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La polizia ha blindato la capitale nel giorno della manifestazione indetta dal Cockroach Janta Party contro le nuove norme elettorali volute dal premier Modi. Rahul Gandhi: “Continuate a scendere in piazza, orgoglioso di voi”

Fratelli Musulmani, Sinwar e il 7 ottobre. Quelle parole che non hanno bisogno di interpretazioni

10 October 2026 at 13:57

Ci sono documenti che non hanno bisogno di interpretazioni. Il comunicato del 18 ottobre 2024, pubblicato sul sito ufficiale in inglese dei Fratelli Musulmani e firmato da Mahmoud Hussein, Guida generale ad interim, è uno di questi. Hussein vi definisce Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso dalle forze israeliane, “the leader of the glorious epic of October 7”. Poi lo colloca in una genealogia di caduti presentati come eroi (al-Banna, Yassin, Rantissi, Morsi, Haniyeh), parla di sacrificio e invoca per lui un posto tra i martiri.

Chiamare “gloriosa epopea” l’attacco del 7 ottobre non significa fare le condoglianze per la morte di un dirigente palestinese: significa celebrare con grande solennità un massacro di inaudita gravità. E a farlo non è un simpatizzante anonimo, ma il vertice dell’organizzazione, in un atto ufficiale.

Quello che il testo dice, e quello che non dice

Il comunicato documenta una scelta lessicale, religiosa e politica della leadership; non dimostra un collegamento operativo tra i Fratelli Musulmani e gli autori della strage, né un coinvolgimento della Fratellanza nell’attacco. Eventuali legami finanziari, logistici o operativi sono un’altra questione, su cui sono in corso indagini nazionali ed europee, e le relative responsabilità andranno provate con documenti, riscontri ed elementi indipendenti.

Il comunicato esiste anche in arabo: l’originale, diffuso anche dal canale Telegram ufficiale @ikhwaneg, contiene la formula “قائد ملحمة السابع من أكتوبر المجيدة”, il “leader della gloriosa epopea del 7 ottobre”. Il sostegno ideologico al terrorismo di Hamas, peraltro, non è episodico: lo stesso canale, il 20 luglio 2026, si è congratulato con Hamas per l’elezione di Khalil al-Hayya come successore del “leader martire” Sinwar.

La celebrazione di Sinwar è arrivata anche da altri attori mediorientali. Dalla Fratellanza siriana, per esempio, che ha parlato del “martirio” di un “grande leader nazionale”, fino al Pjd marocchino, partito vicino ma autonomo rispetto alla Fratellanza egiziana, il cui leader Abdelilah Benkirane ha ricordato Sinwar come “leader e guerriero”. Equiparare queste voci sarebbe un errore: un lessico comune segnala vicinanza ideologica, non un coordinamento delle attività. La domanda utile è un’altra, ed è ancora aperta: quanto è diffusa, nella vasta rete di affiliati e simpatizzanti della Fratellanza e, più in generale, nell’area del fondamentalismo islamista, la scelta di celebrare esplicitamente il 7 ottobre anziché limitarsi alla solidarietà con il popolo palestinese?

Il voto di Strasburgo

Giovedì 8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione per una strategia europea contro il cosiddetto “Islamist entryism” e l’influenza della rete dei Fratelli Musulmani. Il testo, promosso dal Ppe, non è vincolante e non mette automaticamente al bando la Fratellanza: chiede di valutare se entità o individui collegati soddisfino i criteri per l’inserimento nella lista europea delle organizzazioni terroristiche, che richiede solide basi giuridiche e prove accertate. Del resto, come ha ricordato il commissario Magnus Brunner, i Ventisette non hanno ancora raggiunto una piena convergenza in materia.

Il dibattito in Aula è stato tutt’altro che unanime. Secondo l’Afp, sinistra radicale, Verdi e socialisti avevano annunciato che non avrebbero sostenuto il testo, ritenendo che alcune sue parti avessero tratti di islamofobia. Il socialista Juan Fernando López Aguilar ha messo in guardia dal presentare la comunità islamica come un corpo estraneo alla diversità europea, secondo quanto riferito in particolare dalla stampa spagnola. Obiezioni da prendere sul serio: la differenza tra pratica religiosa, dissenso politico e ideologico e sostegno pratico e organizzativo alla violenza è proprio ciò che una strategia seria deve saper distinguere.

