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Chi ha creato l’intelligenza artificiale non ha idea di chi potrà fermarla

10 October 2026 at 03:45

Cervello intelligenza artificiale

A settembre Jacob Coxon, un matematico britannico di ventisette anni, ha lasciato Anthropic, dove ricopriva il ruolo di capabilities researcher: lavorava cioè per rendere i modelli più potenti e autonomi. Nel comunicare le dimissioni ha scritto che non voleva più essere parte dei piani dell’azienda per gli anni successivi. Nei giorni scorsi, parlando con il New York Magazine, ha spiegato perché: guardando le capacità previste per la prossima generazione di modelli aveva pensato, molto semplicemente, di avere davvero paura del modello che Anthropic sta per addestrare.

Da mesi l’industria dell’intelligenza artificiale è al centro di un dibattito che va molto oltre la Silicon Valley. A Washington si discute se rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti, quali regole imporre alle aziende e quanto ci si possa fidare della loro capacità di controllarsi da sole. I dirigenti dei grandi laboratori si dividono tra chi chiede più prudenza e chi avverte che fermarsi significherebbe lasciare campo libero alla Cina – quindi allo sviluppo di modelli controllati dal governo di Pechino. L’opinione pubblica è forse più preoccupata dei suoi politici, e comincia a chiedere apertamente limitazioni alle nuove tecnologie.

Anche dentro le aziende che stanno costruendo questi sistemi c’è molto fermento. Alcune delle persone che hanno lavorato alla frontiera dell’intelligenza artificiale hanno iniziato a lasciare i laboratori proprio perché non si fidano più della direzione che hanno preso. Molti vanno via perché hanno visto abbastanza. Coxon è tra questi, e nelle scorse settimane è stato intervistato dal New York Magazine con altri sette ex dipendenti di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind. Le ragioni per cui se ne sono andati sono tutte diverse – il rapporto con il Pentagono, la perdita di posti di lavoro, la cultura aziendale, la convinzione che la sicurezza si possa studiare meglio fuori dai laboratori – ma nelle loro parole c’è un comune denominatore: più aumentano le capacità dei modelli, più diventa difficile per chi ci lavora mettere in discussione la direzione presa.

Per Coxon non siamo molto lontani dal momento in cui la capacità di discernimento umana diventerà obsoleta, o quasi. Oggi gli enormi modelli di Anthropic, OpenAI o Google hanno bisogno dei ricercatori umani per trovare idee e controllare i risultati, cioè per scegliere una direzione. Forse in un futuro non lontano il ricercatore dovrà semplicemente dire al modello: «Ok, fai buona ricerca», e lasciarlo lavorare. «È una situazione visceralmente spaventosa», ha detto Coxon.

Daniel Kokotajlo, che ha lasciato OpenAI nel 2024, aveva provato a cambiare le cose dall’interno. Poi ha perso fiducia nella capacità dell’azienda di autoregolarsi. «Non credo davvero che le aziende possano essere lasciate a regolarsi da sole», dice. La leadership, racconta, era molto brava ad ascoltare le critiche, dichiararsi d’accordo e poi non cambiare davvero direzione. Fuori dall’azienda, invece, parlando pubblicamente e facendo ricerca, ritiene di avere avuto più impatto.

Le aziende del settore hanno lanciato degli appelli alla regolamentazione – per paura o solo per liberarsi da alcune responsabilità morali, civili e penali – ma sono sempre annunci superficiali. Dopotutto, sono sempre società private che competono per il talento umano, la potenza di calcolo e il vantaggio sui concorrenti, proprio come tutte le società private: ogni scelta di rallentare espone alla possibilità che qualcun altro non lo faccia. E alla fine anche chi considera l’IA pericolosa ha almeno una buona ragione per continuare a svilupparla.

Anthropic è il caso più paradossale. È nata anche dalla convinzione che OpenAI stesse procedendo con troppa disinvoltura verso l’Agi (intelligenza artificiale generale, in grado di superare l’intelligenza umana). Eppure i suoi ex dipendenti la descrivono oggi una società convinta che la competizione sia inevitabile e che fermarsi significhi concedere un vantaggio alla concorrenza. Esattamente come tutte le altre. Jeff Wu, che ha lavorato sia a OpenAI sia ad Anthropic, riassume così la differenza: a OpenAI la narrazione era concentrata soprattutto sui benefici dell’AGI, mentre ad Anthropic è molto più presente quella dei rischi. Ma proprio quei rischi possono diventare una ragione per spingere ancora più forte: se OpenAI e la Cina sono irresponsabili, bisogna arrivare prima di loro.

