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Mnsignor Viganò: «Prevost è come Bergoglio»
Arcivescovo Carlo Maria Viganò
@CarloMVigano
“Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: “tunc revelabitur ille iniquus”. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.”
aldomariavalli.it/2026/09/21/lin
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Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
Raffinerie, l’Italia decida di essere un Paese
di Margherita Furlan
19 settembre 2026
Aramco compra gasolio nel Mediterraneo dopo gli attacchi alle sue raffinerie. In quella stessa finestra di mercato si forma il prezzo che paghiamo alla pompa. L’Italia ci arriva senza impianti e senza bandiera
La fila di Aramco
Da alcune settimane Saudi Aramco presenta offerte d’acquisto nella finestra di contrattazione gestita da Platts per carichi di gasolio nel Mediterraneo. Secondo gli intermediari che seguono quella piattaforma, la società statale saudita cerca migliaia di tonnellate di prodotto raffinato; altri operatori riferiscono che sta sondando anche il mercato della benzina in Europa. L’azienda ha rifiutato di commentare.1
Conviene soffermarsi su cosa significhi. Aramco estrae, raffina e vende: è strutturalmente venditrice di distillati, non compratrice. Nel luglio 2025 l’Arabia Saudita aveva toccato il massimo storico delle esportazioni di gasolio, con una media mensile di 611mila barili al giorno, e Aramco si presentava come fornitore quasi solitario nelle finestre di valutazione del Nord Europa e del Mediterraneo, spesso a prezzi inferiori a quelli degli altri.2 Quattordici mesi dopo si mette in fila dall’altra parte del banco.
Il motivo non è un capriccio commerciale, sono gli impianti. Gli Houthi hanno rivendicato l’attacco alla raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso, e nel corso dell’estate hanno colpito ripetutamente il centro di trattamento di Jazan, più a sud. Poi, il 10 settembre, droni partiti dall’Iraq hanno incendiato le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest nelle aree di Riad e Medina: il ministero dell’Energia saudita ha confermato l’attacco e la chiusura «precauzionale» della conduttura, mentre le immagini satellitari mostravano il pennacchio di fumo sopra la linea e i danni estesi a una stazione vicino ad Al Mesba’ah.
Quella conduttura non è un’infrastruttura qualunque. Con lo Stretto di Hormuz sostanzialmente sbarrato dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026, l’oleodotto Est-Ovest è diventato la via di fuga del petrolio saudita: milleduecento chilometri dai giacimenti orientali al porto di Yanbu, con circa cinque milioni di barili al giorno dirottati su quella direttrice. Lo aveva detto l’amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser: nel contenere la crisi di approvvigionamento il tubo aveva pesato più del rilascio delle riserve strategiche.3 Gli attacchi dell’aprile precedente avevano già sottratto al regno circa 600mila barili al giorno di capacità produttiva. Ad agosto l’estrazione saudita era scesa a 6,24 milioni di barili quotidiani, un livello che nessuno si aspettava di vedere dal principale produttore dell’OPEC.4
Nel frattempo si chiudeva anche l’altra uscita. Gli Houthi hanno proclamato a luglio un blocco marittimo contro le navi saudite, hanno preso il porto yemenita di Mokha e si sono avvicinati alle isole Hanish, cioè alla soglia di Bab el-Mandeb; il traffico attraverso quello stretto è calato di circa il sessanta per cento. Hormuz da una parte, Bab el-Mandeb dall’altra, l’oleodotto in mezzo è fermo: il regno che ha costruito la propria centralità mondiale sulla capacità di consegnare greggio ovunque si è ritrovato con tre porte socchiuse e un ordine d’acquisto da firmare nel Mediterraneo.
Il resto è politica. Nei giorni dell’avanzata su Mokha il principe ereditario Mohammed bin Salman avrebbe telefonato due volte a Donald Trump per chiedere raid contro il movimento yemenita, secondo funzionari statunitensi citati dalla stampa americana.5 Riad, per ora, ha evitato la rappresaglia diretta contro l’Iraq e Baghdad ha condannato l’attacco e apprezzato la scelta di non reagire.6 Il petroliere più potente del pianeta ha scoperto che la sua potenza dipendeva da cose fragili: una stazione di pompaggio, una colonna di distillazione, una rotta.
Il bersaglio non è più il pozzo
C’è una regolarità, in questi mesi, che i comunicati non dicono e le mappe sì. Nessuno bombarda i giacimenti. Si colpiscono le stazioni di pompaggio, le raffinerie, i terminali, i tubi. Il giacimento è profondo, disperso, difficile da distruggere e costoso da presidiare; l’impianto che trasforma il greggio in qualcosa di utilizzabile è invece un oggetto concentrato, visibile dal satellite, vulnerabile a un drone che costa quanto un’utilitaria. La stessa grammatica si legge sul fronte opposto dell’Eurasia, dove da due anni le raffinerie russe sono bersaglio sistematico dei droni ucraini, con fermate di impianti e contrazioni della produzione di carburante. Non è una coincidenza tecnica: è una dottrina che si è diffusa perché funziona.
Clausewitz aveva chiamato centro di gravità il punto da cui dipende la coesione dell’intera forza avversaria, quello contro cui vanno concentrate tutte le energie.7 Per un secolo si è creduto che nel settore energetico quel centro fosse la risorsa: chi possiede il sottosuolo comanda. La stagione che stiamo attraversando dice il contrario. Il centro di gravità è la catena di trasformazione e di trasporto e chi la colpisce ottiene con mezzi minuscoli effetti che nessun esercito convenzionale potrebbe produrre a quel costo. Un movimento armato yemenita, senza marina né aviazione, ha ridotto le esportazioni del primo produttore mondiale e ne ha fatto un compratore di gasolio sul mercato libero.
Ne discendono due conseguenze che riguardano direttamente l’Europa. La prima è che il vantaggio difensivo è scomparso: proteggere una rete di impianti e di condutture costa incomparabilmente più che attaccarla e nessuna quantità di navi in scorta può cambiare questa aritmetica. La seconda è che la sicurezza energetica ha smesso di essere un problema di contratti di fornitura per diventare un problema d’infrastrutture fisiche. Si può avere il barile e non avere il litro. Si può avere il litro e non avere il modo di farlo arrivare. Chi ha smontato pezzi della propria capacità di trasformazione pensando che il mercato avrebbe sempre provveduto ha fatto una scommessa sulla stabilità permanente delle rotte altrui. Quella scommessa, nell’anno in cui il re del greggio si mette in fila per comprare carburante, si sta rivelando per quello che era.
Il prezzo non nasce alla pompa
Qui il ragionamento smette di essere mediorientale e diventa italiano perché il collegamento fra Yanbu e il distributore sotto casa non è una metafora, ma un meccanismo documentato e pubblico.
Il prezzo industriale dei carburanti in Italia, cioè quel che resta una volta tolte accisa e imposta sul valore aggiunto, non segue il costo di produzione delle raffinerie nazionali. Segue la quotazione internazionale dei prodotti raffinati nel bacino mediterraneo, il cosiddetto Platts CIF Med, rilevato dall’agenzia che pubblica le valutazioni giornaliere sulla base delle contrattazioni fisiche. Lo scrive senza giri di parole l’associazione delle aziende petrolifere italiane nella propria nota metodologica sui prezzi: la materia prima del prezzo alla pompa è la quotazione Platts, e il margine lordo è la differenza fra il prezzo di vendita al netto delle tasse e quel valore. Lo ripete la stessa associazione quando deve spiegare perché il greggio scende e i carburanti no: il riferimento non è il Brent, sono le valutazioni dei raffinati.8
Vale la pena fermarsi su cosa sia quella finestra. Non è una borsa regolamentata con un’autorità di vigilanza pubblica: è un processo di valutazione gestito da una società privata di informazione sui mercati, alimentato dalle offerte che gli operatori presentano in un intervallo di tempo definito. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, in un’indagine del 2023 sui prezzi dei carburanti, ha osservato che i riferimenti internazionali dei prodotti petroliferi, Platts compreso, sono esposti a rischi di opacità, e lo ha argomentato richiamando da un lato procedimenti per sospette manipolazioni conclusi in giurisdizioni extraeuropee, dall’altro l’adozione di apposite linee guida da parte delle autorità internazionali di regolamentazione.9 È un’istituzione italiana che dice, in punta di diritto, che il termometro del nostro prezzo alla pompa non è un oggetto neutro.