La questione che resta

Il nodo, dunque, non è scegliere tra l’evidenza di una linea politica inquietante e pericolosa e la prova di una responsabilità operativa diretta. Sono due piani distinti, e confonderli indebolisce chi vuole contrastare l’influenza dell’islam fondamentalista che fa propaganda alla violenza. Chi ha votato contro la risoluzione dovrebbe tuttavia spiegare quali parti ritiene infondate o sproporzionate e quale strategia alternativa propone. Chi l’ha sostenuta deve dimostrare che le misure colpiscono condotte e organizzazioni, non convinzioni politiche, ideologiche o religiose.

Tre domande restano aperte: quanto sia diffusa la celebrazione del 7 ottobre tra i dirigenti e i canali ufficiali della Fratellanza; quali rapporti esistano con Hamas, oltre alla vicinanza ideologica; quali strumenti europei siano adeguati senza scivolare in generalizzazioni sbagliate e controproducenti.

Nel frattempo, la frase di Hussein rimane un dato documentale difficile da eludere. Non prova tutto, ma dice con chiarezza ciò che dice: ed è sbagliato sia ignorarla sia pretendere che dimostri più di quanto possa dimostrare.

La Fratellanza Musulmana è un movimento d’élite, a cui di solito non è facile affiliarsi, che non ama la pubblicità e preferisce la riservatezza. Proprio per questo un segnale così forte come l’esaltazione della strage del 7 ottobre dovrebbe allarmare tutti, e non soltanto una parte.

Quanto agli europarlamentari italiani che hanno votato contro la risoluzione, tra cui Nicola Zingaretti, la domanda è una: erano stati adeguatamente informati? Di fronte a una presa di posizione così grave, forse sarebbe stato più opportuno esprimere i legittimi dubbi con un’astensione.

Nella guerra di posizione con Usa e Cina, l’Europa resta indietro. Scrive Castellaneta

10 October 2026 at 12:47

L’ennesima telefonata fra Donald Trump e Vladimir Putin, proprio all’indomani della contestata assegnazione del premio Nobel per la pace, è stata subito presentata come un successo. Mosca fornirà diesel agli Stati Uniti e al mercato globale, contribuendo, almeno nelle intenzioni, ad abbassare i prezzi prima delle elezioni americane di metà mandato. Il Cremlino può rivendicare la riapertura di un canale economico con Washington, mentre la Casa Bianca sostiene di avere ottenuto un risultato concreto per i consumatori. A rimanere insoluta è però la questione principale: la guerra in Ucraina.

Da più di un anno, ovvero dal bilaterale Trump-Putin in Alaska, sembra ormai un copione ricorrente. Ogni conversazione tra i due viene descritta (soprattutto dal tycoon) come una svolta, ogni dichiarazione come l’anticamera della pace. Pochi giorni dopo, però, si scopre che le posizioni sono rimaste immutate. Anche questo fa parte della guerra ibrida contemporanea, combattuta non soltanto con droni, missili, attacchi cyber e sanzioni, ma anche attraverso una comunicazione nella quale verità parziali, informazioni nascoste e ricostruzioni interessate finiscono per sovrapporsi. Il risultato è che diventa difficile distinguere un autentico negoziato dalla sua rappresentazione mediatica.

L’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre e di quelle di metà mandato statunitensi del 3 novembre renderà questa dinamica ancora più evidente. Trump ha assicurato che non ordinerà nuovi attacchi contro l’Iran prima del voto, parlando di colloqui “produttivi”. Ma una sospensione legata esplicitamente al calendario elettorale non equivale a una soluzione diplomatica. In Israele, allo stesso modo, ogni apertura verso un compromesso viene valutata anche in funzione della campagna elettorale. Nelle prossime settimane assisteremo quindi a segnali contrapposti: dichiarazioni concilianti alternate a minacce, iniziative diplomatiche accompagnate da preparativi militari.

Due delle guerre in corso riguardano direttamente noi europei. Quella in Ucraina investe la sicurezza del nostro continente; quella nel Golfo Persico incide sulle forniture energetiche, sull’inflazione e sulla navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb. Eppure l’Europa continua spesso a subirne tempi e decisioni, più che a determinarli.

