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TVBrics and Cuba’s Canal Habana Sign Content Cooperation Agreement

17 October 2026 at 07:04

TVBrics and Cuba’s Canal Habana signed a cooperation agreement today to expand their joint content library, Prensa Latina reported.


Under the agreement, the two outlets will exchange content on BRICS countries, develop joint projects and promote quality journalism to strengthen the objective international news agenda of Global South media.

RELATED: African Union Head Asks BRICS to Strengthen Ties

“For the channel it is a real pleasure to begin collaborative work with TVBrics. It is a way to show part of the dynamics of the Cuban capital as a partner of this important association, the BRICS,” Canal Habana director Erduy Varela said. He added that his expectations are to share experiences and ways of doing and communicating television in this new multimedia era.

TVBrics general director Janna Tolstikova said information cooperation between BRICS countries and states sharing the association’s values is important, adding that constructive dialogue between media helps lay the foundations for fruitful cooperation at the highest state level and favors the stability of international relations. She added that TVBrics is open to all countries willing to cooperate on the basis of equality, mutual respect, consideration of national interests and recognition of global diversity.

Tolstikova congratulated Canal Habana on the start of the collaboration, which she said will make Cuba’s cultural richness known to an international audience and offer the channel’s viewers audiovisual content of interest about BRICS and other Global South countries.

Canal Habana, founded in 2006, is part of the state-run Televisión Cubana system. It broadcasts in Spanish throughout Cuba and reports on political, economic, social, cultural and sports news in Havana, as well as major national and international events.

In Cuba, Prensa Latina and Canal Caribe already participate in content exchange through TVBrics. In Latin America, the network also collaborates with media from Argentina, Brazil, Venezuela, Colombia, Mexico, Chile and Uruguay. Among BRICS partner countries, media from Belarus, Bolivia, Vietnam, Kazakhstan, Malaysia, Thailand and Nigeria participate.

China, BRICS & Brazil: what Lula vs. Bolsonaro means for the Global South

16 October 2026 at 14:12

As Brazil heads into the October 25 runoff election between President Luiz Inácio Lula da Silva and Flávio Bolsonaro, the country stands as a crucial battleground in Washington’s strategy to contain China, as well as global geopolitics.

What does this election mean for the future of China-Brazil ties, the BRICS alliance, and independent technological sovereignty across the Global South?

Tings Chak – researcher, writer, and art director for the Tricontinental: Institute for Social Research – joins Amanda Yee to break down the two competing paths for Brazil represented by Lula and Bolsonaro.

Read Chak’s article: “How Brazil’s election could reshape relations with China”

Red Universitaria BRICS intercambia avances científicos y experiencias mediante TV BRICS

16 October 2026 at 13:27
La red internacional de medios y la universidad sudafricana, miembro de la Universidad en Red de los BRICS, colaborarán en proyectos informativos y educativos y en la difusión de investigaciones científicas.

BRICS Pay, non è ancora giunto il momento?

By: A A
13 October 2026 at 10:30

BRICS Pay non è una valuta né una rete di regolamento: è interoperabilità. E a Nuova Delhi i leader si sono limitati a “prenderne atto”.

Segue nostro Telegram.

Cosa è e cosa non è

Alla vigilia del diciottesimo vertice BRICS, ospitato al Bharat Mandapam di Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, una parte della stampa specializzata dava per imminente il debutto di BRICS Pay. Le guide al vertice indicavano proprio la capitale indiana come sede del pieno dispiegamento del sistema, con la Reserve Bank of India incaricata del coordinamento tecnico. Il testo approvato dai leader racconta un’altra storia. La Dichiarazione di Nuova Delhi, 140 paragrafi adottati per consenso, si limita a «prendere atto» del lavoro svolto dalla BRICS Payment Task Force sull’interoperabilità dei canali di pagamento e di messaggistica e sulle discussioni relative al regolamento in valute locali, precisando che ciò avviene nel rispetto delle priorità nazionali e nella consapevolezza che non esiste una soluzione valida per tutti. La proposta indiana di collegare le valute digitali delle banche centrali, su cui Nuova Delhi aveva investito una parte consistente del capitale politico della propria presidenza, nel documento non compare.

La distanza tra attese e risultato non va letta come un incidente diplomatico. Riflette due condizioni strutturali che la pubblicistica sulla de-dollarizzazione tende a sottovalutare. La prima è che i Paesi BRICS, presi uno per uno, hanno ancora buone ragioni per regolare in dollari una parte rilevante dei propri scambi. La seconda è che un sistema di pagamento comune non è un problema di ingegneria finanziaria. È un atto di governo condiviso, che richiede regole vincolanti, un’istanza di arbitrato e la disponibilità a fidarsi delle banche centrali altrui. A Nuova Delhi nessuna di queste condizioni era sul tavolo.

Il nome induce in errore. BRICS Pay non è una moneta e non è, almeno nella configurazione discussa finora, un circuito di regolamento. È un livello di interoperabilità pensato per mettere in comunicazione sistemi nazionali già esistenti: il russo SPFS, nato dopo le sanzioni del 2014; il cinese CIPS, operativo dal 2015; l’indiano UPI e il brasiliano Pix, costruiti per i pagamenti domestici istantanei e solo in seguito proiettati all’estero. Il progetto ha preso forma durante la presidenza russa del 2024, nel quadro della BRICS Cross-Border Payments Initiative accolta a Kazan, un’iniziativa che la stessa dichiarazione di quel vertice qualificava come volontaria e non vincolante.