Coxon descrive un clima di guerra in cui si parla continuamente di quello che fanno i concorrenti, della loro velocità, delle loro intenzioni. E lui ha vissuto dall’interno la quotidianità di Anthropic, cioè la società che vorrebbe sembrare moralmente più retta delle rivali. Da Dario Amodei in giù, tutti ad Anthropic si dicono sinceramente convinti che l’intelligenza artificiale possa diventare una tecnologia tpotenzialmente pericolosa. Ma proprio per questo ritengono di dover restare tra gli attori che la sviluppano. Con un’acrobazia intellettuale che dovrebbe dar loro un’aura da santoni, o da ipocriti.

Le dimissioni dalle aziende da parte dei ricercatori sono la presa d’atto che dall’interno dei laboratori è sempre più difficile incidere sulla direzione presa. Miles Brundage, ex dirigente di OpenAI, ha fondato una nonprofit per sottoporre i laboratori a verifiche indipendenti. «Non puoi lasciare alle aziende il compito di correggere i propri compiti», dice. Le aziende hanno punti ciechi e pressioni competitive: servono dunque controlli esterni.

L’inchiesta del New York Magazine mostra il limite dell’idea che basti rendere più sicuri i modelli. L’argine andrebbe posto prima, nello stabilire chi decide quanto devono diventare potenti i modelli, e chi può decidere di fermare la corsa. Servirebbe una specie di Carta Costituzionale dell’intelligenza artificiale.

Non sappiamo se gli allarmi più estremi siano fondati. E non è impossibile che alcuni di questi ricercatori abbiano buone ragioni personali per enfatizzarli: essere tra i primi a denunciare i pericoli dell’IA è un ottimo modo per costruirsi una reputazione e trovare fuori dai laboratori nuovi incarichi e stipendi più alti. Ma per ora sappiamo che hanno denunciato ciò che hanno visto dall’interno. E forse vale la pena ascoltarli prima di scoprire se avevano ragione.

L'articolo Chi ha creato l’intelligenza artificiale non ha idea di chi potrà fermarla proviene da Linkiesta.it.

Anne Carson’s View of the Past

9 October 2026 at 18:50

This is an edition of the Books Briefing, our editors’ weekly guide to the best in books. Sign up for it here.

The literature of ancient Greece and Rome seems to be in vogue. This summer, Christopher Nolan’s The Odyssey turned Homer’s epic poems into best sellers, and yesterday the Nobel Prize was awarded to Anne Carson, a poet who has made a career of repurposing ancient-Greek works. Perhaps this resurgence has something to do with modern anxieties about the future; people tend to look back to the past in uncertain times. Although I’m glad to see the classics prominently displayed in bookstores, I’m not convinced that they hold a special kind of wisdom that contemporary writing can’t access. For evidence, I look to the work of Carson herself. The poet’s writing updates and remixes ancient verse and mythology, but she does not believe that the past is a manual for the present. As my colleague Walt Hunter explained this week in The Atlantic, “Rather than lulling us with history’s familiarity, she seduces us with its strangeness.”

First, here are five new stories from The Atlantic’s Books section:

Take If Not, Winter, which is both a straightforward translation of the surviving poetry of Sappho and a playful, inventive collection of verse. Carson’s lines evoke the electric current of a marriage bed, the pleasure of beholding a girl’s delicate features, the pulse-quickening touch of the god Eros. These emotions are not lost to time—a reader might know, for example, what it means for a beloved’s voice to put “the heart in my chest on wings”—but there’s still a chasm between Sappho’s experiences and my own. I struggle to imagine the ancient poet’s relationships or daily concerns; similarly, if she could miraculously show up in my time, Sappho likely wouldn’t understand my job, my hobbies, or my marriage. (I imagine she’d be confused about why I describe myself with a name for people from her island: lesbian.)

