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Susie Wiles e la stagione dei coltelli alla Casa Bianca: la capa dello staff in allerta. Tutti i casi scottanti, da Zacharia a Guilfoyle

16 October 2026 at 20:09
La capa dello staff della Casa Bianca nell'occhio del ciclone dopo la consulenza dei suoi strateghi LaCivita e Blair per i filorussi in Bosnia. Trump aveva minacciato di licenziarli, ma poi ha ridimensionato la polemica

La reporter americana: “Presa a calci e bastonate dai coloni per 10 minuti, senza le protezioni non sarei qui”

Heidi Levine, giornalista del Washington Post, è stata picchiata da “uomini mascherati” durante la raccolta delle olive in un villaggio nei pressi di Ramallah, in Cisgiordania. Ha una costola rotta e un taglio profondo sulla mano per cui sarà necessaria un’operazione

Casa Bianca, Trump silura Katie Zacharia: la portavoce licenziata dopo appena cinque giorni

16 October 2026 at 19:15

Trump, cambio alla Casa Bianca: Katie Zacharia rimossa dopo soli cinque giorni

La carriera di Katie Zacharia quale portavoce della Casa Bianca è durata meno di una settimana. Lo stesso Donald Trump ha detto ai giornalisti di averle chiesto di riconsiderare l’incarico, ma secondo tre fonti citate dal New York Times, la cosa sarebbe stata ben piu’ drastica, con un licenziamento in piena regola. Ne’ la Casa Bianca ne’ Katie Zacharia hanno risposto alle richieste di commento del quotidiano, ma le parole di Trump ai giornalisti – ha suggerito alla neo nominata portavoce di “ripensarci” – lasciano poco margine. L’esperienza di Zacharia era iniziata in modo piuttosto travagliato: martedi’ aveva tenuto il suo primo – e ultimo – briefing con la stampa, seguito da una raffica di articoli che mettevano in discussione la sua qualifica di avvocato – il presidente l’aveva definita cosi’ e lei stessa si era qualificata in piu’ occasione come tale – nonostante non avesse superato l’esame di abilitazione alla professione forense.

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Maryam, la bambina di Gaza salvata dalle fiamme dopo un raid dell’Idf: “Ha visto sua madre morire”

La piccola non ha ancora compiuto tre anni: era rimasta intrappolata nell’incendio seguito all’attacco ed è stata salvata da un giornalista. Aveva già perso suo padre, e ora è rimasta orfana. Sono oltre 20mila i minori morti nella Striscia

Ucraina, telefonata tra Leone XIV e Putin: il Pontefice chiede una tregua per i civili a Kherson

16 October 2026 at 16:55

Vaticano e Cremlino a colloquio: telefonata nel pomeriggio tra Leone XIV e Putin

Colloquio telefonico nel pomeriggio tra il Papa e il presidente russo Vladimir Putin. A darne notizia è la Sala Stampa della Santa Sede, spiegando che “nel corso della conversazione, il Santo Padre ha espresso viva preoccupazione per la grave situazione umanitaria nella città di Oleshky, nella regione di Kherson, chiedendo una tregua per consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile. Il Santo Padre ha infine ribadito l’impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace”.

Sul fronte opposto, il Cremlino – tramite l’agenzia Tass – ha reso noto che il presidente russo ha ringraziato il Pontefice per la disponibilità a contribuire alla risoluzione del conflitto, sottolineando il valore della cooperazione tra Mosca e la Santa Sede. Durante il confronto, Putin ha offerto una “spiegazione esaustiva” sulle responsabilità attribuite a Kiev per l’emergenza nella città occupata, esprimendo al contempo sostegno all’iniziativa vaticana per garantire la sicurezza degli abitanti e l’arrivo dei rifornimenti essenziali.

Putin: “Auguri di pronta guarigione”

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha infine espresso “sinceri auguri di salute e pronta guarigione” a Papa Leone XIV dopo il recente intervento chirurgico. Secondo una nota del Cremlino, citata dall’Interfax, Putin ha spiegato “l’importanza della cooperazione russo-vaticana nella promozione di valori spirituali e morali unificanti e nella protezione dei cristiani e dei luoghi di culto cristiani in diverse regioni del mondo”. Nella dichiarazione si legge che “entrambe le parti hanno sottolineato il loro interesse a proseguire il dialogo tra la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa cattolica romana”.

