L’America vorrebbe lasciare il Medio Oriente, ma non riesce a farne a meno
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Sono passati quasi otto mesi dall’inizio della guerra contro l’Iran e Donald Trump non è ancora riuscito a trovare una pace con Teheran, né a ripristinare il libero passaggio delle navi cargo nello Stretto di Hormuz. Oltre al conto geopolitico c’è quello economico: 38 miliardi di dollari secondo il Congressional Budget Office. Senza aspettare come finirà, alcuni osservatori hanno già aggiunto l’Iran alla serie di interventi americani conclusi senza i risultati politici sperati. Era già accaduto in Afghanistan, dove vent’anni di occupazione si sono chiusi nel 2021 con il ritorno al potere dei talebani. E in Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein nel 2003 ha aperto una stagione di instabilità, finendo per rafforzare proprio l’influenza iraniana che Washington voleva contenere. Anche questa volta, la superiorità militare americana non è bastata a ottenere una soluzione politica.
Da oltre trent’anni il Medio Oriente continua ad assorbire una parte importante della politica estera statunitense anche se la sua importanza nelle priorità strategiche di Washington è progressivamente diminuita. Gli Stati Uniti considerano la competizione con la Cina il principale problema di sicurezza nazionale, eppure restano legati a una regione nella quale hanno costruito, a partire dalla guerra del Golfo del 1991, un sistema di alleanze e basi militari difficilmente smantellabile. Proteggono monarchie arabe che dipendono ancora dalla loro presenza, mentre la necessità di contenere l’Iran continua a trascinarli in crisi che ogni amministrazione promette di evitare.
Per Washington il problema è capire se la propria presenza militare contribuisca ancora alla stabilità del Medio Oriente o sia diventata una delle ragioni per cui gli Stati Uniti continuano a essere trascinati nei suoi conflitti. Le basi americane sono finite sotto attacco, mentre gli alleati del Golfo hanno subito le conseguenze di una guerra dalla quale avevano cercato di tenersi fuori. L’ultimo caso è quello dell’Arabia Saudita, dove il 10 ottobre un attacco rivendicato dagli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran, ha provocato 13 morti e oltre 300 feriti all’aeroporto internazionale di Riad. Eppure, senza la protezione americana, le monarchie arabe rischierebbero di trovarsi ancora più esposte alle pressioni di Teheran.
Sul dilemma del disimpegno si è aperto un confronto tra alcuni dei principali analisti della politica estera americana. La posizione più radicale è quella di Michael Fuchs, che su Foreign Affairs ha spiegato perché gli Stati Uniti dovrebbero ritirare interamente le proprie forze militari dalla regione e smettere di considerarsi responsabili della sua sicurezza. Secondo l’ex funzionario delle amministrazioni Obama e Biden, è l’intero sistema di alleanze costruito da Washington a essere diventato controproducente. Le basi militari vengono mantenute per scoraggiare gli attacchi, ma finiscono per creare nuovi bersagli che gli Stati Uniti devono difendere. Gli alleati, sapendo di poter contare sulla protezione americana, hanno meno incentivi a risolvere autonomamente le proprie controversie. E quando una crisi esplode, Washington si trova costretta a intervenire per non compromettere la credibilità delle garanzie offerte.
La guerra contro l’Iran, secondo Fuchs, ha mostrato i limiti di questo sistema meglio di qualsiasi altra crisi recente. Gli Stati Uniti dispongono da decenni di una presenza navale permanente nel Golfo Persico, con il comando della Quinta Flotta in Bahrain. Eppure non sono riusciti a impedire a Teheran di compromettere il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman da cui transita normalmente circa un quarto del petrolio commerciato via mare nel mondo. La presenza americana avrebbe dovuto garantire la sicurezza di quella rotta. Invece Washington si ritrova impegnata in una guerra che ha contribuito a provocarne la chiusura, con conseguenze sui prezzi dell’energia in tutto il mondo.
Per Fuchs, le monarchie arabe dovrebbero assumersi maggiori responsabilità nella propria difesa e trovare accordi con l’Iran, il vicino con cui devono comunque convivere. Gli Stati Uniti potrebbero mantenere rapporti commerciali e diplomatici senza garantire automaticamente un intervento militare in caso di crisi. Anche il rapporto con Israele dovrebbe cambiare. Il sostegno quasi incondizionato di Washington, sostiene Fuchs, ha finito per ridurre la capacità americana di prendere le distanze da alcune decisioni del governo israeliano. Un ritiro consentirebbe agli Stati Uniti di concentrare le proprie risorse sulla competizione con la Cina, evitando di consumarle in conflitti regionali che difficilmente possono risolvere con la forza.
Il ragionamento è convincente soprattutto quando descrive le conseguenze dell’eccessivo coinvolgimento americano. Diventa più problematico quando immagina ciò che accadrebbe dopo il ritiro. I Paesi del Golfo, per esempio, non avrebbero necessariamente la forza o la volontà politica di raggiungere un accordo stabile con Teheran. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti temono da decenni le ambizioni iraniane e continuano a dipendere dalle forniture militari occidentali. Senza la protezione americana potrebbero cercare nuove garanzie presso altri Paesi, aumentando la competizione regionale anziché ridurla.
