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Ungheria, cosa rivelano i documenti interni di Rosatom su Pak II

8 October 2026 at 16:00

Il progetto della centrale nucleare di Paks II, nato dall’accordo firmato nel 2014 dal governo di Viktor Orbán e principale investimento energetico russo nell’Unione europea, torna ancora una volta sotto i riflettori. Secondo documenti interni a cui ha avuto accesso Politico, Rosatom avrebbe infatti preparato in segreto la rottura con Orgenergostroy, uno dei subappaltatori chiave del cantiere, mentre in pubblico continuava a difenderne l’operato.

Le carte mostrano che nel 2025 Rosatom avrebbe versato a Orgenergostroy circa 57 milioni di euro in anticipi per lavori non ancora eseguiti, mentre la società moscovita risultava debitrice di circa 10,6 milioni verso subappaltatori ungheresi. Il tutto sullo sfondo di uno scandalo di corruzione in Russia, in cui un dirigente di Orgenergostroy è stato accusato di aver corrotto un manager di Rosatom, poi condannato a dodici anni.

Quando, alla fine del 2024, l’azienda ha iniziato a licenziare personale a Paks, Rosatom ha assicurato ai media ungheresi la continuità dei lavori. Nei mesi successivi, però, l’amministratore delegato Alexei Likhachev avrebbe autorizzato i preparativi per rescindere i contratti con Orgenergostroy su tutti i progetti del gruppo, come risulta da un verbale del dicembre 2025. Le stime interne prevedevano un ritardo di tre o quattro mesi e un aggravio di quasi il 20% sui circa 170 milioni di euro di lavori residui.

Rosatom ha definito i documenti “superati”, sostenendo che i problemi sono stati risolti, ma non ha chiarito se gli anticipi abbiano prodotto i lavori previsti, se i creditori ungheresi siano stati pagati né perché la rottura non sia avvenuta. Orgenergostroy non ha risposto alle richieste di commento. Tra le carte figura anche l’email di un manager di Rosatom che contesta le rassicurazioni del presidente russo Vladimir Putin sul rispetto degli impegni russi all’estero (come ad esempio quello in Egitto, o i casi di Turchia e Bangladesh).

Le rivelazioni su queste incongruenze interne sono solo l’ultimo episodio di una serie di problematiche legate al progetto Paks II. E arrivano mentre il nuovo premier Péter Magyar ha avviato una revisione del progetto, contestandone i legami con Mosca e il costo di 12,5 miliardi di euro. Tutti piccoli tasselli che suggeriscono un rallentamento dell’espansione di Rosatom sul piano internazionale, dopo alcuni anni di relativi successi (soprattutto nel continente africano).

Perché il discorso di Rubio sull’Acropoli riguarda tutto l’Occidente

8 October 2026 at 15:02

“L’Occidente si trova a un bivio: il prossimo decennio determinerà se manterrà il suo posto al vertice del mondo o si accontenterà di un futuro di declino, sottomissione e indebolimento”. Il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha scelto la collina della Pnice, dinanzi all’Acropoli, per un discorso che evidentemente non era rivolto solo alla Grecia di oggi, pur celebrando quella di ieri. La Pnice infatti, non solo si trova a strapiombo sull’antica agorà, ma era la sede dell’ecclesia, l’assemblea dei cittadini ateniesi. Per cui quelle parole pronunciate da Rubio sono un monito per il futuro occidentale, in un frangente internazionale in cui le pressioni economiche della Cina da un lato e quelle belliche di Iran e Russia dall’altro rappresentano il nocciolo delle nuove sfide. “Scegliamo di rafforzare il nostro Paese, senza scuse, di riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, di reindustrializzare la nostra economia, di ricostruire le nostre difese e di puntare al predominio nelle tecnologie e nei settori del futuro”.

