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Dark Clark, fronti fittizi e firme inesistenti. La nuova grammatica dell’IA nella guerra cognitiva

10 October 2026 at 09:59

C’è un dettaglio, nel rapporto che OpenAI ha pubblicato l’8 ottobre, che vale più di molte previsioni sul futuro della guerra cognitiva . Gli operatori russi dell’operazione battezzata “Dark Clark” non usavano ChatGPT soprattutto per fabbricare propaganda, ma per scrivere i rapporti destinati ai propri superiori. E in quei rapporti si attribuivano meriti che non avevano: rivendicavano come frutto del proprio lavoro argomenti che Buenos Aires sostiene da decenni sulle Malvinas, o servizi della stampa brasiliana che si limitavano a citare il video di un prigioniero. Un’operazione d’influenza rivolta, prima ancora che al pubblico latinoamericano, ai propri committenti a Mosca.

L’aneddoto non è folclore burocratico. Racconta con precisione che cosa sia oggi l’intelligenza artificiale (IA) nelle mani degli apparati che conducono la guerra ibrida: non un’arma nuova, ma un acceleratore di processi antichi. Lo scrive la stessa OpenAI: queste operazioni assomigliano in modo impressionante alle campagne complesse dell’era pre-IA, con la differenza che l’IA rende più agevoli alcuni passaggi del lavoro. Chi si aspettava la rivoluzione degli eserciti di bot onniscienti deve prendere atto che la vera innovazione è un’altra, ed è più insidiosa.

Dalla quantità alla credibilità

Il dato strategico più rilevante del rapporto non riguarda la tecnologia, ma la distribuzione. Analizzando le trenta operazioni d’influenza smascherate negli ultimi due anni e mezzo, OpenAI osserva che quelle affidate soltanto ai social network non superano la terza categoria della Breakout Scale, mentre quelle che riescono a collocare i propri contenuti in testate reali raggiungono la quarta e la quinta. «Dark Clark» è la prima operazione di categoria 5 mai interrotta dall’azienda; l’iraniana «Bogus Bylines» si è fermata alla quarta.

È la conferma di un passaggio d’epoca. La stagione di Doppelgänger, con i cloni dei siti di Le Monde e Der Spiegel e le campagne a pagamento per spingerli, puntava sul volume. La nuova stagione punta sulla facciata: un’entità credibile, un nome, una firma, un istituto, che possa bussare alla porta di una redazione o di una scuola e ottenere ciò che nessun bot può comprare, cioè la fiducia di un intermediario umano. È la logica delle «misure attive» sovietiche, aggiornata ai costi marginali quasi nulli della produzione testuale.

Tre architetture della finzione

La prima è il think tank con personale ignaro. Gli operatori russi controllavano il Social Research Center, una piattaforma di ricerca latinoamericana dedicata alla diaspora indiana e ai rapporti tra l’India e la regione, attraverso una persona fittizia, «Mia Clark». I dipendenti sul campo, a quanto risulta, non sapevano per chi lavorassero: intervistavano esperti e redigevano studi in buona fede, oltre sessanta articoli in gran parte originali. Intorno a questa facciata ruotavano i colpi veri. A maggio, una falsa e-mail della Direzione regionale dell’educazione di Lima ha invitato le scuole a celebrare l’Ucraina citando Stepan Bandera; alcune hanno risposto inviando le foto. La vicenda è rimbalzata sulla stampa peruviana e polacca, fino a provocare la proposta di un eurodeputato polacco di dichiarare persona non grata chi manifesta «antipolonismo». In Ecuador, un’altra e-mail falsa ha spinto alcune scuole a un giuramento di fedeltà al presidente Noboa e a Erik Prince, costringendo la ministra dell’Istruzione a una smentita pubblica. In Bolivia, nel pieno delle proteste, un falso audio attribuito a un dipendente dell’azienda idrica annunciava il taglio dell’acqua a La Paz. La filiera rimanda a «Politology», la struttura che diverse inchieste indicano come erede della galassia di Prigozhin, e il modello ricalca PeaceData, il falso giornale che nel 2020 reclutava reporter inconsapevoli.