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70 miliardi e scorte di Patriot. Cosa chiede Zelensky all’Ue per l’inverno

16 October 2026 at 16:20

Chiede i Patriot all’Ue, prevede un’invasione di profughi in caso di sconfitta, fa i conti della serva sulle risorse che gli occorrono per il prossimo anno, incassa il supporto di alcuni senatori americani critici sul depotenziamento di Starlink per le difese ucraine. Volodymyr Zelensky, ospite del Consiglio Europeo, fa il punto sullo stato della guerra e delle relazioni politiche a supporto della sua parte, con una consapevolezza di base: se Washington sta mollando Kyiv, Bruxelles no.

“Per Putin non è mai abbastanza, ci vuole distruggere – parte in quarta – e poi vorrà di più e ancora di più. Ora sta mettendo alla prova i Paesi Nato con questi droni. Siamo di fronte a un’escalation”. Il tema è allo stesso tempo bellico, economico, geopolitico e militare. Perché se è vero come è vero che dagli europei ha ricevuto solo sostegno (“comprendono che la nostra posizione è totalmente giustificata”), mette l’accento sul ruolo americano. Quando dice che Putin darà ascolto all’America se eserciterà pressione fa riferimento alle tante persone presenti negli Stati Uniti “dal cuore nobile che desiderano sinceramente la sconfitta del male e che l’Ucraina rimanga salda. Sono proprio queste le persone che hanno aiutato l’Europa a difendere la propria libertà, che hanno combattuto durante lo sbarco in Normandia, che hanno vinto la Guerra Fredda e che vogliono il meglio per l’Europa. Persone che desiderano essere alleate, non dividere o umiliare l’Europa. Credo che la maggior parte degli americani la pensi ancora così. E, in ultima analisi, sarà il popolo americano a dire la sua”.

Una stoccata a quella minoranza che invece vorrebbe togliergli gli aiuti. In questo senso va letto il suo riferimento all’accordo Russia-Usa sul diesel che è stato “una sorpresa per tutti”, mentre per quanto riguarda il rapporto con Trump annuncia che “ci sarà nei prossimi giorni un incontro tra i negoziatori, col presidente abbiamo sempre temi da discutere”.

Ma oltre agli auspici ci sono previsioni e richieste. Sulle prime spicca lo scenario che si potrebbe abbattere sull’Europa in caso di caduta di Kyiv, ovvero 20 milioni di profughi ucraini, “perché ci distruggeranno, ci spingeranno fuori per questo vi chiediamo di difendere il nostro Paese”. La parte del leone in questo senso la sta facendo il nuovo strumento di guerra che risponde al nome di drone. Putin “sta già testando i droni sui Paesi europei, sull’Ucraina sono arrivati migliaia di droni. Migliaia. E gli americani dicono che è difficile parlare con Zelensky, che è più facile parlare con Putin”, come a voler rimarcare il passaggio iniziale. Sulle seconde, ecco la lista della spesa: altri 70 miliardi per i 2027, “per tenere a bada la Russia”, oltre agli intercettori per i sistemi Patriot (Pac-2 e Pac-3). Quelli disponibili in Europa permetteranno all’Ucraina di superare l’inverno e tutti i leader sono a conoscenza di questo pacchetto. La questione è sul tavolo dei paesi Ue, che stanno riflettendo sul da farsi.

Quel che è certo è che arriveranno presto nuovi F-16, verosimilmente entro la fine dell’anno. Infine una considerazione sull’accordo Trump-Putin sul gasolio: “ci ha sorpresi, non possiamo accettarlo”. Il timore di Zelensky è che il passo successivo verta un altro accordo simile sul gas, oppure l’esenzione da nuove sanzioni legate ai sistemi bancari, ad alcuni individui o all’industria chimica.