Per capire dove si colloca il progetto conviene distinguere tre piani che il dibattito pubblico confonde di continuo. Il primo è la messaggistica, cioè la trasmissione standardizzata degli ordini di pagamento tra istituzioni finanziarie: è il terreno di SWIFT, ed è qui che BRICS Pay si propone come alternativa. Il secondo è il regolamento, il trasferimento effettivo di valore tra conti presso banche centrali o banche corrispondenti, con tutto ciò che comporta in termini di liquidità, rischio di controparte e gestione dei saldi. Il terzo è l’unità di conto, la moneta in cui i contratti sono denominati. Un’alternativa a SWIFT agisce soltanto sul primo piano. Se un esportatore indiano fattura in dollari e la banca russa regola in dollari presso un corrispondente, aver trasmesso il messaggio su un canale non occidentale cambia ben poco.

L’interoperabilità ha però un vantaggio politico evidente, ed è la ragione per cui è diventata la formula di compromesso del gruppo: consente a ciascun Paese di conservare la propria moneta e il proprio sistema finanziario. Una moneta comune imporrebbe rinunce di tutt’altra portata, dalle regole di emissione e di cambio alla gestione dei Paesi strutturalmente in avanzo o in disavanzo. Non a caso Sudhakar Dalela, segretario per le relazioni economiche del ministero degli Esteri indiano, ha ribadito durante il vertice che una valuta BRICS non è in discussione, aggiungendo la prudente clausola «per ora».

La storia del dossier è la storia di un lessico che avanza di millimetri. Nel 2010, a Brasília, i quattro Paesi fondatori si impegnavano a studiare la fattibilità di una cooperazione monetaria e di accordi di regolamento in valuta locale. A Ufa, nel 2015, si riconosceva il potenziale delle valute nazionali; a Xiamen, due anni dopo, si parlava di swap valutari e di investimenti diretti in moneta locale. Dal 2019 l’attenzione si è spostata sulle infrastrutture di pagamento, con l’avvio dei lavori della Payment Task Force. Johannesburg, nel 2023, ha evocato per la prima volta l’interconnessione dei sistemi di pagamento transfrontalieri; Kazan ha lanciato l’iniziativa volontaria; Rio, nel 2025, ha accolto un rapporto tecnico sul sistema di pagamenti transfrontalieri BRICS che a oltre un anno di distanza non è stato reso pubblico. Sedici anni dopo Brasília, Nuova Delhi «prende atto». La successione dei verbi (studiare, riconoscere, accogliere, prendere atto) è già un indicatore: in un organismo che decide per consenso, il grado di impegno reale si legge nella grammatica dei comunicati.

L’ambizione indiana e il prezzo del consenso

L’India aveva fatto dei pagamenti transfrontalieri uno dei pilastri della propria presidenza. A gennaio la Reserve Bank of India aveva proposto di collegare le valute digitali di banca centrale dei Paesi membri per facilitare commercio e turismo; ad agosto il governatore Sanjay Malhotra confermava che erano in corso discussioni sul collegamento dei sistemi di pagamento veloce e delle CBDC; alla vigilia del vertice il ministro del Commercio Piyush Goyal rilanciava l’invito a regolare gli scambi in moneta locale. Già il 10 settembre, tuttavia, Reuters riferiva di ostacoli politici e tecnici in grado di limitare i progressi, e ne indicava due in particolare: l’interruzione dei rapporti finanziari tra Emirati Arabi Uniti e Iran e la riluttanza della stessa India ad approfondire la connettività finanziaria con la Cina senza una fiducia reciproca più solida.

Il secondo ostacolo merita attenzione, perché rovescia un’immagine corrente. Il freno più robusto a un’integrazione dei pagamenti BRICS non viene da Washington, ma dal Paese che presiedeva il vertice. Nuova Delhi vuole infrastrutture che rendano più semplice il commercio in rupie e più economiche le rimesse della sua diaspora. Non vuole che queste infrastrutture passino per nodi cinesi, né che il loro effetto netto sia un’espansione dello yuan in Asia meridionale. L’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping a margine del vertice ha segnato un disgelo prudente, ma il disavanzo commerciale indiano verso la Cina, raddoppiato nell’arco di un decennio, resta una frattura che nessun comunicato può ricomporre.

C’è poi l’effetto dell’allargamento. Con undici membri e dieci Paesi partner, il gruppo comprende oggi Stati che nella guerra del 2026 si sono trovati su fronti opposti. A maggio la riunione dei ministri degli Esteri, sempre a Nuova Delhi, si era chiusa senza un comunicato congiunto, costringendo la presidenza indiana a una dichiarazione a titolo proprio. L’unanimità di settembre è stata ottenuta abbassando la soglia degli impegni. La dichiarazione critica dazi e sanzioni unilaterali senza nominare gli Stati Uniti e, sul dossier finanziario, rinvia a un lavoro tecnico di cui non fissa né scadenze né obiettivi. Ajay Srivastava, fondatore del Global Trade Research Initiative, ha osservato che il testo non prevede alcuna azione concreta e che, in assenza di un piano coordinato, il commercio in valute locali potrà crescere solo gradualmente, senza raggiungere volumi significativi.

Va segnalato, per scrupolo di metodo, che alcune testate hanno presentato il vertice come il momento del «lancio» di BRICS Pay. Il testo della dichiarazione, così come riportato dalle fonti che lo hanno esaminato nel dettaglio, non autorizza questa lettura. La confusione tra annuncio e realizzazione è uno dei tratti ricorrenti della comunicazione sul tema, e contribuisce a gonfiare aspettative che poi ricadono sulla credibilità del gruppo.

Le buone ragioni del dollaro

Le statistiche disponibili spiegano meglio di qualsiasi dichiarazione perché la de-dollarizzazione resti, per ora, più un tema di dibattito che una tendenza misurabile. Secondo l’ultima indagine triennale della Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 il dollaro compariva in circa l’89% delle transazioni valutarie mondiali, una quota in lieve aumento rispetto al 2022, mentre lo yuan si fermava all’8,5%. Sul versante delle riserve, i dati del Fondo monetario internazionale indicano per il primo trimestre del 2026 una quota del dollaro pari al 57,13%, contro l’1,99% della valuta cinese. La tendenza di lungo periodo è di erosione: intorno al 1999 il dollaro superava il 70% delle riserve allocate. Ma la diversificazione si disperde su una costellazione di valute minori, la cui quota residua è più che raddoppiata dal 2021, e non si concentra sulle monete dei Paesi BRICS.

