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Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon

14 October 2026 at 16:33

Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il debitore.

Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni: conosciamo la ricetta a memoria.

Ciò che nessuno discute è l’altra parte del problema: se ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il diritto del creditore rimane intatto?

Il creditore applica interessi in quanto assume un rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza, il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri.

I profitti vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio.

Quando un privato, un’azienda, uno Stato (il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d’interesse più elevati motivati dall’aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più quando si è più fragili.

La crisi fa aumentare i tassi d’interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei popoli.

È l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.

Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura! Uno Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione.

Può concentrarsi sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.

Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni, chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico, ma politico.

Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del debito, o i cittadini con la recessione, l’inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni pubblici?

Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché raramente venga ammesso.

Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore. Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.

Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei tassi e nelle condizioni del credito è un’altra.

La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo sacro.

Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo, mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso futuro.

Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina un effetto valanga.

Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.

Un’azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori.

L’indebitamento è un meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.

Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il tracollo del debitore.

La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell’antichità l’usura era illegale ed esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani sino all’Islam.

Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema è esigere altro sangue.

O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni politiche.

Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni – tranne il creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità.

La tesi di Marco Della Luna è che il sistema finanziario – apolide e nemico dei popoli – con il dominio dell’emissione monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”.

I monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets”.

L’immissione crea inflazione che non li danneggia, giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro – autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile – diventano creditori universali.

Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.

L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano invariati.

Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato.

L’economista Richard Cantillon nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi e, da lì, si propaga come un’onda. L’ordine di arrivo dellìonda decide chi vince.

In una miniera i primi a spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga e i prezzi cominciano a salire.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione.

Stesso fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative easing.

Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema bancario. Meglio del mago Houdini.

Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset – azioni, obbligazioni, immobili, aziende – sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali, ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente.

La minoranza ricca possiede beni e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato non hanno sperimentato alcun quantitative easing.

Hanno ricevuto inflazione; prima quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito.

Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede quasi tutto.

Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.

Il tasso d’inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. L’effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della redistribuzione asimmetrica.

La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il meccanismo.

La moneta entra sempre dallo stesso lato e ogni onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non c’è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei monopolisti della moneta.

Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice”.

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Contro la teologia politica scientista

10 October 2026 at 12:02

Giorgio Agamben spicca per curiosità intellettuale, capacità analitiche e spirito ribelle nei confronti dell’attuale situazione sociale, politica e culturale. Di formazione poliedrica, il suo pensiero riflette l’influenza di pensatori assai diversi tra loro, Carl Schmitt, Michel Foucault, Martin Heidegger, Max Weber, Karl Marx, Franz Kafka, Tommaso d’Aquino, Aristotele, San Paolo, Baruch Spinoza. La sua opera più importante è il monumentale Homo Sacer, in cui sviluppa una complessa quanto ambiziosa indagine filosofica sulla politica occidentale. Agamben individua una logica violenta che chiama macchina antropogenetica, in virtù della quale la vita naturale si qualifica come vita umana. Ciò gli consente di stabilire una continuità tra le teologie politiche premoderne e la biopolitica liberale contemporanea.

La pandemia ha stimolato in Agamben incisive riflessioni sulle conseguenze politiche, sociali e culturali. Le condotte di massa dimostravano, da un lato, che le società occidentali non credono che alla “nuda vita” (zòe), pronte quindi a sacrificare tutto in cambio della sicurezza. In termini schmittiani, ciò conduce a uno stato di eccezione permanente che mette in discussione i fondamenti delle democrazie liberali. Dall’altro lato, significa il trionfo della scienza sulla religione. Il sapere scientifico è secondo Agamben “la vera religione del nostro tempo” e la sua egemonia dimostra il fallimento del cattolicesimo, spogliato della dimensione veritativa spirituale a favore di un generico umanitarismo. Stiamo assistendo all’instaurazione di una teologia politica scientista, “in cui gli esseri umani credono di credere”; il suo fondamento è la “religione medica”.

Il tentativo di sostituire la religione trascendente con la scienza non è nuovo. Risale all’Illuminismo, a figure come D’Holbach, La Mettrie, Helvétius, Condorcet; poi al pensiero positivista di Auguste Comte a metà del XIX secolo. Il pensatore francese concepiva la conoscenza scientifica in senso dogmatico. Non si considerava un rivoluzionario, sebbene le sue idee abbiano avuto conseguenze rivoluzionarie. Aborriva l’anarchia prodotta dalla Rivoluzione Francese e credeva che solo la scienza potesse stabilire un “potere spirituale” (?) abbastanza forte da garantire stabilità sociale. Arrivò a dichiararsi ammiratore dei filosofi controrivoluzionari Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Il suo modello organizzativo era la Chiesa cattolica e si considerava il papa della nuova religione “positiva” di cui gli scienziati sarebbero stati i sacerdoti. Teorizzò una sorta di provvidenzialismo storico attraverso la legge dei tre stadi – teologico, metafisico e infine positivo – i passaggi evolutivi di tutte le società civilizzate. L’impronta positivista fu molto profonda e permeò tutte le ideologie politiche dell’epoca: socialismo, liberalismo e anche conservatorismo.

Il termine scientismo fu introdotto dal filosofo, storico e filologo francese Ernest Renan, uno dei profeti della modernità nel fondamentale testo Il futuro della scienza, scritto nella temperie rivoluzionaria del 1848 ma pubblicato nel 1890. Come Comte, Renan non era un rivoluzionario. Sacerdote spretato, scandalizzò i cattolici con la Vita di Gesù, interpretazione laica e immanente della figura di Cristo. Tuttavia, la sua filosofia sociale e politica era profondamente conservatrice. Dopo la sconfitta francese a Sedan (1870) e la rivolta della Comune di Parigi (1872), pubblicò testi in cui propugnava per la Francia un regime politico analogo a quello tedesco guglielmino di Bismarck. Ne La dottrina del fascismo, Benito Mussolini e Giovanni Gentile affermarono che Renan aveva avuto illuminazioni pre-fasciste.