In quella finestra, da alcune settimane, compra Saudi Aramco.
Il risultato lo hanno letto tutti sui cartelloni. Il 16 settembre 2026 il gasolio in modalità self service ha toccato il massimo storico italiano a 2,246 euro al litro, quasi due centesimi sopra il precedente primato del 17 marzo 2022, con 2,326 euro sulla rete autostradale e la quotazione all’ingrosso oltre i milleduecento euro per mille litri; il giorno seguente il servito viaggiava a 2,376.10 Senza il taglio dell’accisa il prezzo medio nazionale sarebbe stato di 2,416 euro.11
Nessuno impone a Roma cosa pagare. Semplicemente, il quadro dentro cui quel prezzo si forma è stato costruito da altri, si aggiorna ogni giorno in una finestra di mercato dove lo Stato italiano non siede, e il nostro margine di azione si è ridotto a decidere se restituire ai cittadini qualche centesimo di accisa. Non è dipendenza dal barile: è dipendenza dalla struttura.
Il mercato si era già ristretto
C’è un antefatto che rende il gesto di Aramco molto più pesante di quanto appaia e che riguarda l’Europa da vicino: la riserva di gasolio del Mediterraneo si era assottigliata per decisione politica mesi prima che i droni arrivassero su Yanbu.
Fino al 2022 circa il quaranta per cento del gasolio importato dall’Unione europea veniva dalla Russia. L’embargo ha chiuso quel canale ma non ha ridotto la domanda: l’ha deviata. Si è aperta così la scappatoia della raffinazione, il cosiddetto refining loophole, per cui India, Turchia e in parte Cina compravano greggio russo a prezzi scontati proprio grazie alle sanzioni occidentali, lo lavoravano nei propri impianti e rivendevano all’Europa prodotti formalmente non russi, perché la nazionalità di un carburante, nel diritto commerciale, è quella del Paese in cui avviene la trasformazione, non quella del pozzo. Non era un traffico clandestino: era legale, pubblico e quantificato. Nel giugno 2025 l’Europa ha ricevuto 124mila barili al giorno di gasolio dall’India e 94mila dalla Turchia, pari rispettivamente al sette e al cinque per cento delle importazioni totali; secondo le stime di Kpler, che includono anche il carburante per aerei, l’India, fino a pochi anni prima inesistente come esportatore verso il nostro continente, ha coperto nel 2024 il sedici per cento dell’import europeo, in un anno in cui il greggio russo rappresentava il trentotto per cento degli acquisti indiani.12
Per tre anni, insomma, l’Europa ha continuato a bruciare molecole di origine russa passate per Jamnagar o per İzmir, dichiarando di non comprare più dalla Russia. Poi, nel luglio 2025, il diciottesimo pacchetto di sanzioni ha chiuso anche quella porta: dal 21 gennaio 2026 è vietato importare nell’Unione prodotti petroliferi ottenuti in Paesi terzi a partire da greggio di origine russa, con esenzione per alcuni partner e per i Paesi esportatori netti di greggio.13 La misura ha due caratteristiche che meritano di essere dette. La prima è che nessuna analisi di laboratorio può stabilire l’origine di una molecola dopo la raffinazione, tanto più che si lavorano miscele di greggi diversi: l’applicazione dipende quindi da autocertificazioni e da tracciamenti documentali, e già al momento dell’annuncio gli operatori prevedevano un carosello di trasbordi destinato a confondere le carte. La seconda è che quel divieto ha ristretto l’offerta disponibile nel bacino mediterraneo in un momento in cui l’Europa non aveva ricostruito un grammo della capacità di raffinazione che aveva dismesso.
Ora si guardi la sequenza per intero, perché è la cosa più istruttiva di tutta questa vicenda. Il 21 gennaio 2026 l’Unione europea restringe per via normativa il proprio accesso al gasolio. A febbraio la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sbarra lo Stretto di Hormuz. Durante l’estate gli attacchi degli Houthi mettono fuori uso a intermittenza gli impianti sauditi sul Mar Rosso. Il 10 settembre saltano le stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest. E in quel bacino ristretto, dove l’Europa deve comprare per forza, entra come acquirente anche il maggiore produttore mondiale. Nessuno di questi eventi, preso da solo, era imprevedibile; il loro sovrapporsi era un rischio di sistema che qualcuno avrebbe dovuto valutare prima di firmare i provvedimenti e prima di autorizzare le conversioni di impianti. Il differenziale fra il prezzo del gasolio e quello del greggio, che è la misura esatta della scarsità di capacità di raffinazione, aveva già superato i ventisei dollari al barile nell’estate 2025, il massimo dal febbraio 2024. Era un segnale, ed era leggibile da chiunque.
Va detto con chiarezza quel che l’Unione ha deciso senza dotarsi degli strumenti per reggerne le conseguenze non lo pagano le cancellerie, bensì chi mette il gasolio nel furgone alle sei del mattino.
La deindustrializzazione ha un indirizzo
A questo punto la domanda giusta non è perché il gasolio costi tanto, ma perché l’Italia sia arrivata a questo appuntamento in queste condizioni. E la risposta ha una data d’inizio, una sequenza e dei documenti.
Fra il 2000 e il 2024 il Paese ha perso il 12,7 per cento della propria capacità di raffinazione.14 Non è stata un’emorragia improvvisa: è stata una successione di decisioni aziendali, ciascuna ragionevole dal punto di vista di chi la prendeva, che sommate hanno prodotto un risultato che nessuno ha mai deliberato in Parlamento.
La raffineria di Cremona della Tamoil ha chiuso nel 2011 ed è stata convertita in deposito: l’amministratore delegato della società lo raccontò ai deputati della Commissione Attività produttive, spiegando che un impianto nella pianura padana, senza sbocco al mare, non riusciva più a collocare l’eccesso di olio combustibile e di benzina.15 La Raffineria di Roma, a Pantano di Grano, comunicò nel giugno 2012 l’intenzione di trasformare, a decorrere dal 30 settembre di quell’anno, lo stabilimento di lavorazione e stoccaggio in mero deposito di oli minerali: la dismissione dell’attività di raffinazione è scritta negli atti autorizzativi.16 La IES di Mantova, comprata quattro anni prima dal gruppo ungherese MOL, annunciò nell’ottobre 2013 la trasformazione graduale in deposito a partire dal gennaio successivo, con 350 esuberi su 390 dipendenti. Nel frattempo Eni fermava per sei mesi Porto Marghera e metteva in cassa integrazione a zero ore cinquecento persone a Gela.
Il Parlamento lo sapeva. Nel 2012 la Camera svolse una indagine conoscitiva specifica sulla crisi della raffinazione, con audizioni di aziende e sindacati, e il documento conclusivo registrava il rischio di chiusura di almeno quattro o cinque siti e la necessità di interventi a tutela del settore.17 Gli interventi non sono arrivati. È arrivata, invece, una narrazione più comoda.
Perché la seconda ondata è stata raccontata in tutt’altro modo. Porto Marghera è diventata bioraffineria nel 2014, Gela nel 2019, Livorno è in conversione con completamento previsto fra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Ogni annuncio è stato presentato come transizione ecologica e sul piano delle emissioni ha una sua logica difendibile. Sul piano della sicurezza degli approvvigionamenti, però, i numeri raccontano un’altra storia, perché le scale non sono paragonabili: Livorno, che sta completando il passaggio alla bioraffinazione, trattava quattro milioni di tonnellate di greggio l’anno e nessun impianto a scarti e oli vegetali lavora volumi simili. Un litro di gasolio idrogenato da scarti alimentari non è un litro di gasolio fossile in meno da importare: è un’altra filiera, con materie prime diverse, volumi diversi e limiti propri. La colonna di distillazione che smetti di far girare non torna.
