, ministro spagnolo degli Interni, quando descrive le lamentele degli abitanti di Ceuta come “sensazioni ” e “insicurezze soggettive”. Le élite intellettuali francesi – che, come quelle spagnole, vivono in quartieri benestanti – hanno abbandonato al loro destino i “petits blancs” che subirono le invasioni, predicando le virtù del “meticciato sociale” e girando intorno al problema con inutili e retoriche “politiche di inserimento”, nella speranza che presto il crescente numero di invasori assicuri il trionfo elettorale del progressismo sotto varie maschere, moderate o radicali a seconda delle circostanze. Questo è accaduto ripetutamente in Francia e in molti altri paesi europei, dove la parte della popolazione che subisce invasioni barbariche non è più in grado di formare maggioranze contro le alleanze che il progressismo moderato e radicale stringe con gli invasori. Queste alleanze, a loro volta, generano la fioritura di partiti che si nutrono di paura e rabbia, tentando grottescamente di contrastare la colonizzazione invasiva con il vuoto di civiltà che ne è stata la causa primaria. Dobbiamo innanzitutto riconoscere, se non vogliamo rinunciare all’onestà intellettuale, che l’integrazione di popolazioni appartenenti a civiltà diverse è intrinsecamente impossibile; e dobbiamo anche ricordare che le civiltà le fondano le religioni e scompaiono quando declina religione che le fondò. Non esiste una civiltà laicista, né democratica, né repubblicana, né costituzionalista, né altre sciocchezze simili; dove manca la religione, c’è solo un vuoto di civiltà, che viene inevitabilmente colmato da un’altra civiltà, quella degli invasori. Coloro che arrivano a colmare quel vuoto non fanno altro che eseguire un disegno (chiamiamolo così); ben più maligna è la posizione assunta da quelle élite – provenienti ovviamente da classi sociali preservate dal contatto con le invasioni barbariche – che negano la realtà e continuano a tessere le lodi delle ondate migratorie e ad applaudire le regolarizzazioni di massa, lanciando anatemi contro chi denuncia questa nuova forma di suicidio collettivo. Mi sono spesso interrogato sul motivo del loro tradimento e della loro follia. Non mi sfugge che quasi tutti sono generosamente foraggiati da organizzazioni a loro volta finanziate dal globalismo e corrotte dal progressismo egemonico con una moltitudine di prebende e privilegi. Ma la loro abiezione cela un’altra ragione, più oscura e segreta, che non può essere spiegata come ingenua difesa dei cosiddetti diritti umani, né come sottomissione al politicamente corretto, né come perversione masochistica dei sentimenti, né come filantropia allucinata, né tantomeno come fatalismo di impulsi autodistruttivi. Tutti questi ingredienti – e anche la pura imbecillità – si agitano mescolati nel pentolone dell’abiezione in cui queste élite bevono; ma c’è un altro ingrediente che funge da emulsionante per tutti loro. Nel cuore di quell’abiezione, a spiegarne le viscere più profonde, si cela l’odio per la religione che ha fondato la nostra civiltà. Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni questione politica si nasconde sempre un problema teologico. ( www.kontrainfo.com).

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Gasolio, è cambiata la mappa: da dove arriva e perché costa tanto quello che mettiamo nei serbatoi

28 September 2026 at 08:22

Finanza e mercato

Prima la Russia, poi il Medio Oriente, adesso sempre più Stati Uniti e India. In appena quattro anni l’Europa ha ridisegnato la geografia delle proprie forniture di gasolio, sostituendo rotte di pochi giorni con viaggi che possono durare settimane. E proprio mentre una parte della capacità mondiale di raffinazione è fuori gioco, anche il nuovo sistema di approvvigionamento mostra tutta la sua fragilità. Ecco perché dietro i prezzi record non c’è soltanto il petrolio

Di Redazione

Il gasolio che finisce nel serbatoio di un camion europeo è apparentemente sempre lo stesso. Ma il viaggio che compie per arrivarci non lo è affatto. Nel giro di quattro anni è cambiata radicalmente la geografia dell’approvvigionamento europeo. Prima la Russia, poi il Medio Oriente, quindi sempre più Stati Uniti e India. A ogni crisi l’Europa ha trovato un’alternativa, ma quasi sempre più lontana. E oggi, mentre il gasolio ha raggiunto quotazioni record, vale la pena guardare la carta geografica per capire una parte importante di ciò che sta succedendo.

Perché il problema non è soltanto quanto gasolio viene prodotto. È dove viene prodotto, quanto deve viaggiare per raggiungere l’Europa e quante alternative rimangono quando uno dei grandi fornitori viene meno.

2022: metà delle importazioni arrivava dalla Russia

Bisogna tornare a prima della guerra in Ucraina. Nel 2022, secondo i dati Vortexa riportati dalla Energy Information Administration statunitense, la Russia rappresentava circa il 50% delle importazioni europee di gasolio.

Non era soltanto una dipendenza quantitativa. Era anche una straordinaria vicinanza logistica. Il prodotto partiva dai terminal russi del Baltico e del Mar Nero e raggiungeva i mercati dell’Europa nord-occidentale o del Mediterraneo con viaggi che S&P Global quantifica generalmente in tre-sette giorni.

L’embargo europeo sui prodotti petroliferi russi, entrato in vigore il 5 febbraio 2023, spezza quel sistema praticamente dall’oggi al domani. Nel 2024, secondo l’EIA, i distillati russi rappresentavano meno dell’1% delle importazioni marittime europee provenienti dall’esterno della regione.

Il gasolio russo, però, non scompare dal mercato mondiale. Cambia destinazione: va soprattutto verso Paesi come Turchia e Brasile. L’Europa deve invece cercare altrove ciò che fino a quel momento acquistava a poche giornate di navigazione di distanza. È il primo grande ridisegno della mappa.

2023-2025: il baricentro si sposta verso il Golfo

A riempire una parte consistente del vuoto lasciato dalla Russia è il Medio Oriente. Il cambiamento viene favorito anche dall’arrivo di nuova capacità di raffinazione: soprattutto la raffineria Al Zour in Kuwait e quella di Duqm in Oman. Arabia Saudita, Kuwait, Emirati e gli altri produttori della regione diventano progressivamente fondamentali per il mercato europeo.

Nel primo semestre del 2025 il Medio Oriente arriva a rappresentare, secondo i dati citati dall’EIA, il 43% delle importazioni europee di gasolio. Il primo fornitore è stato sostituito. Ma a costo di allungare enormemente la catena logistica.

S&P Global calcola che, rispetto ai tre-sette giorni necessari per trasportare il prodotto dalla Russia, una petroliera proveniente dal Golfo Persico o dall’India possa impiegare da tre a sei settimane per raggiungere l’Europa. Se le tensioni nel Mar Rosso costringono a circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, il viaggio può arrivare a 40 giorni.

È una differenza enorme. Significa più navi impegnate per trasportare la stessa quantità di prodotto nell’arco di un anno, maggiore capitale immobilizzato durante il viaggio, più esposizione ai noli e soprattutto una dipendenza molto maggiore da Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e dalle altre strettoie del commercio mondiale. La nuova mappa funziona. Ma è intrinsecamente più lunga e vulnerabile della precedente.

2026: anche il secondo equilibrio salta

Poi arriva la guerra con l’Iran. Le conseguenze sugli impianti e sui traffici mediorientali colpiscono proprio il sistema che l’Europa aveva costruito per sostituire la Russia. Tra marzo e agosto 2026, secondo i dati Kpler riportati da Reuters, le esportazioni mediorientali di gasolio si dimezzano rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, attestandosi mediamente intorno agli 800 mila barili al giorno. E il problema non riguarda soltanto le rotte. Riguarda le raffinerie.

Gli impianti di alcuni grandi produttori sono stati colpiti o hanno ridotto la produzione, mentre quelli disponibili nel resto del mondo stanno cercando di aumentarla. Negli Stati Uniti, per esempio, a fine agosto le raffinerie hanno raggiunto il livello di utilizzo più elevato degli ultimi otto anni.

