Al-Aqsa Flood and the beginning of Israel's strategic erosion



di Fabio Massimo Parenti* - CGTN
Il “vecchio continente” continua a vedere la Cina con lenti anacronistiche, a giudicare invece di provare a capire, rimanendo in tal modo incapaci di cogliere i cambiamenti strutturali occorsi negli ultimi lustri e in modo più evidente negli ultimi anni. Parliamo di economia, della sua struttura, di come evolve a seguito dell’implementazione dei piani e degli indirizzi politici volti a sviluppare le “nuove forze produttive di qualità”, che a loro volta stanno portando il Paese di mezzo ad avanzare lungo la catena del valore delle filiere produttive.
E qui arriviamo ai consumi, all’idea, errata che “la Cina produca troppo e consumi poco”.
Nel periodo delle vacanze per la Festa nazionale della Repubblica Popolare Cinese, la cosiddetta “Settimana d’oro”, gioverà ricordare come stiano evolvendo i consumi nel Paese. Innanzitutto, nei sette giorni di festività del 2026 si stimano oltre 2,14 miliardi di spostamenti interregionali, mentre i soli viaggi ferroviari hanno superato i 152 milioni, con un incremento del 13,1% rispetto all'anno precedente. Questa mobilità testimonia la rilevanza crescente dei consumi legati ai viaggi, al turismo e alle esperienze. Infatti, da oltre un decennio i consumi rappresentano, in media, la principale componente della crescita economica cinese, superando il contributo degli investimenti e delle esportazioni nette, pur con oscillazioni annuali. Nel XIV Piano quinquennale (2021–2025), il loro contributo medio alla crescita del PIL è stato del 58,8%, secondo l'Ufficio nazionale di statistica. Se prendiamo il 2025, il contributo alla crescita del Pil (+5%) da parte dei consumi finali è stato pari a 2,6 punti percentuali, superiore tanto a quello delle esportazioni nette (1,6 punti) quanto agli investimenti (0,8 punti). Tradotto in quota, parliamo del 52% della crescita complessiva.
Ma cerchiamo di andare oltre e di osservare la natura di ciò che si esporta e si consuma all’interno. La Cina del 2026 ha una struttura economica profondamente diversa rispetto a dieci anni fa. Dall’immagine della Cina dei giocattoli, del tessile e delle merci a basso valore aggiunto siamo passati alla Cina delle automobili elettriche, dei robot industriali, dei droni, delle navi, delle batterie, dei pannelli solari e delle tecnologie avanzate. La trasformazione, tuttavia, non riguarda soltanto ciò che la Cina produce ed esporta. È cambiata anche la struttura della domanda interna, con un ruolo crescente dei consumi e, al loro interno, dei servizi. Più in particolare, i consumi di servizi da gennaio ad agosto sono aumentati del 4,9%, mentre quelli di beni soltanto dell’1%. E non è una dinamica circoscritta agli ultimi mesi. Nel 2025 la spesa per servizi rappresentava già il 46,1% della spesa pro capite dei residenti cinesi, 3,5 punti percentuali in più rispetto al 2020.
![]()
La settimana d’oro è quindi una lente particolarmente efficace attraverso cui osservare una trasformazione più profonda che procede da anni: dalla centralità dell'investimento a un maggiore ruolo dei consumi e, all'interno di questi, dall'acquisto di beni alla crescente domanda di servizi ed esperienze. Una quota crescente della domanda riguarda infatti turismo, ristorazione, cultura, sport, intrattenimento, mobilità e nuove esperienze. Già nella prima metà del 2026, ad esempio, le vendite di servizi legati alla consulenza turistica e al noleggio erano cresciute dell’11,3% e quelle relative a cultura, sport e tempo libero del 10,4%.
