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Energia, nucleare e materie prime critiche. L’Italia rafforza l’asse strategico con gli Usa
Italia e Stati Uniti rafforzano il dialogo sulla sicurezza energetica, le materie prime critiche e le infrastrutture strategiche, con il nucleare di nuova generazione che emerge come uno dei principali terreni di convergenza. Il confronto riflette l’ambizione di Roma di consolidare il proprio ruolo di partner transatlantico e di hub energetico tra Europa, Africa e Indo-Mediterraneo, valorizzando le capacità industriali nazionali e la posizione geografica del Paese.
Questi temi sono stati al centro dell’incontro a Washington tra la viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, e Jarrod Agen, direttore esecutivo del National Energy Dominance Council della Casa Bianca. Un confronto che ha permesso di approfondire le prospettive di cooperazione bilaterale in settori destinati ad assumere un peso crescente negli equilibri economici e geopolitici internazionali.
“Con Jarrod Agen abbiamo condiviso alla Casa Bianca una visione che unisce Italia e Stati Uniti: la sicurezza energetica è sicurezza nazionale”, ha dichiarato Gava. Per Paesi a forte vocazione manifatturiera, ha spiegato, questo significa garantire energia affidabile a costi sostenibili per le imprese, diversificare le fonti, includere nel mix energetico il nucleare di nuova generazione e scegliere partner stabili e affidabili.
Uno dei principali argomenti affrontati riguarda le materie prime critiche, la cui disponibilità è sempre più determinante per la transizione energetica, le tecnologie avanzate e la competitività industriale. La concentrazione delle attività di raffinazione in un numero ristretto di Paesi rappresenta una vulnerabilità strutturale per le economie occidentali, che rende necessario rafforzare la cooperazione sulle catene di approvvigionamento e sviluppare nuove partnership con i Paesi produttori.
“È una vulnerabilità che l’Occidente deve affrontare insieme, costruendo filiere condivise e partenariati con i Paesi produttori, molti dei quali si trovano in Africa”, ha osservato la viceministra. In questo quadro si inserisce anche l’accordo tra Italia e Stati Uniti sulle materie prime critiche, che potrebbe rafforzare il ruolo di Roma nell’iniziativa americana Pax Silica. Parallelamente, la Commissione europea ha selezionato cinque progetti strategici italiani dedicati alla lavorazione e al riciclo di materiali critici, confermando il potenziale contributo dell’industria nazionale alla costruzione di filiere europee più resilienti.
La dimensione africana occupa una posizione centrale nella strategia italiana. Gava ha richiamato il Piano Mattei come strumento per sviluppare partenariati con i Paesi del continente e rafforzare l’integrazione tra sicurezza energetica, cooperazione industriale e diversificazione degli approvvigionamenti. “Ho voluto sottolineare che è proprio in questa prospettiva che si inserisce il Piano Mattei, attraverso il quale l’Italia ha ridefinito il proprio rapporto con l’Africa, una regione strategica per il nostro Paese”, ha spiegato.
Il nucleare rappresenta un ulteriore elemento di convergenza strategica tra Roma e Washington, soprattutto per le prospettive di collaborazione tecnologica e industriale. Già in un’intervista rilasciata a Decode39 nel 2023, Gava aveva illustrato le ragioni del rinnovato interesse italiano per questa fonte energetica, sostenendo il principio della neutralità tecnologica e sottolineando il potenziale dei reattori avanzati nel completare il contributo delle rinnovabili, sostenere le industrie energivore e rafforzare l’autonomia strategica nazionale.
Durante la visita negli Stati Uniti, la viceministra ha inoltre visitato Commonwealth Fusion Systems, a Boston, una delle realtà più innovative a livello internazionale nello sviluppo della fusione nucleare. Si tratta di una tecnologia ancora in fase di sviluppo, ma con il potenziale di offrire in futuro una fonte energetica pulita, sicura e sostenibile. Gava ha evidenziato il contributo delle imprese italiane, degli investitori, delle aziende coinvolte nella filiera industriale e delle eccellenze accademiche e della ricerca nazionale, sottolineando come la partecipazione italiana a questo settore rappresenti un esempio concreto della capacità del Paese di contribuire alle grandi trasformazioni tecnologiche del sistema energetico globale.
La centralità della sicurezza energetica nella politica industriale e nelle relazioni internazionali italiane era stata ribadita dalla stessa Gava anche in occasione della riunione ministeriale dell’Agenzia internazionale dell’energia a Parigi. Come riportato da Decode39, la viceministra aveva richiamato l’importanza della diversificazione delle fonti, dell’accesso alle materie prime critiche e del rafforzamento delle partnership internazionali per tutelare la competitività economica e la sicurezza nazionale.
