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NERA | Vencedor do Concurso de Projetos Inovadores – Turismo & Recursos Geológicos 

20 October 2026 at 20:25

A Tech Salt, S.A. venceu a categoria “Turismo & Recursos Geológicos” do Concurso de Projetos e Atividades Inovadores – INOVA ALGARVE + DIVERSIFICAR, promovido pelo NERA, com o projeto «Almoço Mineiro Subterrâneo», recebendo um prémio monetário de 2.500 euros. A distinção foi atribuída durante a Conferência dedicada à Fileira dos Recursos Geológicos, realizada a 20 […]

“Datemi fiducia, pensate che io sia innocente. Ho perso moglie e figlia”, lo sfogo di Gianni Di Vita

20 October 2026 at 18:00

“Sono passati dieci mesi, sono esasperato. Non ce la faccio più, rendetevi conto che ho perso una moglie e una figlia”. È lo sfogo di Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara, la quindicenne morta insieme alla madre a seguito di un avvelenamento da ricina a Pietracatella, in Molise. Davanti alle telecamere della trasmissione di Rai Uno La vita in diretta, l’uomo esprime tutta la fatica di convivere con un dolore che, dice, non può essere raccontato davanti a un microfono. “Il dolore è una cosa intima, privata. Io ne parlo con mia figlia, con i miei cari, con i miei amici. Non ne posso parlare davanti a un microfono”. Poi l’appello: “Datemi fiducia un attimo, per un secondo pensate che io sia innocente”.

Mentre le parole di Di Vita riaccendono l’attenzione sul caso, proseguono le indagini sulla morte delle due donne, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre 2025. Uno degli aspetti ancora da chiarire riguarda l’origine della ricina che ha provocato l’intossicazione mortale e le modalità con cui il veleno sarebbe stato procurato. Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le segnalazioni di piante di ricino alle forze dell’ordine. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, riguarda Casacalenda, in provincia di Campobasso, dove gli investigatori della Squadra Mobile sono intervenuti su indicazione di un cittadino. Le piante sono state fotografate e ne è stata verbalizzata la presenza; secondo una delle ricostruzioni diffuse, sono stati inoltre prelevati campioni di vegetazione nei pressi del liceo delle Scienze Umane del paese.

La zona non è estranea all’inchiesta: proprio venerdì scorso, nello stesso istituto, si era conclusa una delle quattro perquisizioni informatiche disposte dalla Procura di Larino e condotte dalla Squadra Mobile e dallo Sco. Gli investigatori stanno cercando eventuali tracce di ricerche online sulla ricina e su sostanze e procedimenti collegati. Nell’ambito degli accertamenti non sono stati sequestrati computer, ma sono stati acquisiti i dati della rete centralizzata ed è stata effettuata la copia forense di un notebook.

Al momento, tuttavia, non è stato accertato alcun collegamento tra le piante individuate nei pressi della scuola, il computer sottoposto a copia forense e la morte di Antonella e Sara. Le verifiche sulla presenza del ricino sul territorio vengono definite dagli ambienti investigativi come attività ordinarie, senza che siano emersi elementi in grado di collegare gli esemplari segnalati agli omicidi. Le segnalazioni, del resto, non riguardano soltanto Casacalenda. Nei giorni precedenti piante della stessa specie erano state individuate a Riccia, nelle campagne di Sant’Elia a Pianisi, nella zona del lago di Occhito, al confine tra Molise e Puglia, e nelle campagne di Campodipietra. In alcuni casi, gli esemplari presentavano numerosi semi, la parte della pianta dalla quale è possibile estrarre la ricina. Anche a Castelpagano, in Campania, erano state segnalate piante analoghe.

Gli accertamenti mirano a chiarire uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta: se il veleno possa essere stato ricavato dai semi del ricino oppure se sia stata utilizzata una sostanza già preparata e procurata attraverso altri canali. Per ora nessuna delle due ipotesi risulta accertata. Le analisi condotte dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia sui campioni biologici delle vittime avevano individuato lectine e frammenti proteici riconducibili al Ricinus communis, risultati compatibili con un’intossicazione acuta da ricino confermata dall’autopsia. Resta però da stabilire in quale forma la sostanza sia stata assunta.

Sul fronte investigativo, non sono esclusi nuovi interrogatori nei prossimi giorni. La pista seguita resta quella passionale e, negli ultimi giorni, sono emersi dettagli relativi ad alcune deposizioni di Gianni Di Vita, durante le quali l’ex sindaco avrebbe ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale con un’insegnante sua amica da molto tempo.

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“Frattura al collo per strangolamento”, l’ipotesi sulla morte della giudice Francesca Ercolini

20 October 2026 at 11:41

Una morte che, a quasi quattro anni di distanza, non ha ancora una spiegazione definitiva. E una serie di elementi che mettono in discussione la prima ricostruzione, quella di un suicidio. Il caso di Francesca Ercolini, giudice di 51 anni trovata morta nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022, torna al centro dell’inchiesta con un nuovo dettaglio emerso – come riporta il Corriere della Sera – dagli esami medico-legali: una frattura al collo che, secondo quanto emerso dalla seconda autopsia, non sarebbe riconducibile all’impiccagione, mentre potrebbe essere compatibile con uno strangolamento.

È uno degli elementi sui quali si concentra l’attenzione degli investigatori, che oggi procedono per omicidio. Per la morte della donna sono iscritti nel registro degli indagati il marito, avvocato di 56 anni, assistito dal legale Gaetano Insolera, e un suo amico poliziotto. Si tratta di un’ipotesi investigativa, ancora da verificare attraverso gli accertamenti tecnici e il lavoro della magistratura.

La mattina in cui fu scoperto il corpo, la scena era stata ricondotta a un gesto volontario. A trovare Francesca erano stati il marito e l’amico poliziotto. La donna, secondo la versione iniziale, si sarebbe impiccata utilizzando un foulard legato alla ringhiera di una scala interna. Anche il figlio, che all’epoca aveva 17 anni, aveva riferito quella ricostruzione. All’arrivo dei soccorritori, tuttavia, il corpo si trovava già a terra.

Le prime verifiche non avevano portato a mettere in discussione l’ipotesi del suicidio. Ma Carmela Fusco, la madre della giudice, non si è mai convinta di quella conclusione. Assistita dall’avvocato Giuseppe Lattanzio, ha insistito perché venissero approfondite le circostanze della morte della figlia, fino alla riapertura del fascicolo. Da lì sono ripartiti gli accertamenti che hanno portato a esaminare nuovamente il corpo e a ricostruire la dinamica dell’accaduto.

La seconda autopsia ha già evidenziato un elemento che solleva interrogativi sul presunto impiego del foulard. Il segno lasciato sul collo sarebbe infatti caratterizzato da una conformazione poco compatibile con un tessuto morbido e più vicina a quella che potrebbe essere prodotta da un elemento sottile e resistente, come una corda, un filo o un laccio. Un particolare che richiama anche la telefonata al 118 effettuata dal figlio, durante la quale il ragazzo avrebbe utilizzato il termine “cordino”.

Tra gli oggetti finiti sotto la lente degli investigatori ci sono due lampade sequestrate nei mesi scorsi dal Ris. Una di queste potrebbe essere stata privata del filo elettrico, ipotizzato come possibile strumento utilizzato per provocare la morte della donna. Anche in questo caso, si tratta di una pista che dovrà essere confrontata con i risultati degli esami e con gli altri dati raccolti. La frattura al collo non è l’unico elemento da chiarire. Sul corpo erano stati rilevati anche alcuni lividi, che potrebbero essere compatibili con tentativi di difesa. La loro origine e il loro eventuale rapporto con la dinamica della morte rientrano negli aspetti da valutare nell’ambito delle perizie.

