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Trump allenta le sanzioni contro la Russia: «Una decisione positiva per il mondo»

Donald Trump rivendica la scelta di sospendere parte delle sanzioni e dei dazi contro la Russia previsti dalla legge promossa dal defunto senatore guerrafondaio repubblicano Lindsey Graham, noto per le sue posizioni duramente russofobe. Una decisione che segnala le contraddizioni della strategia sanzionatoria di Washington e i costi che questa politica rischia di imporre alla stessa economia statunitense. «È un'ottima decisione. Sarà vantaggiosa per il Paese e, a mio avviso, anche per il mondo, perché ci troviamo in uno scenario globale», ha dichiarato il presidente USA, difendendo la scelta in nome dell'interesse nazionale degli Stati Uniti.

L'ordine esecutivo adottato dalla Casa Bianca esenta dall'applicazione alcune delle misure previste dalla legge Graham, tra cui i dazi del 500% sui prodotti russi e quelli secondari fino al 100% contro i principali acquirenti internazionali di energia russa. Misure punitive che avrebbero potuto colpire non soltanto Mosca, ma anche i partner commerciali della Russia e gli equilibri dei mercati internazionali. Da Mosca è arrivata una reazione positiva. Kirill Dmitriev, direttore del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato speciale della presidenza russa, ha definito la sospensione «un momento decisivo e storico».

Secondo Dmitriev, l'applicazione della legge avrebbe potuto paralizzare la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti, provocando danni significativi soprattutto all'economia statunitense e ai mercati globali. Il rappresentante russo ha inoltre sottolineato che la cooperazione economica tra i due Paesi può favorire la stabilità internazionale, rafforzare la fiducia reciproca e creare le condizioni per una pace duratura. La decisione di Trump mette così in evidenza i limiti di una strategia che punta a utilizzare dazi e sanzioni come strumenti di pressione geopolitica, anche a costo di produrre conseguenze negative per gli stessi Stati Uniti.

Mentre una parte dell'establishment USA continua a promuovere una linea di confronto con Mosca, la Casa Bianca riconosce che la cooperazione economica può rispondere meglio agli interessi nazionali e contribuire alla stabilità globale. Resta da vedere se questa sospensione rappresenterà un passo concreto verso il superamento della logica della guerra economica o soltanto una pausa tattica nella contrapposizione tra Washington e Mosca.


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Gaza, orrore senza fine: 8.000 palestinesi ancora sepolti sotto le macerie

A Gaza City si sono svolti i funerali di 75 palestinesi, tra cui donne e bambini, i cui resti sono stati recuperati dalle macerie di abitazioni bombardate da Israele nei primi mesi della guerra. Le vittime appartenevano a circa 20 famiglie. Le operazioni di recupero proseguono tra enormi difficoltà, a causa della mancanza di mezzi pesanti e attrezzature adeguate.

Secondo la Protezione civile palestinese, oltre 8.000 palestinesi risultano ancora dispersi sotto le macerie e, con le risorse attualmente disponibili, il recupero dei corpi potrebbe richiedere circa otto anni.

Nonostante gli impegni previsti dall'accordo di cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025, le autorità palestinesi accusano Israele di non aver consentito l'ingresso dei macchinari necessari.

Dall'ottobre 2023, l'offensiva israeliana ha provocato oltre 74.000 morti e 175.000 feriti, distruggendo circa il 90% delle infrastrutture civili della Striscia.

Nasce in Cina una rete mediatica del Sud Globale

La Cina ha ospitato la fondazione del Centro di Comunicazione dei Media del Sud Globale, iniziativa che riunisce quattro testate: teleSUR, l’agenzia cubana Prensa Latina, il brasiliano Brasil de Fato e la ghanese Pan Africa TV. L’obiettivo è rafforzare la collaborazione giornalistica e costruire narrazioni autonome, capaci di superare i paradigmi dominanti dei media occidentali.

La nuova piattaforma punta inoltre a consolidare i legami tra la Cina e i Paesi del Sud Globale, promuovendo lo scambio di contenuti e competenze tecnologiche. Tra le proposte emerse figurano una formazione permanente sull’intelligenza artificiale per i giornalisti e una maggiore cooperazione per ridurre la dipendenza dalle infrastrutture digitali controllate da attori esterni.

L’iniziativa mira così a rafforzare la sovranità comunicativa e l’indipendenza informativa dei Paesi del Sud Globale, offrendo maggiore spazio alle loro prospettive sui cambiamenti internazionali.


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“Una pagliacciata”: Lavrov sulla reazione dell'Europa e dell'Ucraina all'accordo sul diesel tra Russia e USA

Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha affermato che le critiche mosse dai paesi europei e dal regime di Kiev all’accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti sono «una farsa» e «autopromozione».

«L'accordo sul gasolio tra Mosca e Washington è una questione che riguarda Mosca e Washington. Mentre l'Unione Europea lo considera un tradimento nei confronti dell'Ucraina, lo stesso Zelensky afferma che la questione dell'esportazione del gasolio russo debba essere discussa con lui, perché solo lui può dare l'autorizzazione. Ma questo non ha nulla a che vedere con la sicurezza energetica, si tratta piuttosto di autopromozione e di una pagliacciata», ha dichiarato.

Lavrov ha spiegato i recenti attacchi di Zelensky contro Donald Trump come il risultato del timore del leader del regime ucraino che qualcuno possa dimenticarsi della sua esistenza. «Ieri ha chiesto loro altre decine di miliardi e non hanno ancora risposto», ha affermato il ministro. Ha proseguito affermando che la sicurezza energetica (utilizzata come pretesto da coloro che criticano l’accordo) è ciò che unisce tutti i paesi e costituisce la base della cooperazione della Russia con gli altri paesi nell’ambito dell’OPEC+.