Tutto finito? Per nulla. Alcuni senatori americani hanno richiesto un’indagine urgente sulle interruzioni della rete Starlink in Ucraina, lo strumento che Musk aveva offerto a Kyiv per indirizzare i droni verso gli obiettivi russi. E in una missiva indirizzata all’ispettore generale del dipartimento della Difesa i senatori esprimono “grave preoccupazione” in merito al depotenziamento della rete, perché queste restrizioni “avrebbero compromesso la capacità dell’Ucraina di condurre operazioni difensive contro gli attacchi russi, effettuati tramite droni e missili, diretti verso le infrastrutture civili”.

Per Helberg l’Italia è un partner strategico nella Pax Silica americana. Ecco perché

16 October 2026 at 16:17

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un partner strategico nel progetto di riorganizzazione delle catene globali del valore tecnologico attorno a un sistema di Paesi affidabili. E guardano al nuovo US-Italy Trusted Tech Accelerator come a uno strumento per trasformare questa visione in collaborazioni industriali concrete.

È il messaggio emerso dal fireside chat tra Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici, e l’ambasciatore italiano Marco Peronaci, durante la terza edizione dello US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, tenutasi a Washington il 15 e 16 ottobre.

Helberg ha collegato l’iniziativa Pax Silica dell’amministrazione Trump, di cui è considerato l’“architetto”, a una trasformazione strutturale dell’economia globale, sostenendo che l’intelligenza artificiale è destinata a modificare non soltanto la produttività e i ritmi di crescita, ma anche la distribuzione internazionale della ricchezza e del potere.

Per Washington, la leadership tecnologica è sempre più inseparabile dalla sicurezza economica. La costruzione di filiere resilienti tra Paesi politicamente allineati diventa così uno degli strumenti centrali della competizione strategica.

Helberg ha descritto Pax Silica come una piattaforma che riunisce nazioni dotate di capacità tecnologiche e industriali complementari, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le infrastrutture su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Un perimetro che supera quello dei semiconduttori e dei sistemi di calcolo avanzato, comprendendo un ecosistema manifatturiero più ampio, nel quale settori diversi dipendono spesso dagli stessi impianti produttivi e dalle medesime risorse critiche.

La strategia intende affrontare alcune vulnerabilità strutturali delle catene di approvvigionamento: l’eccessiva concentrazione geografica, la presenza di nodi produttivi difficilmente sostituibili e le dipendenze che possono esporre le economie occidentali a forme di coercizione geopolitica.

Il Sottosegretario ha inserito questo ragionamento in una prospettiva storica. A suo giudizio, gli incrementi di produttività generati dall’intelligenza artificiale potrebbero accelerare significativamente la crescita economica, modificando nell’arco di una generazione gli equilibri internazionali. I Paesi capaci di beneficiare maggiormente di questa trasformazione acquisirebbero vantaggi destinati a estendersi ben oltre il settore tecnologico.

Nel suo intervento, Helberg ha richiamato anche la tradizione occidentale della scoperta scientifica, collegandola esplicitamente al Rinascimento italiano. Un riferimento con cui ha riconosciuto il contributo storico dell’Italia allo sviluppo del pensiero scientifico e della centralità della ragione, individuandovi una delle radici culturali della risposta occidentale alle trasformazioni in corso.

La conseguenza geopolitica è che gli Stati Uniti non possono costruire da soli il proprio futuro tecnologico. Hanno bisogno di partner con competenze industriali, capacità scientifiche e interessi strategici condivisi.

Pax Silica, in questa prospettiva, combina la protezione delle filiere con la possibilità di sviluppare nuove opportunità industriali. “Non vuole essere soltanto un meccanismo difensivo, ma anche uno strumento per cogliere le opportunità”, ha spiegato Helberg.

L’iniziativa prevede forme di cooperazione sia tra governi sia tra istituzioni pubbliche e imprese private, riflettendo la struttura delle economie occidentali, nelle quali gran parte delle catene di approvvigionamento strategiche è gestita da soggetti industriali autonomi.

Secondo Helberg, uno dei problemi principali riguarda le asimmetrie informative. I governi non dispongono necessariamente di una conoscenza completa delle dipendenze delle proprie industrie, mentre le aziende hanno bisogno di maggiore visibilità sugli orientamenti normativi, sulle priorità politiche e sui rischi geopolitici. Pax Silica può contribuire a ricostruire la mappa dei nodi critici delle filiere, identificare le vulnerabilità e creare le condizioni per nuove partnership.