La seconda architettura è il giornalista inesistente. «Bogus Bylines» ha gestito sette firme di presunti freelance occidentali, che dal luglio 2025 hanno collocato quasi cento articoli su oltre una dozzina di testate di politica internazionale, con un’impennata dopo lo scoppio della guerra tra Stati Uniti e Iran. ChatGPT serviva a confrontare le bozze con i criteri editoriali di ciascuna testata e a scrivere le e-mail di proposta ai direttori. Una delle testate contava quasi due milioni di follower su Facebook. È la versione industriale di Alice Donovan, la finta giornalista dietro cui operava l’intelligence militare russa nel 2016-17. Il dettaglio più istruttivo è che i commenti generati in serie sui social non hanno prodotto quasi nulla, mentre gli articoli firmati sono entrati nel circuito dell’informazione: la credibilità rende, il rumore no.

La terza è il think tank di cartapesta. L’International Burke Institute, smascherato ad agosto , si presentava come comunità di esperti con sede in Israele, esibiva un «indice di sovranità» che collocava la Russia davanti alle democrazie occidentali e annoverava tra i propri autori, a loro insaputa, nomi come Fukuyama e Chomsky. Qui l’IA serviva soprattutto alla promozione, mentre i contenuti erano in larga parte plagiati. Eppure ancora a settembre una testata online trattava quell’indice come uno strumento serio: il riciclaggio informativo funziona anche quando la facciata è fragile.

Che cosa fa davvero l’IA

Se si scompone il lavoro di queste reti, il contributo dell’intelligenza artificiale è riconoscibile e circoscritto. Offre fluidità linguistica, perché un operatore a Mosca può chiedere di tradurre un testo in spagnolo ecuadoriano o di imitare lo stile di un ufficio pubblico peruviano. Offre conformità editoriale, perché un pezzo può essere tagliato su misura per le linee guida di ogni redazione. Offre scala, perché una piccola cellula può mantenere vive più identità contemporaneamente. E offre una burocrazia a basso costo: rendiconti, presentazioni, metriche gonfiate per chi paga.

Il vantaggio è un’asimmetria di costi. Produrre una facciata credibile costa sempre meno, mentre verificarla costa sempre di più a redazioni sottodimensionate, scuole, amministrazioni e piattaforme. Ma il punto vulnerabile non è tecnologico. È istituzionale: la fiducia con cui un preside esegue una circolare, la disponibilità di una piccola testata a pubblicare un collaboratore gratuito, l’assenza di qualsiasi controllo sull’identità di chi propone un articolo. La guerra cognitiva contemporanea non attacca le menti una per una; attacca i protocolli di fiducia attraverso cui le società si informano. E la frontiera successiva è già visibile: la rete «Pravda», inondando il web di contenuti pensati più per i crawler che per i lettori, ha mostrato come il bersaglio del riciclaggio informativo possa diventare la macchina stessa, il chatbot che poi restituisce quei contenuti come fatti .

La lezione per chi difende

La prima lezione è che l’esposizione pubblica funziona. Alice Donovan e PeaceData cessarono le attività dopo essere state smascherate, perché un’operazione fondata sulla copertura non sopravvive alla perdita della copertura. L’attribuzione tempestiva e documentata è un deterrente, a condizione che governi, piattaforme, aziende di IA e ricercatori condividano le informazioni invece di custodirle ciascuno nel proprio silo.