L’International Energy Agency ha sintetizzato così il problema: molte raffinerie nel mondo stanno già lavorando al limite delle proprie possibilità. Rimane quindi poco spazio per compensare un’ulteriore perdita di produzione. Ed è qui che comincia il terzo ridisegno della mappa.

Adesso il gasolio arriva sempre più dagli Stati Uniti

Quando diminuiscono le forniture mediorientali, l’Europa torna a cercare prodotto altrove. E uno dei protagonisti diventa sempre più chiaramente l’America.

Nel gennaio 2025 gli Stati Uniti spedivano verso l’Europa circa 167 mila barili di gasolio al giorno. Un anno dopo erano già 396 mila: più del doppio. È un cambiamento talmente consistente che nel gennaio 2026, secondo l’EIA, l’Europa ha temporaneamente superato persino il Sud America come destinazione del gasolio statunitense, nonostante quest’ultimo rappresentasse tradizionalmente il principale mercato di sbocco.

La geografia delle raffinerie americane non è cambiata. È cambiata la destinazione del loro prodotto. E questo significa che anche gli Stati Uniti stanno modificando le proprie rotte commerciali per alimentare il deficit europeo.

L’altro protagonista è l’India. Già dopo l’embargo russo le raffinerie indiane avevano aumentato fortemente le spedizioni verso l’Europa. S&P Global calcola che nel 2024 gli Stati Uniti abbiano fornito all’Europa 16,5 milioni di tonnellate di gasolio, mentre dall’India ne sono arrivate 7,1 milioni. Dal Medio Oriente, nello stesso anno, erano arrivate 22,9 milioni di tonnellate. La vecchia linea Russia-Europa si è trasformata così in una rete mondiale.

Lo stesso gasolio, migliaia di chilometri in più

È probabilmente questo il dato che meglio racconta ciò che è successo. Nel 2022 il camion europeo dipendeva in larga misura da un prodotto raffinato relativamente vicino ai propri mercati.

Oggi una parte crescente di quel gasolio può essere raffinata nel Golfo del Messico, in India, in Kuwait o in Oman e deve attraversare oceani e strettoie geopolitiche prima di arrivare in un deposito europeo.

Non significa che il prezzo alla pompa sia semplicemente proporzionale ai chilometri percorsi dalla petroliera. Sarebbe una semplificazione eccessiva. Ma cambiare questa geografia ha un costo. I noli incidono. Incide il maggior numero di giorni durante i quali nave e carico rimangono impegnati. Incidono assicurazioni e rischi geopolitici. E soprattutto una supply chain più lunga reagisce molto più violentemente quando Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez o un grande sistema di raffinazione diventano improvvisamente indisponibili.

La stessa EIA sottolinea che l’interruzione delle normali rotte commerciali aumenta il rischio di carenze e di picchi dei prezzi: quando un choke point rallenta o si chiude, aumentano tempi e costi di trasporto e la conseguenza può trasferirsi direttamente sul prezzo dei prodotti petroliferi.

E adesso l’America potrebbe voler tenere il gasolio per sé

C’è infine un elemento che rende particolarmente delicata la nuova geografia europea. Proprio mentre gli Stati Uniti diventano sempre più importanti per compensare le forniture perdute altrove, anche Washington deve fare i conti con prezzi record e scorte ridotte.

Donald Trump ha dichiarato pubblicamente di essere favorevole all’idea di limitare le esportazioni di gasolio per aumentare la disponibilità sul mercato americano. Nelle ore successive la Casa Bianca ha smentito che sia allo studio il divieto secco di 90 giorni di cui si era parlato e il segretario all’Energia Chris Wright ha sostenuto che una misura di questo tipo potrebbe addirittura rivelarsi controproducente.

Ma la questione non è affatto scomparsa. Wright ha avviato contatti con i vertici di diverse grandi raffinerie statunitensi per verificare la disponibilità a una riduzione volontaria delle esportazioni di gasolio. Per l’Europa è un segnale da non sottovalutare.

Perché nel giro di quattro anni il continente ha perso il suo grande fornitore russo, ha costruito un nuovo equilibrio fondato soprattutto sul Medio Oriente e, quando anche quel sistema è entrato in crisi, ha aumentato la propria dipendenza da fornitori ancora più lontani. Ora persino uno di questi, gli Stati Uniti, si interroga sull’opportunità di continuare a esportare così tanto prodotto.

Come abbiamo raccontato [nell’analisi pubblicata ieri da Uomini e Trasporti], le scorte sono scese su livelli eccezionalmente bassi e gli operatori non prevedono un rapido ritorno alla normalità. Ma dietro quelle quotazioni c’è qualcosa di ancora più strutturale. In quattro anni l’Europa ha dovuto ricostruire due volte la propria catena di approvvigionamento del gasolio e adesso sta iniziando a farlo una terza.

La Russia era vicina ma è stata esclusa dal mercato europeo. Il Medio Oriente ne ha preso il posto, ma guerra e crisi del Mar Rosso ne hanno ridotto drasticamente l’affidabilità. Stati Uniti e India stanno contribuendo a riempire il nuovo vuoto, ma sono più lontani e, nel caso americano, la disponibilità a continuare a esportare gli stessi volumi non può più essere data per scontata.

Il gasolio che mettiamo nei serbatoi continua ad avere le stesse caratteristiche.** È la strada che deve percorrere per arrivarci a essere diventata molto più lunga, costosa e incerta.**

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Vannacci: il programma di politica estera

27 September 2026 at 17:19

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SOVRANISMO REALE E INTERESSE NAZIONALE: LA DOTTRINA GEOPOLITICA DI VANNACCI PER UN’ITALIA PROTAGONISTA NEL MONDO MULTIPOLARE

Al di là delle consuete etichette strumentali e delle caricature mediatiche, la visione di politica estera espressa da Roberto Vannacci e sintetizzata nel programma di Futuro Nazionale delinea una rottura profonda con il conformismo diplomatico degli ultimi decenni, ponendo al centro un principio chiaro e non negoziabile: la tutela pragmatica dell’interesse strategico italiano.

Superare il vassallaggio: verso un multipolarismo di equilibrio

La presa d’atto del superamento del vecchio ordine unipolare a trazione statunitense non è una concessione a ideologie altrui, bensì un lucido esercizio di realismo geopolitico. Riconoscere l’avvento di un mondo multipolare significa rifiutare l’idea che Roma debba limitarsi a subire passivamente decisioni prese oltreoceano che spesso danneggiano il tessuto produttivo e la stabilità energetica dell’Europa.
In quest’ottica, la collocazione all’interno dell’Alleanza Atlantica viene ripensata secondo un modello pragmatico, analogo a quello esercitato con successo da potenze regionali come la Turchia, in cui l’adesione al patto non si traduce in subordinazione cieca, ma convive con il perseguimento autonomo della propria agenda nazionale. Analogamente, la disponibilità a comprendere le esigenze di sicurezza della Russia risponde alla logica di evitare escalation permanenti ai confini orientali, comprendendo che la stabilità del continente europeo non può prescindere da canali di distensione e cooperazione strategica.

Medio Oriente: diplomazia multilaterale contro le guerre a oltranza

L’approccio alla polveriera mediorientale si distingue per equilibrio e coraggio politico. Pur riconoscendo la legittimità della reazione di Israele contro le minacce terroristiche, la linea di Vannacci non esita a denunciare gli eccessi di una risposta bellica che definisce sproporzionata e le derive espansionistiche in Cisgiordania, riaffermando il diritto alla tutela delle comunità cristiane storiche, minacciate da entrambi gli estremismi, e aprendo con determinazione alla prospettiva di due Stati distinti, con una divisione equa di Gerusalemme.
Ancora più innovativa è la proposta di architettura di sicurezza per l’area: per garantire una pace durevole e reale, è velleitario pensare a esclusioni a priori. Coinvolgere come garanti potenze globali e attori regionali decisivi, dagli Stati Uniti alla Russia, fino (e qui i futuristi hanno davvero avuto coraggio) alla Repubblica Islamica dell’Iran, costituisce l’unica via per disinnescare conflitti endemici.