È questo il quadro nel quale va letta la competizione fra i tre grandi blocchi di potere: Stati Uniti, Cina e Unione europea. Non siamo ancora davanti a un nuovo ordine internazionale compiuto, ma a una guerra di posizione nella quale ciascuno cerca di occupare lo spazio più favorevole in attesa della mossa altrui. Gli Stati Uniti mantengono la superiorità militare, finanziaria e tecnologica (seppure con un vantaggio su Pechino che si va sempre più assottigliando), ma la loro politica estera appare sempre più condizionata dalle scadenze elettorali e dalla ricerca di risultati immediatamente comunicabili.

La Cina procede invece con un orizzonte molto più lungo. Pechino affianca sistematicamente gli obiettivi politici alla salvaguardia della propria industria, trasformando la capacità produttiva in influenza internazionale. Il settore automobilistico ne è l’esempio più evidente. Le imprese cinesi possono contare su costi inferiori, batterie sempre più performanti e una filiera che va dalle materie prime ai componenti, fino al prodotto finito. L’Europa, che per decenni ha considerato l’automobile uno dei simboli della propria forza industriale, si trova ora a difendere il mercato interno e contemporaneamente a dipendere dalla Cina per una parte essenziale delle tecnologie necessarie alla transizione elettrica.

La visita a Pechino del commissario europeo al Commercio Maroš Šefčovič ha prodotto un’intesa preliminare per ridurre le esportazioni cinesi di vetture ibride e ibride plug-in verso l’Unione, agevolare l’accesso di alcuni prodotti europei al mercato cinese e rendere meno restrittive le licenze sulle terre rare. È un risultato utile, perché allontana almeno temporaneamente lo spettro di una guerra commerciale. Ma non modifica il rapporto strutturale fra le parti e mantiene, almeno per il momento, l’Ue sulla difensiva.

La Cina può concedere una riduzione dei flussi senza rinunciare al controllo della filiera, alla propria capacità produttiva e al vantaggio accumulato sulle batterie. L’Europa, invece, rischia di usare dazi e quote per guadagnare tempo senza sfruttarlo per costruire una politica industriale comune. Proteggere il mercato può essere necessario, ma non basta se non si investe in innovazione, energia a prezzi competitivi, materie prime, infrastrutture e produzione continentale.

Anche quanto accade in Brasile si inserisce nel puzzle. Contro le previsioni, Flávio Bolsonaro ha preceduto Lula al primo turno e ha ottenuto il sostegno del terzo classificato, Augusto Cury. Una sua vittoria riporterebbe Brasilia più vicino alla Washington di Trump, ma difficilmente potrebbe cancellare il peso economico raggiunto dalla Cina in America Latina. Le potenze regionali non scelgono più necessariamente un solo campo: cercano di trarre vantaggio dalla competizione fra i maggiori attori.

Rimane infine la Russia, quarto incomodo che non intende rinunciare alla propria vocazione imperialista. Mosca possiede una capacità economica inferiore a quella dei tre grandi blocchi, ma conserva armi nucleari, risorse energetiche e una notevole capacità di destabilizzazione. Putin sfrutta l’urgenza elettorale americana e la dipendenza energetica altrui per ottenere legittimazione senza arretrare davvero sull’Ucraina. Senza dimenticare l’India, forte delle sue dimensioni demografiche ed economiche e, almeno in teoria, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale.

In questa guerra di posizione, Stati Uniti e Cina restano davanti, mentre l’Unione europea appare ancora indietro. Non perché le manchino risorse economiche, industriali o tecnologiche, ma perché non riesce a trasformarle in una strategia unitaria. Bruxelles negozia con Pechino, dipende da Washington per la sicurezza e finanzia Kyiv, ma continua a faticare nel definire autonomamente tempi e obiettivi.

Il prossimo ordine mondiale non nascerà da un’unica conferenza di pace, ma da un fragile equilibrio tra rapporti di forza contrapposti. Se l’Europa vuole esserne protagonista, deve smettere di limitarsi a reagire alle mosse degli altri, iniziare ad agire con una sola voce (almeno in settori chiave come sicurezza e difesa) e recuperare la risorsa che Pechino sembra utilizzare meglio di tutti: una visione di lungo periodo.

