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Riyadh e Damasco valutano l'invio di 20.000 truppe siriane in Yemen

 

Secondo quanto riportato da Axios l'8 ottobre, che cita tre funzionari statunitensi, l'Arabia Saudita e la Siria starebbero discutendo il dispiegamento di fino a 20.000 soldati siriani in Yemen. L'obiettivo sarebbe sostenere l'offensiva promossa da Riyadh contro il governo yemenita guidato da Ansarallah (i ribelli Houthi).

Il presidente autoproclamato siriano, Ahmad al-Sharaa, starebbe valutando seriamente la richiesta. Secondo le stesse fonti, l'amministrazione Trump e il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono stati consultati e non si opporrebbero alla proposta in linea di principio.

Attualmente, Riyadh impiega mercenari yemeniti sul campo per contrastare le forze guidate da Ansarallah. Tra le unità siriane prese in considerazione per la missione figurerebbero la 90ª e l'84ª divisione dell'esercito di Damasco; quest'ultima sarebbe composta da combattenti estremisti che hanno militato sotto il comando di Hayat Tahrir al-Sham (HTS).

Un'analisi di Axios rileva come l'invio di truppe siriane rischi di introdurre una marcata dimensione confessionale e di aggravare ulteriormente il conflitto. L'attuale esercito siriano include infatti una forte componente estremista sunnita legata all'ex affiliata di Al-Qaeda HTS — caratterizzata da un'ideologia salafita ostile alle comunità sciite e alawite —, mentre Ansarallah è un movimento musulmano sciita zaydita.

In passato, Donald Trump aveva suggerito l'impiego di combattenti estremisti siriani in Libano a sostegno delle operazioni israeliane contro Hezbollah.

La notizia del possibile accordo giunge in un momento di forte escalation: nel fine settimana, le forze filosaudite, coperte dal supporto aereo di Riyadh, hanno lanciato un'imponente operazione di terra mirata a riconquistare territori strategici, tra cui la capitale Sana'a e lo stretto di Bab al-Mandab. Riyadh punta a ribaltare le recenti sconfitte subite per mano delle Forze Armate yemenite (YAF), che hanno conquistato la città costiera di Mokha e minacciano il controllo saudita su Taiz.

Un funzionario statunitense ha confermato che l'ipotesi del dispiegamento è stata discussa a Riyadh durante l'incontro tra il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS) e il presidente siriano.

Ahmad al-Sharaa (precedentemente noto come Abu Mohammad al-Julani), ex comandante dello Stato Islamico in Iraq ed ex leader di HTS designato come terrorista dalle Nazioni Unite, è salito al potere a Damasco nel dicembre 2024. Sebbene fonti statunitensi definiscano "altamente probabile" l'adesione di Sharaa alla richiesta saudita, Ahmad Muwaffaq Zaidan, consigliere per i media della presidenza siriana, ha smentito ufficialmente la ricostruzione di Axios.

Per Washington, il coinvolgimento delle truppe siriane rappresenterebbe un modo per sostenere l'alleato saudita e consolidare i rapporti con il nuovo corso a Damasco senza impegnare direttamente truppe statunitensi. Tale riavvicinamento trova riscontro nelle recenti decisioni dell'amministrazione Trump: il 30 settembre, il Dipartimento di Stato ha modificato il regolamento ITAR rimuovendo la Siria dalla lista dei paesi soggetti a embargo sulle armi statunitensi e ha annunciato l'intenzione di riaprire l'ambasciata americana a Damasco dopo 14 anni di chiusura.

La proposta in 7 punti dell'Iran agli USA: "Pronte le contromisure, ma resta la via diplomatica"

 

L'Iran ha annunciato che risponderà entro pochi giorni alla controproposta degli Stati Uniti riguardante il piano di pace, affermando di essere oggi molto più preparato rispetto al passato ad affrontare una potenziale escalation militare.

Il ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araqchi, ha confermato lo scambio di messaggi in corso tra Teheran e Washington, avvenuto tramite intermediari, incentrato sulla proposta in sette punti presentata dall'Iran. Araqchi ha sottolineato che il processo negoziale è attivo e che entrambe le parti continuano a confrontarsi indirettamente. Teheran sta attualmente esaminando i feedback forniti dagli Stati Uniti per poi formalizzare la propria posizione a breve.