Per ricostruire quanto accaduto nella casa di Pesaro, il Ris ha effettuato anche prove con un manichino. Gli accertamenti hanno riguardato, tra le altre cose, il comportamento del foulard durante una simulazione di sospensione. L’obiettivo è verificare se gli effetti osservati siano coerenti con la versione secondo cui la donna si sarebbe impiccata. Tra i punti ancora controversi c’è anche la possibilità che Francesca sia riuscita a salire sulla ringhiera e a mantenere l’equilibrio mentre si sistemava il tessuto intorno al collo.

Il lavoro dei consulenti è arrivato a una fase decisiva. Il giudice per le indagini prelimimari Marco Billi del Tribunale dell’Aquila ha fissato al 5 novembre il termine per il deposito delle relazioni del Ris e del medico legale, mentre il 20 novembre è prevista l’udienza. Le conclusioni tecniche dovranno contribuire a stabilire se i reperti e le lesioni riscontrate siano compatibili con un suicidio oppure se sostengano una diversa ricostruzione.

Per la famiglia di Francesca, e soprattutto per la madre che non ha mai accettato la spiegazione iniziale, si avvicina un passaggio importante. Dopo anni di dubbi, gli accertamenti potranno fornire nuovi elementi per comprendere le ultime ore della giudice. Resta da stabilire che cosa sia successo davvero in quella casa e se la morte della donna sia stata provocata da qualcun altro. Saranno le perizie e le successive valutazioni giudiziarie a dare una risposta, senza che le ipotesi investigative possano essere considerate, allo stato, eventuali responsabilità.

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“Sono stata sequestrata, drogata e violentata da otto uomini”: la denuncia di una 18enne. Accertamenti in corso

19 October 2026 at 15:02

Una ragazza di 18 anni ha vissuto una notte da incubo, in balia di otto uomini, due dei quali avrebbero abusato di lei dopo averle iniettato una sostanza stupefacente endovena. La storia della giovane di origini ucraine è iniziata sulla Circumvesuviana. Aveva trascorso una giornata con il fidanzato in Costiera Sorrentina e venerdì 16 stava tornando a casa in treno. “Lui è sceso prima di Napoli, e da lì non ricordo più nulla”, ha raccontato agli investigatori, che stanno cercando di ricostruire cos’è accaduto nella notte tra venerdì e sabato.

A far scattare l’allarme è stata la madre della 18enne, che ha chiamato la polizia riferendo che la figlia aveva trovato riparo nei bagni di un fast food. “Quando sono tornata lucida mi sono trovata in un appartamento nei pressi di via Bologna, come ho scoperto quando mi hanno lasciata andare e sono scesa in strada poco prima dell’alba”, ha affermato la ragazza. Quando si è presentata al commissariato per la denuncia era sotto choc e con alcuni segni di violenza sul corpo. Gli inquirenti stanno passando al setaccio le telecamere della videosorveglianza presenti nella zona della stazione, per ottenere riscontri, e stanno cercando anche dei possibili testimoni che erano presenti sullo stesso treno.

La madre della vittima, che vive con lei a Pozzuoli, ha riferito che la figlia fa uso di psicofarmaci per curare gli sbalzi di umore. Dopo essersi messa in contatto con la madre, la giovane è stata portata in ambulanza all’ospedale Cardarelli di Napoli, dove i medici hanno stilato per lei una prognosi di trenta giorni avviando la ragazza, in attesa dell’esito di altri esami diagnostici, verso il “percorso rosa” rivolto alle donne vittime di abusi sessuali. Sono in corso le indagini – condotte dalla sezione specializzata della Squadra Mobile della questura di Napoli, con il coordinamento dei pm della sezione Fasce deboli della procura – che dovranno fare luce sul buco di memoria che ha portato alla violenza e identificare i responsabili.

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Minaccia di uccidere la moglie poi tenta il suicidio: arrestato 41enne a Imola

19 October 2026 at 14:13

Minaccia di uccidere la moglie, poi tenta il suicidio. È successo la scorsa notte a Imola, in provincia di Bologna, dove un uomo di 41 anni ha svegliato la moglie puntandole al petto un coltello e minacciando di ucciderla per una serie di episodi legati al passato della loro relazione.

La donna è però riuscita a convincerlo a uscire di casa e raggiungere in auto l’area del Parco delle Acque minerali. Arrivati in zona, tuttavia, la donna ha approfittato di un momento di distrazione del marito ed è fuggita a piedi, trovando un automobilista che è riuscita a soccorrerla e a condurla in caserma.

I carabinieri hanno allora attivato il Codice rosso e iniziato le ricerche dell’uomo, che è stato trovato poco dopo in via Pisacane oltre la balaustra di un ponte. Nonostante i tentativi per farlo desistere l’uomo si è lanciato nel vuoto; alla caduta di oltre sei metri sul terrapieno sottostante è sopravvissuto.

Il personale del 118 è intervenuto e lo ha trasportato in elisoccorso all’ospedale Maggiore di Bologna. È stato dichiarato in stato di arresto per tentato femminicidio aggravato e porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere; al momento, è piantonato in ospedale a disposizione dell’autorità giudiziaria in attesa dell’udienza di convalida.

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Femminicidio Pierina Buffon, un Gps tra i rottami dell’auto e un altro in casa dell’ex: l’ipotesi del controllo sugli spostamenti

19 October 2026 at 12:06

Un piccolo localizzatore Gps tra i rottami della Dacia di Pierina Buffon e un dispositivo simile nell’abitazione dell’ex compagno, Fulvio Ielmini. È da questi due apparecchi che prende forma uno degli accertamenti più delicati sulla morte della donna, avvenuta venerdì mattina sulla tangenzialina di Cassano Magnago, nel Varesotto, nello scontro frontale con la Jaguar guidata dall’uomo, 73 anni. I carabinieri stanno cercando di capire se Buffon fosse controllata a sua insaputa e se Ielmini potesse seguirne gli spostamenti in tempo reale. Il localizzatore è stato trovato tra i resti dell’auto della vittima; durante la perquisizione nella casa dell’ex compagno è stato poi rinvenuto un apparecchio analogo. Gli investigatori devono chiarire se i due dispositivi fossero collegati e se possano spiegare come l’uomo riuscisse a sapere dove si trovava la donna.

Non è il primo elemento a far ipotizzare un controllo sugli spostamenti di Buffon. Uno dei suoi sei figli, Pietro, ha raccontato che già ad agosto era stato trovato un dispositivo Gps sull’auto della madre. Un altro figlio, Denis Ruocco, ha riferito agli inquirenti di presunti atti persecutori subiti dalla donna. La ricostruzione investigativa dello schianto è altrettanto grave. Ielmini, ex commerciante di frutta e verdura, avrebbe invaso la corsia opposta viaggiando a 140 chilometri orari, andando a scontrarsi frontalmente con la Dacia. L’ago del tachimetro della Jaguar è rimasto fermo proprio su quella velocità. Per Buffon non c’è stato scampo.