Renan sosteneva che la conoscenza scientifica avrebbe sostituito la religione come fondamento delle società, risolto i problemi della vita e distrutto i pregiudizi. L’ideale scientista, ottimista e progressista, ricevette pesanti critiche a fine secolo XIX con l’emergere del pensiero di Nietzsche, dell’ermeneutica, del neoidealismo, dello storicismo e del marxismo. Fu poi influenzato dalle due guerre mondiali, che mostrarono come la scienza possa produrre tanto avanzamento di civiltà quanto distruzione e nuove forme di potere. Soprattutto è incapace di offrire orizzonti di senso. Nel Tractatus Logico-Philosophicus, Ludwig Wittgenstein osservava: “Sentiamo che anche se si trovassero risposte a tutte le possibili domande scientifiche, i nostri problemi vitali non sarebbero minimamente risolti”. Per il filosofo austriaco “il mistico”, l’inverificabile, resta l’ elemento decisivo dell’esperienza umana.

La scienza, per sua stessa natura e dinamica, è incapace di stabilire confini etici. Ciò è oggi evidente nei dibattiti riguardanti l’ aborto, la manipolazione genetica, i progetti per eliminare i neonati con disabilità, la maternità surrogata, il transumanesimo, l’eutanasia. Un notevole contributo allo scientismo arrivò dal Circolo di Vienna, sorto nel 1924, le cui figure principali furono Moritz Schlick, Rudolf Carnap, A.J. Ayer. Il volume collettivo Positivismo logico sosteneva un empirismo radicale, ritenendo priva di senso qualsiasi metafisica. Solo il principio induttivo e la verifica potevano avere legittimità scientifica. Il positivismo logico declinò alla fine degli anni Cinquanta a causa della sua debolezza epistemologica.

Lo scientismo continua ad avere ferventi sostenitori. Alcuni anni fa è stato pubblicato Elogio dello scientismo del filosofo argentino Mario Bunge. Non della scienza, ma dello scientismo! I bersagli di Bunge sono le correnti postmarxiste della Scuola di Francoforte, la sociologia della scienza, il postmodernismo, la religione, la psicoanalisi, tutte accusate – con non poche ragioni – di irrazionalismo. Lo scientismo è la filosofia della tecnocrazia, il governo degli esperti. Ultimamente è emersa una singolare tendenza detta Illuminismo Oscuro, i cui principali esponenti sono Curtis Yarvin, Nick Land, Peter Thiel, Marc Andreessen. Alcuni etichettano questa corrente intellettuale come neoreazionaria e la collegano al pensiero conservatore. Non siamo d’accordo: ricorda piuttosto le utopie scientiste del XIX e XX secolo. Lo dimostra il suo sostegno al transumanesimo, al tecnofuturismo e all’accelerazionismo. Si tratta di una nuova declinazione dello scientismo, nettamente anticonservatrice e antitradizionale. Non ha validità alcuna il tranciante giudizio di tecnofascismo (Donatella Di Cesare).

L’uomo non può rinunciare alla scienza: tutt’altro. Deve usare la ragione critica contro la teologia politica secolare e scientista per collocarla al suo autentico livello: uno strumento al servizio della specie umana. A questo proposito, è essenziale l’opera di Karl Popper, che sottolineò i limiti del neopositivismo e dello scientismo. Popper, liberale, proveniva dalla tradizione razionalista, ma dopo aver criticato il neopositivismo, si inclinò verso un “razionalismo critico”. Sostenne, utilizzando la logica matematica, che la metafisica può avere un significato. Attraverso il metodo ipotetico-deduttivo affermò che un’ipotesi non può mai essere definitivamente provata, ma al massimo “corroborata” e sottoposta al tentativo di falsificazione per provarne la validità. Cercò altresì di liberare la scienza dal dogmatismo.

Le obiezioni di Popper hanno lasciato un segno profondo nella filosofia della scienza. Senza di lui non ci sarebbe stata la svolta nel pensiero scientifico guidata da Thomas Kuhn, Imre Lakatos e Paul Feyerabend. Con loro la scienza ritorna ciò che deve essere: un raffinato strumento. Tutte le critiche citate sarebbero sufficienti a respingere lo scientismo come alternativa filosofica, culturale e politica; eppure chiunque contraddica le sue argomentazioni viene ancora definito oscurantista, negazionista o revisionista. Temi come il cambiamento climatico, le pratiche biopolitiche, l’energia nucleare, vengono affrontati da una prospettiva dogmatica scientista. Può sussistere un consenso maggioritario su alcuni temi, ad esempio sulla questione del riscaldamento globale, ma non c’è unanimità ed il dibattito rimane assolutamente necessario. Tutto va messo in discussione.

Anche nella scienza le maggioranze non hanno necessariamente ragione. Le figure di Copernico, Galileo, Newton ed Einstein lo dimostrano. Il consenso è revocabile anche in campo scientifico. I paradigmi dominanti (Thomas Kuhn) prevalgono per un certo periodo e vengono poi sostituiti da altri. Un esempio: potrebbe apparire plausibile produrre esclusivamente auto elettriche, ma da dove verrà l’energia per caricare miliardi di batterie se l’acqua, il vento e altre risorse naturali dovessero esaurirsi? Contro la teologia politica scientista, l’antidoto è sempre la ragione critica. E un’etica aperta al trascendente.

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Nell’era dell’intelligenza artificiale serve ancora qualcuno dall’altra parte

9 October 2026 at 03:45

La guerra in Ucraina, quando finirà – e speriamo che questa assurdità cessi al più presto – offrirà come tutti i conflitti un’enorme mole di argomenti per studi di ogni genere e sarà vivisezionata secondo mille ottiche diverse. Sicuramente una delle angolazioni più interessanti e ispiratrice di copiosi approfondimenti sarà quella intelligence, e già ora sono disponibili innumerevoli contributi e documenti al riguardo.

