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: Paesi europei con il maggior afflusso di migranti (2000-2024)

20 October 2026 at 18:13

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[20/10/2026 16:35] Maurizio Blondet

1. 🇬🇧 Regno Unito: +7,1 milioni

2. 🇪🇸 Spagna: +6,8 milioni

3. 🇩🇪 Germania +6,4 milioni

4. 🇹🇷 Turchia: +5,8 milioni

5. 🇮🇹 Italia: +4,4 milioni

6. 🇫🇷 Francia: +3,0 milioni

7. 🇦🇹 Austria: +1,4 milioni

8. 🇳🇱 Paesi Bassi: +1,4 milioni

9. 🇨🇭 Svizzera: +1,3 milioni

10. 🇧🇪 Belgio: +1,3 milioni

11. 🇸🇪 Svezia: +1,3 milioni

12. 🇵🇱 Polonia: +917.000

13. 🇮🇪 Irlanda: +840.000

14. 🇳🇴 Norvegia: +720.000

15. 🇷🇴 Romania: +521K

16. 🇵🇹Portogallo: +476K

17. 🇩🇰 Danimarca: +475.000

18. 🇭🇺 Ungheria: +393.000

19. 🇨🇿 Repubblica Ceca: +386.000

20. Finlandia: +378.000

La popolazione migrante europea è cresciuta di 40,8 milioni tra il 2000 e il 2024, con un aumento del 67%. Regno Unito, Spagna e Germania insieme rappresentano quasi la metà di tale aumento.

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Ucraina, “Ue cercherà accordo con Putin, congelamento del fronte e no Kiev nella Nato o Donbass a Mosca e Kiev nella Nato”

20 October 2026 at 12:40

L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità

di Redazione

20 Ottobre 2026

Ucraina, “Ue cercherà accordo con Putin, congelamento del fronte e no Kiev nella Nato o Donbass a Mosca e Kiev nella Nato”

Ursula von der Leyen e Vladimir Putin (fonte: Wikipedia)

I leader europei potrebbero avviare presto colloqui diretti con Vladimir Putin per cercare un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Sul tavolo ci sarebbero due possibili scenari: il congelamento del conflitto lungo l’attuale linea del fronte in cambio della rinuncia di Kiev all’adesione alla Nato oppure la cessione alla Russia del resto del Donbass, con l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica.

Ucraina, “Ue cercherà accordo con Putin, congelamento del fronte e no Kiev nella Nato o Donbass a Mosca e Kiev nella Nato”

L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità.

Le due proposte delineano percorsi differenti per cercare di chiudere il conflitto, con un compromesso che coinvolgerebbe direttamente il futuro territoriale dell’Ucraina e le sue prospettive di integrazione nell’architettura di sicurezza occidentale. Entrambe, tuttavia, comporterebbero concessioni rilevanti e aprirebbero interrogativi sulla possibilità di raggiungere un’intesa accettabile per tutte le parti coinvolte.

Nel primo scenario, la guerra verrebbe congelata lungo le attuali posizioni militari. La linea del fronte diventerebbe quindi il punto di riferimento per fermare i combattimenti, mentre Kiev dovrebbe rinunciare all’ingresso nella Nato. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di interrompere le operazioni militari senza necessariamente risolvere in modo definitivo tutte le controversie territoriali, ma imporrebbe all’Ucraina di abbandonare una delle principali opzioni strategiche perseguite dall’inizio del conflitto.

Il secondo scenario prevederebbe invece la cessione alla Russia del territorio del Donbass ancora conteso, in cambio dell’adesione ucraina alla Nato. In questo caso, il prezzo territoriale sarebbe più esplicito, mentre Kiev otterrebbe la prospettiva di entrare nell’Alleanza atlantica, con conseguenze significative per gli equilibri di sicurezza europei e per i rapporti con Mosca.

La scelta tra le due ipotesi metterebbe dunque al centro il rapporto tra integrità territoriale e garanzie di sicurezza. Da una parte, il congelamento del fronte richiederebbe la rinuncia alla Nato; dall’altra, la cessione di ulteriori territori alla Russia sarebbe accompagnata dalla possibilità per l’Ucraina di entrare nell’Alleanza. Si tratta di alternative che evidenziano quanto resti complesso individuare un compromesso capace di conciliare le richieste russe, le ambizioni di Kiev e le preoccupazioni dei Paesi europei.

Intanto, la crescente frustrazione europea verso l’approccio di Trump rafforza l’ipotesi di un coinvolgimento diplomatico più diretto dell’Unione. I governi europei temono infatti di restare ai margini di un eventuale accordo destinato a incidere in modo decisivo sulla sicurezza del continente. Un confronto diretto con Putin permetterebbe loro di provare a influenzare i termini di una possibile intesa, anziché affidare interamente agli Stati Uniti la conduzione dei negoziati.

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Cosa vuole la UE da Ryiad???

20 October 2026 at 12:38

IMPORTANTE LA DURA RISPOSTA DI RIYAD

“Provate a congelare un solo dollaro e ritiriamo i nostri fondi in 24 ore!”… Riyadh rompe i rapporti finanziari con Bruxelles e risponde duramente! L’avvertimento europeo cieco: Bruxelles richiede una riduzione della produzione petrolifera e minaccia di imporre multe e regolamentazioni severe sui fondi sovrani del Regno nelle banche europee.

La risposta saudita devastante: Riyadh taglia i ponti e lo dice senza esitazione: “Provate a congelare un solo dollaro dei nostri fondi sovrani, e ritireremo ogni centesimo di investimento saudita dalle vostre banche in esattamente 24 ore!” Crisi di liquidità europea: Il principe Mohammed bin Salman decide: “Volete isolarci? Provateci.. mentre le vostre banche affronteranno una carestia di liquidità immediata, il Fondo per gli Investimenti Pubblici procederà per la sua strada alle sue condizioni assol

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La rivolta di maranza, topi e gretini

20 October 2026 at 07:52

I tumulti giovanili di questi giorni non hanno parole d’ordine, non prevedono sbocchi né
hanno un programma oltre l’elenco di generiche, benché fondate, doglianze. Limitiamoci
all’Italia, giacché il caso francese in fase acuta è assai diverso, per la saldatura tra forze
politiche organizzate, La France Insoumise e l’ultrasinistra di Olivier Besancenot, e
settori islamisti di una generazione per lo più figlia dell’immigrazione selvaggia, insensata,
sostitutiva, folle, avviata da Mitterrand negli anni Ottanta. La vena insurrezionale è
alimentata dall’odio furioso dei manifestanti verso la République e dall’incapacità (o
assenza di volontà?) delle istituzioni di sedare la rivolta, probabilmente per colpire
preventivamente Marine Le Pen nell’imminenza delle elezioni presidenziali, e tentare un
ennesimo rattoppo di sistema. Due secoli di democrazia si pagano (Charles Maurras).
Concentriamoci sugli imitatori di casa nostra, fomentati dai centri sociali, i mazzieri non
troppo occulti della sinistra politica, dal nuovo antagonismo della Cgil – sin qui silente o
complice dello strame dei diritti sociali dei lavoratori di oggi e di domani- nonché dal
grottesco compiacimento di rivoluzionari da salotto e dall’inazione di borghesi radicali
come il sindaco milanese Sala. Assistiamo alla verifica delle potenzialità di una sommossa
di maranza, topi e gretini, uno sciame umano unito dall’ignoranza, dal nichilismo e dalla
soggezione al consumismo più rivoltante. Altro sono gli ispiratori e i dirigenti, giacché le
manifestazioni non nascono dal basso, né da bisogni profondi. E’ una mini rivoluzione di
generazioni sazie e, si ripete, annoiate. Una noia esistenziale figlia del vuoto interiore,
morale, spirituale i cui colpevoli non sono i giovani, ma le generazioni che dirigono la
società. Pensiamo ai ragazzotti borghesi romani che scacciavano la noia investendo
malcapitati con la minicar. Presi, si dichiarano dispiaciuti, poveri cari. Sono liberi e non
pagheranno il conto, se non con ridicoli servizi sociali e “spiegoni” di moralismo
istituzionale, quelli sì noiosissimi.
Sempre per noia, migliaia di minorenni d’ambo i sessi, convocati al fischio dei social
media, si vestono come soldatini ( l’ uniforme è la felpa nera con cappuccio) e scendono in
piazza urlando slogan appresi al momento ai quali sono sovranamente indifferenti. Forse i
meno peggio sono i “maranza” di origine immigrata, che una cosa la sanno: odiano la
società in cui sono stati catapultati. Gli altri sono topolini riuniti da pifferai organizzati,
vecchi arnesi dei centri sociali, allevati, coccolati, pagati, dalle cosiddette istituzioni .
Specie di sinistra, ma a destra non battono un colpo. Niente sgomberi, bollette a carico dei
contribuenti, nessun controllo, tolleranza di mille illegalità. E’ tutto gratis, ma non esistono
pasti gratuiti. Il conto sono città a soqquadro, saccheggi non per bisogno ma per rubare
capi di abbigliamento, accessori e ogni altro prodotto della società dei consumi, quartieri
sottratti alla pur blanda legge dello Stato.
Dicono che occorre ascoltare, che il disagio- reale- non va criminalizzato. Vero, ma per
trattare serve uno straccio di proposta, un progetto, un’alternativa da confrontare. Non è
così e non può esserlo: casinisti e facinorosi sono i figli legittimi dei padri che hanno
sfigurato la realtà per adeguarla al Dio Mercato, alla mitologia dei diritti- quasi tutti
all’altezza del basso ventre- all’adorazione del consumo e dei desideri. Coltivano l’ignoranza soddisfatta chini sullo smartphone, plasmati dalle mode, dal conformismo,
dall’indifferenza. A Torino è stata assaltata la libreria Feltrinelli. Non per procurarsi gratis
tomi ponderosi o classici della letteratura, ma per distruggere, gettare a terra ciò che era
ordinato negli scaffali. Legge del contrappasso: proprio quello che sognava, prima di
morire mentre collocava un ordigno, il capostipite della dinastia , Giangiacomo Feltrinelli,
ricco, annoiato e rivoluzionario, di cui i teppistelli nulla sanno.
Eppure ripetono che bisogna comprendere, carezzare questa generazione, nostra o
immigrata. Hanno ragione. Sono i nostri figli e nipoti, sono come noi li abbiamo (dis)fatti.
E’ come auscultare, psicanalizzare noi stessi, stesi sul lettino dello psicoterapeuta che
osserva l’ orologio per dirci il fatidico “ il nostro tempo è finito”, incassare la parcella e
prescrivere farmaci placebo. Oltre mezzo secolo di pessimi maestri, di capovolgimento di
ogni valore e principio portano a spaccare vetrine per il gusto di farlo e per noia, investire
passanti con la minicar o strafarsi nei rave party , simbolo postumo del Sessantotto che
ignorano: le tre rivoluzioni, chimica, musicale e sessuale. Oppure, come è accaduto a un
quindicenne, morire sotto un trattore in un gioco da mostrare online, variante
contemporanea di “correre a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile
morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”.
La differenza è che le generazioni odierne sono già morte dentro. Colpevoli ? Solo di
plumbeo conformismo. Il resto, la riduzione a topi in gabbia che azionano la leva delle
emozioni, del consumo, della dissipazione di sé, è colpa nostra. Ecco perché non sappiamo
compiere il primo gesto di salvazione, reprimere il male ( che abbiamo rinunciato a
definire tale ) per poi curarlo. Dinanzi a un’emorragia, non si pensa a discutere, si cerca di
fermare il sangue. Dopo verranno diagnosi, prognosi, terapia. Il problema è che
l’emorragia – l’assenza di principi, valori, identità, giudizi su bene e male, – è innanzitutto
nostra. Perciò non la riconosciamo. Ogni rivolta conosce saccheggio e distruzione.
Anormale è rubare abiti non per coprirsi, ma capi firmati da sfoggiare, colonizzati dal
sistema di consumo ! Né è normale ignorare di essere in uniforme: un anti esercito in felpa
nera. Ignari sanculotti postmoderni che urlano a squarciagola “tutti odiano la polizia”,
come se nell’arcadia ideale che immaginano nei rari momenti di lucidità si possa fare a
meno di un ordine . I signorini annoiati non attaccano i veri santuari del potere: non lo
vogliono i mandanti – di cui la stragrande maggioranza non sospetta l’esistenza- il cui
scopo è diventare gestori dell’ esistente, non modificarlo, tanto meno abbatterlo.
Alcuni usano slogan mutuati dalla stagione di Greta Thunberg, ricomparsa per tacciare di
fascismo il governo italiano. Non serve risposta: non sanno, non capiscono, maranza, topi
e gretini. Con la G e con la C, una generazione devastata da chi è al potere, resa incapace di
comprendere che la sua mobilitazione è lo strumento di giochi sporchi: inconsapevoli,
sciamannati fantaccini incappucciati. Il rischio è doppio. Da un lato rafforzare chi invoca
solo repressione e getta allo sbaraglio altri giovani, quelli in uniforme ufficiale, per
conseguire tornaconti politici presso l’ opinione pubblica disorientata in una società
decomposta, ingiusta, i cui scoppi d’ ira sono febbri naturali. Dall’altro i burattinai di
maranza, topolini e gretini potrebbero vincere la loro partita, consistente, di fatto,
nell’aggravare il malessere: più immigrati, più disordine, più precarietà esistenziale e
sociale, più falsi “diritti”, senza toccare minimamente l’oligarchia al comando, finanza,

tecnologia, fondi, multinazionali, più ceti di servizio nella politica, nelle organizzazioni
transnazionali, nella sedicente cultura, nell’intrattenimento.
Panem et circenses, la formula romana per controllare le generazioni è sempre valida,
rafforzata dal soft power – il potere fintamente dolce che ci fa fare ciò che vuole – e dai
nudges, le spintarelle “gentili” dal medesimo scopo. Tutto teorizzato e poi realizzato.
Maranza, topi, gretini ( e non solo) ci cascano sempre. Altri chiedono legge e ordine
affinché tutto continui come prima. Triste baccanale degli “ultimi uomini” : “di tanto in
tanto un po' di veleno: ciò procura sogni piacevoli. E molto veleno alla fine, per morire
piacevolmente. Si lavora ancora, perché il lavoro è un intrattenimento. Ma si guarda bene
che l'intrattenimento non sia faticoso. Un'ideuzza per il giorno e un'ideuzza per la notte.
Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini e ammiccano. “ Figuranti di una
rappresentazione, personaggi che non sanno di avere un autore.