Al contempo, la netta condanna delle avventure militari americane in Iran e delle conseguenti tensioni, i cui effetti subiamo tutti quotidianamente, risponde alla necessità vitale di proteggere l’economia e gli approvvigionamenti marittimi ed energetici italiani, evitando che il nostro Paese venga trascinato in guerre per procura dettate esclusivamente da agende esterne.

Una politica estera matura non si misura sul grado di obbedienza a un blocco precostituito, ma sulla capacità di posizionare l’Italia come ponte sovrano, autorevole e indipendente nel nuovo scacchiere internazionale.
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Il Papa visita i martiri della Rivoluzione

27 September 2026 at 09:09

Papa Leone XIV prega ai piedi della scalinata dei martiri della rivoluzione francese, laddove 110 religiosi furono assassinati dai massoni. Papa Leone XIV è il primo Papa della storia che fa un gesto simile. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI si recarono in Francia, ma non si fermarono in questo luogo simbolo del martirio dei cattolici. Lo spirito ecumenico del Vaticano II sta morendo.

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La Russia riduce la produzione di gas e le previsioni di esportazione

26 September 2026 at 15:54

Energia Oltre – Secondo una bozza di documento governativo visionata dall’agenzia Reuters, il Ministero dell’Economia russo prevede che quest’anno il Paese produrrà ed esporterà meno gas naturale rispetto alle stime precedenti, mentre l’Europa si prepara a concludere gli ultimi acquisti di gas (GNL) russo.

La Russia ha anche ridotto le previsioni sulla produzione di petrolio per il 2026 – portandole ai minimi degli ultimi 17 anni – e ha rivisto le prospettive di esportazione di carburante per l’anno in corso e per il prossimo a causa della guerra in Ucraina.

Le previsioni serviranno ad aggiornare il bilancio federale fino al 2029. Le stime su produzione ed esportazione di gas naturale sono state riviste al ribasso sullo sfondo della rottura dei legami economici e politici con l’Occidente dovuta alla guerra in Ucraina e dei piani dell’Unione Europea di interrompere tutti gli acquisti di gas russo a partire dal prossimo anno.

Secondo la bozza delle previsioni, quest’anno la produzione di gas naturale in Russia si attesterà a 683,1 miliardi di metri cubi, un dato inferiore di 5,3 mmc rispetto alla proiezione di maggio, ma comunque superiore ai 662,7 mmc prodotti nel 2025.

Questo mese il Cremlino ha dichiarato che l’Europa si sta danneggiando acquistando gas costoso sul mercato spot invece di optare per le forniture russe, più economiche. Mosca sostiene di essere pronta a riprendere le forniture di gas all’Europa, anche attraverso i gasdotti sottomarini Nord Stream, di cui una linea è rimasta intatta dopo le esplosioni del settembre 2022.

Si prevede che le esportazioni russe di GNL via mare saliranno a 35 milioni di tonnellate quest’anno, rispetto ai 30,3 milioni di tonnellate del 2025; si tratta comunque di un volume inferiore di 5,3 milioni di tonnellate rispetto alle stime precedenti.

Il documento indica che le esportazioni di GNL continueranno a crescere nei prossimi anni, ma a un ritmo più lento rispetto a quanto previsto in precedenza. Secondo i calcoli di Reuters, nel 2025 le esportazioni di gas russo verso l’Europa sono crollate del 44%, attestandosi a soli 18 mmc – il livello più basso dalla metà degli anni ’70 – in seguito alla chiusura della rotta di transito ucraina. Le esportazioni russe di gas via gasdotto verso l’Europa avevano raggiunto un picco di circa 180 mmc annui nel biennio 2018-2019.

Intanto  i prezzi del diesel nelle stazioni di servizio dell’Unione europea hanno toccato ieri un nuovo massimo di 2,23 euro al litro, contro i 2,16 euro della settimana precedente: è quanto emerge da un’analisi realizzata dall’agenzia France Presse basata sui dati nazionali pubblicati dalla Commissione europea. In base a tali tabelle, disponibili dal 2005, si registrano record in 19 Paesi dell’Unione europea – tra cui Germania, Francia e Italia – a causa degli shock energetici causati dai conflitti in Medio Oriente e Ucraina.

Foto TASS

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Gesù, il pane, i pesci e l’idiota collettivo

26 September 2026 at 12:05

Talvolta le vignette raccontano il nostro tempo meglio di intere biblioteche.

Gira un disegno a fumetti, probabilmente realizzato con l’Intelligenza Artificiale, con didascalie in perfetto latino, in cui Gesù Cristo mostra a una piccola folla pane e pesci, evocazione del famoso miracolo della moltiplicazione.

Abbigliati con indumenti d’epoca, i presenti, con aria perplessa, non mostrano particolare interesse per il Redentore.

Un uomo chiede se il pane contenga glutine.

Un altro, con fiero cipiglio, afferma di non voler mangiare pesce: veganus sum.

Una donna sospettosa domanda: il pesce non conterrà mercurio?

La vignetta – involontario apologo della postmodernità – ha più chiavi di lettura.

Viene alla mente lo straordinario racconto del Grande Inquisitore ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ivan, il più tormentato, narra ad Alioscia un sogno febbrile: Gesù torna sulla terra nella Siviglia dell’Inquisizione.

Senza che si sveli, tutti lo riconoscono, implorando miracoli e salvezza. Un vegliardo cardinale, l’Inquisitore, lo fa arrestare dopo avergli rimproverato di aver portato la libertà al popolo incapace di usufruirne. Dopo la sua venuta sulla terra, spiega, è stata la Chiesa a farsi carico di rendere felici gli uomini. Il suo ritorno turba l’ordine faticosamente raggiunto.

La domanda dell’Inquisitore è glaciale: perché sei venuto a infastidirci?

La persona di Gesù, la sua predicazione, i suoi precetti interrogano l’umanità di ogni tempo. O meglio, la interrogavano.

Oggi viviamo un’epoca non solo post religiosa, ma post umana. Gesù infastidisce come ogni domanda di senso, ma ormai non è più riconosciuto, nella vignetta e nella realtà.

Fu profetico egli stesso, ponendo la domanda decisiva nel Vangelo di Luca (18,8): quando tornerà, il figlio dell’uomo troverà la fede sulla terra?

La risposta è negativa, almeno nello spicchio di mondo chiamato Occidente, altezzosamente chiuso nella superstizione scientista, che considera superstizione, sciocca credenza, primitivismo, tutto quanto eccede la dimensione materiale dell’esistenza.

Così come l’Inquisitore accusa Gesù redivivo di turbare l’ordine costituito, la vignetta lo sospetta di offrire un cibo spirituale avariato, simboleggiato da beni materiali come il pane e i pesci.

Soprattutto, colpisce l’indifferenza di chi vede e ascolta Cristo. La folla, antica ma modernissima, appare insensibile, disinteressata a chi sia l’uomo barbuto dinanzi a lei; finisce per porre domande ed esprimere valori privi di consistenza.

È l’idiota collettivo postmoderno cresciuto a pubblicità, consumo, ideuzze, piaceri volgari, novità assunte quasi religiosamente, sostitute del Verbo.

E tutti, gattopardi, sciacalli e pecore, continuano a credersi il sale della terra, come disse il disincantato Principe di Salina all’inviato dei Savoia, rifiutandone le promesse.

Sale della terra: una citazione evangelica, ma quanti la riconoscono come tale, nel deserto degli analfabeti funzionali muniti di titolo di studio?

Il povero Gesù, forse scambiato per venditore maldestro o predicatore con vassoio per le offerte, non viene rifiutato: peggio, è ignorato.

Le domande dei postmoderni in abiti antichi sono quelle di chi non vuole capire. Generazioni di signorini soddisfatti guardiamo il dito che indica la luna senza mai elevare lo sguardo.

Liberati dal bisogno immediato, aderiamo a mode sostitute della morale e siamo preda dei timori più vari, rappresentati nella vignetta dalla richiesta di cibo senza glutine e di pesci che non accumulino mercurio come in natura.

Fragile salutismo indotto dal circo del consumo, unito all’ecologismo d’accatto e alle idiosincrasie alimentate da giganteschi interessi la cui portata sfugge ai superficiali che abboccano a qualunque novità, spacciata per cultura, fuoriuscita dall’ignoranza di ieri per entrare nel luccicante regno delle magnifiche sorti e progressive.