Pasolini aveva coniato, per descrivere l’Italia che si trasformava sotto i suoi occhi, la formula dello «sviluppo senza progresso»: un Paese che si modernizza nelle forme e si impoverisce nella sostanza, perché il criterio della trasformazione non è il bene comune ma la convenienza di chi la guida.18 Non è un’analogia forzata. La dismissione della raffinazione italiana è stata razionale per ogni singolo azionista e distruttiva per l’interesse nazionale e nessuno, in vent’anni, si è preso la responsabilità politica di dire che quelle due razionalità non coincidevano.
Oggi restano poco più di dieci impianti attivi, di cui tre convertiti o in conversione alla bioraffinazione. È il patrimonio con cui l’Italia si presenta al mercato in cui, da alcune settimane, compra anche Saudi Aramco.
Il cambio di bandiera
Gli impianti sopravvissuti hanno cambiato proprietario, e la geografia di quei passaggi dice più di qualsiasi dichiarazione programmatica.
La ISAB di Priolo Gargallo, il complesso di raffinazione più grande del Paese, è passata in dieci anni dalla genovese Erg alla russa Lukoil, da questa al fondo cipriota G.O.I. Energy nel 2023, sotto la pressione delle sanzioni e con accordi decennali di fornitura e di ritiro affidati alla società di intermediazione Trafigura, e infine, nella primavera del 2026, a un gruppo italiano. È la vicenda più istruttiva dell’intero dossier e merita un capitolo a sé.
Sarroch, in Sardegna, è la seconda gamba del sistema: trecentomila barili al giorno, oltre un quinto dei carburanti italiani, in gran parte gasolio, cioè esattamente il prodotto di cui l’Europa non è autosufficiente. Era la Saras della famiglia Moratti; dal 2024 è di Vitol, il maggiore operatore mondiale indipendente nel commercio di petrolio. Augusta, centosettantamila barili al giorno, è della algerina Sonatrach, che l’ha rilevata nel 2018 da Esso Italia. Milazzo è per metà kuwaitiana, joint venture paritaria fra Eni e Kuwait Petroleum. Già nel febbraio 2024, facendo i conti con l’ingresso di Vitol in Saras, Il Sole 24 Ore osservava che circa metà della capacità di raffinazione italiana passava sotto controllo straniero.19
Poi è arrivato il passaggio più grande, e quasi nessuno se n’è accorto. Nel settembre 2025 la famiglia Brachetti Peretti ha firmato l’accordo vincolante per cedere il 99,82 per cento di Italiana Petroli, il gruppo Api, alla SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato dell’Azerbaigian. Nel pacchetto, valutato attorno ai tre miliardi di euro, ci sono la raffineria di Falconara Marittima, quella di Trecate e oltre quattromilacinquecento stazioni di servizio a marchio IP. Il perfezionamento è arrivato nella primavera del 2026, dopo le autorizzazioni in materia di concorrenza, sovvenzioni estere e poteri speciali dello Stato. Non è più solo la raffinazione: è la rete capillare attraverso cui gli italiani fanno il pieno.
Sia chiaro cosa si sta dicendo e cosa no. Non c’è nulla di illegittimo in queste operazioni e nulla da eccepire sui compratori: un trader olandese, un fondo cipriota, una compagnia di Stato algerina e una azera hanno fatto quello che è nel loro mandato, cioè comprare beni che rendono. Il punto è l’altro lato del tavolo. Una raffineria per un operatore di mercato è un margine fra il costo del greggio e il valore dei prodotti e se quel margine si assottiglia la si spegne; per uno Stato è la differenza tra avere il petrolio e il carburante. Sono due criteri diversi e l’Italia ha lasciato che prevalesse il primo senza mai dichiarare di averlo scelto. La normativa sui poteri speciali è stata applicata come procedura di controllo su singole operazioni, non come strumento di una politica industriale: ha accompagnato i passaggi di proprietà, non li ha orientati.
È un mutamento reale dei rapporti di potere travestito da ordinaria amministrazione. La cessione dell’apparato di raffinazione italiano ne è un caso quasi scolastico. Nessun voto parlamentare ha mai stabilito che il Paese rinunciasse al controllo della propria capacità di trasformazione. È accaduto in quindici anni, un atto societario alla volta, e ogni singolo atto era legittimo.
Priolo, quattro proprietari in dieci anni
Se si vuole capire che cosa accade a un’infrastruttura strategica quando la si affida integralmente al mercato dei capitali conviene guardare da vicino Priolo Gargallo, provincia di Siracusa: le due raffinerie riunite sotto la sigla ISAB valgono circa un quinto della capacità di raffinazione nazionale, coprono una quota consistente della domanda elettrica siciliana, occupano attorno a mille persone in via diretta e ne sostengono diverse migliaia nell’indotto. Non è uno stabilimento, è un pezzo dell’ossatura del Paese.
La sequenza dei proprietari, in poco più di dieci anni, è questa: il gruppo genovese Erg esce dalla raffinazione, l’impianto passa alla russa Lukoil attraverso la controllata Litasco e nel 2023, quando le sanzioni rendono impossibile sia importare greggio russo che ottenere credito bancario per comprarne altrove, viene ceduto al fondo cipriota G.O.I. Energy. La cessione, secondo il Financial Times, fu agevolata dal gruppo di intermediazione Trafigura e da un investitore privato, e fu approvata dal governo italiano con l’esercizio dei poteri speciali; i dettagli delle condizioni imposte non sono stati resi pubblici. Lo Stato, in altre parole, ha scelto e autorizzato il compratore, e lo ha fatto in forza di un decreto legge concepito proprio per proteggere l’impianto durante l’uscita dei russi.
L’assetto era questo: la proprietà al fondo, il capitale circolante a Trafigura, che avrebbe fornito il greggio e ritirato i prodotti raffinati per dieci anni. Poi è arrivato il conto. Nel gennaio 2025 la società apre una procedura di composizione negoziata della crisi per gestire tensioni finanziarie; secondo il Financial Times l’azionista di controllo indiretto avrebbe cercato di usare quella procedura per rinegoziare o risolvere il contratto decennale con il trader, giudicato penalizzante per l’impianto, e l’esistenza di quel vincolo avrebbe ostacolato le trattative con possibili acquirenti. Nell’autunno 2025 emerge in sede giudiziaria che il prezzo di acquisto non sarebbe stato integralmente saldato al venditore russo, con un debito indicato fra i 150 e i 190 milioni di euro, e il tribunale apre alla possibilità di pignoramento delle quote. Nel febbraio 2026 la procedura di crisi si chiude con esito positivo; nella primavera il fondo firma la cessione a un gruppo italiano, con un’operazione articolata in due fasi, la prima relativa al 51 per cento. Il via libera dell’Autorità garante della concorrenza è arrivato; il vaglio dei poteri speciali, mentre scriviamo, è ancora davanti al governo, e i sindacati territoriali chiedono di essere coinvolti in quel passaggio.
Bilancio di dieci anni: quattro assetti proprietari, due procedure straordinarie, un contenzioso internazionale, perdite per centinaia di milioni nel 2023 e nel 2024 e un ritorno all’utile nel 2025 grazie a condizioni di mercato favorevoli. I lavoratori hanno attraversato l’intero percorso senza mai sapere chi fosse davvero il loro datore di lavoro l’anno successivo, e il sindacato, al primo tavolo con la nuova proprietà, ha dovuto porre come condizioni non negoziabili cose che in un Paese con una politica industriale sarebbero ovvie: salvaguardia dei livelli occupazionali, tutela dell’indotto, un cronoprogramma certo d’investimenti a partire dalla manutenzione di un impianto che tratta idrocarburi in un sito di interesse nazionale per le bonifiche.
David Harvey ha chiamato accumulazione per spoliazione quel meccanismo per cui il capitale, quando il profitto ordinario si comprime, torna a guadagnare non producendo di più ma appropriandosi di beni già esistenti, spesso pubblici o socialmente costruiti, e rimettendoli in circolo come attività finanziarie. La vicenda di Priolo non è la sua illustrazione perfetta, e sarebbe scorretto presentarla come tale: qui il rischio industriale c’è stato davvero e le perdite pure. Ma il nucleo del ragionamento tiene. Un impianto che vale un quinto della capacità nazionale è stato trattato per un decennio come una partecipazione da acquistare, da rifinanziare e da rivendere, mentre la sua funzione, per il Paese, era un’altra: garantire che ci fosse carburante. Quando il criterio finanziario e quello della sicurezza divergono, non è il primo a cedere.
