❌

Normal view

Il “China shock 2.0” e la perdita di leva dell’Europa su Pechino

13 October 2026 at 13:10

Tre intese preliminari, concessioni circoscritte e un riequilibrio commerciale ancora lontano. La missione a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič, impegnato l’8 e 9 ottobre nelle consultazioni economiche tra Unione europea e Cina, si è conclusa con risultati modesti rispetto alla portata delle tensioni bilaterali. L’appuntamento arriva alla vigilia del Consiglio europeo del 15-16 ottobre, chiamato a confrontarsi anche sulla risposta alla pressione commerciale cinese – una dei grandi temi della sicurezza economica dell’Unione. La questione per Bruxelles supera ormai il perimetro dei dazi e delle concessioni reciproche: riguarda la capacità dell’Europa di conservare peso negoziale nei confronti di un concorrente che sta consolidando il proprio vantaggio industriale e tecnologico.

Alicia García-Herrero, senior fellow del think tank Bruegel, ha evidenziato la sproporzione tra i risultati delle consultazioni e la dimensione dello squilibrio commerciale. A fronte di un deficit europeo verso la Cina di circa 360 miliardi di euro, l’intesa sulla riduzione delle esportazioni cinesi di veicoli ibridi e plug-in riguarda un comparto il cui export verso l’Ue vale circa 15 miliardi. La riduzione dei dazi cinesi su alcuni prodotti europei, tra cui componentistica automobilistica, olio d’oliva e calzature, dovrebbe invece produrre risparmi per circa 225 milioni di euro. Il terzo risultato, un canale preferenziale per agevolare le licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti, resta subordinato alla discrezionalità di Pechino (e anche per questo l’Ue cerca, per quanto in ritardo con i tempi delle necessità strategiche, di creare un proprio programma operativo su questo settore).

Secondo García-Herrero, il problema riguarda anche le possibili contropartite. La Cina ha ottenuto un dialogo tecnico sul regolamento europeo relativo alle sovvenzioni estere, mentre le discussioni potrebbero investire i controlli sulle esportazioni di tecnologie a duplice uso e le restrizioni sugli inverter solari cinesi nei progetti finanziati dall’Ue. Il rischio, nella lettura dell’economista, è che Pechino utilizzi i risultati diplomatici per disinnescare la pressione politica a favore di strumenti commerciali più incisivi.

La debolezza del negoziato, tuttavia, potrebbe riflettere un problema più profondo. In un paper pubblicato a settembre da Chatham House, intitolato “China shock 2.0 and Europe’s industrial future”, James Kynge descrive una trasformazione della competitività cinese che rende sempre meno adeguata una risposta europea concentrata sulle sole distorsioni commerciali. Il vantaggio di Pechino non deriva più esclusivamente dai sussidi pubblici o dai bassi costi del lavoro, ma ormai si fonda su un sistema industriale integrato, alimentato da ricerca, automazione, infrastrutture digitali, capacità produttiva e filiere difficilmente replicabili.

I numeri restituiscono la dimensione del cambiamento. Secondo le proiezioni della United Nations Industrial Development Organization richiamate da Kynge, la quota cinese del valore aggiunto manifatturiero mondiale potrebbe raggiungere il 45% nel 2030, rispetto al 6% del 2000. Inoltre, da non sottovalutare, nel 2024 la Cina ha installato circa 295.000 robot industriali, più di tutti gli altri Paesi messi insieme – segno di una superiorità applicativa dell’AI nella robotica che è uno dei grandi temi della competizione globale sull’intelligenza artificiale, e non solo. La pressione competitiva cinese investe settori nei quali l’Europa conserva importanti capacità produttive: farmaceutica, macchine utensili, automotive ed energia eolica.

Il rischio è che l’erosione della base industriale europea si traduca progressivamente anche in una perdita di influenza economica. Quanto più le imprese europee dipendono da tecnologie, componenti e capacità produttive cinesi, tanto più complesso diventa per Bruxelles utilizzare restrizioni commerciali senza esporsi a costi significativi. Il confronto sulle terre rare e quello sui controlli tecnologici mostrano come le dipendenze industriali possano diventare strumenti negoziali.