Ma cosa significa “consumo esperienziale”? Significa che è cambiato il modo stesso in cui si attribuisce valore al consumo. Un viaggio può integrare gastronomia, cultura locale, spettacoli, musei, sport e acquisti; allo stesso modo, uno spazio commerciale può diventare luogo di socialità, intrattenimento e fruizione culturale. Non casualmente, durante il periodo festivo di quest’anno sono stati programmati in tutta la Cina oltre 20 mila eventi culturali e turistici, accompagnati da oltre 310 milioni di yuan (circa 46 milioni di dollari) di voucher e sussidi al consumo.
Un esempio viene da Weifang, dove la partecipazione di una madre e della figlia a un torneo giovanile ha attivato, in un unico viaggio, trasporti, pernottamenti, ristorazione, sport e visite culturali. In Cina si parla ormai comunemente di “economia del biglietto” per indicare proprio questo fenomeno: il ticket di un concerto, una competizione o una mostra diventa il punto di partenza di una catena di consumi. È la logica del “mangiare, alloggiare, spostarsi, visitare, acquistare e divertirsi”; attività sempre più integrate in una medesima esperienza di consumo.
![]()
Nuovi stili di vita generano nuove forme di consumo e, contemporaneamente, l’emergere di nuovi “scenari di consumo” alimentano una domanda che prima non esisteva. In altre parole, con l'aumento del benessere e la trasformazione degli stili di vita, il mercato cinese sta progressivamente spostando il proprio baricentro dal possesso all’esperienza, dalla quantità alla qualità e alla diversificazione dei consumi.
È un passaggio rilevante anche sul piano macroeconomico. L’espansione dei consumi interni, e in particolare dei servizi, è ormai parte esplicita della strategia economica cinese per il Quindicesimo Piano Quinquennale. La sfida è creare reddito, fiducia e un’offerta sufficientemente diversificata perché una parte crescente della domanda interna futura possa tradursi in nuovi consumi.
Anche per questo la settimana d’oro racconta qualcosa che va ben oltre i numeri del turismo e della spesa durante le festività. Racconta un’economia e una società che stanno cambiando rapidamente. Per comprenderle, però, occorre prima di tutto liberarsi delle vecchie lenti con cui continuiamo troppo spesso a guardare la Cina.
*Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia
L'autore Fabio Massimo Parenti è professore associato di studi internazionali e Ph.D. in Geopolitica e Geoeconomia

di Alessandro Volpi

di Marco Travaglio
Siccome la “guerra ibrida” esige qualche straccio di prova (per ora mai visto) per dichiarare la terza guerra mondiale, il nuovo ordine di scuderia è chiamarla “guerra ombra”. Che, essendo ombra, non si vede e non richiede neppure la fatica di dimostrarla. Rutte, il portaombrelli di Trump fresco di premio Pace di Vestfalia dalle mani di Merz, spiega come fare in caso di incidenti di matrice ignota: “Avete sentito il Comandante supremo alleato dire: ‘Ehi, quando potete, quando siete sicuri o quasi sicuri che siano i russi, attribuitelo ai russi’, come ha fatto oggi l’Estonia. Lo apprezzo”. Tipo quando i lituani lanciarono l’allarme droni russi, i caccia Nato si alzarono per abbatterli, poi si scoprì che erano uccelli. O quando Zelensky disse che due missili caduti in Polonia erano russi e invocò l’articolo 5 Nato, cioè la guerra mondiale, peccato che fossero ucraini. O quando il polacco Tusk accusò i droni russi di aver distrutto il tetto di una casa a Lublino, ma era stato un missile polacco. Uno si alza, grida “al russo al russo”, la notizia diventa “quasi sicura”, si dichiara guerra a Putin e poi, se qualcuno sopravvive, scopre che non era vero niente.