Se ci focalizziamo sull’inizio del conflitto, possiamo immediatamente riconoscere un successo delle intelligence statunitense e britannica nel raccogliere, analizzare, interpretare e diffondere correttamente il quadro informativo circa capacità ed effettive intenzioni della Russia nei confronti di Kyjiv. La dettagliata e corretta intelligence elaborata dai due partner anglosassoni ne ha ripristinato primazia e credibilità anche per coloro che ne avevano decretato la perdita di prestigio dopo il dossier Iraq.

Parallelamente a questo innegabile successo, le prime settimane del conflitto sono però state caratterizzate da una ben più lunga lista di fallimenti intelligence. Per il campo angloamericano, lasciando da parte per il momento le difficoltà a farsi ascoltare da molti partner e alleati, un fallimento ha riguardato la corretta valutazione delle effettive capacità e della determinazione dell’Ucraina a resistere all’invasione. In casa ucraina, sono palesi gli errori commessi dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky nelle fasi immediatamente antecedenti l’attacco russo nel leggere la situazione che si stava creando; a questo ha, con ogni probabilità, concorso una perlomeno non ottimale copertura informativa interna. Anche Mosca ha commesso errori di valutazione e di interpretazione di intenzioni e capacità, giungendo all’errata conclusione che la campagna si sarebbe conclusa con un blitzkrieg di successo. Infine, qui nella vecchia Europa i ripetuti avvertimenti e allarmi provenienti da oltreoceano si sono infranti di fronte a un profondo scetticismo di gran parte delle capitali, tanto che il giorno dell’invasione il presidente del Bnd, ovvero del Servizio di intelligence estera della Germania, si trovava a Kyjiv e se ne rese necessaria l’estrazione di urgenza a opera di un team delle forze speciali di Berlino.

I vari post mortem condotti in campo occidentale da esperti veri o presunti, giornalisti e studiosi hanno evidenziato molti fattori, tutti corretti, per spiegare le difficoltà e gli errori delle intelligence specie europee. Tra di essi, spiccano bias di conferma, eccessiva importanza attribuita al parametro razionalità delle decisioni, diffidenza nei confronti delle capitali responsabili del caso Iraq, incidenza di valutazioni economiche, impatto di narrative negative su ruolo e futuro di formati quali Nato e Unione europea e così via.

Tra tutti questi contributi e analisi, ha invece attirato poca attenzione un pur coraggioso e illuminante atto di autodafè dell’intelligence olandese. Secondo notizie di stampa – originate da quella che è apparsa immediatamente una fuga di notizie voluta, alimentata e coordinata dai vertici di Aivd e Mvid – l’errore di valutazione circa le reali intenzioni russe sarebbe stato dovuto all’eccesso di fiducia, attendibilità in gergo intelligence, attribuito a quanto riferito da un’unica fonte umana, che in passato aveva sempre fornito intelligence corretta e preziosa. Quanto fatto filtrare dagli olandesi si rispecchiava in parte in successive dichiarazioni del presidente del Bnd, lo sfortunato visitatore, che affermava che il suo servizio soffriva, tra le altre limitazioni, della scarsità di fonti umane (da questa e altre analisi interne scaturirà in seguito la proposta di profonda riorganizzazione e di ampliamento degli strumenti del Bnd attualmente in fase di esame e probabile prossima approvazione).

Quasi in silenzio, di soppiatto, improvvisamente rientra in gioco il fattore umano, la spia in carne e ossa. Ma cosa poteva apportare di nuovo e determinante la human intelligence (Humint) che non fosse già noto e conosciuto attraverso le tante intelligence tecniche, come signals intelligence (Sigint), imagery intelligence (Imint), electronic intelligence (Elint), eccetera? Poteva aprire la conoscenza verso il fattore umano dell’avversario, esplorarne e capirne le motivazioni profonde, gli stati d’animo, amicizie e inimicizie, paure, sogni e aspirazioni; in altre parole, poteva illuminarne le vere, profonde intenzioni. Avrebbe, in sintesi, permesso di valutare con maggiore precisione il rapporto tra le capacità – chiaramente e univocamente riconosciute, sotto forma di schieramenti, dotazioni, unità – e cosa ne volessero realmente fare i decisori. Avrebbe apportato quel valore aggiunto, di esclusiva proprietà del detentore della fonte, in grado di far spostare con un contributo apparentemente minore il peso finale della bilancia.

È palese come il reclutamento di una fonte che sia allo stesso tempo affidabile, gestibile e in grado di riferire su aspetti così vitali per la sicurezza costituisca un’impresa estremamente complessa e rischiosa. Tuttavia, va sgombrato il campo dal preconcetto che per essere efficace anche ad altissimi livelli la fonte debba necessariamente appartenere al più immediato inner circle del decisore avversario. Prossimità, infatti, non sempre corrisponde ad accesso informativo, specie quando si tratta di dinamiche così sensibili e protette con attenzione; anche una risorsa apparentemente lontana dalla stanza dei bottoni può rivelarsi preziosissima e causare danni enormi all’organizzazione di appartenenza.

Questo è il motivo per cui gli addetti alla cifra sono da sempre prime game per ogni servizio di intelligence, in quanto da loro transita tutto il flusso delle comunicazioni più riservate. Un caso di scuola in questo campo è quello di Victor Sheymov, elemento centrale del sistema di comunicazioni protette del Kgb che defezionò negli Stati Uniti (da leggere la sua autobiografia “Tower of Secrets”, oramai reperibile quasi esclusivamente nel mercato dell’usato). Ma anche un semplice archivista può rivelarsi un vero gioiello, come dimostrato dalla vicenda di Vasilij Mitrokhin.

Se gli olandesi avessero avuto a libro paga almeno un’altra fonte, in grado di contribuire al processo di validazione dell’unico loro informatore, forse sarebbero giunti a conclusioni più vicine a quella che si è poi rivelata essere la corretta realtà. Lo stesso discorso vale per il Bnd, che ha ufficialmente riconosciute le proprie carenze anche in questo campo. Vale anche per gli Stati Uniti, che con una più chiara lettura delle dinamiche psicologiche di Zelensky e di quelle motivazionali della popolazione ucraina avrebbero potuto evitare errori e organizzare al meglio la propria risposta.