Ecco il primo punto: le catene, i commerci, le materie prime, la scienza. Non è un caso che Rubio, al di là di tutti i riferimenti all’antica Grecia, ha inteso fare puntuali riferimenti a dossier strategici, che però è lecito ammettere fino ad oggi sono stati sottovalutati dall’occidente, in primis quello sulla terre rare (non a caso gli Usa hanno voluto riequilibrare la partita con la Pax Silica). Prima però Rubio aveva ripreso il filo della storia, ricordando che la Grecia è impressa nell’architettura del governo americano, nelle imponenti colonne e nei monumenti che adornano la capitale. “Gli antichi Greci sembrano esercitare un potere quasi mistico sulla nostra memoria. Ci invitano a tornare a loro ancora e ancora”, ha insistito, come per mescolare passato e futuro.

“Atene ci ha donato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno donato la filosofia. Ad Atene abbiamo assistito alla prima espressione completa di ciò che è venuto a definire l’Occidente”, ha aggiunto, sottolineando un altro elemento che si aggiunge alla lunga schiera “di prospettiva”.

Quando il ministro egli Esteri Usa dice che per gli antichi greci la ricerca dell’eccellenza era il principio cardine dell’esistenza umana e che coloro che costruirono il Partenone guardavano in alto (perché credevano che la più alta ambizione fosse quella di superare tutti gli altri, di sforzarsi di essere i migliori) tocca il punto centrale dello sviluppo futuro. L’occidente, e quindi anche l’Ue, deve cambiare angolo di visuale per ricostruire”Esistono grandi rovine in tutto il mondo. In molti casi, si tratta di luoghi in cui la Storia sembra essersi esaurita, vestigia di civiltà lontane scomparse da tempo dalla memoria collettiva. Ma l’Acropoli è diversa”, ha affermato.

Per poi entrare nel cuore del dibattito futuro quando ha detto di credere che l’Europa possa “risvegliarsi dal suo lungo sonno e riaccendere la fiamma che fu accesa qui millenni fa”.

La casa preferita di Putin? È a Sochi e in fase di ristrutturazione

8 October 2026 at 13:28

Il presidente Vladimir Putin ha deciso di allargare la sua casa nel Mare Nero e dietro a questa scelta potrebbe esserci una motivazione di sicurezza più che logistica. La storica struttura statale Bocharov Ruchey a Sochi, usata da Boris Yeltsin, tra altri leader russi, è diventata la dimora preferita dell’attuale capo del Cremlino da maggio del 2000. Nel 2008 è stata segnata come la residenza ufficiale del presidente russo ed è lì che poteva “dormire, lavorare, vivere e svolgere tutte le sue funzioni, inclusa quella del comandante supremo a capo” dello Stato.

Secondo il quotidiano britannico Financial Times, solo nel 2021 c’è stato 24 volte, ma dal 2024 al 2025 – colpa della guerra in Ucraina – solo due volte. I droni ucraini sono riusciti a raggiungere la dimora e questo ha spinto Putin a ridurre i suoi spostamenti sul Mare Nero.

Questa situazione però non ha diminuito la sua preferenza nello svolgere alcuni appuntamenti importanti, come nel 2024 è accaduto quando ha ricevuto nella residenza Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Nel 2024, Bocharov Ruchey è stato demolito (è rimasto uguale solo una zona costruita per i Giochi Olimpici invernali di Sochi del 2014) e i servizi federali di sicurezza hanno cominciato la progettazione di un’enorme ristrutturazione per proteggere la residenza in un perimetro di tre chilometri.

Le autorità russe non hanno confermato la ristrutturazione ma un’indagine dell’emittente Bbc ha svelato alcuni indizi: cause legali aperte, immagini satellitari e annunci di lavoro (in cambio di casa vicino alla piscina, cibo gratis e pagamento in contanti) che riguardano Bocharov Ruchey.

