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La Compagnia della Buona Morte

11 September 2026 at 20:51

 

 

Roberto Pecchioli
La Compagnia della Buona Morte era una confraternita il cui scopo era garantire a tutti
una degna sepoltura ed assistere spiritualmente e materialmente i morenti. I membri
indossavano sai e cappucci per sottolineare che la morte azzera le differenze tra nobili e
umili, ricchi e poveri. Erano tempi in cui si pensava che la vita appartenesse a Dio e che nel
trapasso di dovesse esprimere il destino trascendente della creatura umana. Brutti tempi:
superstizione , false credenze, illusioni alimentate dalla religione alleata con il potere. Oggi
è molto meglio: la Compagnia della Buona Morte resiste in forme diverse. Si chiama
eutanasia, disprezzo e indifferenza per la vita. Ai suoi massimi banditori come Emma
Bonino sono riconosciuti funerali di Stato. Solidarietà necrofila: aborto non come
possibilità in casi specifici, ma diritto universale; morte di Stato; infanticidio in via di
sdoganamento in alcune legislazioni; tendenza a giustificare l’omicidio dei figli, se
commesso da madri in crisi. Il processo a Lindsay Clancy, l’americana che ha ammazzato i
suoi tre bambini, si è concluso senza un verdetto.
La sepoltura cade in disuso: l’homo sapiens odia talmente se stesso da distruggere il corpo
defunto. Chi opta per disperdere le ceneri, chi preferisce diventare compostaggio, chi
conserva i resti in un’urna sul comò. La morte viene nascosta nel gelido scenario di
ospedali, amministrata igienicamente in camice bianco da personale specializzato,
somministrata come liberazione da vite “non degne di essere vissute “. La pratica
dell’eutanasia – buona morte, dal greco- è vista come atto supremo di civilizzazione
dell’animale sapiente che annulla se stesso. Il consenso è ampiamente maggioritario, come
sull’aborto e sulla disponibilità del corpo morente a diventare un magazzino di pezzi da
asportare. Nell’era del materialismo compiuto che non rispetta alcunché se può servire al
mercato misura di tutte le cose, l’essere umano vale meno del maiale, di cui non si butta via
niente.
Abolito il concetto di anima, su cui tace anche la chiesa, resta l’ingombro del corpo, il
fastidio della malattia, della vecchiaia, del declino mentale. Oplà, la soluzione è pronta,
civilissima, igienica, altruistica. La Compagnia della Buona Morte ci fa morire a richiesta,
previa compilazione di un modulo scaricabile online . Con sprezzo della realtà- grande
assente nel manicomio occidente- la corte costituzionale ha stabilito che non si può
accedere al suicidio assistito ( l’officina della neolingua è sempre attiva) se non si è
considerati dagli “esperti” convocati alla bisogna, la necro burocrazia, capaci di intendere e
volere. Come se la condizione di chi rifiuta la vita fosse uguale a quella di chi è sano e felice.
Il sistema ha avvelenato tutti i pozzi e la grande maggioranza è convinta che aborto e
eutanasia siano avanzamenti di civiltà. I temi sono troppo profondi e delicati, attengono
alle fibre più drammatiche e alle angosce più profonde per essere trattati con negazioni
assolute o applausi scroscianti. E’ proprio la semplificazione, la convinzione che l’esistenza
valga solo a determinate condizioni e addirittura si abbia il diritto a decidere anche sugli
altri – i non nati, i malati gravi, gli invalidi- a sconcertare chi ancora si interroga sui
fondamenti dell’esistenza. Nessuno stupore se avanza la sottocultura della morte
amministrata, scelta, talora perfino pretesa come atto supremo di potere su se stessi. La
Compagnia della Buona Morte ha prima cambiato il senso della vita e le priorità dei sudditi