Carson’s 2010 book, Nox, accordion-printed on a single sheet of paper, mourns her brother’s death in part by employing the work of the Roman poet Catullus, who also suffered the death of a brother. Carson doesn’t imply that she and Catullus feel the same things. Her goal, instead, is to place herself in a tradition that “connects her to Catullus and a community of mourners as old as human history, one that we all belong to or will eventually join,” as I wrote last year.

Communicating with the past has its limits. Carson has said that the classics offer some “glimpses of similarity” in a sea of “unbelievable otherness.” We’re separated by geography, culture, and time; our values and societies are entirely different. But when the ancients wrote, they unspooled a thread that we can follow through the maze of time. It leads us through “the gulf between the present and the past,” as Hunter writes, and brings us somewhere new and worthwhile.


A black-and-white photograph of Nobel Laureate Anne Carson wearing a black turtleneck and hoop earrings, her hair in a messy bun
Graeme Mitchell / Redux

Anne Carson’s Seductive Strangeness

By Walt Hunter

The winner of this year’s Nobel Prize in Literature makes ancient texts feel tantalizingly new.

Read the full article.


What to Read

The Beauty of the Husband: A Fictional Essay in 29 Tangos, by Anne Carson

The Beauty of the Husband is a poetic meditation on love, attraction, betrayal, and bitterness. Carson’s narrator has separated from her husband. Both are writers, though the narrator’s spouse, a womanizer and a liar, borrows heavily from her work—he even uses a phrase she has translated from Homer to open a letter he writes to his mistress. He is also, unfortunately, beautiful, and his “beauty convinces,” the narrator tells us. She confesses that she might be seduced by him all over again if he came near enough. But she keeps her distance, even as he routinely sends letters exalting their love. That space allows her to reflect honestly on their years together: “Why did nature give me over to this creature—don’t call it my choice, / I was ventured: / by some pure gravity of existence itself, / conspiracy of being!” she cries. In hindsight, the partnership feels inevitable; she had little control over loving him, but writing this book is a way to regain her autonomy, or so it appears. The Beauty of the Husband offers a vision of an uneven union, where one person’s outsize presence occupies, even consumes, the mind of the other.  — Isle McElroy

From our list: Seven books that explore how marriage really works


Out Next Week

📚 Back: Essays on the Soul and Spine of America, by Lauren Michele Jackson

📚 The Last Best Place on the Internet: A Human History of Wikipedia, by Richard Cooke

📚 Reds: A Global History of Communism, by Paul Mason


Your Weekend Read

a funny illustration showing a waiter intrusively reaching over a customer eating food asking for their phone number
Illustration by Saskia Janssen

The One Question I Can’t Stand at Restaurants

By Brett Martin

A man walks into a restaurant. He doesn’t have a reservation, but that shouldn’t be a problem; there are ample seats at the bar, visible just over the hostess’s shoulder. “Of course,” she says, smiling. “We can seat you right away.” As she gathers menus, he absorbs the pleasant hum of a busy dining room, breathes in the tantalizing smells from the semi-open kitchen. Then, the hostess stops, Columbo-like, to interrupt with one more question: “And what’s your phone number?”

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© Illustration by The Atlantic. Sources: Bettman / Getty; Peter Power / Toronto Star / Getty; Heritage Images / Getty.

Auto sì, il resto si vedrà. La mezza vittoria dell’Ue in Cina

9 October 2026 at 16:31

Non è una una pax commerciale, anzi. Però i buoni propositi ci sono e bisognerà vedere se reggeranno alla prova dei fatti. Cina ed Europa si sono studiate, guardate negli occhi. Lasciandosi con reciproche promesse. La due giorni del commissario Maros Šefčovič a Pechino porta in dote alcune certezze e qualche interrogativo. Partendo dalle prime, Dragone e Unione europea hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, che proprio Bruxelles aveva minacciato di mettere al bando, alla vigilia della partenza di Šefčovič. D’altronde, che la concorrenza cinese sul versante delle auto sia a dir poco sleale, è fin troppo noto.