Diventiamo civili, colti e razionali se non mangiamo carni e prodotti di origine animale per non sfruttare altre creature, ma non battiamo ciglio sullo sfruttamento vecchio e nuovo dell’uomo.

Gusti indotti scambiati per avanzata civiltà, dimentichi che la natura ignora le ubbie moralistiche dei popoli in declino.

Prestiamo fede a qualsiasi narrazione provenga dal baccano orchestrato dal potere senza vedere l’essenziale, “invisibile agli occhi” (Il piccolo principe) ma non all’anima.

Anima? Che cosa significa, che rappresenta?

Nulla, agli occhi dell’omuncolo postmoderno. Non si può compravendere, toccare o pesare, non ha codice QR. Quindi, non esiste. Chi vi fa appello, come Gesù, non è creduto né riconosciuto. Tutt’al più è un breve intermezzo nella corsa quotidiana, soggetto alla derisione, all’incredulità.

Che ne dice la Scienza, sempre con la maiuscola? Se tace o nega, meglio abbandonarlo al suo destino o smascherarlo – noi astuti, scafati, emancipati- con futili domande. Gli abbiamo già dedicato fin troppo del nostro preziosissimo tempo.

Eppure- non stiamo meglio di quando credevamo in Dio. Non è che manchi la fede: è stata sostituita dai Diritti, dal Progresso, dalla Scienza, dalla Ragione. Potenza di calcolo, mancanza di senso. In mezzo egoismo, disumanità, vuoto interiore.

Una vita senza glutine, ossia senza ciò che unisce. L’Inquisitore che lo arrestava perché pericoloso aveva più rispetto per Gesù della folla postmoderna che lo rifiuta (non posso mangiare il tuo pane: sono vegano!) o gli pone condizioni (il pesce senza mercurio).

Un prodotto tra gli altri sullo scaffale del supermercato. A che cosa serve, pensa l’Idiota Collettivo?

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La storia insegna che le crisi finanziarie USA si verificano quando i tassi salgono rapidamente come in questo caso: “Qualcosa finisce sempre per rompersi”

26 September 2026 at 07:58

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Mercoledì, il rendimento del titolo a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dall’inizio del 2025. Giovedì ha toccato il livello più alto dal luglio 2007.
John Roque di 22V Research ha rilevato che, in 16 casi di rapido aumento del rendimento a 10 anni dal 1970 a oggi, si è verificata una crisi finanziaria.
“Dobbiamo essere preparati o avvisati del fatto che i tassi stanno salendo e che qualcosa finirà per rompersi”, ha avvertito Roque.
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Trader al lavoro durante la sessione mattutina alla Borsa di New York.
Angela Weiss | Afp | Getty Images
Il rendimento del titolo del Tesoro a 10 anni

sta salendo a livelli che non si vedevano da anni. Tuttavia, ciò che preoccupa maggiormente Wall Street non è tanto il livello assoluto raggiunto, quanto la velocità del movimento.

Quando i tassi salgono a un ritmo così sostenuto, la storia insegna che tende a verificarsi qualche evento negativo.

Mercoledì, il rendimento a 10 anni ha registrato il più rapido aumento giornaliero dal 7 aprile 2025, per poi salire ulteriormente giovedì superando il 5,17%: un balzo notevole, considerando che due settimane fa era inferiore al 4,8% e che, a un certo punto di agosto, si attestava sotto il 4,6%.

“Qualcosa finisce sempre per rompersi”, ha affermato una recente nota di John Roque, responsabile dell’analisi tecnica presso 22V Research.

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Titolo del Tesoro USA a 10 anni
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Rendimento | 17:03 EDT

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Rendimento dei Treasury USA a 10 anni, ultimi 3 mesi
Analizzando un grafico del rendimento dei Treasury a 10 anni relativo agli ultimi cinquant’anni, Roque ha individuato 16 casi in cui si è verificato un rapido rialzo simile a quello attuale. Ognuno di questi movimenti ha portato a una qualche forma di crisi finanziaria. Sebbene l’entità delle crisi e il loro impatto sui mercati siano variati (dal fallimento, traumatico ma di breve durata, della Silicon Valley Bank nel 2023 al crollo azionario del 1987), l’impennata dei rendimenti ha quasi sempre causato perturbazioni sui mercati finanziari, penalizzando gli asset di rischio.

“Certo come il giorno segue la notte: quando il rendimento dei Treasury a 10 anni sale, qualcosa finisce per cedere”, ha osservato Roque ai microfoni della CNBC. “È opportuno mantenere la prudenza”.

Il rendimento dei Treasury a 10 anni funge da parametro di riferimento per i costi di finanziamento dell’intera economia. Dai tassi sui mutui alle complesse operazioni degli hedge fund, molte attività dipendono dalla stabilità di questo rendimento. Quando esso subisce un’impennata rapida, può far saltare i piani rischiosi di aziende o investitori che contavano su tassi di finanziamento stabili.

Cosa cederà questa volta? Di solito non è evidente finché non è troppo tardi e, in apparenza, non sempre il problema è direttamente legato ai costi di finanziamento. Lo scoppio della bolla delle dot-com fu causato da molteplici fattori, in particolare da valutazioni irrealistiche di numerose aziende tecnologiche che non generavano alcun profitto; tuttavia, anche i tassi più alti giocarono un ruolo importante. Durante la crisi immobiliare, l’aumento dei tassi mise a nudo la scarsa severità delle banche nella concessione dei prestiti, rendendo sempre più difficile per i mutuatari con debiti a tasso variabile onorare i pagamenti.

Questa volta, gli operatori di mercato indicano spesso come possibili punti di rottura il mercato in forte espansione (e opaco) del credito privato e i progetti per i data center dedicati all’IA, finanziati in misura eccessiva tramite debito (in parte fuori bilancio). Attenzione alle banche regionali
Secondo Roque, questa volta sarà fondamentale monitorare le banche regionali: affinché il mercato mantenga la propria stabilità, è necessario che esse registrino buone performance. Lo State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE)
è già sceso di quasi il 10% rispetto ai massimi recenti, avvicinandosi pericolosamente alla soglia della “correzione” (un calo del 10% o più). Analizzando le passate turbolenze causate dai tassi elevati, si nota come il settore bancario sia solitamente quello che subisce le ripercussioni più pesanti.

“È essenziale che le banche regionali, in particolare, tengano la posizione o subiscano un calo minimo o non problematico”, ha affermato. “Se le banche regionali continuano a scendere – e di conseguenza anche le banche in generale – non è possibile avere un mercato forte. Semplicemente non è possibile”.

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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF
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State Street SPDR S&P Regional Banking ETF (KRE), da inizio anno (YTD)
L’analista ha inoltre evidenziato segnali di cedimento nei settori delle utility e dell’edilizia residenziale. Solo nell’ultima settimana, il comparto utility dell’S&P 500
ha perso oltre il 4%, risultando di gran lunga il settore con la performance peggiore tra gli 11 gruppi che compongono l’indice.

“Il mercato obbligazionario ha dovuto faticare non poco per convincere le persone che i tassi sono in aumento; siamo stati tutti condizionati a credere che i rialzi dei tassi fossero solo temporanei, ma credo che questa volta la situazione sia diversa”, ha osservato Roque. “Siamo di fronte a un rialzo strutturale dei rendimenti obbligazionari e a un mercato ribassista di lungo periodo per le obbligazioni”.

“Dobbiamo essere preparati o consapevoli del fatto che i tassi…”
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AFD lancia la “svolta demografica” in Germania

25 September 2026 at 17:38

dal canale Counter Intelligence Global

Il partito Alternativa per la Germania (AfD) sostiene una “svolta demografica” attraverso incentivi economici per le famiglie numerose e una ferma opposizione all’aborto, rifiutando l’immigrazione come soluzione al calo demografico.