chiamati cittadini, poi ha sferrato l’attacco. Il sistema dominante possiede le tecnologie, ha
scoperto molte leggi della natura e della fisica. Gran parte dell’umanità è un ingombro,
fastidioso bestiame dotato di cervello, parola, diritti. Non più quelli naturali alla vita e alla
dignità, ma quelli inventati dal sistema.
Dopo aver convinto che avere figli è un fastidio, una responsabilità insopportabile, un peso
per la libertà, la realizzazione individuale, il piacere e il consumo, è stato facile chiamare
diritto sopprimere chi non potrà nascere. Il feto viene smaltito come rifiuto organico
oppure utilizzato in alcune lavorazioni industriali. L’homo oeconomicus non butta via ciò
che può essere venduto all’ homo consumens. Si comincia a giustificare addirittura la
soppressione del figlio, se la madre vive il disagio post parto, molto diffuso nelle società
individualiste in cui non esiste più famiglia o comunità che condivide, allevia, accoglie il
nuovo nato. Diventati adulti, entriamo trionfanti nel girone del consumo e delle
dipendenze. Inevitabilmente, arrivano delusioni, tragedie esistenziali, malattie, sconfitte.
La terapia è il suicidio. Puoi sparire da solo – quattromila suicidi all’anno in Italia- o con la
fattiva collaborazione delle istituzioni e dei suoi agenti, il boia collettivo. Il sistema
prospetta la “buona” morte come soluzione. A una giovane canadese paraplegica è stato
proposto il suicidio come alternativa alla costosa rimozione delle barriere architettoniche.
Tutte le campagne eutanasiche sono state finanziate dal potere economico. Siamo un costo,
un fardello insostenibile: meglio convincere a togliersi definitivamente dai piedi.
Incredibile è chi ci riesca: ben scavato, vecchia talpa. Così esclamò Amleto salutando il
fantasma del padre che aveva rivelato gli inganni della corte; così ripeté Marx descrivendo
il cammino sotterraneo della rivoluzione.
La cultura del consumo, dell’attimo da cogliere a ogni costo ed esaurire nel nonsenso
quando non siamo più giovani, performanti, sani, ha per conseguenza il disprezzo della
vita. Diventati fragili o malati, meglio levare il disturbo. Disturbiamo il bilancio pubblico, il
profitto del sistema assicurativo e sanitario, sconvolgiamo la vita di chi ci circonda, quando
c’è. Dietro le luci abbaglianti del gran teatro si ammassano i detriti di una civiltà che non
vuole saperne di rinunciare allo spettacolo. Chi non può o non vuole partecipare, si
accomodi all’uscita. Nelle società benestanti abbiamo conquistato il diritto di morire; in
quelle povere la preoccupazione è la sopravvivenza. Si chiama progresso. Si aggira in
Occidente lo spettro di un benessere indolore, di una società senza sofferenza, di una vita
senza agonia. Le élite dominanti non saranno sostituite, i proprietari dei mezzi di
produzione non cambieranno, i conflitti non cesseranno, ma il nuovo capitalismo,
autodefinito inclusivo e sostenibile, fornirà i mezzi per evitare disperazione, dolore,
afflizione, a chi è stato persuaso di non valere e non essere nulla, se non massa biologica da
sostenere con sostanze chimiche per vivere senza lamentarsi e per morire senza protestare.
In qualche paese sopprimono anche i bambini: dicono che lo hanno scelto loro, all’età in
cui non si è ancora elaborato bene e male, vita e morte. Se non hai un futuro, se non sei
utile a lungo termine o il dolore è troppo grande, c’è la soluzione che tutto azzera. Se la
chimica che dà la vita non basta più, abbiamo a disposizione la chimica letale. Se nessuno
può garantire una vita dignitosa -la promessa dello Stato sociale- possiamo però avere la
morte amministrata senza rimorso a norma di legge, previo verbale delle operazioni svolte.