Gli USA lanciano un severo monito a Zelensky: «Deve stare molto attento»

Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha rivolto un duro avvertimento al leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, dopo che quest'ultimo ha accusato Washington di aver imposto restrizioni al funzionamento del sistema Starlink, utilizzato dalle forze armate ucraine, e di aver interrotto la condivisione di dati di intelligence.

«Il presidente Trump e il segretario Rubio hanno affermato categoricamente che nessuno all'interno dell'amministrazione Trump ha fatto una cosa del genere, e ritengo che sia molto avventato da parte del presidente Zelenski formulare un'accusa di questo tipo (...) Il presidente Zelenski dovrebbe prestare molta attenzione quando rilascia dichiarazioni come questa, che non corrispondono al vero», ha avvertito in un'intervista alla NBC News.

Elon Musk, proprietario di SpaceX, l’azienda che sviluppa Starlink, sostiene che le restrizioni relative alla versione militare del segnale siano state introdotte su ordine delle autorità statunitensi. «I sistemi Starshield sono di proprietà del governo degli Stati Uniti e sono sotto il suo controllo. Qualsiasi limitazione di velocità o di utilizzo è stabilita dall’esercito statunitense e, in ultima istanza, dal presidente degli Stati Uniti», ha scritto su X.

Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha smentito le accuse di Zelensky secondo cui Washington avrebbe limitato l’accesso a Starlink. Ha inoltre sottolineato che, per quanto ne sapeva, «tutto rimane come prima», mettendo in dubbio che il funzionamento del servizio fosse mai stato interrotto. «Sono abbastanza sicuro che tutto rimanga immutato», ha affermato.

Allo stesso modo, il segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha dichiarato di non conoscere la teoria di Zelensky riguardo alla causa delle limitazioni, ma che «non ha nulla a che vedere con la Casa Bianca».

 

La Cina tarpa le le ali a Bruxelles sulle tensioni commerciali: "Non dovrebbero fantasticare"

La Cina ha avvertito l'Unione Europea (UE) di non dare per scontato che un atteggiamento commerciale più rigido possa costringere Pechino a fare concessioni. L'avvertimento giunge in seguito alla conferma, da parte di Bruxelles, dell'intenzione di creare un meccanismo che consenta di limitare rapidamente l'accesso dei prodotti cinesi al mercato unico, come riporta il South China Morning Post.

Questo nuovo punto di tensione emerge a solo una settimana dal raggiungimento di un accordo tra le due parti per limitare il volume di veicoli ibridi esportati dalla Cina verso l'Europa.

"L'UE non dovrebbe fantasticare di ottenere benefici attraverso la pressione o sottovalutare la determinazione e la capacità della Cina di difendere i propri interessi", ha affermato il Ministero del Commercio cinese. La dichiarazione risponde alle informazioni secondo le quali le minacce europee avrebbero costretto Pechino ad accettare le condizioni del blocco. Il Ministero ha respinto come infondata l'affermazione che tale pressione sia stata efficace.

In seguito al recente vertice del Consiglio europeo, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha confermato che l'UE svilupperà un nuovo strumento che consentirà di limitare immediatamente l'accesso al mercato unico ogniqualvolta ciò venga ritenuto necessario. L'iniziativa – promossa congiuntamente da Francia e Germania per far fronte a potenziali pratiche coercitive e distorsioni economiche – ha ottenuto il sostegno unanime dei 27 Stati membri.

Il meccanismo potrebbe essere integrato da nuove misure di salvaguardia commerciale, tra cui dazi e quote su ampie categorie di prodotti. Tra i settori presi in considerazione figurano quello chimico, dei macchinari, delle materie plastiche e delle ferroleghe.

 

"Un evento importante per la liberazione dell'intero Donbass": Putin celebra conquista di una città strategica

Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato che la conquista di Dobropolie da parte delle truppe russe rappresenta un importante sviluppo per la liberazione dell'intera regione del Donbass.

"Voglio sottolineare e mettere in evidenza proprio ora che la conquista di Dobropolie è, senza dubbio, un evento importante per la liberazione del Donbass nel suo complesso, nonché un chiaro successo per le Forze armate della Federazione Russa", ha affermato durante un incontro con i vertici dello Stato maggiore e i comandanti militari. Il leader ha sostenuto che la liberazione della città segna un progresso significativo, aprendo la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk.

Come riferito durante l'incontro dal Capo di Stato Maggiore Generale, il generale Valerij Gerasimov, Dobropolie è stata liberata dal gruppo di forze "Centro" (Tsentr). Si è trattato di uno dei vari avanzamenti compiuti dalle forze russe nella zona di combattimento, di cui si è discusso nel corso della riunione. Putin ha osservato che poco più del 10% della Repubblica Popolare di Donetsk e il 16,5% della regione di Zaporozhye rimangono sotto il controllo del regime di Kiev, mentre la Repubblica Popolare di Lugansk è interamente sotto il controllo delle forze russe.

In precedenza, il Ministero della Difesa russo aveva indicato che Dobropolie riveste un'importanza fondamentale per l'avanzata delle truppe russe e per la completa liberazione del territorio della Repubblica Popolare di Donetsk. Il Ministero della Difesa ha inoltre descritto la città come un'importante area fortificata e un nodo di trasporto strategico per le forze ucraine, aggiungendo che una delle principali vie di rifornimento per le unità ucraine - proveniente dalla regione di Dnepropetrovsk - passa proprio attraverso tale centro abitato.