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Tredicenni lumpenproletari

20 October 2026 at 07:49

Marx ed Engels avevano visto giusto sul lumpenproletariat: “prodotto passivo della putrefazione degli strati più bassi della vecchia società, gettato qua e là nel movimento… più pronto a farsi comprare per manovre reazionarie”.

Aveva visto giusto anche Pasolini sul conformismo volgare di certi antifascisti che volevano solo il consumo. Solo che ora siamo più in basso. Non cercano pace – distruggono – né liberazione dal lavoro – non lavorano – né emancipazione femminile – sono in gran parte musulmani – né una scuola migliore – la disertano o aggrediscono i docenti. Vogliono solo sentirsi furbi senza cervello, ribelli senza coraggio, rubando Armani e Vuitton.

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Ungheria, Slovacchia, Cechia e Polonia chiedono all’Ue di rallentare l’abbandono all’energia russa

19 October 2026 at 20:39
AP / Robert Hegedus

AP / Robert Hegedus
Diritti d’autore Slovakia’s Premier Robert Fico attends a joint press conference with his Polish, Czech and Hungarian counterpart to conclude the one-day the summit of the Visegrad Group (V4) countries, June 2026.

Di Marta Pacheco

Pubblicato il 

I Paesi del Gruppo di Visegrad chiedono a Bruxelles maggiori finanziamenti per affrontare la fine delle importazioni di energia russa nel 2027, mentre i prezzi dell’elettricità restano elevati in tutta Europa

Slovacchia e Ungheria hanno chiesto lunedì a Bruxelles una maggiore flessibilità nel graduale abbandono del gas russo, sostenendo che la loro posizione senza sbocco sul mare e la dipendenza dalle attuali vie di approvvigionamento rendono la diversificazione più complessa e costosa.

Bratislava ha ricordato di essere stata storicamente un punto di ingresso per il petrolio e il gas russi, ma ora rischia di diventare, insieme all’Ungheria, un capolinea, dato che le forniture energetiche russe all’Europa centrale dovrebbero cessare nel 2027, in base al piano dell’Ue per eliminare le importazioni da Mosca.

“Vorremmo discutere con la Commissione europea in che modo il prossimo periodo di programmazione e la disponibilità dei fondi Ue possano soddisfare le nostre esigenze, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento delle infrastrutture per petrolio e gas nella regione del Gruppo di Visegrad”, ha dichiarato la vicepremier slovacca Denisa Saková a margine di una conferenza stampa a Bratislava, alla quale ha partecipato il commissario all’Energia Dan Jørgensen.

I ministri dell’Europa centrale chiedono che Bruxelles riconosca le loro specificità e tenga conto delle esigenze regionali nell’assegnazione dei fondi Ue alle nuove infrastrutture per petrolio e gas e nella preparazione del prossimo periodo di bilancio dell’Unione, un altro motivo di scontro tra gli Stati membri emerso all’ultimo vertice del Consiglio europeo.

L’appello arriva dopo le pressioni del gruppo di Visegrad — Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia — sui leader dell’Ue, durante il vertice del 15-16 ottobre, affinché riconsiderino le misure per ridurre le bollette elettriche nella regione.

Tra le loro richieste figurano una maggiore flessibilità nell’attuale revisione del mercato del carbonio dell’Unione, il sistema di scambio delle emissioni (ETS), e il rinvio della sua seconda fase, l’ETS2, fino al 2030.

Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha riconosciuto la “serietà” della situazione che le popolazioni dell’Europa centrale si trovano ad affrontare e ha ribadito la necessità di “misure mirate e temporanee” che non compromettano l’obiettivo dell’Unione di ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

“In passato eravamo dipendenti dalla Russia. Ora ci stiamo allontanando da questa dipendenza. Questo è positivo. Ma l’attuale situazione dimostra che siamo ora legati al mercato globale e che gli eventi in Medio Oriente possono avere effetti sui cittadini qui a Bratislava”, ha affermato Jørgensen.

Le alternative al gas russo potrebbero avere un costo più elevato

I quattro Paesi Ue, tradizionalmente più dipendenti dai combustibili fossili, sostengono che gli elevati prezzi dell’energia rendono difficile per le loro industrie impegnarsi in investimenti nell’elettrificazione. I prezzi sono stati spinti verso l’alto dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.

I consumatori dell’Europa centrale devono far fronte a un onere finanziario nettamente più pesante: secondo il think tank energetico Ember, i futures dell’elettricità all’ingrosso sono oltre il 60 per cento sopra i livelli precedenti alla crisi.

L’abbandono dell’energia russa suscita preoccupazioni economiche in entrambi i Paesi.

Bratislava e Budapest sostengono di dover affrontare sfide specifiche per rispettare i requisiti di diversificazione dell’Ue e chiedono finanziamenti per ampliare le infrastrutture petrolifere e del gas nella regione.

Il gruppo di Visegrad ha accesso a diverse fonti energetiche alternative e a rotte di approvvigionamento che bypassano la Russia, seppure a costo più elevato, con livelli di integrazione differenti tra i quattro Paesi.

“Dal 2027 non potremo più importare gas dalla Russia e vorremmo firmare nuovi contratti di diversificazione. Diversificazione e sicurezza energetica significano che dobbiamo avere regole già pronte per le forniture di petrolio e gas alla regione V4”, ha aggiunto Saková.

Sotto l’ex primo ministro Viktor Orbán, l’Ungheria ha impugnato il piano dell’Ue per la graduale eliminazione delle importazioni di energia russa, portando il caso davanti a un tribunale dell’Unione.

La Slovacchia ha sostenuto il ricorso di Budapest, sostenendo che l’uscita dall’energia russa metterebbe la sua competitività industriale in un netto svantaggio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ue. Una prima sentenza è attesa tra alcuni mesi.

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Crosetto: «La maggioranza degli italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina»

19 October 2026 at 09:48

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riconosciuto che la maggioranza degli italiani è contraria al proseguimento degli aiuti all’Ucraina. In un’intervista alla BBC, il ministro ha tuttavia ribadito che il governo Meloni continuerà a sostenere Kiev, anche contro l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica.

“Non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica abbia torto”, ha dichiarato Crosetto, attribuendo parte della contrarietà agli aiuti anche a presunte campagne di disinformazione russe. Il ministro ha riconosciuto le difficoltà nel giustificare il sostegno militare all’Ucraina davanti ai cittadini che affrontano l’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti.

Secondo Crosetto, l’Italia ha già approvato dodici pacchetti di assistenza all’Ucraina e potrebbe vararne un tredicesimo entro la fine del 2026. Il ministro ha assicurato che il sostegno militare proseguirà finché l’attuale governo resterà in carica, pur ammettendo che ottenere nuove autorizzazioni parlamentari potrebbe diventare più difficile con l’avvicinarsi delle elezioni.

Crosetto ha inoltre criticato duramente la decisione dell’amministrazione Trump di limitare il sostegno tecnologico e militare a Kiev, sostenendo che un indebolimento dell’Ucraina rischierebbe di allontanare la prospettiva di un accordo di pace con la Russia.

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La Francia raggiunge il “punto di non ritorno” tra rivolte e caos dilagante

19 October 2026 at 07:49

Il presidente Trump ha scritto questa mattina presto su Truth Social: “La Francia sta bruciando!”, mentre si consuma quello che appare come il crollo del Paese. Travolta da un “terzomondismo” che ne sta decretando la fine – frutto di un decennio di immigrazione di massa incontrollata e di un virulento movimento di estrema sinistra – la nazione ha intrapreso una traiettoria preoccupante, in cui il collasso del sistema di welfare si scontra con un disastro finanziario.

“L’immigrazione di persone provenienti da un mondo completamente diverso, individui che nutrono odio nel cuore, ha mandato in frantumi quello che un tempo era un grande Paese. Chiudete le frontiere e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi!”, ha aggiunto Trump.

Il vicepresidente JD Vance, commentando su X l’escalation di violenza dell’estrema sinistra, ha dichiarato: “I liberali occidentali hanno importato il ‘terzo mondo’ in Francia e in altri Paesi in nome della diversità e della compassione. Hanno ignorato questioni fondamentali come l’assimilazione e la compatibilità. Erano stati avvertiti che si sarebbe arrivati ​​a questo, ma non hanno voluto ascoltare”.

Euronews, descrivendo gli effetti delle rivolte notturne, ha riferito che “le strade sono disseminate di vetri infranti e rifiuti”. Secondo i media locali, i rivoltosi hanno saccheggiato 1.500 negozi in diverse grandi città.

“Il mio pensiero va anche ai 1.500 punti vendita appartenenti ad altre catene commerciali e a tutti i negozianti che hanno subito la stessa, inaccettabile violenza”, ha dichiarato all’emittente Alexandre Bompard, presidente e CEO del gruppo Carrefour.

Bompard ha sottolineato che i disordini sociali avranno “conseguenze umane ed economiche considerevoli”.

Il ministro dell’Interno francese, Laurent Nuñez, ha reso noto oggi che le rivolte del fine settimana hanno causato il ferimento di oltre 600 tra agenti di polizia, gendarmi e vigili del fuoco. Ha inoltre riferito che le autorità hanno arrestato più di 2.000 rivoltosi.

Il destino della Francia sembra ormai segnato: il generoso sistema di welfare non è più in grado di sostenere l’afflusso di migranti, mentre i servizi pubblici continuano a deteriorarsi. Guarda:

“Sostituire l’Europa”: un’inchiesta sotto copertura segue il flusso di denaro che finanzia, tramite i contribuenti, il meccanismo di migrazione di massa in Europa. Il Paese non registra un bilancio in pareggio dai primi anni ’70 e, in un contesto di tassi di interesse elevati, gli spread sui credit default swap (CDS) del debito sovrano sono in aumento. La traiettoria attuale, come descritto dalla candidata presidenziale di destra Marine Le Pen, porterebbe il Paese verso una crisi del debito sovrano.

Nelle ultime settimane, Le Pen ha già fornito alcune anticipazioni sul “bilancio ombra” che adotterebbe in caso di vittoria alle elezioni presidenziali del prossimo anno. Il piano prevede una riduzione del deficit al 3,7% del PIL per il prossimo anno – ben al di sotto dell’obiettivo del 5% fissato dal governo – per poi scendere al 2,2% entro il 2032.

Secondo Polymarket, le probabilità di vittoria di Le Pen alle elezioni del 18 aprile si attestano vicino al 48%, una cifra in forte crescita nelle ultime settimane, proprio mentre divampavano le rivolte.

I media di orientamento progressista continuano a offrire copertura ai rivoltosi di estrema sinistra e ai migranti che stanno incendiando diverse zone del Paese. L’emittente CBS è stata costretta, in una situazione piuttosto imbarazzante, a cancellare un tweet in cui definiva le rivolte come semplici “scontri”.

Abbiamo già spiegato come l’attuale contesto di tassi elevati abbia reso insostenibili le promesse socialiste di sussidi sempre più numerosi: i mercati obbligazionari, infatti, si rifiutano di finanziare deficit enormi destinati a sistemi di welfare improduttivi, che non fanno altro che generare ulteriori distorsioni economiche.