La seconda è che la difesa va spostata sugli intermediari. Servono procedure minime di verifica dell’identità dei collaboratori esterni nelle redazioni, sistemi di autenticazione della posta elettronica nelle amministrazioni e nelle scuole, canali rapidi di smentita istituzionale. Sono misure poco spettacolari, ma colpiscono proprio il punto in cui queste operazioni trasformano una falsità in un fatto pubblico.
La terza riguarda chi analizza. Gli operatori gonfiano il proprio impatto per compiacere i superiori: l’analista che prende per buone quelle rivendicazioni, o che descrive ogni campagna come un successo devastante, completa il lavoro dell’avversario. L’obiettivo di fondo della guerra cognitiva è la sfiducia generalizzata, l’idea che nulla sia credibile. Sopravvalutare il nemico serve quella causa quanto sottovalutarlo.

Resta un paradosso che merita attenzione. Affidando ai modelli linguistici la propria contabilità interna, gli operatori hanno aperto una finestra sul loro back office: il rapporto scritto per il capo è stato letto anche da chi li osservava. L’intelligenza artificiale moltiplica la capacità offensiva, ma lascia tracce. Per i servizi e per le democrazie la sfida dei prossimi anni sarà imparare a leggerle prima che una falsa circolare arrivi in una scuola italiana.

Per approfondire:

Dietro le quinte della guerra cognitiva. Come Mosca istruisce i suoi narratori italiani

Contro la guerra cognitiva russa serve una contro-narrativa. L’analisi di Pagani

L’Ombra del Cremlino. Anatomia della guerra cognitiva russa dall’Italia all’Europa

Vi racconto la guerra della Noce Moscata. Scrive Vecchiarino

10 October 2026 at 08:34

Se oggi andate in un qualsiasi supermercato potete comprare con pochi euro un vasetto di noce moscata. Nel Seicento, invece, lo stesso vasetto valeva una fortuna dato che quella stessa spezia era uno dei beni più preziosi e ricercati d’Europa. La noce moscata, infatti, era considerata un lusso raro e dalle qualità quasi miracolose, al punto che mercanti, navigatori e avventurieri erano disposti a rischiare la vita pur di procurarsela. Il suo valore crebbe ulteriormente nell’Inghilterra elisabettiana, quando molti medici iniziarono a sostenere che la noce moscata potesse rappresentare una difesa efficace contro la peste, la terribile epidemia che “iniziava con uno starnuto e finiva con la morte”. Convinti delle sue proprietà terapeutiche, i ceti più ricchi la cercavano con frenesia, contribuendo a trasformarla in una delle spezie più costose e ambite dell’epoca. Ma partiamo dalla pianta.

MYRISTICA FRAGRANS

Il nome botanico Myristica fragrans deriva dal greco myron, termine che indicava balsami, oli e unguenti profumati, mentre fragrans proviene dal latino fragrare, cioè “emanare profumo” o “essere odoroso”. Questa fragranza sarebbe dovuta soprattutto al linalolo, una sostanza naturale appartenente agli alcoli terpenici, nota per il suo profumo floreale con leggere note speziate. Quanto al nome comune “noce moscata”, secondo una delle interpretazioni più diffuse deriverebbe dal termine medievale nuces muscatae, cioè dal profumo e aroma muschiato della spezia, simile a quello delle uve moscate. Secondo altri studiosi, invece, il nome deriverebbe da Mascate, capitale dell’Oman, antico centro dei commerci delle spezie: “moscata” significherebbe quindi “proveniente da Mascate”.

LE ISOLE DI BANDA

In realtà la noce moscata è originaria delle Isole di Banda, un gruppo di dieci piccole isole vulcaniche situate nell’omonimo Mar di Banda, facenti parte del grande arcipelago indonesiano delle Molucche, e sono state l’unica fonte di produzione di noce moscata fino alla metà del diciannovesimo secolo.