La Colombia sposta l'ambasciata a Gerusalemme: protestano 19 Paesi

Non è solo un cambio di indirizzo, ma un vero e proprio terremoto diplomatico che conferma la sottomissione di Aberlado de la Espriella al sionismo e ai voleri di Trump. La decisione della Colombia di trasferire la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme dopo 46 anni, ha fatto scattare l'allarme presso la comunità internazionale. Come riporta il quotidiano Daily Sabah, ben 19 Paesi, tra cui Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto e Giordania, hanno condannato fermamente la mossa di Bogotà, definendola una violazione del diritto internazionale e un duro colpo agli sforzi per la soluzione dei due Stati.

In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri delle 19 nazioni hanno espresso una forte opposizione all'apertura della nuova sede. Il documento cita le risoluzioni 476 e 478 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, adottate nel 1980, che respingono i tentativi di alterare lo status di Gerusalemme e invitano i Paesi a ritirare le proprie missioni diplomatiche dalla città. 
Israele occupò Gerusalemme Est durante la guerra del 1967, dichiarando unilateralmente l'intera città come sua capitale nel 1980, una mossa mai riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. I ministri firmatari hanno ribadito che qualsiasi decisione volta a modificare lo status legale o storico di Gerusalemme è "nulla e priva di effetti legali", esortando la Colombia a fare marcia indietro per non minare i diritti legittimi del popolo palestinese.

Il cambio di rotta della diplomazia colombiana ha radici profondamente politiche. Il nuovo presidente Abelardo de la Espriella, in carica dallo scorso agosto dopo aver vinto un'elezione molto dubbia e controversa, ha ripristinato le relazioni con Israele e un accordo di libero scambio, ribaltando la linea del suo predecessore Gustavo Petro.

Nel maggio 2024, infatti, Petro aveva troncato i rapporti diplomatici in segno di protesta per l'offensiva militare israeliana a Gaza. 

Il ministro degli Esteri colombiano, Omar Bula Escobar, ha partecipato all'inaugurazione della nuova ambasciata insieme al collega israeliano Gideon Saar. Quest'ultimo ha accolto con favore il cambiamento, lodando la nuova amministrazione colombiana per aver riparato i danni alle relazioni bilaterali in soli due mesi.

La tensione diplomatica si inserisce nel contesto di una crisi umanitaria devastante. Il trasferimento dell'ambasciata avviene mentre la situazione sul campo resta critica: dall'ottobre 2023, l'offensiva israeliana ha causato a Gaza la morte di oltre 74.000 palestinesi e il ferimento di più di 175.000, con il 90% delle infrastrutture dell'enclave distrutte o danneggiate. Parallelamente, le incursioni dell'esercito israeliano e gli attacchi contro i palestinesi e le loro proprietà si sono intensificati in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

Nonostante la mossa di Bogotà, la posizione internazionale rimane maggioritariamente contraria al trasferimento delle ambasciate. La stragrande maggioranza dei Paesi mantiene le proprie sedi a Tel Aviv, in attesa che lo status finale di Gerusalemme sia definito attraverso negoziati. Attualmente, solo una manciata di nazioni - tra cui Stati Uniti, Guatemala, Honduras, Kosovo, Paraguay, Papua Nuova Guinea e Figi - tiene le proprie ambasciate a Gerusalemme.

Trump scarica Zelensky: basta armi gratis, è ora di cambiare leader

Donald Trump torna all’attacco di Volodymyr Zelensky e lo fa su più fronti: dalla gestione degli aiuti militari statunitensi agli attacchi ucraini contro le raffinerie russe, fino alla possibilità che l’attuale leadership del regime di Kiev debba lasciare il potere. Le dichiarazioni rilasciate dal presidente USA a Newsmax confermano che il rapporto con il capo del regime ucraino è entrato in una fase di aperto conflitto politico. Trump ha innanzitutto accusato l’amministrazione di Joe Biden di aver consegnato gratuitamente all’Ucraina enormi quantità di armamenti, comprese munizioni per i sistemi Patriot e missili Tomahawk, senza pretendere alcun pagamento. Secondo il presidente, gli Stati Uniti avrebbero fornito all’Ucraina equipaggiamenti e denaro per 350 miliardi di dollari. «Dov’è il denaro che abbiamo dato all’Ucraina? Dove sono tutte le attrezzature?», ha domandato, sostenendo che parte delle armi sarebbe stata rivenduta sul mercato internazionale dopo essere arrivata a destinazione. Il loro significato politico è inequivocabile: la Casa Bianca intende prendere le distanze dalla gestione degli aiuti della precedente amministrazione e trasformare il sostegno militare a Kiev in una transazione sottoposta a condizioni precise.