I fallimenti del socialismo si accumulano in tutto l’Occidente. Il Sud America sta virando verso destra, e un’eventuale vittoria di Bolsonaro al ballottaggio in Brasile, previsto per la fine di questo mese, consoliderebbe tale tendenza.

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La Lettonia ha attaccato Pietroburgo

19 October 2026 at 07:45

[19/10/2026 07:39] Maurizio Blondet: [ Video ]

⚡️🇺🇦 Escalation NATO- Russia

Attaccato San Pietroburgo da centinaia di droni. L’attacco è arrivato da Lettonia ed Estonia paesi NATO.

In base alle regole internazionali la Russia potrebbe rispondere immediatamente con un attacco speculare.

A San Pietroburgo è stato colpito praticamente di tutto: data center, terminal petroliferi, sottostazioni elettriche, infrastrutture portuali e depositi di carburanti.

La seconda città della Russia assiste dalle finestre attonita e indifesa.

Ma questa è la guerra, il fatto gravissimo è che l’attacco è passato attraverso paesi NATO in spregio al diritto internazionale

🧭 Vietato Parlare – Spunti per una visione oltre le apparenze

😎 TUTTI I PARTICOLARI: https://www.vietatoparlare.it/slug-attacco-droni-san-pietroburgo-faglia-baltica-meta/

[19/10/2026 07:47] Maurizio Blondet: France Enters “Point Of No Return” As Riots And Chaos Spread | ZeroHedge

https://www.zerohedge.com/political/france-enters-point-no-return-riots-and-chaos-spread

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INTERVISTA A LUIGI COPERTINO SU “FASCISMO SOCIALISTA”

18 October 2026 at 08:40

Luigi Copertino. Fascismo socialista. Percorsi di superamento delle categorie destra-sinistra, Edizioni Imprimere

Il libro

Il fascismo è uno dei capitoli più controversi della storia italiana e richiede, per essere compreso, di essere analizzato senza apologie né demonizzazioni. Il libro dello studioso cattolico Luigi Copertino ne indaga le radici nel socialismo eterodosso, nel vitalismo, nel pensiero di Sorel e Nietzsche e nell’anarco-sindacalismo, mostrando il tentativo originario di fondere socialismo e idea nazionale, oltre la tradizionale contrapposizione tra destra e sinistra.

Dall’impossibilità di egemonizzare la sinistra nacque il progressivo avvicinamento al nazionalismo e alle forze conservatrici, fino al compromesso del fascismo-regime. L’analisi ne evidenzia le contraddizioni, la componente sociale e rivoluzionaria e l’eredità dello Stato sociale e imprenditore.
Una rilettura del fascismo nella sua complessità storica, lontana tanto dalla nostalgia quanto dalle semplificazioni ideologiche.
Abbiamo intervistato l’Autore.

L’intervista

Anni fa, uscì un volume di uno degli intellettuali di Destra più interessanti dell’ultimo Novecento, Giano Accame. Il libro si intitolava “Fascismo immenso e rosso”, e riprendeva una definizione dello scrittore francese Robert Brasillach. È una definizione che ho ritrovato nel suo volume …

Il libro di Accame è stato un meritevole tentativo – il mio “Fascismo socialista” si pone sul medesimo sentiero – di sdoganare per il più vasto pubblico le conclusioni cui la ormai immensa letteratura storiografica in tema di fascismo è incontrovertibilmente giunta (le poche resistenze in sede storiografica sono soltanto espressioni tardive e residuali di una vecchia, infondata e superata, storiografia marxista viziata da un approccio ideologico) ovvero che il fascismo è stato un ramo del rigoglioso albero socialista. Un ramo peculiare perché caratterizzato dalla fusione del socialismo – inteso più largamente come tendenza alla giustizia sociale, piuttosto che come dottrinarismo marxista con le sue infondate pretese di scientificità – con la nazione, con la patria. Un motivo, questo, che ritroviamo in tutti gli autentici fascismi storici, non solo quello italiano, e da qui il titolo del testo di Accame ripreso dal francese Robert Brasillach, poeta martire assassinato dalla apparente giustizia dei cosiddetti “liberatori”.

Cosa è stato il fascismo?

Il fascismo è stato profondamente rosso nella sua essenza ed origine. In tal senso alla categoria del “fascismo immenso e rosso”, come dico nel mio libro, il cui titolo è il rovesciamento di quello, “Socialismo fascista”, dell’altro grande scrittore francese Pierre Drieu La Rochelle, possono ricondursi anche esperienze e regimi politici ritenuti in genere distanti dal fascismo come il castrismo cubano. Lo slogan castrista “Patria o muerte” dovrebbe far riflettere i sostenitori di sinistra di Castro. O come il guevarismo. Che Guevara non si spiega senza la sua iniziale adesione militante al Peronismo argentino, che è stata la forma forse più marcatamente socialista – in particolare nell’ala che si rifaceva ad Evita – di fascismo non italiano.

Lei è molto chiaro nel dimostrare che il Fascismo non è ascrivibile alla Destra, e cioè al mondo conservatore …

Senza dubbio. Come dice sin dal sotto titolo il mio libro, il fascismo è stato un modo per andare oltre le categorie di destra e sinistra. Che di per sé non sono atemporali e pertanto immobili. Anzi, esse sono storicamente variabili. Basti pensare che la nazione nasce a sinistra con la Rivoluzione francese e poi si disperde in parte verso destra, con il nazionalismo tardo ottocentesco, e in parte ancora a sinistra, con i vari movimenti di liberazione popolare. Ad esempio, il nasserismo egiziano che, non a caso, rappresenta – e non da solo, perché bisognerebbe aggiungere anche il baathismo irakeno e siriano o il gheddafismo libico – è una tipica forma di socialismo nazionale adattata al contesto storico di matrice mussulmana.

Il conservatorismo. Poi, bisognerebbe distinguere cosa si intende per “conservatorismo”. Oggi, in genere, conservatorismo è sinonimo di liberal-conservatorismo, il polo di destra del pensiero unico liberale essendo quello di sinistra il liberal-progressismo, ma in realtà il conservatorismo prende le sue mosse dalla critica all’epoca di destra, ossia controrivoluzionaria, alla modernità illuminista impostasi con la Rivoluzione francese. Autori come De Maistre, Burke, De Bonald, von Haller avevano puntato il dito soprattutto contro l’individualismo rivoluzionario e difeso l’antico comunitarismo premoderno. In questo senso, si può dire che qualcosa di quella critica ritornò nel fascismo, ma vi ritornò mediata dalle trasformazioni che il conservatorismo subì nel XIX secolo, perlomeno in quelle sue componenti che non accettarono di trasmodare nel liberal-conservatorismo. L’esempio tipico è l’Action Française di Charles Maurras che, benché non fosse un movimento fascista, ma appunto conservatore e tuttavia nazionalista in senso già moderno e “laico” (Maurras era un ateo positivista), avrebbe dato origine a una sua corrente di sinistra – cui appartenne Robert Brasillach – che si sarebbe incontrata con il socialismo proudhoniano elaborando una interessante forma di sindacalismo nazionale a forte matrice operaia.

Qualcosa di simile si riscontra anche nell’Italia primonovecentesca nell’ambito dell’Associazione Nazionalista Italiana dove personaggi come Enrico Corradini elaborano una piattaforma socialista per il nazionalismo, entrando in corrispondenza con Filippo Corridoni, leader del sindacalismo rivoluzionario del primo anteguerra. Ma abbiamo fenomeni simili anche in Spagna, dove la figura “mitica” di José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore Miguel, da un iniziale tradizionalismo cattolico si sposta verso il nazional-sindacalismo, incontrando esponenti del nazionalismo cattolico contadino e castigliano come Onesimo Redondo e nicciani volontaristi e socialisti come Ledesma Ramos. L’esito di questo incontro fu il falangismo, ovvero, la “Falange Spagnola delle giunte di offensiva nazional-sindacalista” che all’origine non ha nulla a che spartire con il franchismo. Quest’ultimo è stato soltanto un regime nazional-conservatore che, nonostante la coreografia da esso mutuata, invero snaturò, depotenziandone la carica rivoluzionaria, il falangismo, praticando politiche conservatrici e più tardi di liberismo tecnocratico marcato Opus Dei. Insomma, se il fascismo, nella sua origine storica sorge certamente a sinistra, non fu immune dall’accogliere quelle tendenze di destra, destra non liberale, che aspiravano a un nuovo organicismo, un nuovo comunitarismo, la cui possibilità proprio la modernizzazione industriale – si pensi all’emergere dei sindacati – stava rioffrendo contro le illusioni individualiste e contrattualiste dell’illuminismo borghese.

Qualcuno ha parlato del fascismo come della convergenza tra l’eresia socialista del nazionalismo e l’eresia nazionalista del socialismo.

Vero. Ma a condizione di tener presente che l’anima più autentica del fascismo è di sinistra e che proprio le difficoltà di fondere quelle due eresie – si trattava di stabilire se a prevalere dovesse essere il nazionalismo o il socialismo e in che misura l’uno e l’altro dovessero essere miscelati – ha dato vita a un fascismo di destra e a un fascismo di sinistra.

Come mai la componente sociale del Fascismo è stata sconfitta, e come mai il Socialismo è a sua volta tramontato in Italia alla fine del secolo scorso, lasciando posto alla sinistra radical-chic?

Per quanto riguarda il caso italiano, il fascismo socialista sansepolcrista, quello originario, dovette fare i conti con la chiusura del PSI, che sognava la rivoluzione bolscevica e non capì la portata rivoluzionaria della piccola borghesia socialista-nazionale di ritorno dalle trincee e organizzatasi nel fascismo. Chiusura che sbarrò al nascente fascismo la strada a sinistra e contribuì, insieme ad altri fattori come il machiavellismo tattico e realistico di Mussolini, a farlo scivolare verso la destra nazionalista. Tuttavia si trattò di un compromesso, durato vent’anni, accettato, dallo stesso Mussolini che in fondo è sempre rimasto un socialista, in attesa di circostanze migliori per la “seconda ondata della rivoluzione”. Che sembrarono darsi soprattutto negli anni trenta, dopo che nella prima fase del regime esso scontò la necessità – dettata dalle contingenti situazioni dell’economia postbellica e dal patto con i fiancheggiatori di destra che aveva permesso a Mussolini di conquistare il potere – di politiche liberiste, deflazioniste, con una serie di “errori” come lo sbloccamento dell’unica Confederazione dei Sindacati Fascisti, che faceva capo a Edmondo Rossoni, vecchio sindacalista rivoluzionario, in sei diverse Confederazioni indebolendo, a tutto vantaggio della Confindustria, la parte sindacale dell’architettura corporativista che si stava edificando. Ma negli anni trenta, anche per il contraccolpo della crisi del 1929, ma non solo per tale contraccolpo in quanto la crisi fu soltanto l’occasione che si attendeva per aggirare gli ostacoli conservatori, i settori più di sinistra del fascismo – presenti soprattutto nelle organizzazioni giovanili di massa ad iniziare dai GUF (Giovani Universitari Fascisti) e nei sindacati del regime – sperarono nel finalmente sopraggiunto momento di completamento della rivoluzione. La creazione dell’Iri, ovvero l’avvio del dirigismo economico, affidata da Mussolini al tecnico socialista Alberto Beneduce, da lui stimato sin dal 1919, che segnò l’intervento dello Stato in economia (l’Iri entrò in possesso del 44% del capitale azionario italiano, soprattutto nei settori strategici), la Legge bancaria del 1936, elaborata da Domenico Menichella collaboratore di fiducia di Beneduce, che in pratica nazionalizzò la Banca d’Italia e il sistema di credito nazionale, la creazione dell’Agip, per garantire l’indipendenza energetica al Paese, che nel dopoguerra fu salvata dalla liquidazione grazie a Enrico Mattei e poi ampliata in ENI, furono tutti passi verso un nuovo modello economico il quale non aveva più nulla di liberistico. Un modello che sopravvisse al fascismo e fu ereditato dalla Repubblica postfascista, fino a quando le privatizzazioni di Mario Draghi e Romano Prodi, negli anni 90, ci hanno gettato nelle braccia del capitale anglo-americano e della globalizzazione finanziaria. Il cambiamento in senso dirigistico dell’economia italiana rappresentò per la sinistra fascista l’occasione per spingere verso un esito socializzatore il corporativismo del regime. E se è vero che le riforme dirigistiche avvennero per decisioni dall’alto, ossia in parte senza coinvolgimento delle strutture sindacali e corporative del regime, dette riforme tuttavia consentirono alla sinistra fascista di riprendere quota dopo il primo decennio caratterizzato da politiche economiche di destra, ossia più pro capitale che pro lavoro, fino a prospettare la possibilità di una “democrazia sociale del lavoro” – possibilità travolta dal sopraggiungere della guerra – che più tardi sarebbe stata delineata nei suoi tratti principali e puntualizzata nel Manifesto dei 18 Punti di Verona, base politica della Repubblica Sociale Italiana. Detto Manifesto riprendeva da vicino il programma del fascismo sansepolcrista del 1919, chiaramente di sinistra. Un ponte di vent’anni lega i due documenti fascisti mentre sotto quel ponte sono passate le acque del compromesso mussoliniano con i fiancheggiatori conservatori. La Repubblica postfascista non si limitò a ereditare le strutture dello Stato imprenditore implementato dal fascismo ma nella sua Costituzione ripropose le linee di un modello sindacale corporativista sebbene democratizzato. Ciò in particolare in articoli chiave come il 39, il 46 e il 99. Non è un caso se alla elaborazione di questi articoli costituzionali un grande contributo lo diedero quei padri costituenti di matrice cattolica che avevano vissuto il travaglio dottrinale e giuridico che aveva portato alle soluzioni, come l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro, introdotte dal corporativismo fascista e anche apprezzato, sebbene criticamente, il tentativo del regime di dare finalmente attuazione a quella che sin dal XIX secolo era stata la piattaforma cui aspirava il cattolicesimo sociale. Penso, in particolare, ad Amintore Fanfani e Aldo Moro, ma non solo a loro. Per quanto infine riguarda il tramonto del socialismo, nella sua versione non organicista, alla fine del secolo scorso, sostituito dalla sinistra radical chic e “arcobaleno”, la questione andrebbe inquadrata tenendo conto delle basi individualiste del socialismo di tipo contrattualista, inteso come emancipazione del singolo dalla comunità. Basi filosofiche individualiste molto evidenti nel pensiero marxiano. Marx era un grande liberale, non era statualista né comunitarista, ma aveva per obiettivo l’auto-emancipazione non del lavoratore dallo sfruttamento bensì dell’uomo dal lavoro e dai limiti della sua condizione umana per farlo assurgere a una dimensione di totipotenza che l’“alienazione religiosa”, a suo giudizio, gli impedisce di attuare. Se queste erano le premesse filosofiche non può meravigliare che nella postmodernità la sinistra abbia abbandonato ciò che di “mistico” poteva sussistere o apparire nel socialismo per riposizionarsi sul liberal-laburismo e, peggio, sull’individualismo sotteso a fenomeni di degenerazione antropologica come il trans-genderismo. All’emancipazione sociale è oggi preferita l’emancipazione sessuale, nella via aperta dal francofortismo marx-freudiano sessantottino. L’unificazione del mondo, del resto, non è stata realizzata dal proletariato, come auspicava Marx, perché il proletario in quanto uomo ha sempre una appartenenza e una identità nazionale e culturale, ma dal capitale che per sua natura è apolide e cosmopolita. Il marxismo, con il suo internazionalismo, ha aiutato, lavorando per il nemico, la dinamica di questa unificazione capitalista del mondo. Augusto Del Noce giustamente inquadra il socialismo marxista nell’alveo di quelle grandi “religioni politiche”, insieme d’altro canto al fascismo, che hanno dominato la fase “sacrale” della secolarizzazione per poi cedere alla fase “profana” del raffreddamento ideologico che coincide con la società liquida ovvero “aperta” del mondo post-ideologico, neoliberale. Oggi anch’esso in crisi.