Ogni giorno questi pazzi criminali ci mettono alla prova, per vedere fin dove arriva la nostra creduloneria e può spingersi la loro propaganda. Ora è la vecchina ucraina che “disattiva un drone russo a mani nude” (forse parente di quella che nel 2022 abbatté un drone russo lanciando un barattolo di cetrioli o di pomodori dal balcone). Ora è il copilota jihadista dell’aereo FlyDubai che accoltella il comandante, ma viene prontamente ammanettato coi cavi degli auricolari (di acciaio inox o filo spinato, si presume) di un eroico passeggero. Ora sono i russi che in Ucraina combattono con le pale del 1869, le dita al posto delle baionette e gli homeless jacuti ubriachi a dorso di mulo, però ora invadono l’Europa almeno fino a Lisbona. E poi c’è Putin, che è contemporaneamente astutissimo perché trucca tutte le elezioni dell’orbe terracqueo vinte dai filo-russi e perse dagli anti-riarmisti; ma anche stupidissimo, perché ogni giorno semina attacchi ibridi, anzi “ombra” in tutta l’Ue portando acqua al mulino dei riarmisti russofobi. Ora, per dire, pianifica attacchi a Italia, Francia, Spagna in piena campagna elettorale, danneggiando i partiti che negano la minaccia russa; e intanto si danna l’anima per manipolare le elezioni a loro favore. E persino le primarie del Campo largo. I suoi hacker sono già pronti a votare in massa Conte, ma al Cremlino prende piede la corrente riformista che preferirebbe un trionfo di Gori o Ruffini o Maraio, così poi tutti si chiederebbero chi minchia siano Gori, Ruffini e Maraio. E nessuno ci capirebbe più niente. È il bello della “guerra ombra”: vale tutto.

di Peter Oborne* - Middle East Eye
Sono trascorsi venticinque anni da quando il sociologo Stanley Cohen si è posto una domanda che rimane urgente oggi quanto allora: come è possibile che istituzioni, governi e persone comuni siano a conoscenza di atrocità, stermini di massa e violazioni dei diritti umani, ma allo stesso tempo riescano a rimuoverli dalla propria mente?
Il suo brillante studio, States of Denial: Knowing About Atrocities and Suffering, si basava sulle sue stesse inchieste relative a insabbiamenti, sparizioni e torture nella sua terra natale, il Sudafrica. Tuttavia, l'esame dei modi in cui fingiamo a noi stessi che certi eventi terribili non stiano accadendo era più ampio, abbracciando l'America Latina, il genocidio in Ruanda, l'Olocausto, il Medio Oriente e altri esempi.
Cohen ha distinto i diversi modi in cui politici, giornalisti e altri soggetti hanno soffocato la conoscenza della verità. Ha identificato ciò che ha definito "negoziazione letterale" (o literal denial): la sfacciata affermazione che i crimini non stiano avvenendo.
Il recente discorso del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite ha fornito numerosi esempi di negoziazione letterale. Ha sostenuto che il rapporto tra vittime civili e combattenti a Gaza fosse eccezionalmente basso, che Israele non stesse bloccando gli aiuti umanitari e che Hamas fosse da ritenere responsabile delle carenze. Ha inoltre reso la tesi assurda secondo cui la violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata sia da attribuire a una "manciata di giovani delinquenti".
Un proverbio palestinese, Yaktheb al-kithbah wa yusadikaha, si traduce all'incirca con: "Racconta una bugia e finisce per crederci". Descrive lo stato mentale di chi ha ripetuto la stessa falsità così tante volte da finire per considerarla un fatto reale. Questo può spiegare non solo il comportamento di Netanyahu, ma anche quello dell'esercito di apologeti che ripetono ciechi le sue parole.
Cohen ha rivolto la sua attenzione anche a una forma di diniego più sofisticata, che non contesta i fatti fondamentali, ma li rielabora e sanitized per farli apparire ragionevoli o accettabili. Ha chiamato questo fenomeno "negoziazione interpretativa" (o interpretative denial).
Licenze di esportazione
Channel 4 ha pubblicato di recente un documentario di un'ora che esplora come i ministri britannici abbiano impiegato la tecnica identificata da Cohen per avallare la distruzione di Gaza da parte di Israele.
