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Fratelli Musulmani, Sinwar e il 7 ottobre. Quelle parole che non hanno bisogno di interpretazioni
Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.
Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.
Quello che il testo dice, e quello che non dice
Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.
Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.
La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?
Il voto di Strasburgo
Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.
Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.
La questione che resta
Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.
Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.
Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.
La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.
Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.
Nella guerra di posizione con Usa e Cina, l’Europa resta indietro. Scrive Castellaneta
L’ennesima telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin, proprio all’indomani della contestata assegnazione del premio Nobel per la pace, è stata subito presentata come un successo. Mosca fornirà diesel agli Stati Uniti e al mercato globale, contribuendo, almeno nelle intenzioni, ad abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di metà mandato. Il Cremlino può rivendicare la riapertura di un canale economico con Washington, mentre la Casa Bianca sostiene di avere ottenuto un risultato concreto per i consumatori. A rimanere insoluta è però la questione principale: la guerra in Ucraina.
Da più di un anno, ovvero dal bilaterale Trump-Putin in Alaska, sembra ormai un copione ricorrente. Ogni conversazione tra i due viene descritta (soprattutto dal tycoon) come una svolta, ogni dichiarazione come l’anticamera della pace. Pochi giorni dopo, però, si scopre che le posizioni sono rimaste immutate. Anche questo fa parte della guerra ibrida contemporanea, combattuta non soltanto con droni, missili, attacchi cyber e sanzioni, ma anche attraverso una comunicazione nella quale verità parziali, informazioni nascoste e ricostruzioni interessate finiscono per sovrapporsi. Il risultato è che diventa difficile distinguere un autentico negoziato dalla sua rappresentazione mediatica.
L’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre e di quelle di metà mandato statunitensi del 3 novembre renderà questa dinamica ancora più evidente. Trump ha assicurato che non ordinerà nuovi attacchi contro l’Iran prima del voto, parlando di colloqui “produttivi”. Ma una sospensione legata esplicitamente al calendario elettorale non equivale a una soluzione diplomatica. In Israele, allo stesso modo, ogni apertura verso un compromesso viene valutata anche in funzione della campagna elettorale. Nelle prossime settimane assisteremo quindi a segnali contrapposti: dichiarazioni concilianti alternate a minacce, iniziative diplomatiche accompagnate da preparativi militari.
Due delle guerre in corso riguardano direttamente noi europei. Quella in Ucraina investe la sicurezza del nostro continente; quella nel Golfo Persico incide sulle forniture energetiche, sull’inflazione e sulla navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. Eppure l’Europa continua spesso a subirne tempi e decisioni, più che a determinarli.
È questo il quadro nel quale va letta la competizione fra i tre grandi blocchi di potere: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine internazionale compiuto, ma a una guerra di posizione nella quale ciascuno cerca di occupare lo spazio più favorevole in attesa della mossa altrui. Gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, finanziaria e tecnologica (seppure con un vantaggio su Pechino che si va sempre più assottigliando), ma la loro politica estera appare sempre più condizionata dalle scadenze elettorali e dalla ricerca di risultati immediatamente comunicabili.
La Cina procede invece con un orizzonte molto più lungo. Pechino affianca sistematicamente gli obiettivi politici alla salvaguardia della propria industria, trasformando la capacità produttiva in influenza internazionale. Il settore automobilistico ne è l’esempio più evidente. Le imprese cinesi possono contare su costi inferiori, batterie sempre più performanti e una filiera che va dalle materie prime ai componenti, fino al prodotto finito. L’Europa, che per decenni ha considerato l’automobile uno dei simboli della propria forza industriale, si trova ora a difendere il mercato interno e contemporaneamente a dipendere dalla Cina per una parte essenziale delle tecnologie necessarie alla transizione elettrica.
La visita a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha prodotto un’intesa preliminare per ridurre le esportazioni cinesi di vetture ibride e ibride plug-in verso l’Unione, agevolare l’accesso di alcuni prodotti europei al mercato cinese e rendere meno restrittive le licenze sulle terre rare. È un risultato utile, perché allontana almeno temporaneamente lo spettro di una guerra commerciale. Ma non modifica il rapporto strutturale fra le parti e mantiene, almeno per il momento, l’Ue sulla difensiva.
La Cina può concedere una riduzione dei flussi senza rinunciare al controllo della filiera, alla propria capacità produttiva e al vantaggio accumulato sulle batterie. L’Europa, invece, rischia di usare dazi e quote per guadagnare tempo senza sfruttarlo per costruire una politica industriale comune. Proteggere il mercato può essere necessario, ma non basta se non si investe in innovazione, energia a prezzi competitivi, materie prime, infrastrutture e produzione continentale.
Anche quanto accade in Brasile si inserisce nel puzzle. Contro le previsioni, Flávio Bolsonaro ha preceduto Lula al primo turno e ha ottenuto il sostegno del terzo classificato, Augusto Cury. Una sua vittoria riporterebbe Brasilia più vicino alla Washington di Trump, ma difficilmente potrebbe cancellare il peso economico raggiunto dalla Cina in America Latina. Le potenze regionali non scelgono più necessariamente un solo campo: cercano di trarre vantaggio dalla competizione fra i maggiori attori.
Rimane infine la Russia, quarto incomodo che non intende rinunciare alla propria vocazione imperialista. Mosca possiede una capacità economica inferiore a quella dei tre grandi blocchi, ma conserva armi nucleari, risorse energetiche e una notevole capacità di destabilizzazione. Putin sfrutta l’urgenza elettorale americana e la dipendenza energetica altrui per ottenere legittimazione senza arretrare davvero sull’Ucraina. Senza dimenticare l’India, forte delle sue dimensioni demografiche ed economiche e, almeno in teoria, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale.
In questa guerra di posizione, Stati Uniti e Cina restano davanti, mentre l’Unione europea appare ancora indietro. Non perché le manchino risorse economiche, industriali o tecnologiche, ma perché non riesce a trasformarle in una strategia unitaria. Bruxelles negozia con Pechino, dipende da Washington per la sicurezza e finanzia Kyiv, ma continua a faticare nel definire autonomamente tempi e obiettivi.
