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Una linea antimissile a Est. Perché l’Italia guarda ai Balcani

20 October 2026 at 11:58

E se lo schema adottato dagli Houthi in Arabia Saudita fosse replicato a poche decine di chilometri dai confini italiani? Una prima linea antimissile nei Balcani è un ombrello per tutta l’Europa che guarda a est, Italia compresa. La convinzione (espressa anche dal ministro della difesa Guido Crosetto) potrebbe presto trasformarsi in realtà operativa, dal momento che la cintura orientale dell’Europa trova, proprio nel costone balcanico, la sua area più sensibile agli attacchi esterni e alle penetrazioni dei super player.

Questo il ragionamento più volte fatto dal titolare della difesa, nella consapevolezza che da un lato “le preoccupazioni non sono aumentate in questo periodo, sono quelle che ci sono state negli ultimi anni”, ma dall’altro serve “garantire la sicurezza, intanto nei confini di casa”. Essendo quindi i Balcani un punto di riferimento per la sicurezza occorre “mettere in sicurezza i Balcani, utilizzare i Balcani anche in futuro pensando di installare qua radar che ci consentano di difendere sia questi Paesi sia il nostro, per prevenire le minacce”.

L’esempio portato dal ministro è quello relativo ai missili che hanno colpito gli aeroporti in Arabia Saudita, missili costruiti dagli Houthi, “quindi non da raffinati ingegneri, hanno raggiunto la velocità di 8.500 chilometri all’ora, capite quali sono le minacce che tutti i Paesi hanno di fronte per il futuro e quanto sia importante presidiare anche i Paesi di confine, i Paesi amici, proprio per installare con loro una copertura”. Il Kosovo dunque è uno dei Paesi candidati a ospitare quel radar antimissile, anche perché lì è presente la missione a guida Nato, Kfor, che pochi giorni fa ha visto un avvicendamento che riguarda da vicino l’Italia: il nuovo comandante è Roberto Vergori, generale di divisione, subentrato al generale di divisione turco Oezkan Ulutas. Come prima mossa ha incontrato il comandante delle Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf), Bashkim Jashari, sia per fare il punto sul coordinamento istituzionale, sia per sottolineare come pace, sicurezza e stabilità in Kosovo hanno precisi riflessi in Ue. Da questo punto di vista va segnalato come il rapporto tra Italia e Kosovo sta vivendo un momento di particolare rafforzamento, come dimostra l’intenzione del ministero della Difesa italiano di ampliare e approfondire la cooperazione militare bilaterale con Pristina. Ne hanno parlato pochi giorni fa il ministro della Difesa italiano e l’omologo kosovaro Ejup Maqedonci, a Pristina: l’occasione era proprio la cerimonia di avvicendamento al comando della missione KFOR.

L’area resta gravida di criticità, come le tensioni con la Serbia, il ritardo nei capitoli per l’adesione all’Ue, ma un piccolo passo in avanti è stato fatto: dopo quattro elezioni in due anni, il Parlamento del Kosovo è riuscito a eleggere una presidente, grazie ad un accordo con l’opposizione: è Justina Shiroka Pula la più votata. Ma al di là di un ruolo che non è incisivo a livello politico, contava dare un segnale all’esterno del paese balcanico, dal momento che i rapporti tra il governo Kurti e l’opposizione erano complessi: infatti il governo ha approvato una legge per smussare i poteri del tribunale incaricato di giudicare i crimini di guerra, circostanza che la scorsa settimana aveva provocato molti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Come è noto, il tribunale aveva condannato a 25 anni di carcere l’ex presidente Hashim Thaçi per crimini di guerra commessi durante il conflitto per l’indipendenza dalla Serbia, ma la sentenza aveva suscitato una vera e propria sollevazione popolare. Oggi Pristina prova a ripartire.

(Foto: Kfor on X)

La sovranità dei droni si decide nei materiali. L’analisi di Zuccalà

19 October 2026 at 15:50

Nel dibattito europeo sui droni si discute soprattutto di capacità produttiva, investimenti e rapidità di sviluppo. Molto meno di ciò che ne determina l’affidabilità operativa: i materiali. Un mezzo senza equipaggio che opera in mare, in montagna o nel deserto è esposto a condizioni capaci di comprometterne le prestazioni anche senza provocare danni strutturali. Una lente velata dalla salsedine, un contatto corroso o un pannello coperto di polvere sono sufficienti a interrompere una missione, con conseguenze sulla sicurezza e sui costi di gestione.

La Commissione europea stima per il 2030 un mercato continentale dei droni da 14,5 miliardi di euro, con 145.000 nuovi posti di lavoro. Per l’Italia, la questione non riguarda soltanto la partecipazione a questa crescita, ma il ruolo da occupare nella filiera: assemblare componenti sviluppati altrove oppure controllare tecnologie che determinano la durata, l’efficienza e l’autonomia delle piattaforme? La sovranità industriale in questo settore si misura nella seconda opzione, e passa anche da innovazioni poco visibili, come la protezione avanzata delle superfici.

La storia che vorrei raccontare comincia lontano dal cielo. All’inizio del 2024, sul sommergibile Gianfranco Gazzana Priaroggia della Marina Militare, è stata avviata una sperimentazione su un trattamento nanotecnologico applicato al periscopio d’attacco. L’obiettivo era risolvere un problema operativo concreto: impedire che acqua marina e depositi salini compromettessero la qualità delle immagini e rallentassero le operazioni, aumentando l’esposizione del battello.

Per circa quaranta giorni, tra prove in porto e in mare aperto, abbiamo osservato il comportamento del rivestimento. L’acqua scorreva più rapidamente sulla lente, la sedimentazione salina risultava minima e i depositi residui venivano rimossi dal movimento del periscopio durante l’immersione. La qualità delle immagini rimaneva inalterata o migliorava rispetto alla superficie non trattata. Osservazioni qualitative, ma sufficientemente incoraggianti da suggerire un’applicazione più ampia: trasferire quella protezione alle ottiche, ai sensori e alle strutture dei sistemi senza equipaggio.

Il passaggio successivo è stato affidato alla ricerca e alle verifiche di laboratorio, attraverso protocolli sviluppati anche con il contributo del mondo universitario, tra cui il Politecnico di Torino. Le prove hanno riguardato corrosione salina, abrasione, calore, umidità e radiazioni ultraviolette. Un trattamento per il vetro ha superato diecimila passaggi di spugna abrasiva; sui pannelli fotovoltaici sono stati registrati incrementi della produzione energetica fino al 3,99% in simulazione solare. Lo spessore misurato di uno dei rivestimenti, appena 76,7 nanometri, rende possibile una protezione senza aggravio significativo di peso, requisito essenziale per piattaforme nelle quali ogni variazione incide sull’autonomia.

Nel maggio 2026, a Bagnoli, sono stati presentati i primi droni dotati di finiture protettive nanotecnologiche sviluppate attraverso questo percorso. È stato il passaggio simbolico e industriale dagli abissi al cielo, con prospettive di applicazione anche ai sistemi terrestri e marini.

Sono convinta che quanto realizzato abbia oggi caratteristiche potenzialmente uniche nel panorama internazionale. Non conosco esperienze analoghe nelle quali una forza armata, la ricerca universitaria e un’impresa privata abbiano contribuito a sviluppare, partendo da un sommergibile operativo, una tecnologia di protezione successivamente trasferita ai droni e sottoposta a verifiche secondo standard internazionali. È un risultato che nasce dalla manifattura e dalla ricerca italiane e che potrebbe diventare un riferimento ben oltre i nostri confini. Le condizioni ambientali che abbiamo affrontato sono le stesse con cui devono confrontarsi operatori nel Mediterraneo, nei teatri desertici e in numerosi altri contesti operativi.

Per me questo percorso ha anche un significato personale. Il Polo Nazionale Droni, che presiedo, è una realtà italiana guidata da una donna, e questo suo primo progetto internazionale rappresenta un risultato concreto in un settore, quello della difesa e delle tecnologie unmanned, nel quale la presenza femminile ai vertici resta limitata. Ho imparato quanto sia importante costruire credibilità attraverso competenze, sperimentazione e risultati verificabili, soprattutto in ambienti tradizionalmente maschili. Credo che questa esperienza dimostri come l’imprenditoria femminile possa contribuire direttamente allo sviluppo di tecnologie strategiche, offrendo anche un esempio alle nuove generazioni di ricercatrici e imprenditrici italiane.

Al di là della dimensione personale, il valore del progetto risiede soprattutto nel modello che lo ha reso possibile. La Marina Militare ha contribuito con un banco di prova operativo e competenze specialistiche; il mondo universitario ha sviluppato protocolli scientifici; l’iniziativa privata ha formulato e prodotto i trattamenti. Il Polo Nazionale Droni può ora favorire il collegamento tra questa esperienza e una rete più ampia di costruttori, operatori e istituzioni. È una filiera interamente italiana, nella quale la collaborazione tra pubblico, ricerca e industria diventa uno strumento concreto di autonomia tecnologica.

Questo modello merita attenzione anche oltre il settore dei droni. L’Italia possiede competenze avanzate nella scienza dei materiali e nella manifattura specializzata, ma spesso fatica a trasformarle in vantaggi industriali duraturi. La competizione internazionale non si gioca esclusivamente sulla capacità di produrre piattaforme complete: riguarda anche il controllo delle tecnologie abilitanti, capaci di migliorarne le prestazioni e ridurne i costi lungo l’intero ciclo di vita. È anche in questi segmenti che il Made in Italy può costruire una posizione distintiva.

Il percorso, naturalmente, non è concluso. Sono ancora in corso le prove sull’adesione del ghiaccio, sulla protezione dei compositi e sulla resistenza alla nebbia salina. Mancano dati sistematici provenienti da droni impegnati in missioni reali. La prossima fase prevede test in volo su flotte di operatori partner, con misurazioni delle ore di fermo, dei guasti e dell’autonomia. Saranno questi risultati a stabilire ulteriormente portata industriale della tecnologia e la sua capacità di affermarsi sui mercati internazionali.

La sfida finale riguarda dunque la capacità di trasformare una sperimentazione promettente in uno standard industriale internale. Servono procedure di qualificazione, collaborazione con i costruttori e opportunità di verifica operativa, anche attraverso la committenza pubblica. Senza questi passaggi, il rischio è ripetere una debolezza ricorrente del sistema italiano: sviluppare innovazioni di qualità senza riuscire a portarle su scala globale.

Per questo il Polo Nazionale Droni intende coinvolgere operatori, imprese e centri di ricerca nella prossima fase di sperimentazione. L’obiettivo è dimostrare che una tecnologia sviluppata in Italia può contribuire a definire nuovi criteri di affidabilità per i sistemi senza equipaggio.

La sovranità tecnologica non si misura soltanto nel numero di droni che un Paese riesce a produrre. Si misura anche nella capacità di controllare ciò che permette loro di funzionare più a lungo, in condizioni più difficili e con maggiore efficienza. A volte, il vantaggio strategico può essere racchiuso in uno strato di materiale spesso pochi nanometri.