La forte Erinnerungskultur (cultura della memoria) tedesca, che implica il confronto con i crimini dell’epoca nazionalsocialista e il loro riconoscimento, ha spinto AfD a prendere le distanze da qualsiasi paragone storico. Di conseguenza, il partito ha adottato un approccio cauto, ma chiaro nel promuovere le proprie idee sull’incremento della natalità tra la popolazione autoctona. Il suo programma invoca una “svolta demografica” che, a detta del partito, garantirebbe la trasmissione della cultura tedesca e la stabilità dei sistemi sociali del Paese. Sebbene in questa tornata elettorale si sia astenuto dal fissare obiettivi numerici espliciti, in passato il partito ha promosso il modello della famiglia con tre figli come soluzione ideale per contrastare quello che definisce un “deficit di nascite”. Le proposte economiche per incentivare le famiglie numerose — tra cui crediti d’imposta e contributi pensionistici — rimangono tuttavia poco definite.

Leggermente meno pubblicizzata è la posizione del partito in merito all’aborto. AfD sostiene che il sostegno economico alle coppie ridurrebbe quello che considera un tasso di aborto eccessivamente elevato. È interessante notare che, secondo la World Population Review, nel 2024 il tasso di aborto in Germania era di 5,4 casi ogni 1.000 donne; solo 12 dei 151 Paesi inclusi nell’elenco registravano tassi inferiori.

Tuttavia, anche le proposte politiche in questo ambito rimangono vaghe. Pur senza chiedere esplicitamente un divieto totale, AfD ha sostenuto l’introduzione di restrizioni severe e ha spinto affinché l’aborto non venga più riconosciuto come un diritto umano né sostenuto dallo Stato. I dati del Guttmacher Institute dimostrano che i tassi di aborto diminuiscono quando le donne hanno accesso ai servizi e ai diritti in materia di salute sessuale e riproduttiva, a una maggiore istruzione e a una più ampia parità di genere.

Il crollo delle nascite

Il calo demografico potrebbe essere una delle ragioni alla base della popolarità di AfD. Secondo la sociologa Katja Salomo: “Le ricerche indicano che il sostegno elettorale ai partiti di estrema destra, inclusa AfD, tende a essere più elevato nelle regioni maggiormente colpite dal declino demografico”. Nel 2023, l’intelligence interna ha rilevato che la sezione di AfD in Sassonia-Anhalt era permeata da un'”ideologia razzista”, in violazione della Costituzione tedesca che garantisce la “dignità umana” per tutti.

Nel suo manifesto, AfD della Sassonia-Anhalt sostiene che l’immigrazione sia un “rimedio inadeguato all’estinzione della popolazione locale”. Propone invece di incentivare famiglie più numerose, ad esempio erogando bonus alla nascita ai genitori.

The AfD: How it Could reshape German Family Policy and Climate Action

https://www.bbc.com/news/articles/c24ylyv40y5o

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Trump ci fa mancare il Diesel. La Cina punta sul…. carbone

25 September 2026 at 07:42

Le onde d’urto della proiezione di potenza iraniana nello Stretto di Hormuz stanno ora diventando visibili negli Stati Uniti. Si dice che l’amministrazione Trump stia considerando un piano per imporre un divieto di 90 giorni sulle esportazioni di gasolio dagli Stati Uniti, nel tentativo di abbassare i prezzi interni del carburante, che sono schizzati a livelli record in mezzo al conflitto con l’Iran e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento globali. La notizia, riportata per la prima volta da Politico, cita cinque persone informate delle discussioni e indica che la Casa Bianca intende finalizzare il divieto entro la fine della settimana, sebbene il meccanismo legale per la sua attuazione rimanga poco chiaro.

Nel frattempo, l’industria petrolifera americana ha avvertito che il divieto potrebbe avere conseguenze gravi per le catene di approvvigionamento internazionali, l’agricoltura e i trasporti, rimuovendo il più grande esportatore mondiale di gasolio dal mercato globale. L’inarrestabile aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti è direttamente legato al conflitto con l’Iran e alle conseguenti interruzioni, inclusi il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz e ora Bab el-Mandeb. Da quando il conflitto è iniziato alla fine di febbraio, i prezzi al dettaglio del gasolio negli Stati Uniti hanno superato per la prima volta la soglia dei 6 dollari al gallone, raggiungendo una media di 6,52 dollari al gallone il 23 settembre, rispetto ai 3,69 dollari di un anno prima – un aumento del 76%.

La guerra ha ridotto drasticamente le esportazioni di gasolio dal Golfo Persico, in particolare dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, mentre le esportazioni russe sono anch’esse limitate dagli attacchi ucraini sulle raffinerie. Nonostante le raffinerie statunitensi operino vicino alla capacità massima, le scorte domestiche di gasolio rimangono circa il 15% al di sotto della media quinquennale, e gli analisti prevedono che le carenze di approvvigionamento persisteranno ben nel 2027.

La Cina progetta nuove e ingenti riserve di carbone, mentre le nazioni occidentali abbandonano gradualmente i combustibili fossili.

Il 15° Piano quinquennale cinese prevede una riserva annuale di carbone di 100 milioni di tonnellate entro il 2030, ma le riserve attuali sono già sei volte superiori.

Nonostante la crescita delle energie rinnovabili, il carbone fornisce ancora il 54% dell’elettricità e il 57% dell’energia primaria della Cina.

Nel 2024 la Cina ha avviato la costruzione di nuove centrali a carbone per una potenza complessiva di 94,5 gigawatt, pari al 93% della nuova costruzione di centrali a carbone a livello globale.

Gli analisti sostengono che le politiche occidentali di emissioni nette zero hanno spostato la capacità industriale e le emissioni verso la Cina anziché ridurle a livello globale.

Le emissioni della Cina sono aumentate di oltre 3 miliardi di tonnellate all’anno, mentre Stati Uniti, UE e Regno Unito hanno ridotto le proprie.

https://sadefenza.substack.com/p/la-cina-progetta-nuove-e-ingenti

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False Flag in arrivo

24 September 2026 at 12:52
Imagen de un posible ataque de drones rusos desde el Mediterráneo a países como España, Italia y Francia.

Secondo quanto riportato da ‘El Mundo’, gli Stati Uniti hanno avvertito i paesi dell’Europa meridionale di un possibile attacco da parte di Mosca. Alcune fonti indicano che la Russia potrebbe lanciare droni Gerbera, con una gittata di 600 km, da navi per attaccare Spagna, Francia e Italia, paesi dova l’opinione pubblica è più  contraria alllllla guerra.. Analizziamo cosa si sa e come si sta evolvendo la minaccia.

https://es.euronews.com/2026/09/24/la-cia-alerta-de-un-ataque-ruso-con-drones-contra-espana-francia-o-italia-que-se-sabe

La CIA alerta de un ataque ruso con drones contra España, Francia o Italia: qué se sabe

Imagen de un posible ataque de drones rusos desde el Mediterráneo a países como España, Italia y Francia.
Derechos de autor Jesús Maturana, Euronews, Canva

Por Maria Muñoz Morillo

Publicado •última actualización 

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Según ‘El Mundo’, EE.UU. ha alertado a los países del sur de Europa de un posible ataque de Moscú. Según las informaciones, Rusia lanzaría desde barcos los drones Gerbera, con 600 km de autonomía, para atacar España, Francia e Italia. Les explicamos qué se sabe y cómo crece la amenaza.

Los servicios de inteligencia de Estados Unidos han trasladado a varios países europeos un informe que apunta a una posible operación rusa con drones contra objetivos en España, Francia o Italia.

La información, avanzada por el periodista Xavier Colás para ‘El Mundo’, antiguo corresponsal en Rusia, sitúa el origen de la alerta en la visita del pasado mes de agosto del director de la CIA John Ratcliffe a Moscú, y describe un escenario de ataque muy concreto: drones lanzados desde barcos mercantes disfrazados de tráfico comercial ordinario.

El dron señalado: el Gerbera, un arma barata y difícil de detectar

Según la información recabada por fuentes del Ministerio de Defensa de Lituania anónimas, y recogida por ‘El Mundo’, el aparato en cuestión sería el Gerbera, un dron ruso de pequeño tamaño (apenas dos metros de longitud y 18 kilos de peso) capaz de recorrer hasta 600 kilómetros a unos 160 km/h.