“In una decisione su una disputa tra contrattisti, Bbc News Russia ha scoperto il riferimento ad un contratto di un programma statale di acquisizioni di difesa con il codice numero 2327202903572000000000000 – spiega l’emittente -. L’informazione di questi contratti è segreta ma il codice svela alcuni dettagli importanti. I primi quattro numeri indicano l’anno in cui si è firmato il contratto e la data di scadenza. I tre numeri successivi, 202, sono il codice dell’Fso, l’autorità che contratta”.

Si tratta dunque di appalti di imprese che lavorano a Bocharov Ruchey. Il principale è il contrattista generale della costruzione Tsi Group. Ci sono state anche alcune irregolarità che riguardano la costruzione dei muri della “casa principale” con l’impresa Orenburg.

La Bbc ha anche scoperto alcuni annunci di impiego per costruttori, da idraulici a fabbri, pubblicati sui social network, in cui si offre alloggi vicino alla piscina, pagamenti in contanti, cibo gratis e altri benefici. “L’installazione è strategica”, hanno aggiunto.

Inizialmente, l’offerta di lavoro è limitata a cittadini russi senza precedenti penali, ma successivamente il mercato è stato aperto a kazachi, bielorussi e chirghisi.

TSI e il gruppo Transstroiinvest hanno un’ampia esperienza in progetti di costruzione legati al governo russo e alle organizzazioni di sicurezza statali. “Nel 2019, il media di inchiesta indipendente russo Project ha informato che l’impresa aveva partecipato alla costruzione di una residenza statale nella località di Oliva, nella costa sud della Crimea annessa”, ha aggiunto la Bbc.

Transstroiinvest continua a lavorare in territori occupati dell’Ucraina, come ad esempio, il restauro dell’antico cinema di Mariupol, occupato dalla Russia nel 2022. Tra quell’anno e il 2025, TSI si è aggiudicato 54 contratti, tra cui un contratto di ricostruzione del centro infantile internazionale Artek per 330 milioni di dollari.

La trappola cinese per l’Europa e la nuova strategia di Bruxelles. L’analisi di Small (Ecfr)

8 October 2026 at 13:13

Il commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, avvia oggi una visita di due giorni a Pechino per cercare di riequilibrare le relazioni economiche tra Unione europea e Cina. Al centro dei colloqui con il ministro cinese del Commercio, Wang Wentao, ci sono il crescente squilibrio commerciale e le preoccupazioni europee per la sovraccapacità produttiva cinese, che minaccia settori industriali strategici del continente.

La missione arriva alla vigilia del Consiglio europeo di ottobre, nel quale i leader dell’Ue discuteranno anche della risposta economica alla Cina. Francia e Germania hanno recentemten proposto di rafforzare la capacità di intervento di Bruxelles contro minacce commerciali sistemiche (non si è parlato palesemente di Pechino, ma il sottinteso è automatico), anche attraverso un meccanismo di emergenza, il cosiddetto kill switch, che consentirebbe di reagire più rapidamente. La Commissione, tuttavia, continua a privilegiare una soluzione negoziata, cercando di evitare uno scontro commerciale aperto.

Per Andrew Small, direttore del programma Asia dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr), il dato politicamente più rilevante è che l’Europa sembra aver finalmente raggiunto una convergenza sulla necessità di intervenire.

“Il consenso a favore di un’azione europea sulla Cina si è finalmente consolidato, dopo che la prudenza della Germania aveva a lungo frenato un approccio più deciso da parte dell’Ue”, spiega a Formiche.net. “Le recenti proposte franco-tedesche, presentate in vista del Consiglio europeo di ottobre per consentire all’Unione di reagire molto più rapidamente alle minacce commerciali sistemiche, sono ancora più importanti per il mandato politico che conferiscono per i dettagli delle misure proposte”.

Un cambiamento che si inserisce in un più ampio irrigidimento della posizione europea nei confronti di Pechino, emerso anche nel recente dibattito al Parlamento europeo. Come raccontato martedì questa evoluzione ha fatto emergere anche alcune divisioni politiche italiane, con l’astensione di gran parte degli eurodeputati del Partito democratico sull’ultimo rapporto parlamentare dedicato alla Cina; rapporto in cui la posizione europea assume toni più severi.