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

16 October 2026 at 17:06

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

16 October 2026 at 15:48

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

Guerra, cyberspazio e tecnologie emergenti. Come cambia la leadership secondo il gen. Mannino

16 October 2026 at 15:33

L’attuale scenario internazionale è caratterizzato da instabilità, incertezza e imprevedibilità, condizioni che rendono sempre più difficile comprendere l’evoluzione degli eventi e assumere decisioni efficaci. La rapidità dei cambiamenti e l’interdipendenza tra fenomeni politici, economici, tecnologici e sociali hanno trasformato la complessità in una condizione strutturale del mondo contemporaneo. Una realtà che impone di ripensare gli strumenti attraverso cui interpretare i fenomeni, esercitare la leadership e preparare le future classi dirigenti.

La definizione di una nuova normalità, richiamata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, restituisce la dimensione di questo cambiamento. Crisi apparentemente distanti producono conseguenze che attraversano settori e aree geografiche differenti, rendendo sempre meno efficaci gli schemi interpretativi tradizionali. È la condizione della policrisi, nella quale eventi di natura diversa si manifestano simultaneamente e amplificano reciprocamente i propri effetti.

Sullo sfondo si colloca la competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, accompagnata dall’affermazione delle tecnologie emergenti e dirompenti. La tecnologia ha progressivamente superato la funzione di semplice strumento a supporto del cambiamento, diventandone uno dei principali fattori trainanti. La capacità di sviluppare e controllare queste innovazioni rappresenta ormai una componente essenziale del potere geopolitico.

A modificare gli equilibri contribuisce anche la crescente influenza di attori non statuali. Organizzazioni terroristiche, reti criminali transnazionali, grandi gruppi finanziari e compagnie tecnologiche dispongono in alcuni casi di risorse paragonabili, o superiori, a quelle di Stati di media potenza. I governi si trovano così a operare in un sistema nel quale non detengono più il controllo esclusivo delle dinamiche che incidono sulla sicurezza e sull’economia.

Anche la natura delle minacce è cambiata. Ai tradizionali domini terrestre, marittimo e aereo si sono aggiunti lo spazio, il cyberspazio e la dimensione informativa e cognitiva. Le minacce ibride attraversano questi ambienti, producendo effetti che possono trasferirsi da un settore all’altro. Un attacco informatico o una campagna di disinformazione possono incidere sulle istituzioni, sulle attività economiche e sulla percezione collettiva della realtà. La sicurezza richiede pertanto una capacità di lettura multidimensionale, in grado di riconoscere le connessioni tra fenomeni differenti.

La stessa geopolitica ha conosciuto una trasformazione profonda. Alla dimensione tradizionale, legata al territorio e alla sovranità degli Stati, si è affiancata quella economica, alimentata dalla globalizzazione, e successivamente una dimensione digitale sempre più rilevante. Il controllo dei dati e delle infrastrutture fisiche e virtuali costituisce oggi una leva fondamentale di influenza. Parallelamente, la guerra in Ucraina ha riportato in primo piano il valore del territorio e della forza militare convenzionale, mostrando come le nuove forme di competizione convivano con dinamiche strategiche tradizionali.

A rendere il quadro più articolato contribuisce la trasformazione delle alleanze internazionali. Accanto ai rapporti fondati su valori condivisi emergono forme di cooperazione a geometria variabile, nelle quali le convergenze si modificano in funzione degli interessi contingenti. La rilevanza delle identità religiose nelle dinamiche politiche, gli squilibri economici, le pressioni demografiche e le questioni legate alla sostenibilità rappresentano ulteriori fattori di instabilità, le cui conseguenze si intrecciano con quelle delle altre trasformazioni.

Questo scenario incide direttamente sulla capacità decisionale. Gli Stati incontrano difficoltà crescenti nel governare fenomeni che superano i confini nazionali, mentre la velocità degli avvenimenti riduce il tempo disponibile per comprenderli e intervenire. In assenza di informazioni complete, i decisori politici, militari e istituzionali possono essere indotti a rinviare scelte che comportano rischi e responsabilità. Anche la mancata decisione, tuttavia, produce conseguenze, lasciando che siano gli eventi a determinare l’evoluzione delle situazioni.

In questo contesto assume particolare rilievo il rapporto tra essere umano e tecnologia. Le capacità di elaborazione dei dati offerte dall’intelligenza artificiale rappresentano una risorsa importante per affrontare scenari complessi, ma l’efficienza tecnologica non può sostituire la responsabilità umana. Gli strumenti possono sostenere l’analisi e accelerare i processi, mentre il giudizio sulle conseguenze e sulle implicazioni etiche delle decisioni deve rimanere affidato alle persone.

La questione investe anche i fondamenti della convivenza sociale. Dignità della persona, bene comune e solidarietà costituiscono riferimenti essenziali in un contesto nel quale gli interessi economici e le trasformazioni tecnologiche assumono un peso crescente. Le difficoltà attraversate dalle tradizionali agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, pongono inoltre interrogativi sulla capacità di trasmettere alle nuove generazioni valori, strumenti critici e senso di appartenenza alla comunità. Una sfida che coinvolge anche istituzioni come le Forze armate e le organizzazioni religiose.

La risposta a queste trasformazioni passa dall’investimento sul capitale umano. È il principio che orienta l’attività del Centro alti studi per la difesa, concepito come luogo di formazione e confronto aperto ai dirigenti militari italiani, ai rappresentanti di Paesi alleati e amici, alle istituzioni, all’industria e alla società civile. Una dimensione internazionale e intersettoriale che permette di mettere in relazione esperienze differenti, contribuendo alla preparazione delle attuali e future classi dirigenti.

Il percorso si sviluppa attraverso due dimensioni complementari, formazione ed educazione. La prima riguarda l’acquisizione di conoscenze e competenze professionali, alle quali devono affiancarsi capacità trasversali come la visione strategica, il lavoro di gruppo, la gestione dello stress e l’adattamento al cambiamento. In questa direzione opera anche la Leadership and Soft Skills Academy, dedicata al rafforzamento delle competenze necessarie per agire in ambienti complessi.

L’educazione riguarda invece la dimensione dell’essere, attraverso la costruzione di un patrimonio culturale e valoriale. La competenza tecnica deve accompagnarsi all’integrità personale, alla responsabilità e alla consapevolezza del ruolo esercitato nella collettività. L’obiettivo è preparare persone capaci di affrontare problemi articolati senza perdere di vista le conseguenze delle proprie decisioni e il riferimento al bene comune.

Questo approccio richiede una concezione della leadership fondata sull’apprendimento continuo, sulla capacità di adattamento e sul coraggio di decidere. La rapidità delle trasformazioni rende necessario aggiornare costantemente le proprie conoscenze e rimettere in discussione convinzioni consolidate. Nelle situazioni più complesse raramente esistono risposte perfette o informazioni complete, ma chi esercita funzioni di comando deve comunque assumere decisioni ponderate. È una responsabilità particolarmente significativa nell’ambito militare, dove le conseguenze delle scelte possono incidere direttamente sulla vita delle persone.

Altrettanto importanti sono inclusività e umiltà. Nessun individuo possiede da solo tutte le conoscenze necessarie per affrontare problemi multidimensionali. Il confronto tra competenze ed esperienze differenti permette di costruire valutazioni più solide, mentre il lavoro di squadra e il coinvolgimento dell’intero Sistema Paese rappresentano condizioni essenziali per affrontare sfide che nessuna istituzione può governare isolatamente.

Pace e sicurezza si inseriscono in questa prospettiva come responsabilità collettive. La prima richiede un impegno quotidiano, mentre la seconda costituisce una condizione necessaria per lo sviluppo della società. Entrambe dipendono dalla capacità di coltivare conoscenza, integrità e senso di responsabilità, mantenendo al centro la persona.

Per le nuove generazioni, la sfida sarà imparare a interpretare una realtà in continua trasformazione senza rinunciare alla capacità di agire. Preparazione, curiosità, adattabilità e rigore morale costituiscono gli strumenti per affrontare l’incertezza. Le tecnologie continueranno a modificare i processi decisionali, ma la qualità delle scelte dipenderà dalla capacità delle persone di utilizzarle con consapevolezza. La formazione e l’educazione rimangono quindi fondamentali per governare la complessità e preservare il valore delle istituzioni.

Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

16 October 2026 at 13:46

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

Dagli attacchi in pochi minuti all’AI. Come cambia la cybersecurity secondo Campora (Leonardo)

16 October 2026 at 10:35

La velocità degli attacchi informatici, l’impiego dell’intelligenza artificiale e la necessità di rafforzare la cooperazione europea stanno trasformando la cybersecurity. Temi al centro di Cybertech Europe 2026, a Roma, dove Andrea Campora, managing director della Divisione cyber & security solutions di Leonardo e presidente della European cyber security organisation (Ecso), ha approfondito con Airpress l’evoluzione delle minacce, le strategie di difesa e le prospettive dell’industria europea.

La velocità con cui evolvono le minacce informatiche sta diventando un fattore sempre più determinante nella cybersecurity. In che modo il fattore tempo è diventato una variabile centrale nel confronto tra attaccanti e difensori e come Leonardo affronta questa sfida?

Il tempo è diventato uno degli elementi che meglio rappresentano il cambiamento della cybersecurity. Da vent’anni raccontiamo il fenomeno attraverso il volume degli attacchi, ma oggi a cambiare è soprattutto la loro natura. Viviamo in una società caratterizzata da sistemi digitali autonomi, capaci di interagire con l’ambiente e prendere decisioni. La cybersecurity non è più un’attività di confronto tra specialisti umani supportati dalla tecnologia, ma tra sistemi intelligenti supervisionati da umani.

Nel 2018, secondo alcune statistiche, tra la pubblicazione di una vulnerabilità nel registro Cve (Common vulnerabilities and exposures) e il suo primo sfruttamento passavano in media oltre due anni. Oggi parliamo di ore, talvolta di minuti. I large language model utilizzati come agenti possono individuare vulnerabilità, correlarne diverse di minore entità e sfruttarle prima ancora che siano conosciute, in alcuni casi con un’efficacia notevolmente superiore rispetto ai migliori sistemi specializzati. È quello che definiamo tempo negativo.

C’è poi la corsa contro il tempo nella risposta, che coinvolge tecnologia, procedure e persone. Leonardo oltre 200 clienti nel mondo. Quando individuiamo una vulnerabilità presso uno di loro, dobbiamo capire rapidamente quali altri utilizzino tecnologie esposte allo stesso rischio, valutarne gli impatti e aggiornare le procedure operative.

Per questo parliamo di un “sistema immunitario” della cybersecurity. Individuata una minaccia, occorre distribuire immediatamente le contromisure ai clienti e alle istituzioni. La cooperazione oggi è indispensabile e non riguarda soltanto le informazioni, ma anche le capacità. Chi rimane fuori da questo sistema di fiducia rischia di non riuscire più a difendersi efficacemente.

L’intelligenza artificiale sta assumendo un ruolo crescente nella cybersecurity, sia nello sviluppo delle minacce sia nelle capacità di difesa. Come sta cambiando concretamente gli strumenti di protezione e quali vantaggi offre nell’individuazione e nella risposta agli attacchi?