Ci troviamo ora in piena rivoluzione globale, causata dall’avvento e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e viene spontaneo chiedersi se questo approccio all’intelligence mediante il ricorso a fonti umane, ovvero la human intelligence, abbia ancora senso e valore. Tornando indietro di un paio di decenni, all’epoca che oramai sembra preistorica della diffusione di Internet, si possono rintracciare dibattiti incentrati sulla stessa domanda e molti preconizzavano la futura irrilevanza della Humint, superata dalle potenti tecnologie emergenti. La realtà si è rivelata essere molto diversa e, semmai, la Humint negli anni è diventata ancor più preziosa che in passato.

La stessa valutazione può essere razionalmente sostenuta rispetto a ciò cui assistiamo ai giorni nostri.

L’intelligenza artificiale ha già portato profondi cambiamenti nella pratica intelligence e questi mutamenti stanno portando a un processo di democratizzazione dell’accesso a strumenti di acquisizione, ricerca e assemblaggio di informazioni, sinora dominio esclusivo di strutture governative o aziende altamente specializzate. Inoltre, l’intelligenza artificiale ha la capacità di influenzare i processi di percezione e costruzione dell’ambiente cognitivo che sottende alle dinamiche decisionali. Tuttavia, quello che ancora non riesce a fare è sondare in profondo l’animo, il cuore, la “pancia” che alla fine saranno i motori delle decisioni degli avversari e dei competitor. Per questo, l’unico vero strumento di superiorità informativa rimane una fonte ben piazzata.

Consideriamo un altro aspetto. Con i progressi nella crittografia quantistica, ci stiamo avvicinando a grandi passi al Q-Day, giorno a partire dal quale tutti gli attuali sistemi di protezione delle comunicazioni e dei dati saranno perfettamente leggibili da chi disporrà della necessaria tecnologia. Questa esposizione in massa di dati e la necessità di proteggere comunque le informazioni più segrete riporterà in auge vecchie metodologie di scambio, basate su vettori umani: di nuovo, ecco qualcosa che pensavamo destinato al tramonto.

Un capitolo a parte merita lo spionaggio industriale, un settore dove l’applicazione di strumenti nuovi – quali piattaforme professionali come LinkedIn e sistemi open di comunicazione cifrata – si è fusa con una ricerca a tappeto di fonti inserite nei contesti di maggiore interesse e sensibilità. Dettagliati e aggiornati database, disponibili pubblicamente, certificano quanto questa Humint supportata dalla tecnologia costituisca non solo oramai un fenomeno diffuso ma configuri una delle principali armi nella competizione per la superiorità in campo industriale, cibernetico, medico e persino alimentare.

La vecchia, classica Humint appare a buon titolo continuare a offrire uno strumento irrinunciabile per un’efficace attività di intelligence, anche in un momento nel quale l’offerta sempre più ampia di intelligence tecnica e il proliferare di declinazioni dell’intelligence in forme piuttosto singolari (le -int più disparate) aveva fatto perdere di vista l’esistenza e l’importanza di questa che molti operatori di intelligence considerano non a caso una vera arte.

Come tutti gli sviluppi tecnologici che sono occorsi nei secoli, anche l’intelligenza artificiale avrà effetti profondi in questa specialità, e il futuro ne introdurrà di nuovi. L’importante è quindi soffermarsi ad approfondire quali siano questi effetti e come la Humint si possa e debba evolvere. Trattandosi però di interagire con persone reali, al centro rimarrà sempre l’animo umano, con tutta la sua complessità e le sue sfumature. La conoscenza della Humint e delle sue peculiarità reali esula e trascende il mero spettro dello spionaggio e può diventare uno strumento utile per perseguire un vantaggio competitivo, per alimentare con contenuti originali e di qualità i processi decisionali e, perché no visto che siamo tutti potenziali prede, per proteggere se stessi e le organizzazioni o aziende di appartenenza dall’operato di avversari e competitor. Non da ultimo, smaliziarsi in qualche piccola tecnica Humint può essere utile anche nella sfera personale, aiutandoci a capire meglio gli altri e a costruire delle relazioni strategiche di mutuo beneficio.

 

Un corso di formazione per approfondire
“Humint Pro” è il titolo del corso teorico-pratico che l’Istituto Gino Germani organizzata nell’ambito della sua scuola Scuola di formazione in intelligence e analisi strategica. Si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 28-29-30 ottobre 2026. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili. Tutte le informazioni qui.

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Amazon riporta i tablet in Italia: Android 16, Google Play e Alexa+ a partire da 229,99 euro. Prime impressioni

8 October 2026 at 14:00
Il modello di punta è Alexa Tablet 12 Pro: scocca unibody in alluminio, schermo opaco e Pro Pen e Pro Keyboard come accessori. Per tutti Alexa+ integrata, l'accesso al Play Store di Google e una modalità di lettura Kindle che garantisce fino a 20 ore di autonomia. I nuovi tablet Amazon in Italia dal 19 ottobre.... Leggi tutto

Il futuro di Windows 11 è un PC con Copilot che usa il computer al posto tuo

7 October 2026 at 21:00
Windows traccia la strada per un futuro dove desktop e AI si dovranno inevitabilmente incontrare: nelle prossime versioni del sistema operativo arriverà la ricerca nella taskbar con azioni rapide, Copilot organizzerà e modificherà i file del PC e le app Windows saranno create da un prompt. Usando IA locale e in cloud.... Leggi tutto

Non credo nelle istituzioni

7 October 2026 at 13:15

Non credo nelle istituzioni perché le osservo all’opera. Due esempi recentissimi: la procura della repubblica di Roma, la pubblica accusa, ha chiesto l’archiviazione per i responsabili dell’attacco alla sede dell’associazione Pro Vita. Il gentile slogan dei buontemponi assalitori era: “i Provita si chiudono col fuoco, ma con i provita dentro, sennò è troppo poco”. Detto fatto, dopo aver spaccato una vetrina hanno lanciato all’interno una bottiglia incendiaria che non ha prodotto danni eccessivi per puro caso. Ragazzate, non meritano di essere processati, dice la magistratura addetta all’accusa. Inutile citare analoghe situazioni di segno opposto trattate diversamente. So per esperienza che la neutralità delle istituzioni – vanto del pensiero liberale – è, nel migliore dei casi, un racconto per ingenui . Ora sappiamo che si può assaltare impunemente la sede del movimento Provita. Delizie della democrazia. Nel frattempo si accumulano notizie di condotte sconcertanti del prestigioso Ris, braccio scientifico dei Carabinieri, che avrebbe nascosto esiti d’analisi e indirizzato le indagini contro l’allora indiziato del delitto di Garlasco del 2007.

