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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

17 October 2026 at 03:45

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

16 October 2026 at 15:48

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

16 October 2026 at 03:45

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

15 October 2026 at 03:45

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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L’esercito americano vuole usare l’IA contro le minacce biologiche

15 October 2026 at 03:45

L’esercitazione “Toxic Swell 25” presso l’area di addestramento del Corpo dei Marines di Bellows, alle Hawaii, il 20 agosto 2025 (Defense.gov)

L’esercito americano vuole usare l’intelligenza artificiale per individuare le minacce biologiche prima che si trasformino in un’emergenza. L’obiettivo è incrociare informazioni ambientali, cliniche, logistiche e d’intelligence per riconoscere segnali che, presi singolarmente, potrebbero passare inosservati. La nuova strategia di biodefense dell’Esercito degli Stati Uniti trasforma così una competenza tradizionalmente legata alla medicina militare e alla protezione dalle armi di distruzione di massa in una priorità operativa per l’intera forza armata.

I dettagli sono stati illustrati il 12 ottobre da alcuni dagli autori del documento durante un incontro con la stampa a margine della conferenza annuale dell’Association of the United States Army. «Stiamo guardando con grande attenzione a come sfruttare l’intelligenza artificiale per integrare e selezionare questi dati», ha spiegato a DefenseScoop Alison Tamasi, responsabile della divisione per l’analisi della sopravvivenza e degli effetti presso l’agenzia della forza armata che si occupa di armi nucleari e di distruzione di massa.

Il problema è soprattutto la velocità. I dati utili alla sorveglianza biologica arrivano da fonti diverse: monitoraggio ambientale, strutture sanitarie, analisi cliniche, rapporti d’intelligence e altri sistemi di rilevamento. Integrarli può aiutare a identificare un focolaio nelle sue fasi iniziali e a capire come potrebbe evolvere. «C’è uno sforzo per riunire i diversi flussi di dati e usare l’intelligenza artificiale e l’apprendimento automatico per le analisi predittive, così da accelerare la valutazione iniziale, mantenendo sempre una persona nel processo decisionale», ha detto il tenente colonnello David Kingery, che ha guidato lo sviluppo della strategia.

L’intelligenza artificiale non è però soltanto una risorsa per la difesa. Secondo il documento, la convergenza tra biotecnologie avanzate, biologia sintetica e intelligenza artificiale potrebbe abbassare le barriere allo sviluppo di nuove armi biologiche. È un rischio che l’esercito considera parte di un quadro tecnologico in rapida evoluzione, nel quale strumenti capaci di accelerare la ricerca biomedica possono essere impiegati anche per scopi ostili. Questo non significa che siano già state dimostrate nuove armi biologiche progettate con l’intelligenza artificiale: la strategia individua una possibilità di rischio e la necessità di prepararsi.

La novità, tuttavia, non riguarda soltanto la tecnologia. Il piano vuole abituare le forze armate a operare anche quando un incidente biologico non può essere prevenuto o contenuto subito. «Possiamo proteggere ogni soldato da ogni possibile minaccia biologica? Probabilmente no», ha riconosciuto Tamasi citata da Fox News. «Non possiamo metterli in una bolla».

Per questo gli scenari biologici dovranno entrare nelle normali esercitazioni militari. Un esempio citato è quello di un focolaio di norovirus in un porto militare: mentre il personale sanitario lavora per contenere il contagio, chi si occupa della logistica deve trovare il modo di mantenere in movimento i rifornimenti essenziali. Il problema, in questo caso, non è soltanto curare i malati, ma impedire che l’emergenza paralizzi le operazioni.

La strategia individua cinque linee d’azione: ampliare le conoscenze sulle minacce, migliorare la consapevolezza della situazione, gestire informazioni e comunicazione, aumentare la preparazione e modernizzare le capacità di biodefense. Quest’ultimo obiettivo comprende anche il coordinamento tra le diverse componenti delle forze armate e l’interoperabilità dei sistemi di raccolta e condivisione dei dati.

C’è infine una dimensione informativa. Le autorità militari considerano la disinformazione un possibile fattore di aggravamento di una crisi biologica, soprattutto quando riguarda vaccini, misure protettive e comunicazioni ufficiali. Per questo la strategia prevede di integrare la gestione delle informazioni nella preparazione operativa.

Il traguardo dichiarato è il 2035: essere in grado di dispiegare le forze, operare e combattere anche in un ambiente segnato da minacce biologiche. La logica è rendere più difficile per un avversario ottenere un vantaggio militare provocando un’epidemia o sfruttando un incidente. Non ogni minaccia potrà essere fermata in anticipo. L’obiettivo è riconoscerla prima possibile e impedire che blocchi la capacità di combattere.

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La stretta europea sulla tecnologia cinese mette l’Italia tra i Paesi più esposti

14 October 2026 at 03:45

L’Europa vuole ridurre la dipendenza dalle tecnologie cinesi nelle infrastrutture digitali più sensibili. Ma sostituire gli apparati già installati ha un costo, e non tutti i Paesi sono esposti allo stesso modo. Secondo un’analisi di Strand Consult, Germania, Italia e Spagna concentrano oltre il 55 per cento delle apparecchiature che dovranno essere sostituite nei prossimi cinque anni. In Italia, i principali operatori coinvolti sono Vodafone e Wind Tre.

Il nodo è la proposta di revisione del Cybersecurity Act europeo, nota come Cybersecurity Act 2 (Csa2), presentata dalla Commissione europea a inizio anno per rafforzare la sicurezza delle catene di approvvigionamento tecnologiche in 18 settori critici. Il provvedimento punta a limitare la presenza dei fornitori considerati ad alto rischio, tra cui Huawei, nelle infrastrutture strategiche. La società cinese ha sempre respinto le accuse secondo cui le sue tecnologie rappresenterebbero un rischio per la sicurezza.

Il 29 settembre Reuters ha riferito che i governi europei vogliono però rendere meno rigida la transizione. Una bozza negoziale elimina la scadenza fissa di 36 mesi prevista dalla Commissione per dismettere gli apparati interessati. I tempi dovrebbero invece dipendere dal livello di rischio, dal ciclo di vita delle infrastrutture, dalle esigenze di interoperabilità e dalla disponibilità di alternative adeguate. La proposta dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo prima di diventare legge.

Il problema economico resta. La valutazione d’impatto della Commissione stima che la sostituzione degli apparati ad alto rischio costerebbe tra 3,4 e 4,3 miliardi di euro all’anno per tre anni, tenendo conto anche dei normali cicli di rinnovo delle reti. Le aziende del settore prospettano una cifra molto più alta: in una lettera congiunta di settembre, il ceo di Deutsche Telekom Timotheus Höttges e altri sedici dirigenti hanno avvertito che il conto potrebbe arrivare a 40 miliardi di euro, sottraendo risorse agli investimenti in fibra, 5G e 6G.

Le due cifre non sono direttamente sovrapponibili: la prima è una stima della Commissione, la seconda è la valutazione massima indicata dagli operatori. Il confronto riflette anche una diversa lettura del problema. Per Strand Consult, l’esposizione residua è concentrata in un numero limitato di reti e deriva dalle scelte di operatori che hanno continuato a usare fornitori ad alto rischio anche dopo gli avvertimenti europei e il 5G Toolbox del 2019. È una valutazione di parte, che contesta le stime dell’industria; ma mette in evidenza quanto il costo della transizione possa essere distribuito in modo diseguale tra Paesi e aziende.