I PRIMI COMMERCI

Le origini del commercio della noce moscata risalgono a un’epoca remota, quando le Isole Banda, ancora ricoperte da foreste incontaminate, furono raggiunte dai primi navigatori provenienti da Giava. In seguito, mercanti cinesi e arabi integrarono l’arcipelago in una vasta rete commerciale che collegava il Sud-est asiatico ai mercati del Medio Oriente e del Mediterraneo. Furono soprattutto gli arabi a diffondere la preziosa spezia verso occidente, facendola giungere nei grandi centri commerciali del Levante, dell’Egitto e di Costantinopoli, dove veniva acquistata dai mercanti della Repubblica di Venezia. Tuttavia, né i veneziani né molti degli intermediari coinvolti conoscevano con certezza la reale provenienza della spezia. Se qualcuno ne era a conoscenza, preferiva custodire gelosamente il segreto. Si sapeva soltanto che arrivava da terre lontane d’Oriente: forse dalla Cina, forse dal Giappone, o da qualche altro luogo misterioso situato oltre gli orizzonti allora conosciuti.

GUARDAGNO DEL 60.000%

Una cosa, però, la conoscevano bene: la noce moscata era una fonte di guadagni straordinari. Nelle isole Banda, dieci libbre di questo prezioso prodotto si acquistavano per meno di un penny inglese, per poi essere rivendute altrove con margini enormi. A Londra la noce moscata era venduta a più di due sterline e dieci scellini, con un guadagno pari a uno sbalorditivo 60.000 per cento. Un sacchetto bastava a sistemare una persona per il resto della sua vita e a permettergli di acquistare un’abitazione signorile e di giovarsi di un servitore.

IL CONTROLLO DEL COMMERCIO DELLE SPEZIE

Per capire l’entità del mercato delle spezie basta pensare che la Repubblica di Venezia aveva costruito gran parte della propria prosperità sul controllo del commercio di questi prodotti: non era soltanto la noce moscata a giungere in Europa attraverso le complesse reti commerciali che collegavano l’Asia al Mediterraneo, ma anche pepe, cannella, chiodi di garofano, zafferano e zenzero. Dopo aver attraversato il Medio Oriente, queste merci approdavano nei porti veneziani, da cui venivano redistribuite in tutto il continente mediante l’efficiente sistema mercantile ideato dalla Serenissima, generando profitti considerevoli e consolidandone la posizione egemonica nel commercio delle spezie. Non sorprende, pertanto, che tra il XIII e il XV secolo Venezia fosse impegnata in una lunga competizione con la Repubblica di Genova proprio per il controllo delle rotte commerciali del Levante e del Mar Nero, vie strategiche attraverso le quali transitavano le preziose merci provenienti dall’Asia. Una rivalità che contribuì a plasmare gli scambi economici e gli assetti geopolitici del Mediterraneo medievale. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

VACILLA L’EQUILIBRIO

Alla fine del 1511 questo equilibrio però iniziò a vacillare. I mercanti veneziani appresero che una spedizione portoghese aveva raggiunto direttamente le Isole di Banda e acquistato un intero carico di noce moscata alla fonte, aggirando gli intermediari tradizionali. La notizia era tanto più sorprendente perché, fino ad allora, la reale origine della spezia era avvolta nel mistero: pochi conoscevano il luogo da cui proveniva e chi ne possedeva il segreto lo custodiva gelosamente. Ma ancora più destabilizzante fu il mutamento geoeconomico: dopo più di quattro secoli il monopolio veneziano era stato interrotto e da quel momento iniziò la guerra delle spezie che modificò profondamente gli equilibri economici e commerciali.

L’EPOCA DELLE GRANDI SCOPERTE GEOGRAFICHE

Il Portogallo, infatti, spinto dalla ricerca di nuove rotte commerciali verso l’Asia e dal desiderio di aggirare gli intermediari arabi e veneziani che controllavano il commercio delle spezie, aveva avviato nel XV secolo una serie di esplorazioni lungo le coste africane dando inizio all’epoca delle grandi scoperte geografiche. Grazie ai progressi nella navigazione e al sostegno della Corona, in particolare da parte di Enrico il Navigatore, i marinai portoghesi, al grido di «Christos e espiciarias!» «Per Cristo e le spezie!», aprirono nuove vie marittime che avrebbero cambiato per sempre i rapporti tra Europa, Africa e Asia, dando inizio all’espansione europea su scala globale.