Il prossimo ordine mondiale non nascerà da un’unica conferenza di pace, ma da un fragile equilibrio tra rapporti di forza contrapposti. Se l’Europa vuole esserne protagonista, deve smettere di limitarsi a reagire alle mosse degli altri, iniziare ad agire con una sola voce (almeno in settori chiave come sicurezza e difesa) e recuperare la risorsa che Pechino sembra utilizzare meglio di tutti: una visione di lungo periodo.
Il gasolio di Putin nel serbatoio delle midterm. Quanto pesa l’accordo tra Russia e Usa
Ponti di petrolio. Nelle scorse ore il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, al termine di una telefonata con l’omologo russo Vladimir Putin, un’intesa per l’immissione immediata sul mercato di 300mila tonnellate di diesel russo, seguite da 500mila a novembre e da un ulteriore milione in una fase successiva. Altri tre milioni potrebbero arrivare se le raffinerie russe saranno in grado di sostenerne la produzione. Per rendere operativo l’accordo, l’amministrazione ha allentato le sanzioni sui carburanti russi, introdotte proprio per privare Mosca delle risorse necessarie a finanziare la guerra, e il Tesoro rilascerà tramite l’Ofac una licenza generale temporanea per le forniture al mercato globale.
La logica dell’operazione è anzitutto domestica. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il caro-carburanti è diventato un dossier politico di primo piano: il diesel ha toccato i 6,53 dollari al gallone alla pompa, con ricadute dirette su trasporto merci e agricoltura. La Casa Bianca cerca un risultato rapido e visibile, e il solo annuncio ha già prodotto un calo delle quotazioni all’ingrosso. Il prezzo politico, però, si è fatto sentire subito anche a Washington, dove diversi membri del Congresso hanno criticato l’intesa, preoccupati di vedere riaperto un canale di entrate per il Cremlino mentre il conflitto prosegue.
Sul piano internazionale, la scelta americana apre crepe nel fronte occidentale. Gli alleati europei puntano da anni a ridurre le entrate energetiche di Mosca attraverso le sanzioni, e Londra ha già fatto sapere che manterrà la pressione sul Cremlino. Durissima la reazione di Volodymyr Zelensky, secondo cui quei proventi finiranno per alimentare la guerra contro l’Ucraina e contro l’Europa. Il leader ucraino è arrivato a dire che la squadra negoziale di Kyiv viene usata “come una cortina fumogena”. E proprio a Kyiv l’amministrazione americana “addossa la colpa”. Nelle scorse settimane la Casa Bianca aveva chiesto all’Ucraina di sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, che hanno ridotto sensibilmente la capacità produttiva di Mosca e che ora rischiano di compromettere i volumi promessi a Washington. Kyiv, dal canto suo, non arretra. Un alto funzionario ucraino ha confermato che i droni a lungo raggio continueranno a colpire le infrastrutture energetiche russe.
Nel frattempo a Miami i negoziatori di Stati Uniti, Ucraina ed Europa hanno discusso per sei ore con l’obiettivo di definire una proposta comune per porre fine alla guerra. Al tavolo sedevano gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme alle delegazioni di Kyiv e a rappresentanti europei e della Nato. Secondo una fonte a conoscenza dei colloqui citata da Reuters, l’agenda comprendeva garanzie di sicurezza americane ed europee per il dopoguerra, un piano economico per la ricostruzione, un percorso di adesione all’Ue e, sul terreno più delicato, “alcune idee” sulla questione territoriale, oltre a una futura architettura di sicurezza tra Europa e Russia. L’intenzione è arrivare a una proposta condivisa nelle prossime settimane, da sottoporre a Mosca per tentare una svolta prima dell’inverno. Tuttavia, dopo la telefonata con Trump, Putin ha poi escluso una ripresa immediata dei negoziati di pace.
Quel che ne emerge dunque è un quadro paradossale. Washington concede a Mosca un vantaggio economico tangibile proprio mentre costruisce con gli alleati il piano da presentarle, senza ottenere in cambio alcuna apertura diplomatica. L’accordo sul diesel risponde a un’urgenza tutta interna, ma rischia di indebolire la leva negoziale che a Miami si cercava di consolidare.
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Senza la protezione americana, all’Europa non basta riarmarsi
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La domanda finale – e cruciale, visti gli sviluppi del dibattito interno americano sulla relazione con l’UE – è se l’Europa possa reggere con «meno» America. O «senza» America. Dopotutto, se è vero che gli Stati Uniti sono stati decisivi nel processo di costruzione iniziale della Comunità europea – dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fino al crollo del muro di Berlino –, un disimpegno parziale di Washington dal Vecchio continente potrà avere effetti dirompenti. Non solo per la difesa, ma perché verrebbe a mancare quello che abbiamo definito external equalizer: la potenza esterna in grado di tenere sotto controllo la competizione storica fra i principali attori europei.
La discussione che si è aperta riguarda soprattutto il ruolo della Germania, che ha modificato nel 2025 le norme costituzionali sul tetto al bilancio per aumentare in modo sostanziale le proprie spese per la difesa. Secondo il bilancio approvato dal governo Merz nell’aprile del 2026, il budget salirà a circa 145 miliardi di euro nel 2027 in ottica NATO, di cui 105,8 miliardi di bilancio ordinario della difesa, 27,5 miliardi dal Sondervermögen Bundeswehr (il fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito nel 2022 con modifica costituzionale per finanziare il riarmo accelerato delle forze armate tedesche) e ulteriori spese per sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nell’insieme, il 3,1 per cento del PIL, con una traiettoria di avvicinamento al 3,5 per cento entro il 2029 e con la Germania destinata ad avere il quarto bilancio militare al mondo entro la fine del decennio.
L’obiettivo dichiarato di Friedrich Merz è di trasformare la Bundeswehr nel principale esercito convenzionale europeo, sulla base della convinzione – espressa nella prima strategia di difesa mai prodotta dalla Repubblica federale – che l’UE abbia di fronte a sé la minaccia consistente e a lungo termine della Russia, sia militare sia ibrida. Rientra nei piani tedeschi l’espansione delle forze professionali a 185.000 uomini, l’acquisizione di missili a lungo raggio di precisione e di capacità (intelligence e droni) di cui la guerra in Ucraina ha dimostrato l’importanza. Sono settori in cui l’Europa continua a dipendere dal ruolo americano nella NATO, su cui Berlino ha cominciato a esprimere dubbi espliciti nel secondo mandato di Donald Trump.