Il monito di Teheran: "Un nuovo conflitto coinvolgerà tutti"

Nel ribadire l'auspicio che Washington scelga la via della ragionevolezza, il capo della diplomazia iraniana ha lanciato un chiaro avvertimento: "Se ricorreranno di nuovo a soluzioni militari, saremo più pronti che mai e adotteremo ogni misura necessaria per difenderci. Se invece sceglieranno la via diplomatica, siamo pronti al dialogo."

In seguito all'aggressione israelo-americana iniziata il 28 febbraio, le forze armate iraniane hanno condotto attacchi contro obiettivi strategici statunitensi in diverse aree dell'Asia occidentale e hanno dichiarato la chiusura dello Stretto di Hormuz a tutto il traffico marittimo.

Il conflitto, che dura ormai da sette mesi, si è trasformato in una prolungata guerra di logoramento per Washington, innescando una pesante crisi energetica su scala globale. L'Iran ha più volte ribadito che un ulteriore attacco contro i propri interessi nazionali porterebbe a un ampliamento inevitabile del fronte di guerra.

La proposta in 7 punti per la riapertura dello Stretto di Hormuz

Araqchi ha definito "equa e ragionevole" la proposta formulata da Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz. I sette punti chiave del piano comprendono:

  1. Cessazione delle operazioni militari: stop alle ostilità su tutti i fronti, incluso quello libanese.

  2. Fine del blocco marittimo: stop alle interferenze e al blocco navale ai danni dell'Iran.

  3. Diritti sovrani nello Stretto di Hormuz: definizione di meccanismi congiunti con l'Oman e i paesi costieri del Golfo Persico per la gestione della navigazione.

  4. Risarcimento dei danni e ricostruzione: garanzia di fondi per la ricostruzione e il risarcimento dei danni subiti dall'Iran.

  5. Revoca totale delle sanzioni: eliminazione di tutte le misure sanzionatorie contro Teheran.

  6. Risoluzione del dossier nucleare: superamento delle divergenze sul programma nucleare iraniano.

  7. Sblocco degli asset congelati: restituzione e pieno accesso ai beni iraniani bloccati all'estero.

Il nodo centrale del negoziato

Secondo fonti iraniane, la risposta degli Stati Uniti trasmessa dagli intermediari evidenzia che il vero punto di disaccordo non riguarda la sostanza dei sette punti, bensì la sequenza temporale e l'ordine di attuazione delle singole misure. Teheran ribadisce che il superamento definitivo del conflitto dipenderà esclusivamente dal pieno riconoscimento dei propri diritti legittimi.

Cina, il Laos diventa un nuovo punto della cooperazione militare di Pechino

 

La Cina amplia la cooperazione militare nel Sud-est asiatico con l'apertura in Laos di un nuovo centro congiunto di supporto e addestramento presso l'aeroporto di Ban Keun. L'iniziativa, annunciata alla fine di settembre dal Ministero della Difesa cinese, è destinata principalmente alla formazione dei piloti dell'Aeronautica militare laotiana. Pechino ha sottolineato che la struttura «non è diretta contro Paesi terzi», ma punta ad approfondire la cooperazione pratica tra i due eserciti e a contribuire alla pace e alla stabilità regionale.

L'infrastruttura potrebbe tuttavia avere anche un potenziale impiego duale. Un eventuale ampliamento delle piste consentirebbe infatti di ospitare velivoli cinesi di maggiori dimensioni per missioni di ricognizione e sorveglianza. Secondo diversi esperti, però, il nuovo centro avrebbe un'importanza limitata per la proiezione militare cinese, considerando che Pechino dispone già nel sud della Cina di basi in grado di svolgere funzioni analoghe.

Per il Laos, al contrario, la struttura assume un peso significativo. Le limitate capacità delle sue Forze Armate rendono infatti l'assistenza cinese particolarmente importante per la formazione dei militari e per la modernizzazione della propria Aeronautica. Il centro potrebbe inoltre essere utilizzato durante le esercitazioni aeree congiunte che il Laos conduce ogni anno con la Thailandia, consentendo di svolgere addestramenti più vicini a condizioni operative reali.

L'accordo conferma così il rafforzamento dei legami militari tra Pechino e Vientiane. Per la Cina si tratta di un ulteriore strumento per consolidare la propria influenza regionale; per il Laos, di un'opportunità concreta di modernizzare le proprie capacità militari.