Il confronto alla Casa Bianca ha riguardato anche le nuove direttrici energetiche e infrastrutturali, considerate strumenti di integrazione economica e geopolitica. In particolare, Gava ha richiamato il corridoio India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), con la sua componente energetica, e le interconnessioni tra Nord Africa ed Europa, destinate a modificare i flussi commerciali ed energetici tra India, Medio Oriente, Mediterraneo e continente europeo.
“L’Italia può diventarne l’hub naturale, contribuendo così concretamente all’Occidente, che potrà superare le sfide dei prossimi anni soltanto restando unito”, ha affermato la viceministra.
L’incontro di Washington colloca dunque le ambizioni energetiche italiane all’interno di una più ampia cornice transatlantica. Roma punta a combinare le proprie competenze industriali, la posizione geografica nel Mediterraneo e le partnership africane con una cooperazione più stretta con gli Stati Uniti sulle tecnologie, sulle catene di approvvigionamento e sulle infrastrutture strategiche.
La prospettiva più significativa riguarda la possibilità di tradurre questa convergenza politica in progetti concreti, soprattutto nel settore nucleare, dove le competenze industriali e scientifiche italiane e le capacità tecnologiche americane possono costituire la base per una collaborazione più strutturata. Un percorso che si inserisce nella più ampia ricerca di sicurezza energetica, competitività industriale e autonomia strategica delle economie occidentali.
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- Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang
Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang
Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.
Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.
Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.
Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.
E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.
Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.
- Corriere della Sera
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- Corriere della Sera
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L’anniversario dei Trattati può diventare la svolta dell’Unione
La Ue sta formalizzindo la decisione politica (già sostanzialmente assunta) di tenere eccezionalmente a Roma il Consiglio europeo nel marzo 2027 a 70 anni dai Trattati.
Si tratta di un’ottima scelta che fa onore all’Italia, ma essa richiede scelte coraggiose. L’anniversario dei Trattati non dovrà essere un evento retorico e celebrativo, ma deve essere preparato come un appuntamento poltico di primaria importanza capace di guardare al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. Natalia e Corrado Augias nel loro recente libro suggeriscono di usare – ma “con prudenza” – i testi di Niccolo Machiavelli per esaminare il nostro presente”.
L’attuale fase di fragilità dell’ Europa, schiacciata tra Stati Uniti, Cina e potenze emergenti mi fa venire in mente il passo del capitolo XXV del Principe quando Machiavelli parla del caso (la Fortuna) e richiama l’attenzione su” questi fiumi rovinosi che quando si adirano allagano i piani, ruinano gli alberi e gli edifizii…”.
Rispetto a questo genere di accadimenti tragici per Machiavelli la virtù politica consiste nel prepararsi in tempo costruendo argini e ripari. Ci sono strumenti efficaci per difendere l’euro dalle tempeste esterne, tuttavia niente di paragonabile è stato costruito nei comparti strategici della difesa, dell’energia e della politica industriale.
Con gli attuali meccanismi basta il veto del più piccolo degli Stati per bloccare la costruzione degli argini con effetti disastrosi. Di fronte ai drammi politici che l’Europa sta attualmente vivendo (non ultima la guerra ibrida del Cremlino) Giorgia Meloni ha davanti un’occasione straordinaria. Il superamento del voto all’unanimità nella politica estera e di difesa della Ue è l’occasione storica per trasformare il 70° dei Trattati in una svolta politica epocale.
Tutto sul possibile incontro tra Xi, Trump e Putin
Vladimir Putin è entusiasta e avrebbe invitato i due grandi alleati internazionali, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente americano Donald Trump a una riunione trilaterale per discutere le sorti della guerra in Ucraina, ma non solo. Il luogo dell’importante appuntamento potrebbe essere la Cina, sfruttando l’impegno del Forum di Cooperazione Economica Asia-Pacifico a Shenzhen il 18 e 19 novembre.
Una specie di riedizione dello storico summit di Yalta tra Stalin, Churchill e Roosevelt nel 1954. Tra gli argomenti di discussione il più urgente sarebbe la guerra in Ucraina. Infatti, secondo il quotidiano americano The Wall Street Journal, Xi, Putin e Trump potrebbero “disegnare” in quell’occasione una nuova mappa divisa tra zone di influenza.
A proporre l’incontro sarebbe stato Putin, per via telefonica, lo scorso 9 ottobre. Dmitry Peskov, portavoce del governo russo, ha confermato l’idea di questa possibile riunione. Anche se Xi e Trump ancora non hanno risposto all’invito.