Per una parte degli europei, ma anche per alcune voci della politologia americana, questa spinta al riarmo tedesco è preoccupante in chiave storica, per ragioni politiche (non è chiaro quale maggioranza la governerà da qui a qualche anno e non si può escludere l’ascesa al potere di un partito nazionalista come AfD), e perché determinerà una competizione industriale con la Francia (di cui è spia il fallimento del progetto di caccia franco-tedesco). Il timore, quindi, è che il riarmo tedesco – ammesso che si traduca nelle scelte previste – non contribuisca alla formazione di una capacità di difesa europea, ma produca nuove divisioni nazionali, in particolare con la Francia, un Paese che ambisce a restare la principale potenza militare del Vecchio continente, anche sulla base di un accordo con la Gran Bretagna (la Northwood Declaration dell’estate 2025), che modera gli effetti della Brexit ed è volto a garantire lo sviluppo della cooperazione nucleare bilaterale.
La nostra tesi è che si tratti di timori esagerati: per costruire una capacità di difesa credibile, l’Europa ha bisogno che la Germania passi dalla lunga inazione degli scorsi decenni a un maggiore attivismo sulla difesa europea. Il punto è che deve sfuggire alla tentazione di muoversi su linee puramente nazionali, sfruttando il proprio spazio fiscale. Spazio che altri Paesi, certamente l’Italia ma anche la Francia, non hanno. Per essere ancora più chiari: il processo di costruzione di una capacità di difesa europea passa per scelte cooperative. È quindi necessario che la difesa sia vista come un «bene pubblico europeo» e venga finanziata non solo su base nazionale, o con una flessibilità parziale dei vincoli del Patto di stabilità (gli Stati membri possono escludere fino all’1,5 per cento del PIL di spesa militare dai calcoli del deficit), ma anche con prestiti comuni europei. Il programma SAFE – adottato dal Consiglio nel maggio del 2025, con un’allocazione sulla carta di 150 miliardi di euro e una clausola di «preferenza europea» – va in questo senso, anche se l’importo resta comunque insufficiente. Sarebbero necessari eurobond per la difesa consistenti, scelta che Berlino continua a osteggiare. È un errore, vista la doppia, diversa pressione creata dal rischio Putin a est e dal relativo disimpegno di Trump a ovest.
Vanno poi compiute scelte industriali conseguenti (processi di procurement congiunti), per evitare nuove duplicazioni e per creare una base produttiva europea degna di questo nome. Per ora non è esattamente così, con il risultato che l’aumento della spesa militare non basterà a produrre le capacità necessarie perché l’Europa sia in grado di difendersi con «meno» America; mentre porterà, paradossalmente, all’aumento delle forniture statunitensi. In parte, si tratta di armi che poi l’Europa trasferisce all’Ucraina, che negli scenari futuri della difesa europea avrà un ruolo operativo e industriale molto rilevante, viste le capacità acquisite dal 2022 in poi. Un chiarimento strategico è necessario, se l’Europa vorrà darsi la visione politica, le scelte finanziarie e le scelte di politica industriale indispensabili per conseguire gli obiettivi dichiarati. Se una politica di buy European non è credibile nel breve termine, una scelta esclusiva di buy American sarebbe evidentemente di ostacolo a una maggiore autonomia. Va quindi trovato un equilibrio realistico, che passa probabilmente per accordi diversificati anche con una serie di Paesi occidentali al di là degli Stati Uniti.
È anche indispensabile che il dibattito sulla deterrenza nucleare faccia passi avanti ulteriori. La Francia parla da decenni della propria deterrenza «estesa». Emmanuel Macron ha riaperto la discussione, proponendo, assieme all’accordo con Londra, un «dialogo strategico» europeo sulla deterrenza nucleare. Ma finora il dialogo è rimasto esattamente questo: un dialogo senza conclusioni operative. E il problema è chiaro: l’Europa deve recuperare una credibilità militare autonoma, vista la riduzione dell’impegno americano, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza rispetto alle minacce nucleari.
Esiste infine un fronte della sicurezza europea che non si combatte con carri armati, droni e missili, ma con algoritmi, narrazioni e coesione sociale. Sergei Guriev e Daniel Treisman, nel loro Spin Dictators (2022), hanno spiegato come i regimi autoritari moderni ricorrano a metodi sofisticati che ormai conosciamo: manipolazione dell’informazione, narrazioni alternative, uso strategico dei social media, sostegno a movimenti euroscettici nei Paesi democratici. Il fronte cognitivo è il più insidioso: non si possono schierare carri armati contro un deepfake. La risposta europea – a partire dal Codice di condotta sulla disinformazione (2022) – va in una direzione giusta ma insufficiente. Andrà fatto molto di più, con una sinergia fra scelte europee, nazionali e comportamenti dei media occidentali.
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- A Miami si tratta, su Kyiv piovono droni. Il doppio binario della guerra raccontato da Niglia
A Miami si tratta, su Kyiv piovono droni. Il doppio binario della guerra raccontato da Niglia
Washington torna a spingere sul tavolo negoziale. Venerdì 9 ottobre gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner incontrano a Miami i rappresentanti ucraini per discutere una nuova proposta congiunta che, secondo la Casa Bianca, abbraccia tutti gli aspetti del conflitto con l’obiettivo di porvi fine. La base di discussione sono le proposte elaborate dai negoziatori americani con interlocutori russi e ucraini durante le visite di inizio settembre, quando avevano incontrato prima Vladimir Putin a Mosca e poi Volodymyr Zelensky a Kyiv.
La delegazione ucraina sarà guidata da Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio presidenziale, insieme a Rustem Umerov, oggi alla guida dell’intelligence esterna, al capogruppo di Servitore del Popolo David Arakhamia e a Serhiy Kyslytsya, primo vice capo dell’ufficio presidenziale. Al bilaterale seguirà una sessione allargata con i consiglieri per la sicurezza nazionale di Regno Unito, Francia e Germania e con rappresentanti di Nato, Ue e del Comando europeo statunitense, oltre al Consiglio per la sicurezza nazionale e al Tesoro americano. In agenda anche un piano di ricostruzione e prosperità postbellica.