La questione, però, non riguarda soltanto gli apparati da rimuovere. Bruxelles sta lavorando anche a un sistema europeo per le comunicazioni critiche, destinato a polizia, soccorritori, protezione delle frontiere e altri servizi pubblici. La proposta per l’EU Critical Communication System (Euccs) prevede di rendere interoperabili le reti nazionali, così che possano comunicare tra loro anche oltre i confini, mantenendo il controllo dei singoli Stati.

L’idea non è costruire una rete parallela riservata alle emergenze, ma utilizzare le infrastrutture commerciali già esistenti. Gli operatori potrebbero così ricavare nuove opportunità di business dagli investimenti effettuati per il 5G. In cambio, dovrebbero garantire requisiti più stringenti di sicurezza, resilienza e prestazioni, compresa la priorità del traffico critico nei momenti di congestione. Il piano prevede l’avvio del dispiegamento nel 2030 e la piena interconnessione entro il 2036.

È qui che i due dossier si incontrano. La proposta sull’Euccs prevede di escludere i fornitori ad alto rischio non soltanto dal nucleo delle comunicazioni critiche, ma anche da «qualsiasi altra risorsa ICT chiave». Una formulazione ampia, il cui perimetro dipenderà anche dall’esito dei negoziati sul Cybersecurity Act 2. Le restrizioni potrebbero riguardare componenti ulteriori rispetto alle apparecchiature di rete, fino a coinvolgere software, servizi cloud e altri elementi tecnologici necessari al funzionamento delle comunicazioni.

Anche questo progetto ha un conto da presentare. Secondo l’analisi di Strand Consult, la Commissione stima 3,571 miliardi di euro di costi diretti per l’Euccs e altri 12,667 miliardi per la più ampia transizione nazionale verso comunicazioni critiche a banda larga nell’arco di sette anni. Sono cifre riferite a un programma distinto dalla sostituzione degli apparati ad alto rischio: non vanno sommate alle stime sui costi del Csa2 come se riguardassero lo stesso intervento.

Resta soprattutto una domanda: chi pagherà per rendere le reti commerciali abbastanza sicure e robuste da sostenere anche le comunicazioni delle istituzioni? La proposta europea richiama una remunerazione degli operatori a condizioni «eque e ragionevoli», senza definire nel dettaglio come calcolarla. Tra nuovi obblighi, apparati da sostituire e investimenti da finanziare, il modo in cui Bruxelles risolverà questa questione sarà decisivo per il settore. L’obiettivo europeo è ridurre le dipendenze tecnologiche e rendere le infrastrutture più resilienti; la sfida sarà farlo senza frenare gli investimenti da cui dipende la prossima generazione di reti.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Che cosa rischia l’Ucraina se Trump riduce la condivisione di intelligence

13 October 2026 at 03:45

Donald Trump

La minaccia americana non riguarda soltanto le armi. Donald Trump potrebbe interrompere la condivisione d’intelligence con l’Ucraina se Volodymyr Zelensky non accettasse di fermare gli attacchi contro le raffinerie e le infrastrutture energetiche russe. Secondo il Financial Times, gli inviati della Casa Bianca Steve Witkoff e Jared Kushner hanno prospettato questa possibilità durante i colloqui con la delegazione ucraina a Miami. La pressione americana comprenderebbe anche una possibile sospensione del meccanismo Purl, attraverso il quale i Paesi europei finanziano l’acquisto di armamenti statunitensi destinati a Kyjiv. Per ora, però, si tratta di minacce riferite da fonti europee, non della conferma che la cooperazione d’intelligence sia stata nuovamente interrotta.

Per capire le conseguenze bisogna distinguere che cosa perderebbe concretamente l’Ucraina e quanto sarebbe difficile sostituire il contributo americano. Lo stop non renderebbe automaticamente impossibili gli attacchi ucraini in profondità sul territorio russo, ma potrebbe ridurne l’efficacia e aumentare i rischi per le forze di Kyjiv. Il problema riguarderebbe anche la difesa dagli attacchi russi, soprattutto quando si tratta di individuare tempestivamente le minacce missilistiche.

Dalle immagini satellitari alle coordinate dei bersagli
L’intelligence militare non consiste soltanto nello scoprire in anticipo che cosa sta preparando il nemico. Serve a individuare dove si trovano le sue forze, seguirne gli spostamenti, riconoscere i sistemi d’arma e trasformare una grande quantità di informazioni in indicazioni utilizzabili sul campo di battaglia.

Gli Stati Uniti contribuiscono a questo processo attraverso diverse capacità. I satelliti raccolgono immagini e altre informazioni sul territorio; l’intelligence dei segnali, o signals intelligence (Sigint), permette di ricavare informazioni da comunicazioni ed emissioni elettroniche. I sistemi di analisi integrano queste fonti per individuare e localizzare gli obiettivi. A ciò si aggiungono le informazioni necessarie per rilevare il lancio di missili e avvertire in tempo le forze ucraine.

Un’inchiesta del New York Times del marzo 2025 ha ricostruito il ruolo del centro di coordinamento americano di Wiesbaden, in Germania, dove ufficiali statunitensi e ucraini lavoravano insieme per definire le priorità operative. Gli analisti americani incrociavano immagini satellitari, intercettazioni e altre informazioni per individuare le posizioni russe e fornire coordinate utilizzabili per gli attacchi.

Un’interruzione della cooperazione non cancellerebbe le informazioni raccolte dagli ucraini, né le capacità sviluppate da Kyjiv in questi anni. Ridurrebbe però il flusso di dati provenienti da una rete di sorveglianza molto più estesa. La perdita potrebbe riguardare soprattutto la possibilità di integrare informazioni diverse, verificare rapidamente la posizione di un bersaglio e capire se sia ancora valida quando arriva il momento di colpire.

Le difese russe diventerebbero più difficili da aggirare
Il problema è particolarmente rilevante per gli attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe. L’Ucraina ha sviluppato droni e capacità autonome per raggiungere obiettivi situati anche molto lontano dal fronte. Ma conoscere la posizione di una raffineria non basta a pianificare un attacco: bisogna anche sapere quali difese la proteggono e come potrebbero cambiare.

Una delle informazioni più difficili da sostituire è la posizione dei sistemi di difesa aerea mobili russi. Questi possono essere trasferiti e riposizionati, rendendo meno affidabili le informazioni raccolte in precedenza. Per pianificare un’operazione, Kyjiv deve valutare le difese disponibili, i possibili corridoi di volo e il rischio che i droni vengano individuati e abbattuti.

L’Ucraina potrebbe continuare a condurre attacchi in profondità anche senza l’intelligence americana, a condizione che gli alleati europei mantengano il loro sostegno. La campagna contro le infrastrutture petrolifere russe si basa infatti anche su capacità sviluppate autonomamente, produzione nazionale di droni e informazioni provenienti da fonti diverse. Un’analisi del Washington Post descrive proprio l’integrazione tra produzione ucraina, tecnologie di puntamento e informazioni occidentali sulle difese russe.

Perdere il contributo di Washington, dunque, non significherebbe perdere ogni capacità autonoma. Ma senza informazioni tempestive sulle difese russe, alcuni attacchi potrebbero diventare più rischiosi, richiedere più risorse o avere minori probabilità di successo.

Il rischio più immediato: i missili balistici
L’altro fronte critico è la difesa del territorio ucraino. Le informazioni satellitari e i sistemi di allerta precoce contribuiscono a rilevare il lancio di missili e a fornire indicazioni sulla minaccia in arrivo. In questo caso il tempo è una risorsa decisiva: pochi minuti possono fare la differenza per attivare le difese, mettere al riparo la popolazione e proteggere le infrastrutture strategiche.