“Le due parti hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”, si legge nel testo del comunicato del ministero del Commercio cinese, dove non vengono forniti ulteriori dettagli. Bruxelles auspicava che Pechino si impegnasse a ridurre volontariamente le proprie esportazioni di veicoli ibridi. Pechino e Bruxelles, viene chiarito, proseguiranno inoltre le procedure relative agli impegni sui prezzi assunti dalle aziende. Insomma, una prima pietra c’è. Ora bisogna costruire il resto.

Poi c’è l’altro versante quello del deficit, forse il più delicato. La Cina vende in Europa troppo e a prezzi troppo bassi. Lo stesso non può fare l’Europa, però. La moral suasion di Bruxelles, sotto forma di diverse strette commerciali al grido di made in Europe, ha funzionato. Se non altro perché, altro comunicato, “Cina e Unione europea hanno concordato di rafforzare i colloqui commerciali”, con Pechino che ha promesso di agevolare l’esportazione di terre rare verso il Vecchio Continente. “Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare il dialogo sui controlli alle esportazioni”. E il Dragone è disposto a “continuare ad agevolare l’esame e l’approvazione delle licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti verso l’Europa”.

Ve bene, l’intenzione c’è. Ma poi? Ora entrano i gioco le diplomazie. Anche se, qualcuno, in Ue vorrebbe più polso, più risolutezza. Insomma, barricate ora e subito. La missione a Pechino di Šefčovič, va detto, si incrocia con l’offensiva politica firmata da Macron e Merz. In una lettera congiunta inviata alla Commissione europea lunedì, Francia e Germania chiedono l’introduzione urgente di uno strumento di risposta rapida con l’obiettivo di dotare la Commissione di poteri commerciali speciali per applicare sanzioni e barriere tariffarie in tempi brevi, superando i lunghi iter burocratici delle tradizionali indagini antidumping e anti-sovvenzioni. L’iniziativa sancisce così la convergenza dei due motori dell’Unione: Parigi, da sempre sostenitrice del protezionismo strategico, ha trovato l’appoggio di una Berlino tradizionalmente più cauta ma che oggi si riscopre spaventata dalla crisi della propria industria automobilistica. In mezzo, la diplomazia.

L’AI è il nuovo fuoco per l’uomo. La visione di Elkann

9 October 2026 at 14:17

John Elkann il visionario. Il ceo di Exor e presidente di Vento per un giorno smette il vestito grigio da industriale per vestire i panni comodi e informali dello startupper. E lo ha fatto dalle ex Officine Gran Riparazioni di Torino, il luogo dove un tempo si fabbricavano treni oggi si coltivano idee e tecnologie, grazie a rassegne del calibro di Wave by Vento, una delle principali conferenze tech in Europa e punto di incontro internazionale per founder, programmatori, appassionati e imprenditori del digitale e organizzata proprio dal fondo creato da Elkann.

Punto di partenza, l’Intelligenza artificiale, che per il nipote dell’Avvocato è il nuovo fuoco. “Siamo davanti a una rivoluzione tecnologica assoluta capace di cambiare la storia umana. Stiamo parlando dei primi momenti in cui noi umani cercavamo di capire come usare il fuoco e fare in modo che questo fuoco fosse usato, non bruciasse tutto”, ha metaforicamente spiegato il numero uno di Stellantis. “Dunque per noi quello che è importante non è concentrarci su cosa possiamo non più fare, ma è concentrarci su cosa possiamo fare che non immaginavamo fare”. Il messaggio di Elkann, che proprio pochi giorni fa ha aperto il suo primo profilo Linkedin, è fin troppo chiaro, l’Intelligenza Artificiale è un nuovo inizio, quasi l’alba di una nuova umanità.

Un paragone che serve a spiegare una traiettoria universale in cui l’innovazione tenderà a uniformare le geografie mondiali. “Dopodiché, se uno guarda a tutte le cose che siamo riusciti a fare grazie al fuoco, mai se le sarebbe immaginate allora», chiarisce il manager allontanando ogni allarmismo”. Ovviamente il ragionamento di Elkann si è poi ristretto sull’Italia.  La Penisola gioca un ruolo centrale in questa partita globale grazie al suo immenso capitale umano. “In Italia noi abbiamo tantissimo talento. Italiane e italiani, sia in Italia che nel mondo, hanno dimostrato grandissime capacità. Quello che avevamo osservato è che spesso non combaciavano, nel senso che chi era molto abile tecnicamente non aveva necessariamente il coraggio imprenditoriale, e chi aveva il coraggio imprenditoriale non aveva necessariamente le competenze tecniche”.