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L'attacco a Maduro e la resistenza cubana: la testimonianza di un militare sopravvissuto

Yohandri Varona Torres è un militare cubano. Il 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti attaccarono il Venezuela e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro, faceva parte della Sicurezza Personale del capo di Stato venezuelano da appena due mesi e sei giorni. Da quel momento ha parlato poco, ma ha ricostruito quei momenti di fuoco incrociato.

Erano circa le due di notte quando avvistò il primo elicottero del gruppo di commando statunitensi. Riuscì a uscire dalla postazione appena in tempo per trincerarsi a pochi metri di distanza e aprire il fuoco. Quella decisione, o la fortuna, gli ha salvato la vita. Gli attaccanti diressero il loro fuoco con precisione millimetrica contro la casetta che fino a pochi secondi prima aveva occupato.

"Avevano una potenza di fuoco molto superiore alla nostra", racconta Varona Torres come riporta Cuba en Resumen, "noi disponevamo solo di armamento leggero. L'altro fattore a loro favore è che sembravano sapere esattamente dove si trovava tutto. Così spararono contro le postazioni e i dormitori dove alloggiavamo noi cubani e riuscirono a uccidere, tra i primi, i comandanti".

Con 23 anni di esperienza nel Dipartimento di Sicurezza Personale e il grado di primo sottufficiale, non aveva mai vissuto nulla di simile. Ma l'addestramento aveva fatto il suo corso e quella notte svuotò caricatore dopo caricatore contro il nemico. "Bisognava sparare e sparare. Difendere e uccidere", afferma con voce ferma.

"Ci siamo battuti lì contro gli aerei che ci mitragliavano. Nonostante il nostro armamento fosse più leggero non abbiamo smesso di combattere, li abbiamo affrontati. Ho la mia preparazione e so come combattere, ma erano superiori a noi. In quel momento il mio unico pensiero fu combattere. Bisognava sparare e ho cominciato a farlo", ha raccontato. "Tutto era buio", prosegue il suo racconto di quella nefasta nottata. "Se un elicottero ti viene addosso, l'unica cosa che ti resta è sparargli e difenderti. È andata così. Fino all'ultimo momento abbiamo continuato a sparare. Nonostante il loro vantaggio di fuoco, sono sicuro che abbiamo inflitto loro delle perdite. Più di quante ne ammettano. Ci siamo battuti duramente. Abbiamo continuato a sparare finché quasi tutti siamo caduti, morti o feriti".

Non fu uno scontro rapido né facile. Con il passare dei giorni si è confermato che solo la morte e l'esaurimento delle munizioni riuscirono a spegnere la resistenza dei cubani. Yohandri ricorda tutto con una lucidità terribile. I suoi occhi sembrano ripassare una per una le immagini. Piange. Piange di rabbia. Non potrà mai dimenticare lo scontro, dice, ma soprattutto le ore successive, quando i sopravvissuti dovettero trasportare i corpi dei compagni caduti.

"Li abbiamo caricati e portati verso un edificio che aveva subito danni ma ci permetteva di ripararli. È stato molto duro, perché erano uomini che conoscevamo, con cui avevamo convissuto fino a poche ore prima. Ma li abbiamo portati via tutti, non ne abbiamo abbandonato nessuno".

"I nostri compagni sono una gloria per tutta Cuba. Erano miei fratelli. Lavoravano con me. Li ho visti cadere tutti e tutti li ho caricati. Lì non ci fu l'aiuto di nessuno per farlo, ma nessun corpo è rimasto sul campo. Li abbiamo conservati in un nostro dormitorio. Non riesco a spiegare il dolore. Ma almeno nessuno è rimasto in Venezuela. Sono qui, nella nostra Patria". "Quando cominciano a cadere le bombe l'unica cosa a cui si pensa è combattere. Eravamo lì per quello ed è quello che abbiamo fatto. Mi resta solo il dolore di non essere riusciti a fermarli. E questo dolore", ha detto colpendosi il petto, "devo sfogarlo contro il nemico".

Il 6 gennaio il governo cubano ha pubblicato le identità dei 32 cubani appartenenti alle Forze Armate e al Ministero dell'Interno morti in Venezuela, un elenco che include due colonnelli, un tenente colonnello, quattro maggiori e altri gradi militari, di età compresa tra i 26 e i 67 anni. Tutti operavano nel primo cerchio di sicurezza personale del leader chavista e sono stati promossi di grado post mortem.

"Per il mio paese ci sarà sempre la mia disposizione a contrastare il nemico ovunque ce ne sia bisogno. Così ci ha insegnato il Comandante. E la morte dei miei compagni non può essere vana", ha concluso Varona Torres.