Malati e disabili, depressi ed emarginati, giovani senza futuro e anziani decrepiti, poveri e
disoccupati: se lo Stato non si cura di loro e il Mercato li ignora per scarso potere
d'acquisto, basterà una semplice iniezione per smettere di soffrire, piangere e lottare
quando il corpo si deteriora, la mente si affievolisce e non si è utili per lavorare,
consumare, rivendicare “diritti”. La buona morte sarà inclusiva: potremo richiederla per
esercitare il diritto a non disturbare, a non essere un peso, a non soffrire. È a disposizione
qualcosa di più sofisticato del soma, la droga euforizzante del Mondo Nuovo di Aldous
Huxley; dobbiamo approfittarne. Contribuiremo a salvare il pianeta sfoltendo l’umanità
eccedente, sgradite alle élite divenute progressiste. Avere figli è inutile, il tempo delle
rivoluzioni è passato. Senza la coscienza di essere schiavi fungibili, sopportiamo senza
reagire. Ai sopravvissuti continuerà a essere detto che le innumerevoli dipendenze fornite
dal sistema, nonostante gli effetti indesiderati, rappresentano la salvezza dal buio passato e
la promessa di libertà del futuro. Ci hanno convinti che ognuno è dio di se stesso; uccidere
per “compassione” sarà legale, un diritto inalienabile in continua evoluzione. Prima per
coloro che non hanno speranza, poi per i fragili, infine per tutti gli altri. O una vita
funzionale o la morte di Stato. Se il consumismo non permette più di sfuggire ai problemi,
se ti stanchi di usare e buttare via cose e relazioni, se le dipendenze mostrano il loro vero
volto, se nessuno ti sostiene quando il corpo cede e la mente vacilla, una semplice,
economica iniezione ti fornirà la perfetta soluzione.
Il materialismo adempirà la sua profezia: non saremo uguali nella vita, ma nella morte.
Selezione naturale. L'eugenetica, in versione democratica e umanitaria, ha spianato la
strada. Con i diritti civili di nuova generazione il darwinismo sociale raggiungerà livelli
senza precedenti: colpirà malati depressi, bambini depressi, anziani depressi. L’eutanasia è
applicata in modo discreto e rapido: nessuno ascolterà l’ultimo sospiro. Nessuno deve
soffrire, nessuno può dettare le nostre scelte, nessuno deve dirci come lasciare questo
mondo; possono toglierci i mezzi di produzione, ma non quelli di distruzione. La morte
assistita è un tuo diritto e devi esigerlo: un servizio pubblico gratuito erogato senza
indugio. Non ci saranno classi sociali nell'eutanasia. Smetteremo di essere imperfetti in un
mondo che vende la perfezione, disfunzionali in un meccanismo funzionale, sconfiggeremo
il dolore con l’ analgesico definitivo. Che bellezza morire per sfuggire la sofferenza che non
riusciamo a sopportare.
Il cinema, controllato dall’oligarchia dominante che sparge il seme dei nuovi valori,
anticipa i tempi . Nel film I figli degli uomini (2006) si parla di Quietus, la pillola per il
suicidio, commercializzata legalmente, sponsorizzata dallo Stato e pubblicizzata in TV.
Non finiremo all'inferno. Nessun Dio può giudicarci per una scelta sovrana. È la “mia” fine,
nient’altro, di un qualsiasi prodotto con data di scadenza legalmente definita o
obsolescenza programmata. Marx insegnava che l'uomo è l'essere supremo per l'uomo. Lo
hanno preso in parola seguaci e avversari. Non siamo liberi nell’esistenza, però possiamo
decidere quando fare l'iniezione letale, anzi liberatrice. Di fronte al declino della vita,
legalmente saremo eguali: chiunque, sena dolore, potrà essere trasformato in polvere. La
Compagnia della Buona Morte comanda di sparire “con dignità”. Niente cure palliative,
affetto, assistenza spirituale. Nell’obitorio progressista siamo semplici prodotti. Scarti,
falliti, sofferenti, non aspiriamo a vivere meglio dei vostri genitori, ma a morire meglio

L'articolo La Compagnia della Buona Morte proviene da Blondet & Friends.

Anche i vescovi nel partito radicale di massa

11 September 2026 at 20:30

“Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire“: ecco il terrificante titolo di un articolo uscito oggi su Avvenire, il giornale della CEI, ovvero dei vescovi italiani, che in fondo celebra l’orrenda leader radicale, mostro di ignoranza, violenta anticlericale (ce la ricordiamo con i manifesti “No vatican, no Taliban”), che ha fatto tutto il male possibile, soprattutto lottando per introdurre il divorzio e l’aborto in Italia.

Come tutti i radicali era una nullità, ma aveva le spalle coperte dai poteri forti dei quali portava avanti fedelmente i piani distruttivi. Filo-americana, filo-israeliana, favorevole all’Unione Europea, è stata uno dei grandi nemici della legge naturale e dell’Italia, paese che ha contribuito a distruggere.