Quanto c’è nella sua opera della ricerca di Augusto Del Noce?

Non tanto in questo mio “Fascismo socialista” ma in un’altra mia opera anch’essa edita quest’anno e dedicata ai rapporti tra Chiesa, fascismo e massoneria. Per rispondere, tuttavia, alla domanda va dato atto al filosofo torinese di essere stato, in ambito cattolico, l’unico a capire quali furono le speranze nutrite dall’intellighenzia cattolica, negli anni trenta, in un regime che sembrava, con la Conciliazione, essersi avviato verso una riformulazione del socialismo nazionale secondo modalità compatibili con la Dottrina Sociale della Chiesa – all’epoca ben espressa dalla “Quadragesimo Anno” (1931) di Pio XI – a condizione di apportare al corporativismo fascista alcuni basilari correttivi come, principalmente, l’autonomia sussidiaria dei corpi intermedi sindacali che invece il corporativismo gentiliano ed hegeliano del fascismo risolveva, fagocitandoli, nello Stato. Benché, va pur detto, non si trattava di una fagocitazione assoluta – i sindacati di regime erano senza dubbio enti pubblici e sebbene inquadrati e controllati nelle strutture corporative rimanevano distinti dallo Stato – e questo dava adito alla speranza di apportare modifiche di tipo cattolico, più autonomia e sussidiarietà, al sistema così come costruito dal regime. Fondamentali, in proposito, furono le riflessioni di Amintore Fanfani, giovane professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che dedicò alcuni testi di esame critico e di apprezzamento al corporativismo fascista, come anche quelle di padre Agostino Gemelli, fondatore e preside della richiamata università, che si riconnetteva al pensiero cattolico-corporativista di Giuseppe Toniolo, come infine quelle dello stesso Pio XI magistralmente espresse nella enciclica del 1931 sopra citata. Stiamo parlando, in sostanza, della intellettualità cattolica del tempo, non di ingenui o sprovveduti. Augusto Del Noce ha ricostruito il clima culturale che portava detta intellettualità a sperare e lavorare per il “battesimo” del regime. Tutto partiva dalla visione propria del cattolicesimo preconciliare della dinamica storica dei secoli successivi alla Cristianità medioevale. Una visione per la quale la modernità post-medioevale era stata un lungo itinerario di allontanamento dal Cattolicesimo verso il nichilismo nel quale la società occidentale si stava gettando a capofitto. In tale visione i fascismi apparvero come movimenti che nascevano nella fase terminale della degenerazione moderna. Per questo loro carattere terminale della crisi di civiltà europea essi erano portatori di una cultura irrazionalista e volontarista, di stampo anarchico, che contestava la civiltà illuminista ormai alla frutta. Una contestazione però, secondo la visuale cattolica del tempo, soltanto in negativo e senza alcun apporto in positivo, costruttivo o ricostruttivo della civiltà europea. Sicché, queste erano la conclusione e la speranza dell’intellettualità cattolica degli anni tra le due guerre mondiali, i fascismi, avendo gli stessi nemici del Cattolicesimo, ossia liberalismo e bolscevismo, per passare dalla pura negazione al momento positivo della ricostruzione non potevano non accostarsi, fino ad assimilarsi, alla visuale cattolica del mondo e così tendere alla “restaurazione” cristiana. Da qui la speranza del “battesimo” che Augusto Del Noce, nelle circostanze degli anni trenta, successive alla Conciliazione, non reputa affatto peregrina benché egli riconosce che affinché quella speranza potesse concretizzarsi sarebbe stata necessaria una mutazione ideologica del fascismo che non sopraggiunse perché l’ideologia del regime affondava le sue radici nell’immanentismo filosofico che lo accomunava, sotto tale profilo, alle altre ideologie partorite dalla modernità. Il fascismo, nonostante tutto, restava una “religione politica”, quella che Emilio Gentile ha chiamato “culto del littorio”, in precaria convivenza con la religione tradizionale degli italiani.

I Socialismi nazionali realizzati sono pochi, e spesso con esiti inquietanti. Il Sionismo può essere ascritto a questa ideologia?

Ritengo di sì. Non solo nella versione cosiddetta “revisionista” che ha costituito l’ala nazionalista del sionismo, con tanto di organizzazione terroristica dell’Irgun, e che faceva capo a Jabotinsky, il cui segretario era il padre dell’attuale leader israeliano, quel criminale di Netanyahu, ma anche in quella socialista, o laburista, di Ben Gurion. Di questa affinità si accorsero esimi intellettuali neofascisti come il citato Giano Accame che fu un sostenitore di Israele proprio perché nel sionismo riconosceva una forma di fascismo ebraico, con caratteri, al netto della peculiarità giudaica, simili al mazzinianesimo che è stata una delle fonti ideologiche della sinistra fascista. D’altro canto non va dimenticato che, nell’ambito della sua politica intesa a imporre l’egemonia italiana nel Mediterraneo, cacciandone quella inglese, Mussolini si presentò sia alle popolazioni mussulmane – allorché in Libia brandì la “spada dell’Islam” – sia ai sionisti, impegnati in azioni terroristiche contro il protettorato britannico in Palestina, come un alleato nella loro lotta anticoloniale. Mussolini concesse a Jabotinsky l’uso del porto navale di Civitavecchia per insediarvi la base del Bethar ovvero la milizia politica paramilitare del sionismo revisionista che costituì il nucleo originario della futura marina militare israeliana. Del resto il fascismo, fino al 1938, nei suoi ranghi, anche di alto livello, contava migliaia di italiani ebrei, tra i quali Paolo Orano uno dei più noti intellettuali fascisti. Nel mio libro dedico un capitolo al controverso tema del presunto antisemitismo fascista per smascherare la costruzione ideologica imbastita sul problema. Tratto, ad esempio, della diatriba su Il Popolo d’Italia tra Mussolini che, nel 1919, aveva scritto un editoriale allarmante sulla presenza ebraica negli avvenimenti rivoluzionari russi e ungheresi ma anche nella finanza occidentale, e uno dei lettori fascista ma ebreo del quotidiano da lui diretto, tal Bachi, che in una lettera replicò difendendo, con ampi argomenti, la causa ebraica e distinguendola da quella bolscevica e da quella del gotha finanziario capitalista mondiale. Alla fine Mussolini, pubblicando la lettera di protesta del suo lettore ebreo, gli diede ragione facendo ammenda del suo precedente editoriale. Le leggi razziali furono il tragico prezzo che il regime pagò a un ingombrante alleato nelle braccia del quale era stato spinto dalla cecità e dal fanatismo antitedesco di Londra e Parigi che avevano osteggiato l’impresa coloniale in Etiopia ergendosi ipocritamente – esse che erano padrone coloniali del mondo – a tutori dei “diritti dei popoli”. Mussolini non nutrì mai sentimenti antisemiti a iniziare dalla sua vita privata giacché una delle sue prime amanti, la colta intellettuale Margherita Sarfatti, era ebrea. Sempre in questo capitolo del libro, dedicato al rapporto tra fascismo ed ebraismo, viene ricostruita la vicenda del fascista Ferdinando Natoni che, mentre i partigiani responsabili dell’attentato di via Rasella se ne stavano al sicuro, scese in strada, con la camicia nera della milizia, a difendere gli ebrei romani del ghetto dalla razzia nazista del 16 ottobre 1943, rischiando personalmente la vita e salvando quella di due ragazze ebree che egli fece passare per sue figlie. Natoni, quando fu insignito di un premio dal rabbino capo di Roma Elio Toaff, ebbe a dichiarare pubblicamente all’uditorio ebraico che egli era stato e si riteneva ancora un fascista e che quel che aveva fatto lo aveva fatto proprio in ossequio al suo credo fascista.

Lei, come cattolico militante, cosa salverebbe del Fascismo e del Socialismo?

La tensione verso la giustizia sociale e la visione comunitaria della vita depurandola tuttavia da qualsiasi deviazione idolatrica. La giustizia sociale e la comunità nazionale non possono assurgere a miti politici, a idoli, a religioni immanenti, ma devono essere fondate su una visione aperta alla Trascendenza che, appunto, al fascismo e al socialismo – perlomeno nelle loro forme più note (il discorso è diverso se si prendono il caso spagnolo o rumeno oppure le biografie di alcuni protagonisti della loro storia) – manca. Ed è qui, a mio giudizio, che va cercata la causa principale della loro sconfitta. Che però non nobilita ne rende moralmente legittima l’ideologia liberista. Non può esserci giustizia sociale e neanche comunità dove vengono se non negati quantomeno emarginati l’Amore dall’Alto, la Caritas, la Metanoia del cuore. Un cattolico come Chesterton ebbe simpatie per il fascismo italiano nel quale intravvedeva alcune propensioni sociali distributiste, ma non nascondeva che per altri versi c’erano nel fascismo aspetti statolatrici poco conciliabili con il comunitarismo propugnato da tante intelligenze impegnate, allora come oggi, nella ricerca di una alternativa tanto al capitalismo quanto al comunismo.