Per la Procura, guidata da Carlo Nocerino, lo scontro non sarebbe stato un incidente fortuito, ma il risultato di una deliberata condotta di guida. Secondo l’ipotesi investigativa, l’uomo non avrebbe accettato la fine della relazione con la donna. Il pubblico ministero Massimo De Filippo ha contestato a Ielmini il femminicidio e l’omicidio volontario aggravato dai futili motivi, reati per i quali è previsto l’ergastolo.

Ielmini è ricoverato in ospedale, piantonato, con una gamba fratturata e in attesa di un intervento chirurgico. Il suo legale, l’avvocato Angelo Luini, ha annunciato che chiederà una perizia per accertare le condizioni psichiche dell’assistito al momento dei fatti. Sul fondo della vicenda restano le iniziative con cui Buffon aveva cercato di tutelarsi prima della tragedia. Assistita dall’avvocata Cinzia Botta, la donna aveva presentato due diffide e una denuncia per minacce. Elementi che, insieme alle testimonianze dei figli e al ritrovamento dei dispositivi, sono ora al vaglio degli investigatori per ricostruire quanto accaduto e verificare se la vittima fosse sottoposta a un controllo sistematico prima dello schianto mortale.

Gli accertamenti sui localizzatori potrebbero contribuire a chiarire se l’uomo conoscesse in anticipo la posizione dell’ex compagna e quale ruolo, se confermato, questo elemento possa avere nella ricostruzione della morte di Pierina Buffon.

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Un 13enne accoltellato nel parcheggio del centro commerciale Campania: due fermati per tentato omicidio

19 October 2026 at 10:18

Una discussione nata per motivi apparentemente banali, poi l’intervento di due maggiorenni e la violenza, culminata in una serie di coltellate al torace. È la prima ricostruzione dell’aggressione avvenuta nella serata di sabato 17 ottobre nel parcheggio del centro commerciale Campania, a Marcianise, in provincia di Caserta, dove un ragazzo di 13 anni è rimasto gravemente ferito. Per il fatto i carabinieri hanno fermato due uomini di 34 e 20 anni, entrambi domiciliati a Caivano, nel Napoletano, gravemente indiziati, in concorso, di tentato omicidio aggravato.

Il tredicenne è stato colpito ripetutamente con un’arma da taglio, riportando ferite al torace, tra cui una nella parte sinistra del petto. Le sue condizioni hanno reso necessario il trasferimento in ospedale e un intervento chirurgico d’urgenza. Dopo un primo accesso al pronto soccorso di Frattamaggiore, il ragazzo è stato trasferito all’ospedale pediatrico Santobono di Napoli, dove si trova tuttora ricoverato con prognosi riservata.

Secondo quanto ricostruito dai militari della Sezione operativa della Compagnia dei carabinieri di Marcianise, all’origine della vicenda ci sarebbe stato un acceso confronto tra la vittima e un altro ragazzo, anch’egli minorenne. Una lite che, almeno inizialmente, sarebbe rimasta circoscritta a motivi di poco conto. Poco dopo, però, sarebbero intervenuti in soccorso dell’altro giovane i due maggiorenni, che avrebbero aggredito il tredicenne fino a colpirlo più volte con il coltello.

Le indagini avviate subito dopo i fatti hanno portato all’individuazione dei due sospettati a Caivano. Entrambi, secondo quanto riferito, erano già noti alle forze dell’ordine. Al termine delle formalità di rito, sono stati condotti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Della vicenda sono state informate le Procure competenti, ordinaria e per i minorenni, ciascuna per gli adempimenti di propria competenza. Gli investigatori proseguono gli accertamenti per ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’aggressione, chiarire il ruolo dei soggetti coinvolti e individuare con precisione le ragioni che avrebbero innescato la lite degenerata nel ferimento del ragazzo.

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Morta dopo cinque mesi di agonia Fatiha El Afghani: era stata colpita a martellate dal marito su un autobus

19 October 2026 at 09:53

Non ce l’ha fatta dopo cinque mesi di ricovero in ospedale. Fatiha El Afghani, 44 anni, originaria del Marocco, è morta all’ospedale di Terni per le conseguenze delle gravissime ferite riportate nell’aggressione subita il 9 maggio scorso dal marito, Mohamed El Messaoudi, operaio arrestato tre giorni dopo i fatti e attualmente in carcere. La donna era stata colpita ripetutamente a martellate mentre si trovava a bordo di un autobus di linea nei pressi di Santa Lucia di Stroncone, piccolo comune a pochi chilometri da Terni. I colpi le avevano provocato danni cerebrali irreversibili. Con la morte della donna, la posizione giudiziaria dell’uomo, inizialmente arrestato con l’accusa di tentato femminicidio pluriaggravato, è destinata ad aggravarsi. Sarà disposta un’autopsia per accertare le cause del decesso.

Dietro l’aggressione c’era una storia di violenze precedenti. Nell’aprile scorso, infatti, i carabinieri di Terni avevano arrestato El Messaoudi per maltrattamenti e lesioni personali ai danni della moglie, nella loro abitazione. In seguito a quell’episodio, per l’uomo erano scattate la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinamento ai congiunti, con l’applicazione del braccialetto elettronico.

Il 9 maggio l’uomo, che si era tolto il braccialetto elettronico, aveva aggredito la moglie a bordo dell’autobus, colpendola otto volte con un martello. L’arma, acquistata da poco e con ancora attaccata l’etichetta del prezzo di 3,90 euro, era stata ritrovata dagli investigatori nei pressi del mezzo. Nella stessa zona era stato rinvenuto anche il braccialetto elettronico, che l’uomo si era strappato prima di fuggire.

Dopo l’aggressione, El Messaoudi aveva fatto perdere le proprie tracce. Era stato rintracciato e arrestato tre giorni più tardi, dopo essere entrato in un bar della zona per fare colazione. A riconoscerlo erano stati il personale e alcuni clienti del locale. Una delle addette aveva raccontato che l’uomo era arrivato “in maniera molto tranquilla”, si era seduto e aveva fatto colazione, pagando prima di andare via. Mentre il marito veniva rintracciato e arrestato, Fatiha restava in ospedale, in condizioni gravissime. Per cinque mesi i medici hanno cercato di arginare le conseguenze di quei colpi, che avevano compromesso in modo irreversibile le sue condizioni neurologiche.

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Ricina, ipotesi movente sentimentale? Gianni Di Vita ammette la relazione con una donna: il marito di lei incontrò Antonella Di Ielsi

18 October 2026 at 15:06

Una relazione extraconiugale rimasta nascosta per anni, un matrimonio in crisi e un incontro avvenuto il giorno prima della data ritenuta più probabile per l’avvelenamento. Sono gli elementi che si inseriscono nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise dalla ricina a Pietracatella, in Molise. Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, secondo quanto riportano Corriere e Repubblica, avrebbe ammesso agli investigatori di aver avuto una relazione con un’amica di vecchia data, anche lei sposata.

La donna e il marito, tecnico di laboratorio all’istituto agrario di Riccia (tra gli istituti sottoposti a ispezione informatica), sono finiti così al centro degli approfondimenti investigativi. Ma il possibile legame tra la relazione e la morte delle due donne resta, allo stato, un’ipotesi: non ci sono conferme che consentano di attribuire alla vicenda sentimentale un ruolo nel duplice omicidio. Secondo quanto emerso, Di Vita avrebbe inizialmente taciuto la relazione, per poi ammetterla dopo diverse audizioni. Anche la donna avrebbe confermato il rapporto durante un confronto in Questura durato quasi sei ore.