LA SVOLTA PORTOGHESE

Poi nel 1512 avvenne la svolta.  Alcune navi portoghesi, guidate da piloti locali, raggiunsero le Isole Banda. Era la prima volta che gli europei arrivavano nel luogo d’origine della noce moscata. Trovarono nel porto anche giunche cinesi, segno che l’arcipelago era già pienamente inserito nelle reti commerciali asiatiche. Gli abitanti locali accolsero i portoghesi senza ostilità e permisero loro di acquistare la spezia.

CHIODI DI GAROFANO

Tuttavia, la spedizione ebbe sviluppi imprevisti: una nave portoghese naufragò e il capitano Francisco Serrão fu salvato da pescatori locali e trasportato sull’isola di Ambon, situata sempre nel Mar di Banda. Da Ambon Serrão giunse poi sull’isola di Ternate, dove il sultano locale, coinvolto in rivalità con la vicina Tidore, vide nei portoghesi potenziali alleati militari e commerciali. Li invitò quindi a stabilirsi sull’isola e consentì loro di costruire un forte. In questo modo, quasi casualmente, i portoghesi misero piede anche nel cuore della regione di produzione dei chiodi di garofano, altra spezia preziosissima, originaria di alcune piccole isole vulcaniche delle Molucche settentrionali. Per decenni i portoghesi concentrarono i propri interessi su Ternate e sul commercio dei chiodi di garofano, inviandoli a Goa e poi a Lisbona.

Il FALLIMENTO DEL MONOPOLIO

Quando nel 1529 i portoghesi tentarono di insediarsi stabilmente nelle Isole Banda, la situazione cambiò. I portoghesi provarono a costruire un forte a Banda Neira, l’isola dotata del porto migliore, convinti di poter controllare da lì l’intero arcipelago. Gli abitanti, però, pur disponibili al commercio, rifiutarono la presenza militare permanente di una potenza straniera. Durante i lavori di fortificazione, le truppe lusitane furono attaccate e costrette a ritirarsi. Da quel momento tornarono solo sporadicamente nelle Banda, preferendo acquistare la noce moscata attraverso intermediari di Ternate e Ambon. Il loro tentativo di imporre un monopolio diretto fallì.

L’ETA’ D’ORO DEL PORTOGALLO

Nonostante questo insuccesso, il XVI secolo rimase l’età d’oro del Portogallo nelle rotte tra Europa e Asia. Le caracche portoghesi collegavano Lisbona, Goa e Malacca trasportando pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella, cotone, seta e porcellane. Il controllo portoghese sulla rotta del Capo di Buona Speranza, legittimato anche dal papato con il Trattato di Tordesillas del 1494, garantiva a Lisbona un vantaggio considerevole. Tuttavia, altre potenze marittime europee iniziarono presto a cercare vie alternative verso l’Oriente.

LA ROTTA ARTICA INGLESE

Gli inglesi tentarono inizialmente la rotta artica del passaggio a nord-est. Nel 1553 tre navi al comando di Sir Hugh Willoughby, partirono verso il Mare del Nord e il Mare di Norvegia, nella speranza di raggiungere i ricchi mercati di spezie dell’Asia evitando l’Africa e le rotte controllate dai portoghesi. La spedizione si concluse tragicamente: due navi furono ritrovate sulla penisola di Kola con gli equipaggi morti di fame, freddo o intossicazione. La terza nave raggiunse invece il Mar Bianco e, attraverso Mosca, stabilì contatti commerciali con la Russia di Ivan il Terribile. Da quel fallimento nacque la Muscovy Company, prima grande compagnia commerciale inglese. Ma questa, come sempre, è un’altra storia.

