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Auto sì, il resto si vedrà. La mezza vittoria dell’Ue in Cina

9 October 2026 at 16:31

Non è una una pax commerciale, anzi. Però i buoni propositi ci sono e bisognerà vedere se reggeranno alla prova dei fatti. Cina ed Europa si sono studiate, guardate negli occhi. Lasciandosi con reciproche promesse. La due giorni del commissario Maros Šefčovič a Pechino porta in dote alcune certezze e qualche interrogativo. Partendo dalle prime, Dragone e Unione europea hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, che proprio Bruxelles aveva minacciato di mettere al bando, alla vigilia della partenza di Šefčovič. D’altronde, che la concorrenza cinese sul versante delle auto sia a dir poco sleale, è fin troppo noto.

“Le due parti hanno raggiunto un accordo sul commercio dei veicoli ibridi, conforme alle norme dell’Organizzazione mondiale del commercio”, si legge nel testo del comunicato del ministero del Commercio cinese, dove non vengono forniti ulteriori dettagli. Bruxelles auspicava che Pechino si impegnasse a ridurre volontariamente le proprie esportazioni di veicoli ibridi. Pechino e Bruxelles, viene chiarito, proseguiranno inoltre le procedure relative agli impegni sui prezzi assunti dalle aziende. Insomma, una prima pietra c’è. Ora bisogna costruire il resto.

Poi c’è l’altro versante quello del deficit, forse il più delicato. La Cina vende in Europa troppo e a prezzi troppo bassi. Lo stesso non può fare l’Europa, però. La moral suasion di Bruxelles, sotto forma di diverse strette commerciali al grido di made in Europe, ha funzionato. Se non altro perché, altro comunicato, “Cina e Unione europea hanno concordato di rafforzare i colloqui commerciali”, con Pechino che ha promesso di agevolare l’esportazione di terre rare verso il Vecchio Continente. “Le due parti hanno ribadito la necessità di rafforzare il dialogo sui controlli alle esportazioni”. E il Dragone è disposto a “continuare ad agevolare l’esame e l’approvazione delle licenze di esportazione di terre rare e magneti permanenti verso l’Europa”.

Ve bene, l’intenzione c’è. Ma poi? Ora entrano i gioco le diplomazie. Anche se, qualcuno, in Ue vorrebbe più polso, più risolutezza. Insomma, barricate ora e subito. La missione a Pechino di Šefčovič, va detto, si incrocia con l’offensiva politica firmata da Macron e Merz. In una lettera congiunta inviata alla Commissione europea lunedì, Francia e Germania chiedono l’introduzione urgente di uno strumento di risposta rapida con l’obiettivo di dotare la Commissione di poteri commerciali speciali per applicare sanzioni e barriere tariffarie in tempi brevi, superando i lunghi iter burocratici delle tradizionali indagini antidumping e anti-sovvenzioni. L’iniziativa sancisce così la convergenza dei due motori dell’Unione: Parigi, da sempre sostenitrice del protezionismo strategico, ha trovato l’appoggio di una Berlino tradizionalmente più cauta ma che oggi si riscopre spaventata dalla crisi della propria industria automobilistica. In mezzo, la diplomazia.

L’AI è il nuovo fuoco per l’uomo. La visione di Elkann

9 October 2026 at 14:17

John Elkann il visionario. Il ceo di Exor e presidente di Vento per un giorno smette il vestito grigio da industriale per vestire i panni comodi e informali dello startupper. E lo ha fatto dalle ex Officine Gran Riparazioni di Torino, il luogo dove un tempo si fabbricavano treni oggi si coltivano idee e tecnologie, grazie a rassegne del calibro di Wave by Vento, una delle principali conferenze tech in Europa e punto di incontro internazionale per founder, programmatori, appassionati e imprenditori del digitale e organizzata proprio dal fondo creato da Elkann.

Punto di partenza, l’Intelligenza artificiale, che per il nipote dell’Avvocato è il nuovo fuoco. “Siamo davanti a una rivoluzione tecnologica assoluta capace di cambiare la storia umana. Stiamo parlando dei primi momenti in cui noi umani cercavamo di capire come usare il fuoco e fare in modo che questo fuoco fosse usato, non bruciasse tutto”, ha metaforicamente spiegato il numero uno di Stellantis. “Dunque per noi quello che è importante non è concentrarci su cosa possiamo non più fare, ma è concentrarci su cosa possiamo fare che non immaginavamo fare”. Il messaggio di Elkann, che proprio pochi giorni fa ha aperto il suo primo profilo Linkedin, è fin troppo chiaro, l’Intelligenza Artificiale è un nuovo inizio, quasi l’alba di una nuova umanità.