Mi indigno senza stupirmi. Ho conosciuto per diretta esperienza l’apparato pubblico; so quanto conti fare carriera, essere dalla parte dei superiori senza porre domande , spesso ignorando gli interessi e i diritti di chi – malcapitato – si trovava nel mirino dei detentori di un potere delegato. Nulla di nuovo; la differenza rispetto al passato è che non si rispettano più nemmeno le forme. Conta, come in ogni ambito della società, il successo a ogni costo, l’avanzamento, la pubblica esibizione. Alcune categorie di funzionari pubblici, come i magistrati, hanno conquistato un potere immenso , frutto di effetti perversi del cosiddetto “stato di diritto “ e della debolezza della politica.

Lo Stato liberale non è affatto tale rispetto al diritto di parola, riunione e associazione. In molte città le attività di movimenti o soggetti sgraditi alla galassia progressista vengono sistematicamente spostate o impedite dal semplice annuncio della mobilitazione di minoranze facinorose dotate evidentemente di coperture importanti. Tutto questo sotto un governo autodefinito di centrodestra. Poliziotti e cittadini che si difendono dalle aggressioni sono processati e spesso condannati. Le istituzioni di ordine pubblico sono svuotate di funzioni. Ordini professionali come quello dei medici hanno mostrato in tempo di pandemia di essere al servizio del potere. Non pochi sanitari lavorano attivamente per impedire il rimpatrio di immigrati irregolari attraverso certificazioni “dubbie”, unico aggettivo per evitare denunce: un altro dono della finta libertà.

L’elenco potrebbe continuare, ma il nocciolo della questione è che le istituzioni sono al servizio del potere e sempre più spesso alibi e privilegio di chi ne fa parte. Parole come democrazia e diritto diventano vuote, maschere, espedienti per far tacere chi non è d’accordo o semplicemente chiede spiegazioni. Dovremmo forse credere all’istituzione per eccellenza, il parlamento, che promulga una legge elettorale truffaldina, con capilista bloccati e preferenze solo a candidati in gran parte privi della possibilità di essere eletti? E’ la classe politica dominante di ogni orientamento a scegliere gli elettori, piazzando i fedeli nei collegi considerati sicuri, non il contrario. Addirittura indegno è il sistema della raccolta delle firme a sostegno delle candidature . Sono esentati i gruppi già presenti in Parlamento – lo ius primae noctis dei feudatari politici – mentre a tutti gli altri sono imposte centinaia di migliaia di sottoscrizioni certificate. Finora non possono abolire le elezioni, ma sono bravissimi a neutralizzarne gli effetti.

Quasi nessun atto della vita quotidiana, nessun diritto può essere esercitato concretamente se non si possiedono e si sanno utilizzare apparati artificiali. Districarsi tra app ed operazioni obbligatoriamente online è un altro segno dell’inimicizia delle istituzioni verso noi sudditi. E’ probabilmente contrario all’articolo 3 della costituzione ( la più bella del mondo, beninteso …) ma a chi ricorrere, giacché le istituzioni dette di garanzia sono presidiate dai più alti funzionari del sistema? La persona onesta, oggi più di ieri, è indifesa dinanzi a un potere nemico. Ernst Juenger esortava a “passare al bosco”, ossia a prendere atto dell’impossibilità di cambiare le cose dall’interno. Oggi è peggio: la potenza della tecnologia ci raggiunge ovunque. Impossibile vivere senza nulla chiedere ma anche senza essere inseguiti dagli infiniti obblighi, dalle regole e dalle trappole del sistema, vigilate da istituzioni ostili, che inverano le conclusioni di Michel Foucault: sorvegliare e punire all’interno di un dispositivo di potere sulla vita.

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Francia e Spagna, due crisi parallele

6 October 2026 at 13:02

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, dicevano gli irresistibili Blue Brothers . Così sta capitando in Francia e Spagna, solo che i duri – chi governa il sistema – tirano i fili senza entrare direttamente in campo.  Nei due paesi sono in corso prove tecniche di rivolta preventiva della sinistra radicale, aizzata dai padroni del progressismo internazionale ( Soros in testa), contro la probabile vittoria elettorale di forze politiche nazionaliste e liberalconservatrici ora all’opposizione. In Francia si eleggerà in aprile il nuovo presidente e la favorita è Marine Le Pen. In Spagna il governo Frankenstein di socialisti e sinistra radicale, appoggiato da tutte le forze separatiste di destra, centro e sinistra, è a fine corsa tra scandali, corruzione, impopolarità, incapacità di bloccare l’invasione di immigrati nell’exclave di Ceuta, fomentata dal Marocco. Pedro Sànchez, idolo appannato dei progressisti nostrani, ha dovuto anticipare il voto al 29 novembre prossimo.