Particolarmente esplicito è stato il passaggio dedicato alla Cina. Il sottosegretario ha messo in guardia dalle conseguenze internazionali della sovraccapacità produttiva cinese e delle esportazioni sostenute da sussidi pubblici, evocando il rischio di un secondo China shock, o China squeeze, capace di mettere sotto pressione le industrie manifatturiere di numerosi Paesi, soprattutto nell’elettronica avanzata, nelle telecomunicazioni e nei veicoli elettrici.

A suo giudizio, i dazi hanno finora offerto una relativa protezione al mercato americano, mentre altre economie rimangono esposte alla pressione competitiva cinese. “Non vogliamo diventare un’isola circondata da mercati dominati dalla Cina”, ha affermato Helberg.

La dichiarazione chiarisce un aspetto significativo della strategia di Washington: la sicurezza economica americana dipende anche dalla tenuta dei mercati e delle industrie alleate. La protezione del mercato interno statunitense avrebbe un valore strategico limitato se i principali partner commerciali diventassero progressivamente più dipendenti dalla produzione cinese.

Nel corso della conversazione, Peronaci ha sollevato proprio il problema di come costruire alternative competitive ai fornitori attuali, considerando che la diversificazione delle filiere può comportare costi più elevati nel breve periodo. L’ambasciatore ha inoltre richiamato la possibilità di estendere la cooperazione all’Asia, all’Africa e al Mediterraneo, proponendo un parallelo con le difficoltà incontrate dalla Nato nel coordinare le capacità produttive delle industrie della difesa nei sistemi economici occidentali, caratterizzati da una struttura decentralizzata.

Il confronto ha permesso di collocare il ruolo italiano all’interno della strategia americana. Roma ha aderito alla dichiarazione Pax Silica a luglio, mentre a settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici. Il nuovo Accelerator rappresenta un ulteriore passaggio, volto a collegare l’allineamento diplomatico agli investimenti, alla ricerca e alla cooperazione industriale.

Alla domanda diretta di Peronaci sulla possibilità di contare sul suo sostegno all’iniziativa, Helberg ha risposto senza esitazioni: “Potete assolutamente contare sul mio sostegno”. “Consideriamo l’Italia un partner molto, molto importante”, ha aggiunto, esprimendo apprezzamento per l’approccio del governo Meloni all’innovazione tecnologica.

Helberg ha inoltre sottolineato il valore della struttura operativa dell’Accelerator, in particolare la capacità di coinvolgere direttamente il settore privato e favorire la nascita di nuove collaborazioni. Ha espresso l’auspicio che l’iniziativa possa diventare un modello per mettere in relazione governi e imprese e sviluppare ulteriori partnership nell’ambito di Pax Silica.

Il dialogo ha affrontato anche il tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale avanzata. Rispondendo alle domande di Peronaci sulla possibile coscienza artificiale, sulla dignità umana e sui principi che dovrebbero guidare lo sviluppo tecnologico, Helberg si è dichiarato contrario all’idea di considerare senzienti i sistemi di AI.

Sul piano normativo, ha sostenuto la preferenza dell’amministrazione per un approccio basato sui singoli settori di applicazione, anziché su una disciplina generale dell’intelligenza artificiale. Veicoli autonomi, applicazioni mediche e aviazione presentano rischi differenti, che possono essere affrontati attraverso normative specifiche e principi di responsabilità civile già esistenti. L’amministrazione, ha spiegato, sta esaminando la legislazione vigente per individuare eventuali lacune.

La prossima prova per Pax Silica sarà verificare se la crescente rete di impegni diplomatici riuscirà a produrre risultati misurabili in termini di investimenti, capacità manifatturiera e resilienza delle filiere.

Per l’Italia, l’Accelerator offre la possibilità di tradurre le proprie competenze scientifiche e industriali in collaborazioni con aziende e investitori americani. Per Washington, l’iniziativa bilaterale potrebbe dimostrare come la cooperazione sulle tecnologie affidabili possa svilupparsi oltre il livello delle dichiarazioni governative.