Da qui a fare due conti il passo è breve. Il ceo di Exor si aspetta nella sola Italia ben mille nuove startup in dieci anni. “Vento è veramente interessata agli italiani, dunque noi crediamo che gli italiani siano straordinari e che abbiano una fortissima capacità, dunque il nostro obiettivo è proprio di aiutare a valorizzare quella loro abilità e permettere a loro di creare in Italia e fuori. L’orizzonte del prossimo decennio punta a una crescita in forte accelerazione. L’ambizione per i futuri dieci anni prevede la creazione di oltre mille nuove imprese e gli investimenti si indirizzano con decisione verso settori di frontiera. Il grosso degli investimenti in Vento va verso delle conoscenze, delle industrie che non esistono. E Torino ha tradizionalmente sempre avuto una fortissima spinta al futuro», annota il fondatore riducendo al minimo il focus cittadino per abbracciare l’intero potenziale nazionale”.

 

Russia addio, ora all’India fa gola il petrolio del Venezuela

9 October 2026 at 12:21

Il Venezuela della rinascita industriale e petrolifera ha senza ombra di dubbio cambiato gli equilibri mondiali dell’oro nero. D’altronde, con un quinto delle riserve planetarie sotto i suoi piedi, Caracas è oggi uno dei poli petroliferi potenzialmente più importanti del mondo. Gli Stati Uniti, a cui si deve l’apertura forzosa del mercato sudamericano, sul quale sono in programma oltre 100 miliardi di investimenti, hanno mosso le fila del riassetto, chiamando a raccolta le principali compagnie petrolifere, inclusa Eni. Sul Venezuela però pare adesso affacciarsi anche l’India, Paese dalla gran fame di oro nero e che fino a non molto tempo fa aveva come principale fornitore la Russia.

C’è un caso che può rendere bene l’idea. Reliance Industries, la società del miliardario indiano Mukesh Ambani, uno degli uomini più potenti nel Paese degli elefanti, sta lentamente emergendo come il maggiore acquirente di greggio venezuelano al di fuori degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha spinto mesi fa Nuova Delhi ad acquistare più petrolio venezuelano, certamente a discapito della Russia. Ma mentre le compagnie petrolifere statali indiane effettuano acquisti calibrati e mirati, Reliance è risultata l’acquirente principale. Ciò dimostra che, al di fuori degli Stati Uniti, l’India è la principale destinazione di queste forniture, con Reliance che acquista la maggior parte del greggio di Caracas.

Solo a settembre, l’India ha importato 257 mila barili al giorno di greggio venezuelano, di cui il 76% è stato destinato proprio a Reliance Industries. E per il mese di ottobre, sono previsti 350.000 barili al giorno di greggio proveniente dal Venezuela e destinato all’India. Un asse Nuova Delhi-Caracas le cui basi erano state poste lo scorso marzo, a due mesi dalla destituzione coatta di Nicolas Maduro, quando Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero costruito in Venezuela la loro prima raffineria in 50 anni, proprio grazie agli investimenti della società indiana Reliance Industries.

Insomma, il mercato Venezuelano è decisamente attrattivo. Ma ha un problema, un problema chiamato elettricità. Come raccontato da questo giornale, Caracas si è scoperta a corto di infrastrutture elettriche. Un allarme che arriva, anche questo un piccolo paradosso, proprio da quei manager del petrolio riuniti la settimana scorsa nella capitale del Venezuela per la prima conferenza unificata sull’energia, promossa da Washington. Sul tavolo della conferenza, il mastodontico piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l’industria petrolifera venezuelana, messo a punto dagli Stati Uniti, che però ha incontrato il suo primo ostacolo: l’inaffidabilità del sistema elettrico. Con un deficit di energia elettrica di oltre 1.500 megawatt (MW), i persistenti blackout del Paese membro dell’Opec stanno peggiorando giorno dopo giorno, proprio con la ripresa della domanda di petrolio, lasciando famiglie, negozi e fabbriche e ovviamente le stesse trivelle. Senza corrente per ore.