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Author: Paolo Gulisano, Epidemiologo

Paolo Gulisano è medico specialista in Igiene, Epidemiologia e Medicina Preventiva, nonché cultore di Storia della Medicina. e scrittore per passione. È autore di oltre 40 saggi dedicati a temi apologetici, storici e letterari e di tre romanzi del genere fantastico. È considerato uno dei maggiori esperti di Letteratura Fantasy: ha scritto libri su Tolkien, su Lewis, Chesterton, sui miti celtici, su Re Artù, su Stevenson, Conan Doyl

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UE: la plutocrazia crea miseria

18 October 2026 at 08:33

@SprinterPress

Un abitante su cinque dell’Unione Europea è sull’orlo della povertà o dell’esclusione sociale. Secondo i dati Eurostat per il 2025, la media nell’UE è del 21% della popolazione. La situazione è peggiore nei seguenti paesi:

  • Bulgaria — 29%
  • Grecia — 28%
  • Romania — 27%
  • Lituania — 26%
  • Spagna — 26%
  • Lettonia — 25%
  • Italia — 23%

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Blackrock ordina di chiudere il conflitto ucraino per salvare i suoi asset dall’avanzata russa

18 October 2026 at 08:30

 | Topnews

Tra diesel, asset minerari e Starshield rallentato, la pace in Ucraina sembra decisa a Wall Street: il ruolo opaco del grande fondo d’investimento

Francesco Ciotti

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Non è più un affare redditizio per gli Stati Uniti la carne da cannone da sacrificare in Ucraina contro la Russia. Mosca ha alzato la posta in gioco iniziando a colpire in modo massiccio le infrastrutture portuali, i centri logistici, le stazioni di carburante, persino i ponti sul Dnepr. L’obiettivo sembra essere quello di svuotare le città per preparare un’offensiva destinata ad arrivare a Kiev.

Ma ora grandi interessi economici entrano in gioco negli Stati Uniti e Trump vuole approfittarne per capitalizzare una vittoria prima delle elezioni, con un consenso elettorale ormai al capolinea.

Dopo la telefonata tra Trump e Putin, come da accordi, la Russia dovrebbe fornire circa 4,8 milioni di tonnellate di diesel agli Stati Uniti, secondo uno schema progressivo: 300.000 tonnellate subito, poi 800.000, un milione e altri tre milioni a seconda delle condizioni. Ricordiamo, tuttavia, come 4,8 milioni di tonnellate equivalgano però ad appena dieci giorni di consumo americano.

Una fretta decretata dalle gravi contingenze economiche che stanno investendo gli stati Uniti. A causa del conflitto contro l’Iran, il carburante per aerei è aumentato del 30-35%, i rendimenti dei Treasury a 10, 20 e 30 anni sono ad oltre il 5%, i mutui a trent’anni tra il 7,4 e il 7,5% e la Fed prepara un altro rialzo dei tassi ad ottobre. Il diesel ha toccato 6,20 dollari al gallone ed è una fonte energetica vitale per gli agricoltori, base elettorale repubblicana in piena stagione di raccolto, per il riscaldamento domestico con l’arrivo del freddo e per un sistema di trasporto quasi interamente su gomma, con i camion americani che percorrono annualmente circa 400 miliardi di miglia.

A ciò si aggiunge la minore propensione degli acquirenti esteri a detenere titoli di Stato USA. In questo contesto, anche i mercati accusano il colpo: il Nasdaq 100 ha chiuso la settimana in calo del 5,5%, il peggior ribasso settimanale da aprile 2025, e arretra del 7% rispetto al massimo toccato appena dieci giorni prima, secondo la Lettera di Kobeissi.  Trump deve recuperare terreno prima del voto di medio termine, anche perché la guerra nel Golfo Persico e l’operazione “Epic Fury” contro l’Iran sono state un completo fallimento su tutta la linea.

La furia di Kiev e il braccio di ferro con Washington
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Garlasco, Italia

17 October 2026 at 16:16

Aveva ragione nonna Luigia, nata sul finire del XIX secolo, che aveva frequentato solo la seconda elementare: stai lontano dalla giustizia, ripeteva col dito puntato. Intendeva insegnare l’onestà che accompagnò la sua lunga vita, ma anche consigliare di tenersi alla larga dai meccanismi legali, dai cavilli di giudici e avvocati. Armata della diffidenza dei poveri, aveva ragione. Il caso dell’omicidio di Garlasco, un inestricabile garbuglio giudiziario, ne è la prova.

L’assassinio della giovane Chiara Poggi nel 2007 è ancora irrisolto, nonostante la dubbia condanna del fidanzato Alberto Stasi dopo cinque processi e due iniziali assoluzioni. Il guazzabuglio parla di possibile corruzione di pubblici ufficiali, prove scientifiche occultate o manipolate. Nelle indagini contro il nuovo indiziato, Andrea Sempio, come per  Stasi- in semilibertà dopo un decennio di gattabuia- le prove scarseggiano. Si punta sugli indizi, in un oceano di perizie e controperizie, tra vere o false indiscrezioni. Manca la verità, benché quella processuale, il giudicato penale, indichi nello Stasi l’assassino.  Non sarebbe l’unico errore giudiziario o il solo caso irrisolto, se l’ex “biondino dagli occhi di ghiaccio” fosse innocente. Ciò che rende unico il caso Garlasco –vince la sineddoche, la figura retorica che identifica il tutto con la parte- è qualcosa di più.

Il processo, l’ indagine, il livoroso dibattito fine a se stesso vanno in scena ogni giorno sulle reti nazionali pubbliche e private, sui giornali e sulle reti sociali. Si sono formati schieramenti a favore o contro i due accusati, in un quotidiano tritacarne mediatico che non risparmia nessuno. Molte vite sono state spezzate, oltre a quella della vittima. Molte altre si esibiscono alle luci della ribalta in un impressionante girotondo di avvocati, periti, consulenti delle più varie specialità, genetisti, criminologi, criminalisti (?) psicologi, psichiatri, giuristi, attorniati da un coro querulo e petulante di giornalisti, opinionisti assortiti, nani e ballerine. Ciascuno si ritaglia non solo il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol, ma difende con le unghie e con i denti una rendita di posizione e copiosi redditi. Avvocati e consulenti delle parti, figuranti e figure di contorno, ma soprattutto gli addetti del circo mediatico, lucrano sulla vittima di un omicidio notorietà, pubblicità, reddito. Il  parterre delle innumerevoli trasmissioni televisive diventano attori retribuiti impegnati a gareggiare a chi la spara più grossa e a chi sfodera l’ultima indiscrezione.

Conta anche l’ immagine: assistiamo a sfilate di moda mentre i conduttori aizzano sapientemente battibecchi, liti, zuffe da cortile tra signori e signore un attimo prima sussiegosi, compunti distillatori della loro scienza (genetisti, giuristi, psicoterapeuti) o delle ultime notizie ( giornalisti e opinionisti).  Un mestieraccio, ammettiamolo, che costringe a compulsare infiniti tomi di consulenze, atti giudiziari, perizie e controperizie. Si è costituita una nuova categoria di esperti, i garlaschesi. Il punto è però che tutto nasce da una giovane assassinata, senza pace neppure nella tomba. Nulla conta il dolore della famiglia quotidianamente esposto al pubblico tra dettagli macabri, particolari intimi, squarci di vita che dovrebbero appartenere alla sfera privata.

Mille processi celebrati nell’arena mediatica, con una giuria popolare grande come l’Italia, ma tre famiglie soffrono e sono distrutte. Oltre a quella della povera Chiara, gli Stasi ( il babbo morì di crepacuore) e i Sempio che lottano per salvare il figlio. E’ sicura la rovina economica. Molti sciacalli pasteggiano e troppi avvoltoi svolazzano. Ne è prova l’accanimento dei periti divi televisivi, dei giornalisti “investigativi””, di avvocati esibizionisti, l’evidente acredine che li divide, segno che ciascuno gioca una partita personale estranea alla giustizia e al dramma di tanti anni fa.

Crolla la reputazione del reparto scientifico dei Carabinieri, colpito da faide, dispareri, errori, carenze clamorose. Ufficiali e sottufficiali dell’Arma sono sospettati di corruzione, oltreché di imperizia. Qualcuno balbetta giustificazioni dinanzi alle telecamere, dalle quali dovrebbe tenersi lontano per dignità personale e rispetto della divisa. Mentre il circo mediatico e le opposte fazioni di esperti sono chiaramente interessate a continuare il macabro ma lucroso gioco, resiste la triste verità fattuale: da qualche parte c’è un assassinio . Giusto, nonna, meglio lontani dalla giustizia , una parola di cui di cui non si sa se ridere o piangere. Turba il basso livello della classi cosiddette colte. Tali dovrebbero essere magistrati, legali, consulenti, periti delle più svariate scienze, giornalisti. Invece sono nani e ballerine che danzano al ritmo imposto dalla comunicazione, da interessi non sempre limpidi, dal narcisismo. Soffre la famiglia della morta, crolla la vita del nuovo indagato, sperano nella revisione del processo il condannato e sua madre. Quanto è stato speso, in denaro pubblico, parcelle, fatture, compensi televisivi e altri mille rivoli per non accertare un bel nulla?

Se anche Sempio venisse condannato – il che è assai dubbio- una nuova verità giudiziaria non sarebbe necessariamente la verità dei fatti. La sorte di Stasi è appesa a un cortocircuito. Si può istruire un nuovo processo – in tribunale, non in tv, sulla stampa o nei social media –in presenza di una condanna definitiva a carico di un altro imputato? E la revisione del primo processo, quando e come potrà avvenire? Insomma, stai lontano dalla giustizia. Se non ti mettono in mezzo, con la rovina personale, la devastazione della famiglia, della condizione economica, la fine della sfera  privata. Domanda fintamente ingenua: l’esercito di protagonisti, esperti, giornalisti, legali, figuranti mediatici, vuole la verità ? Garlasco è un reddito sicuro: che guaio se qualcuno confessasse o uscisse come il coniglio dal cappello del prestigiatore, la prova regina che incastra l’assassino. Quanti disoccupati, quanti redditi sfumati. Sulla pelle di una poveretta e di chi è nel tritacarne.

L’ Italia di Garlasco trasforma una tragedia in rappresentazione dalle mille repliche, con compagnie di giro che si contendono gli spettatori. Pare evidente la sconfitta, il discredito delle indagini scientifiche. Meglio i vecchi metodi di ieri, fiuto e osservazione, o l’epopea scientista, il baraccone di chi tutto sa e risolve ogni enigma con gli occhi sul microscopio, coadiuvato da quadrate legioni di psicologi, psichiatri, esperti di scena del crimine, analisti “personologici”pronti ad offrire la soluzione che incastra   il cattivo ? La triste realtà è che un cattivo esiste e che qualcuno campa di indagini, pareri, opinioni a fattura.

Stai lontano dalla giustizia, a Garlasco, ma anche Trieste e Pietracatella. Altri romanzi d’appendice aumentano le puntate sulla pelle di morti innocenti e di presunti colpevoli. Cinque anni fa una sessantenne triestina venne ritrovata morta in un bosco avvolta in sacchetti dell’immondizia e legata. Incredibile verdetto iniziale: suicidio. Dopo cinque anni e la trasformazione in mostro del marito, un eccentrico anziano dall’improbabile abbigliamento, emergono vari DNA estranei al coniuge, agli amici e alla famiglia della poveretta. Vittima due volte, poiché da anni la sua vita è stata dissezionata, i suoi veri o presunti amori resi di pubblico dominio. Quanto al marito- probabilmente estraneo- è solo e  in bolletta. Del killer nessuna traccia, a parte quelle biologiche di Ignoto X.

Non è solo la sconfitta della giustizia; crolla il credito dell’intero sistema. E’ una ben piccola e decadente Italia, quella che opera nel settore della giustizia. Piccola come Pietracatella, il paesino in cui sono state avvelenate madre e figlia con una sostanza quasi sconosciuta. Indagini scientifiche, analisi affidate a un istituto tedesco, perquisizioni finanche nei computer delle scuole. Non sappiamo se l’assassino/a tremi o rida. E’ questa la tragedia ulteriore, come a Trieste, Garlasco e forse altrove. Chi tutela le vittime, i loro cari, chi dà un termine alle sofferenze di chi non è potuto stare lontano dalla giustizia? Chi scaccia sciacalli e avvoltoi, chi restituisce dignità alla stessa giustizia, nella quale dobbiamo pur confidare ? Garlasco, Italia.

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Gender negli asili. Pro Vita: Bologna un caso nazionale e dal Consiglio d’Europa arriva un altro pericolo. Pronta nostra Guida per informare i genitori

17 October 2026 at 07:46

«Nei giorni scorsi abbiamo rilanciato la testimonianza di Francesco Perboni, il papà che ha denunciato sui nostri profili la lettura di libri sulle famiglie arcobaleno nei nidi comunali di Bologna, senza che i genitori ne fossero informati. Il caso è diventato nazionale, ha avuto un’ampia eco mediatica e ha messo in guardia tantissimi genitori. Siamo in costante contatto con le forze politiche che si stanno muovendo, sul territorio e in Parlamento, per chiedere che queste letture gender negli asili nido vengano fermate. A tal proposito ringraziamo il vicepremier Matteo Salvini per aver rilanciato il video-denuncia e il deputato Galeazzo Bignami per aver annunciato che porterà il caso in ogni sede politica e istituzionale fino in Procura per fare luce sull’accaduto e sulle responsabilità». Così, in una nota, Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia.