La ragione non è la sudditanza, è il calcolo. Il dollaro offre ciò che nessuna alternativa offre ancora: mercati profondi e liquidi, strumenti di copertura a basso costo, un enorme stock di debito denominato nella stessa valuta e la possibilità di convertire in qualsiasi momento il ricavato di una transazione in un attivo considerato sicuro. Barry Eichengreen ha descritto questi vantaggi in termini di effetti di rete: una moneta è utile in proporzione al numero di soggetti che già la usano, e ciò rende costosa qualunque transizione tentata da un solo attore o da un piccolo gruppo. Per un importatore brasiliano o un esportatore indonesiano pagare in dollari significa pagare nella moneta che la controparte accetta senza trattare.

Scendendo al livello dei singoli membri, il quadro si fa ancora più netto. L’India ha dichiarato a più riprese di non avere interesse a indebolire il dollaro: nel dicembre 2024 il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar ricordava che gli Stati Uniti sono il primo partner commerciale del Paese, e nell’estate 2025 il portavoce del ministero ribadiva che la de-dollarizzazione non rientra nell’agenda finanziaria indiana. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita mantengono le proprie valute ancorate al dollaro e fondano la propria sicurezza su un rapporto con Washington che nessun circuito di pagamento alternativo potrebbe compensare. Riyadh, del resto, continua a stare nel gruppo in una posizione ambigua: la presidenza indiana la elencava tra gli undici membri, ma a Nuova Delhi la delegazione saudita si è presentata con lo status di Paese invitato. Egitto ed Etiopia, che negli ultimi anni hanno negoziato programmi con il Fondo monetario e portano un debito estero in valuta forte, non possono permettersi di complicare il rapporto con i propri creditori. Il Brasile di Lula ha rilanciato più volte l’idea di una moneta commerciale comune, ma il suo sistema di punta, Pix, rimane un successo domestico.

Restano la Russia e l’Iran, per i quali l’uscita dal dollaro non è una scelta ma una necessità imposta dalle sanzioni, e la Cina, che ha un interesse reale all’internazionalizzazione dello yuan ma lo persegue attraverso infrastrutture proprie, a cominciare da CIPS, e senza rinunciare ai controlli sui capitali che limitano l’attrattiva della sua moneta come riserva. Anche per chi ha le motivazioni più forti, tuttavia, il regolamento in valute locali ha mostrato limiti precisi. L’esperienza russo-indiana è istruttiva. Il forte aumento delle importazioni indiane di petrolio russo dopo il 2022 ha lasciato Mosca con ingenti saldi in rupie difficili da impiegare, un problema che lo stesso Sergej Lavrov ammise pubblicamente nel maggio 2023. Quando gli scambi sono squilibrati, la moneta del Paese in disavanzo si accumula presso il Paese in avanzo, e il dollaro torna a essere la via d’uscita più semplice.

A questi incentivi si somma il costo esplicito di una rottura. Donald Trump ha minacciato dazi del 100% contro i Paesi BRICS che sostenessero una moneta alternativa al dollaro e, dopo il vertice di Rio del 2025, un dazio aggiuntivo del 10% per chi si allineasse alle politiche del gruppo da lui definite antiamericane. Alla vigilia di Nuova Delhi l’economista di Natixis Alicia García-Herrero prevedeva che i leader avrebbero discusso di pagamenti transfrontalieri senza tentare di sostituire il dollaro. È andata esattamente così.

Una scelta politica

Si arriva così al punto centrale. Un sistema di pagamento non è un’infrastruttura neutrale. Susan Strange collocava la struttura finanziaria, cioè il controllo sul credito e sui canali attraverso cui circola, tra le quattro fonti del potere strutturale nell’economia politica internazionale. Gli Stati che controllano i nodi centrali delle reti economiche globali, di cui SWIFT è l’esempio canonico, possano trasformarli in strumenti di coercizione, sfruttandone sia la funzione di osservatorio sia la capacità di esclusione. È proprio questa esperienza, culminata nell’esclusione delle principali banche russe da SWIFT nel 2022, ad aver dato slancio politico al progetto BRICS.

La stessa lezione, però, vale all’interno del gruppo. Chi costruisce una rete alternativa deve stabilire dove si trovano i nodi, chi ne gestisce i dati, quale diritto regola le controversie, chi fornisce liquidità nei momenti di tensione e come si compensano i saldi tra economie in avanzo e in disavanzo. Ognuna di queste decisioni redistribuisce potere. Per l’India un sistema imperniato su CIPS significherebbe sostituire una dipendenza da Washington con una dipendenza da Pechino, cioè da un rivale con cui condivide una frontiera contesa. Per gli Emirati collegarsi a un circuito in cui transita l’Iran vorrebbe dire esporsi al rischio di sanzioni secondarie, proprio mentre i due Paesi escono da una guerra vissuta su fronti opposti. Il problema non è la tecnologia: le componenti nazionali esistono e funzionano. Manca un accordo su chi governa l’insieme.

La storia monetaria del Novecento offre due riferimenti utili. Il primo è la proposta keynesiana di una International Clearing Union, presentata dal Tesoro britannico nel 1943, che affrontava esattamente il nodo degli squilibri persistenti imponendo oneri simmetrici ai Paesi in avanzo e a quelli in disavanzo. Un BRICS Pay che volesse andare oltre la messaggistica avrebbe bisogno di un meccanismo analogo di compensazione multilaterale, e dunque di regole capaci di vincolare anche la Cina, principale creditore commerciale del gruppo. Il secondo riferimento è la tesi di Charles Kindleberger sulla stabilità del sistema internazionale come bene pubblico, che richiede un attore disposto a sostenerne i costi. Nell’ordine del dollaro quel ruolo è svolto, con tutti gli abusi che ne derivano, dagli Stati Uniti. Nel partenariato BRICS l’unico candidato plausibile è la Cina, e gli altri membri non intendono riconoscerle quella funzione. Qui sta il dilemma costitutivo di un ordine monetario multipolare: moltiplica i poli, ma lascia vacante il posto di chi garantisce il sistema.