Il ritorno dell’impianto sotto controllo italiano è una buona notizia e va detto. Ma è avvenuto per iniziativa di un gruppo privato al termine di una crisi, non per effetto di una strategia nazionale ed è ancora una volta lo Stato a doversi limitare a dire sì o no a un’operazione decisa da altri. Il golden power è solo un semaforo: regola il traffico, non decide dove si va.
Il fornitore diventa concorrente
L’Italia è un Paese che produce gasolio. Secondo i dati del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica relativi al 2025, il fabbisogno nazionale di gasolio si aggira sui 23,3 milioni di tonnellate e la produzione delle raffinerie italiane sfiora i 25 milioni: siamo esportatori netti, con circa 7,9 milioni di tonnellate vendute all’estero contro 5,2 importate. Chi racconta un Paese incapace di raffinare dice una cosa falsa.
E allora perché il prezzo alla pompa tocca il massimo storico proprio mentre a migliaia di chilometri saltano le stazioni di pompaggio saudite? Perché l’esposizione italiana non è fisica, è di posizione. Due numeri lo spiegano meglio di un saggio. Il 60 per cento del gasolio che importiamo proviene dall’area del Golfo, e il 47 per cento arriva dalla sola Arabia Saudita. Il nostro primo fornitore di gasolio è esattamente il soggetto che da alcune settimane presenta offerte d’acquisto nella finestra mediterranea dove si forma il nostro prezzo industriale. Non ha smesso di venderci: ha cominciato a comprare dove compriamo noi. Il fornitore è diventato concorrente, e ci è arrivato nel giro di un trimestre, senza che nessuno decidesse nulla.
Immanuel Wallerstein descriveva l’economia mondiale come un sistema unico articolato in centro, periferia e semiperiferia, dove la posizione di ciascuno non dipende dalla ricchezza assoluta ma dal punto che occupa nella divisione del lavoro e nella catena del valore.20 L’Italia energetica sta esattamente lì, nel mezzo: trasforma molto, decide poco, non controlla né la risorsa a monte né le regole di formazione del prezzo a valle. È una posizione che funziona benissimo quando il sistema è stabile e diventa una trappola nel momento in cui qualcuno, in Yemen o in Iraq, scopre che una stazione di pompaggio si buca con un drone.
L’accisa come anestetico
Lo Stato italiano f l’unica cosa che gli è rimasta da fare, e la fa in entrambe le direzioni nello stesso anno.
Il primo movimento è strutturale. Il decreto legislativo 43 del 2025 avvia il riavvicinamento graduale fra l’accisa sulla benzina e quella sul gasolio, e il decreto ministeriale del 14 maggio 2025 lo mette in pratica: un centesimo e mezzo in meno al litro sulla benzina, un centesimo e mezzo in più sul gasolio.21 Poi la legge di bilancio per il 2026 accelera bruscamente: dal primo gennaio le due aliquote sono parificate a 672,90 euro per mille litri, il che significa 4,05 centesimi in meno sulla benzina e 4,05 in più sul gasolio, senza gradualità, con la motivazione esplicita di superare un sussidio ambientalmente dannoso censito nel catalogo del ministero dell’Ambiente.22 La logica ambientale è comprensibile. L’effetto sociale, in un Paese dove il gasolio muove l’autotrasporto, l’agricoltura e la quota maggioritaria del parco veicoli, è una tassa che colpisce chi lavora. E c’è un precedente che nessuno ha chiarito: dopo il riequilibrio del maggio 2025 il rincaro sul gasolio si è trasferito ai prezzi quasi integralmente, mentre lo sconto sulla benzina, almeno sulla rete autostradale, si è visto in misura ridicola, tanto che un’associazione di consumatori ha depositato un esposto all’Antitrust.23 La partita di giro, sulla carta a somma zero, è diventata un aumento netto per il cittadino.
Il secondo movimento è d’emergenza, e va nella direzione opposta. Da quando il prezzo internazionale del gasolio ha cominciato a correre, il governo taglia la stessa accisa che ha appena aumentato: l’aliquota viene ridotta in via temporanea a 532,90 euro per mille litri, cioè quattordici centesimi al litro, più tre centesimi di minore imposta sul valore aggiunto, per uno sconto complessivo di diciassette centesimi.24 E lo fa per periodi brevissimi, rinnovati di decreto in decreto: dal 28 luglio al 6 agosto, dal 27 agosto al 5 settembre, poi fino al 10, poi fino al 17 con una copertura di circa 85 milioni di euro, poi con uno sconto dimezzato e infine ridotto a poco più di sei centesimi. Sedici proroghe, circa due miliardi di euro in sette mesi, e un prezzo che nel frattempo ha toccato comunque il massimo storico.
Messi in fila, i due movimenti raccontano meglio di qualunque analisi lo stato della politica energetica italiana. A gennaio lo Stato alza l’accisa sul gasolio di quattro centesimi per ragioni ambientali; da luglio la taglia di quattordici per ragioni sociali; a settembre torna a ridurre lo sconto perché non ci sono più coperture. È l’unica leva rimasta a un Paese che ha perso il controllo di tutto il resto della catena, e viene azionata avanti e indietro come il volante di un’automobile che ha i freni altrove. Ogni proroga dura una settimana o dieci giorni, esattamente la durata dell’attenzione mediatica che la accompagna.
Due miliardi sono una cifra seria. Sono circa quanto il Paese avrebbe speso per costituire una riserva strategica di prodotti finiti di dimensioni significative, o per finanziare la quota pubblica di un piano di ammodernamento della capacità di raffinazione residua. Sono stati spesi, invece, per ridurre di qualche centesimo e per qualche giorno un prezzo che si forma in una finestra di contrattazione privata nel Mediterraneo, dove nel frattempo è entrata a comprare Saudi Aramco. Un Paese senza controllo sulla catena può soltanto anestetizzare il dolore, mai curarlo.
Riprendersi la catena: i tre anelli
Mattei non aveva pozzi. Aveva capito che il potere non stava nel giacimento ma nella catena che porta il greggio dal sottosuolo al serbatoio e che quella catena si poteva costruire anche partendo da un Paese sconfitto e privo di risorse. A Tunisi, il 10 giugno 1960, nel giorno in cui firmava con il governo tunisino l’intesa per costruire una raffineria, spiegò che quelle intese nulla avevano a che vedere con «il modello obsoleto del capitalismo coloniale del XIX secolo», perché prevedevano compartecipazione finanziaria e cogestione fra Paesi produttori e Paesi consumatori, in condizioni di eguaglianza.25 Negli appunti preparati per quel viaggio, rimasti inutilizzati e conservati nell’archivio storico dell’Eni, la formulazione era ancora più tagliente: la condizione coloniale, annotava, esiste quando il gioco della domanda e dell’offerta di una materia prima vitale è «alterato da una potenza egemonica: anche privata, di monopolio o di oligopolio», e nel settore petrolifero quella potenza aveva un nome, il cartello.26 Sessantasei anni dopo, l’incontro fra domanda e offerta del nostro gasolio si decide in una finestra di contrattazione privata che l’Autorità garante della concorrenza definisce esposta a rischi di opacità. La definizione di Mattei non è invecchiata: si è solo spostata di soggetto.
Che cosa vuol dire, in concreto, riprendersi la catena nel 2026? Tre anelli, e per ciascuno una cosa che si può firmare.
La raffinazione. Dichiarare gli impianti infrastrutture strategiche a tutti gli effetti, sottoporne ogni passaggio di proprietà e ogni riconversione a un vaglio che non sia solo di legittimità ma di merito, e vincolare le conversioni a bioraffineria a un piano nazionale che stabilisca prima quanta capacità fossile il Paese deve conservare e per quanti anni. Non si tratta di fermare la transizione: il punto è smettere di affidarne il calendario ai margini industriali di operatori privati esteri. Sul fronte delle scorte l’architettura esiste già e va usata: il decreto legislativo 249 del 2012, che recepisce la direttiva europea sull’obbligo di mantenere una riserva minima, ha istituito l’Organismo centrale di stoccaggio italiano, le cui funzioni sono affidate ad Acquirente Unico sotto vigilanza ministeriale, e ha stabilito che le scorte specifiche siano di proprietà pubblica e conservate sul territorio nazionale.27 Il punto è la composizione: in una crisi come quella di questo settembre a mancare non è il barile, è il litro raffinato. Servono scorte di prodotti finiti, in quantità dichiarate e verificabili.
