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Normal view

Irkutsk mette alla prova l’asse Mosca-Pechino sulla biosicurezza?

7 October 2026 at 15:44

Il caso di Irkutsk, dove una lavoratrice dell’Istituto anti-peste è morta in circostanze ancora da chiarire, offre preziosi spunti per l’approccio del Cremlino al tema della biosicurezza. Stupisce che gli Stati Uniti si siano offerti di aiutare Mosca. Il presidente Donald Trump ha infatti annunciato che “molto presto” ci sarà una telefonata con il leader russo Vladimir Putin, nonostante il partner con cui la Russia ha costruito negli ultimi anni una collaborazione strutturata in questo settore sia la Cina. Eppure Pechino ha finora scelto il silenzio.

Sul piano sanitario l’allarme resta contenuto. Il Cdc non vede minacce per gli Stati Uniti e l’Oms giudica basso il rischio per la popolazione. La notizia, quindi, non è tanto il decesso. È il modo in cui l’episodio viene gestito, raccontato e collocato nei rapporti tra le grandi potenze. Da parte russa la comunicazione è stata infatti tutt’altro che lineare, con il leader della vicina Buriazia aveva parlato di peste mentre Rospotrebnadzor, l’agenzia sanitaria federale russa, ha parlato di “polmonite di eziologia sconosciuta” e ha escluso incidenti all’interno dell’istituto. Una versione che non è bastata all’Oms, che ha chiesto chiarimenti sulla causa della morte e sull’eventuale patogeno, sollecitando informazioni “tempestive, complete e trasparenti”. Al 4 ottobre invece la Cina non aveva diffuso alcun avviso sanitario né sconsigliato i viaggi in Russia, mentre fino a sei voli al giorno continuavano a collegare Irkutsk a diverse città cinesi. Un silenzio che pesa, soprattutto alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi.

Ad agosto oltre 300 operatori cinesi, tra cui personale di un centro per il controllo delle malattie della People’s Liberation Army, avevano simulato con esperti russi la gestione di un’epidemia di peste importata. All’esercitazione aveva preso parte anche il direttore dell’istituto di Irkutsk. Il 29 settembre funzionari sanitari dei due Paesi si sono incontrati di nuovo, ma nel comunicato finale del caso non c’è traccia. Episodi che sostengono la tesi, espressa dalla Jamestown Foundation, secondo cui Mosca e Pechino stiano costruendo un sistema di biosicurezza condiviso a metà tra la dimensione civile e quella militare. Una rete che si starebbe allargando anche a Bielorussia, Asia centrale e organizzazioni regionali come la Sanghai Cooperation Organization.

Eppure, alla prova dei fatti, questa cooperazione non sembra tradursi in azione. Il caso di Irkutsk avrebbe tutte le caratteristiche per attivarla, essendo molto simile a quello scenario che, in sostanza, russi e cinesi avevano simulato ad agosto. Ma di quella macchina condivisa, oggi, non c’è traccia visibile. Le possibili spiegazioni sono diverse. Pechino potrebbe aver ricevuto da Mosca informazioni sufficienti a ritenere il rischio trascurabile, e scegliere quindi di non intervenire pubblicamente. Oppure la cooperazione potrebbe funzionare su canali riservati, senza alcuna proiezione esterna. O ancora, all’atto pratico questa solidarietà è molto meno forte di quanto potesse sembrare.

Chi vota contro la stretta alla Cina non difende l’Europa. La versione di Gambino

7 October 2026 at 15:09

Un brutto incidente, quello accaduto oggi a Strasburgo in occasione della risoluzione sui rapporti tra Unione europea e Cina, in cui viene chiesta una risposta “più forte” nei confronti degli squilibri commerciali con Pechino. Mentre il centrodestra composto da Ecr e Ppe ha votato compatto per il sì, le opposizioni si sono divise: Avs e Pd astenuti, M5s e vannacciani contrari. Con il centrodestra solo Elisabetta Gualmini, Pina Picierno e Irene Tinagli.

ALBERICO GAMBINO FDI

“Viene da pensare che in Italia c’è un gruppo politico a cui non stanno a cuore gli interessi dell’Europa, mentre quelli della Cina sì”, dice a Formiche.net l’eurodeputato di Ecr/FdI Alberico Gambino, vicepresidente della commissione per gli Affari esteri e membro della commissione per la sicurezza e la difesa del Parlamento Europeo, secondo cui “anziché essere uniti e dimostrarsi patrioti, questi partiti remano contro gli interessi in Italia degli italiani e in questo caso dell’Europa e delle industria europee, una deriva che cozza non poco con i proclami di responsabilità che il Pd continua a fare, dipingendosi un partito responsabile e in grado di guidare l’Italia: è vero esattamente l’opposto”.

Non va dimenticato infatti che il deficit commerciale dell’Unione Europea nei confronti della Cina ha superato i 360 miliardi di euro annui, per questa ragione Bruxelles ha iniziato a riconsiderare i propri strumenti di difesa economica, tramite iniziative mirate. Già due giorni fa Francia e Germania in una lettera aperta avevano chiesto alla Commissione europea di attivare nuovi strumenti di difesa: pur se non citata esplicitamente nella lettera indirizzata da Merz e Macron a Von der Leyen, appare evidente il riferimento alla Cina dell’iniziativa: “Abbiamo bisogno di uno strumento credibile nelle mani della Commissione che consenta una reazione decisiva e sistemica – ovvero attivabile tramite maggioranza qualificata inversa – e l’adozione di misure forti, fino all’esclusione immediata dal mercato interno se necessario”. L’azione si tradurrebbe in un blocco immediato (il cosiddetto kill switch), consentendo a Bruxelles di reagire rapidamente tramite poteri in capo alla Commissione.

L’eurodeputato meloniano ritiene che con la Cina “bisogna avere un’interlocuzione e un dialogo sempre aperto ovviamente, ma ciò non significa essere succubi o silenti dinanzi a regole che valgono solo per noi e che stanno causando moltissimi danni alle imprese europee”. E aggiunge: “Negli anni passati l’Ue si è assuefatta al green deal mettendo da parte gli interessi dell’industria europea. Adesso bisogna recuperare il tempo passato, ma non sarà una cosa semplice. Noi siamo l’Europa e abbiamo dimostrato di poter superare i momenti difficili, come dimostra la storia del secolo scorso: abbiamo le intelligenze, le capacità e l’industria competitiva per poterlo fare. E la politica dovrà accompagnare questa rinascita”.

Con quali obiettivi? “Non avere un padrone, spiega, ma porsi allo stesso livello di Usa e Cina, per potersi sedere ai tavoli che contano e ovviamente pensare allo sviluppo del territorio a tutto tondo. Se non daremo energia all’industria perderemo competitività, posti di lavoro, capacità di contare e pesare nelle assise internazionali. Questo cambio di consapevolezza nasce dal 2022, da quando il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha iniziato a far sentire la propria voce a Bruxelles per dire che così non si può più andare avanti. E oggi la sterzata dell’eurocamera ricalca in toto le osservazioni che Meloni ha più volte fatto nei consigli europei: il tema degli squilibri commerciali con Pechino.

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