Vergogna eterna a tutti i politici di “destra” e a tutti i cattolici che si stanno affrettando a celebrarla! Lo fanno senza crederlo, da ipocriti, solo come atto dovuto verso i poteri occulti che sostenevano la Bonino e che loro segretamente temono e non vogliono scontentare.

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Il Pentagono è una tigre di carta

11 September 2026 at 20:27

Le scorte di munizioni militari critiche hanno raggiunto i livelli più bassi della storia degli Stati Uniti, secondo un rapporto pubblicato sul The New York Times. Il rapporto afferma che il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance ha parlato personalmente con ufficiali americani in Medio Oriente, Europa e Asia durante la primavera e l’estate per ottenere le loro valutazioni “oneste” su ciò che rimaneva nelle scorte delle truppe e su come le spedizioni di armi in Medio Oriente avrebbero influenzato la loro capacità di deterrere la Cina, la Russia e la Corea del Nord. Gli ufficiali di alto rango sono stati critici nelle loro valutazioni. Erano particolarmente preoccupati per le scorte esaurite dei sistemi missilistici Patriot, che sono il pilastro del sistema di difesa aerea degli Stati Uniti: in un teatro militare, ne rimanevano meno di 100. Inoltre, le scorte di sistemi missilistici tattici per l’esercito sono state esaurite: si trovano al “livello più basso mai visto”. Vance ha incluso queste informazioni nelle sue conversazioni private con Donald Trump, e il presidente degli Stati Uniti, secondo il NYT, inizialmente ha avuto difficoltà a credere che le scorte militari fossero state prosciugate a un livello così grave.

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Dopo la morte ci sarà il Giudizio e non vi è alcun rimedio per una vita cattiva

11 September 2026 at 17:50

Post mortem

Emma Bonino era una femminista radicale. Suo malgrado, la sua immagine pubblica è stata indissolubilmente legata a tre uomini.

Il primo è Marco Pannella, suo mentore, quasi pigmalione, e per decenni suo capo partito.

Il secondo è George Soros, che almeno negli ultimi vent’anni è stato alla luce del sole il principale finanziatore della sua attività politica.

Il terzo è Jorge Mario Bergoglio, suo illustre pubblico elogiatore e frequentatore.

E’ un trio che già dice tutto.

Liberale, liberista, libertina e libertaria, come Pannella definiva i Radicali, Emma Bonino è stata il simbolo stesso dell’abortismo in Italia, che per sua stessa ammissione praticò illegalmente, sia come paziente che poi come mammana. Ma non è stata ovviamente solo questo.

Femminista, eutanasista, omosessualista -ovviamente pure vaccinista pandemica – fu anche immigrazionista fanatica (e per questo tanto amata dal meticcista Bergoglio che la definì “grande Italiana”). Sostenitrice della “grande sostituzione”, odiatrice della famiglia e di ogni ordine naturale e civile, sempre a favore del caos come del grande capitale, voleva svuotare le carceri come le culle. E liberalizzare la droga.

I Radicali separarono del tutto il Sessantotto istintualista dal marxismo, e inventarono anche in Italia i”diritti civili” sul modello anglosassone. Qui sta la loro importanza decisiva.

Sposarono il modello di una società “aperta” anglosferica, costituita da atomi fluttuanti consumatori, sostanzialmente intercambiabili, dediti esclusivamente a rapporti economici ed edonistici in avversione a qualsiasi concezione cristiana trascendente del sacro, come a qualsiasi dovere comunitario. Sempre rivendicanti “diritti “, specie dal bassoventre in giù.

E’ l’antropologia materialista degli “ultimi uomini” ridotti ad atomi, ma anche ridotti a bestie – alla pura animalità- che si presumono il dio di se stesse.

Nichilismo puro, purtroppo oggi di massa. Il trionfo dell’ignoranza spirituale.

Fanaticamente pro-Ue, sempre atlantista in politica estera, sostenitrice della “guerre umanitarie” nei Balcani e nel Medio Oriente, delle “primavere arabe” in Nord Africa, sionista radicale (anche se negli ultimi tempi stranamente ostile a Netanyahu), Emma Bonino ha incarnato il mondialismo allo stato puro. Il mondialismo delle plutocrazie.