Una riduzione dell’assistenza americana potrebbe quindi avere conseguenze che vanno oltre la campagna contro le raffinerie. Non significherebbe che ogni missile diventerebbe impossibile da intercettare: l’Ucraina dispone di radar, sistemi di difesa aerea e informazioni proprie e alleate. Ma perdere una fonte importante di sorveglianza e allerta renderebbe più difficile compensare le lacune esistenti.

A questo si aggiunge il possibile stop agli acquisti di armi statunitensi attraverso il Purl. Per Kyjiv sarebbero due problemi distinti ma collegati: meno informazioni per anticipare gli attacchi e maggiori difficoltà nel rifornire alcuni dei sistemi necessari a contrastarli, soprattutto quelli per la difesa aerea a lungo raggio.

Ratcliffe e la continuità dei rapporti con Kyjiv
La pressione di Trump non va letta come il segnale di una posizione necessariamente uniforme all’interno dell’amministrazione americana. Un caso utile per capire questa distinzione è quello di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency.

Nel marzo 2025, quando la Casa Bianca sospese temporaneamente la condivisione d’intelligence con Kyjiv, fu Ratcliffe a confermare la decisione. Ma, in un’intervista a Fox Business riportata da Reuters, aggiunse di aspettarsi che la pausa sarebbe terminata e che gli Stati Uniti avrebbero continuato a lavorare fianco a fianco con gli ucraini.

Ratcliffe non si oppose pubblicamente alla decisione presidenziale. Il suo ruolo mostra piuttosto la tensione tra l’utilizzo dell’intelligence come strumento di pressione politica e l’interesse a preservare una cooperazione strategica costruita nel corso degli anni. È un elemento di contesto, non una garanzia che la collaborazione continuerà: la portata concreta di un’eventuale sospensione dipenderebbe dalle informazioni bloccate, dalla sua durata e dalle eventuali eccezioni.

Che cosa può fare l’Europa
Il contributo europeo non si limita alle immagini satellitari. Francia e Regno Unito hanno investito anche nella formazione degli ufficiali ucraini e nello sviluppo delle loro capacità clandestine e operative. È il quadro che emerge da un’inchiesta di L’Express di agosto, secondo cui il sostegno occidentale alle operazioni ucraine si è costruito nel corso di anni di collaborazione.

La rivista francese ricostruisce il ruolo della Central Intelligence Agency a partire dal 2014 e quello delle forze speciali britanniche e polacche nell’addestramento degli ufficiali ucraini. Nel novembre 2024, l’allora capo del Secret Intelligence Service (o MI6), Richard Moore, aveva indicato il patrimonio di competenze nelle operazioni clandestine come una componente fondamentale del sostegno britannico. Secondo un alto funzionario dell’intelligence francese citato da L’Express, i Paesi baltici e i Paesi Bassi hanno contribuito soprattutto sul piano tecnico, mentre MI6 e il servizio collegato francese Dgse hanno messo a disposizione competenze operative.

La Francia, inoltre, fornisce immagini satellitari e informazioni utili a individuare gli obiettivi e pianificare gli attacchi a lungo raggio. A gennaio il presidente Emmanuel Macron aveva dichiarato che Parigi forniva ormai due terzi dell’intelligence destinata all’Ucraina, dopo la riduzione del contributo americano nel marzo precedente. La dichiarazione non equivale però alla dimostrazione che la Francia possa sostituire tutte le capacità statunitensi. Anche il Regno Unito dispone di risorse importanti. Come ricorda l’International Institute for Strategic Studies, Londra possiede aerei RC-135 Rivet Joint per la raccolta di intelligence elettronica, una capacità che resta rara in Europa. Ma addestramento operativo, raccolta di segnali e immagini satellitari non sono intercambiabili: ogni contributo copre una parte diversa del sistema.

Il limite principale resta la scala delle capacità spaziali e la loro integrazione. Secondo l’EU Institute for Security Studies, nel 2025 gli Stati Uniti disponevano di 263 satelliti militari, contro i 44 europei. Il dato non misura da solo la qualità dell’intelligence disponibile, ma rende evidente il divario nella capacità di sorveglianza continuativa. Gli Stati Uniti possono integrare le informazioni provenienti da una rete estesa; quelle europee restano più frammentate tra governi e apparati nazionali.

Due implicazioni
La minaccia di Washington ha quindi una doppia implicazione. Nell’immediato potrebbe restringere il margine operativo dell’Ucraina proprio mentre Trump cerca di ottenere uno stop agli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Nel medio periodo mostra quanto la sicurezza europea dipenda da capacità che i governi del continente non sono ancora in grado di garantire autonomamente.

L’Ucraina potrebbe continuare a colpire la Russia anche senza il sostegno americano. Ma farlo diventerebbe più difficile, mentre difendersi dai missili russi potrebbe diventare più rischioso. È la differenza tra perdere un alleato e perdere una parte del sistema che permette di combattere.

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La teoria della vittoria della Nato nell’era dell’incertezza americana

13 October 2026 at 03:45

La Nato non considera imminente una guerra con la Russia, ma si prepara a combatterla. È questo il messaggio lanciato dal generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa, intervenuto lunedì al Warsaw Security Forum per illustrare quella che ha chiamato la teoria della vittoria dell’Alleanza. Una visione strategica pensata per scoraggiare un attacco russo e, nel caso in cui la deterrenza fallisse, impedire a Mosca di conquistare e mantenere il controllo di territori alleati. «Non ritengo che un conflitto sia imminente o inevitabile. Non lo è», ha detto Grynkewich. Ma la pace, secondo il generale, non si conserva soltanto attraverso la comunicazione e la trasparenza. Richiede anche la capacità di combattere. «Essere pronti significa pianificare interventi non solo per gli scenari probabili, ma anche per quelli semplicemente possibili», ha spiegato.

Il discorso arriva mentre il Pentagono in particolare e l’amministrazione Trump in generale stanno riesaminando la presenza militare statunitense in Europa e gli alleati europei accelerano gli investimenti per rafforzare le proprie capacità di difesa. Grynkewich, ultimo americano a occupare un incarico Nato da sempre affidato a vertici militari a stelle e strisce, ha però respinto i dubbi sulla continuità dell’impegno degli Stati Uniti nella Nato. Rispondendo a una domanda sulla disponibilità degli Stati Uniti a inviare truppe in caso di attacco a un Paese europeo, ha ricordato la presenza di militari americani in Polonia e lungo il fianco orientale, sostenendo che nessuno dovrebbe mettere in discussione l’impegno di Washington nell’Alleanza. Ha anche precisato che decidere chi invia le truppe e dove è una scelta politica.

La teoria della vittoria non è un piano operativo dettagliato, ma una visione condivisa dai 32 alleati, basata sulla strategia di difesa dell’area euro-atlantica. Grynkewich ha spiegato che il quadro è stato elaborato per offrire alle forze armate una direzione comune e concentrarle sui compiti essenziali in caso di conflitto. Il messaggio è rivolto anche a Mosca, in una fase in cui i governi europei denunciano un’intensificazione di sabotaggi, incursioni di droni e attacchi informatici.