Il marito della donna avrebbe incontrato Antonella il 22 dicembre nello studio di Campobasso che la donna divideva con il marito: era il giorno prima della data indicata come la più probabile per l’avvelenamento. Tra i due ci sarebbero stati anche scambi di messaggi nei giorni in cui Antonella si sentiva male.

È su questo intreccio di rapporti personali che si concentra una delle piste seguite dagli investigatori. Fonti vicine all’inchiesta indicano quella passionale come la più attendibile, ma il movente non è stato accertato. Resta inoltre da chiarire se il bersaglio fosse Antonella e se la figlia sia stata colpita intenzionalmente. Le indiscrezioni secondo cui Sara avrebbe scoperto qualcosa circolate in questi giorni non hanno, al momento, conferme.

Il messaggio del 2018 e la crisi coniugale

La pista sentimentale aveva cominciato a prendere consistenza a giugno, quando dall’analisi del cellulare di Antonella sarebbe emerso un messaggio WhatsApp del 2018. La donna chiedeva a un’amica aiuto per trovare un avvocato divorzista. Convocata dagli investigatori, l’amica non avrebbe inizialmente confermato la circostanza; in seguito è stata indagata per false comunicazioni e favoreggiamento. È l’unica persona che risulta indagata nell’ambito degli approfondimenti collegati alla vicenda, mentre il fascicolo per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico resta a carico di ignoti.

La relazione di Di Vita con l’insegnante sarebbe emersa progressivamente, insieme alle voci sulla crisi del matrimonio. L’uomo ha confermato di aver tradito la moglie e ha fatto il nome della donna quando gli investigatori glielo hanno chiesto direttamente. Lei si sarebbe presentata inizialmente in Questura accompagnata dal marito, prima che gli investigatori decidessero di mettere a confronto i due. Il quadro dei rapporti personali si intreccia ora con un altro filone, quello delle ricerche online sulla ricina, su cui la Procura di Larino ha disposto nuove verifiche.

I computer delle scuole e le ricerche sulla ricina

Nel decreto che dispone gli accertamenti si fa riferimento a navigazioni e interrogazioni su piattaforme web ritenute di interesse investigativo, con ricerche riguardanti “veleno”, “ricina” e termini analoghi. Gli investigatori intendono cercare nei dati acquisiti eventuali tracce di queste attività, comprese navigazioni attraverso Tor, deep web e dark web. Se dovessero emergere elementi utili, sarà necessario datarli e tentare di stabilire chi utilizzasse il computer o la rete in quel momento.

A complicare il quadro c’è il furto, avvenuto a marzo, di sette computer dal liceo di Casacalenda. Almeno due sarebbero stati prelevati da un’aula durante l’orario scolastico, gli altri da una seconda aula. L’episodio era stato denunciato ai carabinieri. La coincidenza temporale con le fasi dell’indagine è oggetto di attenzione, ma non dimostra da sola un collegamento con le morti.

Il fronte digitale comprende anche alcune conversazioni apparse su Reddit tra giugno 2025 e gennaio scorso, nelle quali utenti avrebbero discusso di come procurarsi veleni ad azione rapida, citando anche la ricina, e descritto la lavorazione dei semi del ricino. La polizia giudiziaria attende dall’Fbi un rapporto sull’origine degli indirizzi IP da cui sarebbero partite le ricerche. Anche in questo caso, l’eventuale rilevanza dei contenuti dovrà essere verificata.

Gli esami scientifici ancora attesi

Dopo che l’autopsia ha certificato l’intossicazione acuta da ricina, restano da conoscere gli esiti conclusivi degli accertamenti affidati agli specialisti del Robert Koch Institute di Berlino. Le analisi riguardano i campioni biologici, gli alimenti sequestrati e i reperti raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione di Pietracatella, dove furono repertati 131 campioni.

Non tutti gli alimenti consumati in casa tra il 23 e il 27 dicembre sono però disponibili: alcuni avanzi sarebbero finiti nell’organico raccolto dal servizio porta a porta. Il sindaco Antonio Tomassone ha ricordato che il ritiro avvenne sabato 27 dicembre, dopo il rinvio dovuto alla festività del 26. Sara sarebbe morta poche ore dopo il passaggio del mezzo, Antonella la mattina seguente.

Di Vita, in un’intervista dal cimitero dove riposano moglie e figlia, ha dichiarato di non aver mai creduto che qualcuno volesse uccidere lui, Antonella o Sara. La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha invece definito l’avvelenamento accidentale “la più improbabile di tutte” le ipotesi.

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Un 88enne uccide la moglie malata a colpi di pistola e poi si suicida a Roma

18 October 2026 at 14:19

Un colpo di pistola contro la moglie, poi l’arma rivolta contro se stesso. È la prima ricostruzione di quanto accaduto in un appartamento di via dei Colli Portuensi, a Roma, dove un uomo di 88 anni avrebbe ucciso la moglie per poi togliersi la vita con la stessa pistola.

A dare l’allarme è stato il figlio della coppia. Quando gli agenti sono arrivati nell’abitazione, per i due anziani non c’era più nulla da fare. Sul posto sono intervenuti gli uomini del commissariato San Paolo e la polizia scientifica, impegnati nei rilievi e negli accertamenti necessari a ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.

Restano da chiarire le ragioni del gesto. Secondo le prime informazioni, la donna era malata, una circostanza che potrebbe essere approfondita dagli investigatori nel tentativo di comprendere quanto accaduto. Al momento, tuttavia, non sono emersi elementi sufficienti per stabilire che cosa abbia spinto l’uomo a compiere il gesto.

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Pierina Buffon, da incidente stradale a femminicidio: l’ipotesi dello schianto volontario dopo la denuncia per stalking

18 October 2026 at 09:54

Da omicidio stradale, da subito sospetto, a femminicidio. Cambia l’ipotesi di reato per Fulvio Ielmini, 73 anni, indagato per la morte dell’ex compagna Pierina Buffon, 69 anni, deceduta giovedì scorso in uno scontro frontale sulla tangenziale di Cassano Magnago, nel Varesotto. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe provocato volontariamente l’impatto con la Jaguar che guidava, invadendo la corsia opposta proprio mentre sopraggiungeva l’utilitaria della donna. La Procura di Busto Arsizio ha disposto una perquisizione nella sua abitazione. Ielmini è ricoverato e piantonato all’ospedale di Varese, dove era stato trasportato dopo l’incidente.

La nuova contestazione arriva al termine dei primi accertamenti su una vicenda che, fin dall’inizio, aveva sollevato interrogativi. In un primo momento non era stata esclusa l’ipotesi di un incidente provocato da un malore. Ora gli inquirenti ipotizzano che lo schianto possa essere stato volontario. Saranno gli accertamenti investigativi a chiarire che cosa sia successo sulla tangenziale e quali fossero le intenzioni dell’uomo.

La separazione e la denuncia di luglio

Buffon e Ielmini avevano avuto una relazione durata otto anni, conclusa a giugno per volontà di Pierina Buffon. Secondo i familiari e la legale della donna, l’ex compagno non avrebbe accettato la fine del rapporto. La famiglia ha riferito di minacce, litigi e pedinamenti, mentre a fine luglio era stata presentata una denuncia all’autorità giudiziaria per presunti comportamenti persecutori.