Benvoluta da Berlusconi perché liberale e mercatista, benvoluta a sinistra perché artefice panerotista della sovversione dei costumi, ha esercitato cariche di grande importanza pur godendo di scarsissimi consensi elettorali.

Era ovviamente amatissima, oltre che presso il grande capitale a stelle e strisce e la burocrazia di Bruxelles, tra nani e ballerine del mondo dello spettacolo, in quanto ella stessa consustanziale al sistema orgiastico-mercantile che li esprime.

La Meloni ha già proposto per la Bonino i funerali di Stato. E’ giusto. Un Paese e una civiltà che odiano se stessi, con le frontiere colabrodo, il caos nelle strade e le culle vuote, non possono che esaltare chi fu regina del suicido collettivo.

Martino Mora
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Magari i teologi a la page di oggi tornassero a parlare l’autentico linguaggio della Tradizione. La quale è la stessa, come rivelata, ovunque e sempre. L. C.

Una morte felice è un capolavoro e un capolavoro non si compie in un giorno. La ragione fondamentale per cui temiamo la morte sta nel fatto che non l’abbiamo mai preparata. La maggior parte di noi muore una volta sola, mentre avremmo dovuto morire ogni giorno. La morte è una cosa terribile per colui che “muore” solo quando muore; ma è una cosa bella per colui che “muore” prima di morire. (…)

Dopo la morte non vi è alcun rimedio per una vita cattiva. Ma prima della morte vi è un rimedio: quello di morire a noi stessi seguendo così la legge dell’immolazione e del sacrificio che è la legge dell’universo intero. Non vi è altro modo di entrare in una vita superiore, se non col morire ad una vita inferiore. Non vi è possibilità per l’uomo di godere un’esistenza nobilitata in Cristo, se egli non viene sradicato dal vecchio Adamo. Per colui che conduce una vita mortificata in Cristo, la morte non viene mai come un ladro nella notte, perché è lui che la prende di sorpresa. Noi moriamo ogni giorno per far la prova a morire e ogni giorno lo ripetiamo per riuscirvi.

Ci piaccia o non ci piaccia, non si sfugge a questa verità espressa da San Paolo nella lettera agli Ebrei: “È stabilito che l’uomo debba morire una sola volta, e alla morte segua il Giudizio”. Mentre i tuoi parenti e amici si raccolgono attorno al tuo cadavere e domanderanno: “Quanto ha lasciato?”, gli Angeli domanderanno: “Quanto ha portato con sé?”.

Il Giudizio sarà duplice. Sarete giudicati al momento della vostra morte: Giudizio particolare; e nell’ultimo giorno del mondo il Giudizio Universale. Ci vuole il primo Giudizio, perché tu sei una persona e perciò sei responsabile, come individuo, dei tuoi atti liberi: le tue opere ti seguiranno. Il secondo Giudizio avverrà, perché tu hai compiuto la tua salvezza o la tua dannazione eterna nel contesto di un ordine sociale cioè nel Corpo Mistico di Cristo, la Chiesa. Sarai giudicato, quindi, per il tuo influsso su di esso. (…)

Tre destini possibili ti attendono alla morte:

Inferno: Dolore senza Amore.

Purgatorio: Dolore con Amore.

Paradiso: Amore senza Dolore.

(Fulton J. Sheen, da “Fatti per l’eternità: introduzione al Cristianesimo” edizioni Mimep)

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Gli Houthi danneggiano le infrastrutture saudite: sempre più grave la crisi energetica globale

11 September 2026 at 13:14

Analisi Difesa

(Aggiornato alle ore 8,10)

Lo scorso 8 settembre, a seguito di una serie di attacchi con missili e droni sferrati da Ansarallah, le autorità saudite hanno annunciato la sospensione delle attività presso impianti energetici di rilevanza critica situati presso Abha, Khamis Mushait e Najran.

Nonché Jazan, città industriale da oltre 20 miliardi di dollari costruita da Saudi Aramco sul Mar Rosso, dove sorge uno dei complessi di raffinazione integrati più avanzati al mondo. La struttura processa quotidianamente circa 400.000 barili di greggio (equivalenti al 4% dell’intera produzione giornaliera di Saudi Aramco) per sfornare una vasta gamma di prodotti, tra cui benzina, gasolio ultraleggero, benzene e paraxilene.