La logistica. Abbiamo i rigassificatori, il terminale di Trieste con l’oleodotto transalpino che rifornisce anche Austria, Germania e Repubblica Ceca, il gasdotto adriatico che porta in Puglia il gas del Caspio, le condutture dall’Algeria e dalla Libia. Quello che manca non è l’infrastruttura, è la regia: un soggetto pubblico che tratti direttamente con i produttori, come faceva l’Eni delle origini, invece di comprare da intermediari che lucrano sulla differenza. Il Piano Mattei del governo ha preso il nome; il metodo era un altro, e consisteva in contratti diretti, condizioni migliori per il Paese produttore e controllo italiano dell’infrastruttura di trasporto.
La rotta. Il 17 settembre, al forum Risorsa Mare della Spezia, il ministro della Difesa ha annunciato di avere deciso con il capo di Stato maggiore di attivare la Marina per garantire il transito delle navi di interesse nazionale attraverso Bab el-Mandeb, aggiungendo di non voler aspettare che sia la missione europea Aspides a stabilire se le navi possano passare. L’Italia è il primo contributore navale di quella missione, e questo rende la frase più interessante di quanto sembri: non è un atto di forza verso lo Yemen, è la constatazione che la cornice europea non decide. Una scorta, però, è una toppa. Una rotta si tiene aperta prima di tutto con la diplomazia: con l’Egitto, che vive di Suez ed è il primo interessato alla riapertura del traffico, con i Paesi rivieraschi del Mar Rosso e del Golfo, e con chi controlla militarmente la costa yemenita, perché la storia dei passaggi obbligati insegna che si negoziano prima di essere scortati. È la lezione mediterranea di Moro, che cercò nel dialogo con il mondo arabo una posizione autonoma per l’Italia, e di Craxi, che a Sigonella dimostrò che rivendicare la giurisdizione nazionale di fronte all’alleato non significa uscire dall’alleanza.
Chi esegue e chi decide
I fatti di questi giorni, non le opinioni, dicono dove siamo. Dal 31 luglio 2026 l’Italia guida la missione di sorveglianza aerea della NATO nei cieli baltici, con quattro Eurofighter e un centinaio di uomini a Šiauliai: primo decollo su allarme il 3 agosto, drone non identificato abbattuto il 15 settembre dopo essere entrato dalla Bielorussia. Il 17 settembre la Marina viene attivata per Bab el-Mandeb. Sul fronte finanziario, il Paese ha chiesto accesso ai prestiti europei del programma per l’industria della difesa, con una dotazione indicativa di 14,9 miliardi notificata dalla Commissione, da restituire in quarantacinque anni. Alla pompa, il gasolio sta a 2,25 euro al litro.
È un profilo riconoscibile: un Paese che presidia i cieli di altri, scorta le proprie navi in un mare che non controlla, s’indebita per armamenti decisi altrove e resta fuori dai tavoli dove si tratta di ciò che paga. Ma questo profilo non è un destino, è una serie di scelte, e chi lo definisce inevitabile sta spacciando per realismo una scelta. L’Italia una politica estera l’ha avuta, quando ha deciso di averla, e non l’ha mai avuta contro l’America: l’ha avuta accanto all’America, con la schiena dritta.
Un governo che volesse cominciare a riprendersi la catena non avrebbe bisogno di una legge di bilancio. Avrebbe bisogno di tre firme. Un provvedimento che dichiari le raffinerie infrastrutture strategiche e subordini conversioni e cessioni a un piano nazionale della raffinazione. Una richiesta formale, a Bruxelles e a Washington, perché l’Italia sieda al tavolo in cui si discute dell’energia che arriva nelle case degli italiani. Una convocazione dei Paesi rivieraschi del Mediterraneo e del Mar Rosso, con l’Egitto in testa, per una rotta negoziata invece che soltanto pattugliata.
Nessuna delle tre costa un euro. Costano una cosa sola, ed è la sola che in questi anni è mancata: decidere di essere un Paese.
Perché la fila in cui si è messa Aramco dice esattamente questo. Chi controlla la trasformazione e il trasporto detta le condizioni a chi possiede la materia prima, e non il contrario. Il regno che ha il più grande giacimento del mondo lo ha imparato in una settimana, con tre stazioni di pompaggio in fiamme. Noi abbiamo avuto quindici anni per impararlo e abbiamo usato quel tempo per vendere gli impianti, chiamare transizione le chiusure e ridurre le accise di sei centesimi.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce.
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Fraternità San Pio X: preservare l’identità o collaborare con il Vaticano?
Spettabile Redazione,
mettiamo a vostra disposizione il nostro video sulle ordinazioni episcopali della Fraternità di Pio X e sulla ragion d’essere della Fraternità in caso di collaborazione con l’attuale Vaticano apostata. Vorremmo ricordare che Leo Prevost non è un papa valido, poiché promuove il “cammino sinodale arcobaleno” bergogliano.
Vorremmo chiedervi di pubblicare il materiale inviato.
Grazie in anticipo
Distinti saluti
Vescovi Segretari del Patriarcato Cattolico Bizantino
PCB: Sulla questione delle ordinazioni episcopali
nella Fraternità San Pio X
video: bcp-video.org/it/ordinazioni/
Mercoledì 1°luglio 2026 è prevista l’ordinazione episcopale dei membri della Fraternità San Pio X. La questione è se il Vaticano apostata approverà o respingerà tale ordinazione. Se la approverà, ma a condizione che la Fraternità rimanga sottomessa al Vaticano apostata, la Fraternità perderà la sua ragion d’essere e intraprenderà un ampio cammino arcobaleno che conduce alla perdizione. Se il Vaticano apostata, guidato dall’arcieretico Leo Prevost, non la approverà e pronuncerà presunte scomuniche dopo la consacrazione, la Fraternità preserverà la purezza della fede e tali scomuniche saranno nulle. Perché? Perché il Vaticano apostata, con il suo anti-vangelo sodomitico, è sotto l’anatema di Dio e tutto ciò che decreta è nullo e privo di effetto.
È del tutto evidente che Leo Prevost non è un papa veramente cattolico, e ciò per almeno tre ragioni:
- Prevost era stato precedentemente escluso dalla Chiesa cattolica a causa della sua comunione di spirito con l’arcieretico Bergoglio.
- Prevost è stato eletto da cardinali che promuovono la ribellione sinodale sodomitica contro Dio e che, di conseguenza, si sono automaticamente esclusi dalla Chiesa. Non essendo membri della Chiesa, non possono eleggere validamente un papa.
- Leo Prevost porta avanti la linea di Bergoglio. Non ha condannato la legalizzazione della sodomia da parte di Bergoglio; al contrario, attraverso il cammino sinodale, la sta consolidando ancora di più. Così facendo, si è automaticamente scomunicato dalla Chiesa e, pertanto, non può esserne il capo.
Prevost non è altro che un usurpatore del papato. Non può essere il vicario di Gesù Cristo sulla terra, poiché nega fondamentalmente i Suoi insegnamenti.
Il Patriarcato Cattolico Bizantino – la voce di chi grida nel deserto – non affronta la questione se Bergoglio fosse o meno omosessuale. Né affronta la questione se Prevost lo sia o meno. Un omosessuale che pecca, ma fa penitenza, non viene scomunicato dalla Chiesa. Al contrario, un gerarca ecclesiastico che promuove la legalizzazione del peccato di sodomia si è autoscomunicato dalla Chiesa.
Legalizzando il gridante al cielo peccato della sodomia, tale prelato nega i Dieci comandamenti di Dio, così come tutti i principi morali contenuti nel Vangelo e in tutto il Nuovo Testamento. La legalizzazione del peccato di sodomia nega al contempo la verità più fondamentale del cristianesimo: che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è morto per i nostri peccati. Con ciò viene annullato anche l’intero Credo e la Chiesa cattolica si trasforma in una sinagoga di Satana.