Su reducida carga explosiva -entre cuatro y cinco kilos- no busca una destrucción masiva, sino un efecto simbólico y disruptivo: cerrar temporalmente un aeropuerto, provocar un incendio o demostrar que Moscú puede alcanzar la retaguardia europea sin la necesidad de cruzar ninguna frontera terrestre.

El método no es una hipótesis lejana. El Kremlin ya ha ensayado lanzamientos de drones desde plataformas marítimas. Sin ir más lejos, el pasado mes de febrero una unidad naval sueca detectó un aparato despegando de un buque ruso de Inteligencia en el estrecho de Öresund. A esto se suma el precedente del ataque con drones armados en el aeropuerto alemán de Leipzig, que Berlín atribuye a la Inteligencia rusa, y el episodio de los 19 drones que sobrevolaron sin munición el espacio aéreo de Polonia hace un año.

Por qué el sur de Europa y no solo el flanco oriental

La lógica del Kremlin, según los analistas consultados por el periódico español, no responde a la cercanía geográfica sino a la vulnerabilidad política. El experto británico Keir Giles, especializado en estrategia militar rusa, sostiene que Moscú buscará “el punto más débil de Europa”, y cita expresamente a países como España, que no cuentan con sistemas integrados de defensa aérea adecuados frente a este tipo de amenaza.

Esta idea conecta directamente con la advertencia que ya lanzó el secretario general de la OTAN, Mark Rutte hace meses: un misil ruso tardaría apenas diez minutos más en llegar a Madrid que a Varsovia. Rutte quiso así desmontar la percepción de que el sur de Europa queda al margen del “flanco oriental” y, por tanto, fuera del radio de riesgo y la guerra que Rusia inició en 2022 contra Ucrania y que amenaza todo el continente.

La intimidación con drones lanzados desde el Mediterráneo, más lenta pero igual de simbólica, encaja en ese mismo mensaje: la distancia ya no es una garantía de seguridad para ningún país europeo.

España, Francia e Italia comparten además otro factor de riesgo señalado en la investigación: los tres celebran elecciones en 2027 y cuentan con fuerzas políticas capaces de capitalizar el cansancio social generado tras años de guerra de Ucrania (a pesar de los deseos de Trump de poner fin al conflicto antes de que comience el invierno) algo que el Gobierno de Vladímir Putin podría intentar explotar con una acción de bajo coste y alto impacto mediático.

El ministro de Defensa de Italia, Guido Crosetto, ha publicado un mensaje en X pidiendo no echar “más leña en el fuego”: “No sirve a nadie y no encuentra ninguna confirmación, la alarma lanzada esta mañana por un periódico español que plantea posibles ataques a Italia, España y Francia por parte de naves y drones rusos. Ya vivimos en tiempos difíciles y “nerviosos” y no sirve a nadie echar más leña al fuego”., ha dicho el político.

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Alain Elkann intervista Aimone di Savoia!

24 September 2026 at 07:53

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Aimone di Savoia-Aosta
30 agosto 2026

Aimone di Savoia-Aosta
UNA VITA ALL’INSEGNA DELL’ONORE. Aimone di Savoia-Aosta, VI Duca d’Aosta, è nato a Firenze nel 1967. Dopo aver studiato al Collegio Navale di Venezia e aver iniziato la sua carriera professionale a Londra, si è trasferito in Russia nei primi anni Novanta. In seguito è entrato a far parte del Gruppo Pirelli e, più di recente, è tornato in Italia dopo molti anni trascorsi all’estero. Ha inoltre ricoperto la carica di Ambasciatore dell’Ordine di Malta in Russia.

Tempo di lettura: 13 minuti.

È possibile ascoltare il podcast di questa intervista qui.

Aimone di Savoia-Aosta, lei ha studiato all’Università Bocconi. Si è laureato?

Non ho mai terminato gli studi alla Bocconi. Vorrei poter dire di essere un dottore della Bocconi, ma purtroppo ho abbandonato il corso.

Ha ricevuto il Collare dell’Annunziata a quindici anni. Cosa ha significato per lei?

È stato un grande onore. Il Collare dell’Annunziata è uno dei più antichi ordini cavallereschi d’Europa. Tradizionalmente si trattava di una confraternita molto ristretta, strettamente legata a Casa Savoia. Umberto II me lo conferì quando avevo appena quindici anni, in anticipo rispetto a quanto previsto dalla tradizione. Egli morì sei mesi dopo; per questo ho sempre considerato tale onorificenza particolarmente importante.

«La storia d’Italia non inizia nel 1946, ma il 17 marzo 1861, a Torino!»

Aimone di Savoia-Aosta
Aimone con la moglie Olga e i figli (da sinistra a destra) Amedeo, Umberto e Isabella alla Reggia di Venaria, Venaria Reale, 2024

Aimone di Savoia-Aosta, perché è andato in Russia nel 1992?

Quasi per caso. Lavoravo per un’azienda che fallì e un amico ed io decidemmo di andare in Russia. L’Unione Sovietica era appena crollata e il Paese sembrava una terra di opportunità. Si percepiva una sensazione straordinaria: tutto stava per cambiare.

Cosa hai scoperto?

La realtà era molto più dura dell’ideale. La transizione dal sistema sovietico a un’economia di mercato fu estremamente brutale. La “terapia d’urto” generò enormi ricchezze per alcuni e perdite terribili per altri. Era un momento storico unico, quasi come essere arrivati ​​in Francia nel 1789.

Perché sei rimasto?

Perché il Paese mi affascinava. Ho anche del sangue russo, anche se questo non ha influito sulla decisione iniziale; forse, in seguito, quella parte di me è emersa con più forza.

Hai vissuto in Russia dall’era di Eltsin a quella di Putin. Cos’è la Russia per te?

Un Paese che amo profondamente e che è molto difficile comprendere dall’esterno. La Russia ha attraversato fasi straordinarie: il periodo sovietico, il caos degli anni Novanta, lo sviluppo economico e sociale dei primi anni di Putin e, successivamente, un periodo più cupo. Viverci ti insegna a guardare a queste fasi in modo diverso.

Perché pensi che la Russia venga spesso fraintesa?

Perché spesso la si conosce attraverso la letteratura, l’arte e la storia politica, ma non attraverso la vita quotidiana. Quando ci vivi e ne parli la lingua, vedi un Paese diverso. I russi sono profondamente sentimentali e nazionalisti, con un forte senso della cultura e della tradizione.

Com’era la vita in Russia?

Fantastica. Negli anni Novanta era un singolare crogiolo di culture, mentre negli anni Duemila il Paese divenne molto più sofisticato. C’era una vita culturale ricca e un’enorme libertà di viaggiare e scoprire il territorio. La Russia è straordinaria per le sue città, i musei, l’arte e la natura.

Ti sentivi libero, lì?

Sì, e in un certo senso mi sentivo doppiamente libero. In Italia il mio cognome creava spesso dei pregiudizi, anche quando erano di segno positivo: la gente si faceva già un’idea di chi fossi. In Russia questo non accadeva. E ciò mi dava un grande senso di libertà.

E oggi, in Italia?

Oggi mi sento estremamente libero. Mi sono liberato da quel senso di pressione. «Il titolo di Duca di Puglia mi è stato conferito da Umberto II e tale concessione rientrava nella tradizione di Casa Savoia.»

Aimone di Savoia-Aosta, come concilia la Sua eredità reale con la vita nella Repubblica Italiana?

Credo che la risposta risieda nella responsabilità storica. Sono nato sotto la Repubblica, l’ho servita nella Marina Militare e ho trascorso tutta la mia vita sotto questa istituzione. Allo stesso tempo, una parte della memoria storica del Paese scorre nella mia famiglia. Ritengo che abbiamo la responsabilità di preservare tale memoria e di trasmetterla ai nostri figli.

Cosa vorrebbe che i Suoi figli comprendessero?