Ma soprattutto, Jazan ospita il più grande impianto a ciclo combinato con gassificazione integrata (Igcc) al mondo, capace di produrre, attraverso la lavorazione dei sottoprodotti di raffineria di basso valore, sia idrogeno e vapore necessari alle operazioni di raffinazione, sia qualcosa come 3,8 GigaWatt di energia. Una quantità enorme, sufficiente «non solo a soddisfare il fabbisogno energetico dell’impianto stesso e quello dell’industria locale in espansione, ma anche a fornire energia a milioni di abitazioni nelle vicinanze», spiega Saudi Aramco.

Jazan è stato colpito da Ansarallah svariate volte nel corso degli ultimi tre mesi, con conseguente netta diminuzione della capacità produttiva degli impianti che va ad aggravare la crisi energetica saudita imputabile – oltre che all’instabilità nello Stretto di Hormuz – anche all’attivismo della compagine yemenita nelle acque del Mar Rosso.

Nelle ultime ore le milizie Houthi dello Yemen sembra abbiano  colpito direttamente il gasdotto petrolifero Est-Ovest dell’Arabia Saudita nel deserto a sud-est di Medina. Le immagini satellitari Sentinel-3 (sotto) di oggi mostrano una massiccia colonna di fumo nero lunga quasi 100 km lungo il percorso del gasdotto, che si estende nel deserto tra Medina e Mahd adh Dhahab.

Come riferisce su Linkedin Hormuz Letter, “i dati satellitari sulle incendi mostrano un grande incendio in corso nello stesso punto, con molteplici anomalie termiche raggruppate lungo un tratto di meno di 10 chilometri, potenza radiante dell’incendio superiore a 70 megawatt, più del doppio di un incendio convenzionale, e la combustione protratta per almeno 8 ore, secondo i dati NASA FIRMS di oggi.

Il gasdotto Est-Ovest trasporta greggio saudita da Abqaiq a Yanbu sul Mar Rosso, l’unica rotta di esportazione del regno che non passa attraverso lo Stretto di Hormuz. L’incendio avviene in mezzo agli attacchi Houthi sul territorio saudita nelle ultime 24 ore”.

Il blocco navale dei porti sauditi e gli attacchi contro Yanbu, terminale dell’oleodotto East-West attraverso cui Riyadh ha convogliato parte ragguardevole della propria produzione verso la costa occidentale – e da lì al Mediterraneo, tramite l’oleodotto Sumed – aggirando lo Stretto di Hormuz, hanno provocato un crollo dei volumi di export petrolifero del regno.

I dati forniti da Kpler indicano che, nel mese di agosto, le esportazioni di greggio sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno, toccando il livello più basso mai raggiunto da almeno 13 anni. Alla vigilia dell’aggressione israelo-statunitense contro l’Iran, l’export giornaliero saudita ammontava a oltre 7 milioni di barili. Nell’ultima settimana, ha rilevato la società, soltanto due carichi sauditi hanno attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb per accedere al Mar Rosso.

Le navi prive di connessioni con l’Arabia Saudita continuano a transitare attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, ma con frequenza enormemente ridotta. Leth Agencies ha calcolato che, ad agosto, è stato registrato il minor numero di transiti nello stretto dal luglio 2025, con una media di appena 35 passaggi giornalieri.

Il crollo dell’export saudita va a combinarsi alla drammatica ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. I primi mantengono operativo il blocco delle coste iraniane con l’obiettivo di precludere a Teheran la possibilità di esportare greggio e colpiscono obiettivi sensibili nei litorali e nei pressi della cruciale isola di Kharg, principale terminale di esportazione del petrolio iraniano.

L’Iran, invece, bersaglia navi da guerra e basi militari statunitensi, lanciando allo stesso tempo attacchi contro petroliere non ottemperanti ai requisiti fissati da Teheran per il transito in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz.