L’introduzione dell’intelligenza artificiale è stata progressiva. Nel nostro Global Cybersec Center utilizziamo da molti anni il machine learning per individuare le minacce. Il vero salto di qualità è stato passare dall’impiego dell’IA per singole funzioni, come la rilevazione o l’automazione della risposta, a un approccio multiagente.

Oggi possiamo avere sistemi composti da agenti intelligenti, ciascuno dedicato a una funzione, che interagiscono per rendere più efficace l’intero processo. Collegare queste attività permette agli agenti di analizzare l’ambiente e coordinare le risposte.

Questo cambia anche l’architettura dei sistemi. Non possiamo più affidarci a molteplici prodotti specialistici che operano separatamente. Serve un’unica piattaforma connessa, nella quale le diverse funzioni dialoghino costantemente. È quello che definiamo piattaformizzazione, ormai fondamentale per garantire una difesa efficace.

Lo Zero trust è uno dei modelli sempre più utilizzati per la protezione dei sistemi informatici. Qual è l’approccio di Leonardo e come si inserisce nel più ampio tema della sovranità tecnologica e della sicurezza europea?

In Leonardo adottiamo quello che Forrester definisce un “approccio di sovranità pragmatica”. Non riteniamo necessario reinventare tutto, ma è fondamentale mantenere il controllo sulle capacità e sulle tecnologie dalle quali dipende realmente la nostra sovranità. Per anni abbiamo discusso della sovranità delle infrastrutture in un contesto nel quale queste ospitavano prevalentemente dati passivi e software dal comportamento deterministico. Oggi, con la diffusione degli agenti intelligenti, il governo del dato assume un’importanza ancora maggiore.

Sul fronte dello Zero Trust abbiamo accelerato lo sviluppo tecnologico anche attraverso operazioni societarie, tra cui l’acquisizione della svedese Axiomatics, specializzata nell’autorizzazione, e l’ingresso nel capitale della finlandese SSH, attiva nell’autenticazione e nella sicurezza, di cui Leonardo è diventata il maggiore azionista con il 24,55%.

Lo Zero Trust rappresenta una risposta all’evoluzione delle minacce. Se consideriamo la possibilità di una violazione come un presupposto, dobbiamo abbandonare la fiducia implicita e verificare costantemente identità e dispositivi. Ma anche questo modello deve evolvere. Quando migliaia di agenti possono attaccare contemporaneamente alla velocità delle macchine, lo Zero trust deve utilizzare l’intelligenza artificiale per garantire verifiche altrettanto rapide.

Un altro elemento fondamentale è l’observability, cioè la capacità di valutare i comportamenti. Come possiamo stabilire se un agente con credenziali legittime stia agendo correttamente, soprattutto quando non c’è una persona dietro le sue azioni? Occorre confrontarne il comportamento con criteri e policy prestabiliti.

Se, per esempio, io accedessi nel cuore della notte al file system di un server senza avere responsabilità tecniche che lo giustifichino, il sistema dovrebbe riconoscere un comportamento potenzialmente anomalo. È questa l’evoluzione dello Zero trust in un mondo nel quale, usando una metafora, il nuovo perimetro della sicurezza è l’identità.

Nel contesto di sicurezza attuale, segnato anche dalle tensioni ai confini europei, gli attacchi informatici rappresentano una minaccia sempre più rilevante. Quanto è importante rafforzare il coordinamento tra Paesi, istituzioni e aziende europee per costruire una risposta comune e accrescere la consapevolezza dei rischi cyber?

Riprendo una riflessione dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö, autore di un rapporto sulla preparazione europea in materia di sicurezza e difesa. Le minacce non si fermano ai confini nazionali. La responsabilità della sicurezza appartiene ai singoli Stati, ma questo si concilia difficilmente con la natura transfrontaliera degli attacchi. Condividere le risposte significa renderle più efficaci.

Un esempio riguarda la proposta della Commissione europea di introdurre un single entry point per la segnalazione degli incidenti. Se una multinazionale opera in tutti i 27 Paesi dell’Unione e subisce un attacco, non dovrebbe presentare 27 comunicazioni separate alle rispettive autorità nazionali. Basterebbe un’unica segnalazione, condivisa secondo criteri prestabiliti.

La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi Paesi. È un esempio degli ostacoli non soltanto tecnologici, ma anche culturali e organizzativi. Anche come European cyber security organisation (Ecso), che presiedo, abbiamo sostenuto la necessità di superare queste frammentazioni.

C’è poi la competitività industriale. In un mercato globale, la massa critica degli investimenti è determinante. In alcuni comparti tecnologici l’Europa ha perso terreno, mentre nella cybersecurity siamo ancora competitivi. Per mantenere questa posizione servono investimenti condivisi e alleanze europee. Altrimenti, la marginalizzazione diventerà una certezza. La questione sarà soltanto capire in quanti anni.

Guardando all’Italia e all’Europa, quanto siamo realmente preparati a difenderci dagli attacchi informatici? Qual è il livello di protezione raggiunto dalle istituzioni, dalle grandi imprese e dalle aziende più piccole della filiera, considerando anche le conseguenze che un attacco a un’infrastruttura pubblica può avere sull’intero sistema?

La direttiva Nis2 ha rappresentato un importante salto di qualità. Uno dei suoi meriti è aver chiarito ai consigli di amministrazione che la responsabilità della sicurezza informatica non può essere semplicemente delegata, ma rimane in capo agli organi di governo delle imprese. Questo principio, insieme alle altre misure, ha accelerato il cambiamento. Rimane il problema di un’applicazione disomogenea tra i Paesi europei, ma il bilancio è positivo.

Anche l’esperienza di Leonardo dimostra che l’Europa dispone ancora di capacità importanti. Penso al nostro coinvolgimento nel programma Gcap (Global combat air programme) per il caccia di sesta generazione, dove ci occupiamo non soltanto di cybersecurity, ma anche della gestione del dato. Queste esperienze hanno rafforzato la nostra posizione nelle gare europee, presso la Commissione e le altre istituzioni, fino al programma Protected business network della Nato, al quale partecipiamo insieme ad Accenture per accompagnare la trasformazione dell’infrastruttura digitale  per circa 29.000 utenti dell’Alleanza verso il cloud.

La cybersecurity non è soltanto tecnologia. Comprende una componente significativa di servizi e competenze umane, un ambito nel quale l’Europa e le sue università mantengono una posizione di forza. Abbiamo degli svantaggi, ma la competizione è ancora aperta. Sul fronte della protezione, la semplificazione rimane fondamentale.

Resta una preoccupazione legata al nuovo European competitiveness fund, che, a differenza del precedente strumento, non prevede una voce di finanziamento autonoma per la cybersecurity. La sicurezza informatica potrà trovare spazio in programmi più ampi, ma quando viene messa in competizione con altre priorità non è detto che ottenga risorse sufficienti.

Su questo tema abbiamo scritto una lettera aperta alla Commissione europea e contiamo di proseguire il confronto. Non si tratta soltanto di budget, ma della necessità di riconoscere alla protezione cyber una propria autonomia progettuale.

Risiko industriale su KNDS. Berlino adesso punta sul controllo alla pari con Parigi

15 October 2026 at 16:49

Il governo tedesco starebbe valutando di acquistare l’intera quota del 50% che le famiglie Bode e Braunbehrens detengono in KNDS, il gruppo franco-tedesco che produce i carri Leopard 2 e Leclerc. Se l’operazione andasse in porto, la quotazione in Borsa (finora nei piani) verrebbe definitivamente accantonata e KNDS diventerebbe un’azienda interamente in mano pubblica, con i governi di Francia e Germania al 50% ciascuno. Dopo le reticenze iniziali, Berlino si sarebbe adesso convinta a rilevare l’intera quota, nel tentativo di porsi allo stesso livello di Parigi e di presidiare direttamente un attore cruciale per i piani di riarmo della Bundeswehr.

Cosa è successo

Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, la holding Wegmann & Co., posseduta dalle famiglie Bode e Braunbehrens, avrebbe rinunciato all’idea di una quotazione in borsa della società e sarebbe pronta a cedere tutte le sue azioni allo Stato federale tedesco. Il governo di Berlino, sempre secondo il giornale, “in assenza di alternative” riterrebbe sensato rilevare l’intera quota.

Il dossier KNDS è sul tavolo del governo tedesco da oltre un anno. Nell’estate del 2025 le famiglie Bode e Braunbehrens avevano informato Berlino di essere pronte a cedere parte della loro quota e il governo aveva iniziato a studiare l’acquisto del 25,1%. È la soglia che permette a un socio di porre il veto sulle delibere più importanti, che generalmente richiedono una maggioranza qualificata. A maggio, il governo tedesco ha trovato un accordo sul 40%, dopo uno scontro tra il ministro della Difesa Boris Pistorius, che puntava alla piena parità con Parigi, e il cancelliere Friedrich Merz, che con la ministra dell’Economia Katherina Reiche avrebbe preferito fermarsi al 30%. A giugno il governo aveva ufficializzato la decisione, prefigurando uno scenario che avrebbe visto l’arrivo in Borsa con Berlino e Parigi al 40% ciascuna, mentre il restante 20% sarebbe andato sul mercato. All’epoca, il Der Spiegel stimava per Berlino un esborso fino a 7,2 miliardi di euro per completare l’operazione.

I mercati, però, non hanno collaborato. A inizio luglio, pochi giorni dopo aver annunciato la quotazione a Parigi e Francoforte, KNDS ha rinviato lo sbarco in Borsa. I titoli della difesa erano in calo e, secondo il Financial Times, gli azionisti avrebbero faticato a convincere gli investitori ad accettare una valutazione superiore ai 12 miliardi di euro. A inizio ottobre l’amministratore delegato Jean-Paul Alary ha ribadito all’Handelsblatt che l’Ipo è “sospesa, ma non annullata” e nel frattempo, secondo Bloomberg, il fondo americano Warburg Pincus avrebbe avviato colloqui con la famiglia per rilevare una quota rilevante. Uno scenario che a Berlino, evidentemente, non deve essere piaciuto. 

Che cos’è KNDS e com’è composto l’azionariato

KNDS nasce nel 2015 dalla fusione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter, con sede legale ad Amsterdam. Specializzata nella difesa terrestre, produce, oltre ai Leopard 2 e ai Leclerc, il veicolo da combattimento Puma, i blindati Boxer, l’obice Pzh 2000 e i semoventi Caesar. Nel 2025 ha fatturato 4,4 miliardi di euro (in crescita del 16% rispetto al 2024). Per il 2026 punta a una crescita del 30%, dispone già di un portafoglio ordini di circa 33 miliardi e impiega circa 11mila persone su 34 siti produttivi nel mondo, undici dei quali in Germania. Ad oggi, il suo capitale è diviso a metà: il 50% fa capo allo Stato francese, tramite Giat Industries, mentre l’altro 50% appartiene alla holding Wegmann, che riunisce le famiglie tedesche Bode e Braunbehrens. Proprio questa ripartizione, perfettamente paritetica, era stata un elemento fondamentale per la riuscita dell’intesa del 2015. 