Che la storia d’Italia è una storia unitaria. Vorrei vedere una maggiore continuità tra Monarchia e Repubblica, senza per questo mettere in discussione le istituzioni repubblicane. La storia d’Italia non inizia nel 1946, bensì il 17 marzo 1861, a Torino! La mia famiglia è parte della storia d’Italia, e quella storia va studiata nella sua interezza.

È stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Come ha accolto questo riconoscimento?

Con grande piacere. È stato un onore ricevere un’onorificenza dal Presidente Mattarella. Nel suo discorso presso l’Ambasciata d’Italia, l’Ambasciatore Pasquale Terracciano ha sottolineato quanto fosse orgoglioso di conferire un’onorificenza della Repubblica, per la pri…

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Gli stupidi al potere: un segno dei tempi

23 September 2026 at 18:03

NO, NON È UNO SCHERZO: IERI IN UE HANNO DECISO DI PROLUNGARE LE SANZIONI ALLA RUSSIA PER ALTRI 3 ANNI!

Su questa vicenda c’è un silenzio vergognoso. Nessuno che dica mezza parola. Evidentemente stanno tutti d’accordo!

Ieri quei guerrafondai dell’Unione Europea hanno raggiunto l’accordo per prolungare le sanzioni contro la Russia fino al 22 settembre 2029. Solitamente le prolungano di sei mesi alla volta, adesso hanno deciso di prolungarle direttamente per tre anni. Ripeto: tre anni. È così che cercano la pace? Miserabili!

Questi sono fuori di testa. Continuano sempre sulla strada delle sanzioni, nonostante ci stiano portando alla fame. Ci faranno crepare per Zelensky, questa è la realtà. Sono settimane che si riuniscono quasi giornalmente pur di trovare un accordo per prolungare le sanzioni contro la Russia.

Questi deficienti si sono riuniti a oltranza fino a quando non sono arrivati allo scopo. Per sanzionare israele, il peggior Stato terrorista della storia, alla prima volta che non c’è stato accordo, allora hanno mollato tutto. Per sanzionare la Russia, anzi, noi, tanto discutono fino a che non approvano sanzioni. Ipocriti senza vergogna.

avete notato che….

negli ultimi anni le persone, comprese quelle che appartengono alla classe dirigente, dimostrino capacità intellettive sempre più scarse? Ormai per molti è diventato molto difficile fare anche il più semplice dei ragionamenti logici. Per quanto possa sembrare strano, questo non è un fenomeno che appartiene solo alla nostra epoca, bensì è qualcosa che si ripresenta in determinati momenti precisi della storia dell’uomo, come suggeriscono storici e antropologi con le loro ricerche.

Alcuni anni fa, ascoltando una conferenza del professor Barbero, rimasi colpito da una sua affermazione, che fu la seguente:

“Quando noi medievisti studiamo la fine del mondo antico, con le invasioni barbariche, siamo colpiti non solo dal collasso delle infrastrutture e delle tecnologie, di cui pure qualche piccolo sintomo oggi comincia a delinearsi, ma anche dal degradarsi della capacità di ragionare. Dal fatto che anche nel dibattito pubblico, nel dibattito intellettuale, a un certo punto diventa normale fare ragionamenti che non sono più ragionamenti, accostamenti arbitrari, fare parallelismi senza accorgersi che si sta ragionando meno bene di prima. La frequenza con cui assistiamo a questo fenomeno nel dibattito pubblico e nell’informazione, mi fa venire in mente un parallelo con il VII secolo, epoca in cui la capacità di ragionare in modo logico non era la cosa più apprezzata.”

Incuriosito da tale brillante riflessione, mi misi a fare delle ricerche, fino a scoprire che esistono fior di studi al riguardo.

Gli studiosi, infatti, hanno notato che dalle tavolette d’argilla degli antichi sumeri ai manoscritti tardo-romani, i documenti che precedono la fine di grandi civiltà condividono in molti casi la stessa serie di dettagli inquietanti:

  • ·una progressiva perdita di rigore logico;
  • il deterioramento della lingua;
  • il dilagare dell’ignoranza.

Non si tratta, ovviamente, di un’improvvisa mutazione biologica della specie umana in quei determinati periodi, ma di un sintomo culturale e istituzionale ben preciso.

Secondo le teorie di alcuni antropologi, quando una società diventa troppo complessa per sostenersi, tra le prime strutture a cadere ci sono quelle educative. Il sapere formale smette di essere tramandato, provocando un analfabetismo di ritorno che si riflette direttamente nei testi dell’epoca, i quali diventano via via più approssimativi, grammaticalmente poveri e privi di pensiero critico.

A questo fenomeno si affianca un’altra ipotesi, forse ancora più interessante: quella di un declino cognitivo della società. In sostanza, di fronte a crisi sistemiche e a un sovraccarico informativo impossibile da gestire, la classe dirigente e la popolazione subiscono una forma di “fuga dalla realtà”. Il ragionamento logico e analitico viene abbandonato in favore di slogan ultrasemplificati, pensiero magico e dogmi dettati da leader di qualche gruppo. La lingua, che è il vero “sistema operativo” di una cultura, si svuota di sfumature, rendendo progressivamente più difficile per la società elaborare soluzioni razionali ai propri problemi.

Il collasso di una civiltà, pare suggeriscano gli studiosi, non ha solo inizio quindi con l’invasione di un nemico o con una catastrofe naturale, ma può avere le sue radici anche nell’incapacità collettiva di formulare pensieri logici e veritieri. Un monito silenzioso, scritto secoli fa, che attende solo di essere letto.

Tutto questo non vi sembra rispecchiare il momento storico che stiamo vivendo?

M.P.
[23/09/2026 18:16] Maurizio Blondet: https://x.com/SprinterPress/status/2102666123866939830?s=20

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L’algoritmo faustiano (parte II)

23 September 2026 at 11:59

L’intelligenza artificiale si erge come compimento della tecno civiltà faustiana occidentale, nel frattempo minacciata dall’irruzione fulminea dell’oriente cinese. Più che una forza di vero rinnovamento, l’automazione algoritmica rappresenta la mummificazione della nostra società. Delegando all’apparato elettronico, alla mente artificiale la creazione artistica, la scrittura, l’analisi giuridica, la decisione, il pensiero critico , l’apprendimento, abdichiamo  alla vitalità organica. I suoi modelli linguistici (LLM) non generano nuovi simboli viventi; si limitano a elaborare e ricombinare statisticamente i detriti del nostro passato culturale. Il genio creativo è sostituito dall’efficienza dell’elaborazione dei dati, un’intelligenza insensibile emersa con forza travolgente quando il cuore spirituale della cultura ha cessato di battere. Per Jacquel Ellul, sociologo ma anche teologo, la tecnica è il rischio del secolo, la modalità attraverso cui il moloch tecnologico abbatte ogni ostacolo in nome dell’utilità e dell’efficienza.

Uno dei nodi tragici consiste in quello che Spengler definì il tradimento della tecnologia moderna, creata dall’ umanità occidentale con l’inequivocabile scopo di sottomettere la natura. La storia insegna che lo strumento finisce invariabilmente per schiavizzare il suo inventore. Il paradosso potrebbe manifestarsi nelle reti neurali artificiali che mutano, apprendono e assumono decisioni autonome a velocità misurabili in millisecondi, una scala temporale neppure pensabile dal cervello biologico. Abbiamo costruito un ambiente di flussi globali tanto complesso che la mente umana non è più in grado di gestirlo senza il supporto dell’intelligenza artificiale. Ci troviamo al punto di non ritorno in cui il sistema, gli Stati, i mercati, le grandi infrastrutture, dipendono totalmente da questa trama artificiale impossibile da disattivare senza causare l’immediato collasso dell’intero sistema.

Il patto faustiano si consuma con la rinuncia all’autonomia umana in cambio della capacità di calcolo, la volontà di potenza postmoderna. Il fenomeno ha una dimensione geopolitica destabilizzante. Spengler in Anni della decisione, spiega che l’Occidente ha commesso l’errore di esportare la propria tecnologia in altre civiltà in nome del profitto a breve termine e di una provvisoria egemonia. Globalizzandosi verso oriente, la tecnologia si è resa indipendente dai suoi ideatori. Gli strumenti di dominio creati dall’anima faustiana sono passati nelle mani di culture che non condividono la struttura psichica e gli imperativi etici dell’Occidente, ma che hanno imparato a usarli con notevole efficacia.