L’avvocata Cinzia Botta, che assisteva la vittima, aveva confermato che la vicenda era già stata segnalata. “A fine luglio avevamo già denunciato all’autorità giudiziaria i comportamenti del signor Ielmini”, aveva spiegato, aggiungendo che proprio nei giorni precedenti alla morte di Buffon era in preparazione una memoria da depositare in Procura, affinché fosse definito il titolo di reato a carico dell’uomo.

Dopo la morte della madre, i figli hanno riferito agli inquirenti gli elementi in loro possesso e chiesto che vengano ricostruiti anche i fatti delle settimane precedenti allo schianto. “È stata inseguita dal suo ex che si è fatto giustizia da solo. È stata aspettata e anche seguita, come dimostrano i video che ho in tasca”, aveva dichiarato al Tg3 uno dei figli della donna.

Gli accertamenti sulla dinamica

La mattina di sabato 17 ottobre, gli agenti della polizia locale di Cassano Magnago hanno effettuato nuovi rilievi per ricostruire nel dettaglio l’incidente. Secondo la ricostruzione riportata, la Jaguar guidata da Ielmini avrebbe invaso la corsia opposta mentre arrivava l’auto di Buffon. Per la donna i soccorritori non hanno potuto fare altro che constatare il decesso sul posto; l’uomo è rimasto ferito e deve essere sottoposto a un intervento chirurgico alla gamba sinistra.

Nei prossimi giorni sono attesi l’autopsia e una consulenza cinematica, esami ritenuti fondamentali per chiarire la dinamica dello scontro e verificare l’ipotesi accusatoria. Anche la difesa richiama la necessità di accertamenti. L’avvocato Angelo Luini aveva sottolineato che il suo assistito si trovava in stato confusionale e che era prioritario stabilirne le condizioni mentali: “Fondamentale, in questo momento, è stabilire le condizioni mentali del mio assistito”. La famiglia chiede che venga fatta piena luce sulla vicenda. “I figli della signora Buffon vogliono arrivare in fondo alla vicenda e chiedono la verità sull’accaduto”, ha dichiarato l’avvocata Botta.

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Nomi e indirizzi dei presunti responsabili delle violenze a Milano su Instagram: minaccia o provocazione? “Qualcuno ci è cascato”

18 October 2026 at 09:06

La guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha devastato il centro di Milano lascia strascichi anche sui social network. Dopo gli scontri, le vetrine infrante, i negozi saccheggiati e gli incendi che hanno segnato il pomeriggio della città, online sono comparsi messaggi di minaccia rivolti a persone accusate di aver partecipato alle violenze. Tra questi, un contenuto pubblicato dalla pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, che conta oltre 20mila follower, nel quale si annuncia l’intenzione di rintracciare alcuni presunti responsabili, coinvolgendo anche le loro famiglie.

“Molti sappiamo chi sono, nome, cognome e indirizzo, Vi prenderemo uno per uno a partire dai genitori per proseguire con voi”: è il passaggio più esplicito del messaggio, accompagnato da insulti rivolti a persone con cognomi stranieri accusate di aver distrutto Milano. La pagina ha inoltre pubblicato un elenco di nomi, cognomi e indirizzi, invitando gli utenti a contribuire ad ampliarlo.

La vicenda non si limita alla diffusione dei nominativi. In una storia successiva, la stessa pagina ha chiamato in causa i quartieri di Affori e Comasina, con un messaggio che invita a raggiungere alcune persone per affrontarle. Nel testo si fa riferimento anche al possibile arrivo della polizia e si aggiunge: “Quindi niente armi, niente lame, bastano le mani in caso di difesa“. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”

Le parole pubblicate delineano un clima di intimidazione ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce o presunte tali che si inserisce nella tensione seguita agli scontri di sabato. Nel centro di Milano, la manifestazione nata per protestare contro il caro vita e il costo dei carburanti era stata travolta dall’azione di gruppi di giovanissimi, con sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, vetrine distrutte e arredi urbani incendiati. Il bilancio provvisorio parla di circa sessanta fermati, più della metà minorenni, e almeno 25 feriti, nessuno in gravi condizioni.

Le prime ricostruzioni degli episodi hanno descritto una composizione eterogenea dei gruppi coinvolti, con giovani di origine straniera e italiani arrivati dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Le etichette utilizzate nel dibattito pubblico, tuttavia, non bastano a definire le responsabilità individuali né a identificare automaticamente chi abbia preso parte alle devastazioni.

È in questo contesto che la pubblicazione online di nomi e indirizzi e gli inviti a raggiungere persone in specifici quartieri assumono un significato ulteriore. Alle violenze nelle strade si aggiunge il rischio che le accuse diffuse sui social alimentino iniziative di ritorsione al di fuori di qualsiasi accertamento delle responsabilità. O servano come esca per innescare polemiche ulteriori.

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Milano dopo la guerriglia urbana: vetrine in frantumi e danni. Una sessantina di fermati di cui la metà ragazzini e 25 feriti

18 October 2026 at 08:20

Milano si risveglia lentamente, mentre la città prova a cancellare i segni della guerriglia urbana che sabato 17 ottobre ha trasformato il centro in un campo di battaglia. Le strade sono state ripulite, i tavolini dei bar tornano al loro posto e qualcuno si adopera per rialzare transenne e biciclette rovesciate. Ma le vetrine sfondate, i negozi saccheggiati e gli arredi bruciati raccontano ancora una giornata di violenza che, almeno nelle dimensioni raggiunte, nessuno sembrava aspettarsi.

Il bilancio è ancora provvisorio. Sono circa sessanta i giovani fermati, più della metà minorenni, mentre i feriti sono almeno 25, nessuno in gravi condizioni. Tra loro figurano anche appartenenti alle forze dell’ordine, una decina secondo una prima ricostruzione, mentre altri resoconti riferiscono di almeno quattro agenti feriti. Le cifre definitive sono attese nelle prossime ore, ma il quadro restituisce già la portata degli scontri: una città investita per tutto il pomeriggio da una violenza che ha rapidamente travolto la manifestazione contro il caro vita e il costo dei carburanti.

Da corteo contro il carovita a guerriglia urbana

La protesta era nata per denunciare l’aumento del costo della vita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale. La manifestazione principale, organizzata da Italia in piazza, è stata però progressivamente oscurata dall’azione di gruppi di giovanissimi che si sono mossi in modo frammentato, senza un coordinamento riconoscibile e in piccoli nuclei. Secondo la ricostruzione della polizia, centinaia di ragazzi sono arrivati dalle periferie milanesi, dall’hinterland e anche da altre province. Tra loro giovani di origine straniera e italiani, molti con il volto coperto. La protesta ha così cambiato natura, lasciando spazio a sassaiole, bombe carta, lanci di bottiglie e pietre, transenne utilizzate come ostacoli e cestini dei rifiuti incendiati.

Le prime cariche di alleggerimento, iniziate in via Broletto, hanno innescato una sequenza di inseguimenti e arretramenti tra le forze dell’ordine in assetto antisommossa e i manifestanti. La polizia ha dovuto ripiegare in attesa di rinforzi, mentre gli scontri si allargavano a diverse zone del centro.

Piazza Duomo sotto assedio

Il simbolo della giornata resta piazza Duomo, occupata da centinaia di giovanissimi vestiti di nero. Sotto il lancio di bombe carta, bottiglie e transenne, gli agenti sono stati costretti ad arretrare. La piazza è diventata teatro degli scontri, fino alle immagini delle fiamme e dei turisti che continuavano a scattare fotografie e selfie anche mentre intorno si consumava la guerriglia.