Tutto indica però che almeno Trump ci sarà. In un post ha spiegato la sua strategia (semplice) sulla Russia: “Sto negoziando la pace nella guerra tra Russia e Ucraina e non voglio fare nulla che, imprudentemente, possa allontanare la Russia dal tavolo di negoziati. Si stanno facendo grandi progressi!”.
- Corriere della Sera
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- Corriere della Sera
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Raúl Castro, mandato di arresto Usa per l’omicidio di quattro americani
Riad rinvia la sua Davos. La pressione Houthi sulle ambizioni saudite
L’Arabia Saudita ha deciso di rinviare al 2027 la Future Investment Initiative (FII), il grande appuntamento internazionale dedicato agli investimenti che avrebbe dovuto svolgersi a Riad dal 26 al 29 ottobre. La decisione arriva dopo settimane di attacchi missilistici e con droni degli Houthi contro infrastrutture saudite, tra cui l’aeroporto internazionale King Khalid della capitale. La cosiddetta “Davos nel deserto”, uno degli strumenti di promozione economica del principe ereditario Mohammed bin Salman, diventa così una delle vittime più visibili dell’instabilità regionale.
Gli organizzatori hanno motivato il rinvio con la volontà di garantire la qualità e la portata della decima edizione, senza attribuire esplicitamente la decisione alla situazione militare. Il contesto appare tuttavia determinante. Secondo Reuters, le preoccupazioni sulla sicurezza avevano già indotto alcuni grandi gruppi finanziari a riconsiderare la partecipazione dei propri dirigenti. Il rinvio rappresenta un passaggio significativo per un evento concepito per attirare capitali internazionali e sostenere la trasformazione economica del Regno.
Una vulnerabilità già emersa
Il problema era stato anticipato da Formiche.net il 14 ottobre, quando Riad stava valutando la possibilità di trasformare la FII in un evento ibrido. Già allora gli attacchi contro l’aeroporto saudita avevano mostrato come la pressione militare degli Houthi potesse incidere direttamente sulle ambizioni economiche di Vision 2030.
La cancellazione dell’appuntamento per quest’anno rende questa vulnerabilità ancora più evidente. L’Arabia Saudita ha investito enormi risorse per presentarsi come piattaforma internazionale per finanza, tecnologia, turismo e grandi eventi. La capacità degli Houthi di colpire infrastrutture strategiche introduce un elemento di incertezza che può condizionare la mobilità dei dirigenti, l’organizzazione degli appuntamenti internazionali e la percezione del rischio da parte degli investitori.
Il problema riguarda anche l’asimmetria del confronto. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, possono imporre costi economici e reputazionali a un Paese dotato di risorse militari e finanziarie largamente superiori. Come emerso dalle recenti informazioni sulle loro capacità tecnologiche, l’accesso a componenti industriali e strumenti digitali avanzati potrebbe inoltre contribuire a rendere più sofisticata una minaccia già operativa.
La dimensione europea della sicurezza saudita
La crescente pressione sul Regno sta coinvolgendo anche i partner europei. Il Regno Unito ha annunciato il dispiegamento di velivoli da combattimento per contribuire alla difesa dell’Arabia Saudita dagli attacchi Houthi, secondo quanto riportato dalla Bbc. Una decisione che conferma la rilevanza della sicurezza saudita per gli interessi strategici occidentali nel Golfo.
Anche l’Italia dispone di Eurofighter schierati in Arabia Saudita, trasferiti dalla base kuwaitiana di Ali Al Salem a quella di Taif. Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha chiarito al Corriere della Sera che il ridispiegamento non costituisce una nuova missione militare, ma una modifica della dislocazione degli assetti nell’ambito di un’operazione già autorizzata dal Parlamento.
La scelta di Taif rispondeva a valutazioni di sicurezza e operative, dopo i bombardamenti subiti dalla base in Kuwait. Tuttavia, durante gli attacchi Houthi di settembre, anche un Eurofighter italiano è stato danneggiato da un drone. Portolano ha precisato che gli assetti italiani non erano obiettivi diretti delle azioni ostili, ricordando comunque che “nelle operazioni militari la garanzia del rischio zero non esiste”.
La presenza europea riflette dunque un contesto di sicurezza sempre più complesso, nel quale la protezione del personale e la continuità delle attività militari richiedono continui adattamenti.
Per Riad, il rinvio della FII è soprattutto un segnale politico ed economico. Vision 2030 conserva risorse e prospettive considerevoli, ma la sua realizzazione dipende anche dalla capacità del Regno di offrire un ambiente stabile agli investitori internazionali. Gli Houthi hanno dimostrato di poter interferire con questa ambizione, trasformando la vulnerabilità delle infrastrutture saudite in uno strumento di pressione ben oltre il campo di battaglia yemenita.