«L’indottrinamento gender nelle scuole e negli asili nido italiani è un problema reale e diffuso – prosegue Coghe – e la pressione arriva anche dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che ieri ha raccomandato agli Stati di garantire un’educazione sessuale “completa” e “inclusiva” in tutti i contesti educativi, pubblici e privati. Si è spinto fino a sostenere che “le esenzioni a un’educazione sessuale, sia a livello giuridico che nella pratica, compromettono la protezione dei minori”.

Tradotto: il diritto dei genitori di decidere viene trattato come un ostacolo da rimuovere. È un attacco diretto alla Legge 104/2026 sul consenso informato che vieta di trattare temi legati alla sessualità nelle scuole dell’infanzia e primarie, salvo quanto previsto dalle Indicazioni nazionali, e chiede il consenso dei genitori dalla scuola media in poi. Non a caso la sinistra usa già la raccomandazione per chiedere di smontare la Legge. Noi terremo alta la vigilanza e fra pochi giorni pubblicheremo e diffonderemo un’ampia Guida per informare i genitori italiani e dare loro tutti gli strumenti per far rispettare la legge e impedire alle solite associazioni arcobaleno di aggirarla».

Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia
____________________
Ufficio Stampa
Pro Vita & Famiglia
Tel: 392 9042395

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La Russia accelera nella guerra e vende gasolio agli USA

17 October 2026 at 07:38

Gaiani a Liberti Media

 

Più veloci, sofisticati e difficili da abbattere. I nuovi droni russi Geran stanno cambiando gli equilibri nei cieli ucraini? Come spiega Gianandrea Gaiani in questa puntata di Guerra e Pace 2.0 su Liberti Media, Mosca ha trasformato i droni iraniani Shahed in armi sempre più evolute, dotate di motori a reazione, sistemi di guida avanzati e capacità di resistere alla guerra elettronica.

Il problema è anche economico: intercettare un drone da poche decine di migliaia di dollari con un missile da milioni significa consumare risorse preziose.

La nuova frontiera? Droni intercettori capaci di abbattere altri droni. Ma mentre la Russia potenzia il proprio arsenale, Trump stringe accordi energetici proprio con Putin. L’intesa sul gasolio russo destinato agli Stati Uniti rivela un’altra partita: quella degli interessi economici. Secondo Gaiani, Trump ha bisogno di Putin per contenere il caro carburanti e affrontare le crisi internazionali.

E l’Europa? Continua a sostenere Kiev e a rinunciare all’energia russa. Il paradosso è evidente: mentre gli europei pagano il prezzo delle sanzioni e della crisi energetica, Washington torna a fare affari con Mosca. Per il direttore di Analisi Difesa, questo è il simbolo del fallimento strategico dell’Unione europea.

La Russia rafforza la propria industria bellica, gli Stati Uniti tutelano i propri interessi. E Bruxelles rischia di restare con il conto da pagare.

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Data center, in Lombardia richiesti 11 GW: consumerebbero il 40% di elettricità in più dell’intera regione. La legge è da rivedere

16 October 2026 at 08:01
Data center, in Lombardia richiesti 11 GW: consumerebbero il 40% di elettricità in più dell'intera regione. La legge è da rivedere

di Sergio Donato  –  15/10/2026 15:19 56

Data center, in Lombardia richiesti 11 GW: consumerebbero il 40% di elettricità in più dell'intera regione. La legge è da rivedere

60 progetti, 11 GW di potenza e consumi elettrici potenziali superiori a quelli dell’intera Lombardia. La Regione prepara una stretta sui data center mentre crescono le proteste dei cittadini

La Lombardia si prepara a rendere più severa la legge sui data center approvata appena quattro mesi fa. Lo ha detto a Reuters Massimo Sertori, assessore regionale con delega, tra le altre, alle risorse energetiche. Le modifiche saranno presentate alla giunta il 19 ottobre e potrebbero passare in consiglio regionale nel giro di circa un mese.

Tutto inizia dalla legge regionale di giugno nata per mettere ordine in una corsa agli insediamenti che ha il suo baricentro nell’area milanese. Indica come sedi preferite le aree industriali dismesse o da rigenerare e scoraggia le altre attraverso i costi.

Infatti, il contributo di costruzione cresce del 100% se il centro dati consuma suolo agricolo e del 200% se sorge dentro parchi, riserve e aree di rilevanza naturale. Nella legge viene chiamato proprio così, e non è un finanziamento erogato dalla regione ma un sovraccosto per impedire di costruire in zone sensibili per il territorio o l’economia dello stesso.

Sopra i 10 MW di potenza di connessione, poi, l’eventuale progetto diventa di rilevanza sovracomunale e passa da una conferenza con i Comuni che ne subiscono gli effetti, e che può fissare delle misure compensative.

Secondo Sertori la revisione spingerà nella stessa direzione già indicata dalla legge ma con più decisione, scoraggiando ancora di più la realizzazione di data center sui terreni agricoli a favore dei siti industriali abbandonati. Chiederà anche sistemi di raffreddamento che riducano il consumo d’acqua e progetti che utilizzino maggiormente elettricità da fonti rinnovabili.

Data center in Italia, il governo rivela altri due progetti da 6,8 miliardi: ecco tutti i sette siti in programma

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I lombardi non vogliono i data center

Le proteste contro la regolamentazione lombarda sui data center erano iniziate in primavera già prima dell’entrata in vigore della legge, ma negli ultimi giorni sono cresciute in partecipazione.

Il 3 ottobre a Rho oltre 600 persone hanno sfilato contro tre progetti in città. Il 10 ottobre più di 1.000, con una quarantina di comitati locali, si sono ritrovate in piazza della Scala a Milano per chiedere una moratoria sulle autorizzazioni.

I comitati contestano soprattutto il consumo di suolo agricolo (che viene scoraggiato ma non impedito) e i prelievi d’acqua, insieme alle grandi scorte di gasolio per i generatori di emergenza. E soprattutto il fatto che molti comuni vedono arrivare più progetti insieme, senza che nessuno ne valuti gli effetti cumulativi.

Le etichette energetiche anche per i data center: la Commissione Europea vuole definirne i consumi di energia e acqua

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Infatti, il dato che probabilmente ha convinto la Regione a intervenire riguarda l’energia, perché dall’entrata in vigore della legge sono arrivate più di 60 domande, per una capacità complessiva di circa 11 GW.

Secondo le stime regionali, se fossero tutti costruiti e in funzione assorbirebbero circa 90 TWh di elettricità l’anno. L’intera Lombardia, con le sue case e le sue fabbriche, oggi ne consuma circa 65, quindi i data center da soli richiederebbero il 40% in più dell’intera regione. “È chiaro che non è sostenibile. Ecco perché la legge deve essere rivista“, ha detto Sertori a Reuters. Tra l’altro, nella legge e nelle due successive delibere non viene indicato un tetto né alla potenza installabile né al consumo complessivo di energia dei data center.

Le domande restano comunque progetti sulla carta perché le stime di settore prevedono per tutta l’Italia 2,5-3 GW di nuova capacità entro il 2030, di cui 1,5-2 GW in Lombardia, dove la domanda c’è, l’energia no.

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Zelenski disobbedisce a Trump. Senza conseguenze

15 October 2026 at 20:36

Il «debole» Donald Trump non riesce (ancora una volta) a far valere la propria autorità sull’Ucraina

Venerdì scorso, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un accordo relativo all’esportazione di diesel russo. I pagamenti per i prodotti petroliferi russi erano in precedenza soggetti a sanzioni da parte degli Stati Uniti; subito dopo l’annuncio di Trump, il Dipartimento del Tesoro ha revocato tali restrizioni. L’afflusso di diesel russo verso gli Stati Uniti e i mercati globali porterebbe a una diminuzione dei prezzi presso i distributori di carburante americani.

Trump ha inoltre annunciato una «tregua energetica» in Ucraina. La Russia, che sta colpendo le centrali elettriche e altre infrastrutture energetiche ucraine, non è stata informata dell’iniziativa; lo stesso vale per l’Ucraina, che a sua volta sta cercando di colpire le raffinerie russe.

Nello specifico, Trump ha chiesto al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cessare gli attacchi contro le raffinerie russe, sostenendo che i prodotti petroliferi russi siano attualmente necessari sui mercati globali.

Zelensky ha respinto la proposta di Trump, definendolo «debole». Poche ore dopo, alcuni droni ucraini hanno colpito i terminali russi per l’esportazione di petrolio a Rostov sul Don.

Come ho già osservato:

È probabile che Trump sia furioso per questo attacco. È proprio la sfida aperta di Zelensky all’iniziativa di Trump a far apparire quest’ultimo come una figura debole.

Le comunicazioni militari dell’Ucraina sul campo di battaglia dipendono dalla rete satellitare Starlink, controllata dagli Stati Uniti. Anche la capacità di colpire il territorio russo dipende, in larga misura, dall’intelligence statunitense sugli obiettivi.

Se Trump vuole essere preso sul serio, dovrà porre fine immediatamente a entrambi i tipi di sostegno.

Nel corso del fine settimana sono trapelate notizie secondo cui gli emissari di Trump, durante i colloqui con l’Ucraina, avrebbero minacciato di procedere in tal senso.

Nonostante il rifiuto della richiesta di Trump, Zelensky si è astenuto dal colpire le infrastrutture energetiche russe per tre giorni.

Ha sfruttato questo lasso di tempo per recarsi in Gran Bretagna, dove ha incontrato re Carlo e l’attuale primo ministro. Ha inoltre avuto colloqui telefonici con vari altri leader europei e con politici filo-ucraini a Washington D.C., i quali sembrano avergli garantito il proprio sostegno.

Nella notte tra mercoledì e giovedì (13-14 ottobre), l’Ucraina ha attaccato alcune raffinerie russe nelle regioni di Saratov e Rjazan’. In un’intervista al Financial Times, pubblicata mercoledì, Zelensky ha dichiarato che non intende più sottostare alla richiesta di Trump.

Sempre mercoledì, Kiev è stata nuovamente bersaglio del fuoco russo. Le ultime tre centrali termoelettriche della città sono state rese inutilizzabili.

Kiev ha sostenuto di non aver ricevuto, come di consueto, l’avviso dell’imminente attacco da parte dell’intelligence statunitense. Improvvisamente, Starshield — la versione militare della rete di comunicazioni satellitari Starlink, controllata dal Pentagono — ha smesso di funzionare per i droni e i missili ucraini.

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Pubblicato da b alle 15:14 UTC | Commenti (61)
14 ottobre 2026

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Giorgia ha dichiarato guerra alla Russia. Ma Vannacci….

15 October 2026 at 08:16
Meloni in Parlamento: “Putin provoca la Ue".Ok delle Camere, opposizioni: "Governo debole"
Verso il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre

Meloni in Parlamento: “Putin provoca la UE”.Ok delle Camere, opposizioni: “Governo debole”

Meloni in Parlamento: “Putin provoca la Ue".Ok delle Camere, opposizioni: "Governo debole"ansa

“L’intesa di Trump sul gasolio russo è una scelta rischiosa”. “L’UE non deve essere impositiva e tentacolare”. Il Senato approva le risoluzioni, le opposizioni non votano

Futuro Nazionale vota a favore della seconda risoluzione di maggioranza

Futuro Nazionale alla Camera ha votato contro la risoluzione principale del centrodestra in vista del consiglio europeo e a favore della seconda che chiede una “tregua immediata sugli attacchi alle infrastrutture energetica tra Russia e Ucraina” al fine di intervenire in soccorso della “popolazione civile”

Le opposizioni unite contro il governo, divise sull’Ucraina

14/10/2026

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Via libera della camera alle due risoluzioni di maggioranza

Via libera, da parte dell’Aula della Camera, alle due risoluzioni presentate dal centrodestra sulle comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. La prima e’ stata approvata con 176 voti favorevoli e 115 contrari, la seconda risoluzione sull’Ucraina ha avuto il via libera con 186 voti favorevoli e nessuno contrario, in quanto l’opposizione non ha partecipato al voto.

Approvata parte della risoluzione di Azione. Bocciati gli altri testi delle opposizioni.

La maggioranza vota la linea di Meloni sull’Ucraina, ma Salvini prende le distanze

14/10/2026

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Fratoianni a Meloni: “Sua speranza in divisioni è malriposta, saremo uniti”

“Non si preoccupi della fatica che mettiamo nella costruzione delle nostre risoluzioni tra me, il collega Magi, gli altri colleghi e le altre colleghe dell’opposizione. Se l’unica cosa che le resta è investire nella speranza che le divisioni permangano e aiutino lei, come già accadde nel 2022 a vincere le elezioni, senza un’alternativa la sua speranza è ma risposta. Saremo uniti e unite, costruiremo un’alternativa, una proposta, una coalizione che vincerà le elezioni per restituire speranza a questo paese e all’Europa intera”. Così il coportavoce di Avs, Nicola Fratoianni, intervenendo in aula alla Camera in dichiarazione di voto dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo.