La strategia si articola in tre passaggi, riassunti da altrettanti verbi: block, blunt, break – bloccare, frenare, spezzare. Il primo obiettivo è fermare l’attacco sul punto di contatto, impedendo alle forze nemiche di conquistare territorio. Le forze terrestri dovranno contrastare l’avanzata, mentre aviazione e marina, coordinate con le componenti spaziali e informatiche, dovranno ottenere rapidamente la libertà di manovra necessaria a colpire l’avversario. Se l’offensiva dovesse proseguire, entrerebbe in gioco la seconda fase: frenarla, impedendo al nemico di guadagnare terreno e iniziativa. Sensori avanzati, sistemi autonomi e forze capaci di operare in più domini dovranno essere impiegati in modo coordinato, fino al livello tattico, per ostacolare la capacità dell’avversario di mantenere il ritmo dell’attacco. La terza fase punta a spezzare il sistema militare che sostiene l’offensiva. Non soltanto le unità impegnate in prima linea, ma anche le strutture e le capacità che consentono loro di ricevere rifornimenti, comunicare e mantenere il coordinamento. La Nato intende combinare munizioni di precisione ad alte prestazioni con sistemi più economici e producibili su larga scala, esercitando una pressione continua attraverso i domini terrestre, aereo, marittimo, spaziale e informatico.

L’obiettivo, ha precisato Grynkewich, non è infliggere alla Russia una sconfitta strategica complessiva, ma rendere impossibile la prosecuzione dell’attacco. È una distinzione che il generale collega anche al controllo dell’escalation: la Nato deve colpire quanto basta per fermare l’aggressione, senza perseguire obiettivi ulteriori. In questo modo, sostiene, la responsabilità di un’eventuale intensificazione del conflitto ricadrebbe sull’aggressore, che dovrebbe sapere che ogni ulteriore passo peggiorerebbe la propria posizione militare e politica.

La teoria dovrà ora tradursi in addestramento, esercitazioni e investimenti. Grynkewich ha citato le forze terrestri schierate sul fianco orientale, le capacità aeree e marittime, i sistemi di attacco di precisione a lungo raggio, le reti di sensori e le infrastrutture digitali necessarie a coordinare le operazioni. La preparazione militare, ha insistito, serve prima di tutto a evitare che la guerra cominci. «La Nato non cerca la guerra con nessuno», ha detto il comandante supremo, riconoscendo che l’attuazione della strategia potrebbe richiedergli di impartire ordini che spera di non dover mai dare. La deterrenza, però, deve essere credibile proprio perché poggia sulla capacità di agire. «Ci siamo addestrati, siamo pronti e lo saremo ancora di più domani e ogni giorno a venire», ha concluso. Il messaggio agli avversari è racchiuso nell’ultima frase del suo intervento: «Oggi non è il giorno giusto» per attaccare la Nato.

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Anduril sfida il Patriot nella guerra degli intercettori, e Lockheed rilancia

13 October 2026 at 03:45

Il problema dei sistemi antimissile occidentali non è soltanto riuscire a intercettare un missile in arrivo. È anche quanto costa farlo, quante munizioni restano negli arsenali dopo settimane di combattimenti e quanto rapidamente l’industria riesce a rimpiazzarle. È attorno a questa equazione che si sta aprendo una nuova competizione negli Stati Uniti, con i grandi contractor tradizionali chiamati a confrontarsi con aziende più giovani e ambiziose.

Ieri Anduril ha presentato Steelfin, una famiglia di intercettori terra-aria progettata per affrontare minacce diverse utilizzando un’architettura comune. L’obiettivo è ridurre i costi e rendere più semplice aumentare la produzione, senza sviluppare un missile completamente nuovo per ogni missione. L’annuncio arriva mentre Lockheed Martin, il produttore del Patriot, sta lavorando a una nuova generazione di intercettori.

La soluzione di Anduril, l’azienda statunitense fondata da Palmer Luckey, si basa su un sistema modulare a due stadi. Il primo è un razzo propulsore, il secondo è l’intercettore vero e proprio. A seconda della missione, possono cambiare le dimensioni del propulsore, il sensore utilizzato per individuare il bersaglio e la configurazione della parte terminale. L’azienda prevede sia intercettori che distruggono il bersaglio con l’impatto diretto, sia varianti con testata a frammentazione.

La famiglia dovrebbe coprire un ampio spettro di missioni, dalla difesa ravvicinata contro minacce aeree fino all’intercettazione di missili balistici. Anduril sostiene che una variante destinata a missioni simili a quelle del PAC-3 possa offrire l’80 per cento delle capacità del sistema di Lockheed a meno della metà del costo. Per una configurazione più avanzata, l’azienda dichiara di poter coprire missioni oggi affidate al sistema THAAD a una frazione del prezzo.

Sono stime del produttore, non prestazioni già dimostrate in volo. Anduril non ha pubblicato un listino né dati sufficienti a confrontare in modo indipendente le diverse configurazioni. I test di volo sono previsti per il 2027. L’azienda punta a produrre migliaia di esemplari all’anno, ma non ha ancora indicato un calendario dettagliato che dimostri come raggiungerà quei volumi.

La scommessa è soprattutto industriale. Utilizzare componenti, software e processi produttivi comuni dovrebbe consentire di riconfigurare le linee in base alla domanda, evitando che ogni missile richieda una filiera separata. È un approccio che risponde a una lezione emersa in Ucraina e in Medio Oriente: impiegare intercettori sofisticati e costosi contro minacce relativamente economiche può consumare rapidamente le scorte, anche quando l’intercettazione è indispensabile.

La pressione sui costi, però, non significa rinunciare alle prestazioni. Lo dimostra la mossa di Lockheed Martin, che alla fine della scorsa settimana ha presentato PAC-3 Edge, un nuovo intercettore sviluppato per il programma Future Interceptor dell’esercito statunitense. L’azienda è stata ammessa alla fase successiva del programma e prevede di avviare i test nel 2027, con l’obiettivo di arrivare al dispiegamento entro il 2031.

PAC-3 Edge riprende la tecnologia del PAC-3 MSE, ma introduce un nuovo sensore di ricerca del bersaglio sviluppato da Lockheed e un motore a propellente solido a impulsi multipli realizzato da Northrop Grumman. Gli aggiornamenti ai sistemi di controllo dovrebbero aumentare velocità, manovrabilità e capacità d’intercettazione a distanze e quote maggiori. L’obiettivo dichiarato è affrontare minacce missilistiche più avanzate, comprese quelle ipersoniche.

Steelfin ed Edge rappresentano quindi due risposte differenti a una stessa esigenza. Anduril punta sulla modularità e sulla produzione di massa per rendere più sostenibile la difesa contro una gamma ampia di minacce. Lockheed vuole spingere più avanti le prestazioni di una famiglia di missili già utilizzata dalle forze armate statunitensi. Non sono necessariamente alternative dirette: la loro eventuale sovrapposizione dipenderà dalle configurazioni, dai requisiti militari e dai risultati dei test.

Per l’Europa, la competizione americana è un ulteriore elemento da considerare mentre cerca di sviluppare una capacità industriale autonoma nel settore della difesa antimissile. Un intercettore statunitense meno costoso potrebbe attenuare il problema del prezzo e delle scorte, ma non risolverebbe quello della dipendenza da fornitori esterni. La questione non è scegliere tra prestazioni e quantità: è riuscire a sostenere entrambe, con una filiera capace di produrre abbastanza armi da rendere credibile la difesa nel tempo.