L’oligarchia dominante non gradisce governi definiti di destra, benché riesca poi a controllarli agevolmente, come dimostra il caso italiano. Tuttavia abbandona senza rimpianti i suoi referenti progressisti quando hanno esaurito il loro compito, ovvero- è il caso di Francia e Spagna – nel momento in cui l’impopolarità è troppo evidente. In Francia tenteranno forse di lanciare in extremis nella corsa presidenziale un diverso Macron al posto dello spremuto marito di Madame Brigitte. In Spagna riusciranno a infiltrare senza difficoltà il probabile governo di centrodestra. Nel frattempo soffiano sul fuoco delle piazze. In Francia è in corso una rivolta delle scuole, i cui protagonisti sono prevalentemente giovani di origine immigrata. Gli incidenti, come è tradizione transalpina, sono pesanti: centinaia di scuole occupate o bruciate, un numero incalcolabile di insegnanti picchiati, qualcuno ferito con acidi o lanciafiamme artigianali, violenze di strada. Il tutto senza che il governo sappia (o voglia) risolvere la questione. Il partito di ultrasinistra La France Insoumise dell’ex ministro socialista Mélenchon getta benzina sul fuoco , cercando di estendere la rivolta al diffuso scontento sociale e tentando la saldatura con il tessuto islamista delle periferie e con le comunità immigrate. Probabilmente neppure i capi religiosi sono in grado di tenere a bada orde di giovani nordafricani animati da un mix di nichilismo distruttivo e dal desiderio selvaggio di saccheggio consumista.

La bomba sociale avverte preventivamente Marine Le Pen e il suo delfino Jordan Bardella: se vincerete le elezioni, vi aspetta il peggio. Intanto la macchina del fango sistemica è al lavoro; accusa di antisemitismo non le orde magrebine, ma Bardella.  La sensazione è che non sia più contenibile il malessere, l’odio dei “nuovi francesi” per la république che non hanno scelto, che non li sa più assimilare ( sono troppi)  e li respinge nei fatti nonostante le magniloquenti promesse. Sarà essenziale la scelta di campo di vari poteri forti: l’ apparato pubblico, l’alta borghesia industriale e finanziaria, la numerosa, potente comunità israelitica, la massoneria che storicamente ha espresso tutti i presidenti tranne il generale De Gaulle.  Per ora, sono aizzati i risentiti, i rivendicativi, le minoranze sociali violente.

Il caso spagnolo è ancora più rivelatore, intriso di cinico sfruttamento di problemi reali.  Il governo e il suo capo sono circondati dal discredito, sepolti dai fischi, inseguiti da inchieste che hanno portato in carcere vari ex ministri, distrutto la reputazione del padre nobile Zapatero, mentre è in attesa di processo la moglie del premier.  Il cambio di governo è nell’aria, specie dopo l’indecorosa gestione dell’invasione della città di Ceuta. La carta disperata scelta per uscire dall’angolo- Sànchez è un abile equilibrista – è il “caso Maricarmen”. L’anziana Marìa del Carmen Abascal è stata sfrattata dalla casa in cui viveva da oltre cinquant’anni. Una vicenda triste, certamente, ma la signora occupava un alloggio di centoquaranta metri quadrati nel centralissimo quartiere madrileno del Retiro, pagando solo cinquecento euro al mese. Immediata è stata la reazione demagogica del governo, che ha scatenato la folla contro i “fondi avvoltoio”. Peccato che Maricarmen beneficiasse della cessione di un vecchio contratto di locazione a canone calmierato del 1956 in base a una legge del regime di Franco ( che costruì centinaia di migliaia di alloggi) e che sia stata sfrattata in applicazione di una norma sugli affitti approvata da un governo socialista.

Proprietario dell’appartamento non è un fondo avvoltoio, ma una piccola società titolare di quell’unico immobile. La menzogna e la demagogia hanno vinto, producendo un gran numero di manifestazioni gestite dalla sinistra estrema e da ambienti socialisti contro la penuria di alloggi, i canoni d’affitto e le grandi società immobiliari, che nel caso specifico non avevano alcun ruolo. La piazza Puerta del Sol è occupata da una folla di radicali eccitati, i risentiti e rivendicativi che costituiscono uno dei tre campi in cui è divisa la società odierna. Rapidissimo, il governo ha presentato due leggi su affitti e sfratti punitive verso i proprietari , di impianto comunista. Il parlamento li ha bocciati poiché un alleato del governo, il partito indipendentista catalano Junts – di centrodestra – ha votato contro. Adesso il calcolatore Sànchez – la cui ascesa politica fu finanziata dal suocero proprietario di bordelli e saune omosex-  può affrontare le elezioni con l’aura di chi è stato cacciato dagli amici dei padroni di immobili. Perderà, ma salverà la faccia e avrà un’arma potente da futuro capo dell’opposizione.  Insomma, a Parigi come a Madrid, nulla è come appare, le grandi manovre sono in atto e impazza il lavoro sporco.

La questione degli alloggi, tuttavia, merita una riflessione, come il tentativo di creare una nuova classe antagonista tra estrema sinistra , immigrati e nuovi cittadini. Il risentimento e l’invidia sociale tornano ad essere il motore della polarizzazione politica. Si tratta di un carburante che la società di massa genera alimentando il malcontento tra masse disgregate, disadattate e alienate, incoraggiate a perseguire diritti soggettivi quasi sempre irraggiungibili, fonti di invidia e risentimento. L’uomo massa è senza radici, nutrito da una vuota retorica di autoaffermazione che si rivela chimerica. Il  doloroso contrasto tra aspirazioni esorbitanti proclamate diritti e incapacità di realizzarle diventa ferita purulenta.

In una comunità sana, le persone desiderano un lavoro che le leghi alla propria terra e una casa dove costruire le proprie famiglie. In una società di massa, gli individui sradicati aspirano unicamente a una “soluzione abitativa”, rassegnati a un’esistenza errante, senza una casa propria e senza legami. Nasce così nell’uomo massa il desiderio di una vita a nolo, aspirazione residuale di schiavi che si disputano le briciole. E’ inevitabile il risentimento. Consapevole dei meccanismi psicologici che lo diffondono, Sánchez alimenta l’illusione degli alloggi in affitto, la soluzione flessibile gradita al regime plutocratico, bisognoso di masse sradicate per sottoporle alle sue condizioni di lavoro (impieghi temporanei o instabili, salari miseri, mobilità). Gli affitti sull’ asse sinistra-masse metropolitane alienate– immigrati (i rivendicativi e risentiti, il Quarto Stato postmoderno) sono l’offerta di sradicamento strutturale indispensabile al funzionamento del meccanismo del mercato globalizzato. I cattivi maestri, incaricati di guidare la massa sradicata alienata e risentita verso gli interessi della plutocrazia, stavolta hanno estratto dal cilindro un problema vero- la difficoltà a trovare casa nelle aree metropolitane- per fomentare il risentimento.