Sheinbaum sulla presenza di membri dei cartelli messicani in Ucraina

La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha reso noto che il suo governo sta indagando su alcune segnalazioni secondo cui membri di cartelli messicani sarebbero stati reclutati per combattere a fianco del regime di Kiev in Ucraina.

"La questione è stata sollevata in sede di comitato per la sicurezza e sono in corso accertamenti per verificare l'autenticità dei video", ha spiegato la presidente durante una conferenza stampa. In riferimento a diverse registrazioni, diffuse sui social media nel corso della settimana, che mostravano presunti membri del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación intenti ad addestrarsi in un campo militare nel Paese europeo.

Sheinbaum ha aggiunto che, qualora la notizia venisse confermata, le autorità dovranno indagare sulle modalità con cui cittadini messicani legati alla criminalità organizzata si sono uniti al conflitto armato.

"O meglio, vengono reclutati. Stiamo approfondendo la questione - è in corso una verifica, dato che non vi è ancora certezza sulla natura dei video - ma potrebbero essere reclutati da una società privata coinvolta in questi conflitti o dall'esercito di una specifica entità o di un governo", ha osservato.

Ha inoltre chiarito che il governo messicano non ha avuto contatti con quello ucraino in merito a questa vicenda, sebbene, qualora fosse necessario, sarebbe il Ministero degli Esteri a gestire tali comunicazioni.

Negli ultimi mesi si è registrato un aumento delle segnalazioni secondo cui mercenari ucraini starebbero reclutando membri di cartelli messicani e colombiani per fornire loro un addestramento privato all'uso dei droni.

L'Iran chiarisce quando riaprirà lo Stretto di Hormuz

 

L'8 ottobre, Mohammad Mokhber, consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, ha fatto riferimento alla situazione nello Stretto di Hormuz e alle condizioni per la sua riapertura.

Ha dichiarato che la rotta marittima «non sarà riaperta in nessuna circostanza finché non saranno risolti i problemi del Paese». Ha inoltre indicato che Teheran «adotterà qualsiasi misura che contribuisca a rafforzare il potere» della Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Mokhber giungono in un contesto di crescente tensione riguardo alla navigazione nello stretto, dove il traffico navale ha raggiunto il livello più basso degli ultimi due mesi.

Secondo i dati della società Kpler, citati da Reuters, martedì sono transitati per Hormuz sette mercantili, cifra salita a dieci nella giornata di mercoledì: un netto contrasto rispetto alle circa 125 navi che percorrevano quotidianamente questa rotta prima dell'inizio della guerra, il 28 febbraio.

Iran: Gli USA nascondono i danni: oltre 80 aerei distrutti"

 

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato giovedì che le reali perdite subite dagli Stati Uniti a seguito della guerra contro la Repubblica Islamica superano di gran lunga le cifre ufficiali.

«A maggio, il Congressional Research Service ha riconosciuto che le forze armate iraniane avevano distrutto 42 aerei militari statunitensi. Ora siamo a 81, ma il numero reale è molto più alto», ha scritto sul suo profilo X.

In May, the Congressional Research Service admitted that Iran’s Armed Forces had taken out 42 U.S. military aircraft. Now: 81. Real toll is far higher. Proof? CENTCOM won’t let a sitting Senator inspect bases it claims are fine. You can fool all the people some of the time... https://t.co/eB3fRrJFt4

— Seyed Abbas Araghchi (@araghchi) October 8, 2026

Come una delle «prove» di questo insabbiamento, il ministro degli Esteri ha affermato che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «non permette a un senatore in carica di ispezionare le basi che sostiene essere intatte».

«Si può ingannare tutto il popolo per un po' di tempo...», ha concluso, con un chiaro riferimento alla celebre frase attribuita ad Abraham Lincoln.

Araghchi si riferiva al senatore democratico Chris Murphy, che di recente ha denunciato di essere stato ostacolato dal Pentagono nell'accesso alla base qatariota di Al Udeid, bersaglio frequente degli attacchi di rappresaglia iraniani.

In seguito al rifiuto, il legislatore ha accusato l'amministrazione di Donald Trump di aver orchestrato uno «sforzo incostituzionale» e una «campagna deliberata» per nascondere al Congresso e all'opinione pubblica l'entità reale dei danni, il numero di vittime e il costo complessivo del conflitto scatenato contro l'Iran.