Per contenere la situazione, la polizia ha circondato l’area con una ventina di mezzi, tra cellulari e jeep del reparto mobile. Ma il gruppo iniziale si è disperso in diversi rivoli, riproponendo lo stesso copione in altri punti della città: lacrimogeni, pietre lanciate contro le forze dell’ordine, vetrine distrutte e arredi urbani dati alle fiamme. Anche in serata la tensione non era del tutto rientrata: un gruppo ha circondato una volante della polizia, prima di essere bloccato e fermato.

I danni più evidenti alle attività commerciali si concentrano lungo corso Vittorio Emanuele II, una delle principali strade dello shopping, e in via Mazzini. La conta è ancora in corso: alle vetrine infrante si aggiungono i negozi saccheggiati, i tavolini divelti e i cestini bruciati. Un inventario ancora incompleto, destinato a restituire nelle prossime ore una misura più precisa delle conseguenze materiali della giornata.

I feriti e i fermati

Negli ospedali sono stati medicati almeno 25 feriti. Nessuno risulta grave, ma tra le persone coinvolte ci sono giovani manifestanti e agenti. Una ragazza ha riportato una ferita alla testa, mentre altri ragazzi sono rimasti in ospedale per accertamenti. Anche sui volti di alcuni poliziotti sono rimasti i segni degli scontri.

Il numero dei fermati, attualmente intorno alla sessantina, potrebbe aumentare. La metà, secondo le prime informazioni, è minorenne. Un dato che contribuisce a definire il profilo di una giornata in cui la violenza è stata esercitata soprattutto da giovanissimi.

Nei resoconti della giornata ricorrono etichette come “maranza” e “giovani di seconda generazione”. Ma queste definizioni, da sole, non spiegano chi fossero i partecipanti né le ragioni della loro presenza. I cognomi italiani tra quelli dei fermati testimoniano, del resto, una composizione che non si lascia ricondurre a una sola origine. Secondo la ricostruzione riportata, molti dei ragazzi che hanno devastato il centro vivono tra Milano e il suo hinterland.

La differenza rispetto alle devastazioni del primo maggio 2015, durante le proteste contro Expo, è evidente anche nel racconto degli episodi: allora la città era stata messa a ferro e fuoco da gruppi organizzati, mentre questa volta a emergere è stata l’azione di nuclei di giovani che si sono mossi senza un coordinamento apparente.

La città riparte, ma la ferita resta

Già dalla sera di sabato, alcuni cittadini si sono messi al lavoro per sistemare quello che era stato rovesciato. Tavolini rotti da spostare, transenne da rialzare, biciclette da rimuovere dalle strade: piccoli interventi che hanno accompagnato il tentativo di restituire al centro il suo volto abituale. Domenica mattina i tavolini dei bar erano di nuovo pronti ad accogliere i clienti e i turisti.

La normalità, però, non cancella le domande lasciate dagli scontri. Per il sindaco Giuseppe Sala, le ragioni della protesta erano comprensibili, ma “le violenze contro le forze dell’ordine e i gravi danni alla città sono ingiustificabili”. Il primo cittadino ha invitato la politica a scegliere se strumentalizzare quanto accaduto per ottenere consenso oppure affrontare con saggezza un momento storico difficile.

La condanna del governo è stata altrettanto netta. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito che manifestare è un diritto, ma che “mettere a ferro e fuoco le nostre città non lo è»” chiedendo alle opposizioni di non essere ambigue.

Le polemica sulle minacce dopo gli scontri

Alla violenza nelle strade si è aggiunta quella delle minacce online o presunte tali, perché a un certo punto l’autore dei post parla di “polemica” e ringrazia chi ci è cascato. La pagina Instagram “Cori beceri 4.0”, seguita da oltre 20mila persone, ha pubblicato un messaggio intimidatorio rivolto ai giovani accusati di aver distrutto Milano. Nel testo si afferma che alcuni utenti conoscerebbero nomi, cognomi e indirizzi dei presunti responsabili e si minaccia di andare a cercarli, coinvolgendo anche i loro genitori.

La pagina ha inoltre diffuso un elenco di nominativi e indirizzi, invitando altri utenti a contribuire. In una storia successiva è stato lanciato un appello a recarsi nei quartieri di Affori e Comasina per affrontare alcune persone, con un riferimento alla possibile presenza della polizia e all’uso delle mani in caso di difesa. Successivamente sulla stessa storia è comparso anche un contrordine e la frase su ronde mai evocate: “… Compagni era tutto finito. Nomi compresi eppure qualcuno ci è cascato in pieno contribuendo a diffondere una storia senza verificare nulla. Un ringraziamento speciale alle pagine con cui collaboriamo quotidianamente che si sono esposte. Alla prossima polemica, compagni”.

Sono messaggi che aprono un ulteriore fronte di tensione, oltre quello dei danni materiali e delle responsabilità per gli scontri, ma anche quello della provocazione e della polemica sotto forma di minacce. Mentre la città torna lentamente alla normalità e attende il bilancio definitivo di feriti, fermi e devastazioni, resta il rischio che la rabbia della giornata si trasformi in nuove intimidazioni. Milano si rimette a lucido, come già accaduto dopo altre giornate difficili. Ma questa volta, dietro le vetrine da riparare e le strade ripulite, rimane una domanda più difficile da archiviare: come una manifestazione contro il carovita sia potuta diventare, nel giro di poche ore, una guerriglia capace di travolgere il centro della città.

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Caso Ricina, sotto esame il portatile della cugina di Gianni Di Vita. Completati gli accertamenti informatici

17 October 2026 at 12:34

Proseguono le indagini e gli accertamenti informatici nell’ambito dell’inchiesta sull’avvelenamento Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise dalla ricina lo scorso dicembre. Un notebook in particolare ha attirato l’attenzione degli investigatori nell’ultima giornata di ispezioni informatiche nelle scuole molisane disposte dalla Procura di Larino nell’ambito dell’inchiesta sulla morte delle due donne. Questa volta gli agenti della Squadra Mobile e dello Sco hanno acquisito i dati di un singolo computer portatile, in uso a Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, che insegna al liceo delle Scienze Umane di Casacalenda. La perquisizione, iniziata alle 9 e conclusa alle 13, aveva l’obiettivo di verificare l’eventuale presenza di tracce informatiche riconducibili a ricerche sul veleno.

Come nelle altre scuole ispezionate nei giorni precedenti, gli investigatori hanno lavorato principalmente sui dati del server a cui sono collegati i computer dell’istituto, senza procedere all’acquisizione dei singoli dispositivi, con l’eccezione del notebook. Alle operazioni ha assistito Gianni Alfonso, esperto informatico e consulente di Vittorino Facciolla, avvocato che assiste Gianni Di Vita. Sull’ispezione resta però un elemento da chiarire. Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, dal plesso scolastico sono stati rubati sette computer. Sul furto avevano indagato i carabinieri, dopo la denuncia presentata dalla scuola. L’assenza dei dispositivi ha impedito di esaminare tutti i pc che sono stati utilizzati nell’istituto durante l’ultimo anno.

Con l’intervento di Casacalenda si sono concluse le quattro perquisizioni informatiche disposte dalla Procura, che hanno interessato oltre 200 computer in altrettanti istituti. Gli investigatori erano già stati all’istituto Agrario e al liceo Scientifico di Riccia, dove lavorano la professoressa amica di Di Vita e suo marito, e al liceo Classico di Campobasso, frequentato da Sara e dalla sorella Alice fino allo scorso anno scolastico.