Le ragioni di Berlino

Più di una ragione spingerebbe Berlino, al netto delle iniziali resistenze dell’esecutivo, a procedere con l’operazione. La prima è politica e riflette la volontà tedesca di giocare un ruolo più assertivo nella dirigenza della società, che da parte francese è detenuta direttamente dal governo di Parigi. Così facendo, Berlino potrebbe far valere le sue ragioni senza passare per un intermediario privato, bilanciando la presenza pubblica francese. La seconda ragione è di natura strategico-industriale. KNDS Deutschland (la ex Krauss-Maffei Wegmann con sede a Monaco) è tra i principali fornitori della Bundeswehr e gioca un ruolo cruciale nei piani di riarmo tedesco. Con il 50% delle azioni, Berlino si garantirebbe un perimetro importante di sovranità su un’industria strategica, evitando peraltro l’inserimento di attori esterni, chiaramente indesiderati in questa fase. Allo stesso tempo, rinunciare alla quotazione in Borsa permetterebbe di mantenere le attività del gruppo più strettamente legate alle esigenze dello Stato

Sullo sfondo di questo Risiko societario c’è un rapporto industriale franco-tedesco già molto teso. A giugno il programma congiunto con Parigi per sviluppare un nuovo caccia di sesta generazione (lo Scaf/Fcas) è definitivamente naufragato, dopo anni di attriti con i partner francesi circa la ripartizione del workshare del progetto. Adesso, Berlino starebbe valutando di inserirsi nel programma Gcap di Italia, Regno Unito e Giappone, mentre Parigi ha deciso di optare per una soluzione interamente nazionale (in altre parole, un Rafale 2.0). A inizio mese, poi, ha fatto scalpore la dichiarazione del generale Fabien Mandon, capo di Stato maggiore francese, che, riferendo al parlamento, ha affermato che Berlino ha intenzione di ritirarsi anche dal programma Mgcs (Main ground combat system), noto altresì come il futuro carro europeo. Il ministero della Difesa tedesco ha smentito tale versione, aggiungendo che la Germania resta impegnata in una “partnership paritaria”, stoccata neanche troppo velata alle ragioni che hanno portato al fallimento dello Scaf. 

Hegseth vuole milioni di droni. Come cambia la strategia militare americana

15 October 2026 at 16:04

Il Pentagono punta a investire altri 50 miliardi di dollari per accelerare la produzione di massa dei droni militari. La richiesta, avanzata dal segretario alla Difesa Pete Hegseth durante l’Ausa annual meeting di Washington, punta a sostenere un obiettivo ambizioso. Rendere disponibili centinaia di migliaia di sistemi autonomi e arrivare, negli anni successivi, a produzioni nell’ordine dei milioni. Una prospettiva che mostra come gli Stati Uniti intendano attribuire alla capacità industriale un peso crescente nella costruzione della propria superiorità militare.

La nuova dimensione della massa

La diffusione dei droni sta modificando il modo in cui gli eserciti valutano il rapporto tra costo ed efficacia delle capacità militari. Accanto alle piattaforme avanzate, destinate a operare per decenni, cresce l’importanza di sistemi relativamente economici, prodotti rapidamente e impiegabili anche in missioni ad alto rischio. Per Washington, disporne in grandi quantità significa poter sostenere operazioni prolungate senza dipendere esclusivamente da mezzi costosi e difficili da sostituire.

La quantità diventa così una componente della superiorità tecnologica. Un drone sofisticato conserva il proprio valore, ma la possibilità di schierare numerosi sistemi meno complessi offre ulteriori opzioni operative. Questa impostazione richiede una capacità produttiva in grado di rifornire continuamente le Forze armate, facendo dei ritmi industriali un elemento sempre più importante della pianificazione militare.

Industria e organizzazione militare

La richiesta di Hegseth si inserisce in una strategia più ampia. La proposta di bilancio della Difesa per il 2027 prevede già 53,6 miliardi di dollari per il programma Drone dominance, che comprende sia l’acquisizione di sistemi senza equipaggio sia lo sviluppo di capacità per contrastarli. I nuovi finanziamenti, ancora subordinati all’approvazione del Congresso, dovrebbero sostenere ulteriormente questa trasformazione.

Il cambiamento interessa anche l’organizzazione militare. Con Project agincourt e il futuro Autonomous warfare command, il Pentagono intende accelerare l’introduzione delle nuove tecnologie nelle unità operative. L’obiettivo è ridurre la distanza tra sviluppo industriale e impiego sul campo, coinvolgendo anche produttori esterni alla tradizionale industria della difesa. La capacità di innovare rapidamente assume così un’importanza paragonabile a quella di produrre su larga scala.

Dagli investimenti alle capacità

Produrre milioni di droni richiede tuttavia molto più delle risorse finanziarie. Occorrono filiere in grado di garantire volumi elevati a costi sostenibili, senza compromettere l’affidabilità dei sistemi. Il programma americano per circa 340mila piccoli droni, con obiettivi di progressiva riduzione del prezzo unitario, mostra come Washington stia cercando di creare le condizioni economiche necessarie per una produzione continuativa.

È su questo terreno che l’ambizione americana dovrà tradursi in risultati. La disponibilità di grandi quantità di sistemi autonomi può ampliare le capacità delle Forze armate, ma il loro valore dipenderà dall’effettiva integrazione nelle operazioni. La produzione industriale diventa quindi parte integrante della capacità di sostenere un conflitto, mentre la velocità con cui i nuovi sistemi possono essere realizzati e sostituiti assume un’importanza crescente rispetto alle sole prestazioni delle singole piattaforme.

Come si costruisce la sicurezza digitale. Le voci dell’industria a Cybertech

15 October 2026 at 15:48

Dall’intelligenza artificiale alla protezione delle infrastrutture digitali, fino alla sicurezza delle filiere produttive. A Cybertech Europe 2026, il 13 e 14 ottobre alla Nuvola di Roma, grandi gruppi internazionali, imprese specializzate e startup hanno portato esperienze e soluzioni differenti, offrendo uno spaccato delle trasformazioni che attraversano il settore. Con Leonardo nel ruolo di main partner, la manifestazione ha messo in evidenza le opportunità dell’innovazione tecnologica, tra sistemi da aggiornare, nuove minacce e risorse limitate. Airpress ha incontrato alcune delle realtà presenti alla fiera, dalle grandi multinazionali alle aziende emergenti, per comprendere quali siano oggi le priorità del settore su cui l’industria sta investendo per rispondere a minacce sempre più rapide e articolate.

Oltre la tecnologia, il problema dei processi

Molte delle vulnerabilità sfruttate dagli attaccanti sono già conosciute. Eppure, continuano a rappresentare un problema per le organizzazioni, soprattutto quando tecnologie e processi non riescono a evolvere con la stessa velocità delle minacce. Lo spiega Dolman Aradori, vice president e head of Cybersecurity di NTT DATA Italia, secondo cui “l’elemento principale spesso dal punto di vista tecnologico è proprio l’aggiornamento”. A complicare il quadro interviene l’organizzazione interna. “Ancora oggi spesso si lavora con silos separati, diversi processi, ognuno guarda il proprio pezzo”, osserva Aradori. La risposta richiede quindi un maggiore coordinamento, accompagnato dall’integrazione tra le tecnologie dei grandi fornitori e le soluzioni innovative sviluppate anche dalle startup.

Un perimetro di sicurezza sempre più ampio

L’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui le aziende costruiscono le proprie difese. L’arrivo dei sistemi agentici, capaci di compiere operazioni in autonomia, impone di proteggere anche le decisioni e gli accessi delle macchine. “Sicurezza e networking non sono più due cose separate”, spiega Renzo Ghizzoni, country leader Sales security di Cisco Italia. La strategia passa dall’integrazione della protezione direttamente nelle reti e nelle applicazioni, limitando le possibilità di movimento di eventuali attaccanti. Ma la diffusione delle nuove tecnologie non procede ovunque allo stesso ritmo. Se nelle grandi organizzazioni l’introduzione dell’IA è generalmente più controllata, nelle Pmi rimane “molto più frammentata e molto meno governata”. Una differenza che, secondo Ghizzoni, richiede soluzioni accessibili e un’offerta più strutturata.

La velocità della risposta

Il tempo è diventato un fattore determinante nella difesa informatica. Luca Nilo Livrieri, senior director, Sales engineering southern Europe di CrowdStrike, richiama un dato particolarmente significativo. “L’ultimo tempo mappato di breakout time di un attaccante abbiamo visto un record di 27 secondi”. Un intervallo che riduce drasticamente le possibilità di intervento e spinge verso l’automazione delle operazioni di sicurezza. I Soc agentici consentono infatti di affidare all’IA parte delle attività di rilevamento, investigazione e contenimento delle minacce. L’obiettivo è raggiungere una risposta “a velocità macchina”, mantenendo però il controllo sulle decisioni più delicate. “Secondo noi si dovrebbe avere un umano soprattutto nelle fasi più critiche”, precisa Livrieri. Il risultato è un diverso impiego degli specialisti, che possono concentrarsi sulla supervisione e sulla gestione degli incidenti più complessi.

La sicurezza come responsabilità condivisa

La protezione delle grandi organizzazioni dipende anche dalla capacità dei loro fornitori di adottare misure adeguate. È su questa interdipendenza che si concentra ResilientX Security, startup nata nel 2022 e oggi operativa a Torino, specializzata nella conformità alle normative europee e nella sicurezza delle catene di fornitura. “Servono soluzioni molto più collaborative tra il cliente e il fornitore”, spiega il ceo Jim Biniyaz. Le imprese più piccole dispongono spesso di risorse limitate, mentre un incidente che coinvolge un fornitore può avere conseguenze sull’intera organizzazione cliente. Per questo è necessario lavorare con le grandi aziende offrendo strumenti anche alle Pmi della loro filiera. “Aiutando la loro catena, i loro fornitori, andiamo ad aiutare i nostri clienti”, osserva Biniyaz. Un approccio che lega la sicurezza delle singole imprese alla resilienza complessiva del sistema produttivo.

Quando il rischio diventa una questione economica

Un altro ostacolo riguarda la difficoltà delle imprese nel comprendere quanto possa costare un incidente informatico. Secure Future Group, società italiana guidata da Lorenzo Roberto Mazzei, ha sviluppato una piattaforma per quantificare le possibili perdite economiche derivanti dalle minacce cyber. “Quasi sempre la quantificazione del rischio economico è al massimo quella della multa”, osserva Mazzei, evidenziando come spesso vengano trascurati i costi legati all’interruzione delle attività e al ripristino dei sistemi. Il problema assume un peso particolare nelle aziende di medie dimensioni, dove perdite inferiori in termini assoluti possono incidere maggiormente sulla capacità di ripresa. Tradurre il rischio in un valore economico permette così di avvicinare il linguaggio dei responsabili della sicurezza a quello del management, rendendo più consapevoli le decisioni sugli investimenti.