Ma quanto è solido questo nuovo consenso europeo? E soprattutto, riuscirà a resistere alla pressione negoziale cinese? Secondo Small, i colloqui di Šefčovič serviranno a verificare se Pechino sia davvero disposta a presentare offerte sufficientemente consistenti da modificare le dinamiche economiche alla base delle preoccupazioni europee. “La tattica più efficace della Cina potrebbe essere quella di trascinare l’Europa in una trappola procedurale, offrendo quel tanto che basta per ritardare un intervento, senza affrontare le forze che stanno alimentando la deindustrializzazione europea”, avverte.

Pechino potrebbe inoltre cercare di incrinare il consenso raggiunto tra gli Stati membri, concentrandosi soprattutto sulla Germania, dove la convergenza politica è relativamente recente. Small individua diverse possibili leve: limitazioni volontarie delle esportazioni in settori politicamente sensibili, come quello delle automobili ibride; impegni ad aumentare gli acquisti di prodotti europei; riduzioni della capacità produttiva già programmate, ma presentate come nuove concessioni; oppure l’apertura di ulteriori tavoli di dialogo su questioni controverse, tra cui la valutazione della valuta cinese. Misure che potrebbero contribuire ad attenuare le pressioni politiche europee senza modificare sostanzialmente gli squilibri esistenti.

Cosa accadrebbe, invece, se i negoziati non producessero risultati significativi? “Se i colloqui di Šefčovič dovessero fallire o, più probabilmente, produrre risultati così limitati da mantenere intatto il consenso europeo sulla necessità di agire con urgenza, l’Ue dovrà procedere con uno sforzo difensivo per proteggere le industrie maggiormente esposte allo shock cinese, mobilitando tutti gli strumenti già a sua disposizione“.

L’approvazione dei nuovi meccanismi proposti da Francia e Germania richiederà tempo. Per questo, secondo Small, il primo passo dovrebbe essere un impiego più coordinato e mirato degli strumenti esistenti. In un recente paper dell’Ecfr, l’analista ha proposto un approccio definito swarm, uno sciame di misure complementari. “Questo include dazi e quote, ma l’Europa deve andare ben oltre i tradizionali strumenti di difesa commerciale, che possono ottenere soltanto risultati limitati, considerata la capacità della Cina di assorbirli e aggirarli”.

Si profila dunque una guerra commerciale tra Europa e Cina sul modello di quella tra Washington e Pechino? “Le mosse dell’Ue non assomiglieranno alla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina”, osserva. “L’Unione non introdurrà dazi di livello praticamente proibitivo, come quelli del 145% imposti da Trump lo scorso anno, ma costruirà piuttosto una difesa sistemica dei settori industriali che rischia di perdere”. Anche dopo un eventuale rafforzamento delle misure difensive, il mercato europeo rimarrebbe molto più aperto ai prodotti cinesi rispetto a quello statunitense.

Questa distinzione è importante anche per valutare le possibili contromisure di Pechino. Un’interruzione delle forniture lungo le catene di approvvigionamento strategiche rappresenterebbe, secondo Small, un’escalation particolarmente grave, difficilmente giustificabile come risposta proporzionata alle misure europee.

Nel confronto con Washington, i controlli cinesi sulle esportazioni hanno contribuito a spingere gli Stati Uniti verso una de-escalation. Nel caso europeo, Small ritiene invece che un’analoga pressione potrebbe rafforzare le posizioni più assertive, favorendo l’attivazione dello strumento anti-coercizione dell’Ue e successive contromisure.

Non considera però inevitabile uno scontro. “In pratica, l’Ue può convivere con ritorsioni limitate e la Cina può accettare molte delle misure che l’Europa sta proponendo, quindi esiste ancora un possibile punto di approdo negoziale per entrambe le parti”.