Intanto, sul caso è intervenuto, con poche parole, lo stesso Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime. Interpellato dal Corriere della Sera al cimitero del paese, l’ex sindaco ha dichiarato: “Non ho mai creduto che volessero uccidermi“. E ha aggiunto: “Così come non ho mai pensato che volessero uccidere mia figlia e mia moglie”. Sull’inchiesta, invece, Di Vita ha preferito non entrare nei dettagli, affidandosi al lavoro degli investigatori: “Lasciamo fare agli investigatori, sanno molte più cose di quello che immaginiamo“.

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Daniele Tavoni, le liti per i soldi e il legame con la madre: chi è il 54enne fermato per il duplice omicidio di Mirandola

17 October 2026 at 10:46

Daniele Tavoni – l’uomo fermato per duplice omicidio della madre e del suo compagno – viveva nella piccola casa accanto a quella della madre, in via Imperiale, nella zona industriale di Mirandola (Modena). Cinquantaquattro anni, lavori saltuari, una separazione alle spalle e un figlio oggi trentenne. Una vita rimasta a lungo legata a quella di Vincenza Giannini, 74 anni, che secondo chi la conosceva aveva continuato a sostenerlo nonostante le preoccupazioni e i contrasti. Le indagini sono ancora in una fase preliminare e il movente non è stato chiarito.

A delineare il profilo di Tavoni sono soprattutto i racconti di chi frequentava la famiglia. Una situazione difficile, segnata dalla mancanza di un’occupazione stabile e dalle richieste di denaro che, secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, avrebbero alimentato frequenti discussioni. Tavoni avrebbe lavorato per periodi brevi, anche al Comune e al Tribunale di Modena, per poi tornare a casa. La madre, racconta un’amica, era preoccupata perché lui non sembrava impegnarsi nella ricerca di un lavoro. Con lui

La collega e amica stretta di Vincenza aveva condiviso con lei oltre trent’anni di lavoro nel distretto biomedicale e ricorda una donna che aveva dedicato molto al figlio e che parlava spesso delle difficoltà familiari. “Vincenza lo ha sempre fatto contento, ma le discussioni erano tante”, racconta. E ancora: “Le discussioni in famiglia c’erano spesso e sempre e solo per lui, che chiedeva di continuo soldi, sigarette senza guadagnare nulla”. Vincenza e Pietro si erano sposati entrambi in seconde nozze. Lui aveva un figlio, Stefano; lei Daniele. La donna, ricorda l’amica, era una grande lavoratrice, mentre Casari, anche dopo la pensione, continuava a lavorare durante l’estate a Senigallia come manutentore di macchinari per le industrie conserviere. Una coppia descritta come affiatata, legata da un rapporto che sembrava solido nonostante le tensioni legate alla situazione del figlio.

Nel passato di Tavoni c’è anche un percorso nei servizi di salute mentale, intrapreso anni fa e poi interrotto. Secondo le informazioni emerse, era stato seguito dal centro nel 2018; gli elementi investigativi riportano inoltre un ultimo accesso nel 2019. Non risultava in cura al momento dei fatti. La sindaca di Mirandola, Letizia Budri, ha riferito che al Comune non erano mai arrivate segnalazioni che richiedessero approfondimenti. Un dato che, da solo, non permette di stabilire alcun legame tra quel percorso e il delitto.

La sera della scoperta, mentre gli investigatori entravano nell’abitazione dei coniugi, Tavoni si trovava all’esterno. È lì che la polizia lo ha visto, in uno stato descritto come confuso, senza che rispondesse alle domande. Nella casa adiacente, dove viveva, gli agenti hanno trovato coltelli con tracce di sangue, indicate dalla procura come “evidentissime e copiose”. Nell’altra abitazione, i corpi dei due anziani erano a terra, legati e decapitati; le teste erano state collocate in bacinelle.

A far scattare l’allarme era stata una vicina, insospettita dall’assenza della coppia. Anche l’amica aveva provato a contattare Vincenza dopo aver saputo la notizia: “Le ho mandato un vocale su whatsapp chiedendole, quando sentiva il messaggio, di richiamarmi. Ma il messaggio non è mai arrivato“.

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Donna investita e uccisa nel Varesotto, ipotesi femminicidio per la 69enne coinvolta in un frontale. L’altro conducente era l’ex compagno

17 October 2026 at 10:20

Quello che era stato etichettato come un incidente stradale, causato da un malore, potrebbe essere in realtà un femminicidio. L’impatto frontale che ha provocato la morte di una donna di 69 anni sulla tangenziale di Cassano Magnago, in provincia di Varese, è avvenuto intorno alle 9.30 di venerrdì. Alla guida dell’altra macchina c’era un 73enne, ex compagno della vittima. Secondo la ricostruzione fatte dalla Polizia, l’incidente non sarebbe frutto di fatalità. Il conducente dell’altra auto, che è stato trasportato in codice giallo con l’elisoccorso al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo di Varese, è ora indagato.

Secondo quanto riportato dalla Prealpina, è al vaglio l’ipotesi del femminicidio; i familiari della vittima hanno chiesto verifiche più approfondite sul caso e hanno riferito che l’ex compagno la perseguitava da tempo. Il 73enne, che ha riportato delle lesioni agli arti ma è cosciente, non ha fornito la sua versione dei fatti finora. I telefoni della vittima e dell’uomo sono stati sequestrati dagli inquirenti e proseguono le indagini per quello che, al momento, è stato catalogato dalla polizia come omicidio stradale.

La Procura di Busto Arsizio, coordinata dal pm Massimo De Filippo, già da ieri sera aveva chiesto alcuni approfondimenti agli agenti, sollecitata dei familiari della vittima. Per la posizione in cui sono stati trovati i due veicoli, sarebbe improbabile l’ipotesi del malore. L’auto della 69enne, infatti, non ha invaso la corsia opposta e non avrebbe avuto il tempo di evitare il mezzo che veniva dal lato opposto della strada.

La donna è morta sul colpo e i vigili del fuoco hanno lavorato a lungo con due squadre per estrarre il corpo della vittima, intrappolato fra le lamiere. Le indagini proseguono per chiarire ogni aspetto della dinamica, anche grazie alle informazioni testimoniali raccolte sul luogo dell’incidente per comprendere le traiettorie dei veicoli. Verranno effettuate anche l’autopsia sul corpo della vittima e gli esami tecnici sui veicoli.

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Violenta un tredicenne nel bar dei genitori, arrestato 40enne a Padova

17 October 2026 at 09:15

Un 40enne è stato arrestato giovedì sera a Padova per violenza sessuale aggravata ai danni di un 13enne. Un cliente del bar aveva notato il ragazzino parlare con l’uomo, pakistano, nella sala e, dopo aver perso di vista il minore, ha segnalato la situazione alle forze dell’ordine. I genitori, di origine cinese, stavano lavorando dietro al bancone del bar, quando hanno deciso insieme di andare a controllare in bagno. La porta era chiusa dall’interno e, una volta sfondata, i genitori hanno scoperto l’abuso sul figlio.