Un paragone che serve a spiegare una traiettoria universale in cui l’innovazione tenderà a uniformare le geografie mondiali. “Dopodiché, se uno guarda a tutte le cose che siamo riusciti a fare grazie al fuoco, mai se le sarebbe immaginate allora», chiarisce il manager allontanando ogni allarmismo”. Ovviamente il ragionamento di Elkann si è poi ristretto sull’Italia.  La Penisola gioca un ruolo centrale in questa partita globale grazie al suo immenso capitale umano. “In Italia noi abbiamo tantissimo talento. Italiane e italiani, sia in Italia che nel mondo, hanno dimostrato grandissime capacità. Quello che avevamo osservato è che spesso non combaciavano, nel senso che chi era molto abile tecnicamente non aveva necessariamente il coraggio imprenditoriale, e chi aveva il coraggio imprenditoriale non aveva necessariamente le competenze tecniche”.

Da qui a fare due conti il passo è breve. Il ceo di Exor si aspetta nella sola Italia ben mille nuove startup in dieci anni. “Vento è veramente interessata agli italiani, dunque noi crediamo che gli italiani siano straordinari e che abbiano una fortissima capacità, dunque il nostro obiettivo è proprio di aiutare a valorizzare quella loro abilità e permettere a loro di creare in Italia e fuori. L’orizzonte del prossimo decennio punta a una crescita in forte accelerazione. L’ambizione per i futuri dieci anni prevede la creazione di oltre mille nuove imprese e gli investimenti si indirizzano con decisione verso settori di frontiera. Il grosso degli investimenti in Vento va verso delle conoscenze, delle industrie che non esistono. E Torino ha tradizionalmente sempre avuto una fortissima spinta al futuro», annota il fondatore riducendo al minimo il focus cittadino per abbracciare l’intero potenziale nazionale”.

 

Russia addio, ora all’India fa gola il petrolio del Venezuela

9 October 2026 at 12:21

Il Venezuela della rinascita industriale e petrolifera ha senza ombra di dubbio cambiato gli equilibri mondiali dell’oro nero. D’altronde, con un quinto delle riserve planetarie sotto i suoi piedi, Caracas è oggi uno dei poli petroliferi potenzialmente più importanti del mondo. Gli Stati Uniti, a cui si deve l’apertura forzosa del mercato sudamericano, sul quale sono in programma oltre 100 miliardi di investimenti, hanno mosso le fila del riassetto, chiamando a raccolta le principali compagnie petrolifere, inclusa Eni. Sul Venezuela però pare adesso affacciarsi anche l’India, Paese dalla gran fame di oro nero e che fino a non molto tempo fa aveva come principale fornitore la Russia.

C’è un caso che può rendere bene l’idea. Reliance Industries, la società del miliardario indiano Mukesh Ambani, uno degli uomini più potenti nel Paese degli elefanti, sta lentamente emergendo come il maggiore acquirente di greggio venezuelano al di fuori degli Stati Uniti. Lo stesso Donald Trump ha spinto mesi fa Nuova Delhi ad acquistare più petrolio venezuelano, certamente a discapito della Russia. Ma mentre le compagnie petrolifere statali indiane effettuano acquisti calibrati e mirati, Reliance è risultata l’acquirente principale. Ciò dimostra che, al di fuori degli Stati Uniti, l’India è la principale destinazione di queste forniture, con Reliance che acquista la maggior parte del greggio di Caracas.

Solo a settembre, l’India ha importato 257 mila barili al giorno di greggio venezuelano, di cui il 76% è stato destinato proprio a Reliance Industries. E per il mese di ottobre, sono previsti 350.000 barili al giorno di greggio proveniente dal Venezuela e destinato all’India. Un asse Nuova Delhi-Caracas le cui basi erano state poste lo scorso marzo, a due mesi dalla destituzione coatta di Nicolas Maduro, quando Trump aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero costruito in Venezuela la loro prima raffineria in 50 anni, proprio grazie agli investimenti della società indiana Reliance Industries.

Insomma, il mercato Venezuelano è decisamente attrattivo. Ma ha un problema, un problema chiamato elettricità. Come raccontato da questo giornale, Caracas si è scoperta a corto di infrastrutture elettriche. Un allarme che arriva, anche questo un piccolo paradosso, proprio da quei manager del petrolio riuniti la settimana scorsa nella capitale del Venezuela per la prima conferenza unificata sull’energia, promossa da Washington. Sul tavolo della conferenza, il mastodontico piano di ricostruzione da 100 miliardi di dollari per l’industria petrolifera venezuelana, messo a punto dagli Stati Uniti, che però ha incontrato il suo primo ostacolo: l’inaffidabilità del sistema elettrico. Con un deficit di energia elettrica di oltre 1.500 megawatt (MW), i persistenti blackout del Paese membro dell’Opec stanno peggiorando giorno dopo giorno, proprio con la ripresa della domanda di petrolio, lasciando famiglie, negozi e fabbriche e ovviamente le stesse trivelle. Senza corrente per ore.

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