È anche alla luce di questa trasformazione che assume rilievo la posizione franco-tedesca. In una lettera inviata il 5 ottobre alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron e Friedrich Merz hanno sostenuto che gli strumenti europei di difesa commerciale non sono più adeguati. I due leader propongono un meccanismo simile alla Section 301 statunitense, capace di limitare l’accesso al mercato unico in presenza di distorsioni commerciali sistematiche, insieme a strumenti per diversificare gli approvvigionamenti strategici e condurre indagini per settore.

La posizione di Berlino segnala un cambiamento significativo. Nell’ottobre 2024 la Germania si era opposta ai dazi europei sui veicoli elettrici cinesi, preoccupata dalle possibili ritorsioni contro i propri produttori. Ora è la stessa industria tedesca a subire la concorrenza cinese, anche in settori che avevano sostenuto per decenni la sua presenza sui mercati internazionali.

Resta però aperto un dilemma. García-Herrero insiste sulla necessità di dotare l’Ue di strumenti capaci di produrre maggiore leva commerciale. Kynge suggerisce una risposta più articolata: proteggere i settori sensibili per la sicurezza nazionale, ma attrarre investimenti tecnologici cinesi negli altri comparti, favorendo trasferimenti di competenze e contenuto produttivo locale. Una strategia che riconosce quanto sarebbe difficile rilanciare la competitività europea prescindendo dalle capacità industriali sviluppate in Cina.

Le due prospettive indicano esigenze complementari, ma anche una tensione irrisolta tra sicurezza economica e apertura agli investimenti. Il Consiglio europeo dovrà misurarsi con questa contraddizione. Le intese raggiunte da Šefčovič possono mantenere aperto il dialogo con Pechino, senza modificare necessariamente i rapporti di forza. Per Bruxelles, la questione è se riuscirà a rafforzare i propri strumenti commerciali mentre ricostruisce le capacità industriali da cui dipende, nel lungo periodo, la sua autonomia negoziale.

Trump mobilita la scienza americana. La nuova frontiera della competizione tecnologica

9 October 2026 at 15:02

La Casa Bianca vuole riportare la ricerca scientifica al centro della strategia di potenza americana. Con il summit Science: A New Golden Age, l’amministrazione di Donald Trump ha annunciato l’8 ottobre un pacchetto di iniziative che mobilita oltre sei miliardi di dollari tra governo federale, industria, università e fondazioni filantropiche. L’ambizione dichiarata è la più ampia riorganizzazione del sistema scientifico statunitense degli ultimi decenni, attraverso l’integrazione pressoché totale dell’intelligenza artificiale nei processi di ricerca e il rilancio delle grandi missioni tecnologiche nazionali.

Il programma sviluppa le indicazioni del rapporto Science: A New Golden Age, elaborato nei mesi scorsi da Michael Kratsios, direttore dell’Office of Science and Technology Policy. Il documento propone di ripensare le modalità con cui gli Stati Uniti finanziano, organizzano e conducono la ricerca, adattandole a un contesto nel quale la disponibilità di capacità computazionale, dati e infrastrutture sperimentali sta diventando determinante quanto il talento scientifico.

La principale novità riguarda la Genesis Mission, il programma federale per accelerare la scoperta scientifica attraverso l’AI. Undici partner industriali hanno annunciato impegni per 2,4 miliardi di dollari in strumenti e crediti di calcolo. Nvidia contribuirà per un miliardo, AMD per 500 milioni, OpenAI per 200 milioni, Anthropic e Google per 150 milioni ciascuna. Le risorse si inseriscono in un’iniziativa già sostenuta da oltre cinque miliardi di dollari di impegni federali annunciati a luglio.

Washington intende collegare laboratori nazionali, università, sistemi di supercalcolo e piattaforme di intelligenza artificiale, mettendo queste capacità a disposizione di programmi di ricerca coordinati. Sono previsti nuovi poli regionali di calcolo scientifico, oltre 100 milioni di dollari per strumentazione avanzata e laboratori autonomi, e un investimento da un miliardo in Georgia per infrastrutture computazionali e formazione.

Il ritorno delle grandi missioni nazionali

L’iniziativa comprende programmi che spaziano dalla biologia computazionale all’energia nucleare spaziale. Una collaborazione da 1,8 miliardi di dollari tra National Institutes of Health, Dipartimento dell’Energia e Biohub punta a sviluppare modelli virtuali dei sistemi biologici, mentre una competizione da 215 milioni sosterrà applicazioni scientifiche del calcolo quantistico.