In concreto, a New York come a Berlino, adesso a Madrid e nelle periferie francesi, la soluzione prospettata è propaganda che getta proprietari e inquilini nella più totale insicurezza giuridica in cui vincerà il più forte, ossia i fondi immobiliari che si vogliono giustamente combattere. Simone Weil scrisse che il radicamento è il bisogno più importante e meno conosciuto dell’anima umana. Una delle forme di radicamento è possedere una casa. In una società non controllata dalla plutocrazia, l’affitto sarebbe una realtà marginale. Il lavoratore medio desidera una casa di proprietà da godere e trasmettere alla famiglia. Un ceto politico attento al bene comune annuncerebbe un piano per la costruzione di alloggi sociali da immettere sul mercato a riscatto o a prezzi ragionevoli. Oltre a garantire una vita dignitosa, darebbe impulso all’economia, libererebbe reddito e incoraggerebbe i consumi. Parte dell’investimento tornerebbe attraverso le tasse. Anche i canoni di locazione diminuirebbero. Ma l’obiettivo non è risolvere un problema, bensì estendere il risentimento. Capiremo presto chi il regno plutocratico avrà individuato in Francia e Spagna per amministrare pro tempore le masse. Quando può scegliere i suoi lacchè, predilige sempre chi garantisce la pace sociale degli alienati e dei risentiti.

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Gli installati, i rivendicativi e i radicati: tre eserciti in guerra

1 October 2026 at 07:42

I risultati delle recenti tornate elettorali in Germania e Svezia, uniti al successo dell’islamo-socialista Zohran Mamdani a New York e ai sommovimenti nell’opinione pubblica di Gran Bretagna, Francia, Spagna, preparano uno scenario di profonda polarizzazione.

L’asse destra/sinistra cede il passo al riposizionamento della società occidentale in tre parti sempre più lontane e incomunicabili.

A New York e a Berlino, dove l’elettorato metropolitano, composto da popolazioni di ogni origine, prive di tratti comuni, monadi individualiste sradicate, da tempo ha voltato le spalle alle forze identitarie e ai moderati di ogni tendenza, assistiamo alle prove della pericolosa saldatura tra la sinistra radicale e le masse immigrate.

A Berlino come nelle banlieues francesi e negli agglomerati urbani britannici avanza l’alleanza apparentemente più innaturale, quella tra l’islamismo, gli immigrati che hanno conseguito la cittadinanza, e un pezzo di sinistra.

Il terreno comune sono le politiche abitative delle immense periferie urbane e la rivendicazione dell’assistenzialismo pubblico.

Sulla scia di Mamdani la Linke berlinese guidata da una giovane di ascendenza turca che ha tenuto comizi anche nella lingua delle sue origini, ha vinto le elezioni sul tema della casa, con la promessa di espropri contro le società immobiliari che possiedono ben duecentomila alloggi.

Pressoché per intero, le comunità immigrate extraeuropee con cittadinanza tedesca hanno votato Linke.

Nelle regioni dell’ex DDR – la Germania ancora tedesca- trionfa Alternative fuer Deutschland (AfD) e crollano le forze di sistema, democristiani, socialdemocratici e liberali, in parte i Verdi.

In Svezia l’esito elettorale che ha consegnato la vittoria con scarto minimo al variegato arcipelago delle sinistre (in attesa delle indagini su probabili brogli) è stato determinato dalla mobilitazione massiccia dei “nuovi svedesi”, in maggioranza islamici.

Anche qui con l’uso delle lingue di origine, oltreché con la propaganda dei capi religiosi. Facile prevedere lo stesso destino in Francia, dove La France Insoumise è diventata il partito di raccolta delle folte comunità di origine nordafricana.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen è primo tra gli operai, nelle aree rurali e suburbane e tra la popolazione di stirpe francese.

In mezzo, in Francia come in Germania, in Gran Bretagna e negli Usa, è forte ma in declino un ceto centrale benestante. Da noi le avvisaglie della nuova polarizzazione si sono viste nelle elezioni comunali di Venezia con le liste bengalesi e nella saldatura tra sinistra radicale e immigrazione islamica a Bologna in occasione della morte di un marocchino cittadino italiano arrestato dalla polizia.

Alla divisione destra/sinistra, oltrepassata dal conflitto tra alto e basso, centro e periferia, nativi e immigrati, élite e popolo, si sovrappone il nuovo fenomeno della spaccatura della società in tre tronconi.

Elezione dopo elezione, in Francia, Germania, Svezia e Regno Unito, le urne disegnano il panorama di un’Europa la cui popolazione è divisa in tre blocchi sociali contrapposti.

Possiamo definire il primo gruppo gli “installati” o sistemati, gli agiati, l’establishment, i dipendenti pubblici, i pensionati benestanti, i professionisti legati al carrozzone pubblico, i ceti garantiti che non devono affrontare la competizione liberista né la pressione diretta degli immigrati.

Votano in netta prevalenza per i partiti di sistema, di destra, centro e sinistra, che si tratti di Macron, Merz o qualsiasi altro prodotto del blocco sin qui egemone socialdemocratico-popolare-liberale.

Il secondo gruppo sono i “rivendicativi”, i cittadini di origine straniera e chi vive del vasto mondo dell’assistenza sociale: la forza trainante della nuova sinistra.

La terza categoria sono i “radicati”, o espropriati: gli autoctoni della classe media e bassa impoverita, il cui voto è orientato in modo schiacciante verso i movimenti sovranisti e patriottici.

I contorni di ciascun gruppo e la loro proporzione variano a seconda del paese, della sua storia e delle specificità socio-culturali, ma la frattura sta diventando evidente ovunque.