Europa e Cina faccia a faccia. Parte la trattativa sul deficit

8 October 2026 at 16:00

L’aereo è atterrato, il portellone si è aperto e Maros Sefcovic, commissario europea al commercio, è sceso. Da quel momento è iniziata la delicata, anzi delicatissima, missione che potrebbe portare Cina ed Europa a una tregua commerciale che, nei fatti, converrebbe a tutti e due. Per il Dragone, per esempio, rinunciare al più grande e variopinto spazio economico del mondo, mezzo miliardo di individui, sarebbe un gran bel problema. Specialmente dopo la chiusura semi-ermetica del mercato americano. L’Europa, da parte sua, ne ha abbastanza della concorrenza sleale cinese, tutta sussidi e steroidi. Bruxelles è pronta ad alzare nuovi muri, aumentando l’ansia di Pechino. Per tutte queste due ragioni, un’intesa che freni la prepotenza commerciale e la forza muscolare della Cina da una parte e salvaguardi l’export made in China dall’altra, conviene ad ambo le parti.

“Primo giorno in Cina, con un obiettivo: iniziare a riequilibrare il nostro deficit commerciale insostenibile con la Cina”, ha scritto sui social media Sefcovic, prima di sbarcare nella Repubblica popolare. Riferendo di aver incontrato nell’immediato i rappresentanti delle imprese europee presenti in loco, le quali, a suo dire, chiedono di migliorare l’accesso al mercato cinese. Certo, le discussioni debbono ancora entrate nel vivo e con ogni probabilità i primi verdetti arriveranno nelle prossime ore, quando Segovic parteciperà alla riunione sul commercio con il ministro cinese Wang Wentao.

E di sicuro sul tavolo c’è l’ipotesi anticipata da Bloomberg di limitare le vetture ibride in arrivo dalla Cina, un test generale che la Commissione potrebbe estendere ad altri settori strategici. La missione segue la lettera congiunta inviata a Bruxelles da Emmanuel Macron e Friedrich Merz, nella quale Parigi e Berlino chiedono poteri speciali per escludere d’urgenza le imprese cinesi dal mercato unico in presenza di distorsioni competitive. Le misure di salvaguardia consentiranno così all’Ue di limitare l’ingresso di prodotti di un determinato settore qualora si registri un’impennata delle importazioni nel blocco. Uno degli strumenti a disposizione della Commissione è l’applicazione di contingenti tariffari, che prevedono un prelievo sulle importazioni eccedenti un certo volume.

Naturalmente, la Commissione intende utilizzare il caso delle auto ibride come banco di prova: se l’iniziativa dovesse avere successo, potrebbe essere replicata in altri settori in cui il blocco rileva squilibri commerciali. Un obiettivo chiave dell’Ue sarebbe quello di mantenere il tetto alle importazioni di vetture ibride a un livello tale da evitare ritorsioni da parte di Pechino, hanno affermato le fonti. Una mossa a cui sta lavorando la Commissione europea va nel tentativo di ridurre il deficit commerciale europeo. Per parte cinese, la parola d’ordine è comunque dialogo. Pechino “ha sempre ritenuto che mantenere una cooperazione aperta e risolvere le divergenze economiche e commerciali attraverso il dialogo e consultazioni su un piano di parità sia nell’interesse comune della Cina e dell’Unione europea”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning durante la conferenza stampa quotidiana. Ma la verità è che la palla ce l’hanno Sefcovic e Wentao.

La Russia non vola più. Più tasse su gli aerei e velivoli in affitto

8 October 2026 at 11:25

Dalle auto agli aerei il passo è breve. E molto. Sono immagini ancora vive degli occhi quelle che raccontano le lunghe code di veicoli in fila ai distributori di carburante in Russia, prima che anche l’ultimo gallone di benzina o gasolio venga esaurito. Un quadro, se non ci fosse di mezzo la guerra scatenata da Mosca contro l’Ucraina, che avrebbe del grottesco: uno dei più grandi Paesi produttori al mondo di petrolio, rimasto a secco di carburante. Eppure è la verità, la raffinazione russa è pressoché totalmente fuori uso, a causa degli attacchi da parte dei droni ucraini. Gli aerei, invece, ancora volano perché di cherosene ancora un po’ ne è rimasto. Ma costa.

