Trump sulla portavoce licenziata: “Le ho detto di riconsiderare l’incarico”
Era già tutto previsto. Perché era abbastanza facile immaginare che il guascone arrivato alla Casa Bianca avrebbe trasformato la politica internazionale in una gigantesca partita a poker, con il mondo come posta. La parabola è ormai compiuta, gli Stati Uniti hanno scelto infatti di arretrare, forse definitivamente, sull’Ucraina, lasciandola sempre più sola e facendo, nei fatti, un regalo enorme a Putin (diesel russo, meno sanzioni, ecc.). È una pessima notizia per gli ucraini.
Ma potrebbe, paradossalmente, essere una buona notizia per l’Europa che adesso è davanti al bivio che per troppo tempo ha evitato. Può vilmente mollare l’Ucraina, come chiedono Salvini, Conte e una curiosa compagnia nella quale destra e sinistra radicale, almeno sulla guerra, finiscono spesso per incontrarsi. Oppure può finalmente capire che la propria sicurezza non può essere delegata per sempre a qualcun altro. Come? Innanzitutto finanziando l’Ucraina quanto serve, sostenendola militarmente, economicamente e politicamente in una sorta di “Whatever it takes” draghiano e mettere così la Russia nella condizione di dover trattare.
Non perché la guerra piaccia all’Europa, ma esattamente per il motivo opposto, perché una pace ottenuta premiando l’aggressore non è pace, ma una tregua in attesa della prossima aggressione. Il paradosso è che Trump, nel tentativo di ridisegnare l’Occidente a propria immagine, potrebbe aver finalmente costretto l’Europa a scoprire di averne una. Restano però molti dubbi.
Perché mentre in Ucraina continuano a cadere bombe su case, scuole, ospedali e luoghi civili, in casa nostra (ma non solo) il mantra sempre più vigliacco sembra essere soltanto: «basta armi». Come se bastasse pronunciarlo per far sparire la guerra. Ogni volta viene da chiedersi: ma quelli che lo ripetono, guardandosi allo specchio, non provano un po’ di vergogna? Si ricordano almeno di guardare cosa succede dall’altra parte? La storia, purtroppo, non si ferma perché noi abbiamo deciso di non volerla vedere.
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Il “tradimento” di Trump nei confronti di Zelensky e del popolo ucraino è uno degli eventi che susciterà numerosi commenti malevoli nella storia. Esso consiste nel rigetto da parte del Presidente americano del regime sanzionatorio specie sull’energia, elemento essenziale per il finanziamento dello sforzo bellico russo.
Il tradimento è mascherato da una delle solite bugie con le gambe corte (e il naso pure) di cui si diletta Donald Trump. Egli ha sostenuto di aver raggiunto un accordo sia con Mosca che con Kyiv per una sospensione degli attacchi aerei alle strutture energetiche, come premessa per ulteriori progressi nel processo di pace sponsorizzato dai suoi due inviati speciali, Jared Kushner e Steve Witkoff. Entrambe le capitali hanno smentito l’esistenza di accordi al riguardo. Putin ha continuato tranquillamente a bombardare l’Ucraina. Zelensky, che dipende per l’intelligence e per le comunicazioni dal sostegno degli Usa – in particolare SpaceX e Starlink – ha sospeso per tre giorni gli attacchi alle raffinerie e i terminali energetici russi, per poi riprenderli con le stesse modalità di prima.
Come ha fatto presente al recente Consiglio Europeo, le comunicazioni di allarme dell’arrivo di droni o attacchi missilistici russi sono state volutamente limitate da parte di Elon Musk su disposizioni della Casa Bianca. Ne hanno sofferto sia la tempestività degli allarmi dell’attacco imminente alla popolazione ucraina, sia la precisione dei droni a più lungo raggio ucraini destinati a colpire le infrastrutture di rilevanza militare o energetica russe. I primi hanno comportato un aumento delle vittime civili ucraine.
La loro notizia sta provocando notevoli reazioni e proteste negli stessi Stati Uniti. Il tentativo di Trump di fare pressioni su Zelensky, perché continuasse a cessare gli attacchi sulle reti energetiche russe, è miseramente fallito, suscitando pesanti critiche nei confronti degli Stati Uniti e dei livelli etici della loro politica estera e strategia militare.