Il cammino sinodale, inaugurato da Bergoglio e promosso dallo pseudo-papa Leo Prevost, è un cammino di ribellione contro Dio. Coloro che accettano interiormente le eresie da lui predicate, perdono la fede salvifica e rinunciano all’essenza del cristianesimo e alla salvezza. Perdere la salvezza e condannarsi cinicamente alla sofferenza eterna all’inferno è la più grande follia! La commettono i Giuda ecclesiastici che occupano le cariche più alte della Chiesa. Inoltre, trascinano in questa follia i cattolici ingannati.
I prelati sodomiti celebrano la liturgia in modo invalido e anche le ordinazioni sacerdotali da loro conferite sono invalide! Predicano un anti-vangelo sodomitico, per cui su di loro ricade la scomunica: “Se anche un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso, sia anatema, scomunicato” (Gal 1,8-9)
Il prelato Schneider del Kazakistan si comporta come se fosse un vescovo cattolico di dottrina ortodossa, ma in realtà è in piena comunione con lo pseudo-papa. Si sottomette a lui e lo difende in contraddizione con gli insegnamenti della Sacra Scrittura, dei Padri e dei Dottori della Chiesa. A causa di questa unione con l’arcieretico si è autoescluso dalla Chiesa cattolica. È diventato un seduttore dei cattolici e li consolida sul falso cammino che conduce alla perdizione eterna.
Se la Fraternità San Pio X continuerà a rimanere separata dal Vaticano apostata, allora, in queste circostanze straordinarie, i vescovi di sana dottrina avranno l’opportunità di eleggere un papa veramente cattolico.
Le scomuniche imposte dallo pseudo-papa Prevost e dai suoi prelati sono nulle e prive di qualsiasi validità. Infatti, secondo Gal 1,8-9, sono proprio questi stessi prelati, insieme a Prevost, ad essere scomunicati. Se morissero senza pentirsi, sarebbero condannati all’inferno per l’eternità. La loro ostinazione e impenitenza costituiscono un peccato contro lo Spirito Santo.
Citiamo dalla lettera dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò pubblicata il 15 giugno 2026:
“Cos’è accaduto nella Chiesa Cattolica nell’arco di qualche decennio, per far sì che io mi trovi condannato, e con me tutti i Papi preconciliari?
L’autorità delle Sante Chiavi deve aprire le porte della Gerusalemme celeste ai giusti ed escludervi i reprobi, non viceversa. … Non è possibile che essa venga usata per legittimare ciò che Egli (Gesù Cristo) condanna, né tantomeno per condannare ciò che Egli ha ordinato di fare. Per questo non posso obbedire a chi … rifiuta di essere a sua volta sottomesso e obbediente alla somma Autorità di Dio”.
In conclusione, ricordiamo che la Chiesa attuale non ha un papa; si trova in stato di sede vacante. Leo Prevost promuove l’anti-vangelo sodomitico, per cui, secondo Gal 1,8-9, è escluso dalla Chiesa e, di conseguenza, non ne è il capo. Il fatto che si presenti in modo persuasivo non cambia nulla al riguardo. Come truffatore professionista, inganna i fedeli su larga scala.
+ Elia
Patriarca del Patriarcato Cattolico Bizantino
+ Metodio OSBMr + Timoteo OSBMr
Vescovi Segretari
21 giugno 2026
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- Concilio, Katechon e lo Scisma del Capo. Mons. Viganò a LifeSiteNews. Intervista, Prima Parte
Concilio, Katechon e lo Scisma del Capo. Mons. Viganò a LifeSiteNews. Intervista, Prima Parte
Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione la prima parte di un’intervista concessa da mons. Carlo Maria Viganò a LifeSiteNews. Buona lettura e diffusione.
§§§
INTERVISTA CON GAETANO MASCIULLO PER LifeSiteNews
Sul Concilio, il Katechon e lo Scisma del Capo – Prima Parte
Carlo Maria Viganò
Gaetano Masciullo: Eccellenza, nel suo nuovo libro Lei sostiene che oggi il primo nemico del Papato sia il Papa stesso. Come si spiega questo paradosso?
Il paradosso è soltanto apparente, e si scioglie non appena si distingue ciò che la teologia cattolica ha sempre distinto: il Papato come istituzione divina, voluta da Nostro Signore quando disse a Pietro Tu es Petrus, e la persona che in un determinato momento della storia ne occupa la Cattedra. Il Papato è indefettibile, perché è di Cristo; la persona del Papa è un uomo, con il suo libero arbitrio, che può corrispondere alla grazia di stato oppure rifiutarla. D’altra parte, la Chiesa prega per il Sommo Pontefice chiedendo alla Maestà divina di conservare nella santa Religione il Domnum Apostolicum, proprio perché sa che la sua perseveranza nella Fede non è garantita automaticamente dall’ufficio. Se così non fosse, se cioè il Papa fosse esente dalla possibilità di venir meno al proprio mandato, pregare per lui non avrebbe senso.
Quando un Pontefice usa l’autorità che gli è stata conferita ad ædificationem per demolire ciò che quell’autorità è chiamata a custodire — la dottrina, la liturgia, la disciplina, la stessa costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa — egli si pone in contraddizione con il proprio munus. Non è più il servo del Papato: ne è il primo avversario, perché nessun nemico esterno potrebbe ferire la Chiesa quanto colui che la ferisce dall’interno rivestito della veste di Pietro.
Ho chiamato questo fenomeno scisma capitale nel senso proprio della parola: uno scisma che parte dal caput, dal capo. Lo scisma classico è la separazione di una porzione del corpo dal capo; qui assistiamo al contrario: è il capo che si separa dal corpo mistico e dalla Tradizione che lo precede, che si ribella a ciò che i suoi predecessori hanno insegnato e che egli avrebbe l’obbligo di trasmettere intatto. San Paolo lo dice con parole che non ammettono repliche: sed licet nos aut angelus de cœlo evangelizet vobis præterquam quod evangelizavimus vobis, anathema sit (Gal 1,8-9). Nemmeno un angelo, nemmeno un Apostolo, nemmeno il Successore dell’Apostolo Pietro può annunciare un altro vangelo. Il Papa è il custode del Depositum, non il suo padrone; e chi da custode si fa padrone, tradisce la ragione stessa per cui Nostro Signore Gesù Cristo ha istituito il Papato in forma vicaria.
Gaetano Masciullo: Lei paragona la situazione attuale alla rimozione del katéchon di cui parla San Paolo (2 Tess 2, 6-8). Quale ruolo gioca la figura di Leone XIV in questa drammatica rimozione del “freno” all’iniquità?
I Padri e i grandi commentatori hanno visto nel katéchon, in «colui che trattiene», tanto l’Impero romano cristiano quanto, con esso, l’autorità della Chiesa, e in modo eminente l’autorità del Papato, che per secoli ha opposto un argine al mysterium iniquitatis. Quel freno ha cominciato ad essere allentato dal momento in cui la gerarchia, con il Concilio Vaticano II, ha rinunciato a esercitare la propria autorità nel senso voluto da Cristo, per cercare la conciliazione con il mondo, con il pensiero moderno, con la Rivoluzione. Da allora, chi avrebbe dovuto trattenere si è messo ad assecondare.
Leone XIV si inserisce in questo processo non come un innovatore, ma come colui che lo consolida e lo rende presentabile. Bergoglio ha scardinato il Papato con violenza; Prevost dà a quello scardinamento una forma istituzionale, «ordinata», quasi rassicurante. Il suo compito — e credo ne sia perfettamente consapevole — è di rendere irreversibile la sinodalità, cioè quella «rivoluzione permanente» che porta il Concilio alle sue estreme conseguenze, e di far sì che la Chiesa Cattolica cessi definitivamente di essere un ostacolo al progetto massonico e globalista. Quando il Papa non è più freno ma acceleratore, la rimozione del katéchon non è un evento futuro: è ciò che avviene sotto i nostri occhi. E il Signore ci ha avvertito: tunc revelabitur ille iniquus. Non lo dico con compiacimento apocalittico, ma con il dolore di un Vescovo che vede la Sposa di Cristo consegnata ai suoi nemici da chi dovrebbe difenderla.