L’OLANDA SCENDE IN MARE

Nel frattempo, il quadro politico europeo mutava profondamente. Dal 1568 le Province Unite dei Paesi Bassi si ribellarono alla monarchia spagnola, dando inizio alla lunga guerra d’indipendenza olandese. Nel 1580 il Portogallo passò sotto la corona spagnola per unione dinastica, diventando così nemico anche degli olandesi. Questa situazione spinse i mercanti e navigatori olandesi a cercare un accesso autonomo alle ricchezze dell’Asia.

JAN HUYGEN VAN LINSCHOTEN

In tal senso un ruolo decisivo fu svolto da Jan Huygen van Linschoten. Dopo aver lavorato per anni nei territori portoghesi, in particolare a Goa, van Linschoten aveva raccolto una grande quantità di informazioni sulle rotte marittime, sui porti e sul commercio delle spezie. La sua opera, L’Itinerario, pubblicata alla fine del XVI secolo, rivelò agli europei settentrionali le vie segrete dei portoghesi e mostrò che il loro monopolio non era così solido come appariva. Van Linschoten indicò anche rotte alternative, tra cui quella attraverso lo stretto della Sonda, evitando Malacca. Altri suoi documenti e resoconti contribuirono direttamente all’espansione olandese nell’Oceano Indiano.

IL PRIMO VIAGGIO OLANDESE

Fu così che, seguendo le indicazioni di van Linschoten, le prime navi olandesi giunsero a Giava nel 1595. L’esito della spedizione fu difficoltoso e violento: gli olandesi ebbero contrasti con la popolazione locale di Bantam, arrivando a bombardare la città e a compiere massacri. Nonostante la scarsità del carico e le pesanti perdite umane, i profitti furono comunque elevati, grazie all’enorme valore delle spezie in Europa. Negli anni successivi partirono numerose spedizioni olandesi, al punto che i mercanti dei Paesi Bassi iniziarono a farsi concorrenza tra loro, facendo salire i prezzi nei porti asiatici.

LA COMPAGNIA OLANDESE DELLE INDIE ORIENTALI

Per mettere ordine in questo sistema nacque nel 1602 la Vereenigde Oostindische Compagnie, la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, nota come VOC. Fu una delle prime grandi società per azioni della storia e disponeva di poteri quasi sovrani: poteva stipulare trattati, costruire fortezze, mantenere eserciti, condurre guerre e amministrare territori. La VOC rappresentò una forma precoce di multinazionale coloniale, sostenuta da capitali enormi e da un mandato politico-militare esplicito: colpire gli interessi portoghesi e spagnoli e conquistare il controllo delle rotte commerciali orientali.

OBIETTIVO ISOLE DI BANDA

E proprio le Isole Banda divennero rapidamente uno degli obiettivi principali della Compagnia. Le prime navi olandesi arrivarono nell’arcipelago nel 1599. Inizialmente si limitarono ad acquistare la noce moscata dagli abitanti locali, ma l’obiettivo della VOC era molto più ambizioso: imporre un monopolio globale sulla produzione e sulla vendita della spezia. Nel 1609 una grande flotta olandese, con circa mille soldati, giunse davanti a Banda. Il comandante Pieter Verhoef rimproverò i capi locali per aver commerciato con altri stranieri e annunciò la costruzione di un forte a Banda Neira. Gli abitanti delle Banda, contrari alla presenza militare olandese, attirarono Verhoef e altri ufficiali in un’imboscata e li uccisero. A differenza dei portoghesi, però, gli olandesi non si ritirarono. Completarono la costruzione del forte, poi si vendicarono con estrema brutalità, incendiando villaggi e massacrando uomini, donne e bambini. Dopo poche settimane, gli abitanti furono costretti ad arrendersi. Banda Neira divenne così il primo possedimento stabile olandese in Asia. Il controllo della VOC, tuttavia, non era ancora totale. Alcune isole, in particolare Run e Ai, restavano fuori dalla piena autorità olandese e continuavano a commerciare con altri mercanti, soprattutto inglesi.