Cresce il numero degli “espropriati”, gli sconfitti della globalizzazione, delle nuove tecnologie, sconcertati dal fulmineo mutamento del panorama umano, culturale e valoriale, privati della loro vecchia nazione, della loro identità e della speranza di miglioramento, che danno ali ai partiti che propugnano il ritorno degli Stati nazionali.

I dominanti li chiamano con disprezzo populisti e sempre più spesso estremisti: il monopolio delle parole.

In Francia, Marine Le Pen e affini sfiorano il quaranta per cento delle intenzioni di voto. In Germania, il caso di Afd è emblematico: nonostante i virulenti tentativi di criminalizzazione e non poche limitazioni legali, il partito è il primo del Paese.

Uguale sorte per il Reform Party di Nigel Farage nel Regno Unito. Intanto si assottiglia il numero degli “installati”, la fascia sociale benestante e garantita che rimpiange i prosperi, tranquilli decenni della seconda metà del XX secolo.

Nostalgia senza prospettive nell’epoca del debito pubblico, dell’inflazione che rialza la testa, crisi energetica, rischio di guerra, precariato, crollo della spesa sociale.

Le opzioni socialdemocratiche, liberali e democristiane perdono slancio, concentrando i consensi dei ceti di riferimento su politici alla Macron, figure che trasmettono un illusorio senso di sicurezza a chi non chiede altro.

L’onda dei rivendicativi, scontenti e risentiti avanza nell’ islamizzazione di molte città europee, offrendo alla vecchia sinistra l’opportunità di riconquistare potere. I tre gruppi sono praticamente impermeabili.

È improbabile che un appartenente alla categoria degli scontenti rivendicativi sostenga un candidato degli installati, ancora meno uno appoggiato dai radicati, i quali, a loro volta, non possono votare chi considerano a ragione nemico esistenziale.

In Germania e Svezia i cittadini di stirpe non autoctona hanno votato solo al 4 per cento per candidati identitari. Con distinte sfumature locali, il fenomeno è destinato a ripetersi.

In Italia e Spagna il peso della sinistra diffusa è massimo tra i pensionati, le burocrazie, gli insegnanti e tra i cittadini “originari” che vivono di sussidi e benefici pubblici. Da noi Forza Italia, il centro residuale e parte del PD coincidono negli interessi degli “installati”.

Una società frammentata è, entro certi limiti, un fatto fisiologico. Tuttavia, nelle condizioni presenti, le aspettative profonde di ciascuno dei tre gruppi esigono la disfatta o addirittura la scomparsa degli altri.

Gli obiettivi dei “rivendicativi” risentiti possono essere imposti solo attraverso la distruzione della vecchia comunità nazionale baluardo dei “radicati”, la cui sopravvivenza richiede di neutralizzare il campo opposto.

Gli “installati” contano ancora molto, ma il loro numero declina e non rappresentano altro che il tentativo di mantenere equilibri di potere e strutture al collasso.

Perciò è reale la possibilità che diventi inevitabile qualche forma di guerra civile, o meglio intestina, giacché le fazioni contrapposte non hanno nulla in comune.

Difficile il compromesso o la conciliazione tra chi desidera preservare il paese com’era e chi è determinato a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. La questione migratoria è cruciale.

La grande divisione dei prossimi anni potrebbe essere tra immigrazione e remigrazione. Se prevarrà la prima, i “rivendicativi” avranno raggiunto il loro scopo e costruiranno un nuovo potere, compresa una propria casta di “installati”. Se prevarrà la remigrazione, si affermeranno i radicati. In entrambi i casi, il processo sarà traumatico.

Simile è la riflessione di chi si cela dietro lo pseudonimo proustiano di Boni Castellane. Gli argomenti economici- pur importanti per costruire consenso- cedono il passo alla struttura immigrazionista, architrave dei “rivendicativi”.

La sinistra radicale sembra aver trovato la mappa concettuale perduta dopo la catastrofe del 1989. Oltre a rappresentare le minoranze etniche e sessuali, prova ad allearsi con l’islamismo.

Questo, in attesa di fondare partiti religiosi o etno-religiosi colonizza abilmente movimenti come la France Insoumise, il Labour inglese o lo spagnolo Podemos, fornendo voti e quadri dirigenti.

L’alleanza sembra fruttuosa, ma finirà per spaccare la sinistra tradizionale, in cui è molto consistente l’apporto degli Installati per reddito, interessi e moderatismo riformista. Ciò è già evidente nelle dinamiche del partito democratico americano.

L’altra deflagrazione riguarda la scissione culturale tra metropoli e aree suburbane, periferiche e rurali. Castellane osserva che la metropoli è il “luogo di nascita della postsocietà, intesa come agglomerato di comunità etniche, consumismo come impianto di vita, dinamiche culturali e servizi distinti per ogni nicchia culturale metropolitana”.

Tra luoghi diventati spazi disumani senza destino comune e il resto dei territori il conflitto è inevitabile.

Vedremo se la rivoluzione tecnologica e la crescente penalizzazione politica, culturale ed economica delle aree non metropolitane susciterà la reazione dei radicati sottoposti ad attacco e quale sarà la posizione degli “installati”.

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English-speaking, Texan and from vulnerable backgrounds: The Americans still accessing abortion thanks to Mexican feminists

27 September 2026 at 05:00

The year 2023 was pivotal for understanding the effects of abortion restrictions in the United States. A year earlier, in June 2022, the U.S. Supreme Court issued the decision known as Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization (JWHO), which overturned the abortion-rights protection established by a previous ruling from 1973: Roe v. Wade. Since then, thousands of American women have ended pregnancies with help from Mexican feminist collectives. Several recent studies put a face to those seeking abortions: a large share come from states such as Texas, where abortion is banned, and live in neighborhoods with high levels of poverty.

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Protest for abortion rights in Mexico, in September 2025.

© J. Scott Applewhite (AP)

Jane Roe and her lawyer Gloria Allred, in Washington in April 1989.
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