Dalle tecnologie sviluppate dai grandi gruppi alle soluzioni delle realtà emergenti, Cybertech Europe restituisce l’immagine di un settore nel quale la capacità di innovare deve confrontarsi con quella di rendere le difese concretamente applicabili. Perché proteggere un’organizzazione significa anche conoscere le proprie vulnerabilità e coordinare le risposte da dover prendere.

La minaccia dei droni evolve più in fretta delle difese. Scrive il gen. Preziosa

15 October 2026 at 13:20

L’impiego dei droni nella guerra in Ucraina sta accelerando l’innovazione tecnologica e l’evoluzione delle modalità operative, ponendo interrogativi sulle possibili ricadute per gli attori non statali. Siamo in presenza di un processo di trasformazione che supera il perimetro del conflitto: tecnologie, competenze ed esperienze maturate dalle forze armate possono essere studiate e adattate anche da organizzazioni terroristiche e criminali, con conseguenze sulla sicurezza dei territori e sulla protezione delle popolazioni. Nel teatro ucraino, questa evoluzione si manifesta nell’aumento del numero di droni impiegati, nella specializzazione delle loro funzioni e nella crescente integrazione con le altre componenti della forza. Alla ricognizione si affiancano l’attacco, la correzione del tiro e l’intercettazione di altri droni. Il Ministero della Difesa ucraino ha documentato, anche nel 2026, l’introduzione di nuovi sistemi destinati a operare a differenti distanze e a contrastare i mezzi aerei senza pilota avversari. Si delinea una capacità sempre più articolata, nella quale l’efficacia del singolo drone dipende anche dalla rete che collega sensori, decisori e strumenti d’intervento, consentendo di tradurre le informazioni raccolte in azioni coordinate. La trasformazione più significativa riguarda il ritmo dell’adattamento. Justin Bronk e Jack Watling, in uno studio del Royal United Services Institute, hanno evidenziato come l’efficacia dei droni dipenda dall’aggiornamento di software, sensori, comunicazioni e modalità di funzionamento, mentre l’avversario perfeziona le contromisure. Per la fattispecie, questi aggiornamenti possono rendersi necessari nell’arco di sei-dodici settimane. La capacità operativa dipende quindi anche dalla rapidità con cui l’esperienza del combattimento viene tradotta in modifiche tecniche e organizzative. Un’ulteriore direttrice riguarda la riduzione della vulnerabilità alle interferenze e lo sviluppo di funzioni che richiedono un minore intervento dell’operatore. Si tratta di evoluzioni distinte: i collegamenti in fibra ottica riducono la vulnerabilità del canale di comando al disturbo radio, mentre l’automazione e l’autonomia di specifiche funzioni modificano il rapporto fra operatore e sistema. Nel giugno 2026, il Ministero della Difesa ucraino ha annunciato prove in combattimento di droni intercettori nei quali l’operatore seleziona il bersaglio e autorizza l’ingaggio, mentre il sistema esegue autonomamente le successive fasi dell’intercettazione. Secondo quanto dichiarato, la decisione iniziale resta dunque umana, mentre l’esecuzione viene affidata in larga misura al sistema. Questi sviluppi interessano anche gli attori non statali. Organizzazioni terroristiche e criminali possono osservare le soluzioni tecnologiche e le modalità d’impiego adottate dalle forze armate, selezionando e adattando quelle compatibili con le proprie risorse e finalità. Non occorre riprodurre un’intera capacità militare per ottenere un vantaggio: un miglioramento nella sorveglianza, nell’affidabilità dei mezzi o nel coordinamento delle attività può essere sufficiente a rafforzare la capacità d’azione di un gruppo in un determinato territorio. La disponibilità di tecnologie commerciali consente inoltre di condurre sperimentazioni proprie, nelle quali l’innovazione nasce dall’adattamento di strumenti già accessibili a esigenze operative specifiche. Occorre però collocare questa evoluzione in una prospettiva storica più ampia. Già dal 2001, in Afghanistan, l’impiego statunitense dei Predator armati con missili Hellfire nelle operazioni contro al-Qaeda e le forze talebane aveva mostrato il valore operativo della combinazione fra sorveglianza persistente e capacità di attacco a distanza.

Anche l’impiego terroristico dei droni precede l’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina del 2022. Nell’ottobre 2016, in Iraq, un drone contenente esplosivo impiegato dallo Stato islamico provocò la morte di due combattenti curdi e il ferimento di due militari francesi. Nel gennaio 2017, il Combating Terrorism Center di West Point presentò un’analisi di ventuno documenti interni recuperati a Mosul, relativi al programma droni dell’organizzazione. Fra gli autori figurava Don Rassler, ricercatore e direttore delle iniziative strategiche del Centro, che nel 2018 avrebbe approfondito l’approvvigionamento, le dimensioni e le prospettive di questa capacità. Emergeva un programma organizzato, sostenuto da procedure di gestione e acquisizione dei mezzi, ben prima dell’accelerazione tecnologica osservata nel conflitto ucraino.

La guerra in Ucraina può dunque essere considerata un acceleratore dell’innovazione e della diffusione di conoscenze e modalità d’impiego, all’interno di un fenomeno già esistente. L’esperienza africana ne mostra l’estensione geografica e operativa. L’Africa Center for Strategic Studies ha documentato l’impiego di droni per lo sgancio di ordigni da parte di gruppi jihadisti nel Sahel, segnalando anche un attacco attribuito al Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, contro postazioni militari a Djibo, in Burkina Faso, nel febbraio 2025. Nel briefing delle Nazioni Unite del 5 agosto 2026 è stato inoltre richiamato il crescente utilizzo di droni commerciali da parte della Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (ISWAP), nel quadro di una valutazione più ampia che identifica nell’impiego di sistemi aerei senza pilota e nel loro adattamento a funzioni offensive da parte di organizzazioni terroristiche una minaccia operativa significativa. Sul versante criminale, un recente contributo di Ed Timperlake, pubblicato su Defense.info con il titolo An Intel Alert So There Is No 21st Century Pearl Harbor, richiama l’attenzione su un episodio messicano. Il 5 ottobre 2026, a El Rosario, nello Stato di Sinaloa, l’esercito ha individuato un accampamento riconducibile alla criminalità organizzata. Secondo la ricostruzione di Sebastián Martínez su Luz Noticias, sono stati sequestrati quindici droni, altrettanti dispositivi di controllo, quindici rotoli di fibra ottica per droni e quarantadue ordigni esplosivi improvvisati, insieme ad armi e munizioni. La compresenza di questi materiali rappresenta un segnale concreto della diffusione di capacità tecnologiche e operative che rendono sempre più stretto il rapporto fra difesa e sicurezza interna. La possibilità che organizzazioni criminali acquisiscano mezzi e adattino modalità d’impiego sperimentate nei conflitti impone una riflessione sulle implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati. Anche in Europa il problema è riconosciuto: già nel 2023 la Commissione europea rilevava l’utilizzo criminale dei droni nel contrabbando transfrontaliero e nel traffico di stupefacenti. 

Che cosa possiamo attenderci? Anzitutto, sul versante della risposta istituzionale, sarà necessario rafforzare le capacità di sorveglianza degli Stati e diffondere strumenti di individuazione e contrasto dei droni presso le forze dell’ordine, in coordinamento con le autorità aeronautiche e la difesa. Già in occasione dell’apertura del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, a Roma, furono adottate misure di protezione dello spazio aereo che comprendevano esplicite restrizioni al volo dei droni. L’evoluzione della minaccia richiede oggi di aggiornare mezzi, competenze e procedure, superando le disomogeneità nelle capacità di risposta dei diversi apparati. Le implicazioni dipendono anche dalle finalità perseguite. Per la criminalità organizzata, i droni possono rafforzare la protezione dei traffici, il controllo territoriale e l’intimidazione, per le organizzazioni terroristiche, possono favorire una più stretta integrazione fra osservazione, azione violenta e propaganda, al servizio di obiettivi politici e ideologici. Anche un’organizzazione criminale può ricorrere a modalità terroristiche, quando la violenza assume una dimensione e una finalità di intimidazione della popolazione o di coercizione dei poteri pubblici. Tale carattere non deriva però automaticamente dal mezzo utilizzato. Comprendere gli obiettivi e le modalità con cui ciascuna organizzazione impiega i droni è quindi necessario per predisporre risposte adeguate. La partita riguarda inoltre l’asimmetria fra il costo dell’azione ostile e quello della protezione. Un episodio circoscritto può imporre sospensioni delle attività, controlli prolungati e l’impiego di risorse considerevoli. La valutazione del rischio deve quindi comprendere le conseguenze economiche, organizzative e psicologiche, soprattutto quando sono coinvolti servizi essenziali. Per un attore ostile, generare incertezza e provocare interruzioni può rappresentare un risultato significativo anche quando il danno materiale resta limitato. Questa asimmetria rende ancora più importante riconoscere tempestivamente l’evoluzione della minaccia. Acquista significato, sul piano dell’intelligence, il richiamo di Timperlake a Pearl Harbor: la disponibilità di informazioni parziali serve a poco se non si riesce a collegarle, interpretarle e tradurle in preparazione operativa. Il precedente storico invita a verificare l’adeguatezza delle categorie con cui interpretiamo i segnali e delle procedure con cui reagiamo. Timperlake distingue inoltre la protezione di singoli obiettivi dalla difesa di spazi più ampi, ponendo una questione rilevante anche per la sicurezza interna: la protezione di alcune strutture deve inserirsi in una capacità più estesa di sorveglianza, valutazione e intervento sul territorio.

La risposta richiede intelligence, cooperazione istituzionale e capacità di adattamento. Occorre comprendere chi acquisisce i mezzi, quali competenze possiede, come finanzia l’attività e quali finalità persegue. Le informazioni ricavate da sequestri, segnalazioni e incidenti devono essere condivise e messe in relazione attraverso la collaborazione fra forze di polizia, autorità aeronautiche e responsabili delle infrastrutture. La Commissione europea ha già sottolineato la necessità di procedure chiare e responsabilità definite per rendere efficace questo coordinamento.

Per l’Italia e per l’Europa, le esperienze messicane, mediorientali e africane offrono elementi da confrontare con le evidenze raccolte nei rispettivi territori. Pur senza dimostrare l’esistenza di analoghe capacità di attentato sul suolo europeo, richiamano la necessità di seguire la diffusione di tecnologie e competenze, rispetto alla quale la distanza geografica non costituisce una garanzia di protezione. La sicurezza oggi è un processo continuo di osservazione, valutazione e adattamento. Gli attori non statali partecipano già alla trasformazione tecnologica, apprendendo dall’esperienza altrui e sperimentando soluzioni proprie. Potremmo definirla una forma di «realismo adattivo al contrario»: la capacità di leggere i rapporti di forza e adeguare mezzi e comportamenti viene esercitata anche da chi minaccia la sicurezza. La questione decisiva diventa allora la velocità relativa dell’apprendimento: quanto rapidamente le istituzioni riescano a riconoscere il cambiamento e a tradurlo in preparazione, tenendo il passo con l’adattamento degli attori ostili e, dove possibile, anticipandolo. Dobbiamo mantenere la lucidità strategica e operativa, agendo prima che il ritardo nella comprensione si trasformi in vulnerabilità.