«Non darò loro nulla. Devono pagare», ha spiegato Trump riferendosi al meccanismo PURL della NATO, attraverso il quale i paesi europei acquistano armi statunitensi da trasferire alle forze ucraine. Una formula che permette a Washington di mantenere il controllo sulle forniture e, allo stesso tempo, di scaricarne una parte consistente dei costi sugli alleati europei. Ma il nodo centrale dello scontro riguarda la strategia militare di Kiev. Trump ha ripetutamente chiesto a Zelensky di interrompere gli attacchi contro le raffinerie russe, sostenendo che queste operazioni contribuiscono ad alimentare le tensioni sui mercati energetici e a far aumentare i prezzi dei carburanti. Le forze ucraine hanno però continuato a colpire le infrastrutture energetiche russe, compresi gli impianti nelle regioni di Saratov e Rjazan, oggetto di nuovi attacchi denunciati da Mosca. La questione è diventata ancora più delicata dopo l'accordo raggiunto il 9 ottobre tra Trump e Vladimir Putin per aumentare le forniture di diesel russo e allentare temporaneamente le restrizioni statunitensi. Mentre Washington cerca di contenere i prezzi e ristabilire margini di cooperazione economica con Mosca, Kiev continua a perseguire una strategia che rischia di compromettere questi obiettivi. Trump non ha nascosto la propria irritazione: «Gli abbiamo detto: non attaccate le raffinerie, perché questo crea un problema mondiale. E lui è andato ad attaccarle». Da qui la conclusione che Zelensky non sia un interlocutore affidabile. «Non è una brava persona con cui trattare», ha dichiarato, aggiungendo che un eventuale accordo per porre fine al conflitto difficilmente potrà essere raggiunto con l'attuale leader ucraino.

Il presidente statunitense ha inoltre rilanciato la richiesta di nuove elezioni in Ucraina, sostenendo che Zelensky sia al potere da troppo tempo e mettendo in dubbio la persistenza del consenso popolare nei suoi confronti. «Dice di voler raggiungere un accordo, ma non è così», ha affermato. Secondo Trump, un cambiamento alla guida del paese potrebbe diventare necessario per aprire la strada a una soluzione negoziata. La crescente tensione ha alimentato anche le ipotesi sulle possibili conseguenze per il sostegno USA a Kiev. Sono emerse indiscrezioni sul rischio che l'Ucraina possa perdere l'accesso a informazioni d'intelligence statunitensi e al sistema satellitare Starlink, strumenti importanti per le comunicazioni e le operazioni militari. Una loro eventuale limitazione rappresenterebbe un duro colpo per le capacità operative ucraine.

In questo clima si inserisce la previsione di George Galloway, ex parlamentare britannico, che in un'intervista a RT ha ipotizzato addirittura un possibile arresto di Zelensky per corruzione. Galloway ha sostenuto che Trump potrebbe utilizzare le strutture anticorruzione presenti in Ucraina per organizzare un'operazione contro il leader di Kiev, accusandolo di appropriazione indebita su vasta scala. Galloway ha descritto il regime ucraino come un sistema in fase di collasso, ma ha anche avvertito che un semplice cambio di leadership non basterebbe a porre fine alla guerra. A suo giudizio, sarebbe necessario un ripensamento strategico più profondo, con l'abbandono delle ambizioni di adesione alla NATO e l'adozione di una politica di neutralità. L'ex parlamentare ha rivolto critiche anche alla Gran Bretagna, accusando la classe politica britannica di continuare a sostenere il regime di Kiev mentre trascura le difficoltà sociali interne, dai pensionati alle famiglie in povertà. Ha inoltre denunciato un'ostilità storica verso la Russia, riassunta nella provocazione secondo cui il paese sarebbe ancora governato da politici impegnati a combattere la guerra di Crimea. Il dato politico è che la distanza tra Washington e Kiev si sta allargando proprio mentre Trump dichiara di voler chiudere il conflitto. Il presidente USA non considera più il sostegno incondizionato all'Ucraina un obiettivo in sé, ma lo subordina a risultati concreti, alla riduzione dei costi per gli Stati Uniti e alla possibilità di raggiungere un'intesa con Mosca. Zelensky, invece, continua a opporsi a decisioni statunitensi che ritiene penalizzanti per Kiev e ha definito l'accordo sul diesel un segno di debolezza e un tradimento. Il rischio per il leader ucraino è che questa contrapposizione finisca per indebolire ulteriormente il sostegno occidentale, soprattutto se gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe continueranno a ostacolare le priorità della Casa Bianca.


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Trump punta a revocare la cittadinanza a Ilhan Omar

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta portando avanti una causa per revocare la cittadinanza alla deputata democratica Ilhan Omar ed espellerla dal Paese, secondo quanto riferito al Wall Street Journal da funzionari statunitensi. L'inchiesta, intensificatasi con un blitz all'alba nella sua abitazione a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, si basa sull'ipotesi che l'età di Omar sia stata falsificata nella domanda che le ha conferito la cittadinanza americana nel 2000. Secondo l'accusa, la sua età sarebbe stata indicata come 17 anni anziché 18, un requisito che le avrebbe consentito di ottenere la naturalizzazione attraverso il padre defunto, Nur Omar Mohamed.

La parlamentare ha respinto con fermezza ogni addebito di frode sull'immigrazione, sottolineando tramite il suo ufficio come il presidente stia cercando di eliminare una delle voci progressiste più incisive del Congresso e ribadendo che le affermazioni a suo carico sono totalmente prive di fondamento. Ciononostante, gli inquirenti federali stanno approfondendo la questione: nell'ambito dell'operazione, gli agenti del Dipartimento per la Sicurezza Interna hanno sequestrato il passaporto, il telefono, i computer e i quaderni di Omar a seguito di un mandato di perquisizione approvato dal tribunale. In parallelo, la procura federale guidata da Jeanine Pirro sta conducendo un'ulteriore indagine sulle sue dichiarazioni finanziarie, ignorando il pronunciamento della commissione etica bipartitica del Congresso che all'inizio dell'anno l'aveva completamente scagionata.