È evidente alla maggior parte delle persone che Israele commetta regolarmente crimini contro l'umanità, con le ultime immagini di Google Maps che mostrano la devastazione totale nell'enclave. Eppure, durante tutto questo periodo, i ministri britannici hanno negato i crimini di guerra israeliani. Come hanno gestito questo livello di dissonanza cognitiva?
Il film di Channel 4, Britain’s Gaza Secrets Exposed, ha fatto un grande passo avanti nel fornire una risposta. Negli ultimi tre anni, le aziende britanniche hanno esportato armi per milioni di sterline verso Israele mentre questo rasava al suolo Gaza e massacrava civili.
Tutte quelle armi necessitano di licenze di esportazione. Secondo il diritto interno e internazionale, al Regno Unito non è consentito esportare armi in alcun Paese che si abbia motivo di sospettare commetta crimini di guerra. Questo spiega perché, negli ultimi tre anni, l'unità del Ministero degli Esteri che indaga sulle potenziali violazioni del diritto umanitario sia stata occupata a valutare le azioni militari israeliane a Gaza.
La giornalista di Channel 4 Ramita Navai ha ottenuto le valutazioni interne del Ministero degli Esteri sulla condotta di Israele durante le prime fasi della guerra, relative a centinaia di casi famigerati. La sua inchiesta dimostra che, volta dopo volta, il Ministero degli Esteri britannico non ha preteso che l'esercito israeliano rendesse conto delle proprie azioni. Si prenda il caso di Hind Rajab, la bambina di cinque anni rimasta intrappolata in un'auto con i familiari morti dopo che i soldati israeliani avevano aperto il fuoco contro di loro. Ha trascorso tre ore al telefono chiedendo aiuto. Alla fine è arrivata l'autorizzazione per i soccorritori, ma al loro arrivo i soldati hanno ucciso sia i soccorritori sia la stessa Hind.
Un fatto inenarrabile e orribile; eppure i valutatori del Ministero degli Esteri hanno citato prove insufficienti per concludere che i soldati israeliani avessero violato il diritto internazionale.
O si prenda l'attacco aereo sulla scuola di Al-Fakhoura nel campo profughi di Jabalia nel novembre 2023, che ha ucciso decine di persone, tra cui donne e bambini. Il Ministero degli Esteri non lo ha definito un crimine di guerra, anche se le Nazioni Unite avevano chiaramente contrassegnato la scuola come rifugio per sfollati civili e le sue coordinate erano state trasmesse all'esercito israeliano.
I funzionari britannici sono riusciti a raggiungere la stessa conclusione dopo che 48 membri della famiglia Elian sono stati massacrati a Nuseirat, e dopo che Israele ha colpito un complesso di Medical Aid for Palestinians che ospitava quattro medici britannici.
In un solo caso il Ministero degli Esteri ha concluso che si fosse verificata una "possibile" violazione del diritto internazionale: l'attacco israeliano che ha ucciso sette operatori umanitari di World Central Kitchen, tra cui tre cittadini britannici.
L'inchiesta ha rivelato che, mentre Israele prometteva un'indagine "completa, urgente e trasparente" sulla tragedia della World Central Kitchen, l'allora ministro degli Esteri David Cameron stava firmando un altro lotto di autorizzazioni per l'esportazione di armi, senza attendere il completamento dell'inchiesta israeliana.
Conclusioni di comodo
Non c'è dubbio che questi continui giudizi del Ministero degli Esteri fossero di comodo. In tutto questo periodo, il Regno Unito è stato un convinto alleato di Israele e non voleva scontentare gli Stati Uniti.
Il processo legale britannico è stato quindi piegato a favore di Israele? Channel 4 suggerisce che potrebbe essere andata così. La rete si è assicurata un'intervista con Mark Smith, l'unico funzionario britannico ad essersi dimesso a causa della situazione a Gaza.