L’attuale corsa per la supremazia tecnologica tra Usa e Cina si inserisce nel conflitto di fine civiltà. Il risultato della pulsione universalista non è l’armonia planetaria o un ordine strutturato; il mondo è più frammentato che mai sotto la patina tecnologica, immerso in lotte di potere, ribelle all’egemonia declinante della civiltà che l’ha plasmata. La degradazione della democrazia formale apre le porte a ciò che Spengler chiamava cesarismo: l’ascesa di figure autoritarie, amorali, che governano con la forza o con la manipolazione dell’opinione pubblica. Questo è evidente nel neo confucianesimo cinese, ma avanza nel potere immenso di figure quali Elon Musk, Bill Gates, Peter Thiel, Alex Karp, Sam Altman, i signori di Silicon Valley e dell’Intelligenza Artificiale. Costoro stanno elaborando una specifica ideologia, l’ accelerazionismo o illuminismo oscuro che travolge la territorialità, gli Stati, le procedure della democrazia e le regole giuridiche. Si tratta del traguardo finale che oltrepassa la fase tecnocratica per diventare giustificazione tautologica del potere.

Uno dei suoi strumenti sono le cosiddette “iperstizioni” (Nick Land) , finzioni o idee  che si autoavverano attraverso le azioni che ispirano, Diffuse dall’alto per mezzo dei mezzi digitali, del marketing e dalle nuove culture, trasformano la narrazione in fatto incontrovertibile e rendono la virtualità non più distinguibile dalla realtà, capovolgendo credenze e comportamenti. L’intelligenza artificiale e la progettazione algoritmica sono gli strumenti di controllo sociale più perfetti mai immaginati: producono un livello di monitoraggio, controllo personalizzato e mutazione delle condotte senza precedenti, unito, come dicevamo, alla confusione dolosa tra reale e virtuale, uni-verso e meta-verso. Attraverso gli algoritmi, le piattaforme digitali e la proliferazione di simulazioni che dissolvono la verità fattuale, la realtà è atomizzata, resa malleabile, plastica. Le popolazioni vengono disarmate intellettualmente in un mare di stimolazioni istantanee (frames) promosse dai tecnocrati sulla strada di diventare autocrati. La sovranità è sostituita dalla docilità dell’utente riformattato.

Nella sua fase terminale, la cultura occidentale esaurisce le possibilità creative, raggiunge la dimensione planetaria e si libera delle tensioni metafisiche. L’ intera umanità rischia di trasformarsi in folla informe di fellah, la parola araba che Spengler  usa per designare la massa senza volto che si adatta e sopravvive da una civiltà all’altra senza appartenere ad alcuna, inconsapevole, estranea ai movimenti della storia, preoccupata solo della sopravvivenza e del benessere materiale. È l’avvento degli ultimi uomini descritti con disprezzo da Nietzsche, manipolati dalla tecnostruttura e presto direttamente dalla macchina. In questa gabbia digitale globalizzata, l’esistenza si riduce alla dimensione zoologica vissuta in un ambiente artificiale dove l’intrattenimento automatizzato guidato da algoritmi “di ricompensa” esaurisce gli orizzonti della vita.

Le persone diventano appendici biologiche di un ecosistema tecnico che decide che cosa consumare, che cosa pensare e in che cosa credere. Di fronte al vuoto lasciato dal declino delle religioni e dall’esaurimento del razionalismo, emerge uno spurio supermercato dello spirito. La fede di un tempo si dissolve in eclettiche pratiche pseudo spirituali, sincretismi, surrogati di credenze liquidi, transitori. I guru tecnologici si comportano da profeti, o sommi sacerdoti, immaginando l’avvento di una Singolarità informatica potente come il giudizio finale (Ray Kurzweil) , o sono ossessionati dalla figura dell’Anticristo e del Kathechon, “ciò che trattiene”, la tecnica considerata liberatoria (Peter Thiel). Lucida follia del mondo al contrario. Una tecno fede cieca, irrazionale, sintomo di decadenza poiché si aspetta che la tecnologia ci salvi miracolosamente dalle crisi esistenziali, ecologiche ed economiche causate dalla sua stessa ipertrofia.

Il pericolo apocalittico dell’algoritmo faustiano sta nel fatto che non è presentato come un’opzione tra le altre: diventa determinismo inevitabile creduto per l’omogeneizzazione delle menti, la distruzione delle condizioni organiche e la polverizzazione delle radici locali che storicamente hanno permesso la nascita di nuove culture. La Terra è trasformata in immensa fabbrica automatizzata dove tutto ciò che non è quantificabile è condannato all’irrilevanza. Fedele alla sua visione tragica e ciclica della storia, Spengler non credeva che la megamacchina sarebbe durata in eterno in un progresso indefinito. Al contrario, ne profetizzò il collasso a causa della mancanza di rinnovamento vitale.

La sua fine contiene la probabilità di una drammatica collisione. Una minoranza prometeica conduce una guerra contro l’ordine biologico per imporre la propria volontà di potenza, ma la natura è, alla fine, infinitamente più forte. La scarsità di risorse materiali, la legge dell’entropia, la radicale disconnessione dalle strutture organiche della vita, unite all’ inaridimento spirituale, conducono alla catastrofe. Quando la macchina faustiana crollerà per l’ esaurimento psicologico delle élite o di guerre di annientamento, ciò che rimarrà non sarà un territorio vergine per un nuovo inizio. Ciò che  attende i superstiti potrebbe essere il deserto. Una volta distrutto il tessuto organico e delegata la capacità di pensare ai freddi circuiti algoritmici, la post umanità potrebbe aver dimenticato come vivere umanamente.

Stiamo forse assistendo al penultimo atto del dramma, in cui l’umanità osserva affascinata il tremolio di uno schermo che illumina la propria eclissi? Poiché la civiltà faustiana ha portata globale, il suo declino trascinerebbe il mondo in un’era di sterilità, poiché la morte della cultura implica la fine della storia. Le strutture globali (organizzazioni internazionali, mercati finanziari) potrebbero persistere per inerzia come gusci vuoti ancora a lungo, ma l’umanità sopravvivrebbe gestendo le rovine tecnologiche senza la capacità – né il desiderio – di generare una nuova cultura. Distopia, suggestione, timore, o realistica prudenza, la nostra ? Più necessaria, crediamo, allorché gli stessi banditori mettono in guardia dai rischi, che peraltro non chiariscono, a parte l’accertata autonoma violazione di sistemi informatici complessi. Certo non regge più l’ottimismo a senso unico, l’ eudemonismo con il paraocchi, avvolti nell’ “andrà tutto bene” obbligato dei pifferai.

I mandarini della tecnocrazia ci devono molte spiegazioni, a partire dal rischio della disoccupazione di massa e dalla massificazione integrale delle menti, all’incapacità del diritto di stabilire regole, limiti, determinare responsabilità nell’uso di potentissimi apparati artificiali, dai robot alla sterminata gamma di utilizzazioni dell’I.A, sino alla possibilità che davvero la macchina prenda il sopravvento su chi l’ha inventata e potrebbe non riuscire più a controllarla, neppure per i suoi scopi contrari al resto dell’umanità.

Gli psicologi avvertono che un numero sempre maggiore di persone, specie giovani, non sa più prendere decisioni- anche elementari- senza consultare la voce non umana della chatbox alimentata dall’ I.A. L’apparato artificiale sostituisce il libero arbitrio. E non è che la punta dell’iceberg. I grandi capi dell’ Intelligenza Artificiale invocano una moratoria:  perché, al di là di manovre finanziarie o interessi indicibili ? Se la ragione fosse più grave di quanto fanno trapelare ? Se anche così non fosse, noi, semplici esseri umani, abbiamo diritto di sapere, capire, decidere, scegliere. Chi dipende da altri uomini è un servo e uno schiavo. Ma è ancora un uomo chi è determinato, agito, sorvegliato, orientato, occupato, comandato da una macchina?  “Uomini siate, e non pecore matte”.

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