L'offensiva giudiziaria si sta allargando anche alla sfera personale della deputata. In Minnesota, un gran giurì ha già emesso oltre una dozzina di mandati di comparizione nei confronti di familiari e conoscenti per riesaminare la documentazione di immigrazione della famiglia. La pressione politica su Omar beneficia anche dell'eco di uno scandalo di frode assistenziale scoppiato nello stesso Stato, che vede coinvolti diversi imputati di origine somala e che la parte repubblicana sta sfruttando per alimentare la campagna contro di lei. Le contestazioni sull'età non rappresentano una novità assoluta: gli investigatori federali avevano già esaminato la pratica durante l'amministrazione guidata da Joe Biden, decidendo tuttavia di archiviarla per l'assenza di elementi di prova a supporto della tesi della frode.

La recrudescenza del caso assume un peso determinante nell'imminenza dell'appuntamento elettorale del 3 novembre. Da anni il Presidente utilizza la figura di Omar come bersaglio politico per mobilitare le frange più radicali dell'elettorato conservatore. La vicenda si intreccia inoltre con il calo dei consensi per l'azione di governo e, in particolare, per la gestione del conflitto con l'Iran. Secondo recenti rilevamenti dell'istituto CNN/SSRS, l'approvazione repubblicana sulle decisioni belliche è scesa dal 73% di marzo al 60%, mentre la maggioranza dei cittadini giudica ormai troppo alti i costi del conflitto. In questo scenario, fonti amministrative citate dal Wall Street Journal riferiscono che la ripresa di eventuali operazioni militari contro Teheran è stata posticipata a dopo le elezioni, mentre la Casa Bianca tenta di contenere il prezzo dei carburanti e arginare le difficoltà elettorali del partito.

 

Siti petroliferi e Stretto di Hormuz: la mossa della Francia nel Golfo

 

Il Ministero degli Esteri francese ha annunciato l'avvio operativo dell'accordo per la protezione degli impianti petroliferi dell'Arabia Saudita. Il portavoce del ministero, Pascal Confavreux, ha confermato l'attuazione di misure concrete nell'ambito dell'intesa, pur senza fornire dettagli specifici sulle risorse militari e logistiche dispiegate nel Paese arabo. La decisione dà seguito a quanto annunciato dal presidente Emmanuel Macron, che aveva espresso l'intenzione di inviare truppe e sistemi di difesa a tutela di Yanbu, strategica città portuale sul Mar Rosso e nodo fondamentale per il trasporto dell'energia.

In questo contesto di crescente instabilità, il Palazzo dell'Eliseo ha confermato che Macron svolgerà una visita ufficiale in Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar dal 19 al 21 ottobre. Al centro dei colloqui con le autorità locali vi saranno la sicurezza nello Stretto di Hormuz e le ripercussioni dell'aumento dei prezzi dell'energia sui mercati internazionali. Il presidente francese ha sottolineato come i recenti conflitti in Medio Oriente stiano aggravando la crisi energetica globale, auspicando una soluzione diplomatica che garantisca la riapertura dello stretto, senza tuttavia citare le azioni statunitensi contro l'Iran tra le cause primarie delle tensioni regionali.

Macron ha inoltre anticipato che nelle prossime settimane si terrà un vertice con i membri del G7 per esaminare la situazione energetica. L'obiettivo dichiarato è rafforzare la cooperazione tra i Paesi partner ed evitare inutili tensioni, valutando opzioni straordinarie come la revoca delle restrizioni commerciali o il possibile rilascio delle riserve strategiche di greggio.

La mossa di Parigi si inserisce in un quadro di forte escalation geopolitica. Da un lato, gli Stati Uniti hanno rafforzato la tutela delle infrastrutture energetiche in Arabia Saudita e Qatar con l'invio di sistemi missilistici Patriot. Dall'altro, il movimento Ansar Allah ha lanciato un duro avvertimento a Riyadh, minacciando di non lasciare intatto alcun impianto petrolifero se le ostilità continueranno. Negli ultimi mesi, le forze armate yemenite hanno già colpito a più riprese i siti della compagnia Aramco a Jizan, Najran e Abha, oltre a diverse installazioni militari, in risposta ai raid aerei e al blocco imposto dall'Arabia Saudita. Le milizie yemenite hanno ribadito che le operazioni proseguiranno fino al termine degli attacchi, secondo il principio del "blocco contro blocco ed escalation contro escalation".

 

Reuters: come l'Iran sfida la superiorità militare degli USa nel Golfo

 

Un articolo firmato dall'agenzia di stampa britannica Reuters rivela come l'Iran e i suoi alleati stiano resistendo alla superiorità militare degli Stati Uniti, prendendo l'iniziativa attraverso una serie di attacchi di precisione nel Golfo Persico. Secondo l'inchiesta, missili e droni iraniani hanno colpito infrastrutture strategiche nei Paesi dell'area in almeno 135 occasioni. In diversi casi, le incursioni hanno causato danni di notevole entità che i governi della regione avrebbero preferito non rendere pubblici.

L'indagine documenta nel dettaglio come le azioni di Teheran e delle forze alleate abbiano preso di mira impianti petroliferi, strutture per il gas naturale liquefatto, aeroporti e reti di trasporto degli idrocarburi in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein. Complessivamente, sono stati colpiti almeno 84 siti strategici dall'inizio dell'offensiva militare israelo-statunitense contro l'Iran, avviata il 28 febbraio.