Energia e competitività. Quale menù per il prossimo Consiglio europeo

13 October 2026 at 16:42

Sono quattro gli argomenti che verranno trattati nel prossimo Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre: competitività, energia, guerre, migranti. Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever chiedono ad António Costa, in vista del Consiglio, di assumere una serie di iniziative concrete. Troppo forti le preoccupazioni dei singoli paesi sulla situazione internazionale che impatta sulle economie, oltre al fatto che esiste l’esigenza reale di tutta l’Ue di vedere un’accelerazione su comparti nevralgici come la competitività e su una crisi dagli esiti ancora incerti, come quella energetica legata alla situazione nel golfo.

Nella missiva rivolta al Presidente del Consiglio europeo, il Presidente del Consiglio, il Cancelliere tedesco e il Primo Ministro belga, dopo la riunione del gruppo informale degli “Amici della competitività” della scorsa settimana, invitano a approfondire tre strade. Ovvero: una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione; un freno contro nuovi oneri burocratici; una riduzione generalizzata degli obblighi di ‘reporting’ Ue, soprattutto per le Pmi. Inoltre si fa specifico riferimento al collegamento tra semplificazione, caro energia e competitività industriale.

Il tema energetico è connesso alla cosiddetta tabella di marcia “One Europe, One Market” agli elevati prezzi dell’energia e agli squilibri macroeconomici globali, in particolare con la Cina. Si attendono a questo proposito “misure a breve termine”, come ad esempio la possibilità che il Consiglio europeo chieda alla Commissione di presentare ulteriori misure senza dimenticare la connessione con il macro tema dei rapporti con la Cina, visto e considerato che la scorsa settimana nella plenaria di Strasburgo è stata votata una risoluzione che inasprisce i meccanismi di difesa delle industrie europee rispetto all’invasività di super players esterni. Al secondo posto delle analisi ci sarà il cosiddetto dossier “difesa e sicurezza” legato a tre criticità: gli attacchi ibridi russi in Europa e la relativa risposta dell’Ue, la situazione in Medio Oriente con lo status quo in Libano, Iran, Gaza e Cisgiordania, e la criticità nello Yemen, dove la situazione “si è estesa e aggravata”.

Ma non è tutto, perché il consiglio analizzerà anche il dossier migranti e la gestione delle crisi migratorie nella consapevolezza che, come ammesso da un funzionario Ue, “il numero di ingressi irregolari nell’Ue è in costante calo da cinque anni cosa che dimostra che le misure adottate dall’Unione per contrastare tali ingressi sono efficaci e stanno funzionando”. Infine il tema dell’allargamento e delle riforme, con particolare attenzione al Montenegro, che è l’unico candidato che vede vicino il traguardo visto che il relativo trattato di adesione è in fase di elaborazione. Andranno quindi valutate le clausole di salvaguardia con le relative conseguenze.

A proposito di bilanci e prossimo Quadro finanziario pluriennale va segnalata la posizione della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola secondo cui “non possiamo fare di più con meno, se vogliamo che l’Europa ottenga risultati concreti, deve disporre del necessario sostegno finanziario”, per cui “dobbiamo garantire che le priorità che stiamo realizzando – quelle che i cittadini ci chiedono di portare avanti – siano accompagnate dai finanziamenti adeguati”.

Spazio, così il gruppo ceco Csg punta alle orbite

13 October 2026 at 16:35

Il gruppo ceco della difesa Csg ha acquisito una partecipazione del 9,5% in Mda Space, società canadese attiva nelle tecnologie spaziali, diventandone il maggiore azionista. L’operazione si inserisce nel percorso di espansione del gruppo industriale europeo nei comparti spaziale e aerospaziale, e affiancherà le attività preesistenti nel settore della difesa convenzionale. Mda Space, quotata alle Borse di Toronto e New York, sviluppa tecnologie e servizi nei sistemi satellitari, nella robotica spaziale e nell’intelligence geospaziale. La società opera sia sul mercato commerciale sia in quello governativo e conta oltre 4mila dipendenti.

La partecipazione sarà detenuta attraverso una società controllata dedicata e la stessa Csg ha dichiarato che intende valutare ulteriori possibili forme di collaborazione industriale con Mda Space, tra cui investimenti congiunti in impianti di produzione o assemblaggio in Europa, partnership in operazioni di acquisizione e iniziative per ampliare la presenza commerciale internazionale della società canadese attraverso la propria rete di clienti.L’investimento segue altre operazioni di venture capital realizzate da Csg attraverso il fondo Tech Horizons VC, che ha già investito nella britannica SatVu e nella tedesca Atmos Space Cargo.

Un team dedicato allo sviluppo delle attività spaziali

Contestualmente, il gruppo ha costituito un team dedicato allo sviluppo delle attività spaziali. La struttura sarà guidata da Ladislav Stahl, nominato Head of space strategy and technology, e Filip Kocián, che assumerà il ruolo di Space director for corporate development. Alla squadra si unirà anche Cameron McKenzie, dirigente canadese con oltre trent’anni di esperienza nei settori aerospaziale e della difesa, in qualità di senior advisor per il Canada.

Stahl ha già ricoperto incarichi nell’ambito dell’intelligence e della sicurezza spaziale presso la Nato e ha diretto in precedenza il Centro satellitare della Repubblica Ceca. Kocián ha maturato esperienza negli investimenti, nelle fusioni e acquisizioni e nello sviluppo aziendale nell’industria spaziale, mentre McKenzie ha lavorato in precedenza presso L3Harris Technologies, Cae e la Canadian commercial corporation.

Le prospettive dell’economia spaziale

L’iniziativa si colloca nella strategia di lungo periodo di Csg per ampliare le proprie competenze oltre i comparti tradizionali della difesa e dell’aerospazio. Secondo le stime elaborate dal gruppo, la space economy globale potrebbe raggiungere un valore di 1.800 miliardi di dollari entro il 2035. Nel 2025, la spesa pubblica globale per la sola difesa spaziale è stata pari a circa 74 miliardi di dollari.

“Vogliamo essere un azionista strategico di lungo periodo e vediamo un significativo potenziale di crescita congiunta per Mda Space e Csg”, ha dichiarato Michal Strnad, presidente del consiglio di amministrazione di Csg, che ha inoltre indicato che l’investimento potrà contribuire ad ampliare l’offerta di prodotti destinata ai clienti del gruppo.

Mike Greenley, amministratore delegato di Mda Space, ha accolto l’ingresso di Csg nella compagine azionaria, sottolineando il contributo che un investitore industriale europeo può offrire all’espansione della società. Greenley ha inoltre indicato il rafforzamento della rete di investitori e partner commerciali in Europa tra gli elementi legati all’operazione. Stanislav Kuba, direttore degli investimenti di Csg, ha spiegato che l’espansione nel settore spaziale si basa su una strategia industriale di lungo periodo e sulla disciplina finanziaria. La creazione del team dedicato e l’investimento in Mda Space, ha affermato, consentiranno al gruppo di sviluppare competenze interne e di acquisire una partecipazione diretta nel settore.

Tecnologie, industria e nuove minacce. Come preparare la difesa del futuro

12 October 2026 at 16:13

La necessità di rafforzare le capacità militari europee, l’evoluzione della difesa aerea e missilistica e il ruolo dell’industria nello sviluppo dei sistemi di nuova generazione. Sono i temi affrontati nel primo panel della sessione dedicata al futuro del potere aerospaziale, nell’ambito del convegno “Facciamo Sistema”, promosso dall’Aeronautica militare a Palazzo Aeronautica, in cui sono intervenuti anche il ministro della Difesa Guido Crosetto e del capo di Stato maggiore Antonio Conserva. A moderare il confronto Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa, sicurezza e spazio dello Iai.

Una deterrenza europea più autonoma

Il possibile ridimensionamento del contributo americano alla Nato richiede agli alleati europei maggiori capacità e una pianificazione più coerente. Per Andrea Gilli, docente alla University of St Andrews, “se vengono meno gli enablers dobbiamo avere più massa”, ma costruire nuove capacità richiede risorse e tempo. Una difficoltà aggravata dalla lentezza dei processi decisionali e di acquisizione, che rischiano di vanificare gli sforzi dell’industria per accelerare lo sviluppo tecnologico.

Il tema delle capacità riguarda anche il rapporto tra difesa e offesa. Il generale Mauro Lunardi ha richiamato la necessità di costruire una difesa multilivello, capace di contrastare tanto i missili ipersonici quanto i droni a basso costo. “Oltre alla qualità è fondamentale la quantità”, soprattutto in termini di scorte e disponibilità operativa. Alla protezione dello spazio aereo devono però affiancarsi capacità offensive, proiezione logistica e strumenti per operare nei domini cyber e spaziale.

Dall’integrazione alla cooperazione industriale

Per rispondere a minacce differenti occorre collegare efficacemente piattaforme, sensori e sistemi decisionali. Una “superiorità sistemica”, secondo Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, che trova applicazione anche nel progetto Michelangelo Dome. Centrale il rapporto tra cooperazione e autonomia tecnologica. “Non possiamo pensare di avere uno scudo senza avere un minimo di sovranità sulla parte che riguarda la fusione dati, l’elaborazione e il decision making”, ha precisato.

Una prospettiva condivisa da Enzo Tosini, direttore generale di MBDA Italia, secondo cui la cooperazione industriale sarà “non solo auspicabile, ma probabilmente indispensabile”. L’azienda punta a rafforzare la produzione missilistica, sviluppare soluzioni economicamente sostenibili e contribuire alle architetture di difesa aerea integrata, combinando sistemi avanzati e nuove tecnologie.

Droni e tecnologie di nuova generazione

La rapidità con cui evolvono i droni impone di ripensare gli strumenti di contrasto, anche sul piano della sostenibilità economica. Alessandro Ercolani, ceo di Rheinmetall Italia, ha portato l’esempio ucraino, dove alcuni modelli hanno triplicato la velocità in poco più di un anno, riducendo i tempi di reazione delle difese. La risposta richiede sistemi mobili e l’integrazione di sensori radar, ottici e acustici con informazioni satellitari, capaci di individuare minacce sempre più difficili da intercettare.

Un’evoluzione che coinvolge anche lo spettro elettromagnetico, sempre più rilevante per la protezione delle piattaforme e la superiorità informativa. Domitilla Benigni, ceo di ELT Group, ha sottolineato la necessità di integrare guerra elettronica, cyber e intelligenza artificiale, superando una concezione della superiorità militare basata esclusivamente sulle prestazioni delle singole piattaforme. La capacità di raccogliere, proteggere ed elaborare le informazioni diventa così parte integrante della risposta alle minacce, comprese quelle asimmetriche e a basso costo.

L’innovazione riguarda anche i sistemi più avanzati, a partire dalla propulsione dei caccia di sesta generazione. Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero, ha spiegato come i nuovi motori dovranno conciliare esigenze spesso contrastanti. Maggiore efficienza e autonomia richiedono temperature elevate e dimensioni più grandi, mentre la bassa osservabilità impone soluzioni compatte e una ridotta impronta termica. A questo si aggiunge la crescente richiesta di energia elettrica per i sistemi di bordo, che rende indispensabile progettare motore e velivolo come un unico sistema. Un percorso che richiede investimenti nella ricerca, coinvolgimento della filiera nazionale e partnership internazionali. Per Procacci, infatti, “la collaborazione internazionale non è in nessun modo antitesi alla sovranità”, purché ciascun partner contribuisca con tecnologie e competenze proprie.