Gaetano Masciullo: Di fronte alle sanzioni canoniche, lei invoca lo stato di necessità, come, del resto, ha fatto la Fraternità San Pio X per le sue nuove consacrazioni episcopali. Come risponde ai tanti conservatori che la accusano di disobbedienza formale al Papa?
Rispondo che l’obbedienza è una virtù, non un idolo. Essa ha per oggetto un comando legittimo dato da un’autorità legittima per il fine per cui quell’autorità esiste. Quando il comando è contrario alla Fede, alla legge divina o al bene delle anime, non solo non obbliga, ma obbliga a non obbedire: obœdire oportet Deo magis quam hominibus (At 5,29). Questo non è un’invenzione dei tradizionalisti: è San Pietro, è San Tommaso, è il Magistero di sempre, è la condotta dei Santi che hanno resistito ai Pontefici quando questi hanno sbagliato, da San Paolo che resistette a Pietro in faciem, a Sant’Atanasio, a Santa Caterina da Siena.
Lo stato di necessità non è un’invenzione per sottrarsi alla legge: è un principio del diritto stesso, secondo cui la salus animarum, che è la legge suprema, prevale sulle norme positive quando queste, applicate alla lettera, produrrebbero un danno irreparabile alle anime. La Fraternità San Pio X, consacrando i suoi Vescovi, ha compiuto esattamente ciò che fece Mons. Lefebvre nel 1988, e per lo stesso motivo: Roma non dà alla Tradizione i vescovi di cui ha bisogno, e senza vescovi non vi sono sacerdoti, e senza sacerdoti non vi sono Sacramenti. Ed è significativo che, nel minacciare la Fraternità, Prevost abbia lasciato cadere il pretesto delle Consacrazioni per confessare che la vera colpa è il rifiuto del Concilio. Con ciò ha rivelato — forse involontariamente — la frode: le sanzioni canoniche sono uno strumento politico, brandito contro chi resta cattolico e mai contro chi apertamente nega la Fede.
Ai conservatori che mi rimproverano dico con affetto: voi obbedite a un uomo che vi chiede di disobbedire a Nostro Signore, e chiamate questa contraddizione «fedeltà». Io non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica; ho chiesto e chiedo a Leone XIV di dirmi in che cosa contraddico il Depositum Fidei. Non ho ricevuto risposta. Chi, tra i due, è in stato di scisma?
Gaetano Masciullo: In un ormai lontano discorso del 1999 ai vescovi europei tenuto dal Cardinale Carlo Maria Martini, pioniere della Mafia di San Gallo e — com’egli stesso amava definirsi — non antipapa, ma antepapa (colui che avrebbe preparato la strada al “nuovo” papa), la Chiesa per “aggiornarsi” deve sciogliere urgentemente una serie di nodi. Ed egli indicava come primo nodo la “carenza di ministri ordinati”, da sciogliere abolendo il celibato, o almeno rendendolo opzionale. Di recente, il vescovo Johan Bonny ad Anversa ha annunciato che ordinerà uomini sposati entro il 2028. Per non parlare poi della nomina ad Arcivescovo di Vienna di Josef Grünwidl, ex esponente del movimento dissidente “Call to Disobedience”, che auspicava proprio l’abolizione del celibato ecclesiastico. Roma assiste in silenzio a tutto ciò e, contrariamente che in altre situazioni, non minaccia sanzioni sebbene il diritto canonico venga puntualmente calpestato. Sembra quasi che Roma favorisca tutto ciò… Cosa ne pensa?
Non «sembra»: è così. Roma non è spettatrice distratta di un processo che le sfugge; ne è il regista. Il metodo è quello collaudato dalla Rivoluzione conciliare: si permette che la disobbedienza parta dalla periferia, si lascia che essa si consolidi come «fatto compiuto», e poi il centro interviene non per reprimerla ma per «accompagnarla», invocando la sinodalità, l’ascolto, le esigenze pastorali. Il caso Bonny è emblematico: un Vescovo annuncia pubblicamente che violerà la legge della Chiesa, e nessun Dicastero lo richiama. Il caso Grünwidl è ancora più eloquente, perché non si tratta di tollerare un dissidente, ma di promuoverlo a una delle sedi più importanti d’Europa. Chi ha militato in un movimento che si chiama letteralmente Call to Disobedience viene premiato da un Pontefice che scomunica chi chiede di poter obbedire alla Chiesa di sempre.
Ma la questione è più profonda del celibato. La «carenza di ministri ordinati» è il frutto avvelenato di sessant’anni di svuotamento del Sacerdozio. Quando si è cessato di credere che il sacerdote è alter Christus, che sale all’altare per rinnovare il Sacrificio della Croce, il celibato ha smesso di avere senso, perché ha senso solo come configurazione totale a Cristo Sommo Sacerdote. Il Card. Martini lo sapeva bene: la lista dei suoi «nodi» non è un elenco di problemi da risolvere, ma un programma di demolizione, in cui ogni punto è funzionale al successivo. Prima si abolisce il celibato, poi si apre alle donne, poi si riscrive la morale, poi si dissolve il matrimonio… È un piano, e i suoi esecutori si chiamano oggi con altri nomi ma perseguono lo stesso disegno. Che Martini si definisse antepapa la dice lunga sulla consapevolezza con cui la Mafia di San Gallo ha preparato ciò che oggi vediamo.
Gaetano Masciullo: Il secondo nodo individuato da Martini riguardava il ruolo delle donne e la questione dell’ordinazione femminile. I vescovi promossi da Leone XIV — penso a Mackinlay, Grögli, Satué, Grünwidl, e molti altri — si sono espressi apertamente a favore del diaconato femminile. La Commissione vaticana sul tema ha ribadito il “no” all’ordinazione sacramentale delle donne, ma ha definito tale giudizio “non definitivo”. Di conseguenza, numerosi vescovi oggi evitano di affrontare direttamente la questione, preferendo valorizzare la presenza femminile nel governo delle diocesi o proporre riforme liturgiche “inclusive”. A suo avviso, questa strategia mira a spostare progressivamente la Finestra di Overton sul tema dell’ordinazione femminile?
È esattamente la tecnica della Finestra di Overton, e nemmeno tanto dissimulata. Giovanni Paolo II, con la Lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, non definì una novità: dichiarò che quella dottrina appartiene al Depositum Fidei ed è stata insegnata infallibilmente dal Magistero ordinario e universale — come la Congregazione per la Dottrina della Fede confermò nel Responsum del 1995. Dire oggi che quel giudizio è «non definitivo» significa dunque non già riaprire una questione disciplinare, ma negare l’infallibilità stessa del Magistero ordinario e universale.
Il diaconato femminile è il grimaldello, perché il Sacramento dell’Ordine è uno solo nei suoi tre gradi: ammettere una donna al diaconato significa ammettere che essa è capace di ricevere l’Ordine, e a quel punto l’esclusione dal presbiterato apparirebbe come una pura discriminazione da rimuovere. Non è un caso che l’ammissione delle donne agli ordini sia promossa da movimenti anticattolici in nome della parità di genere che la chiesa sinodale accoglie e fa sua. I neo-modernisti lo sanno perfettamente, e per questo non chiedono subito l’ordinazione sacerdotale: chiedono ruoli di governo, presenza nelle Curie, «ministeri» istituiti, liturgie «inclusive». Ogni passo prepara il successivo, e ogni passo viene presentato come innocuo. I Vescovi nominati da Prevost non sono stati scelti nonostante le loro posizioni sul diaconato femminile, ma proprio in ragione di esse: chi nomina un Vescovo ne conosce le idee, e chi ne nomina molti con le medesime idee sta costruendo un Episcopato che, al momento opportuno, chiederà «dal basso» ciò che il Papa desidera concedere «dall’alto». Questa è la sinodalità: la messa in scena di una domanda la cui risposta è già stata decisa.