Lo Yemen attacca l'aeroporto di Riyadh e lancia un avvertimento alle compagnie aeree

 

Secondo fonti locali, lo Yemen ha intensificato gli attacchi contro l'Arabia Saudita, colpendo due aeroporti internazionali e abbattendo un drone di fabbricazione turca gestito dalle forze saudite.

"Le nostre Forze Armate sono riuscite a colpire l'aeroporto King Khalid di Riyadh con un missile balistico, centrando il bersaglio con precisione e provocando l'interruzione delle operazioni scalo", ha annunciato il generale di brigata Yahya Sari, portavoce delle forze yemenite. Nella stessa occasione, il generale ha lanciato un duro monito alle compagnie aeree internazionali sui rischi legati ai sorvoli dello spazio aereo saudita: "Ribadiamo per l'ultima volta il nostro avvertimento a tutte le compagnie del mondo: il cielo saudita è diventato teatro di operazioni militari, ad eccezione dello spazio aereo sopra La Mecca e Medina".

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Nel frattempo, le autorità saudite e l'Autorità Generale per l'Aviazione Civile hanno confermato gli attacchi condotti contro le strutture dell'aeroporto Re Khalid di Riyadh e dell'aeroporto internazionale di Abha, nel sud-ovest del Regno. Il bilancio provvisorio parla di tre morti e almeno 36 feriti, a testimonianza del costo umano ed economico del prolungato conflitto tra Riyadh e lo Yemen.

Oltre ai raid aeroportuali, le forze yemenite hanno colpito con missili balistici e da crociera diverse concentrazioni di truppe saudite a Jizan e ostacolato l'avanzata verso lo stretto di Bab el-Mandeb.

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Sul fronte aereo, il portavoce Sari ha annunciato l'abbattimento di un drone da ricognizione armato Bayraktar Ak?nc? di fabbricazione turca, intercettato con sistemi di difesa aerea nella provincia di Taiz mentre compiva azioni ostili. L'Ak?nc? è un velivolo da combattimento bimotore di punta prodotto dall'azienda Baykar: dotato di 20 metri di apertura alare, è in grado di operare fino a 40.000 piedi di altitudine e trasportare 1,5 tonnellate di carico utile.

"Operazioni sotto falsa bandiera": l’accusa dell’Iran a USA e Israele

 

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqai, ha denunciato che Stati Uniti e Israele stanno ricorrendo a un'operazione "sotto falsa bandiera" per giustificare la loro aggressione militare contro l'Iran.

«Le operazioni sotto falsa bandiera sono un vecchio trucco: si fabbrica l'incidente, si attribuisce la colpa alla controparte e se ne provocano le conseguenze», ha dichiarato Baqai sul proprio profilo X. Nel suo messaggio, il portavoce ha condiviso un breve video documentario sulla storia di queste strategie comunicative e militari utilizzate dagli Stati Uniti e dal regime israeliano negli ultimi settant'anni per costruire narrazioni di comodo, generare panico e legittimare aggressioni illegali.

False flags are an old craft: manufacture the incident, assign the blame, and harvest the consequences. In a world where the American and international public is weary of an unlawful war of aggression against Iran, and where the aggressors have no honest way to justify a war of choice, even a raft made of lies can look like salvation to those who are drowning.

— Esmaeil Baqaei (@IRIMFA_SPOX) October 7, 2026

A corredo del video, Baqai ha aggiunto: «In un mondo in cui l'opinione pubblica americana e internazionale è ormai esausta di una guerra di aggressione illegale contro l'Iran, e in cui gli aggressori non hanno alcun argomento onesto per giustificare un conflitto deliberato, persino una zattera fatta di menzogne può sembrare un'ancora di salvezza per chi sta annegando».

Sulla scia dell'escalation, Washington e Tel Aviv hanno dato avvio a un'offensiva militare contro l'Iran, alla quale Teheran ha risposto prendendo di mira obiettivi israeliani nei territori occupati e basi statunitensi dislocate nella regione. Dopo quaranta giorni di scontro aperto, ad aprile era entrato in vigore un cessate il fuoco culminato, il 17 giugno, con la firma di un Memorandum d'intesa tra Iran e Stati Uniti mediato dal Pakistan. Tuttavia, la decisione del presidente statunitense Donald Trump di rescindere l'accordo e riprendere i raid ha riacceso le ostilità, spingendo Teheran a reagire colpendo nuovamente le basi americane e decretando la chiusura dello Stretto di Hormuz.