Tra i bersagli principali figura il porto emiratino di Fujairah, uno dei più importanti snodi per l'esportazione di greggio situato all'esterno dello Stretto di Hormuz, dove le operazioni logistiche sono rimaste bloccate per settimane. In Qatar, alcuni proiettili hanno danneggiato due unità di refrigerazione presso l'impianto di gas liquefatto di Ras Laffan. Si registrano inoltre attacchi a diverse strutture aeroportuali in almeno quattro Paesi e il danneggiamento di tre stazioni di pompaggio lungo un oleodotto chiave in Arabia Saudita, infrastruttura fondamentale per bypassare il transito via mare attraverso Hormuz.

La compromissione di questi asset strategici ha ostacolato i piani operativi di Washington. L'inchiesta evidenzia come l'efficacia di queste azioni metta in discussione la narrazione di un Iran indebolito, dimostrando la capacità di Teheran di riequilibrare i rapporti di forza attraverso una guerra asimmetrica basata sul sistematico sfruttamento delle vulnerabilità economiche e logistiche dei propri avversari.

L'impatto degli attacchi ha generato forte preoccupazione tra le nazioni del Golfo e contribuito alla spinta rialzista sui prezzi del petrolio, complicando i tentativi statunitensi di mantenere una pressione costante sull'Iran. La combinazione di raid mirati e di restrizioni alla navigazione nello Stretto di Hormuz ha così rafforzato la leva negoziale e politica dell'Iran sia sui Paesi confinanti sia sull'economia globale. Ryan Stevens, ex coordinatore delle operazioni speciali del Corpo dei Marines degli Stati Uniti che ha visionato i dati del rapporto, ha evidenziato come le incursioni iraniane abbiano dimostrato una notevole precisione, pazienza e competenza nella selezione dei bersagli.

La crisi attuale si inserisce nel contesto del conflitto esploso il 28 febbraio, con l'avvio delle operazioni militari condotte da Stati Uniti e Israele. In risposta, le Guardie della Rivoluzione e le forze iraniane hanno lanciato attacchi di rappresaglia contro basi statunitensi in Medio Oriente e obiettivi militari israeliani. Da parte sua, Teheran ha ribadito il monito ai Paesi della regione a non offrire supporto logistico o militare alle operazioni americane e israeliane, sostenendo che la stabilità del Golfo può essere garantita esclusivamente dalla cooperazione tra gli Stati dell'area e non dall'intervento di potenze esterne.

Francia, il volto repressivo del neoliberismo: quasi 8.000 arresti

La crisi della scuola pubblica francese si trasforma in uno scontro sempre più duro tra studenti e governo. Al 15 ottobre, secondo i dati del Ministero della Giustizia, sono 7.950 le persone arrestate nell’ambito delle proteste che attraversano il Paese. Un dato impressionante: 6.773 dei fermati sono minorenni, mentre gli adulti sono 1.177. Le autorità giudiziarie hanno avviato procedimenti penali contro 2.735 persone e disposto la custodia cautelare in carcere per 26, circa il 65% delle quali maggiorenni.

Numeri che restituiscono la portata della risposta repressiva a una mobilitazione nata per denunciare problemi concreti e ormai strutturali. Le proteste sono iniziate a metà settembre, con gli studenti delle scuole superiori in prima linea contro orari sovraccarichi, carenza di insegnanti e deterioramento delle infrastrutture scolastiche. Successivamente, alla mobilitazione si sono uniti universitari, docenti e personale educativo, ampliando la contestazione contro le politiche del governo di Emmanuel Macron. Nelle piazze, le forze di sicurezza, comprese le Compagnie repubblicane di sicurezza, hanno fatto ricorso a gas lacrimogeni e idranti per disperdere i manifestanti.

Ma la repressione non ha fermato la protesta contro il regime neoliberista, che continua a denunciare l’incapacità delle istituzioni di affrontare le cause profonde della crisi. Gli studenti chiedono interventi strutturali, un piano straordinario per salvare la scuola pubblica e l’abolizione di Parcoursup, la piattaforma utilizzata per l’ammissione all’istruzione superiore. Sotto la pressione delle piazze e dei sindacati, l’esecutivo ha annunciato l’assunzione di 3.000 insegnanti per far fronte alle assenze del personale che restano senza sostituzione. Una risposta che, per ora, non sembra sufficiente a placare la mobilitazione.

La questione va ben oltre le aule sovraffollate e la mancanza di docenti: la rivolta studentesca mette a nudo le contraddizioni di un sistema pubblico impoverito e la crescente distanza tra le esigenze sociali e le priorità del governo neoliberista di Macron. E il ricorso massiccio agli arresti, con migliaia di giovanissimi coinvolti, rischia di alimentare ulteriormente il conflitto invece di risolverlo.


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Zelensky chiede a Trump di fare guerra alla Russia

 

Il leader del regime di Kiev, Volodymyr Zelensky, ha dichiarato in un'intervista alla radio pubblica statunitense National Public Radio che, per porre fine al conflitto in Ucraina, necessita di garanzie di sicurezza da parte dei suoi partner occidentali, incluso l'impegno, da parte degli Stati Uniti, ad attaccare la Russia.

Zelensky ha indicato di voler mantenere l'attuale consistenza delle Forze armate ucraine, definendo l'adesione del Paese alla NATO come "la strada migliore" per raggiungere tale obiettivo. Ha inoltre affermato che impegni diretti da parte di Washington rappresentano una "buona via".

"Garanzie di sicurezza dirette da parte degli Stati Uniti [sono una] buona via. È una buona via, ma servono maggiori dettagli. Che cosa significa? Se Putin ci attacca, Trump attaccherà Putin. Questa è la risposta. Se tutto ciò che ho nero su bianco è questo: se Putin attacca l'Ucraina, Trump attaccherà Putin”.