A ciò si aggiunge la fragilità istituzionale. Il gruppo opera senza un segretariato permanente, con presidenze annuali a rotazione che affidano la continuità dei dossier tecnici alla volontà del Paese di turno. L’allargamento ha accresciuto l’eterogeneità degli interessi senza dotare il partenariato di strumenti decisionali più robusti. Un sistema di pagamento unificato richiederebbe un trattato, o almeno un accordo vincolante di governance, mentre l’iniziativa sui pagamenti transfrontalieri è, per esplicita scelta dei firmatari, volontaria e non vincolante. Finché questa asimmetria tra ambizione e forma giuridica non sarà sciolta, BRICS Pay resterà ciò che è oggi: un marchio politico sovrapposto a un insieme di corridoi bilaterali. La stabilità del partenariato non è dunque una condizione accessoria del progetto. Ne è il presupposto.

Verso la presidenza cinese del 2027

Con il passaggio della presidenza alla Cina per il 2027, l’orizzonte di valutazione più utile è quello dei prossimi diciotto-ventiquattro mesi. Le valutazioni che seguono poggiano su evidenze di qualità moderata, costituite in larga parte dai testi ufficiali e dalla stampa economica internazionale.

Lo scenario che considero altamente probabile è quello di un mosaico bilaterale. Crescono i corridoi già avviati, come quelli tra India ed Emirati e tra India e Russia, mentre l’architettura comune resta allo stadio di studio. Il commercio in valute locali aumenta in termini assoluti, ma la quota del dollaro negli scambi intra-BRICS si riduce solo in misura marginale.

Uno scenario alternativo, cui attribuisco una probabilità moderata, prevede che la presidenza cinese usi il 2027 per promuovere un nucleo a geometria variabile, costruito attorno a CIPS e SPFS, con l’adesione di Russia, Iran e di alcuni Paesi partner. Il marchio BRICS Pay verrebbe formalmente attivato, ma per una parte soltanto del gruppo e con ogni probabilità senza l’India. Sarebbe un risultato politicamente spendibile per Pechino e Mosca, ma renderebbe esplicita la frattura che oggi il linguaggio delle dichiarazioni riesce ancora a coprire.

L’entrata in funzione, entro il 2028, di un sistema unificato e operativo per tutti i membri resta invece altamente improbabile.

Gli indicatori da seguire sono pochi e concreti: la pubblicazione del rapporto tecnico accolto a Rio; l’eventuale firma di un accordo vincolante sulla governance dei pagamenti; la creazione di un meccanismo multilaterale di compensazione o di linee di swap dedicate, magari affidate alla Nuova Banca di Sviluppo; la posizione indiana su un collegamento con CIPS; la formalizzazione, o il definitivo abbandono, della membership saudita. Un comunicato che parli di «lancio» senza alcuno di questi elementi andrà letto per ciò che è, un annuncio.

Il multipolarismo ha finora prodotto soprattutto una pluralità di opzioni nazionali, utili a ciascun Paese per ridurre l’esposizione alle sanzioni e per negoziare da posizioni migliori con Washington. Trasformare queste opzioni in un sistema richiede un partenariato che riconosca un interesse comune più forte delle rivalità interne. Quel partenariato è ancora in evoluzione, e BRICS Pay ne seguirà i tempi, non il contrario.

How Brazil’s election could reshape relations with China

12 October 2026 at 21:24

On October 25, Brazilians will return to the polls to choose between President Luiz Inácio Lula da Silva and Flávio Bolsonaro, son of former president Jair Bolsonaro, who was sentenced to 27 years in prison for his role in an attempted coup. The first round gave Flávio 47% of valid votes against Lula’s 45%, revealing the enduring strength of the far right four years after its electoral defeat. The runoff takes place as Donald Trump seeks to restore US domination over Latin America, with Brazil emerging as a consequential battleground in Washington’s campaign to contain China’s growing relations with the region.

Read more: Why did Brazil’s far right win the first round?

Over the past two decades, Brazil and China have built a political partnership that has expanded the space for independent action among countries of the Global South. Under Lula and Xi Jinping, this relationship has deepened through cooperation in industrial development, infrastructure, science, and technology. The election will determine whether this project advances or Brazil’s international orientation is subordinated to Washington’s renewed Monroe Doctrine as part of the continent’s rightward shift.

Read more: Brazil’s angry tide and the struggles ahead

Since Lula’s return to the presidency in 2023, the two governments have connected Chinese cooperation with Brazil’s development programs, including Nova Indústria Brasil, the Growth Acceleration Program (PAC), and the Ecological Transformation Plan. Lula’s May 2025 visit to Beijing produced 36 agreements covering infrastructure, finance, artificial intelligence, public health, and industrial cooperation. Behind these agreements is a long-standing challenge: overcoming Brazil’s dependent position in the international division of labor, where commodity exports continue to outweigh advanced industrial and technological development.

This cooperation has also reached Brazilian popular movements. Through the International Association for Popular Cooperation (Baobab), Brazil’s Landless Rural Workers’ Movement (MST) and other organizations have worked with Chinese institutions on agricultural mechanization, bioinputs, and digital technologies for family farming. These initiatives include the Digital Family Farming and Agroecology Laboratory and IARAA, an artificial intelligence project for agroecology and agrarian reform developed by Brazilian popular movements using Chinese open-source models. In a countryside marked by extreme concentrations of land, machinery, and capital, such cooperation offers new tools to peasant organizations fighting for agrarian reform and the production of healthy food.