Risultato: su base giornaliera, le esportazioni petrolifere dell’Asia occidentale sono scese a circa 9 milioni di barili, a fronte dei 20 milioni circa registrati nel mese di febbraio. All’inizio di agosto, l’amministratore delegato di Saudi Aramco Amin Nasser aveva quantificato in 2,6 miliardi di barili l’ammanco dell’offerta petrolifera causato dall’instabilità nel Golfo Persico, e aggiunto che «se lo Stretto dovesse riaprire oggi, occorrerebbero fino a 18 mesi, a un ritmo medio di 2,1 milioni di barili al giorno, per ricostituire le scorte esaurite».

Lo stesso Nasser aveva rivendicato con orgoglio il drastico incremento dell’utile netto registrato nel secondo trimestre del 2026 (+44%, a quota 32,6 miliardi di dollari) dalla società, riconducendolo sia agli alti prezzi di greggio, derivati e prodotti chimici, sia alla decisione di riorientare l’export verso il Mar Rosso. «Nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, abbiamo continuato a dimostrare la nostra capacità di garantire la continuità operativa, facendo leva sulla diversificazione dei nostri asset e su una pianificazione pluridecennale», ha affermato Nasser.

La strada alternativa battuta da Riyadh per rifornire nei limiti del possibile l’economia mondiale dell’energia necessaria sta tuttavia svanendo a causa degli attacchi di Ansarallah, protagonista di una rapida avanzata verso il sud dello Yemen culminata con la conquista di quasi 3.000 km2 di territorio controllato dal governo filo-saudita del Presidential Leadership Council (Plc). I centri di Hays, al-Khukha, Yakhtal e – soprattutto – al-Mokha sono così caduti nelle mani di Ansarallah, che punta attualmente alla città di Dhubab.

La cui presa cementerebbe definitivamente il presidio del gruppo armato alleato dell’Iran sullo Stretto di Bab el-Mandeb, aggravando in maniera catastrofica i preesistenti problemi di natura logistica. «Per il trasporto marittimo commerciale, la preoccupazione immediata non è data semplicemente dal numero dei singoli attacchi, ma dall’ampliamento dei criteri di selezione degli obiettivi e dell’area geografica interessata», ha rilevato il fondatore dell’agenzia Marisks Dimitris Maniatis

Le relative ricadute sui prezzi delle assicurazioni marittime si sono rivelate pesantissime. Rispetto al periodo antecedente allo scoppio del conflitto, i premi sono saliti ad agosto dallo 0,25 al 3-6% del valore della nave commerciale per la navigazione nella acque del Golfo Persico; dallo 0,1 al 7,5-10% del valore del carico per l’attraversamento dello Stretto di Hormuz; dallo 0,1 all’1% del valore della nave commerciale per il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb.

A sua volta, l’aumento dei premi assicurativi va ad ingigantire gli oneri costituiti dall’aumento del prezzo del petrolio, che gli Stati Uniti non riescono più a contrastare attraverso il rilascio graduale di milioni di barili attinti alle proprie riscorte d’emergenza.

I dati indicano che le riserve strategiche sono precipitate da 415,4 a 286,6 milioni di barili tra il 6 marzo e il 28 agosto. Si tratta della soglia più bassa mai toccata dal 1983, e pericolosamente inferiore al limite operativo di 300 milioni di barili che garantisce la sicurezza delle caverne di sale in cui le riserve strategiche di greggio sono stoccate. Già allo stato attuale, ammoniscono gli specialisti, i continui prelievi hanno comportato una significativa diminuzione della pressione interna alle cavità, con conseguente indebolimento delle pareti saline e riduzione della capacità di pompaggio del sistema idraulico interno.

L’esaurimento del “cuscinetto d’emergenza” costituito dalle riserve strategiche priva l’amministrazione Trump di un fondamentale strumento di contenimento dei prezzi degli idrocarburi, in una congiuntura resa particolarmente problematica dall’incombenza di un altro fattore critico concomitante: la ripresa delle importazioni di petrolio da parte della Cina.

Nel corso dei mesi passati, l’ex Celeste Impero aveva ridotto drasticamente (fino al 50%) gli approvvigionamenti di “oro nero” in un’ottica di allentamento delle tenzioni sui prezzi generate dall’aggressione israelo-statunitense a danno dell’Iran, facendo affidamento su carbone e rinnovabili, su un maggiore impiego dei trasporti pubblici, sull’aumento della produzione interna di idrocarburi e sull’utilizzo delle gigantesche scorte allestite in precedenza.