Va aggiunto che lo stesso obiettivo di Trump di ottenere una quantità sufficiente di gasolio per abbattere i costi energetici del mercato americano appare poco credibile. Il loro aumento non è tanto dovuto al conflitto tra Russia e Ucraina, quanto all’andamento delle aperture/chiusure degli Stretti di Hormuz e di Bab-al-Mandab le cui difficoltà vanno attribuite completamente alle decisioni di Trump di attaccare l’Iran e alla sua incapacità di provvedere per tempo a regolare il traffico petrolifero nei due Stretti strategici, non solo per l’Europa e per l’Asia, ma anche per il mercato americano.
In ogni caso, poi, il gasolio che la Russia – già carente al riguardo – potrebbe esportare per tempo – prima delle midterm – negli Stati Uniti non sarebbe tale da poter abbattere i prezzi e influire positivamente sui risultati di Trump. Al contrario, la sua propaganda sull’accordo con la Russia per il gasolio potrebbe rivelarsi un boomerang, poiché gli americani si accorgerebbero che nonostante le parole presidenziali i prezzi alla pompa non sono diminuiti.
Il rifiuto di Putin di accettare la “pace del gasolio” di Trump è più che evidente dalla sua necessità strategica di non consentire sosta all’Ucraina per organizzarsi per l’inverno. Il Cremlino, anche nelle condizioni disastrose in cui si trovano le sue truppe nel Donbass e nella eroica resilienza della popolazione e della economia ucraina, non ha alternativa a perseguire una completa vittoria che consiste almeno nella conquista delle zone del Donbass che non è riuscito a occupare con la forza delle armi. Il suo regime interno subirebbe un grave colpo da cui forse non potrebbe riprendersi.
Anche per gli ucraini non vi è alternativa alla prosecuzione della guerra, nonostante le distruzioni e le perdite che essa comporta. Sicuramente entrambe aumenteranno per l’esaurimento della contraerea ucraina degli stock di Patriot PAC-3 e per l’indisponibilità di riceverne dagli Stati che ne dispongono ancora di un rilevante numero (Grecia, Spagna, Giappone, Corea del Sud, ecc,. mentre non potrà fare affidamento sul sostegno degli Usa che hanno esaurito parte delle loro scorte nel Golfo, ma soprattutto non sono disponibili a fornire tali mezzi all’Ucraina dato il carattere umorale di Trump). L’alternativa è quella di colpire i missili sulle loro basi, ma essa richiede la sicura disponibilità di SpaceX e di Starlink per la guida di droni a lungo raggio e di elevata velocità, oppure la fornitura da parte della Germania di missili Taurus che hanno la gittata tale da poter colpire gran parte delle basi dei missili russi a medio raggio, ma che il Cancelliere Merz non vuole cedere per non coinvolgere troppo la Germania nel conflitto.
In conclusione, la speranza di Trump di far crollare di un paio di punti il prezzo di gasolio che oggi è di 6.2$ al gallone, e che è all’origine del suo “tradimento” e della perdita forse irreversibile del prestigio degli Usa, è destinata a non avverarsi.
Il conflitto durerà con le attuali caratteristiche di stallo, malgrado l’estensione dalle operazioni terrestri a quelle aeree e missilistiche. Non è pensabile che la Russia si ritiri per l’aumento insopportabile delle perdite come avvenne in Afghanistan. Lo stesso vale per l’Ucraina che non cederà ampi tratti del suo territorio.
Un ritorno della politica, prima ancora che un cambio di squadra. È questa la chiave di lettura proposta dal materiale che accompagna la composizione del nuovo governo marocchino guidato da Fatima Ezzahra El Mansouri. Un esecutivo chiamato a combinare rinnovamento dei profili e continuità nelle funzioni strategiche, con una promessa che attraversa l’intero impianto programmatico: rendere più riconoscibili le responsabilità e misurare l’azione pubblica sui risultati.
Il re Mohammed VI ha presieduto il 16 ottobre, al Palazzo reale di Rabat, la cerimonia di nomina dei componenti del governo, che hanno prestato giuramento davanti al sovrano. Alla guida della squadra figura El Mansouri, mentre la distribuzione dei portafogli affianca nomi già presenti nella vita politica e istituzionale marocchina a nuovi ingressi.
Il messaggio che emerge è quello di un governo che non intende presentarsi soltanto come una struttura di amministrazione. La componente politica viene indicata come lo strumento per stabilire priorità, sostenere le riforme, spiegarne le ragioni e rispondere della loro attuazione. Un’ambizione impegnativa: rendere visibile non soltanto chi decide, ma anche chi deve rendere conto.
Nella composizione indicata, Abdelouafi Laftit assume l’Interno e Nasser Bourita gli Affari esteri, la Cooperazione africana e i Marocchini residenti all’estero. Abdellatif Ouahbi figura alla Giustizia, Ahmed Toufiq agli Habous e agli Affari islamici, mentre Abdeltif Loudyi è ministro delegato incaricato dell’Amministrazione della Difesa nazionale.