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Dalle auto ai missili, l’industria europea cambia strada

10 October 2026 at 03:45

A una trentina di chilometri da Ingolstadt, nel bosco di Schrobenhausen, Mbda produce missili da crociera e sistemi per la difesa aerea. Presto, in questo distretto industriale della Baviera, potranno lavorare anche alcuni dipendenti Audi. Il programma si chiama Regionaler Personaleinsatz, letteralmente impiego regionale del personale: per due anni, su base volontaria, alcuni lavoratori potranno essere assegnati temporaneamente a imprese della difesa, mantenendo il contratto e il trattamento economico di Audi e il diritto di tornare in azienda. L’iniziativa coinvolge anche Knds, Diehl Defence e Airbus e si rivolge inizialmente a ingegneri, responsabili della qualità, project manager e personale delle aree tecniche dello stabilimento di Ingolstadt.

Il nome burocratico nasconde una trasformazione più ampia. Mentre l’industria automobilistica europea riduce i costi e la capacità produttiva, quella della difesa fatica a soddisfare una domanda in crescita. La prima dispone di competenze nella produzione in serie, nell’automazione e nel controllo della qualità; la seconda ha bisogno di trasferirle rapidamente in un settore abituato a lavorare su volumi più contenuti.

Il trasferimento, però, non è automatico. Le imprese militari devono fare i conti con verifiche di sicurezza, requisiti specifici e formazione sui prodotti. Un ingegnere abituato a progettare un’automobile non diventa dall’oggi al domani uno specialista di missili o sistemi antiaerei. Ma può portare con sé metodi di lavoro e conoscenze industriali preziosi per aumentare la produzione.

Il caso Audi è anche un riflesso della crisi che attraversa il gruppo Volkswagen. Lo stabilimento di Neckarsulm, con oltre 15.500 dipendenti, è tra i quattro siti tedeschi del gruppo per i quali non è ancora garantito un impiego produttivo competitivo a partire dal 2031. Volkswagen sta valutando utilizzi alternativi per gli impianti, mentre cerca di ridimensionare una capacità produttiva che supera la domanda.

Secondo dati riportati dalla stampa tedesca e attribuiti ad ambienti del gruppo, produrre un’automobile a Neckarsulm costa poco meno di 6.000 euro, contro circa 3.000 nei siti europei più competitivi. Il confronto va letto tenendo conto delle diverse categorie di vetture: nello stabilimento si assemblano modelli di fascia alta come A5, A6 e A8, che richiedono tempi di lavorazione maggiori. Anche al netto di queste differenze, resta un divario di costo significativo.

Il problema è trovare alternative. Volkswagen sta ridimensionando strutture e occupazione, mentre il suo amministratore delegato, Oliver Blume, ha indicato le collaborazioni con aziende cinesi e le attività legate alla difesa tra le possibili strade per salvaguardare gli impianti. Il gruppo deve trovare nuovi impieghi per capacità produttive che non riesce più a sostenere con il solo mercato dell’auto.

Da Ingolstadt a Osnabrück, il passo successivo è provare a riconvertire le fabbriche. Volkswagen ha raggiunto un accordo sui termini della possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück al fondo Aurelius e al Land della Bassa Sassonia. La produzione automobilistica dovrebbe terminare nell’estate del 2027. L’obiettivo è trasformare il sito in un centro per le tecnologie della sicurezza e della difesa, con un primo progetto sviluppato insieme all’israeliana Rafael per produrre sistemi e componenti destinati alla difesa aerea. Il progetto potrebbe coinvolgere anche tecnologie legate all’Iron Dome, il sistema antiaereo israeliano.

La vicenda mostra quanto la riconversione sia condizionata da fattori politici. Il Qatar Investment Authority, azionista rilevante di Volkswagen, aveva espresso riserve sulla collaborazione diretta tra il gruppo tedesco e Rafael. La struttura ora delineata, con il coinvolgimento di Aurelius e del governo regionale, punta a superare quell’ostacolo. Il progetto, tuttavia, non equivale ancora alla certezza che tutte le attività previste saranno realizzate nei tempi e nei modi annunciati.

Anche Mercedes-Benz sta esplorando il settore. A maggio l’amministratore delegato Ola Källenius ha dichiarato al Wall Street Journal che il gruppo sarebbe disposto a entrare nella produzione per la difesa, a condizione che l’operazione abbia senso economico. Il manager ha descritto questo mercato come una possibile nicchia in crescita, non come un’alternativa alla produzione automobilistica.

A giugno, alla fiera aerospaziale Ila di Berlino, Mercedes-Benz e la società tecnologica tedesca Tytan Technologies hanno firmato un memorandum d’intesa per valutare sistemi mobili basati sui fuoristrada Classe G e sui furgoni Sprinter. Il progetto comprende una piattaforma per contrastare i droni e un veicolo in grado di trasportarli. Mercedes mette a disposizione i veicoli, Tytan le proprie competenze tecnologiche. Per ora l’accordo riguarda la valutazione e lo sviluppo delle possibili applicazioni: non sono stati annunciati volumi e tempi definitivi di produzione.

La convergenza tra auto e difesa riguarda anche la Francia. A febbraio Renault ha confermato un progetto con l’azienda di difesa Turgis Gaillard per assemblare droni militari Chorus nello stabilimento di Le Mans. Il gruppo automobilistico è stato coinvolto su richiesta del ministero delle Forze armate, interessato alle sue capacità di progettazione industriale e produzione in serie. L’obiettivo dichiarato è sviluppare in meno di un anno una capacità produttiva fino a 600 droni al mese. Renault ha precisato che il progetto si inserisce in un’iniziativa guidata dallo Stato e che le attività sono state definite dopo la consultazione delle rappresentanze dei lavoratori.

La trasformazione non passa soltanto dalle grandi case automobilistiche. Può essere più semplice per i fornitori specializzati, le cui competenze sono già utilizzabili in altri settori. È il caso di Deutz, produttore tedesco di motori, che il 9 luglio ha annunciato un accordo per acquisire il 100 per cento di Ffg Flensburger Fahrzeugbau, azienda specializzata in veicoli militari, per un corrispettivo complessivo di circa 1,6 miliardi di euro. L’operazione, che combina una componente in denaro e nuove azioni Deutz, segna un’espansione strategica nella difesa.

Anche componenti, sistemi di propulsione e tecnologie di precisione possono entrare nella filiera militare senza che l’intera fabbrica debba cambiare produzione. È una prospettiva importante perché consente di sfruttare capacità industriali esistenti, anziché costruire da zero impianti e competenze.

È qui che la questione riguarda anche l’Italia. In un’analisi pubblicata nelle scorse settimane, il Royal United Services Institute think tank britannico specializzato in sicurezza e difesa, indica Torino insieme a Wolfsburg, Detroit e alle Midlands britanniche tra i poli industriali che potrebbero contribuire allo sviluppo della robotica militare. Le competenze della filiera automobilistica — batterie, attuatori, motori elettrici, sensori ed elettronica — sono in parte sovrapponibili a quelle necessarie per produrre droni e sistemi robotici.

Il vantaggio, tuttavia, non va sopravvalutato. Le fabbriche automobilistiche sono organizzate attorno a cicli di produzione pluriennali; i sistemi senza equipaggio, soprattutto i droni, richiedono invece aggiornamenti rapidi e iterazioni che possono misurarsi in settimane. La sfida non è trasferire semplicemente una linea da un prodotto all’altro, ma adattare competenze, fornitori e processi a esigenze industriali differenti.