La questione, tuttavia, va oltre il vertice europeo di ottobre. Secondo Small, la sfida di lungo periodo sarà costruire un quadro di intervento capace di affrontare strutturalmente la competizione industriale cinese, evitando che Bruxelles si ritrovi ogni anno a fronteggiare gli stessi problemi in settori diversi.

La priorità immediata resta però verificare la tenuta della posizione europea di fronte alla combinazione di pressioni e incentivi che Pechino potrebbe mettere in campo nelle prossime settimane. “Il banco di prova immediato è capire se l’Ue riuscirà a destreggiarsi tra le tattiche di pressione e di persuasione di Pechino nelle settimane a venire”, conclude Small.

Al rapporto Ue-Cina, anche attraverso il racconto del report “EU-China Relations in the October Decision Corridor” (curato dal Guarini Institute della John Cabot e Formiche/Decode39), è dedicata Indo-Pacific Salad di questa settimana. Per ricevere la newsletter basta seguire questo link

Robot umanoidi al fronte. La promessa (difficile) di Fedorov

8 October 2026 at 11:34

Da un “esercito di droni” a un “esercito di robot”. L’ex ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov, rimosso lo scorso luglio dal presidente Volodymyr Zelensky, ha presentato a Leopoli un nuovo progetto che punta a rimpiazzare in larga misura i soldati sul campo di battaglia con sistemi robotici, inclusi robot umanoidi. Il lancio è stato accompagnato da un video in computer grafica di androidi che combattono in trincea e marciano in formazione. Gli obiettivi di Fedorov sono ambiziosi: l’ex plenipotenziario ucraino mira a schierare il primo umanoide al fronte entro sei mesi, e di realizzare entro un anno un’operazione offensiva in cui i robot eseguano da soli le fasi più letali della missione.

Dietro la retorica c’è un problema concreto, quello degli uomini. Secondo il comandante della Guardia nazionale Oleksandr Pivnenko, in alcuni settori del fronte i russi superano gli ucraini nel rapporto di sei a uno. I sistemi robotici sono già presenti, dai veicoli terrestri senza pilota per logistica ed evacuazione dei feriti alle torrette guidate dall’Ia installate a Kyiv contro i droni, ma non sono ancora impiegati su larga scala.

In un’intervista al Washington Post, Fedorov ha chiarito la filosofia dell’iniziativa. La priorità per l’Ucraina è “sopravvivere e preservare l’indipendenza”, e il dibattito sui rischi dell’IA viene categorizzato dall’ex ministro come un lusso che Kyiv non può concedersi. Il timore è che la Russia e i suoi alleati arrivino per primi a droni e robot pienamente autonomi, senza collegamento con un operatore. Una volta schierati i primi robot, sostiene Fedorov, il processo sarà “inevitabile e irreversibile”, e dovrà essere regolamentato in un secondo momento.  Ma nell’ottica odierna, l’obiettivo assoluto è quello di arrivare primi e dettare le regole del gioco. Fedorov paragona i sistemi autonomi alle armi nucleari, “più accessibili e incontrollati”, e invoca un nuovo Progetto Manhattan con le aziende occidentali. Compresa la sua. L’ex ministro ha fondato negli scorsi mesi una società privata operante nel settore della defense tech, che ha come primo investitore l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, il quale secondo quanto raccontato dallo stesso Fedorov è stato il primo a chiamarlo dopo il licenziamento, offrendosi di sostenere qualunque iniziativa avesse in mente.