“Questo è uno dei molti incontri che si vanno susseguendo, per cui sulla carta non ci sarebbe nulla di nuovo, però si tratta di un format diplomatico particolarmente interessante”, nota per Formiche.net Federico Niglia, professore di storia internazionale presso l’Università per stranieri di Perugia. “A Miami avremo una delegazione ucraina accompagnata da una delegazione dell’Unione Europea alle prese con i negoziatori di Washington. E quello che si configura sulla base di questo fattore è un modello asimmetrico di negoziato diplomatico: alla fine la grande tessitura viene affidata al negoziatore americano, ma è molto rilevante il fatto che gli ucraini confidano molto nella presenza degli europei, anche per evitare compromessi troppo a ribasso. E in questo senso il ruolo di Ursula von der Leyen, e più in generale della Commissione, è proprio quello di delineare un accordo potenziale per ora assolutamente in mente dei, che possa però tenere in piena considerazione gli interessi ucraini e non concedere a svendite troppo rilevanti sugli interessi degli europei”.
Niglia sottolinea poi un altro aspetto particolarmente interessante, quello del collegamento che inizia a profilarsi tra l’accordo e l’allentamento del regime sanzionatorio, per cui iniziano a porsi sul tavolo elementi più concreti per un negoziato, cioè che cosa dare in cambio di che cosa. “Infine”, chiosa il professore, “il fattore urgenza legato al tema energetico, che può essere visto naturalmente in un’ottica stagionale di arrivo dell’inverno, che secondo me si inserisce all’interno di un discorso più vasto, vede sempre più l’energia come fattore critico e come acceleratore del negoziato diplomatico”.
E proprio sul tema energetico si inserisce un calcolo militare. Come ricostruisce la Jamestown Foundation, grazie alla stampa 3D di componenti per turbine, Mosca ha ridotto drasticamente i costi dei Geran a reazione, (che oggi si collocherebbero tra i 50 e i 70 mila dollari), avviandone la produzione di massa e moltiplicandone esponenzialmente l’impiego a partire dalla scorsa estate. Più simili a missili da crociera che ai vecchi Shahed, volano tra 400 e 1.000 chilometri orari, a quote molto più alte, con guida assistita dall’IA e antenne anti-jamming, caratteristiche che le permettono di aggirare le difese ucraine contro distributori di carburante, ferrovie, data center e rete energetica. Kyiv ha toccato il record di 20 ore sotto allarme il 30 settembre, e ogni ora di allerta costa all’economia 45 milioni di dollari. In questa situazione, la pressione sulla popolazione è tornata ad essere a livelli altissimi. Questo Mosca lo sa, e di sicuro la cosa non facilita il compromesso.
Trump mobilita la scienza americana. La nuova frontiera della competizione tecnologica
La Casa Bianca vuole riportare la ricerca scientifica al centro della strategia di potenza americana. Con il summit Science: A New Golden Age, l’amministrazione di Donald Trump ha annunciato l’8 ottobre un pacchetto di iniziative che mobilita oltre sei miliardi di dollari tra governo federale, industria, università e fondazioni filantropiche. L’ambizione dichiarata è la più ampia riorganizzazione del sistema scientifico statunitense degli ultimi decenni, attraverso l’integrazione pressoché totale dell’intelligenza artificiale nei processi di ricerca e il rilancio delle grandi missioni tecnologiche nazionali.
Il programma sviluppa le indicazioni del rapporto Science: A New Golden Age, elaborato nei mesi scorsi da Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy. Il documento propone di ripensare le modalità con cui gli Stati Uniti finanziano, organizzano e conducono la ricerca, adattandole a un contesto nel quale la disponibilità di capacità computazionale, dati e infrastrutture sperimentali sta diventando determinante quanto il talento scientifico.
La principale novità riguarda la Genesis Mission, il programma federale per accelerare la scoperta scientifica attraverso l’AI. Undici partner industriali hanno annunciato impegni per 2,4 miliardi di dollari in strumenti e crediti di calcolo. Nvidia contribuirà per un miliardo, AMD per 500 milioni, OpenAI per 200 milioni, Anthropic e Google per 150 milioni ciascuna. Le risorse si inseriscono in un’iniziativa già sostenuta da oltre cinque miliardi di dollari di impegni federali annunciati a luglio.
Washington intende collegare laboratori nazionali, università, sistemi di supercalcolo e piattaforme di intelligenza artificiale, mettendo queste capacità a disposizione di programmi di ricerca coordinati. Sono previsti nuovi poli regionali di calcolo scientifico, oltre 100 milioni di dollari per strumentazione avanzata e laboratori autonomi, e un investimento da un miliardo in Georgia per infrastrutture computazionali e formazione.
Il ritorno delle grandi missioni nazionali
L’iniziativa comprende programmi che spaziano dalla biologia computazionale all’energia nucleare spaziale. Una collaborazione da 1,8 miliardi di dollari tra National Institutes of Health, Dipartimento dell’Energia e Biohub punta a sviluppare modelli virtuali dei sistemi biologici, mentre una competizione da 215 milioni sosterrà applicazioni scientifiche del calcolo quantistico.
NASA e Dipartimento dell’Energia lavoreranno inoltre allo sviluppo di sistemi nucleari destinati all’esplorazione spaziale, compresi un veicolo diretto verso Marte, il cui lancio è previsto nel 2028, e un reattore a fissione sulla superficie lunare.
Accanto agli investimenti, l’amministrazione promuove nuovi modelli istituzionali, come gli X-Labs, organizzazioni multidisciplinari concepite per affrontare problemi scientifici complessi con maggiore autonomia rispetto alle strutture accademiche tradizionali.
Il riferimento esplicito al Progetto Manhattan, che durante la Seconda guerra mondiale portò allo sviluppo della prima bomba atomica, e al programma Apollo, che nel 1969 condusse l’uomo sulla Luna, rivela la dimensione politica dell’iniziativa. Trump intende recuperare una tradizione americana nella quale il governo federale mobilita risorse pubbliche e private intorno a obiettivi scientifici considerati di interesse nazionale.
Il capitalismo tecnologico diventa politica di potenza
È probabilmente questo l’aspetto più significativo del programma, quello che acquisisce valore strategico. L’amministrazione americana sta cercando di costruire un nuovo rapporto tra Stato, ricerca e industria tecnologica, nel quale le capacità sviluppate dalle grandi aziende dell’AI diventano parte dell’infrastruttura scientifica nazionale.
La trasformazione risponde anche alla crescente intensità della competizione con la Cina. La leadership nei modelli di intelligenza artificiale rappresenta un vantaggio importante, ma la sua rilevanza strategica dipenderà dalla capacità di tradurla in progressi nella biotecnologia, nei materiali avanzati, nell’energia, nella manifattura e nelle applicazioni militari.