È una delle obiezioni sollevate da F. Gregory Gause III, in un’analisi pubblicata dal Middle East Institute. Lo studioso delle monarchie arabe osserva che i governi del Golfo avevano cercato di evitare il coinvolgimento nella guerra contro l’Iran, rifiutando di autorizzare gli Stati Uniti a utilizzare il loro territorio per attaccare Teheran. L’Iran li ha colpiti comunque, prendendo di mira anche aeroporti civili e infrastrutture energetiche. La presenza delle basi americane non basta dunque a spiegare gli attacchi. Le monarchie arabe rappresentano una parte essenziale dell’economia mondiale e danneggiarle consente a Teheran di esercitare pressione indirettamente su Washington.
Gause propone una distinzione che aiuta a comprendere il cambiamento avvenuto negli ultimi mesi. Per decenni le basi americane hanno contribuito a scoraggiare aggressioni esterne. La situazione è cambiata quando Washington e Israele sono passati dal contenimento dell’Iran a una campagna militare che puntava a ridimensionarne radicalmente le capacità, senza escludere la caduta del regime. Le monarchie arabe si sono ritrovate così esposte alle conseguenze di una guerra che non avevano deciso di combattere. Rinunciare alla protezione americana le renderebbe più vulnerabili alle pressioni iraniane. Continuare a dipenderne significa invece accettare che la propria sicurezza possa essere compromessa dalle scelte militari di Washington.
Per Gause, la soluzione è tornare alla deterrenza, facendo capire a Teheran che nuove aggressioni contro i Paesi del Golfo provocherebbero una risposta militare americana. Washington dovrebbe però rinunciare all’obiettivo di rovesciare il regime iraniano, evitando di alimentare un conflitto più ampio. Il primo banco di prova sarebbe il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha acquisito un potere di interdizione che prima della guerra non esercitava.
La distinzione cruciale tra contenere l’Iran e tentare di cambiarne il regime è centrale anche nel ragionamento di Philip H. Gordon che è stato consigliere per la sicurezza nazionale dell’ex vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris. Sempre su Foreign Affairs, Gordon spiega come un ritiro completo priverebbe Washington degli strumenti per influenzare una regione le cui crisi continuerebbero comunque a coinvolgerla. Basta guardare al petrolio: è vero che gli Stati Uniti ne importano poco dal Golfo, ma il greggio ha un prezzo mondiale. Se le forniture si interrompono, aumentano anche i prezzi alla pompa negli Stati Uniti. E i rincari che frenano le economie europee e asiatiche finiscono per pesare sulle imprese americane. Teheran può così mettere sotto pressione Washington e i suoi alleati senza doverne affrontare direttamente la superiorità militare.
Il rapporto tra Washington e le monarchie arabe, del resto, va ormai ben oltre il petrolio. Gordon ricorda che i fondi sovrani dei Paesi del Golfo amministrano oltre cinquemila miliardi di dollari e detengono fino a duemila miliardi di attività finanziarie americane. A questi legami si aggiungono gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Ad Abu Dhabi è in sviluppo Stargate UAE, un grande polo di data center progettato per raggiungere una potenza di cinque gigawatt, con la partecipazione di OpenAI e Nvidia. In Arabia Saudita, Amazon ha annunciato con la società statale Humain investimenti per oltre cinque miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale..
La posta in gioco riguarda direttamente la competizione con la Cina. Le monarchie arabe dispongono dei capitali e dell’energia necessari a ospitare grandi centri di calcolo, ma dipendono dalle imprese americane per ottenere i semiconduttori più avanzati. Washington utilizza l’accesso a queste tecnologie per consolidare la propria influenza e limitare quella di Pechino. I governi del Golfo, invece, cercano di trasformare la ricchezza petrolifera in un ruolo nell’economia digitale, mantenendo margini di trattativa con entrambe le potenze. Un eventuale disimpegno americano avrebbe quindi conseguenze anche su rapporti industriali e finanziari sempre più strategici.
Ma anche mantenere l’attuale presenza militare comporta rischi crescenti. Caitlin Talmadge e Mara Karlin, in uno studio pubblicato dalla Brookings Institution, osservano che durante la guerra l’Iran ha colpito oltre duecento obiettivi in sette Paesi, danneggiando anche aerei radar e aerocisterne indispensabili alle operazioni americane. Teheran ha preso di mira persino i radar della difesa antimissile, cercando di compromettere i sistemi incaricati di intercettare i suoi attacchi.
La minaccia dei missili e delle mine iraniane ha limitato anche i movimenti delle navi americane, mostrando come un avversario militarmente inferiore possa ostacolare le operazioni statunitensi senza affrontarle direttamente. Per Talmadge e Karlin è un precedente preoccupante soprattutto in vista di un possibile confronto con la Cina, che dispone di capacità missilistiche più avanzate. Le due analiste chiedono al Pentagono di investire maggiormente nei sottomarini e nei sistemi senza pilota, riducendo la vulnerabilità delle proprie forze.
È anche per rispondere a queste debolezze che Gordon propone di ripensare la presenza militare americana nel Golfo. Le grandi basi permanenti, dove si concentrano uomini e mezzi, potrebbero essere sostituite da installazioni più piccole e distribuite sul territorio, in modo che un singolo attacco non comprometta intere operazioni. Parte delle funzioni di comando potrebbe essere trasferita negli Stati Uniti o in Europa, mantenendo la capacità di intervenire nella regione senza esporre altrettante forze ai missili iraniani. Ma una simile riorganizzazione richiederebbe un maggiore utilizzo delle basi europee e quindi la collaborazione dei governi alleati. Una dipendenza politicamente delicata, proprio mentre Trump continua a mettere sotto pressione i rapporti con la Nato.
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