LA COMPAGNIA INGLESE DELLE INDIE ORIENTALI

Infatti, anche l’Inghilterra era entrata nella competizione asiatica. Dopo il fallimento della rotta artica di Sir Hugh Willoughby, ma soprattutto dopo le epiche imprese corsare di Francis Drake e la sconfitta dell’Armada spagnola nel 1588, la flotta inglese acquisì nuovo slancio. Nel 1600 la regina Elisabetta I autorizzò la fondazione della East India Company, la Compagnia inglese delle Indie Orientali, a cui conferì il monopolio completo del commercio nell’Oceano Indiano.

GLI INGLESI NELL’ARCIPELAGO DI BANDA 

Nel 1603 gli inglesi, con un pizzico di fortuna, erano approdati a Run, l’isola più remota dell’arcipelago, e, accolti favorevolmente dagli abitanti, avevano avviato un commercio diretto di Myristica fragrans. Ma chiaramente la concorrenza inglese irritò profondamente gli olandesi. Così nel 1615 la VOC rivolse quindi le proprie forze contro la vicina isola di Ai, distante solo 7 chilometri dall’isola, ma gli abitanti, sostenuti dagli inglesi, riuscirono temporaneamente a resistere. L’anno seguente, nel 1616, gli olandesi tornarono all’attacco e conquistarono definitivamente Ai.

PRIMO POSSEDIMENTO INGLESE

Il 23 dicembre 1616 due navi inglesi al comando di Nathaniel Courthope giunsero a Run. Gli abitanti, affamati dal blocco olandese, accolsero gli inglesi come alleati. I capi locali giurarono fedeltà a re Giacomo I e dichiararono formalmente che Run apparteneva al sovrano inglese. L’Inghilterra ottenne così il suo primo possedimento orientale. L’isola, però, era difficile da sostenere: aveva scarse risorse alimentari, poca acqua potabile e dipendeva dal commercio con le isole vicine. Dopo anni di assedio, fame e diserzioni, Courthope fu ucciso nel 1620 e gli inglesi abbandonarono l’isola.

LA CONQUISTA OLANDESE

Nel 1621 la VOC, guidata da Jan Pieterszoon Coen, portò a compimento la conquista delle ultime due isole. Convinto che il monopolio della noce moscata richiedesse la distruzione della popolazione locale e il ripopolamento controllato dell’arcipelago, Coen ordinò una campagna di sterminio. Con l’aiuto anche di mercenari giapponesi, gli olandesi massacrarono gran parte degli abitanti originari. Su una popolazione stimata in circa quindicimila persone, alla fine dell’anno ne sopravvissero forse un migliaio. Molti furono uccisi, altri ridotti in schiavitù; alcuni riuscirono a fuggire verso le isole Kai. L’obiettivo era stato raggiunto: la VOC aveva conquistato il monopolio mondiale della noce moscata.

MILITARIZZAZIONE DELL’ISOLA

Gli olandesi trasformarono le isole di Banda in un sistema di piantagioni controllato direttamente dalla VOC. Le terre vennero affidate a coloni e amministratori europei, mentre la manodopera fu assicurata da schiavi importati da Giava e da altre regioni dell’Asia sud-orientale. L’emblema della VOC compare ancora oggi inciso sulle facciate di edifici, chiese e antiche abitazioni, testimonianza di una presenza coloniale che non si limitò al controllo delle rotte commerciali e delle produzioni locali, ma fu anche un simbolo visibile dell’autorità, della potenza economica e della vasta proiezione marittima olandese in Asia.

FORT BELGICA

Per difendere Banda Neira, l’isola più importante per la produzione della noce moscata, gli olandesi costruirono, sulle fondamenta del precedente avamposto portoghese, la prima fortezza olandese in Asia chiamata Fort Belgica, che, con la sua pianta pentagonale e le torri angolari, dominava l’isola e sorvegliava le piantagioni di noce moscata.