Il “cambio di registro” varato da Pechino va per di più a sovrapporsi alla caduta significativa della capacità di raffinazione della Russia imputabile ai continui attacchi con droni sferrati dalle forze armate ucraine contro gli impianti di lavorazione del greggio disseminati in varie zone del Paese.

Di conseguenza, il Brent ha superato i 105 dollari al barile per la prima volta da luglio. Il West Texas Intermediate, invece, è salito al di sopra della soglia dei 100 dollari al barile. I future sul greggio dell’Oman sono schizzati oltre i 116 dollari e i premi spot sono risaliti ai livelli di aprile.

Il colossale scompenso dal lato dell’offerta petrolifera va peraltro a combinarsi con un punto di strozzatura ancor più critico, rappresentato da una capacità di raffinazione globale in forte calo dovuta alle turbolenze geopolitiche che attraversano il Golfo Persico e agli attacchi ucraini contro gli impianti russi che hanno abbattuto la capacità di lavorazione nazionale a tal punto da spingere Mosca a ridurre fortemente l’export di derivati del petrolio.

Le implicazioni si stanno rivelando particolarmente impattanti soprattutto per gli Stati Uniti, dove il prezzo medio del diesel ha raggiunto la cifra record di 5,94 dollari (+2,27 dollari rispetto alla fine di febbraio). Il rincaro ha colpito con particolare vigore la costa occidentale del Paese, raggiungendo picchi astronomici in alcuni Stati come la California, dove un gallone di diesel costa attualmente 7,87 dollari.

Negli Stati Uniti, larghissima parte delle automobili sono alimentate a benzina, ma è il diesel che muove gli autotreni e le navi da trasporto che riforniscono quotidianamente i punti vendita di tutto il Paese di ogni genere di merce – dal latte ai prodotti elettronici, dal legname ai beni agricoli – il cui prezzo finale  finisce inesorabilmente per incorporare il rincaro degli input energetici a monte. L’inflazione, non a caso, rimane stabilmente molto al di sopra della soglia del 2% fissata come parametro di riferimento dalla Federal Reserve, sebbene i metodi di calcolo ufficiali ne sottostimino enormemente la portata reale.

È sempre il diesel, per di più, a riscaldare le abitazioni di decine di milioni di cittadini statunitensi, che si ritroveranno a pagare bollette molto più salate nei mesi autunnali e invernali. Quando cioè, evidenzia David Russell di TradeStation, «agricoltori e autotrasportatori tendono a utilizzare maggiori quantità di diesel; ciò aggrava la crisi in corso e accresce il rischio di rincari più marcati», specialmente alla luce della penuria di scorte, piombate ai minimi storici all’inizio di settembre.

L’Iran War Energy Cost Tracker della Brown University quantifica il prezzo aggiuntivo pagato dai consumatori statunitensi per il rincaro dell’energia riconducibile alla guerra nel Golfo Persico in 46,2 miliardi di dollari per quanto concerne il diesel, e in 56,1 miliardi in riferimento alla benzina, con un incremento rispettivamente del 62,9 e del 43,4% rispetto a febbraio. Si parla di oltre 780 dollari di costi energetici in più a famiglia a partire da febbraio. Mese in cui, documenta una inchiesta di Bankrate, appena il 47% delle famiglie statunitensi disponeva di risparmi sufficienti a sostenere una spesa imprevista di 1.000 dollari.

Il processo di erosione dei redditi, stagnanti quantomeno dagli anni ’80, ha impresso una decisiva accelerata all’espansione del debito delle famiglie statunitensi, salito nel secondo trimestre del 2026 al massimo storico di 18,8 trilioni di dollari – quello delle carte di credito ha raggiunto quota 1,26 trilioni.

La situazione potrebbe peggiorare drasticamente qualora il presidente Trump desse concretamente seguito al proposito – espresso più volte – di eliminare i sussidi previsti dal Low Income Home Energy Assistance Program, di cui milioni di famiglie statunitensi beneficiano per riscaldare le proprie abitazioni.

Foto: Ansar Allah e IRNA

L'articolo Gli Houthi danneggiano le infrastrutture saudite: sempre più grave la crisi energetica globale proviene da Blondet & Friends.

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