Ecco perché al Cremlino qualcuno ha pensato di valutare l’introduzione di una nuova tassa speciale per i passeggeri aerei al fine di compensare i costi di leasing e gestione dei nuovi velivoli russi, oltre a coprire i costi del carburante. Se ne sono accorti i servizi segreti ucraini, i cui calcoli raccontano di una tassa aggiuntiva per i voli nazionali che sarà compresa tra 500 e 700 rubli, mentre per i voli internazionali tra mille e 2 mila rubli a biglietto. Complessivamente, il governo prevede di raccogliere fino a 250 miliardi di rubli dai cittadini nei prossimi anni per coprire l’enorme differenza tra il costo reale degli aerei di linea nazionali e i prezzi agevolati concessi fin qui alle compagnie aeree. Come noto, infatti, fin qui Mosca per non paralizzare il Paese ha concesso alcuni sconti sui biglietti aerei. Una situazione tuttavia non più sostenibile.

Ora, questa iniziativa è l’ennesima prova di come il regime di Vladimir Putin stia scaricando tutti i problemi finanziari dell’economia russa direttamente sulle spalle dei cittadini comuni. A causa della guerra di aggressione su vasta scala contro l’Ucraina e delle colossali spese militari, il bilancio statale russo, ricordano gli stessi 007 ucraini nel documento relativo all’extra tassa sul trasporto aereo, è esaurito, quindi le autorità stanno ricorrendo a soluzioni d’emergenza a spese della popolazione. I russi sono già costretti a pagare tasse più alte (in particolare l’Iva) e tariffe insostenibili per le utenze, che aumenteranno per la seconda volta questo autunno. E ora a questa lista si aggiungono i costi per il sostegno all’aviazione civile, che si trova in crisi a causa delle sanzioni e della mancanza di pezzi di ricambio importati.

Gli esperti affermano che tali tariffe porteranno inevitabilmente a una diminuzione della domanda di trasporti e a un calo del traffico passeggeri complessivo, dato che i redditi della maggior parte dei russi rimangono bassi perché mangiati dall’inflazione. Di più. A ennesima riprova di una crisi ormai strutturale dell’economia russa, in grado di intaccare la vita quotidiana nella Federazione, c’è il fatto che, proprio in queste ore, Mosca abbia chiesto al Vietnam di affittarle i suoi aerei passeggeri, compresi equipaggi e servizi di manutenzione. Il ministro dei Trasporti Andrei Nikitin ha dichiarato che Mosca ha proposto alle compagnie vietnamite di trasferire aerei alle compagnie russe con contratti di wet lease, una formula che include velivolo, equipaggio, manutenzione e assicurazione, e che Hanoi sta esaminando la proposta. Motivo? In Russia di velivoli non se ne costruiscono più.

Choices that will define Asia’s AI future are coming into focus

8 October 2026 at 04:19

We are fortunate to live at an incredible moment in history. As more and more AI applications have become available, people have turned to them to seek advice, build businesses, express ideas, learn, and improve their health and quality of life. Nowhere is this more clear than in Asia. AI is already turbocharging small businesses […]

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Tecnologia e startup, dopo il Kuwait l’Italia fa tappa negli Emirati

7 October 2026 at 15:16

Ancora accordi, ancora sponde, ancora made in Italy. Prosegue il viaggio nel Golfo di Adolfo Urso, che ieri ha portato a casa le prime, importanti, intese con uno dei Paesi più ricchi del mondo, il Kuwait. In queste ore il ministro delle Imprese e del Made in Italy, spostatosi nel frattempo negli Emirati, ha incontrato ad Abu Dhabi una rappresentanza della comunità imprenditoriale italiana, la cui presenza testimonia la solidità dei legami tra i nostri due Paesi, ancor più significativi nell’attuale situazione nel Golfo. Domattina, poi, Urso interverrà, insieme al ministro dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti, Abdulla bin Touq Al Marri, nel panel New Economic Narrative di Investopia Bridge, il forum internazionale dedicato agli investimenti e alla cooperazione economica internazionale.

