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Il cappio del TPI e la "strana" ricomparsa di Gentiloni (di Alessandro Volpi)

 

di Alessandro Volpi

E' sempre più evidente che il tema del forte aumento del costo degli interessi sul debito costituirà uno dei problemi principali per la finanza pubblica italiana.
In questo senso appare chiaro che le "reti di protezione" europee - quelle tanto patrocinate dal conte Gentiloni - sono davvero pericolose.

Il costante aumento della spesa per interessi, stimolata dai prolungati rialzi dei tassi orchestrati dalla Banca Centrale Europea per arginare la spinta inflazionistica, ha infatti progressivamente prosciugato le risorse della finanza pubblica nazionale.

Sostituire i vecchi BTP con scadenze a costo zero con nuove emissioni che sfiorano o superano il tre e quattro per cento significa far lievitare l'esborso per il servizio del debito oltre quota cento miliardi di euro annui, drenando risorse vitali per la sanità, l'istruzione e la crescita.

In questo contesto di forte vulnerabilità, lo strombazzato Transmission Protection Instrument, il famoso TPI o scudo anti-spread della BCE, rivela tutta la sua natura ambiguamente condizionata.

Lungi dall'essere un paracadute automatico e incondizionato contro le speculazioni di mercato, il TPI si configura come un'arma a doppio taglio controllata discrezionalmente dal Consiglio Direttivo di Francoforte.

L'accesso agli acquisti di titoli di Stato da parte della BCE è infatti subordinato al rispetto di quattro criteri d'idoneità estremamente rigidi e politicamente vincolanti: la conformità con il quadro di bilancio europeo, l'assenza di squilibri macroeconomici, la dimostrazione della sostenibilità del debito e l'allineamento pedissequo alle raccomandazioni e alle scadenze del PNRR.
 
In altre parole, perché la Bce compri i titoli di un paese indebitato, questo paese non deve essere troppo indebitato o troppo in crisi, altrimenti la Bce non interviene. E' chiaro il paradosso: chi ha bisogno di aiuto dovrebbe essere in condizioni tali da non avere, appunto paradossalmente, bisogno di aiuto. Per l'Europa non si può dare la medicina ad un malato perché non è ancora troppo malato.
 
Come più volte ribadito in sede comunitaria da esponenti liberal, a partire dal sopracitato Paolo Gentiloni, lo scudo monetario rappresenta uno "strumento di disciplina".
 
Il rischio concreto è che la BCE si trasformi in un giudice politico della sostenibilità dei bilanci nazionali, dove un eventuale sostegno non è dovuto ma concesso solo in cambio di una stretta austerità e dell'accettazione passiva dei dettami di Bruxelles.
 
La stessa architettura delle alternative europee riflette un modello penalizzante e asimmetrico: le Outright Monetary Transactions e il Meccanismo Europeo di Stabilità (il famoso Mes) ripropongono la temuta logica del commissariamento e della condizionalità macroeconomica, imponendo sacrifici sociali in cambio di liquidità.
 
Anche il PNRR e il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, pur venduti come trionfi dell'integrazione e della flessibilità, nascondono vincoli di spesa rigidi che limitano drasticamente la capacità dell'Italia di programmare politiche economiche autonome e anticicliche.
 
In definitiva, fare affidamento sugli scudi della BCE o sulle linee di credito comunitarie significa accettare una perdita di autonomia decisionale, intrappolando l'Italia in un circolo vizioso in cui la dipendenza dagli investitori e dai tutori europei diventa l'unico modo per evitare l'instabilità finanziaria, al prezzo di una cronica debolezza strutturale e politica. Soprattutto significa non avere soluzioni per risolvere la questione degli interessi sul debito che rischiano davvero di smontare la capacità di spesa dello Stato sociale.
 
Forse non a caso, il nobile Gentiloni è ricomparso sulla scena per dichiarare l'impossibilità "oggettiva" di immaginare un'Europa alternativa a quella del rigore, della guerra, delle privatizzazioni e della finanza.

Tutti al fronte (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio*

Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.

Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?

Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.

*Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2026

Le piazze francesi (di Andrea Zhok)

 

di Andrea Zhok*

Guardo gli scontri di Parigi, vedo i cassonetti bruciati, le auto rovesciate, le vetrine infrante, e penso.

Penso che queste distruzioni e gli occasionali atti di teppismo vandalico potrebbero giustificare una dura repressione.

Penso che ci vorrebbe un’interlocuzione politica, istituzionale per trasformare la rabbia in riforma, in mutamento costruttivo.

Penso che il passato ci insegna che una rivolta senza una chiara piattaforma rivendicativa verrà alla fine schiacciata, che si esaurirà, forse che consoliderà persino il potere.

Penso a tutte queste cose. E però non riesco a trattenere un dubbio, un sospetto, un sentimento che si intrufola attraverso selve di pensieri e stratificazioni geologiche di riflessioni.

Il sentimento, come si conviene ai modi del sentire, è inarticolato, confuso, e tuttavia provo a domarlo, a rettificarlo nel nome della ragione; e alla fine prende una forma.

Sì, hai ragione, ci vorrebbe un’interlocuzione politica;

sì, ci vorrebbe una lucida piattaforma rivendicativa;

sì, il rischio che tutto si esaurisca in un consolidamento del potere costituito è altisssimo.

E tuttavia, è questa davvero l’alternativa reale a disposizione?

No, perché se l’alternativa è venire lentamente soffocati dal fango raffermo di poteri oscuri quanto onnipresenti, che ti tolgono tutto, ogni giorno, per sempre, che ti espellono dalla vita e dicono che è colpa tua, che ti spiegano col sorriso meccanico stampato in faccia che questo è il migliore dei mondi possibili e che sei tu a non capire. Se questa è la reale alternativa.

Ed è questa.

Allora, forse, spaccare tutto è certo subottimale, è riprovevole, è una pessima soluzione e se fossi capo del mondo farei tutt’altro. Ma è un segno che c’è ancora della vita da quelle parti.

Vita distorta, deformata, vita che potrebbe e dovrebbe essere ben altrimenti qualificata e razionale, ma comunque vita.
 
Meglio, sempre, mille volte meglio della paralisi in attesa di una futura promozione ad avanguardia decorata di sterminate sabbie mobili, in cui affondare senza fine.
 
 
 


*Commento Facebook del 5 ottobre 2026

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