I suoi commenti sono stati devastanti: «Abbiamo visto tutti le riprese aeree di interi quartieri letteralmente rasi al suolo. Hanno distrutto la stragrande maggioranza degli edifici residenziali a Gaza. Non ho mai visto nulla di simile nella mia carriera, né nella mia vita».
Smith ha proseguito: «Quindi, anche senza far parte della squadra e senza avere accesso alle valutazioni effettuate, potevo vedere nei telegiornali, alla luce del sole e a occhio nudo, i più terribili attacchi svolgersi su base quotidiana. Voglio dire, quasi ogni singola scuola e quasi ogni singolo ospedale a Gaza sono stati danneggiati o distrutti. Come stiamo giustificando le nostre esportazioni di armi? Se ci si chiede, a livello interno o internazionale, se uno Stato a cui stai vendendo armi possa stare conducendo un genocidio, allora il momento di discutere se possa essere in violazione del diritto internazionale umanitario è superato da un pezzo».
Smith afferma di essersi dimesso dopo essere stato testimone di «illegalità e complicità con crimini di guerra» nel cuore del governo. Channel 4 ha chiesto a William Schabas, uno dei principali esperti di diritti umani proveniente da una famiglia di superstiti dell'Olocausto, un commento sulla valutazione del Ministero degli Esteri riguardo alla tragedia di Hind Rajab. Ha risposto: «Quando un bambino viene ucciso in questo modo, penso che debba esserci una presunzione molto forte che normalmente non possa esserci alcuna giustificazione o spiegazione militare per quanto accaduto».
Channel 4 ha parlato anche con Dearbhla Minogue, un'avvocata del Global Legal Action Network che, insieme alla ONG palestinese Al-Haq, ha citato in giudizio il governo del Regno Unito per le sue esportazioni di armi a Israele. Le organizzazioni hanno perso la causa, ma il procedimento ha portato alla divulgazione delle valutazioni del Ministero degli Esteri analizzate da Channel 4.
Minogue afferma che il governo britannico ha utilizzato una metodologia manipolata che rendeva quasi impossibile identificare le violazioni israeliane. Secondo l'avvocata, il team legale del Ministero degli Esteri ha creato una situazione d'incastro: per dimostrare che un attacco violava il diritto internazionale umanitario, richiedeva informazioni esatte sulle intenzioni israeliane. Poiché Israele si rifiutava di fornire tali informazioni, il Ministero degli Esteri non era in grado di giungere a una conclusione su alcun incidente, il che significava che la vendita di armi poteva proseguire.
Questo mi porta a un punto finale.
L'inchiesta di Channel 4 ha reso di pubblico dominio una gran quantità di nuove informazioni che ci aiutano a comprendere la complicità britannica nella distruzione di Gaza. Eppure non ho trovato un solo organo di informazione mainstream che riportasse queste rivelazioni. La spiegazione di questa omertà mediatica è semplice: non è solo il governo britannico a essere colpevole della negoziazione interpretativa descritta da Cohen quando si tratta dell'annientamento di Gaza. La maggior parte dei media britannici ne è ugualmente complice.
(Traduzione de l'Antidiplomatico)
*Il nuovo libro di Peter Oborne, "Complicit: Britain's Role in the Destruction of Gaza", è stato pubblicato di recente da Or Books. Oborne ha vinto il premio per la migliore rubrica/blog sia nel 2022 sia nel 2017, ed è stato nominato freelancer dell'anno nel 2016 ai Drum Online Media Awards per gli articoli scritti per Middle East Eye. È stato inoltre nominato editorialista dell'anno ai British Press Awards nel 2013. Svolgeva il ruolo di principale editorialista politico del Daily Telegraph, incarico da cui si è dimesso nel 2015. Il suo penultimo libro è "The Fate of Abraham: Why the West is Wrong about Islam", pubblicato nel maggio del 2022 da Simon & Schuster. Tra i suoi libri precedenti figurano "The Triumph of the Political Class", "The Rise of Political Lying", "Why the West is Wrong about Nuclear Iran" e "The Assault on Truth: Boris Johnson, Donald Trump and the Emergence of a New Moral Barbarism".