Il governo italiano ha introdotto un riferimento normativo con la legge 30 dicembre 2025, n. 199, la legge di bilancio per il 2026. Il comma 280 dell’articolo 1 prevede decreti del ministro della Difesa, di concerto con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, per individuare attività, aree, opere e progetti infrastrutturali di interesse strategico destinati a realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare capacità industriali della difesa. La disposizione opera nell’ambito delle risorse previste dalla legislazione vigente e non istituisce, da sola, un nuovo fondo per la riconversione. Resta da capire come sarà attuata e quali progetti verranno individuati.

Per Torino, dunque, l’opportunità non è ancora un piano industriale. Non risulta un programma pubblico paragonabile a quello avviato da Audi per trasferire temporaneamente personale alla difesa, né un censimento pubblico delle aziende locali già pronte a partecipare a programmi militari. Ma la presenza di competenze automobilistiche, meccatroniche ed elettroniche offre una base da cui partire.

Un segnale concreto è arriva proprio da Torino ieri, con Edgewing, la società partecipata da Leonardo, dalla britannica Bae Systems e dalla giapponese Japan Aircraft Industrial Enhancement Company, ha inaugurato la propria sede italiana, la prima delle tre previste nei Paesi partner del Global Combat Air Programme (Gcap). Il centro ospiterà centinaia di ingegneri italiani, britannici e giapponesi impegnati nella progettazione del futuro aereo da combattimento di nuova generazione. La società prevede che la struttura italiana arrivi a un migliaio addetti, a cui si aggiungeranno le risorse di Leonardo coinvolte nel programma. Non è una riconversione dell’industria automobilistica, ma dimostra che Torino dispone già di un ecosistema ingegneristico e industriale su cui costruire nuove attività legate alla difesa. La sfida è capire se una parte delle competenze sviluppate nella componentistica, nella meccatronica e nell’elettronica per l’auto potrà trovare spazio anche al di fuori della filiera aerospaziale tradizionale.

La partita europea si giocherà su due piani. Il primo riguarda gli stabilimenti: se e come potranno essere riconvertiti per produrre veicoli, sistemi di supporto e componenti militari. Il secondo riguarda la filiera: quante imprese dell’auto riusciranno a diventare fornitori della difesa senza abbandonare il proprio mercato originario. Il programma Audi suggerisce anche una cautela. Se i dipendenti possono passare per due anni alla difesa conservando il diritto di rientrare, è perché il trasferimento è concepito come temporaneo e non implica una riconversione definitiva dell’azienda. La formula può aiutare a salvaguardare competenze e occupazione, ma non garantisce da sola una soluzione strutturale alla crisi dell’auto. Per l’Europa, quindi, la questione non è soltanto stabilire quali fabbriche produrranno armi. È capire se il patrimonio industriale accumulato in decenni di produzione automobilistica potrà sostenere una nuova capacità manifatturiera della difesa, senza trasformare una crisi settoriale in una semplice migrazione di posti di lavoro.

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Nell’era dell’intelligenza artificiale serve ancora qualcuno dall’altra parte

9 October 2026 at 03:45

La guerra in Ucraina, quando finirà – e speriamo che questa assurdità cessi al più presto – offrirà come tutti i conflitti un’enorme mole di argomenti per studi di ogni genere e sarà vivisezionata secondo mille ottiche diverse. Sicuramente una delle angolazioni più interessanti e ispiratrice di copiosi approfondimenti sarà quella intelligence, e già ora sono disponibili innumerevoli contributi e documenti al riguardo.

Se ci focalizziamo sull’inizio del conflitto, possiamo immediatamente riconoscere un successo delle intelligence statunitense e britannica nel raccogliere, analizzare, interpretare e diffondere correttamente il quadro informativo circa capacità ed effettive intenzioni della Russia nei confronti di Kyjiv. La dettagliata e corretta intelligence elaborata dai due partner anglosassoni ne ha ripristinato primazia e credibilità anche per coloro che ne avevano decretato la perdita di prestigio dopo il dossier Iraq.

Parallelamente a questo innegabile successo, le prime settimane del conflitto sono però state caratterizzate da una ben più lunga lista di fallimenti intelligence. Per il campo angloamericano, lasciando da parte per il momento le difficoltà a farsi ascoltare da molti partner e alleati, un fallimento ha riguardato la corretta valutazione delle effettive capacità e della determinazione dell’Ucraina a resistere all’invasione. In casa ucraina, sono palesi gli errori commessi dallo stesso presidente Volodymyr Zelensky nelle fasi immediatamente antecedenti l’attacco russo nel leggere la situazione che si stava creando; a questo ha, con ogni probabilità, concorso una perlomeno non ottimale copertura informativa interna. Anche Mosca ha commesso errori di valutazione e di interpretazione di intenzioni e capacità, giungendo all’errata conclusione che la campagna si sarebbe conclusa con un blitzkrieg di successo. Infine, qui nella vecchia Europa i ripetuti avvertimenti e allarmi provenienti da oltreoceano si sono infranti di fronte a un profondo scetticismo di gran parte delle capitali, tanto che il giorno dell’invasione il presidente del Bnd, ovvero del Servizio di intelligence estera della Germania, si trovava a Kyjiv e se ne rese necessaria l’estrazione di urgenza a opera di un team delle forze speciali di Berlino.

I vari post mortem condotti in campo occidentale da esperti veri o presunti, giornalisti e studiosi hanno evidenziato molti fattori, tutti corretti, per spiegare le difficoltà e gli errori delle intelligence specie europee. Tra di essi, spiccano bias di conferma, eccessiva importanza attribuita al parametro razionalità delle decisioni, diffidenza nei confronti delle capitali responsabili del caso Iraq, incidenza di valutazioni economiche, impatto di narrative negative su ruolo e futuro di formati quali Nato e Unione europea e così via.

Tra tutti questi contributi e analisi, ha invece attirato poca attenzione un pur coraggioso e illuminante atto di autodafè dell’intelligence olandese. Secondo notizie di stampa – originate da quella che è apparsa immediatamente una fuga di notizie voluta, alimentata e coordinata dai vertici di Aivd e Mvid – l’errore di valutazione circa le reali intenzioni russe sarebbe stato dovuto all’eccesso di fiducia, attendibilità in gergo intelligence, attribuito a quanto riferito da un’unica fonte umana, che in passato aveva sempre fornito intelligence corretta e preziosa. Quanto fatto filtrare dagli olandesi si rispecchiava in parte in successive dichiarazioni del presidente del Bnd, lo sfortunato visitatore, che affermava che il suo servizio soffriva, tra le altre limitazioni, della scarsità di fonti umane (da questa e altre analisi interne scaturirà in seguito la proposta di profonda riorganizzazione e di ampliamento degli strumenti del Bnd attualmente in fase di esame e probabile prossima approvazione).

Quasi in silenzio, di soppiatto, improvvisamente rientra in gioco il fattore umano, la spia in carne e ossa. Ma cosa poteva apportare di nuovo e determinante la human intelligence (Humint) che non fosse già noto e conosciuto attraverso le tante intelligence tecniche, come signals intelligence (Sigint), imagery intelligence (Imint), electronic intelligence (Elint), eccetera? Poteva aprire la conoscenza verso il fattore umano dell’avversario, esplorarne e capirne le motivazioni profonde, gli stati d’animo, amicizie e inimicizie, paure, sogni e aspirazioni; in altre parole, poteva illuminarne le vere, profonde intenzioni. Avrebbe, in sintesi, permesso di valutare con maggiore precisione il rapporto tra le capacità – chiaramente e univocamente riconosciute, sotto forma di schieramenti, dotazioni, unità – e cosa ne volessero realmente fare i decisori. Avrebbe apportato quel valore aggiunto, di esclusiva proprietà del detentore della fonte, in grado di far spostare con un contributo apparentemente minore il peso finale della bilancia.