Washington sembra dunque voler sfruttare uno dei principali punti di forza del sistema americano: la capacità di combinare capitale privato, ricerca universitaria e infrastrutture federali, orientandoli verso priorità condivise. È una forma di politica industriale che attribuisce allo Stato un ruolo di indirizzo senza rinunciare alla centralità delle imprese tecnologiche.
La scelta presenta tuttavia alcune contraddizioni. La mobilitazione annunciata arriva dopo una stagione di tagli e contestazioni ai finanziamenti federali alla ricerca. Inoltre, il crescente peso dei grandi operatori privati potrebbe rendere l’accesso alle infrastrutture scientifiche sempre più dipendente da un numero ristretto di aziende. Resta da verificare quanto gli impegni dichiarati produrranno investimenti effettivi e risultati scientifici misurabili.
La sfida americana riguarda quindi anche la sostenibilità istituzionale del progetto. Le grandi missioni scientifiche richiedono continuità, finanziamenti prevedibili e capacità di attrarre talenti, condizioni che devono sopravvivere ai cicli politici.
Perché interessa l’Italia
La strategia americana possiede anche una dimensione internazionale. Il 4 ottobre, a Kyoto, gli Stati Uniti e altri sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto la Kyoto Vision for a Golden Age of Science, una dichiarazione che promuove nuovi modelli di ricerca, l’accesso condiviso alle infrastrutture scientifiche e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di scoperta.
L’adesione italiana si inserisce in una cooperazione già avviata con Washington su calcolo avanzato, tecnologie quantistiche, biotecnologie e ricerca nucleare. Si aggiunge inoltre alla partecipazione di Roma a Pax Silica e agli accordi bilaterali sulle materie prime critiche.
Sono iniziative distinte, ma riconducibili a una medesima evoluzione strategica: gli Stati Uniti stanno organizzando reti di partner affidabili lungo una filiera che collega risorse, infrastrutture digitali, capacità industriali e produzione della conoscenza. Per l’Italia, dotata di competenze scientifiche e manifatturiere rilevanti, la questione sarà trasformare l’allineamento politico in accesso concreto a tecnologie, infrastrutture e programmi di ricerca, preservando al tempo stesso il proprio ruolo nell’ecosistema europeo. Il momento è adesso, sembrano dire le varie iniziative che lancia la Casa Bianca
Anche perché la posta in gioco supera il perimetro della politica scientifica. Nella visione che prende forma a Washington, la capacità di produrre conoscenza diventa sempre più direttamente una componente della potenza nazionale e delle alleanze internazionali.
Chi è Elwan B., lo studente dietro le proteste in Francia
Uno dei volti più conosciuti delle proteste degli studenti di queste ore in Francia è quello del sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, membro del partito France Insoumise. Ma la mente dietro alle manifestazioni che infiammano le piazze francesi sarebbe di un giovane studente chiamato Elwan B.
Il ragazzo, di soli 17 anni, frequenta l’Istituto Jacques‐Decour e ha richiamato l’attenzione dei media quando si è seduto a fianco del leader di France Insoumise, Jean‐Luc Mélenchon, durante una protesta. Avvolto in una “kefiah”, l’indumento tradizionale mediorientale, simbolo del sostegno alla Palestina, Elwan B. ha dichiarato che Mélenchon “è l’uomo che salverà la Francia, sono convinto”. Il leader di sinistra pubblicò la loro fotografia insieme con la didascalia: “Insieme, per vincere”.
Elwan rappresenta il movimento auto-organizzato che promuove le manifestazioni, e che fino ad oggi aveva ribadito di non volere alcun leader. Nelle prime interviste ha criticato duramente il sistema politico francese e politici come Emmanuel Macron e Gabriel Attal.
Tra le richieste che porta avanti c’è, al primo posto, la creazione di una vera “sinistra di rottura”, che possa mettere in atto misure forti, tra cui la cancellazione del sistema di accesso all’istruzione superiore Parcoursup. Elwan considera che questa piattaforma è uno strumento che aumenta la disuguaglianza sociale ed è primo di trasparenza.
“Un accento operaio degli anni ‘50, un modo di parlare ampolloso e un’aria insolente… C’è un tocco dell’Antoine Doinel adolescente nel giovane Elwan B., la nuova figura di spicco del movimento studentesco delle scuole superiori sui social media”, scrive il quotidiano Le Figarò.
La differenza è che il personaggio fittizio di François Truffaut, indubbiamente un po’ ribelle, non indossava una kefiah e non gridava “Acab” attraverso un megafono davanti ai suoi compagni di classe. Diventato un’icona di internet in soli due giorni, con migliaia di “mi piace” per ogni sua nuova apparizione online, Elwan chiede una revisione completa del sistema scolastico.
“In periferia, la violenza è molto più vantaggiosa per i singoli perché non hanno nulla”, ha spiegato questo giovane studente al videografo di estrema destra Vincent Lapierre, in un video diffuso da Le Parisien. Elwan B. era in un blocco stradale davanti al liceo Jacques-Decour, a due passi da Montmartre. Davanti alla telecamera ha pronunciato un discorso sulla “segregazione sociale” tra quartieri benestanti e quartieri degradati e sulla disparità di risorse a disposizione degli studenti delle scuole superiori rispetto a quelli che vivono in periferia. Con 10 milioni di visualizzazioni in poche ore, il ragazzo è diventato una delle voci più discusse della rabbia degli studenti francese contro la politica tradizionale.
Il giorno dopo, Elwan era in tv, al programma del giornalista David Pujadas “La Grande Confrontation”. A discutere con lui un’altra studentessa e attivista di destra, Louise Montangon, che ha denunciato le violenze intorno alle scuole e gli attacchi agli insegnanti: “Siete gli utili idioti di questo movimento”.
M5S, Lega, AVS e Vannacci sanno che cosa accadrebbe in Ucraina senza difesa aerea?