Restano però molti dubbi sulla fattibilità del progetto. Nessun robot umanoide è mai stato impiegato in combattimento, e il salto dalle piattaforme attuali a quelle bipedi è tutt’altro che scontato. Il successo dei droni ucraini si è fondato su sistemi economici, semplici da produrre in serie e rapidi da riparare o aggiornare. Un umanoide è per definizione più instabile, più costoso e più complesso di un veicolo su ruote o cingoli, e richiede una filiera di componenti che oggi non esiste su scala industriale. C’è poi il nodo dell’autonomia in ambienti saturi di guerra elettronica, a cui si aggiunge un ritardo dottrinale che le forze armate non hanno ancora colmato. La scadenza dei sei mesi appare così più un obiettivo politico che una tabella di marcia realistica.

Al di là dei dubbi sulla fattibilità, l’iniziativa di Fedorov potrebbe rivelarsi un’occasione per l’Italia. L’ex ministro è stato chiamato come consulente dal ministero della Difesa, e porta con sé un’esperienza unica nella costruzione di un ecosistema capace di sviluppare, testare e produrre sistemi senza pilota a ritmi senza precedenti. Per Roma si apre la possibilità di attingere direttamente a quel modello. Potrebbe accelerare i processi di acquisizione, rafforzare il dialogo tra forze armate, startup e grandi gruppi industriali e posizionarsi tra i Paesi europei più avanzati nella robotica militare. In un momento in cui l’Europa è chiamata a colmare il proprio ritardo tecnologico nella difesa, avere accesso alle lezioni apprese sul campo ucraino rappresenta un vantaggio che l’Italia ha tutto l’interesse a sfruttare.

Nel Columbus Day la conferma dell’asse Roma-Washington

8 October 2026 at 11:29

La cooperazione tra Stati Uniti e Italia sulle questioni chiave è solida e i rapporti tra i Paesi non si sono mai raffreddati. Questa la considerazione di base da fare nel giorno del Columbus Day, nonostante le schermaglie dei mesi passati fra Donald Trump e Giorgia Meloni. Non solo l’Italia ha risposto positivamente al Pentagono sulle spese per la difesa e sugli impegni militari in ambito Nato, ma l’Italia come è noto ha aderito da subito alla Pax Silica, l’iniziativa geopolitica guidata dagli Stati Uniti.

In questo senso ha siglato il relativo accordo bilaterale sui minerali critici, rafforzando i legami in materia di tecnologia e sicurezza economica, passando per l’impegno concreto e comune nell’area polare, con una serie di progetti in Antartide e in Artico a proposito di nuove rotte, carotaggio, materie critiche, energia. Non va dimenticato che nel settembre scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno firmato un memorandum bilaterale volto ad approfondire la cooperazione sui minerali critici, che comprende estrazione, lavorazione, riciclo e investimenti. L’accordo ha anche istituito un gruppo di lavoro tecnico, conferendo alla relazione un meccanismo operativo che va oltre le dichiarazioni politiche. I due ambiti sono dunque interconnessi, visto che la partita abbraccia ambiti iper strategici come i semiconduttori, i data center, i sistemi di difesa.

Inoltre a fine agosto l’ambasciatore statunitense in Italia, Tilman Fertitta, ha dichiarato che le relazioni erano “a un livello molto elevato” e ha definito Meloni un “leader di livello mondiale, molto rispettato all’estero”, nonostante il precedente scontro tra il primo ministro italiano e Trump. Tale rapporto è solido e resta di alto profilo, anche grazie al lavoro che l’ambasciata italiana sta facendo e le parole pronunciate da Donald Trump sul Columbus Day lo dimostrano, una volta di più: “Riveste un significato speciale anche per i nostri straordinari concittadini italoamericani. Come Colombo, essi hanno incarnato un incrollabile amore per la patria e una profonda fede in Dio, e continuano a rafforzare le nostre comunità e a spingere il nostro Paese verso traguardi sempre più ambiziosi”.

Per questa ragione ha proclamato il 12 ottobre 2026 come Giorno di Colombo, ha invitato il popolo degli Stati Uniti a celebrare questa giornata con cerimonie e attività appropriate e ha disposto che la bandiera degli Stati Uniti sia esposta su tutti gli edifici pubblici nel giorno stabilito.

 

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