Brazil’s relationship with China also reveals the different class interests at work in the country, with contradictions particularly visible in the countryside. Massive exports of soybeans, meat, and minerals have continued under both Bolsonaro and Lula, but their governments have pursued very different political relationships with Beijing. While Jair Bolsonaro attacked China and aligned himself with Washington, Lula has sought to deepen strategic cooperation, including in industrial development, technology, and agrarian reform. Flávio Bolsonaro now promises an “economically pragmatic” relationship with China while cultivating close ties with Trump. For sectors of Brazil’s ruling classes that profit from commodity exports, continuing to sell to China while embracing Washington’s political agenda presents little contradiction. For Brazil’s efforts to rebuild its industry and develop technological sovereignty, the consequences are far greater.

The return of the Monroe Doctrine

Washington’s ambitions were made explicit in its November 2025 National Security Strategy, which announced a “Trump Corollary” to the Monroe Doctrine, seeking to restore US pre-eminence in the Western Hemisphere and deny outside powers control over strategic resources and infrastructure. Five days later, China published its third Latin America policy paper, reaffirming sovereignty, non-interference, regional integration, technological cooperation, and support for the region as a Zone of Peace. The two documents reveal fundamentally different approaches to the political future of the continent.

Brazil’s position is decisive. As Latin America’s largest economy, a founding BRICS member, and a leading participant in Mercosur, it possesses industrial, scientific, and political capacities that could strengthen independent development across Latin America and beyond.

The emergence of a new technological era makes this struggle particularly consequential. Brazil is among the few countries of the Global South capable of pursuing digital and technological sovereignty that could benefit its neighbors and parts of Africa. Its roughly 23% share of global rare earth reserves is an important starting point, but control over minerals alone is insufficient. The greater challenge is developing the capacity to process them, manufacture advanced components, and build the digital infrastructure, artificial intelligence systems, and technologies that will shape future production.

Flávio has made his orientation clear. Speaking at the Conservative Political Action Conference (CPAC) in the United States in March 2026, he offered Brazil as the “solution” to Washington’s dependence on China for critical minerals, explicitly linking rare earths to artificial intelligence and US military superiority. Chinese economic reporting has also described proposals from his team to exclude China from rare-earth supply chains. Rather than using Brazil’s resources to develop its own industrial and technological capacities, this agenda would place them at the service of US technological and military power.

The same political orientation extends to digital sovereignty. In July 2026, Flávio’s campaign submitted proposals to US trade authorities that included preventing Brazil’s Pix payment system from connecting to non-Western international payment networks and loosening commitments within Mercosur. These proposals converge with a wider US campaign involving tariffs, digital regulation, strategic minerals, and attempts to influence Brazil’s electoral process. Meanwhile, Washington’s January 2026 bombing on Venezuela and kidnapping of Nicolás Maduro and Cilia Flores demonstrated how far it is prepared to go to impose its will on the continent.

BRICS and the struggle for an independent foreign policy

Brazil, particularly under Lula, has helped build institutions through which countries of the Global South can reduce their dependence on Western-dominated structures. At the July 2025 BRICS summit in Rio de Janeiro, the group advanced cooperation on development finance, local-currency transactions, and international institutional reform. The New Development Bank, headed by former Brazilian president Dilma Rousseff, is an important expression of this effort.

The BRICS cannot automatically overcome economic dependency or guarantee sovereignty for working people. Yet its expansion offers greater room for independent development, provided that participating governments have the political commitment to use these possibilities.

Brazil’s history reveals how difficult that independence has been to defend. In 1961, vice-president João Goulart became the first high-ranking representative of a Latin American government to visit the People’s Republic of China, meeting Mao Zedong when revolutionary China remained diplomatically isolated and subjected to US sanctions. Three years later, Goulart was overthrown in a US-backed civil-military coup that inaugurated a 21-year dictatorship. The early history of China–Brazil friendship was inseparable from struggles over national sovereignty, agrarian reform, and the forces determined to suppress them.

The international material conditions for South–South cooperation are considerably more favorable today, but political direction remains decisive. Jair Bolsonaro hosted the 2019 BRICS summit in Brasília while pursuing close alignment with Washington. A government can weaken institutions from within by abandoning the commitments that give them political substance.

The far right’s resurgence also reflects the enduring power of Brazil’s own ruling classes. Bolsonarismo has a domestic base among sections of agribusiness, finance, the security apparatus, militias, conservative religious networks, and major media. These forces, whose electoral and institutional advances have continued, were strengthened by the 2016 parliamentary coup against Dilma Rousseff and the judicial persecution of Lula. They possess their own organizations, material interests, and sources of power, which do not disappear when an election is lost. Their economic dependence on Chinese markets has not prevented their support for Washington’s political agenda.

Beyond the election

Beijing has followed the Brazilian election closely, reflecting the importance of the political relationship built between Lula and Xi over years of cooperation. In July, Xi reaffirmed China’s support for Brazil against external interference during a conversation with Lula, which also covered cooperation in artificial intelligence, satellites, mineral processing, and relations between China and Mercosur. In September, Foreign Minister Wang Yi received Lula’s adviser and former foreign minister Celso Amorim in Beijing, reaffirming the bilateral strategic partnership.

China’s principle of non-interference means that the choice of Brazil’s government belongs to the Brazilian people, but Beijing’s diplomatic restraint should not be confused with an absence of political interests or an assumption that all governments would pursue the same relationship. Chinese analysts have described the possible outlook under Flávio as one of “cold politics, hot economics”: commodity trade would likely continue, but the political relationship and cooperation in strategic sectors could deteriorate. The experience of Jair Bolsonaro’s presidency has already shown the limits of commercial interests in sustaining a broader political partnership.