NASA e Dipartimento dell’Energia lavoreranno inoltre allo sviluppo di sistemi nucleari destinati all’esplorazione spaziale, compresi un veicolo diretto verso Marte, il cui lancio è previsto nel 2028, e un reattore a fissione sulla superficie lunare.

Accanto agli investimenti, l’amministrazione promuove nuovi modelli istituzionali, come gli X-Labs, organizzazioni multidisciplinari concepite per affrontare problemi scientifici complessi con maggiore autonomia rispetto alle strutture accademiche tradizionali.

Il riferimento esplicito al Progetto Manhattan, che durante la Seconda guerra mondiale portò allo sviluppo della prima bomba atomica, e al programma Apollo, che nel 1969 condusse l’uomo sulla Luna, rivela la dimensione politica dell’iniziativa. Trump intende recuperare una tradizione americana nella quale il governo federale mobilita risorse pubbliche e private intorno a obiettivi scientifici considerati di interesse nazionale.

Il capitalismo tecnologico diventa politica di potenza

È probabilmente questo l’aspetto più significativo del programma, quello che acquisisce valore strategico. L’amministrazione americana sta cercando di costruire un nuovo rapporto tra Stato, ricerca e industria tecnologica, nel quale le capacità sviluppate dalle grandi aziende dell’AI diventano parte dell’infrastruttura scientifica nazionale.

La trasformazione risponde anche alla crescente intensità della competizione con la Cina. La leadership nei modelli di intelligenza artificiale rappresenta un vantaggio importante, ma la sua rilevanza strategica dipenderà dalla capacità di tradurla in progressi nella biotecnologia, nei materiali avanzati, nell’energia, nella manifattura e nelle applicazioni militari.

Washington sembra dunque voler sfruttare uno dei principali punti di forza del sistema americano: la capacità di combinare capitale privato, ricerca universitaria e infrastrutture federali, orientandoli verso priorità condivise. È una forma di politica industriale che attribuisce allo Stato un ruolo di indirizzo senza rinunciare alla centralità delle imprese tecnologiche.

La scelta presenta tuttavia alcune contraddizioni. La mobilitazione annunciata arriva dopo una stagione di tagli e contestazioni ai finanziamenti federali alla ricerca. Inoltre, il crescente peso dei grandi operatori privati potrebbe rendere l’accesso alle infrastrutture scientifiche sempre più dipendente da un numero ristretto di aziende. Resta da verificare quanto gli impegni dichiarati produrranno investimenti effettivi e risultati scientifici misurabili.

La sfida americana riguarda quindi anche la sostenibilità istituzionale del progetto. Le grandi missioni scientifiche richiedono continuità, finanziamenti prevedibili e capacità di attrarre talenti, condizioni che devono sopravvivere ai cicli politici.

Perché interessa l’Italia

La strategia americana possiede anche una dimensione internazionale. Il 4 ottobre, a Kyoto, gli Stati Uniti e altri sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto la Kyoto Vision for a Golden Age of Science, una dichiarazione che promuove nuovi modelli di ricerca, l’accesso condiviso alle infrastrutture scientifiche e l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei processi di scoperta.

L’adesione italiana si inserisce in una cooperazione già avviata con Washington su calcolo avanzato, tecnologie quantistiche, biotecnologie e ricerca nucleare. Si aggiunge inoltre alla partecipazione di Roma a Pax Silica e agli accordi bilaterali sulle materie prime critiche.

Sono iniziative distinte, ma riconducibili a una medesima evoluzione strategica: gli Stati Uniti stanno organizzando reti di partner affidabili lungo una filiera che collega risorse, infrastrutture digitali, capacità industriali e produzione della conoscenza. Per l’Italia, dotata di competenze scientifiche e manifatturiere rilevanti, la questione sarà trasformare l’allineamento politico in accesso concreto a tecnologie, infrastrutture e programmi di ricerca, preservando al tempo stesso il proprio ruolo nell’ecosistema europeo. Il momento è adesso, sembrano dire le varie iniziative che lancia la Casa Bianca

Anche perché la posta in gioco supera il perimetro della politica scientifica. Nella visione che prende forma a Washington, la capacità di produrre conoscenza diventa sempre più direttamente una componente della potenza nazionale e delle alleanze internazionali.

La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)

8 October 2026 at 13:13

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.

La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.

Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.

“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.

Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.

Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.

Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.

Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.

L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.

Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.

Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.

Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.

Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.

La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.

La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.

Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link

❌