Nella notte tra il 6 e il 7 ottobre la Russia ha lanciato 48 missili da crociera, un numero non precisato di missili balistici e 130 droni d’attacco, 46 dei quali a propulsione a reazione. Le difese ucraine hanno abbattuto o neutralizzato 161 obiettivi, secondo il primo bilancio dell’aeronautica. Contro i droni a reazione il tasso di intercettazione ha superato l’80%, contro il 50–60% delle settimane precedenti. A cui si aggiungono settanta missili in totale, molti dei quali balistici. Reuters ha riferito il 7 ottobre di almeno 32 morti nel Paese. A Pryluky un missile da crociera Kh-101 ha raso al suolo un edificio residenziale di cinque piani: 22 morti, tra cui cinque bambini, e 54 feriti. Nella notte successiva la Russia ha lanciato altri 142 droni, 82 dei quali a reazione. La difesa ucraina ne ha abbattuti o neutralizzati 126. Gli attacchi hanno raggiunto sette località. L’8 ottobre, a Kramatorsk, una bomba aerea guidata ha colpito due autobus carichi di passeggeri: 33 morti e 18 feriti secondo il servizio di emergenza ucraino. In serata Zelensky ha indicato in 78 morti e 215 feriti il bilancio di 48 ore di attacchi.
Il controfattuale: senza la difesa aerea
Che cosa sarebbe accaduto se l’Ucraina non avesse potuto intercettare missili e droni? Non esiste un numero esatto, ma l’ordine di grandezza si può facilmente immaginare. Senza intercettazioni, il bilancio di quella sola notte si sarebbe misurato in centinaia di morti, forse un migliaio, se i colpi avessero centrato quartieri densamente abitati.
Staccare la spina?
Come è possibile che Conte, Salvini, Bonelli, Fratoianni e Vannacci non si rendano conto della disumanità di quanto propongono? Il M5S e AVS hanno votato contro il decreto che proroga gli aiuti militari a Kyiv. Futuro Nazionale di Vannacci chiede di fermare ogni invio di armi. La Lega di Salvini, a Strasburgo ha votato contro il prestito europeo di 90 miliardi all’Ucraina. Conte ripete che “con le armi abbiamo dato”. La verità è che interrompere gli aiuti alla difesa aerea dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla popolazione civile. In Italia esiste da sempre un “partito” trasversale filorusso e filocinese, come è naturale per i tanti interessi in gioco. Ma qui la posta è un’altra: nei prossimi mesi la difesa aerea può salvare la vita a decine di migliaia di civili. Come si può pensare di staccare la spina?
Ue e Cina nel mese che può cambiare le regole del gioco
L’Europa sta entrando in una fase decisiva del rapporto con la Cina. Il deficit commerciale ha raggiunto dimensioni record, la pressione competitiva sulle industrie europee si estende ben oltre il settore automobilistico e le dipendenze da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche continuano a condizionare le scelte di Bruxelles.
Ma qualcosa sta cambiando. Francia e Germania hanno avanzato una proposta congiunta per rafforzare gli strumenti europei di difesa commerciale, mentre il commissario al Commercio Maroš Šefčovič è impegnato a Pechino in negoziati dai quali la Commissione si attende risultati concreti.
È in questo contesto che nasce “EU-China Relations in the October Decision Corridor”, il nuovo policy non-paper uscito in questi giorni, sviluppato sulla base della tavola rotonda a porte chiuse “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, organizzata il 29 settembre dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con Formiche e Decode39, e del successivo lavoro analitico guidato dall’Associate Director del Guarini, professore Enrico Fardella, e da Emanuele Rossi (Formiche/Decode39).
Il documento propone una chiave di lettura precisa: ottobre non è semplicemente il mese di un importante negoziato commerciale, ma un corridoio decisionale nel quale la diplomazia può trasformarsi in mandato politico, e il mandato in nuovi strumenti di potere economico europeo.
Il corridoio decisionale
L’“October decision corridor” collega una serie di appuntamenti istituzionali che, letti insieme, assumono un significato strategico. I colloqui tra Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao dell’8–9 ottobre rappresentano il primo banco di prova. Seguono il Consiglio Affari esteri del 12 ottobre, il Consiglio Affari generali del 13 e il Consiglio europeo del 15–16 ottobre, dove i leader saranno chiamati a confrontarsi anche sulla proposta franco-tedesca. Il percorso proseguirà con la riunione informale dei ministri del Commercio del 22–23 ottobre.
Il non-paper ricostruisce questa sequenza per mostrare come i diversi passaggi possano influenzarsi reciprocamente. Eventuali concessioni cinesi dovranno essere valutate in termini di concretezza, verificabilità e durata. Risultati insufficienti potrebbero invece rafforzare il mandato politico per una risposta europea più incisiva. La questione fondamentale è se l’Unione riuscirà a passare dalla consapevolezza delle proprie vulnerabilità alla capacità di affrontarle attraverso strumenti coordinati.
La svolta franco-tedesca
Uno degli elementi centrali del documento è l’analisi della proposta presentata il 5 ottobre da Emmanuel Macron e Friedrich Merz alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Il non-paper chiarisce perché sarebbe riduttivo interpretarla come una semplice versione europea della Section 301 americana.
Parigi e Berlino delineano un’architettura articolata su più livelli: accelerare l’impiego degli strumenti commerciali già disponibili, creare un meccanismo per ridurre le dipendenze strategiche e introdurre un nuovo strumento capace di rispondere a distorsioni economiche sistemiche attraverso condizioni più restrittive di accesso al mercato unico.
A questi elementi si aggiungono controlli doganali, cooperazione con partner internazionali, preparazione alle ritorsioni, dialogo sui disallineamenti valutari e investimenti nella capacità industriale europea. La novità è soprattutto politica. Il cambiamento della posizione tedesca contribuisce a rendere possibile una convergenza che fino a poco tempo fa appariva più difficile. L’obiettivo non è necessariamente una chiusura commerciale verso Pechino, ma la costruzione di una capacità europea di negoziare da una posizione meno vulnerabile, mantenendo aperta la possibilità di soluzioni concordate.
Il fattore tempo
Il documento individua un’asimmetria fondamentale nel rapporto tra Bruxelles e Pechino. L’Unione europea dispone di un mercato di circa 450 milioni di consumatori, di una significativa capacità regolatoria e di strumenti commerciali in grado di generare conseguenze economiche rilevanti. Ma il loro impiego richiede procedure, coordinamento e consenso tra gli Stati membri.
La Cina può invece esercitare pressioni più rapide e selettive, attraverso restrizioni sui materiali critici, licenze di esportazione, indagini commerciali e misure amministrative che colpiscono specifici settori o imprese europee. L’asimmetria, sostiene il non-paper, non riguarda soltanto il peso economico dei due attori, ma soprattutto il tempo necessario per trasformarlo in leva negoziale.