È palese come il reclutamento di una fonte che sia allo stesso tempo affidabile, gestibile e in grado di riferire su aspetti così vitali per la sicurezza costituisca un’impresa estremamente complessa e rischiosa. Tuttavia, va sgombrato il campo dal preconcetto che per essere efficace anche ad altissimi livelli la fonte debba necessariamente appartenere al più immediato inner circle del decisore avversario. Prossimità, infatti, non sempre corrisponde ad accesso informativo, specie quando si tratta di dinamiche così sensibili e protette con attenzione; anche una risorsa apparentemente lontana dalla stanza dei bottoni può rivelarsi preziosissima e causare danni enormi all’organizzazione di appartenenza.

Questo è il motivo per cui gli addetti alla cifra sono da sempre prime game per ogni servizio di intelligence, in quanto da loro transita tutto il flusso delle comunicazioni più riservate. Un caso di scuola in questo campo è quello di Victor Sheymov, elemento centrale del sistema di comunicazioni protette del Kgb che defezionò negli Stati Uniti (da leggere la sua autobiografia “Tower of Secrets”, oramai reperibile quasi esclusivamente nel mercato dell’usato). Ma anche un semplice archivista può rivelarsi un vero gioiello, come dimostrato dalla vicenda di Vasilij Mitrokhin.

Se gli olandesi avessero avuto a libro paga almeno un’altra fonte, in grado di contribuire al processo di validazione dell’unico loro informatore, forse sarebbero giunti a conclusioni più vicine a quella che si è poi rivelata essere la corretta realtà. Lo stesso discorso vale per il Bnd, che ha ufficialmente riconosciute le proprie carenze anche in questo campo. Vale anche per gli Stati Uniti, che con una più chiara lettura delle dinamiche psicologiche di Zelensky e di quelle motivazionali della popolazione ucraina avrebbero potuto evitare errori e organizzare al meglio la propria risposta.

Ci troviamo ora in piena rivoluzione globale, causata dall’avvento e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e viene spontaneo chiedersi se questo approccio all’intelligence mediante il ricorso a fonti umane, ovvero la human intelligence, abbia ancora senso e valore. Tornando indietro di un paio di decenni, all’epoca che oramai sembra preistorica della diffusione di Internet, si possono rintracciare dibattiti incentrati sulla stessa domanda e molti preconizzavano la futura irrilevanza della Humint, superata dalle potenti tecnologie emergenti. La realtà si è rivelata essere molto diversa e, semmai, la Humint negli anni è diventata ancor più preziosa che in passato.

La stessa valutazione può essere razionalmente sostenuta rispetto a ciò cui assistiamo ai giorni nostri.

L’intelligenza artificiale ha già portato profondi cambiamenti nella pratica intelligence e questi mutamenti stanno portando a un processo di democratizzazione dell’accesso a strumenti di acquisizione, ricerca e assemblaggio di informazioni, sinora dominio esclusivo di strutture governative o aziende altamente specializzate. Inoltre, l’intelligenza artificiale ha la capacità di influenzare i processi di percezione e costruzione dell’ambiente cognitivo che sottende alle dinamiche decisionali. Tuttavia, quello che ancora non riesce a fare è sondare in profondo l’animo, il cuore, la “pancia” che alla fine saranno i motori delle decisioni degli avversari e dei competitor. Per questo, l’unico vero strumento di superiorità informativa rimane una fonte ben piazzata.

Consideriamo un altro aspetto. Con i progressi nella crittografia quantistica, ci stiamo avvicinando a grandi passi al Q-Day, giorno a partire dal quale tutti gli attuali sistemi di protezione delle comunicazioni e dei dati saranno perfettamente leggibili da chi disporrà della necessaria tecnologia. Questa esposizione in massa di dati e la necessità di proteggere comunque le informazioni più segrete riporterà in auge vecchie metodologie di scambio, basate su vettori umani: di nuovo, ecco qualcosa che pensavamo destinato al tramonto.

Un capitolo a parte merita lo spionaggio industriale, un settore dove l’applicazione di strumenti nuovi – quali piattaforme professionali come LinkedIn e sistemi open di comunicazione cifrata – si è fusa con una ricerca a tappeto di fonti inserite nei contesti di maggiore interesse e sensibilità. Dettagliati e aggiornati database, disponibili pubblicamente, certificano quanto questa Humint supportata dalla tecnologia costituisca non solo oramai un fenomeno diffuso ma configuri una delle principali armi nella competizione per la superiorità in campo industriale, cibernetico, medico e persino alimentare.

La vecchia, classica Humint appare a buon titolo continuare a offrire uno strumento irrinunciabile per un’efficace attività di intelligence, anche in un momento nel quale l’offerta sempre più ampia di intelligence tecnica e il proliferare di declinazioni dell’intelligence in forme piuttosto singolari (le -int più disparate) aveva fatto perdere di vista l’esistenza e l’importanza di questa che molti operatori di intelligence considerano non a caso una vera arte.

Come tutti gli sviluppi tecnologici che sono occorsi nei secoli, anche l’intelligenza artificiale avrà effetti profondi in questa specialità, e il futuro ne introdurrà di nuovi. L’importante è quindi soffermarsi ad approfondire quali siano questi effetti e come la Humint si possa e debba evolvere. Trattandosi però di interagire con persone reali, al centro rimarrà sempre l’animo umano, con tutta la sua complessità e le sue sfumature. La conoscenza della Humint e delle sue peculiarità reali esula e trascende il mero spettro dello spionaggio e può diventare uno strumento utile per perseguire un vantaggio competitivo, per alimentare con contenuti originali e di qualità i processi decisionali e, perché no visto che siamo tutti potenziali prede, per proteggere se stessi e le organizzazioni o aziende di appartenenza dall’operato di avversari e competitor. Non da ultimo, smaliziarsi in qualche piccola tecnica Humint può essere utile anche nella sfera personale, aiutandoci a capire meglio gli altri e a costruire delle relazioni strategiche di mutuo beneficio.

 

Un corso di formazione per approfondire
“Humint Pro” è il titolo del corso teorico-pratico che l’Istituto Gino Germani organizzata nell’ambito della sua scuola Scuola di formazione in intelligence e analisi strategica. Si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 28-29-30 ottobre 2026. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili. Tutte le informazioni qui.

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Gli Usa mettono una taglia record sul socio dell’hacker estradato dall’Italia

9 October 2026 at 03:45

Gli Stati Uniti hanno messo una taglia da 10 milioni di dollari su Zhang Yu, uno dei protagonisti della grande campagna di cyber-spionaggio attribuita alla Cina e conosciuta come Hafnium. Il dipartimento di Stato ha inserito il suo nome nel programma “Rewards for Justice”, offrendo una ricompensa fino a 10 milioni per informazioni che possano portare alla sua identificazione o localizzazione.

Zhang, secondo le autorità americane, non sarebbe un hacker indipendente. È indicato come direttore della Shanghai Firetech Information Science and Technology e come operatore che avrebbe lavorato per conto dello Shanghai State Security Bureau (Sssb), la struttura locale del ministero cinese per la sicurezza dello Stato (Mss), ovvero l’intelligence di Pechino.