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Putin parla dopo gli attacchi ucraini alle raffinerie

 

"La Russia risponderà agli attacchi ucraini contro le sue raffinerie di petrolio e altre infrastrutture energetiche e logistiche". Lo ha affermato giovedì Vladimir Putin, denunciando le azioni del regime di Kiev che vanificano ogni tentativo di cosiddetta tregua energetica mediata recentemente dagli Stati Uniti. 

Prima di dare il via alle aggressioni contro obiettivi energetici e commerciali, a Kiev «avrebbero dovuto pensare alle conseguenze», ha ammonito il leader russo intervenendo giovedì con una dichiarazione ripresa dai media russi dopo i nuovi attacchi ucraini. «Non avrebbero dovuto iniziare», ha proseguito.

«Abbiamo dovuto far fronte alle azioni del nemico contro le nostre piattaforme [di e-commerce], sia Wildberries che Ozon. A proposito, continuano a compiere mosse che, francamente, avremmo dovuto prevedere, ma pensavamo che non gli sarebbero venute in mente. Gli sono venute in mente, e stiamo iniziando a rispondere”, ha sottolineato Putin. “Poi si rivolgono immediatamente ai loro sostenitori per chiedere loro di fermarci. È successo così con gli impianti energetici. Hanno tentato di attaccare nostre raffinerie. Ora hanno colpito alcuni siti. Niente di particolarmente grave, ma, nonostante ciò, vanno avanti», ha proseguito.

Lo stesso vale per le piattaforme di e-commerce, ha spiegato il leader. «Hanno fatto il primo passo. Abbiamo iniziato a rispondere. Ora stanno dando fastidio anche al settore energetico e ad altre infrastrutture, come i centri dati, ecc. Hanno iniziato loro. Non avrebbero dovuto farlo. Prima di compiere quel passo, avrebbero dovuto riflettere adeguatamente sulle conseguenze», ha concluso il presidente russo. 

Brasile, addio al regime 6x1: una vittoria storica per la classe lavoratrice

A cinque mesi da un voto storico alla Camera dei Deputati, il Senato brasiliano ha approvato - in due tornate di voto questo mercoledì - l'abolizione del regime lavorativo "6×1" (sei giorni di lavoro seguiti da un giorno di riposo). Tale modifica, una richiesta di lunga data da parte di sindacati e movimenti di base, è stata sostenuta dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva.

L'eliminazione del sistema "6×1" - che introduce un giorno di riposo settimanale aggiuntivo e riduce l'orario di lavoro settimanale da 44 a 40 ore, senza alcuna decurtazione salariale - ha rappresentato una promessa elettorale fondamentale e una priorità assoluta per Lula nel corso del suo attuale mandato. L'approvazione giunge a soli 11 giorni dal ballottaggio del 25 ottobre, nel quale il leader progressista punta alla rielezione contro il candidato dell'estrema destra neoliberista Flavio Bolsonaro.

VITÓRIA DA CLASSE TRABALHADORA! ???????????????????????? https://t.co/CKsclKo1lr

— PT Brasil (@ptbrasil) October 15, 2026

«Abbiamo lottato, discusso e fatto pressione affinché il Congresso votasse quest'anno per porre fine al regime "6x1". Ma è stata la voce del popolo a guidarmi, consentendoci - tutti insieme - di ottenere più tempo per il riposo, per stare con i nostri figli e con le persone che amiamo», ha dichiarato il presidente nel suo primo commento su X.

Una volta entrato in vigore, il provvedimento stabilirà una settimana lavorativa di 40 ore - articolata in cinque giorni di lavoro e due di riposo - senza alcuna riduzione della retribuzione. L'attuazione avverrà in modo graduale per consentire alle imprese di adattarsi: il limite scenderà a 42 ore nel giro di due mesi, per poi arrivare a 40 ore entro un anno.

Dopo il voto, lo schieramento progressista ha intonato il coro «Ole, ole, ola, Lula, Lula», riconoscendo il ruolo guida del presidente nel sostenere questa misura. Secondo i sindacati, circa 22 milioni di lavoratori beneficeranno di una riduzione del proprio orario di lavoro.

Bolsonaro, esponente dell’estrema destra neoliberista - che si era opposto al cambiamento nell’ambito di un programma incentrato su misure impopolari, tagli alla spesa sociale, smantellamento dello Stato e privatizzazioni - è stato costretto a modificare la propria posizione a causa delle pressioni elettorali. Pur non essendo presente in aula, il candidato alla presidenza per il Partito Liberale (PL) ha espresso il proprio voto da remoto, mentre si trovava a Porto Alegre per alcuni eventi della campagna elettorale.

I senatori progressisti hanno sottolineato l’opportunismo di Bolsonaro e la "volubilità delle convinzioni" dimostrata dal candidato del PL, avvertendo che, in caso di elezione, egli potrebbe tornare ai suoi piani originari.

"Tradimento del diritto internazionale": Hamas condanna la nuova ambasciata colombiana a Gerusalemme

 

Attraverso un comunicato ufficiale, Hamas ha espresso la sua ferma condanna per la decisione del nuovo governo colombiano di aprire un'ambasciata a Gerusalemme. Nella nota, l'organizzazione definisce la scelta una palese violazione delle risoluzioni ONU e un'inversione di rotta rispetto alla politica estera del precedente presidente Gustavo Petro, il quale aveva interrotto i rapporti diplomatici con Israele. Hamas invita la Colombia a ritrattare immediatamente la decisione, riaffermando lo status di Gerusalemme come territorio occupato.