Per questo la preparazione alle ritorsioni assume un ruolo centrale. La credibilità delle misure europee dipenderà anche dalla capacità di identificare preventivamente i settori più esposti e impedire che pressioni concentrate su un singolo Stato membro compromettano una posizione comune.
Il paradosso politico
Un altro contributo distintivo del non-paper riguarda la sostenibilità politica della nuova strategia europea. Il documento analizza come le prossime scadenze elettorali in Spagna, Francia, Italia e Polonia possano modificare gli equilibri all’interno dell’Unione, senza necessariamente produrre un atteggiamento più accomodante verso la Cina.
Governi più orientati alla protezione industriale potrebbero infatti sostenere misure commerciali più restrittive, maggiore reciprocità e una preferenza europea negli investimenti strategici. Allo stesso tempo, potrebbero mostrarsi meno disponibili ad attribuire nuovi poteri alla Commissione, accettare procedure decisionali più rapide o condividere i costi delle ritorsioni attraverso meccanismi comuni.
È una distinzione importante: un consenso più ampio sulla necessità di difendere l’industria europea non garantisce automaticamente un consenso sugli strumenti istituzionali necessari per farlo. Il non-paper estende inoltre l’analisi alla dimensione transatlantica, considerando come il rapporto tra Washington e Pechino e il calendario politico americano possano influenzare i margini negoziali della Cina nei confronti dell’Europa.
Oltre la difesa
Il contributo del documento non si esaurisce nell’individuazione delle vulnerabilità europee. La sua conclusione riguarda la necessità di integrare quattro dimensioni: applicazione delle regole commerciali, capacità di risposta sistemica, resilienza delle catene di approvvigionamento e competitività industriale. Le misure difensive possono offrire tempo alle imprese europee, ma non sostituiscono investimenti, innovazione e ricostruzione della capacità produttiva. Analogamente, nuovi strumenti commerciali rischiano di rimanere poco efficaci se gli Stati membri non sono disposti a sostenere collettivamente i costi del loro utilizzo.
L’“October decision corridor” diventa così un test della capacità dell’Europa di collegare politica commerciale, sicurezza economica e strategia industriale. La domanda che attraversa il non-paper è tanto semplice quanto decisiva: l’Unione europea riuscirà a rendere la propria interdipendenza con la Cina più equilibrata e condizionata, senza trasformare il de-risking in un disaccoppiamento indiscriminato? È attorno a questa domanda che si sviluppa un’analisi pensata per offrire a decisori pubblici, imprese, analisti e osservatori delle relazioni internazionali una mappa delle scelte che attendono Bruxelles, degli strumenti disponibili e dei rischi politici che potrebbero condizionarne l’attuazione.
EU-China Relations in the October Decision Corridor ricostruisce la proposta franco-tedesca, analizza le principali vulnerabilità economiche europee, esamina gli scenari negoziali e politici e individua gli indicatori da monitorare fino alla fine del 2026. Scarica il non-paper completo per approfondire l’analisi, consultare le tabelle comparative e seguire i passaggi decisionali che potrebbero ridefinire le relazioni UE-Cina.
Ungheria, cosa rivelano i documenti interni di Rosatom su Pak II
Il progetto della centrale nucleare di Paks II, nato dall’accordo firmato nel 2014 dal governo di Viktor Orbán e principale investimento energetico russo nell’Unione europea, torna ancora una volta sotto i riflettori. Secondo documenti interni a cui ha avuto accesso Politico, Rosatom avrebbe infatti preparato in segreto la rottura con Orgenergostroy, uno dei subappaltatori chiave del cantiere, mentre in pubblico continuava a difenderne l’operato.
Le carte mostrano che nel 2025 Rosatom avrebbe versato a Orgenergostroy circa 57 milioni di euro in anticipi per lavori non ancora eseguiti, mentre la società moscovita risultava debitrice di circa 10,6 milioni verso subappaltatori ungheresi. Il tutto sullo sfondo di uno scandalo di corruzione in Russia, in cui un dirigente di Orgenergostroy è stato accusato di aver corrotto un manager di Rosatom, poi condannato a dodici anni.
Quando, alla fine del 2024, l’azienda ha iniziato a licenziare personale a Paks, Rosatom ha assicurato ai media ungheresi la continuità dei lavori. Nei mesi successivi, però, l’amministratore delegato Alexei Likhachev avrebbe autorizzato i preparativi per rescindere i contratti con Orgenergostroy su tutti i progetti del gruppo, come risulta da un verbale del dicembre 2025. Le stime interne prevedevano un ritardo di tre o quattro mesi e un aggravio di quasi il 20% sui circa 170 milioni di euro di lavori residui.
Rosatom ha definito i documenti “superati”, sostenendo che i problemi sono stati risolti, ma non ha chiarito se gli anticipi abbiano prodotto i lavori previsti, se i creditori ungheresi siano stati pagati né perché la rottura non sia avvenuta. Orgenergostroy non ha risposto alle richieste di commento. Tra le carte figura anche l’email di un manager di Rosatom che contesta le rassicurazioni del presidente russo Vladimir Putin sul rispetto degli impegni russi all’estero (come ad esempio quello in Egitto, o i casi di Turchia e Bangladesh).
Le rivelazioni su queste incongruenze interne sono solo l’ultimo episodio di una serie di problematiche legate al progetto Paks II. E arrivano mentre il nuovo premier Péter Magyar ha avviato una revisione del progetto, contestandone i legami con Mosca e il costo di 12,5 miliardi di euro. Tutti piccoli tasselli che suggeriscono un rallentamento dell’espansione di Rosatom sul piano internazionale, dopo alcuni anni di relativi successi (soprattutto nel continente africano).