For the Brazilian people, the consequences extend well beyond foreign policy. The election will also shape the struggles over labor rights, public services, agrarian reform, and the defence of democratic space. Brazil’s renewed role in South–South cooperation under Lula has opened possibilities for a development project that responds to the needs of its working people, but realizing those possibilities depends on the political and social forces capable of carrying it forward.

The Brazilian people have fought through dictatorship, neoliberal restructuring, parliamentary coups, and the rise of the far right to defend their political and social gains. This election is another moment in that longer struggle, now unfolding amid renewed US imperial intervention and a transformation of the world’s technological foundations. The future of China–Brazil cooperation will depend on the capacity of organized popular forces to build a sovereign national project and turn international cooperation into lasting changes in people’s lives.

Tings Chak 翟庭君 is the Asia Co-Coordinator of Tricontinental: Institute for Social Researchand an editor of the international edition of Wenhua Zongheng: A Journal of Contemporary Chinese Thought.

Petrolio e sanzioni: costo Ue della guerra in Ucraina

By: A A
6 October 2026 at 10:30

Ennio Remondino

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Petrolio e sanzioni: costo Ue della guerra in Ucraina. Costo anche politico, di consensi. Il prezzo è alto e non tutti sono d’accordo a sostenerlo a quel livello. Scelta politica del vertice ‘Volonterosi-baltici’ di Bruxelles, sostenuto da una maggioranza sofferente di governi alla prese con opinioni pubbliche ed elettori. L’Ucraina fronte difensivo europeo contro le minacce russe? Troppi elettori non sembrano d’accordo.

Conti alla mano

In cinque anni e in misura diversa, i Paesi europei, hanno versato all’Ucraina oltre 200 miliardi di euro. Cifre ufficiali del Parlamento europeo aggiornate alla primavera scorsa, cui si aggiungono i 90 miliardi di prestiti su cui è stato raggiunto un accordo all’inizio dell’estate. Si tratta, solo per le voci più importanti, di 75 miliardi in aiuti militari e di oltre 43 in assistenza finanziaria. Tra i 27, Germania, Francia e Regno Unito sono stati i principali contributori e sostenitori per sforzo economico a favore di Kiev. Tre Paesi alle prese con gravi crisi politico economiche interne. L’Italia quarta in questa graduatoria, anche se cerca di non pubblicizzare molto un impegno così poco elettorale.

Cosa sembra stia accadendo adesso

«Con decisione unilaterale dell’esecutivo Ue, l’Ucraina potrà acquistare i sistemi Patriot con un altro prestito di 6 miliardi», scrive Massimo Nava sul Corriere della Sera. In tutto, conti alla mano, sono oltre 28 miliardi i contributi 2026 soltanto per la difesa, a cui aggiungere 16,7 miliardi al bilancio dello Stato a rischio crack. Questo, nonostante le notizie di scandali in serie per corruzione e mancate garanzie future. A queste cifre, andrebbero sommati i costi sociali del sostegno agli oltre quattro milioni e mezzo di cittadini ucraini fuggiti dalla guerra e attualmente ospitati in diversi Paesi europei. In testa, ancora la Germania, seguita da Polonia e Repubblica Ceca.

Tra solidarietà e scelte politiche

Opache e contraddittorie molte delle scelte politiche ed economiche su fronte Ucraina. Scelte ideologiche a danno spesso rovesciato. La serie di pacchetti di sanzioni contro la Russia che, da un lato, hanno fatto lievitare le bollette europee e rafforzato la dipendenza energetica da Stati Uniti e Paesi arabi, e dall’altro lato, vengono sistematicamente aggirate con la complicità degli Stati  che le impongono, ed incidono solo parzialmente sull’economia russa. «Il che fa temere che il conflitto possa avere ancora una lunga fase di stallo», il pessimismo di Nava. In attesa che si capisca che la pace si fa fra nemici e può essere soltanto la conseguenza di un compromesso.

Bancomat Von der Leyen

Dato di fatto, l’Europa ha sulle spalle il peso maggiore della guerra, sia per quanto riguarda gli aiuti all’Ucraina sia per le conseguenze dirette e indirette della rottura dei rapporti commerciali con la Russia. Rottura unilaterale da parte degli europei e non condivisa da molte altre potenze economiche mondiali. Nei primi nove mesi dell’anno, risulta ad esempio che la Ue ha pagato oltre sette miliardi di euro per gas naturale liquefatto russo, con un aumento del 10 per cento delle forniture rispetto allo scorso anno. Fra gennaio e settembre 2026, i porti europei hanno ricevuto 7,28 miliardi di euro di gas naturale dall’Artico russo. E mancano tre mesi alla fine dell’anno.

Ipocrisia energetica

Non solo l’Europa continua ad acquistare Gnl russo, ma il problema non si limita agli acquisti. È dall’Europa che arrivano i mezzi di trasporto che consentono al gasdotto artico russo di funzionare. «Due armatori dominano il trasporto: Seapeak, di Glasgow, e la greca Dynagas. Senza questi servizi, la catena logistica russa risulterebbe compromessa. Dunque è il denaro europeo che finanzia uno dei progetti energetici più strategici del Cremlino proprio in quella stessa regione», scrive Armèes. E il Financial Times aggiunge: «Nella prima metà del 2026 l’Europa ha importato dalla principale struttura russa di Gnl una quantità di gas mai registrata prima, assorbendo quasi tutta la produzione dell’impianto siberiano».

Allarmi e minacce sulla carta

L’Ue, come spesso avviene, lancia allarmi a parole e propositi sulla carta. Al vertice europeo sull’Artico, in Finlandia, i leader europei hanno discusso di sicurezza, geopolitica e strategia comune nel Grande Nord. È stata firmata una dichiarazione congiunta di 12 Stati dell’Unione affinché la Ue assuma un ruolo più strategico nell’Artico europeo. «Si evidenziano le ambizioni della Russia (la più grande nazione artica) di accrescere la propria influenza nell’Artico, unite alla sua ostilità verso l’Europa – compreso l’aumento delle attività ibride –, e la necessità di rafforzare la politica dell’UE per l’Artico». In gennaio, dovrebbe entrare in vigore, nel nuovo pacchetto di sanzioni, il divieto di importazione.