“Condanniamo con la massima fermezza la decisione del governo colombiano di aprire un'ambasciata nella Gerusalemme occupata, considerandola una flagrante violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e una palese violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni ONU, le quali respingono qualsiasi alterazione dello status giuridico di Gerusalemme, e riaffermiamo che Gerusalemme è un territorio palestinese occupato”, si legge nella nota.

Secondo il movimento di resistenza palestinese, “il fatto che il nuovo governo colombiano faccia marcia indietro rispetto alle onorevoli posizioni assunte dall'ex presidente colombiano Gustavo Petro — che aveva interrotto i legami con l'entità sionista per il crimine di genocidio commesso a Gaza — rappresenta un chiaro posizionamento di parte e una scommessa perdente nei confronti di un'entità criminale sempre più isolata a livello mondiale.”

Infine, ha chiesto “al governo colombiano di ritrattare immediatamente questa decisione ingiusta e di non procedere con questa mossa, la quale costituisce una violazione dei diritti del nostro popolo palestinese e un diniego della giustizia della sua causa, nonché del suo diritto all'autodeterminazione e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale.”

 

Trump lancia un duro avvertimento all'Europa: "Viene divorata viva"

 

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato ad rivolgere un duro avvertimento all'Europa nell'ambito della sua strategia sulle tariffe commerciali, affermando che il continente rischia di trovarsi in forte difficoltà.

"Quando impongo una tariffa del cento per cento, guardate cosa succede in Europa. Non applicano tariffe e vengono divorati vivi", ha dichiarato il presidente statunitense nel corso di un intervento pubblico tenutosi mercoledì.

L'appello a un cambio di rotta economico

L'inquilino della Casa Bianca ha proseguito sostenendo che i Paesi europei farebbero meglio ad agire con rapidità, ipotizzando che in caso contrario l'assetto del continente potrebbe subire trasformazioni profonde. Ha inoltre osservato che già oggi l'Europa appare molto diversa rispetto a tempi recenti.

Contestualmente, il presidente ha rivendicato i risultati conseguiti dall'economia americana, definendo gli Stati Uniti più forti che mai e sottolineando la crescita delle entrate finanziarie per il Paese.

CNN: Gli USA potrebbero usare la "madre di tutte le bombe" contro l'Iran

 

Le forze armate statunitensi hanno elaborato nuovi piani d'attacco contro l'Iran che includono l'impiego della GBU-43/B MOAB, nota come la "madre di tutte le bombe". L'indiscrezione emerge in un contesto segnato dal blocco dei negoziati e da crescenti pressioni per porre fine al conflitto.

Secondo fonti statunitensi citate dalla CNN, l'ordigno non nucleare più potente dell'arsenale americano verrebbe impiegato per colpire le infrastrutture energetiche e i siti nucleari iraniani, qualora il presidente Donald Trump desse l'ordine di riprendere le ostilità.

Una fonte ha ipotizzato che gli attacchi potrebbero avvenire "prima del ritiro degli Stati Uniti dall'area di responsabilità del CENTCOM". Ciò suggerisce l'intenzione dell'amministrazione di condurre una serie di bombardamenti decisivi, dichiarare vittoria e procedere a un rapido disimpegno delle truppe sul campo.

Un'arma psicologica per sbloccare i negoziati

Permangono tuttavia forti dubbi sull'effettiva efficacia della MOAB contro i complessi nucleari e i bunker sotterranei fortificati dell'Iran. Come sottolineato da una fonte esperta, la bomba "non è progettata come una testata a penetrazione profonda". Il suo eventuale impiego avrebbe quindi un valore prevalentemente psicologico, mirato a destabilizzare l'avversario e a sbloccare lo status quo negoziale.

La MOAB è una bomba ad alto esplosivo lanciata da velivoli cargo che detona prima dell'impatto con il suolo, generando una devastante onda d'urto in tutte le direzioni. Già nel 2003, durante le fasi finali dei test nell'ambito della guerra in Iraq, i vertici militari la definirono uno strumento pensato primariamente per le "operazioni psicologiche".

Retorica aggressiva e calcoli elettorali

Di fronte allo stallo diplomatico, Trump ha più volte evocato l'impiego della forza militare contro Teheran. In un'intervista rilasciata alla rivista Time e pubblicata il 1° ottobre, il presidente ha sostenuto la necessità di "annientare l'Iran", definendolo l'unico modo per restituire stabilità allo scenario globale.

Negli ultimi giorni, Trump è tornato ad avvertire la Repubblica Islamica minacciando di impartirle "una bella lezione". Ciononostante, la settimana scorsa ha dichiarato che Washington non ha intenzione di sferrare un attacco imminente, almeno non prima delle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Tale affermazione appare in netto contrasto con le notizie trapelate poco prima, secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono di preparare diverse opzioni militari contro obiettivi iraniani da attuare proprio prima del voto, con l'obiettivo di mostrare progressi strategici e calmierare il prezzo del carburante.

La replica di Teheran

Nel frattempo, l'Iran ha rivendicato un forte potenziamento bellico. Il 6 ottobre, il generale di brigata Reza Talei-Nik, portavoce del Ministero della Difesa iraniano, ha dichiarato che negli ultimi sette mesi la capacità produttiva di armi ed equipaggiamenti militari è aumentata di 2,5 volte rispetto al periodo precedente all'esplosione del conflitto scatenato da USA e Israele a fine febbraio.

Il portavoce ha infine ammonito che qualsiasi ulteriore aggressione o minaccia incontrerà una "risposta decisa", destinata a tradursi in "sconfitte ancora più clamorose" per gli avversari.

 

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