Accanto a questi elementi di continuità, l’assetto economico assume una particolare rilevanza. A Fouzi Lekjaa viene attribuito il ministero dell’Economia, delle Finanze e della Performance pubblica. L’inserimento di quest’ultima competenza nella denominazione del dicastero esplicita uno dei criteri rivendicati dal nuovo impianto: collegare le risorse impiegate alla qualità dell’attuazione e agli effetti delle politiche.
È qui che si colloca il primo banco di prova dell’esecutivo. La semplificazione delle responsabilità potrà dirsi riuscita soltanto se produrrà decisioni più tempestive e servizi migliori, non se resterà confinata nell’organigramma.
La nuova architettura privilegia ministeri ampi, affiancati da ministri delegati con attribuzioni specifiche. Nella lista non compaiono segretari di Stato. La logica dichiarata è quella di tenere insieme politiche collegate, evitando che la frammentazione delle competenze ostacoli l’azione.
Ryad Mezzour riunisce Industria, Commercio, Investimenti e Inclusione economica. Nizar Baraka assume Infrastrutture, Acqua e Foreste. A Nabil Benabdallah vengono affidate Educazione nazionale, Prescolare, Formazione professionale e Qualificazione, con deleghe dedicate ad alcuni di questi ambiti.
Sono accorpamenti che raccontano una scelta di metodo. Formazione e qualificazione vengono ricondotte a una medesima responsabilità politica; investimenti e inclusione economica entrano nello stesso perimetro. Il vantaggio atteso è una maggiore coerenza. Il rischio da evitare è che l’ampiezza dei portafogli renda più complesso proprio quel coordinamento che si vuole rafforzare.
Anche le denominazioni dei dicasteri segnalano le priorità. Ahmed Rahhou figura alla guida del ministero dell’Intelligenza artificiale, della Trasformazione digitale e della Riforma dell’amministrazione. L’accostamento indica la volontà di leggere l’innovazione tecnologica anche come leva per cambiare il funzionamento dello Stato.
La sovranità alimentare entra invece nel portafoglio affidato a Khalid Hatimy, insieme ad Agricoltura e Pesca marittima. Abderrahim Chahid assume l’Occupazione e il Dialogo sociale; Najwa Koukouss la Famiglia, lo Sviluppo sociale e l’Uguaglianza. Charafat Afailal figura all’Energia, alle Miniere e allo Sviluppo sostenibile.
Intelligenza artificiale, performance pubblica, sovranità alimentare e dialogo sociale diventano così le parole attraverso cui il governo presenta il proprio rinnovamento. Non ancora risultati, ma impegni politici sui quali valutarne l’azione.
Il documento di accompagnamento insiste sul ruolo delle donne e dei giovani come motore del ricambio. La presenza di una donna alla guida dell’esecutivo costituisce il segnale più evidente di questa impostazione, insieme agli incarichi femminili nei ministeri e nelle deleghe.
Il significato politico attribuito ai nuovi ingressi va però oltre il ricambio dei nomi. L’obiettivo dichiarato è portare nell’azione pubblica sensibilità differenti, nuove idee e una maggiore capacità di intercettare le aspettative della società.
La composizione, da sola, non consente di misurare quanto profondo sia il rinnovamento generazionale. Saranno le responsabilità effettivamente esercitate e la capacità di incidere sulle decisioni a chiarire se il cambiamento dei profili corrisponderà anche a un cambiamento dei metodi.
Il punto di arrivo dell’impianto programmatico è la dignità dei cittadini. La performance amministrativa viene presentata come un mezzo per ridurre le vulnerabilità, ampliare l’accesso alle opportunità e rafforzare la protezione sociale, non come un obiettivo autosufficiente.
A questa dimensione si lega l’equità territoriale: fare in modo che servizi e possibilità di sviluppo raggiungano tutte le regioni e le diverse componenti della popolazione. È il terreno sul quale la promessa di efficienza incontra quella di giustizia sociale.
La sfida della squadra di El Mansouri, nella lettura proposta dal documento, è dunque tenere insieme tre esigenze: una direzione politica riconoscibile, un’amministrazione capace di attuarla e benefici concretamente percepibili. Senza minimizzare le difficoltà né affidarsi alla promessa di soluzioni facili. È su questo passaggio, dall’organizzazione ai risultati, che si misurerà la portata del rinnovamento annunciato.