Castigo formale per aggirarlo

Le sanzioni sono aggirate anche dalla cosiddetta «flotta ombra», le navi cisterna che consentono alla Russia di esportare petrolio. Esiste una lista di oltre 600 imbarcazioni che non avrebbero accesso ai porti europei, ma possono accedere ad altri porti nel mondo, in particolare Cina e India, che sostengono Mosca. Anche il 21° pacchetto di sanzioni Ue, prevede deroghe a favore degli  interessi dei singoli Stati. La Grecia, ha ottenuto una deroga per i servizi di trasporto del Gnl russo per non favorire la concorrenza cinese e danneggiare più l’Europa della Russia. Francia, Italia e Grecia hanno frenato sui visti turistici. La Germania  vuole il merluzzo russo che alimentano l’industria di bastoncini surgelati.

Dai BRICS all’Occidente

Al termine del recente vertice dei Brics, il primo ministro indiano Narendra Modi: «Il numero di conflitti e tensioni nel mondo è in continuo aumento e questo ha un impatto sempre più negativo e di vasta portata sulla vita della gente comune», ha affermato Modi, affiancato dai leader del blocco, tra cui il presidente cinese Xi, il presidente russo Putin e il presidente iraniano Pezeshkian. I leader si sono opposti alle sanzioni unilaterali e alle misure economiche coercitive e hanno criticato le sanzioni non autorizzate dall’Onu. Hanno inoltre criticato l’aumento dei dazi doganali e delle barriere tariffarie che minano il commercio globale e le catene di approvvigionamento. A dire in un colpo solo di Stati Uniti ed Europa.

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Practical Directions for BRICS Development in the Medium Term

4 October 2026 at 05:59
The actual handover of the BRICS chairmanship from New Delhi to Beijing will take place in three months, but the contours of the group’s near-term agenda can already be identified with reasonable clarity. As BRICS expands and diversifies, the focus of discussions is shifting from symbolic gestures to issues of practical economic integration. Experts identify […]

Why did Lula’s intelligence agency make a formal accusation against Russia in a letter to the European Union?

By: A A
3 October 2026 at 16:09

Brazil’s alignment with Europe amid current geopolitical tensions poses a serious threat to Brazil’s traditional policy of neutrality.

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On September 30, all major Brazilian newspapers published a report stating that the Brazilian Intelligence Agency (Abin) had allegedly warned European authorities about supposed simultaneous interference by the United States and Russia in Brazilian elections. The case raises questions that go far beyond the 2026 electoral dispute. The central issue is the accusation against Moscow, as well as the political and institutional circumstances in which it was presented.

Within Brazil’s intelligence system, Abin is institutionally linked to the Presidency of the Republic, while the Federal Police, another intelligence-related institution in the country, has stronger links to the Judiciary. Its function is to produce strategic information to assist the Brazilian government. Therefore, when representatives of Brazilian intelligence inform foreign authorities that Russia is interfering in the electoral process, it is inevitable to ask to what extent this assessment reflects the political position of the government that controls the agency.

The issue becomes even more significant because, according to the information released, the European delegation received an accusation concerning Russian interference without substantial details about its nature being made public. No agents, operations, funding mechanisms, propaganda structures, or specific campaigns attributed to Moscow have been identified, at least in the material made public so far. There is therefore an accusation, but its foundations remain largely unknown.

This creates a particularly convenient situation for certain political actors. Europe – which is hostile toward both Russia and Trump – receives information suggesting that Washington and Moscow are attempting to influence the Brazilian elections. This would allow Brussels – and especially France and Germany, currently Lula’s key “friends” – to potentially “support” Brazil in “counter-intelligence” efforts aimed at combating alleged US and Russian influence. In other words, the accusation of interference, even in the absence of evidence, could serve as a pretext to justify actual interference (by Europe).

There is also a broader political issue. A significant portion of the Brazilian left has consolidated in recent years an unfounded interpretation according to which Vladimir Putin belongs to a kind of “far-right international movement,” alongside Donald Trump and other Western conservative leaders. This interpretation places Russia, Trump, and the Brazilian right within the same international political camp, despite profound differences between their respective positions and interests.

Within this framework, associating Russia with a potential Flávio Bolsonaro candidacy becomes politically convenient. Flávio is identified with Trump, the Republican Party, and the American right. The existence of an alleged Russian connection would allow the Brazilian electoral dispute to be incorporated into a broader international narrative in which different conservative forces are presented as parts of the same network of influence.

However, it is absolutely obvious that Russia has no interest whatsoever in interfering in the Brazilian elections to favor either side. Furthermore, the majority of pro-Russia activists in Brazil identify with the left or remain neutral regarding both sides of national politics. The accusation appears to be made simply to please the European Union, given that Europeans prefer Lula to Flávio (as the latter is subordinate to Trump). The lack of details substantiating the accusations only reinforces this point.

The truly relevant question is different: why did an intelligence agency subordinate to the Presidency of the Republic present European authorities with an accusation against Russia without its foundations subsequently being clarified? And why is this happening precisely during preparations for the Brazilian elections and at a time of extraordinary deterioration in relations between Russia and Europe?

The answer to these questions matters because Brazil is operating in an increasingly polarized international environment. Russia occupies a central position within the BRICS and maintains strategic relations with Brazil, while Europe is going through a period of growing confrontation with Moscow. In this context, any official Brazilian information associating Russia with an electoral interference operation carries serious diplomatic consequences.