Nel quadro di questa grave crisi internazionale, si sono verificati diversi attacchi di matrice incerta ai danni di Paesi terzi della regione – tra cui le incursioni alle raffinerie della compagnia saudita Aramco, il lancio di un missile balistico nello spazio aereo turco, il raid con droni contro l'aeroporto azero nel Nakhchivan e l'attacco alla sede del Primo Ministro del Kurdistan iracheno – condotti con l'obiettivo politico di addossarne la responsabilità all'Iran.

«Tuttavia, la condotta di Teheran rappresenta la chiave per ricomporre il puzzle: a differenza delle provocazioni ombra, tutte le operazioni militari condotte dall'Iran vengono rivendicate ed esplicitate in modo ufficiale», sottolinea il documentario. Per la dirigenza iraniana, la risoluzione definitiva del conflitto resta subordinata al pieno riconoscimento dei diritti legittimi del Paese.

In Spagna la crisi della casa diventa il terreno decisivo della campagna elettorale

La Spagna tornerà alle urne il 29 novembre, con quasi otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Pedro Sánchez ha motivato la decisione con la crescente difficoltà di governare senza una maggioranza parlamentare stabile, ma dietro l’accelerazione elettorale c’è anche una precisa valutazione politica. Nelle ultime settimane il governo socialista era sotto pressione per la crisi migratoria di Ceuta e per le vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti del PSOE.

Poi il caso di Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dalla casa in cui viveva da oltre settant’anni dopo un aumento spropositato dell’affitto, ha cambiato improvvisamente l’agenda nazionale. Le proteste contro la crisi abitativa si sono rapidamente estese in tutto il Paese, trasformando lo slogan “Ni una Maricarmen más” in un simbolo della crescente mobilitazione sociale. Il governo ha reagito con due decreti urgenti su affitti e sfratti, ma il Congresso li ha respinti il 2 ottobre con i voti contrari di PP, Vox e Junts. È stata la sconfitta parlamentare che ha fatto scattare il calendario elettorale.

Ma, soprattutto, la crisi della casa ha offerto a Sánchez una nuova “finestra di opportunità”: un tema sul quale le proposte tradizionalmente associate alla sinistra raccolgono ampi consensi. Il problema è che cambiare l’agenda non significa ancora cambiare i rapporti di forza. I sondaggi continuano a indicare il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo come prima forza, seguito dal PSOE e da Vox. Le proiezioni attribuiscono a PP e Vox complessivamente 202 seggi, ben oltre i 176 necessari per la maggioranza assoluta. A sinistra, inoltre, la situazione è complicata dalla frammentazione.

Il nuovo Frente Amplio cerca di riunire diverse formazioni progressiste, mentre Podemos punta a una candidatura comune dell’area alla sinistra del PSOE. Il tempo però stringe e il sistema elettorale spagnolo penalizza fortemente la dispersione dei voti. Le elezioni del 29 novembre saranno quindi una partita tra blocchi, ma anche una corsa contro il tempo per la sinistra. Sánchez prova a giocare la carta della casa prima che l’agenda torni a essere dominata da immigrazione, scandali e crisi politica.



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Nessuna epidemia a Irkutsk: l’OMS conferma la valutazione russa

Le autorità sanitarie russe hanno concluso la verifica sul rispetto dei protocolli di biosicurezza nella regione di Irkutsk, senza rilevare alcuna emergenza legata alla manipolazione di agenti patogeni. Anche l’OMS ha valutato come non rischioso il caso di polmonite acquisita in comunità registrato nella regione.

I test effettuati su una dipendente di un istituto anti-peste, inizialmente colpita da una polmonite di origine sconosciuta, non hanno individuato microrganismi riconducibili alla sua attività professionale.

Tra i suoi contatti sono stati invece rilevati due casi di Covid-19 e due di rinovirus. Il monitoraggio del 90% dei contatti si è concluso senza evidenziare problemi sanitari legati a malattie infettive. Rospotrebnadzor sottolinea inoltre che nella regione si registrano normalmente circa 16.000 casi settimanali di infezioni respiratorie acute, senza alcun aumento nelle ultime due settimane.

Il Cremlino ha invitato la popolazione a fare riferimento alle comunicazioni ufficiali delle autorità sanitarie, definendo false gran parte delle informazioni circolate sui media. La situazione epidemiologica a Irkutsk, conclude Rospotrebnadzor, rimane sotto controllo e senza rischi epidemici per la popolazione.

 

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