Perché il discorso di Rubio sull’Acropoli riguarda tutto l’Occidente
“L’Occidente si trova a un bivio: il prossimo decennio determinerà se manterrà il suo posto al vertice del mondo o si accontenterà di un futuro di declino, sottomissione e indebolimento”. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha scelto la collina della Pnice, dinanzi all’Acropoli, per un discorso che evidentemente non era rivolto solo alla Grecia di oggi, pur celebrando quella di ieri. La Pnice infatti, non solo si trova a strapiombo sull’antica agorà, ma era la sede dell’ecclesia, l’assemblea dei cittadini ateniesi. Per cui quelle parole pronunciate da Rubio sono un monito per il futuro occidentale, in un frangente internazionale in cui le pressioni economiche della Cina da un lato e quelle belliche di Iran e Russia dall’altro rappresentano il nocciolo delle nuove sfide. “Scegliamo di rafforzare il nostro Paese, senza scuse, di riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, di reindustrializzare la nostra economia, di ricostruire le nostre difese e di puntare al predominio nelle tecnologie e nei settori del futuro”.
Ecco il primo punto: le catene, i commerci, le materie prime, la scienza. Non è un caso che Rubio, al di là di tutti i riferimenti all’antica Grecia, ha inteso fare puntuali riferimenti a dossier strategici, che però è lecito ammettere fino ad oggi sono stati sottovalutati dall’occidente, in primis quello sulla terre rare (non a caso gli Usa hanno voluto riequilibrare la partita con la Pax Silica). Prima però Rubio aveva ripreso il filo della storia, ricordando che la Grecia è impressa nell’architettura del governo americano, nelle imponenti colonne e nei monumenti che adornano la capitale. “Gli antichi Greci sembrano esercitare un potere quasi mistico sulla nostra memoria. Ci invitano a tornare a loro ancora e ancora”, ha insistito, come per mescolare passato e futuro.
“Atene ci ha donato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno donato la filosofia. Ad Atene abbiamo assistito alla prima espressione completa di ciò che è venuto a definire l’Occidente”, ha aggiunto, sottolineando un altro elemento che si aggiunge alla lunga schiera “di prospettiva”.
Quando il ministro egli Esteri Usa dice che per gli antichi greci la ricerca dell’eccellenza era il principio cardine dell’esistenza umana e che coloro che costruirono il Partenone guardavano in alto (perché credevano che la più alta ambizione fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori) tocca il punto centrale dello sviluppo futuro. L’occidente, e quindi anche l’Ue, deve cambiare angolo di visuale per ricostruire”Esistono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, si tratta di luoghi in cui la Storia sembra essersi esaurita, vestigia di civiltà lontane scomparse da tempo dalla memoria collettiva. Ma l’Acropoli è diversa”, ha affermato.
Per poi entrare nel cuore del dibattito futuro quando ha detto di credere che l’Europa possa “risvegliarsi dal suo lungo sonno e riaccendere la fiamma che fu accesa qui millenni fa”.
La casa preferita di Putin? È a Sochi e in fase di ristrutturazione
Il presidente Vladimir Putin ha deciso di allargare la sua casa nel Mare Nero e dietro a questa scelta potrebbe esserci una motivazione di sicurezza più che logistica. La storica struttura statale Bocharov Ruchey a Sochi, usata da Boris Yeltsin, tra altri leader russi, è diventata la dimora preferita dell’attuale capo del Cremlino da maggio del 2000. Nel 2008 è stata segnata come la residenza ufficiale del presidente russo ed è lì che poteva “dormire, lavorare, vivere e svolgere tutte le sue funzioni, inclusa quella del comandante supremo a capo” dello Stato.
Secondo il quotidiano britannico Financial Times, solo nel 2021 c’è stato 24 volte, ma dal 2024 al 2025 – colpa della guerra in Ucraina – solo due volte. I droni ucraini sono riusciti a raggiungere la dimora e questo ha spinto Putin a ridurre i suoi spostamenti sul Mare Nero.
Questa situazione però non ha diminuito la sua preferenza nello svolgere alcuni appuntamenti importanti, come nel 2024 è accaduto quando ha ricevuto nella residenza Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
Nel 2024, Bocharov Ruchey è stato demolito (è rimasto uguale solo una zona costruita per i Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014) e i servizi federali di sicurezza hanno cominciato la progettazione di un’enorme ristrutturazione per proteggere la residenza in un perimetro di tre chilometri.
Le autorità russe non hanno confermato la ristrutturazione ma un’indagine dell’emittente Bbc ha svelato alcuni indizi: cause legali aperte, immagini satellitari e annunci di lavoro (in cambio di casa vicino alla piscina, cibo gratis e pagamento in contanti) che riguardano Bocharov Ruchey.
“In una decisione su una disputa tra contrattisti, Bbc News Russia ha scoperto il riferimento ad un contratto di un programma statale di acquisizioni di difesa con il codice numero 2327202903572000000000000 – spiega l’emittente -. L’informazione di questi contratti è segreta ma il codice svela alcuni dettagli importanti. I primi quattro numeri indicano l’anno in cui si è firmato il contratto e la data di scadenza. I tre numeri successivi, 202, sono il codice dell’Fso, l’autorità che contratta”.
Si tratta dunque di appalti di imprese che lavorano a Bocharov Ruchey. Il principale è il contrattista generale della costruzione Tsi Group. Ci sono state anche alcune irregolarità che riguardano la costruzione dei muri della “casa principale” con l’impresa Orenburg.
La Bbc ha anche scoperto alcuni annunci di impiego per costruttori, da idraulici a fabbri, pubblicati sui social network, in cui si offre alloggi vicino alla piscina, pagamenti in contanti, cibo gratis e altri benefici. “L’installazione è strategica”, hanno aggiunto.
Inizialmente, l’offerta di lavoro è limitata a cittadini russi senza precedenti penali, ma successivamente il mercato è stato aperto a kazachi, bielorussi e chirghisi.
TSI e il gruppo Transstroiinvest hanno un’ampia esperienza in progetti di costruzione legati al governo russo e alle organizzazioni di sicurezza statali. “Nel 2019, il media di inchiesta indipendente russo Project ha informato che l’impresa aveva partecipato alla costruzione di una residenza statale nella località di Oliva, nella costa sud della Crimea annessa”, ha aggiunto la Bbc.
Transstroiinvest continua a lavorare in territori occupati dell’Ucraina, come ad esempio, il restauro dell’antico cinema di Mariupol, occupato dalla Russia nel 2022. Tra quell’anno e il 2025, TSI si è aggiudicato 54 contratti, tra cui un contratto di ricostruzione del centro infantile internazionale Artek per 330 milioni di dollari.
- Formiche
- La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)
La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)
Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.
La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.
Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.
“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.
Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.
Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.
Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.
Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.
L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.
Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.
Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.
Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.
Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.
La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.
La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.
Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link