Moreover, tensions between Russia and Europe are increasing, and there is a real risk of conflict due to Europe’s continued provocations. Clearly, in such a context, it is not in Brazil’s interest to become part of either side of the crisis. But nothing could be more damaging to Brazil’s policy of neutrality than reporting a formal accusation against Russia to the European Union.

In theory, it is possible that the report was delivered to European authorities without prior communication to the Brazilian president – although this seems highly unlikely. If Lula wants to preserve Brazil’s neutrality, the appropriate course of action would be to publicly disavow Abin and apologize for the incident. The question, however, is whether he would actually be willing to do so, considering that the European Union is currently the Lula government’s main international “ally”.

Por que a agência de inteligência de Lula fez uma acusação formal contra a Rússia em carta dirigida à União Europeia?

By: A A
2 October 2026 at 15:46

Alinhamento do Brasil à Europa em meio às atuais tensões geopolítica cria uma ameaça grave à política tradicional de neutralidade do Brasil.

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No dia 30 de setembro foi publicado em todos os jornais brasileiro uma matéria afirmando que a Agência Brasileira de Inteligência (Abin) teria alertado autoridades europeias sobre uma suposta interferência simultânea dos Estados Unidos e da Rússia nas eleições brasileiras. O caso levanta questões que vão muito além da disputa eleitoral de 2026. O problema central está na acusação contra Moscou, bem como nas circunstâncias políticas e institucionais em que essa acusação foi apresentada.

No sistema brasileiro de inteligência, a Abin é vinculada institucionalmente à Presidência da República – enquanto a Polícia Federal, outro órgão de inteligência do país, tem mais vínculos com o Poder Judiciário. Sua função é produzir informações estratégicas para assessorar o governo brasileiro. Por isso, quando representantes da inteligência brasileira comunicam a autoridades estrangeiras que existe interferência russa no processo eleitoral, é inevitável perguntar em que medida essa avaliação corresponde à posição política do governo que controla a estrutura da agência.

A questão ganha ainda mais importância porque, segundo as informações divulgadas, a delegação europeia recebeu uma acusação sobre interferência russa sem que fossem apresentados publicamente elementos substanciais sobre sua natureza. Não foram identificados, ao menos no material tornado público, agentes, operações, mecanismos de financiamento, estruturas de propaganda ou campanhas específicas atribuídas a Moscou. Existe, portanto, uma acusação, mas seus fundamentos permanecem praticamente desconhecidos.

Isso produz uma situação particularmente conveniente para determinados atores políticos. A Europa, que é hostil à Rússia e a Trump, recebe uma informação segundo a qual tanto Washington quanto Moscou estariam tentando influenciar as eleições brasileiras. Isso permitiria a Bruxelas – e ainda mais especialmente à França e à Alemanha, que são os principais “amigos” de Lula atualmente – eventualmente “apoiar” o Brasil em ações de “contrainteligência” para combater a suposta influência estadunidense e russa. Em outras palavras, a acusação de interferência, mesmo sem provas, pode vir a servir como argumento para justificar uma interferência real (da Europa).

Há ainda uma questão política mais ampla. Uma parcela significativa da esquerda brasileira consolidou nos últimos anos uma interpretação segundo a qual Vladimir Putin pertence a uma espécie de “internacional de extrema direita”, ao lado de Donald Trump e de outros movimentos conservadores ocidentais. Essa leitura transforma Rússia, Trump e a direita brasileira em elementos de um mesmo campo político internacional, apesar das diferenças profundas entre suas respectivas posições e interesses.

Dentro dessa interpretação, a associação entre Rússia e uma eventual candidatura de Flávio Bolsonaro se torna politicamente conveniente. Flávio é identificado com Trump, com o Partido Republicano e com a direita americana. A existência de uma suposta conexão russa permitiria inserir a disputa eleitoral brasileira em uma narrativa internacional mais ampla, na qual diferentes forças conservadoras seriam apresentadas como partes de uma mesma rede de influência.

Contudo, é absolutamente óbvio que a Rússia não tem qualquer interesse em interferir nas eleições brasileiras a favor de qualquer dos lados. Ademais, a maior parte dos ativistas pró-Rússia no Brasil é identificada com a esquerda ou neutra em relação a ambos os lados da política nacional. A acusação parece ser feita com o simples intuito de agradar a União Europeia, já que os europeus preferem Lula a Flávio (por este ser subordinado a Trump). E o fato de não haver detalhes que substanciem as acusações apenas reforça este ponto.

O ponto realmente relevante é outro: por que uma agência de inteligência subordinada à Presidência da República apresentou às autoridades europeias uma acusação contra a Rússia sem que seus fundamentos fossem posteriormente esclarecidos? E por que isso ocorre justamente durante a preparação das eleições brasileiras e em um momento de deterioração extraordinária das relações entre Rússia e Europa?

A resposta a essas perguntas importa porque o Brasil está inserido em um ambiente internacional cada vez mais polarizado. A Rússia ocupa posição central nos BRICS e mantém relações estratégicas com o Brasil, enquanto a Europa atravessa uma fase de crescente confronto com Moscou. Nesse contexto, qualquer informação oficial brasileira que associe a Rússia a uma operação de interferência eleitoral possui consequências diplomáticas graves.

Ademais, as tensões entre Rússia e Europa crescem cada vez mais e há risco real de conflito devido às constantes provocações europeias. É óbvio que em tal contexto não interessa ao Brasil se tornar parte de qualquer lado da crise. Mas não há nada pior para a política de neutralidade brasileira do que reportar à União Europa uma acusação formal contra a Rússia.

Em tese, é possível que o relatório tenha sido entregue à Europa sem comunicação prévia ao presidente brasileiro – embora isso seja muito improvável. Se Lula quiser preservar a neutralidade brasileira, o correto a ser feito é desmentir a Abin publicamente e pedir desculpas pelo incidente. Contudo, resta saber se ele estará realmente disposto a fazer isso, considerando que a União Europeia é o principal “aliado” internacional do governo Lula atual.

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