Elly Schlein (PD) : “Il Paese ha la febbre e lei, presidente, se la prende con il termometro”

“Presidente Meloni, lei ha sprecato  veramente un’occasione storica perché guardi che maggioranza aveva  qua: poteva cambiare tutto, poteva fare riforme coraggiose. Non è  riuscita a farne una che migliorasse in concreto la vita degli  italiani. Questa è la verità con cui ogni giorno loro devono fare i conti, la sua unica priorità invece è stato cambiare questa legge  elettorale. Avete tenuto il Parlamento ostaggio di cinque mesi per  cambiarla perché voi parlate tanto di stabilità ma poi dovete per  forza cambiare la legge che vi ha dato quella stabilità, perché avete  paura di perdere, perché la novità siamo noi con un’alleanza  progressista unita”. Lo dice Elly Schlein nelle dichiarazioni di voto  alla Camera sulle comunicazioni della premier Giorgia Meloni per il  Consiglio Ue.

“Chi proteggerà l’Italia dai vostri fallimenti? Dovremmo farlo noi dopo quattro anni del governo piu’ lungo e inconcludente della storia repubblicana”. A dirlo, alla Camera durante la dichiarazione di voto sulle comunicazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, la segretaria del Pd Elly Schlein.

“Negli ultimi mesi abbiamo visto un’Italia sempre più spesso assente proprio quando altri paesi europei prendevano iniziative comuni. È accaduto sull’Europa, sulla Palestina, sull’Ucraina e lo abbiamo visto perfino con la scelta dell’assenza alle Nazioni Unite”. Così Elly Schlein, durante le dichiarazioni di voto alla Camera dopo le comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo. Invece l’Italia “dovrebbe essere alla guida di una svolta” per “un salto in avanti nell’integrazione europea”.

Conte replica a Meloni: “In Italia cantieri di speranza, non cantieri di guerra”

Giuseppe Conte replica alla premier toccando il tema del PNNR e della pace. “L’Italia ha bisogno di speranza, di cantieri di speranza non di guerra”, afferma. “Ho aumentato le spese militari? Non l’ho mai negato. Siamo arrivati a 1,4-1,5%, non certo al 2%. Lei il 2% lo ha superato e ha firmato per il 5% a spese degli italiani. Ricordi che molte di quelle spese sono state aggiuntive durante la pandemia per i nostri militari che hanno difeso e protetto gli italiani per strada e negli ospedali. Mentre voi eravate i disertori della patria durante la pandemia. Abbia rispetto almeno per i nostri militari”. Così Giuseppe Conte rivolgendosi alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante le dichiarazioni di voto alla Camera dopo le comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo. Poi sulla legge elettorale: “Lei ha detto che con questa legge elettorale non sarei mai stato eletto presidente del Consiglio. Non deve aver letto la legge elettorale, perché c’è scritto che non vincola la scelta del presidente della Repubblica. La studi meglio”.   “Forse intendeva – prosegue Conte – che io vengo dalla società civile, mentre lei fa politica da quando aveva 16 anni: legittimo. Però io dalla società civile ho fatto due governi e in due anni ho realizzato l’80% del programma presentato agli elettori. Lei in quattro anni con una maggioranza stabilissima non ha realizzato una sola promessa fatta agli elettori. Questa è la differenza tra me e lei: democrazia parlamentare contro capocrazia“.

“Ultimamente l’abbiamo vista sparire dappertutto, anche dall’assemblea delle Nazioni Unite. Forse per un certo imbarazzo perché ha voltato le spalle a 20 mila bimbi trucidati a Gaza, perché l’Italia è stata deferita sul caso Almasri. Ha vinto il protocollo Schettino. Lei si vanta di essere stabile, ma nel convoglio Ue lei sta sempre nella carrozza di coda, a firmare tutto quello che arriva”

“Famiglie e imprese pagano a caro prezzo la vostra incertezza. Domani si presenterà al Consiglio europeo, ha scritto l’ennesima letterina, si è presentata con il piattino in mano: ma che vuole che le dicano? Probabilmente le diranno: cara Meloni, guarda che tu ci stai chiedendo adesso più soldi perché c’è la campagna elettorale, ma forse questa richiesta ce la stai facendo con la stessa penna con cui poi hai accettato e firmato i tagli all’Italia per scuola e sanità, forse la stessa pena con cui hai firmato anche l’impegno al 5% del Pil che dirotterà l’economia verso il riarmo. Lei si vanta di essere stabile, addirittura a guida del convoglio europeo, ma come mai nei passaggi importanti sta sempre nella carrozza di coda a firmare tutto quel che arriva?”. Così il presidente del M5S Giuseppe Conte, intervenendo in aula alla Camera in dichiarazione di voto, dopo le comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo

Meloni contro Bonelli: “Non siamo contro la transizione ecologica ma ideologica”

“Sull’energia non siamo d’accordo, ma non mi è chiarissimo quale sia la proposta dei Verdi: il petrolio no, il gas no, il nucleare no, sulle rinnovabili comunque non abbiamo fatto abbastanza, temo che ci rimangano solo le candele”. Lo dice la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo intervento di replica alla Camera sulle comunicazioni prima del Consiglio europeo rispondendo ad Angelo Bonelli, di Avs. “La nostra battaglia non è contro la transizione ecologica – aggiunge – la nostra battaglia è sempre stata contro la transizione ideologica”.

Energia, Meloni: “Su aumento dei costi risposta deve essere coordinata e rapida”

14/10/2026

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Il creditore non perde mai: l’effetto Cantillon

14 October 2026 at 16:33

Ogni volta che scoppia una crisi finanziaria, si discute su quali sacrifici deve fare il debitore.

Aggiustamenti economici, tagli, cessioni di attività produttive, privatizzazioni: conosciamo la ricetta a memoria.

Ciò che nessuno discute è l’altra parte del problema: se ogni debito ha due lati, perché accettiamo che sia solo il debitore a pagare il conto mentre il diritto del creditore rimane intatto?

Il creditore applica interessi in quanto assume un rischio; il tasso premia l’eventualità di non essere pagato. Quando il rischio si concretizza, il sistema interviene per proteggere il creditore e scaricare la perdita su altri.

I profitti vengono privatizzati nei periodi di prosperità; in tempi di crisi, il costo è socializzato attraverso ristrutturazioni, tasse, riduzione della spesa pubblica, diminuzione dei salari. Il meccanismo agisce spietatamente in mezzo al naufragio.

Quando un privato, un’azienda, uno Stato (il debitore “sovrano”) è in difficoltà, i creditori esigono tassi d’interesse più elevati motivati dall’aumento del rischio. Il risultato è una trappola mortale: si paga di più quando si è più fragili.

La crisi fa aumentare i tassi d’interesse, i quali fanno schizzare alle stelle il debito; i costi aggiuntivi determinano una crisi ancora più grave. È un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

I governi hanno accettato questo gioco infernale perché hanno bisogno di rifinanziare il debito in scadenza, coprire le spese correnti o evitare l’insolvenza. Più profonda è la dipendenza dal credito, minore è l’autonomia dei governi, degli Stati, dei popoli.

È l’effetto perverso di avere ceduto la sovranità monetaria agli organismi finanziari privati, creatori di moneta dal nulla. Quella dipendenza porta alla sottomissione politica.

Nessuno è sovrano in balia del mercato finanziario, ma non è una legge di natura! Uno Stato può fissare un tetto ai costi finanziari, rinegoziare i termini, tagliare i tassi esorbitanti, dare priorità al capitale originario rispetto alla speculazione.

Può concentrarsi sul rafforzamento del risparmio interno e liberarsi dal giogo esterno. Soprattutto, dovrebbe riprendere in mano la leva della creazione e della gestione monetaria.

Intraprendere questa strada ha conseguenze: contenziosi, crollo delle obbligazioni, chiusure dei mercati, attacchi speculativi, possibilità di guerre. Il dilemma non è tecnico, ma politico.

Se devo cento euro e ne ho sessanta, i quaranta mancanti non svaniscono nel nulla. La questione è chi se ne farà carico: il creditore con una ragionevole riduzione del debito, o i cittadini con la recessione, l’inflazione, le pensioni tagliate, la svendita di beni pubblici?

Il dibattito non verte sulla possibilità di perdite, ma su chi dovrà pagarle, benché raramente venga ammesso.

Il gergo finanziario è una maschera: disciplina fiscale, fiducia del mercato, sostenibilità sono termini che celano spietate decisioni favorevoli al creditore. Raramente viene ammesso che il debito pubblico è aritmeticamente impagabile.

Garantire il pagamento a scapito di salari, pensioni, opere pubbliche, cessione della sovranità è una scelta ideologica. Imporre una riduzione del debito o frenare gli abusi nei tassi e nelle condizioni del credito è un’altra.

La neutralità non esiste: si sceglie sempre chi sacrificare. Il sistema dominante ha trasformato la tutela dei creditori in un imperativo sacro.

Se il creditore perde anche un solo centesimo, il credito sfuma e la fiducia si dissolve, dicono. Preservare quella fiducia può però distruggere il tessuto produttivo, mandare in bancarotta le aziende, svendere le risorse, indebolire la capacità di rimborso futuro.

Il credito cessa di essere un motore di sviluppo per diventare strumento di dominio. Attraverso gli interessi composti e le penali imposte dai creditori, si determina un effetto valanga.

Il debitore strozzato vende a prezzo stracciato, il capitale finanziario acquista a saldo; un gigantesco aspirapolvere risucchia la ricchezza verso l’alto.

Un’azienda fallita non svanisce: passa di mano. La casa pignorata cambia proprietario. La crisi non distrugge i beni materiali, li consegna agli speculatori.

L’indebitamento è un meccanismo concepito per ridisegnare la mappa del potere. Con l’indiscutibile alibi di maggiore rischio, maggiore rendimento, chi è in difficoltà viene deliberatamente soffocato.

Se la priorità fosse davvero il recupero del credito, stringere il cappio rappresenterebbe una brutale contraddizione. Il tasso esorbitante non copre un rischio: accelera per scelta il tracollo del debitore.

La storia e la cultura hanno sostenuto per secoli ciò che la modernità ha cancellato: i diritti del creditore non sono illimitati. Nell’antichità l’usura era illegale ed esistevano leggi di remissione periodica dei debiti, dal giubileo biblico ai precetti cristiani sino all’Islam.

Il capitalismo contemporaneo ha dissolto ogni vincolo etico. Spogliato il credito da criteri morali e gli Stati dal potere finanziario, resta il sangue del debitore. La risposta del sistema è esigere altro sangue.

O la società protegge i profitti speculativi, oppure il creditore si assume il rischio per il quale ha preteso alti tassi di interesse. Entrambe sono decisioni politiche.

Accettare che tutti possano perdere – il lavoratore il suo impiego, il commerciante il suo capitale, la famiglia la sua casa e lo Stato i suoi beni – tranne il creditore, mina qualsiasi principio di equità a favore di un sistema legalizzato in cui il capitale finanziario impone le sue regole in totale impunità.

La tesi di Marco Della Luna è che il sistema finanziario – apolide e nemico dei popoli – con il dominio dell’emissione monetaria in mano ai grandi banchieri, ha realizzato un perfetto “effetto Cantillon”.

I monopolisti “sono i primi percettori della moneta che creano dal nulla (fiat currency), accreditandola a se stessi e immettendola nella società in forma di prestiti a interesse o di prezzo per l’acquisto di assets”.

L’immissione crea inflazione che non li danneggia, giacché la moneta è prodotta a costo zero. L’oligarchia degli emittenti denaro – autoproclamati proprietari di un bene inesistente prima dell’artificio contabile – diventano creditori universali.

Per sostenere i profitti hanno bisogno di continua domanda di prestiti, più elevata in tempi di crisi, pandemie, guerre. Il settore produttivo deperisce a favore di bolle speculative, opportunità di rendita monopolistica per la cupola finanziaria.

L’ortodossia economica, falsamente, considera neutrale la moneta: se raddoppia la quantità di denaro in circolazione, nel tempo raddoppiano i prezzi e i rapporti restano invariati.

Più zeri, stessa economia reale. Chi si arricchisce e chi si impoverisce non dipenderebbe dalla moneta, ma dal merito e dal mercato.

L’economista Richard Cantillon nel XVII secolo scoprì che non è così: la moneta dipende dal punto di entrata. Il denaro non piove uniformemente dal cielo: entra nel sistema in punti precisi e, da lì, si propaga come un’onda. L’ordine di arrivo dellìonda decide chi vince.

In una miniera i primi a spendere l’oro estratto sono i minatori: comprano inizialmente ai prezzi di ieri. I commercianti incassano e spendono a loro volta; l’onda si allarga e i prezzi cominciano a salire.