Tornando a oggi, il responsabile per le Imprese ha firmato ad Abu Dhabi con il ministro degli Investimenti emiratino, Mohamed Hassan Al Suwaidi, un memorandum d’intesa per promuovere investimenti reciproci nell’industria e nella manifattura e nuove partnership tra le imprese dei due Paesi. “L’amicizia tra Italia ed Emirati Arabi Uniti trova in questa intesa una nuova prospettiva industriale. Lavoriamo insieme per dare sicurezza e prospettive alle nostre industrie, promuovendo investimenti reciproci e collaborando su nuove tecnologie e competenze. Un impegno che contribuirà all’autonomia strategica italiana ed europea, attraverso una cooperazione più stretta con chi condivide i nostri obiettivi di sviluppo e innovazione”, ha specificato lo stesso Urso.

Nel dettaglio, l’intesa punta a rafforzare la cooperazione economica bilaterale attraverso joint venture, alleanze strategiche e co-investimenti. Al centro, lo sviluppo e la modernizzazione degli impianti industriali, il trasferimento tecnologico, la ricerca e l’adozione di tecnologie produttive avanzate. Il memorandum incoraggia inoltre gli investimenti congiunti in startup e imprese innovative nei settori dell’intelligenza artificiale, della robotica, delle biotecnologie, delle scienze della vita e del fintech. La collaborazione si estenderà anche al rafforzamento delle catene di approvvigionamento, all’efficienza energetica, all’economia circolare e alla formazione delle competenze industriali e tecniche, con l’obiettivo di accrescere la competitività delle produzioni e il loro potenziale di esportazione.

Ancora, l’intesa avrà durata quinquennale, con rinnovo automatico per ulteriori cinque anni. Per la sua attuazione, i due ministeri designeranno entro trenta giorni i rispettivi referenti, che potranno concordare un piano di lavoro congiunto. Il memorandum si aggiunge agli accordi già sottoscritti dal ministro Urso nei settori farmaceutico, minerario e delle infrastrutture digitali. Nel corso dell’evento, alla presenza di Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera Milano, è stata inoltre annunciata la prossima edizione di Investopia Italia che si terrà a Milano il prossimo 9 aprile 2027.

Guardando alla tabella di marcia, la missione di Urso nel Golfo proseguirà in Qatar dopo, come detto, la visita negli Emirati Arabi Uniti e dopo gli incontri avuti ieri in Kuwait con il primo ministro Ahmad Al-Abdullah Al-Ahmad Al-Sabah e i principali rappresentanti del mondo finanziario e degli investimenti. E proprio a Doha, capitale del Qatar, con il ministro delle Comunicazioni e delle Tecnologie dell’Informazione, Mohammed bin Ali bin Mohammed Al Mannai, Urso ha avuto un primo confronto per rafforzare la cooperazione tra Italia e Qatar nei settori tecnologici più avanzati. Intelligenza artificiale, data center e infrastrutture digitali, robotica e digitalizzazione del sistema produttivo, priorità della Digital Agenda 2030 del Qatar e settori nei quali le imprese italiane esprimono competenze di eccellenza: vogliamo mettere in relazione i nostri ecosistemi dell’innovazione, favorendo nuove collaborazioni e opportunità di investimento.

Ricordo di Andrea Angeli

6 October 2026 at 21:46
Caro Andrea, te ne sei andato in sordina, una mattina… senza disturbare, come eri solito fare, quando partivi all’improvviso, senza preavviso, per terre lontane, dall’Iraq al Kosovo alle montagne afghane, senza paura, senza a cautela, per approdare poi nella Grande Mela, dai tuoi tanti amici, tu che non avevi nemici! Hai finito il tuo ultimo […]

From Residue to Resource – the Rise and Risks of Marine Biofuels

5 October 2026 at 14:27
By Mark Smith, Director – Decarbonisation, NorthStandard While corn, sugarcane, wheat, or vegetable oils can be converted into fuel, their use for foodis driving demand to develop waste or bi-products from agricultural, forestry, food-processing and other biological industries as more prudent alternatives. Bio-residues can, for example, be used to derive fuels or fuel...
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