L’obiettivo strategico che emerge dal confronto tra Peronaci e Helberg è più ampio: costruire un ecosistema tecnologico internazionale capace di sostenere la competitività economica occidentale mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce gli equilibri globali di potere.

Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

16 October 2026 at 16:02

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

L’ordine sommerso. Chi scrive le regole del nuovo ordine internazionale?

16 October 2026 at 15:10

Ridurre le dipendenze, costruire nuove partnership, partecipare alla definizione delle regole internazionali. Dal Canada al Brasile, le medie potenze cercano strumenti per rafforzare la propria autonomia mentre cambia il rapporto con i grandi attori globali. Una partita che attraversa energia, tecnologie e difesa e pone una questione politica: come tradurre il peso economico e le capacità nazionali in una maggiore influenza sulle decisioni. Questo il tema dell’incontro “L’ordine sommerso: la geopolitica delle medie potenze”, promosso da Sioi e Formiche il 14 ottobre, in occasione dell’uscita del numero di ottobre della rivista, che ha dedicato un approfondimento all’argomento. Dopo i saluti e l’introduzione dell’ambasciatore Riccardo Sessa, presidente della SIOI, il confronto ha coinvolto Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, Marco Ricceri, consigliere SIOI e coordinatore del laboratorio Brics di Eurispes, Raffaele Nocera, professore dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, ed Emanuele Rossi, senior analyst di Decode39, moderati da Flavia Giacobbe, direttore di Formiche e Airpress, 

La crisi delle regole e della rappresentanza

L’emergere di nuovi protagonisti si accompagna all’indebolimento degli attori e delle istituzioni tradizionali. È in questa trasformazione che l’ambasciatore Sessa colloca l’ascesa delle medie potenze: “Il disordine globale non è un caso, ma l’effetto diretto di un vuoto di leadership: le istituzioni e gli attori tradizionali arretrano, e nello spazio lasciato scoperto emergono nuovi protagonisti. In SIOI ne siamo convinti: l’instabilità internazionale di oggi è, prima di tutto, una profonda crisi di governance”. Il ripensamento della cooperazione internazionale richiede quindi di guardare oltre i modelli esistenti. “Noi tutti siamo chiamati a riflettere su come possiamo migliorare il mondo o su come possiamo attrezzarci per prepararci al nuovo mondo”, ha osservato il presidente della SIOI. Da qui l’attenzione alle aggregazioni attraverso le quali questi Paesi consolidano le proprie relazioni, dai Brics all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Riprendendo le parole del primo ministro canadese Carney, Sessa ha indicato la scelta che si presenta alle medie potenze: “Competere tra loro per ottenere favori o unirsi per creare una terza via con un impatto”. Un invito a sviluppare forme di cooperazione capaci di superare i confini geografici e di dare maggiore peso agli interessi condivisi. 

La strategia canadese tra autonomia e cooperazione

La riduzione delle vulnerabilità esterne passa anche dal rafforzamento delle capacità nazionali. Su questo legame tra politica interna e azione internazionale si fonda la strategia canadese, descritta da Golberg come “un’agenda pragmatica che unisce valori e realismo”. Ottawa punta su produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano. Alla dimensione interna si affianca la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. Il riferimento è alla formula di Mark Carney lo scorso gennaio a Davos e richiamata durante l’incontro: “Se non sei seduto al tavolo sei nel menù”. Per Golberg, la capacità di incidere resta significativa: “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente”. Sovranità, integrità territoriale, diritti umani e sviluppo sostenibile sono i principi sui quali costruire le regole future. Sul piano operativo, questa impostazione si traduce nella ricerca di reti economiche, tecnologiche e di difesa con Italia, Unione europea e interlocutori in Africa, America Latina e Asia. Partnership a geometria variabile, secondo il settore e l’obiettivo: energia, minerali critici e industria della difesa sono gli ambiti nei quali mettere a frutto capacità complementari. La finalità, ha precisato l’ambasciatrice, è “perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”.