Orizzonte 2040, l’Aeronautica militare chiama a raccolta il Sistema Paese

12 October 2026 at 14:09

L’Aeronautica militare chiama a raccolta i protagonisti dell’industria e della ricerca nazionale con l’obiettivo di fare sistema nel Paese tra istituzioni, Forze armate e industria, per essere pronti ad affrontare le sfide di oggi e di domani. Al centro del convegno “Facciamo Sistema”, organizzato presso Palazzo Aeronautica, un orizzonte temporale che guarda al 2040 e la necessità di programmare oggi le capacità che serviranno alle Forze armate in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato da crisi, competizione tecnologica e minacce in rapida evoluzione. I temi oggetto del confronto hanno spaziato dalla formazione del personale alla disponibilità dei sistemi d’arma, dalla deterrenza convenzionale allo spazio, fino al dominio cyber, all’intelligenza artificiale e alla resilienza energetica.

Autonomia strategica, ma senza isolamento

Il tema dell’autonomia tecnologica attraversa il confronto. Per Crosetto, la possibilità di disporre di capacità industriali e tecnologiche nazionali è una componente della sicurezza, soprattutto quando le dipendenze esterne riguardano sistemi essenziali per la difesa. Questo non significa, tuttavia, puntare all’autosufficienza in ogni settore. “L’autonomia non significa solitudine, significa avere la possibilità di scegliere”, ha affermato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, indicando nelle alleanze e nelle partnership europee e internazionali la via da seguire. La stessa impostazione riguarda il rapporto tra Forze armate e imprese. Per Crosetto, la sicurezza nazionale non può essere ricondotta alle responsabilità di una singola amministrazione o di un solo comparto. “La sicurezza nazionale non appartiene a una sola amministrazione, a una sola Forza armata, a un solo ministero, a una sola industria”. Fare sistema, in questa prospettiva, significa dunque costruire una capacità nazionale che non si esaurisca nelle singole iniziative, ma che consenta di coordinare le scelte pubbliche, le esigenze operative e le competenze industriali con un orizzonte definito e una visione ampia. 

La programmazione di lungo periodo

Per il generale Antonio Conserva, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e primo promotore dell’iniziativa, il convegno nasce come un’occasione per consolidare il dialogo con il mondo industriale, militare e accademico, individuando le tecnologie sulle quali investire e valutando i tempi necessari per portarle a maturità. Il punto, ha sottolineato il generale, non è soltanto sviluppare nuove soluzioni, ma farlo quando possono ancora produrre un vantaggio operativo. L’alternativa, avverte, è rischiare di trovarsi impreparati.

In questo contesto, fenomeni come l’evoluzione dei droni e la prospettiva di sistemi sempre più autonomi stanno dimostrando quanto rapidamente possano cambiare le esigenze militari. Per questo, spiega Conserva, “il dialogo continuo con il mondo accademico, con il mondo industriale serve ad adeguare i nostri programmi, valutando le prospettive di sviluppo tecnologico e cercando di cogliere ciò che si propone in maniera emergente e devastante”.

Anche per Gian Piero Cutillo, condirettore generale di Leonardo, il rapporto tra industria e Difesa deve cominciare dalle fasi iniziali dello sviluppo dei sistemi. La possibilità di intervenire sulla progettazione, anziché limitarsi a gestire successivamente i problemi, è parte di un cambiamento strutturale che richiede investimenti e programmazione. “Se vogliamo avere un cambiamento strutturale dobbiamo cominciare anche a disegnare i nostri sistemi”, ha spiegato. Il riferimento è sia alle tecnologie da sviluppare sia alle competenze critiche da preservare, per poter modificare e adattare i sistemi quando cambiano le condizioni operative. “La nostra ricetta è quella di avere delle alleanze, non delle dipendenze ma se possibile delle interdipendenze positive e costruttive dove si mettono insieme delle competenze con altre aziende, anche tra le istituzioni, tra le Forze armate e l’industria”. Un modello che, nelle parole di Cutillo, richiede una programmazione di medio e lungo termine e una capacità di investimento capace di sostenere la collaborazione tra i diversi attori.

Dalla disponibilità dei sistemi alla deterrenza

La capacità operativa non dipende soltanto dal numero di sistemi d’arma disponibili, ma anche dalla possibilità di mantenerli efficienti e pronti all’impiego. “Bisogna parlare di disponibilità, di gestione della capacità operativa”, ha evidenziato Cutillo, indicando la necessità di trasformare le informazioni raccolte attraverso le tecnologie in strumenti utili per la gestione e il sostegno dei sistemi. Il rapporto con l’industria, in questo senso, non può limitarsi alla fornitura, ma dovrà contribuire a garantire nel tempo la funzionalità delle capacità acquisite.

Il tema è strettamente legato anche al tema della deterrenza, per lo meno convenzionale. Lo stesso Conserva ha richiamato le difficoltà di un contesto internazionale nel quale le crisi possono evolvere rapidamente e nel quale la disponibilità di strumenti militari credibili deve accompagnarsi alla capacità di impiegarli. La deterrenza convenzionale, segnala il generale, rimane un elemento fondamentale per impedire che un avversario possa sfruttare un vantaggio tecnologico o militare per imporre uno scenario fait accomplì. 

Spazio, cyber e capitale umano

L’orizzonte del 2040 comprende ambiti che incidono direttamente sulla capacità operativa delle Forze armate. Il dominio spaziale, in particolare, non è più soltanto un settore della ricerca scientifica, ma un ambiente nel quale si sta sviluppando una competizione strategica sempre più serrata. La disponibilità dei servizi satellitari, delle comunicazioni e delle capacità di accesso allo spazio può influire sulla continuità delle operazioni. Di conseguenza, la possibilità di compensare rapidamente la perdita o l’indisponibilità di servizi essenziali si configura essa stessa come parte della resilienza nazionale.

Un ragionamento analogo riguarda il cyber e lo spettro elettromagnetico, insieme alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, dei sensori quantistici e del supercalcolo. Sono ambiti nei quali la capacità di elaborare dati, proteggere le proprie reti e limitare la libertà d’azione dell’avversario assume un peso crescente.

Da ultimo, accanto agli investimenti e alle capacità industriali, resta centrale anche la formazione. Lo stesso Crosetto ha richiamato il ruolo del capitale umano nella costruzione di una forza armata moderna, mentre il generale Conserva ha individuato nella formazione specialistica uno dei temi sui quali confrontarsi con il mondo accademico e industriale. La tecnologia, infatti, amplierà anche le possibilità operative, ma richiede competenze in grado di svilupparla, gestirla e adattarla alle esigenze della Difesa. Il percorso verso il 2040 comprenderà quindi anche la capacità di formare professionisti preparati a operare in un ambiente ormai dominato da sistemi autonomi, grandi masse di dati e nuove tecnologie.

La Russia porta la guerra ibrida fin dentro l’industria europea della difesa

12 October 2026 at 03:45

Recruits attend an oath-taking ceremony of the German army at the Defence Ministry in Berlin, Germany, Monday, July 20, 2026. (AP Photo/Ebrahim Noroozi) Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

La Russia sta intensificando i tentativi di colpire i vertici delle aziende europee della difesa, fino a pianificare attentati contro la loro vita. È l’allarme lanciato da cinque agenzie d’intelligence europee al Financial Times, secondo cui il Cremlino sta ampliando le operazioni di sabotaggio e di guerra ibrida in Europa per indebolire il sostegno occidentale all’Ucraina. Tra i bersagli ci sono soprattutto gli amministratori delegati e i dirigenti delle società che producono armamenti, ma anche le aziende più piccole impegnate nella fabbricazione di droni e componenti.

La nuova fase arriva mentre il conflitto in Ucraina resta bloccato sul campo di battaglia e l’economia russa attraversa difficoltà. Secondo le fonti dell’intelligence citate dal quotidiano britannico, gli omicidi di obiettivi civili europei, considerati in passato un limite anche per i servizi segreti russi, stanno assumendo un peso crescente nei piani di Mosca. «Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone», ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence europea.

In Germania, il servizio di intelligence interno (BfV) ha intensificato i contatti con i dipendenti e i dirigenti delle aziende della difesa, raccomandando anche di ricorrere a squadre di protezione personale private. «La Russia sta pianificando deliberatamente atti di violenza contro individui attraverso soggetti statali o controllati dallo Stato», ha avvertito lunedì il capo del BfV, Sinan Selen. Secondo il funzionario, si sta ampliando anche il ricorso a strutture della criminalità organizzata.

La responsabilità di queste operazioni, definite nel gergo dei servizi russi «lavori sporchi», ricadrebbe soprattutto sul Gru, l’intelligence militare di Mosca. Le modalità operative starebbero cambiando: gli ufficiali russi collaborano sempre più con gruppi criminali, utilizzano reti di agenti che attraversano le frontiere e distribuiscono le diverse fasi dei complotti – dalla sorveglianza alla logistica, fino all’esecuzione – tra cellule e individui distinti. Non più soltanto singoli esecutori reclutati online in cambio di denaro.

Alcuni piani sono già stati scoperti e sventati. In altri casi gli investigatori hanno rilevato attività sospette di sorveglianza sistematica delle potenziali vittime, nelle loro abitazioni e nei luoghi di lavoro. Ma, secondo le fonti citate dal Financial Times, l’obiettivo russo non è necessariamente portare a termine gli attentati: basta alimentare la percezione di essere nel mirino per ottenere un effetto sulle scelte delle aziende. «L’obiettivo principale, dal punto di vista russo, resta psicologico», ha spiegato un funzionario. «Facendo semplicemente credere alle persone di poter diventare un bersaglio, ottengono già il loro effetto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina».

Le conseguenze sono già visibili nelle misure di sicurezza. Diversi dirigenti della difesa hanno rafforzato la propria protezione negli ultimi sei mesi su indicazione delle autorità, mentre alcune imprese stanno valutando anche il trasferimento degli stabilimenti. Ad agosto, in Svezia, due giovani turisti russi erano stati arrestati dopo aver piantato una tenda nei pressi della proprietà di Micael Johansson, amministratore delegato del gruppo della difesa Saab. Sono stati rilasciati poco dopo, senza che questo episodio dimostri di per sé l’esistenza di un complotto.

L’allerta è alta almeno dall’inizio del 2024, quando i servizi segreti statunitensi e tedeschi scoprirono un piano russo contro Armin Papperger, amministratore delegato di Rheinmetall, uno dei principali produttori europei di armi e sostenitore della fornitura di armamenti a Kiev. Papperger ha dichiarato di essere ora protetto ventiquattr’ore su ventiquattro da guardie private e polizia. Il costo di queste misure, insieme a quello della protezione degli impianti, rischia di diventare un onere significativo soprattutto per le imprese più piccole, proprio mentre l’industria europea della difesa è chiamata ad aumentare la produzione per sostenere l’Ucraina.