Quando l’onda raggiunge i margini del sistema, a chi vive di salario o rendita fissa, a chi non ha relazione con la miniera, il denaro arriva nella forma di prezzi più alti. Per i primi riceventi, la moneta nuova è potere d’acquisto, per gli ultimi, inflazione.

Stesso fenomeno, effetti opposti. A decidere è la posizione nel flusso. Lungo il percorso la ricchezza si trasferisce da chi è lontano dal rubinetto a chi è vicino. Dopo la crisi del 2008, le banche centrali hanno creato moneta in misura mai vista, il cosiddetto quantitative easing.

Migliaia di miliardi entravano in circolo solo comprando titoli finanziari dalle istituzioni bancarie. Il rubinetto è la cupola finanziaria, il primo ricevente il sistema bancario. Meglio del mago Houdini.

Il risultato è stato quello che Cantillon prevedeva per la miniera. I prezzi degli asset – azioni, obbligazioni, immobili, aziende – sono andati alle stelle. I salari sono rimasti uguali, ossia, in termini reali, sono diminuiti progressivamente.

La minoranza ricca possiede beni e titoli in misura superiore a ogni periodo passato. Il commerciante, l’operaio e l’impiegato non hanno sperimentato alcun quantitative easing.

Hanno ricevuto inflazione; prima quella degli asset, che li escludevano dalla casa di proprietà e dal risparmio investito; poi l’aumento dei prezzi al consumo che svalutava il reddito.

Due volte in coda all’onda, due volte a pagare il conto di denaro che hanno toccato per ultimi. Nessun complotto: basta l’architettura del sistema, disegnata in modo che la moneta entri dal lato di chi già possiede quasi tutto.

Conta dove sei rispetto al flusso. La pratica di indebitarsi dove il denaro costa meno per investire altrove è un aspetto dello stesso principio: chi ha credito a basso costo guadagna la differenza per il solo fatto di avere accesso. Il sistema remunera la posizione.

Il tasso d’inflazione è una media che riassume l’aumento dei prezzi come se l’onda arrivasse a tutti nello stesso momento. L’effetto Cantillon dimostra il contrario: vale la sequenza, l’ordine temporale dell’onda. Il dato aggregato cancella l’ordine temporale della redistribuzione asimmetrica.

La statistica appiattisce per riassumere. Misuriamo l’altezza dell’acqua trascurando la direzione della corrente. Cantillon torna nel dibattito degli economisti eterodossi perché anni di rubinetto spalancato ai soliti noti ha reso visibile il meccanismo.

La moneta entra sempre dallo stesso lato e ogni onda allarga la distanza tra chi sta alla fonte e chi alla foce. Finché la struttura politica e finanziaria resta invariata, non c’è spazio per la tutela del bene comune: ogni governo è al servizio degli interessi dei monopolisti della moneta.

Non resta, conclude Della Luna, che “sabotare ogni azione di governo diretta contro la gente. Smascherarla, resisterle, attaccarla nei tribunali e nei giornali, versare molta sabbia nel motore. Comportarsi come gli abitanti una nazione occupata da una potenza razziatrice”.

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La NATO si sta esercitando nella deterrenza nucleare in Italia

14 October 2026 at 07:58
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ma contro chi?

In Italia, la NATO condurrà un’esercitazione di emergenza nucleare a partire da martedì 13 ottobre. Sebbene la Germania non possieda armi nucleari proprie, l’Aeronautica militare tedesca parteciperà nuovamente a questa esercitazione annuale. Questo articolo illustra ciò che si sa sulle armi nucleari occidentali e lo scopo del meccanismo di deterrenza dell’alleanza militare.

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Il 20 maggio 2019, un caccia Tornado dell’aeronautica militare tedesca ha superato la barriera del suono durante un’esercitazione della Forza congiunta ad altissima prontezza operativa (VJTF) della NATO presso il poligono di addestramento di Münster, nella Germania settentrionale.

Foto: Patrik Stollarz/AFP via Getty Images

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In breve:

  • A partire dal 13 ottobre, la NATO condurrà esercitazioni di deterrenza nucleare in Italia con 17 paesi ; la Germania parteciperà con tre caccia Tornado.
  • Secondo la NATO, “Steadfast Noon” è un’esercitazione annuale di routine senza armi vere e non è diretta contro alcun Paese in particolare.
  • La Francia intende incrementare il proprio arsenale nucleare e il 6 ottobre ha effettuato un test di lancio di un missile M51.3, in grado di trasportare testate nucleari, da un sottomarino.

Dal 13 al 23 ottobre, l’Italia ospiterà l’esercitazione annuale della NATO, che addestra la deterrenza nucleare dell’Alleanza. Alla manovra partecipano le forze armate di 17 Stati membri della NATO. L’esercitazione si svolgerà, tra le altre località, nei pressi della base aerea di Ghedi in Lombardia e della base aerea di Aviano in Friuli.
L’esercitazione, denominata “Steadfast Noon”, si è svolta per la prima volta nel 2003 e da allora viene condotta annualmente. La NATO l’ha quindi descritta anche quest’anno come “una misura di routine pianificata da tempo” che contribuisce alla “deterrenza e alla difesa dell’Alleanza”. Inoltre, l’esercitazione sulle armi nucleari invia “un chiaro segnale di unità e determinazione”, ha affermato il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, secondo una pubblicazione online della NATO dell’8 ottobre.

Rutte parla di un “segnale”

Rutte non ha specificato a chi fosse esattamente rivolto il “segnale chiaro”. Tuttavia, la dichiarazione della NATO, come ogni anno, ha menzionato tre punti: nell’esercitazione non sarebbero state utilizzate armi vere, l’esercitazione nucleare “non era in alcun modo collegata agli attuali eventi politici mondiali” e “non era diretta contro alcun Paese in particolare”.
Tuttavia, Nassima Barrows, vicedirettrice della NATO per la politica nucleare, ha espresso un punto di vista leggermente diverso in un’intervista al portale di notizie “Politico “. Interrogata sulla dichiarazione rilasciata dal presidente russo Vladimir Putin il 1° ottobre, in cui affermava che un attacco diretto al territorio russo, come l’exclave di Kaliningrad, solleverebbe “inevitabilmente e immediatamente” la questione se la Russia userebbe “tutte le armi” a sua disposizione, la Barrows ha dichiarato: “Conduciamo queste esercitazioni ogni anno e […] questo è anche un messaggio chiaro a paesi come la Russia, che non c’è motivo di preoccuparsi”. Pertanto, a suo avviso, “non c’è motivo di commettere errori di valutazione”.

Tre velivoli dell’aeronautica militare tedesca coinvolti

L’esercitazione sulle armi nucleari è principalmente rivolta alle forze aeree delle nazioni partecipanti. L’aeronautica tedesca partecipa con tre caccia Tornado. Come ha dichiarato un portavoce del Ministero federale della Difesa all’agenzia di stampa tedesca dpa, i Tornado schierati presso la base aerea di Aviano, nel nord Italia, appartengono al 33° Stormo Aereo Tattico, la cui base si trova a Büchel, nella parte meridionale della regione dell’Eifel.
Da molti anni si sospetta che a Büchel siano stoccate bombe nucleari americane B61-12, che, in base agli accordi di condivisione nucleare della NATO, potrebbero essere utilizzate da caccia tedeschi come il Tornado in caso di crisi. Nonostante numerose indagini parlamentari e pubbliche, il governo tedesco non ha mai confermato né smentito ufficialmente la presunta presenza di armi nucleari statunitensi a Büchel.
Il sito web del centro per le armi nucleari dell’aeronautica militare statunitense afferma che la bomba nucleare B61-12 in particolare è “il fulcro del programma NATO di utilizzo congiunto di armi nucleari” perché “può essere integrata e impiegata da alcuni velivoli dei paesi alleati”.

Condivisione nucleare all’interno dell’alleanza

Questo spiega perché 17 Stati membri della NATO partecipano all’esercitazione sulle armi nucleari, sebbene solo tre di essi ne possiedano di proprie: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. La Francia, tuttavia, non partecipa al Gruppo di pianificazione nucleare della NATO e decide autonomamente in merito al proprio arsenale nucleare. L’accordo di condivisione nucleare dell’Alleanza si basa sulle armi nucleari statunitensi. In una scheda informativa , la NATO spiega che la responsabilità e i rischi della deterrenza nucleare devono essere condivisi all’interno dell’Alleanza. A tal fine, “un certo numero di Paesi NATO” forniscono velivoli e infrastrutture “per la difesa collettiva di tutti”. Gli Stati Uniti hanno “schierato un numero limitato di testate nucleari B61 in alcune località in Europa”, che tuttavia rimangono “sotto la cura e il controllo americani”.
La scheda informativa afferma inoltre che l’assunzione congiunta di responsabilità politica e rischi operativi dovrebbe dimostrare unità e coesione tra gli Alleati.
In definitiva, il punto è che gli Stati membri sprovvisti di armi nucleari proprie potrebbero, nel peggiore dei casi, sganciare bombe atomiche americane utilizzando i propri aerei designati.

Chi possiede quante armi nucleari?

Secondo le stime della Federation of American Scientists (FAS), all’inizio del 2026 si contavano circa 12.200 testate nucleari in nove paesi in tutto il mondo. La Russia possedeva un arsenale totale di circa 5.420 testate, mentre gli Stati Uniti ne possedevano circa 5.042. Queste cifre includono sia le scorte militari che le testate dismesse in attesa di smantellamento. Le scorte militari, ovvero le testate in custodia militare destinate a un potenziale utilizzo, sono stimate intorno alle 4.400 per la Russia e alle 3.700 per gli Stati Uniti. Insieme, questi due paesi rappresentano circa l’86% dell’inventario totale mondiale. La FAS stima che le scorte totali della Francia siano pari a 370 testate e quelle del Regno Unito a 225. Poiché la maggior parte dei paesi non divulga completamente i propri arsenali, queste cifre si basano in gran parte su stime indipendenti.
La rivista americana “Bulletin of the Atomic Scientists”, fondata nel 1945 , ha riportato nel 2024 che 120 delle 225 testate nucleari britanniche stimate all’epoca potevano essere lanciate anche dai sottomarini della Royal Navy. Questo numero è “in costante aumento”, scriveva il “Bulletin”. La Gran Bretagna sta costruendo una nuova classe di sottomarini e sviluppando una nuova testata nucleare. Nel complesso, gli esperti prevedono “che la Gran Bretagna amplierà ulteriormente il suo arsenale e che la base aerea di Lakenheath sarà nuovamente in grado di supportare un attacco nucleare dell’aeronautica statunitense nei prossimi anni”.
Nel luglio 2024, gli Stati Uniti hanno annunciato che il loro inventario di testate nucleari, sia attive che inattive, ammontava a 3.748 nel settembre 2023. Questa cifra non include le testate dismesse destinate allo smantellamento, il cui numero è ufficialmente stimato intorno alle 2.000.

Quanto è estesa l’esercitazione sulle armi nucleari?

Secondo la NATO , l’esercitazione nucleare della NATO dello scorso anno nei Paesi Bassi ha coinvolto circa 70 velivoli provenienti da 14 Stati membri, tra cui aerei da combattimento convenzionali e a capacità nucleare, nonché aerei da ricognizione, da rifornimento in volo e da comando . La base principale era la base aerea olandese di Volkel. Circa 2.000 persone hanno fornito supporto diretto all’esercitazione, ha dichiarato all’epoca il colonnello Daniel Bunch, responsabile delle operazioni nucleari presso il Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (SHAPE) della NATO. La NATO ha affermato che la portata dell’esercitazione di quest’anno è paragonabile a quella degli anni precedenti.

La Francia fa affidamento sulla propria capacità di deterrenza.

Indipendentemente dalla NATO, la Francia intende seguire una propria strada e coinvolgere più strettamente la Germania. Ad esempio, la Francia prevede di incrementare il proprio arsenale nucleare . Il presidente Emmanuel Macron lo ha annunciato in un discorso tenuto a marzo presso la base navale di Île Longue. Macron ha anche chiarito che la Francia non pubblicherà più dati ufficiali sulle dimensioni del proprio arsenale nucleare.
Come annunciato a luglio dal Ministero della Difesa tedesco , il cancelliere Friedrich Merz (CDU) e Macron hanno discusso di “cooperazione nucleare strategica”. Merz ha poi annunciato in un articolo su X il 17 luglio : “Parteciperemo a un’esercitazione nucleare con le forze armate francesi entro la fine dell’anno”.
Il 6 ottobre, la Francia ha effettuato un lancio di prova di un missile balistico M51.3 a capacità nucleare da un sottomarino. Il lancio, senza testata nucleare, è avvenuto dal sottomarino nucleare francese “Le Vigilant” al largo delle coste della Bretagna. Macron ha assistito personalmente al test e lo ha commentato in un post su X , affermando: “Per essere liberi, bisogna essere temuti. E per essere temuti, bisogna essere potenti”.
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