A nessuno frega niente del 7 ottobre.
A nessuno importa. Prima importava, ma poi Israele ha passato tre anni a mostrare al mondo il vero motivo per cui è successo il 7 ottobre. Dopo aver assistito alla crudeltà e alla brutalità dello Stato di Israele, ora la gente capisce. Tutti lo capiscono.
Dopo che Hamas ha lanciato l'Operazione Inondazione di Al-Aqsa la mattina del 7 ottobre, c'è stata un'ondata di amore e solidarietà per Israele da tutto il mondo. Ogni grande monumento, dalla Torre Eiffel alla Sydney Opera House all'Empire State Building, è stato illuminato di blu e bianco in segno di solidarietà con il popolo israeliano. Uomini adulti hanno pianto. Bono ha rovinato per sempre "Pride (In The Name of Love)" cambiando il testo in "La mattina presto, 7 ottobre, mentre il sole sorge nel cielo del deserto, Stelle di David, ti hanno preso la vita, ma non sono riusciti a prenderti il ??tuo orgoglio".
Chiunque non avesse seguito da vicino la questione israelo-palestinese quel giorno si trovava dalla parte di Israele. E poi sono iniziate a cadere le bombe.
E in calo.
E in calo.
E in calo.
E con il cadere delle bombe, anche il gradimento di Israele è crollato.
C'è un limite al numero di bambini che si possono vedere fatti a pezzi dalle esplosioni dell'esercito israeliano prima di iniziare a sospettare che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato nel progetto sionista.
C'è un limite al numero di foto e video pubblicati dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) che indossano la biancheria intima di donne palestinesi morte e sfollate, prima di iniziare a chiedersi se ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nella cultura dell'esercito israeliano.
C'è un limite al numero di sondaggi israeliani che mostrano un sostegno schiacciante all'offensiva contro Gaza che si possono leggere prima di iniziare a credere che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato nella società israeliana stessa.
Esistono solo un numero limitato di istituzioni umanitarie di rilievo in grado di stabilire che Israele è colpevole di genocidio prima che si inizi a comprendere esattamente di cosa si sta parlando.
C'è un limite al numero di ospedali bombardati, di chilometri di quartieri completamente rasi al suolo, di raccapriccianti racconti di prigionieri palestinesi brutalmente violentati e torturati dai soldati israeliani che si possono vedere prima che tutte le scuse, le giustificazioni e le manipolazioni smettano di fare effetto.
E quando la propaganda (hasbara) smette di funzionare, rimani solo tu e la cruda realtà della situazione, a guardarvi dritto negli occhi.
I propagandisti e gli esperti di manipolazione dell'opinione pubblica si sono dati un gran da fare per presentare il crollo del sostegno mondiale a Israele come un'epidemia di "antisemitismo", ma anche questo non funziona più. Tutti sanno che è una menzogna. Nessuno ci crede. Sembra solo che stiano insultando la tua intelligenza.
L'olocausto di Gaza è stata la cosa peggiore che abbia mai visto in tutta la mia vita. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno di sangue, trovarmi faccia a faccia con quell'incubo a occhi aperti mi ha cambiato per sempre, e non c'è nulla in me che potrà mai dimenticare gli orrori a cui ho assistito. E il mondo è pieno di persone che hanno vissuto esattamente la mia stessa esperienza.
Il sostegno a Israele non tornerà mai più. Quando le luci si riaccenderanno e vi accorgerete che la stanza in cui vi trovavate è piena di scorpioni, non dimenticherete ciò che avete visto quando le luci si spegneranno di nuovo.