A tutto ciò si aggiunge un aspetto che ritengo ancora più grave, e sul quale si tace colpevolmente: la promozione di donne a capo di Dicasteri romani. Abbiamo due religiose, suor Simona Brambilla[1] e suor Tiziana Merletti, rispettivamente Prefetto e Segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che comandano a Cardinali, Vescovi, Abati e sacerdoti; un’altra religiosa, suor Reffaella Petrini Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato; una laica, Maria Montserrat Alvarado, a capo del Dicastero per la Comunicazione che coordina e riorganizza l’intero sistema comunicativo della Santa Sede; donne nominate membri e consultrici di vari Dicasteri, tra cui quello per i Vescovi[2], cioè chiamate a decidere le promozioni all’Episcopato. Ora, il potere di governo nella Chiesa non è una funzione amministrativa che si possa attribuire a chiunque per decreto: esso è per sua natura connesso alla sacra potestas, che scaturisce dal Sacramento dell’Ordine, perché nella Chiesa — che è una società soprannaturale e non un’azienda — si governa in quanto si è configurati a Cristo Re e Sommo Sacerdote. Separare la giurisdizione dall’Ordine, conferendo a chi non può ricevere l’Ordine il potere di reggere coloro che lo hanno ricevuto, significa rovesciare la costituzione gerarchica che Nostro Signore ha dato alla Sua Chiesa. Ecco perché dico che Bergoglio, e ora Prevost, fanno molto di più e molto peggio che conferire gli Ordini sacri a queste donne. Un’ordinazione invalida sarebbe un sacrilegio, ma resterebbe un atto nullo; qui invece si smonta pezzo per pezzo l’ordine sacramentale, si rende la sacra potestas un accessorio superfluo, e si abitua il clero a obbedire a chi non ha alcun titolo divino per comandargli. È un attentato micidiale alla costituzione divina della Chiesa, condotto per via di fatto, senza bisogno di toccare un solo dogma.
Gaetano Masciullo: Il terzo e il quarto nodo individuati da Martini erano rispettivamente quello della morale sessuale e quello della disciplina del matrimonio. Nel suo libro-intervista ufficiale con Elise Ann Allen, Leone XIV ha dichiarato che si devono «cambiare gli atteggiamenti» delle persone prima ancora di cambiare la dottrina. Secondo Lei, quali mezzi vogliono utilizzare i neo-modernisti al potere per portare avanti questo cambiamento?
Quella frase merita di essere pesata, perché è una confessione. «Cambiare gli atteggiamenti prima di cambiare la dottrina» significa che la dottrina si cambia, ma non per prima: si cambia per ultima, quando ormai nessuno la crede più e la sua abrogazione formale appare come un mero atto notarile. È il metodo modernista descritto da San Pio X nella Pascendi: non si attacca frontalmente il dogma, si trasforma la mentalità che lo sostiene, si separa la fede dalla vita, e si lascia che la vita, così separata, trascini con sé la fede. In realtà non occorre nemmeno cambiare il dogma: lo si rende irrilevante per via pastorale.
E questo metodo ha oggi la sua carta teorica, che quasi nessuno ha voluto leggere per ciò che è. Nella Evangelii gaudium Bergoglio ha enunciato quattro principi, e il primo di essi — «il tempo è superiore allo spazio» — è la chiave che apre tutti gli altri: «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». In altre parole: non definire, ma avviare; non fissare un risultato, ma innescare una dinamica che nessuno potrà più fermare. Lo spazio è il territorio delimitato; il confine, la definizione dogmatica, il canone che dice fin dove è lecito andare; il tempo è il processo che quel confine lo erode senza mai dichiarare di volerlo abbattere. E si noti l’astuzia: chi presidia uno spazio deve difendere una posizione, e una posizione si può assediare, discutere, confutare; chi avvia un processo non ha posizioni da difendere, e perciò è inattaccabile. Non gli si può opporre nulla, perché non ha ancora affermato nulla.
Mi si obietterà che questo non è Hegel ma Romano Guardini, sul quale Bergoglio lavorò senza mai condurre a termine la sua tesi di dottorato. La polarità guardiniana — il Gegensatz — è concepita precisamente contro la contraddizione dialettica, giacché le tensioni vanno tenute insieme e non risolte in una sintesi superiore. Si chiami sintesi hegeliana o processo mai concluso, il risultato è che nessuna verità resta un punto fermo, ma diviene il momento di un divenire. E ciò che in Hegel era filosofia della storia, e in Marx si fece prassi rivoluzionaria (la prassi che precede il principio, lo giudica e lo sovverte) nella chiesa sinodale si chiama pastorale. Ed ecco l’opera sotto i nostri occhi: Amoris Lætitia non abroga l’indissolubilità del Matrimonio, apre un processo; Fiducia Supplicans non dichiara lecita l’unione irregolare, benedice chi vi si trova; il cammino sinodale non decide nulla, e proprio per questo decide tutto. La dottrina non viene mai formalmente toccata, e appunto per questo non può mai essere formalmente contestata. Non vi è proposizione da censurare, non vi è eresia da condannare, non vi è nulla su cui pronunciare un anatema. Al fedele resta la lettera intatta di un dogma che nella vita della Chiesa non vige più. Ma è esattamente questo che il Concilio Vaticano I colpiva con l’anatema, vietando che ai dogmi proposti dalla Chiesa si attribuisse un giorno un senso diverso da quello che essa ha inteso e intende: eodem sensu eademque sententia.
I mezzi sono quelli che vediamo all’opera da decenni. Il primo è il linguaggio: si sostituisce «peccato» con «fragilità», «conversione» con «cammino», «verità» con «discernimento», «legge di Dio» con «ideale». Il secondo è la prassi pastorale, resa deliberatamente ambigua: Amoris Lætitia con le sue note a piè di pagina, Fiducia Supplicans con le sue benedizioni che benedicono senza benedire; e ora la strategia di Prevost, che non ha ritirato nulla di tutto ciò ma lo lascia operare «con calma». Il terzo è la formazione: seminari, facoltà teologiche, catechesi, in cui da sessant’anni si insegna che la morale cattolica è un residuo storico da superare. Il quarto è la scelta dei pastori: si promuovono coloro che praticano l’ambiguità e l’errore, e si emarginano coloro che parlano chiaro.
E sotto tutto questo vi è un’alleanza che non ho mai esitato a denunciare: quella tra la chiesa sinodale e l’agenda globalista. Non si tratta di un’ideologia fra le altre, ma della sintesi di tutte le ideologie di destra e di sinistra, che per due secoli hanno finto di combattersi mentre conducevano gli uomini al medesimo approdo; una sintesi di matrice neomalthusiana, che nell’uomo non vede più l’immagine di Dio ma un’eccedenza da amministrare, e che perciò è antiumana prima ancora di essere anticristica. Le sue articolazioni le conosciamo, e ciascuna colpisce un aspetto preciso dell’ordine voluto dal Creatore: la dissoluzione della famiglia naturale; il pansessualismo e l’ideologia di genere, che negano l’uomo creato masculum et feminam; il vaccinismo, che fa del corpo una proprietà dello Stato; l’ecologismo, che sostituisce al culto del Creatore quello della creatura; l’immigrazionismo, che dissolve le nazioni e con esse i popoli cristiani; e al vertice il transumanesimo, che promette all’uomo la divinizzazione senza Dio già promessa nell’Eden dal serpente: eritis sicut dii.
La chiesa conciliare non subisce questo processo: vi partecipa. Ha rinunciato a giudicare il mondo e ha accettato di esserne giudicata; ha smesso di convertirlo, e si è lasciata convertire da esso. Ecco perché il terzo e il quarto nodo di Martini non sono affatto nodi da sciogliere: il matrimonio indissolubile e la morale sessuale non sono l’involucro storico di un’epoca tramontata, ma la carne stessa del Vangelo, e sono parole di Nostro Signore — quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Chi pretende — da Papa — di cambiarle non riforma la Chiesa: fonda un’altra religione, e la fonda sulle rovine di quella che aveva ricevuto in custodia.
[1] Suor Brambilla ha accanto un Pro-Prefetto, il Cardinale Ángel Fernández Artime, nominato con lei il 6 gennaio 2025 e riconfermato da Leone XIV. L’invenzione stessa della figura del Pro-Prefetto è la confessione implicita che quell’ufficio esige la sacra potestas — un espediente che ammette il problema fingendo di risolverlo.
[2] Le tre donne al Dicastero per i Vescovi sono Petrini, Brambilla, Reungoat, nominate membri nel luglio 2022.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
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A cura di Margherita Furlan
Con la collaborazione di Jeff Hoffman
Editing di Davide Marletta e di Simone Orletti
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