Il suo nome è legato a quello di Xu Zewei⁠, arrestato in Italia nel luglio 2025 mentre si trovava in vacanza a Milano e poi estradato negli Stati Uniti nell’aprile di quest’anno. I due avrebbero cominciato a collaborare almeno dal 2020, prendendo di mira ricercatori e istituzioni americane impegnati nello studio del Covid-19. Nel 2021 sarebbero poi passati all’attacco dei sistemi Microsoft Exchange, sfruttando le vulnerabilità del software per penetrare nelle reti di migliaia di organizzazioni in tutto il mondo. La campagna venne attribuita dagli Stati Uniti al gruppo Hafnium. Secondo il Federal Bureau of Investigation, furono compromesse oltre 12.700 organizzazioni, a fronte di più di 60.000 obiettivi statunitensi.

Ma l’interesse degli hacker non sarebbe stato soltanto quello di raccogliere grandi quantità di dati. Nell’incriminazione americana vengono citate caselle di posta di università e studi legali nelle quali sarebbero state cercate parole chiave come “MSS”, “Chinese sources” e “HongKong”. Un dettaglio che mostra quanto fosse mirata la ricerca di informazioni su fonti, contatti e attività legate alla Cina.

Per Washington, inoltre, Zhang e Xu non agivano semplicemente come criminali informatici indipendenti. Secondo l’accusa, ricevevano ordini di Mss e Sssb e riferivano agli ufficiali che li supervisionavano. Il caso rientra così nella più ampia accusa americana secondo cui l’intelligence cinese utilizza una rete di società private e contractor per condurre operazioni cyber, rendendo meno evidente il coinvolgimento diretto dello Stato.

La stessa Shanghai Firetech, società diretta da Zhang, appare avere capacità tecniche che vanno oltre il semplice ruolo societario. Una ricerca pubblicata da SentinelLabs ha individuato nei registri cinesi oltre dieci brevetti dell’azienda relativi a tecnologie di raccolta dati e analisi forense, compresi strumenti per acquisire informazioni da computer Apple. Gli stessi ricercatori precisano però che non è possibile collegare automaticamente queste tecnologie alle operazioni offensive attribuite a Hafnium.

La domanda, però, è un’altra: perché Washington abbia deciso di rendere pubblica ora una ricompensa così alta?

L’incriminazione di Zhang e Xu risale al luglio 2025. Xu è già stato arrestato in Italia ed estradato negli Stati Uniti, mentre Zhang non è mai stato catturato. La taglia può naturalmente servire ad aumentare le possibilità di arrivare a lui. Ma ha anche un evidente valore di segnale: Washington vuole mostrare che il caso non è chiuso e che la pressione sugli uomini della rete cinese continua.

E lascia aperta un’altra domanda: Xu Zewei ha iniziato a collaborare con gli investigatori americani?

Non ci sono elementi pubblici per dirlo. Ma la scelta di rilanciare il caso proprio adesso, con una ricompensa fino a 10 milioni di dollari, rende la domanda inevitabile.

Xu è negli Stati Uniti. Zhang, invece, è ancora ricercato. E ora Washington ha messo un prezzo sulla sua testa.

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L’Ue si sta preparando a un attacco russo che farà delle vittime

9 October 2026 at 03:45

Ad agosto un drone esplosivo è stato trovato nei pressi di un aereo ucraino all’aeroporto di Lipsia/Halle, in Germania. Secondo le autorità tedesche si trattava di un’operazione dell’intelligence russa (AP/LaPresse)

C’è uno scenario che fino a poco tempo fa sembrava troppo estremo per essere discusso apertamente nelle stanze delle istituzioni europee: un attacco russo sul territorio dell’Unione con più vittime. Ora, invece, i governi dei Ventisette stanno iniziando a prepararsi proprio a questo.

Lo racconta Politico, secondo cui nelle ultime settimane gli ambasciatori dei Paesi Ue hanno discusso in formato riservato – senza telefoni né assistenti – di come dovrebbe reagire l’Unione a un attacco sotto soglia del conflitto aperto ma capace di provocare diverse vittime. Sul tavolo ci sono l’invio di squadre di emergenza, l’utilizzo di fondi europei per aiutare il Paese colpito e soprattutto il coordinamento politico e della comunicazione.

Non è uno scenario astratto. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi attribuiti a Mosca o a soggetti legati alla Russia: sabotaggi, incendi, attacchi informatici, violazioni dello spazio aereo e operazioni contro infrastrutture strategiche. A luglio un missile russo è caduto sul territorio polacco. Ad agosto, all’aeroporto di Lipsia, è stato trovato un drone con esplosivi vicino a un aereo cargo ucraino. In Romania sono stati intercettati droni russi e, in altri Paesi europei, sono state scoperte operazioni di sabotaggio e incendi dolosi.

Proprio il caso di Lipsia aveva mostrato quanto sottile sia ormai il confine tra una provocazione e un incidente potenzialmente letale. Lo avevamo raccontato su Linkiesta a settembre, quando l’episodio tedesco era ancora soprattutto un campanello d’allarme: un drone con esplosivi che arriva fino a un aeroporto europeo non è più soltanto una questione di spionaggio o di disinformazione. È un’operazione che avrebbe potuto provocare vittime.

Ora a Bruxelles si discute del passo successivo: che cosa succede se le vittime arrivano davvero?

Il problema è anche istituzionale. L’Unione europea dispone già di meccanismi per coordinare la risposta alle crisi, a partire dall’Integrated Political Crisis Response, ma diversi governi temono che nuovi protocolli possano sovrapporsi alle strutture della Nato. In caso di attacco grave, infatti, la domanda diventerebbe immediatamente politica: quale delle due organizzazioni deve guidare la risposta?

Il rischio è che la Russia possa sfruttare proprio questa zona grigia. Come ha scritto su Foreign Affairs Julianne Smith, ex rappresentante permanente degli Stati Uniti presso la Nato, Mosca ha progressivamente aumentato frequenza e intensità delle proprie operazioni in Europa, contando sul fatto che gli alleati continuino a considerarle una serie di episodi separati. Un sabotaggio, un drone, un attacco informatico, un incendio. Ogni volta una risposta limitata. Il problema, sostiene Smith, è che questo approccio non produce deterrenza e lascia a Mosca spazio per alzare ulteriormente il livello.

Finora è andata bene. Ma è difficile costruire una strategia di sicurezza contando indefinitamente sulla fortuna.

E mentre l’Ue cerca di capire come reagire al primo grande attacco che provocherà vittime, la Nato si prepara a uno scenario ancora più grave: una guerra aperta sul fianco orientale.

Lunedì prossimo a Varsavia il comandante supremo alleato in Europa, il generale Alexus Grynkewich, presenterà la «Teoria della vittoria», una nuova concezione di come l’Alleanza dovrebbe combattere un eventuale attacco russo. Il piano punta a fermare una possibile incursione con le forze già presenti sul fianco orientale e poi a utilizzare droni, sistemi autonomi e intelligenza artificiale per colpire rapidamente le capacità russe di comando, controllo e targeting, prima di ricorrere, se necessario, alla potenza di fuoco convenzionale.

Sono due preparativi diversi, ma raccontano la stessa trasformazione. Bruxelles si chiede come reagire quando un’operazione russa sotto la soglia della guerra provocherà morti. La Nato si prepara invece a cosa fare se quella soglia verrà superata apertamente.

La domanda, ormai, non è più soltanto quanto sia «ibrida» la guerra russa contro l’Europa. È quanto a lungo potrà rimanere sotto la soglia prima che qualcuno venga ucciso.

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