L’ISOLA DI NEW YORK PER RUN

Ma gli inglesi non abbandonarono affatto la partita nelle isole Banda.  La lunga contesa tra inglesi e olandesi per la piccola ma strategica isola di Run quindi si concluse soltanto nel 1667 con il Trattato di Breda: l’Inghilterra rinunciò alle proprie pretese sull’isola e sul suo prezioso commercio di noce moscata, mentre gli olandesi cedettero agli inglesi un lontano avamposto commerciale situato sull’isola nordamericana di Manhattan chiamato New Amsterdam, ribattezzato poi dagli inglesi New York. Nessuno poteva allora immaginare quanto il peso della storia avrebbe rovesciato il valore di quei territori: la piccola isola delle spezie sarebbe progressivamente scivolata ai margini delle grandi rotte commerciali, mentre Manhattan sarebbe diventata il cuore di una delle più importanti metropoli del mondo.

FURTO DI PIANTINE

Ma la storia della noce moscata non finisce qui. La VOC continuò a mantenere il monopolio della noce moscata anche negli anni successivi, perché gli alberi di Myristica fragrans crescevano quasi esclusivamente nelle Isole Banda e gli olandesi proteggevano questo monopolio con misure estreme: controllavano rigidamente l’arcipelago e cercavano di impedire l’esportazione di semi e piantine fertili. Ma tra il 1769 e il 1770 il botanico francese Pierre Poivre organizzò una serie di operazioni di spionaggio industriale nelle Isole di Banda e riuscì a procurarsi illegalmente semi e giovani piante di noce moscata e di chiodi di garofano, trasferendole nelle colonie francesi di Mauritius e Réunion.

LE SOTTRAZIONI INGLESI

Ma anche gli inglesi rubarono le piantine di noce moscata. Un primo tentativo ebbe luogo alla fine del XVIII secolo, quando il botanico britannico Christopher Smith raccolse nelle Molucche e nelle Isole Banda numerose piante di varie spezie, tra cui piantine di noce moscata, destinate a essere trasferite verso i possedimenti britannici e, in particolare, a favorire lo sviluppo di nuove coltivazioni nell’isola malese di Penang, all’epoca possedimento britannico. Ma la vera operazione di spionaggio industriale avvenne nel 1810 quando, nel quadro delle guerre napoleoniche, le forze comandate dal capitano Christopher Cole conquistarono l’isola di Banda. Durante la successiva occupazione delle Isole delle Spezie, la East India Company sfruttò il controllo dell’arcipelago per un sistematico e massivo prelievo di piantine che favorirono successivamente la diffusione della noce moscata in altri territori dell’Impero britannico come Sri Lanka, Singapore, Zanzibar e Grenada.

OPERAZIONI DI INTELLIGENCE ECONOMICA

Le operazioni francesi e inglesi furono a tutti gli effetti delle operazioni di intelligence economica che ebbero conseguenze decisive, poiché infransero definitivamente il monopolio olandese sulla noce moscata e ne consentirono la coltivazione al di fuori delle Isole Banda. Queste operazioni, poi, contribuirono alla progressiva riduzione dei prezzi sui mercati internazionali e trasformarono la noce moscata, per il cui controllo nel Seicento erano state combattute guerre, in una coltura tropicale progressivamente diffusa su scala globale, distruggendo definitivamente il vantaggio competitivo dell’Olanda.

CONSIGLI DI LETTURA

Per chi volesse approfondire la storia della noce moscata consiglio la lettura, L’isola della noce moscata. La corsa alle spezie di esploratori, mercanti, pirati che ha deciso la storia del mondo, di Milton Giles, edito da Nutrimenti Mare nel 2024 e di La via del Mare. Sulle rotte perdute dell’impero del Portogallo, scritto da Erika Fatland, edito da Marsilio nel 2025, entrambi ampiamente consultati per la preparazione di questo articolo.

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