I poliziotti della Squadra Mobile e delle Volanti della Questura di Padova hanno ricostruito quanto accaduto, anche attraverso la visione delle immagini del sistema di videosorveglianza all’interno del locale. Sul posto è intervenuto anche il personale del 118 per il 13enne che era in evidente stato di shock. Sul pavimento del bagno è stata trovata anche della cocaina per la quale sono in corso ulteriori accertamenti. Dalle ricostruzioni è emerso che pakistano avrebbe trattenuto in bagno la vittima, chiudendo a chiave la porta, costringendola ad atti sessuali e per questo è stato arrestato.

Il 40enne, regolare in Italia e residente in Emilia-Romagna, ha vari precedenti anche per atti contrari alla pubblica decenza, per minacce e per essersi rifiutato di fornire le proprie generalità. Su disposizione della procura, l’uomo è stato portato nella Casa Circondariale “Due Palazzi” di Padova. Il Questore di Padova, Marco Odorisio, ha attivato l’Ufficio Immigrazione per l’avvio della procedura di revoca del permesso di soggiorno.

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Neonato morto a Cecina in un sacchetto, procura dispone l’autopsia: aperta un’inchiesta

16 October 2026 at 11:18

Sarà effettuata l’autopsia sul corpo del neonato morto a Cecina. Il piccolo è stato portato dai genitori dentro un sacchetto, all’ospedale della cittadina toscana in provincia di Livorno. Ma sarebbe stato già privo di vita al momento dell’arrivo nella struttura sanitaria. La madre avrebbe raccontato ai medici di non essersi accorta della gravidanza. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Livorno, che ha disposto l’esame medico sul corpo per chiarire le circostanze del decesso e stabilire se il bambino sia morto prima o dopo il parto.

Secondo quanto ricostruito finora, la donna, una trentenne residente fuori regione, si trovava in casa con il compagno quando ha iniziato ad accusare alcuni malesseri. Convinta che si trattasse di un disturbo legato alla digestione, sarebbe andata in bagno, dove avrebbe partorito senza essersi resa conto di essere incinta. Dopo il parto, la coppia ha raggiunto in auto il pronto soccorso dell’ospedale di Cecina, portando con sé il neonato. I sanitari hanno immediatamente avviato gli interventi necessari, ma per il piccolo non c’è stato nulla da fare. Il medico di turno ne ha constatato il decesso.

La madre è stata ricoverata per accertamenti. Le sue condizioni di salute sarebbero buone. Come previsto in circostanze di questo tipo, la struttura sanitaria ha informato le forze dell’ordine. Gli agenti del commissariato di polizia di Cecina hanno effettuato un sopralluogo in ospedale e raccolto le prime informazioni dal personale sanitario e dai genitori. In base alle prime valutazioni, il bambino sarebbe nato prematuro, con un’età gestazionale stimata tra le 30 e le 32 settimane. Si tratta, tuttavia, di una stima preliminare che dovrà essere verificata nell’ambito degli accertamenti medico-legali. Le indagini sono coordinate dal pubblico ministero della Procura di Livorno, Ezia Mancusi, che ha disposto l’esame autoptico. L’accertamento dovrà contribuire a stabilire le cause del decesso e a ricostruire la sequenza degli eventi. Al momento, infatti, non è stato possibile determinare se il neonato fosse già morto prima della nascita o se il decesso sia avvenuto subito dopo il parto. La salma si trova all’ospedale di Cecina, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Gli accertamenti proseguono per fare piena luce sulla vicenda.

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Duplice omicidio nel Modenese: coppia di anziani trovata decapitata in casa

15 October 2026 at 20:06

Duplice omicidio a Mirandola, centro di 25mila abitanti in provincia di Modena, dove due anziani coniugi italiani sono stati trovati decapitati all’interno della loro abitazione, un casolare di campagna. Il marito aveva ottant’anni, la moglie settanta. Non è noto chi abbia contattato le forze dell’ordine avvertendo della presenza dei due cadaveri.

Le indagini sono affidate alla Polizia e coordinate dalla Procura di Modena. Sul posto il dirigente della Squadra mobile Mario Paternoster e il pm di turno, il sostituto procuratore Marco Niccolini, oltre alla Scientifica per i rilievi,. L’unico dettaglio trapelato è che il figlio della coppia è stato sentito dagli investigatori: a quanto si apprende, le prime indagini sono orientate in ambito familiare.

“Questa è una tragedia che sta scuotendo nel profondo la nostra comunità, soprattutto per la dinamica. Poco fa ho parlato con il Questore e resto in attesa di aggiornamenti”, è l’unico commento rilasciato all’agenzia AdnKronos dalla sindaca di Mirandola, Letizia Budri.

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Pestato dal branco dopo aver difeso la figlia: identificati otto giovanissimi, ci sono anche i figli di due poliziotti

15 October 2026 at 14:00

Una lite tra ragazzine, l’intervento di un giovane in scooter e poi la violenta reazione di un gruppo di amici. È la sequenza che, secondo quanto ricostruito finora, avrebbe portato al pestaggio di un uomo di 50 anni nel quartiere Vomero, a Napoli, durante la serata di sabato 10 ottobre. L’uomo era intervenuto dopo aver saputo che sua figlia era stata aggredita. Circondato da una decina di giovanissimi, sarebbe stato colpito ripetutamente anche quando era già a terra. Le indagini dei carabinieri, coordinate dalla procuratrice per i minorenni Patrizia Imperato, hanno portato finora all’identificazione di otto ragazzi, quasi tutti minorenni. Gli accertamenti proseguono per chiarire il ruolo di ciascuno e individuare tutti i partecipanti. Tra gli identificati ci sarebbero anche i figli di due appartenenti alla Polizia.

La vicenda avrebbe avuto inizio con una lite tra tre ragazzine, nata per un ragazzo conteso. Durante lo scontro, una delle giovani sarebbe stata colpita e spinta contro il parabrezza di un’auto, finendo poi a terra. Nella ricostruzione degli investigatori compare anche un giovane arrivato in scooter, che avrebbe aggredito la ragazza. Il padre, informato di quanto accaduto alla figlia, avrebbe rintracciato il ragazzo e lo avrebbe schiaffeggiato. A quel punto, il giovane avrebbe chiamato alcuni amici, dando origine al pestaggio dell’uomo.

Durante la colluttazione è intervenuto anche un camion per la raccolta dei rifiuti, che avrebbe investito accidentalmente il cinquantenne. L’impatto gli ha provocato gravi lesioni a una gamba. Trasportato all’ospedale Cardarelli, è stato sottoposto alle cure necessarie per scongiurare il rischio di amputazione. Le sue condizioni sono in miglioramento, ma resta lo choc per l’aggressione. La moglie ha riferito che anche le figlie sarebbero state minacciate.

Le immagini del pestaggio, circolate sui social, hanno suscitato reazioni e richieste di intervento. Il prefetto di Napoli, Michele di Bari, ha annunciato un rafforzamento dei controlli nella zona. Il sindaco Gaetano Manfredi e l’azienda comunale Asia hanno espresso solidarietà alla vittima. Sull’episodio è intervenuto anche il nuovo questore di Napoli, Fausto Lamparelli, che ha definito le immagini dolorose e una sconfitta per gli adulti, richiamando l’importanza della prevenzione e dell’educazione alla legalità. Il cardinale Domenico Battaglia ha chiesto di affiancare alla risposta giudiziaria un impegno concreto per le famiglie, le scuole e i luoghi di aggregazione: “L’emergenza educativa è soprattutto un problema degli adulti. I ragazzi hanno le loro responsabilità, ma educare vuol dire anche farsi carico del mondo in cui crescono”.

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