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Una mail non letta. Così Pechino è riuscita ad avere accesso agli F-35

10 October 2026 at 15:58

Altro che James Bond. I componenti dell’F-35 finiti il mese scorso in mano cinese sono arrivati a Hong Kong perché un agente di Ups non ha visto una mail. A ricostruirlo è Bloomberg, che aggiunge un tassello decisivo a una vicenda su cui Washington fatica ancora a dare risposte.

Le parti, tra cui il tettuccio della cabina di pilotaggio e un portello della stiva armi, viaggiavano dall’Australia verso gli Stati Uniti, dove dovevano essere riparate o smaltite. L’itinerario prevedeva due scali, in Corea del Sud e a Taiwan, prima dell’arrivo a San Francisco. Entrambi i Paesi sono autorizzati dall’International Traffic in Arms Regulations (Itar), la normativa americana che regola il trasferimento di materiale militare sensibile e vieta il passaggio attraverso Stati considerati a rischio. La spedizione è arrivata in Corea del Sud come previsto, ma poiché era partita dall’Australia in ritardo, per accorciare i tempi è stata fatta proseguire via Hong Kong, che nella lista Itar figura tra le destinazioni escluse. Da lì le autorità cinesi ne hanno preso possesso e i componenti non sono più tornati indietro.

A monte c’era stato il tentativo di evitare questa contingenza, in accordo con le procedure. Il freight forwarder Dsv aveva infatti avvertito per iscritto che il carico non poteva transitare in alcuni Paesi, citando espressamente i vincoli Itar.  Ma quell’avviso, stando alla ricostruzione di Bloomberg, non è mai arrivato sotto gli occhi dell’agente Ups che ha deciso il cambio di rotta. Una fonte sentita dall’agenzia ipotizza che Dsv abbia usato un sistema informatico diverso da quello in uso al corriere. Se l’avviso fosse stato letto, il carico difficilmente sarebbe passato da Hong Kong.

Lockheed Martin e il Pentagono hanno provato fin dall’inizio a minimizzare, facendo notare che i pezzi erano danneggiati e che il loro valore per un’intelligence straniera sarebbe limitato. Il problema però non è la struttura in sé, ma il rivestimento radar-assorbente che la copre, cioè uno degli elementi su cui si regge la bassa osservabilità del velivolo. È probabile che i tecnici cinesi lo studino a fondo, sia per migliorare i propri aerei sia per capire come individuare l’F-35. Pechino non conferma nulla. Il ministero degli Esteri ha fatto capire di non sapere nemmeno di quali parti si stia parlando, una versione a cui nessuno crede ma che non stupisce: se a finire per sbaglio negli Stati Uniti fossero stati i componenti di un J-20, la risposta del dipartimento di Stato sarebbe stata con ogni probabilità la stessa.

Negli Stati Uniti sono partite le indagini e al Congresso è stata chiesta una revisione della catena di approvvigionamento del programma. La questione riguarda da vicino anche gli alleati. L’F-35 è costruito e mantenuto da una rete di Paesi partner, Italia compresa, e i componenti si spostano di continuo da un continente all’altro, spesso affidati a operatori logistici privati.

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere. Nel 2008 il Pentagono ammise che due anni prima a Taiwan erano state spedite per errore quattro ogive per missili balistici, prive di componenti nucleari, al posto delle batterie per elicotteri che Taipei aveva ordinato tramite il programma Foreign Military Sales. Nel 2024, in Polonia, un carico di mine anticarro viaggiava su un treno ed è finito in un magazzino Ikea. Se ne sono accorti solo quando un dipendente ha chiamato il ministero della Difesa per chiedere quando qualcuno sarebbe passato a riprenderle.

 

Gcap, inaugurata a Torino la prima sede della joint venture Edgewing

9 October 2026 at 12:22

Edgewing, la joint venture partecipata da Leonardo, Bae Systems e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co., ha inaugurato a Torino la propria sede italiana. La struttura entra così a far parte dell’organizzazione incaricata della progettazione e dello sviluppo del sistema aereo del Global combat air programme (Gcap), che coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone nella realizzazione della futura capacità aerea da combattimento di sesta generazione.

Il primo hub nazionale della joint venture

Quella di Torino è la prima sede nazionale aperta da Edgewing dopo l’avvio delle attività del quartier generale nel Regno Unito. Nei prossimi mesi la società aprirà strutture analoghe negli altri due Paesi partner, con l’obiettivo di creare una rete di centri ingegneristici collegati alla gestione del programma. Il sito italiano è stato realizzato a ridosso delle attività aeronautiche già presenti nel capoluogo piemontese e costituirà il punto di riferimento nazionale per le attività di progettazione e sviluppo affidate a Edgewing. 

Intervenendo in occasione dell’inaugurazione, l’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Lorenzo Mariani, ha richiamato il contributo atteso dall’industria italiana: “Il Gcap garantirà la sovranità tecnologica per le generazioni future; per me è motivo di orgoglio sapere che centinaia di ingegneri qui a Torino, e migliaia di altri in tutto il Paese, contribuiranno al suo successo”.

Per l’amministratore delegato della società, Marco Zoff, l’apertura della sede rappresenta una tappa nel percorso di consolidamento dell’organizzazione. “La nostra nuova sede in Italia rappresenta l’ultimo passo nella rapida crescita di Edgewing come organizzazione, mentre espandiamo l’azienda nei tre Paesi partner”.

Ingegneri da Italia, Regno Unito e Giappone

La struttura ospiterà personale proveniente dai tre Paesi coinvolti nel Gcap. In una prima fase saranno impiegati professionisti distaccati dalle aziende partner della joint venture, chiamati a lavorare in team integrati sulle attività di sviluppo del programma.

Le competenze presenti nel centro riguarderanno diversi settori dell’ingegneria aeronautica, dalla progettazione digitale all’integrazione dei sistemi, fino alle attività legate all’aeronavigabilità e alla certificazione.

“Il Gcap rappresenta la prossima generazione tecnologica e questa nuova sede offre a molti l’opportunità di unirsi a Edgewing e lavorare a progetti di ingegneria digitale tra i più avanzati al mondo”, ha affermato il direttore generale di Edgewing Italia, Giuseppe Lupoli. “Sono entusiasta di accogliere a Torino i colleghi provenienti dalle tre nazioni partner, mentre intraprendiamo insieme questo percorso”.

Il ruolo di Edgewing 

Costituita nel 2025, Edgewing è la società incaricata della progettazione e dello sviluppo del sistema aereo del Gcap. La joint venture è controllata in quote paritetiche da Leonardo, BAE Systems e Jaiec e opera come autorità di progettazione per il velivolo sviluppato congiuntamente dai tre Paesi.

Il programma punta alla realizzazione di una piattaforma aerea di nuova generazione destinata a operare in connessione con assetti distribuiti nei domini aria, terra, mare, spazio e cyber. Il progetto comprende inoltre l’integrazione di sensori avanzati, sistemi basati sull’intelligenza artificiale e capacità di cooperazione tra piattaforme con equipaggio e senza equipaggio. Nel corso della cerimonia inaugurale, Zoff ha sottolineato anche l’approccio adottato dalla società per lo sviluppo del programma: “Pronti a rivoluzionare il settore della difesa realizzando il progetto con tempistiche significativamente più ridotte rispetto ai programmi delle generazioni precedenti, puntiamo sull’innovazione e sull’energia che troviamo qui a Torino per sostenere la nostra accelerazione”.

Le attività previste in Italia

Edgewing Italia fungerà da riferimento nazionale della joint venture e contribuirà alle attività della design authority condivisa tra i partner del programma. A regime, la società prevede di raggiungere circa mille addetti nel nostro Paese. A questi si aggiungeranno ulteriori risorse di Leonardo impegnate nelle attività collegate al Gcap.

Il drone gregario di Shield AI si avvicina al primo volo. Il calendario di X-Bat

9 October 2026 at 11:45

Il progetto di Collaborative Combat Aircraft di Shield AI sembra essere sempre più concreto. L’azienda mira infatti a presentare entro fine ottobre il primo prototipo a grandezza reale di X-Bat, il loyal wingman a reazione progettato per decollare e atterrare in verticale partendo da una posizione “seduta” sulla coda, con i voli di prova che dovrebbero prendere il via prima della fine dell’anno. Un ritmo rapido, dunque, che pare essere condiviso anche dalla Marina statunitense, la quale ha addirittura prefigurato una capacità operativa iniziale già nel 2029, nell’ambito del programma Runway Independent Maritime Expeditionary Strike (Rimes). La  tempistica di queste dichiarazioni non è affatto casuale, poiché arrivano alla vigilia dell’annuncio di un nuovo finanziamento del Pentagono da 150 milioni di dollari, erogato tramite la Marina, verso Shield AI. La cifra si aggiunge ai 50 milioni stanziati quest’anno con la Defense Innovation Unit, e ai 200 milioni investiti nel progetto dall’azienda stessa, portando il totale di fondi disponibili a 400 milioni.

Il drone, spinto dallo stesso motore F110 che equipaggia F-15 e F-16, dovrebbe costare circa 27 milioni di dollari a esemplare. È meno di un caccia con pilota, ma più degli altri Cca sul mercato. Ed è proprio in questa fascia intermedia che si colloca la scommessa della Marina.

I test si svolgeranno in Kansas e procederanno per gradi. Prima il motore verrà acceso in orizzontale e poi in verticale sul veicolo di lancio e recupero. Seguiranno le prove con il drone sospeso a una gru e infine i voli liberi. Il veicolo di lancio, ora semovente, è il cuore del concetto operativo. Il drone non se ne separa mai, nemmeno durante la manutenzione, e ne eredita la mobilità, sul modello dei lanciatori missilistici mobili. A terra questo consente di disperdere i velivoli lontano dalle piste, che sono il bersaglio privilegiato di missili e droni.

In mare la logica è altrettanto dirompente. Secondo Armor Harris, responsabile della divisione velivoli di Shield AI, i droni Cca imbarcati sulle portaerei sono vincolati allo spazio del ponte. Ogni posto sottratto a un caccia con pilota deve quindi garantire un valore superiore. X-Bat punta invece a operare da navi d’assalto anfibio e basi marittime di spedizione. In questo modo moltiplicherebbe gli stormi imbarcati senza intaccare quelli delle portaerei. Sulla futura flotta Harris parla di numeri “dalle centinaia alle poche migliaia”. Il posizionamento del drone resta però fluido. J.J. Cummings, responsabile delle soluzioni dell’azienda per la Marina, ha infatti insistito sull’integrazione con lo stormo delle portaerei. L’obiettivo, ha spiegato, è aggiungere potenza di combattimento “senza compromettere le operazioni esistenti”.

Le incognite però restano molte. Il decollo verticale in posizione di coda è stato tentato più volte in passato senza successo, e la sua validità è ancora da dimostrare. E l’obiettivo di arrivare ad avere un velivolo completo nel 2028, e di avviarne poi la produzione in serie nel 2029 appare estremamente ambizioso.

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