La tecnologia nei rapporti con Washington e Pechino

Il crescente peso economico e politico delle medie potenze si riflette anche nelle relazioni che Washington e Pechino costruiscono con questi Paesi. Un riconoscimento che, secondo Rossi, emerge soprattutto negli accordi e nelle collaborazioni concrete: “Non più Paesi emergenti”, ma “Paesi che sono già emersi”, con esigenze sociali interne e leadership chiamate a rispondervi. La tecnologia è uno dei principali terreni di questa cooperazione, dall’intelligenza artificiale all’industria della difesa e alle filiere produttive. Rossi ha richiamato le collaborazioni degli Stati Uniti con l’India e con i partner asiatici, oltre ai rapporti con l’Arabia Saudita. Anche la Cina utilizza sempre più la tecnologia per sviluppare le proprie relazioni nel Golfo, affiancandola alla dimensione energetica. La diversificazione delle partnership consente a questi Paesi di mantenere contemporaneamente rapporti con entrambe le grandi potenze. Il caso saudita mostra, nella lettura di Rossi, come la cooperazione con Washington possa accompagnarsi alla presenza di tecnologie cinesi. “Non sono propense queste medio e grandi potenze ad accettare un rapporto univoco”, ha spiegato. Alle grandi potenze viene quindi richiesta la disponibilità a confrontarsi con interlocutori che mantengono più opzioni.

I Brics e la riforma dell’ordine internazionale

La richiesta di maggiore influenza trova espressione anche nei programmi di riforma delle istituzioni internazionali e nel rafforzamento della cooperazione economica tra Paesi. Su questi aspetti Ricceri ha invitato a leggere l’evoluzione dei Brics, distinguendo le posizioni dei singoli leader dai documenti approvati dal coordinamento. “Sono per la riforma dell’ordine globale, per disegnare nuove regole”, ha osservato. Accanto all’allargamento, nella sua analisi conta lo sviluppo delle relazioni economiche interne: uso delle valute nazionali, facilitazione degli scambi e collaborazione tra imprese. Un metodo che Ricceri ha definito di “cooperazione pratica con vantaggi equamente distribuiti”, attraverso il quale portare avanti programmi comuni anche in presenza di divergenze politiche. La rappresentanza nelle istituzioni diventa così parte della richiesta di partecipare alla definizione delle regole. 

Il Brasile e i costi dell’autonomia

La ricerca di margini decisionali propri deve fare i conti anche con i condizionamenti esercitati dalle grandi potenze. Il Brasile rappresenta, in questo quadro, un caso di politica estera che Nocera ha ricondotto alla tradizione autonomista, distinta sia dall’allineamento a una grande potenza sia dalla contrapposizione contro egemonica. Il consolidamento regionale e l’ampliamento delle relazioni internazionali sono le due direttrici di questa strategia. Con Lula, ha spiegato il professore, il Paese ha cercato di coniugare “il consolidamento del suo ruolo di potenza regionale” con “l’ambizione di diventare un attore globale”. Un percorso sviluppato attraverso i Brics, i rapporti con Africa, Medio Oriente e India e gli strumenti di cooperazione regionale, a partire dal Mercosur. Il rapporto con Washington resta una variabile decisiva per la prosecuzione di questa politica. Nocera ha descritto il rischio di pressioni che rendano più costoso il perseguimento degli interessi nazionali brasiliani, sottolineando però l’interesse degli stessi Stati Uniti ad avere “partner regionali forti, qualificati”, con i quali affrontare anche le crisi dell’area.

India, arrestato leader degli “scarafaggi” prima di una protesta

16 October 2026 at 13:24

India, arrestato leader degli “scarafaggi” prima di una protesta

Il leader del movimento indiano degli “scarafaggi”, Abhijeet Dipke, e’ stato arrestato a New Delhi prima di una manifestazione da lui convocata contro la revisione delle liste elettorali. Lo riferiscono le televisioni locali. Dipke e’ stato fermato davanti alle telecamere mentre usciva dalla propria residenza nella capitale. “La poniamo in detenzione preventiva, e’ in arresto”, gli ha detto un poliziotto davanti ai numerosi giornalisti presenti.

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