Tutti gli eventi accaduti dopo il 7 ottobre hanno mostrato al mondo com'era la vita per i palestinesi prima di quella data. Israele ha lanciato una pietra in aria e ha passato tre anni a piangere dopo che la pietra gli è caduta addosso.
Gli hasbaristi si sono agitati ovunque cercando di cancellare tutto ciò che è accaduto prima del 7 ottobre e di giustificare tutto ciò che è successo dopo, ma le loro parole ora sono solo parole. Non hanno più alcun potere. Ed è solo questione di tempo prima che il mondo si rivolti contro Israele per rimediare ai torti del passato e riportare tutto alla normalità. Dal fiume al mare.
________________
(Traduzione de l'AntiDiplomatico)
*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

di Alessandro Volpi

di Marco Travaglio*
Non c’è un minuto da perdere. Se è vero quel che dicono Merz e il suo capo dei servizi Jaeger, cioè che Putin sta per invadere l’Europa, tutti i Paesi Ue devono schierare subito le truppe ai confini con la Russia. Guai a lasciare soli gli ardimentosi estoni, connazionali dell’intrepida Kallas, che avvicinano a 50 km dalla frontiera il loro poderoso esercito di 4.650 uomini e zero carri armati, zero caccia, 6 lanciarazzi e 36 cannoni per “colpire in profondità” la prima potenza nucleare mondiale. La notizia che quello screanzato di Putin, venendo meno alle più elementari regole di buona educazione, non intende aspettare il 2030 quando sarà completato il riarmo Ue da 800 miliardi, né tantomeno il 2035 quando sarà ultimato il riarmo Nato al 5% del Pil ha stupito le migliori menti europee, finora convinte che il despota avrebbe cavallerescamente rispettato le nostre scadenze (“Quando siamo pronti ci facciamo vivi noi”, “Ah, ok, allora resto in attesa”). Resta da capire da cosa desumano l’invasione alle porte, visto che non hanno ancora dimostrato uno solo dei mille “attacchi ibridi russi” dell’ultimo biennio (il prossimo è il cyberattacco putiniano che truccherà le primarie del Campo Largo, ma solo se vince Conte, sennò tutto regolare). Pare che Merz ci sia rimasto male perché domenica, mentre visitava Kiev a sorpresa con la solita valigetta di soldi, i russi colpivano il ponte Nord dopo il ponte Sud sventrato sabato: forse non sospettava che lì c’è la guerra. Così le ha cantate chiare a Putin: “Basta, va fermato”. Resta da capire come: non, si spera, con le valorose truppe della Estonia, sempreché il piano non sia far morire i russi dal ridere.
Serve qualcosa di più serio, tipo gli eserciti tedesco, polacco, francese e britannico: i Volenterosi al gran completo. Sono due anni che ripetono di essere prontissimi: è ora che lo dimostrino. Fra un’elezione persa e l’altra, mandino queste benedette truppe in Ucraina e la facciano finita. Tanto Varsavia e Rutte han già assicurato che la guerra alla Russia è una pura formalità: vinciamo noi, come disse il maresciallo Severgnini. E allora basta chiacchiere: tutti a Kiev. Ma alla svelta, perché il deputato Goncharenko del partito ucraino più filo-Ue conferma l’analisi dell’ex ministro della Difesa Fedorov: “Stiamo perdendo la guerra, la strategia del governo – la ricerca dell’arma miracolosa che risolverà tutto – è assurda, dobbiamo negoziare con Mosca e fare concessioni reciproche”. Sarà mica putiniano pure lui?
Ps. C’è anche la remota eventualità che gli allarmi dei baltici, dei polacchi e dei tedeschi siano la solita barzelletta: nel qual caso, il governo italiano dovrebbe precisare una volta per tutte che non li riconosce più come alleati. Anzi, non li conosce proprio.
*Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2026

di Andrea Zhok*
*Commento Facebook del 5 ottobre 2026