Il gasolio di Putin nel serbatoio delle midterm. Quanto pesa l’accordo tra Russia e Usa

10 October 2026 at 11:24

Ponti di petrolio. Nelle scorse ore il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato, al termine di una telefonata con l’omologo russo Vladimir Putin, un’intesa per l’immissione immediata sul mercato di 300mila tonnellate di diesel russo, seguite da 500mila a novembre e da un ulteriore milione in una fase successiva. Altri tre milioni potrebbero arrivare se le raffinerie russe saranno in grado di sostenerne la produzione. Per rendere operativo l’accordo, l’amministrazione ha allentato le sanzioni sui carburanti russi, introdotte proprio per privare Mosca delle risorse necessarie a finanziare la guerra, e il Tesoro rilascerà tramite l’Ofac una licenza generale temporanea per le forniture al mercato globale.

La logica dell’operazione è anzitutto domestica. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il caro-carburanti è diventato un dossier politico di primo piano: il diesel ha toccato i 6,53 dollari al gallone alla pompa, con ricadute dirette su trasporto merci e agricoltura. La Casa Bianca cerca un risultato rapido e visibile, e il solo annuncio ha già prodotto un calo delle quotazioni all’ingrosso. Il prezzo politico, però, si è fatto sentire subito anche a Washington, dove diversi membri del Congresso hanno criticato l’intesa, preoccupati di vedere riaperto un canale di entrate per il Cremlino mentre il conflitto prosegue.

Sul piano internazionale, la scelta americana apre crepe nel fronte occidentale. Gli alleati europei puntano da anni a ridurre le entrate energetiche di Mosca attraverso le sanzioni, e Londra ha già fatto sapere che manterrà la pressione sul Cremlino. Durissima la reazione di Volodymyr Zelensky, secondo cui quei proventi finiranno per alimentare la guerra contro l’Ucraina e contro l’Europa. Il leader ucraino è arrivato a dire che la squadra negoziale di Kyiv viene usata “come una cortina fumogena”. E proprio a Kyiv l’amministrazione americana “addossa la colpa”. Nelle scorse settimane la Casa Bianca aveva chiesto all’Ucraina di sospendere gli attacchi contro le raffinerie russe, che hanno ridotto sensibilmente la capacità produttiva di Mosca e che ora rischiano di compromettere i volumi promessi a Washington.  Kyiv, dal canto suo, non arretra. Un alto funzionario ucraino ha confermato che i droni a lungo raggio continueranno a colpire le infrastrutture energetiche russe.

Nel frattempo a Miami i negoziatori di Stati Uniti, Ucraina ed Europa hanno discusso per sei ore con l’obiettivo di definire una proposta comune per porre fine alla guerra. Al tavolo sedevano gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme alle delegazioni di Kyiv e a rappresentanti europei e della Nato. Secondo una fonte a conoscenza dei colloqui citata da Reuters, l’agenda comprendeva garanzie di sicurezza americane ed europee per il dopoguerra, un piano economico per la ricostruzione, un percorso di adesione all’Ue e, sul terreno più delicato, “alcune idee” sulla questione territoriale, oltre a una futura architettura di sicurezza tra Europa e Russia. L’intenzione è arrivare a una proposta condivisa nelle prossime settimane, da sottoporre a Mosca per tentare una svolta prima dell’inverno. Tuttavia, dopo la telefonata con Trump, Putin ha poi escluso una ripresa immediata dei negoziati di pace.

Quel che ne emerge dunque è un quadro paradossale. Washington concede a Mosca un vantaggio economico tangibile proprio mentre costruisce con gli alleati il piano da presentarle, senza ottenere in cambio alcuna apertura diplomatica. L’accordo sul diesel risponde a un’urgenza tutta interna, ma rischia di indebolire la leva negoziale che a Miami si cercava di consolidare.

 

Regno Unito, danni milionari al Royal Lodge dell’ex principe Andrea: a pagare ora è il fratello Carlo

Buckingam Palace parla di “un prestito”. A febbraio scorso era stato proprio il sovrano a cacciare “la pecora nera” della royal family dalla lussuosa magione nel parco di Windsor, dove aveva vissuto gratuitamente per anni

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Senza la protezione americana, all’Europa non basta riarmarsi

10 October 2026 at 03:45

A Leopard 2 A6 tank and a helicopter EC 135 demonstrate their capabilities during a visit of German Chancellor Friedrich Merz to the army at the Bundeswehr base in Munster, Germany, Thursday, April, 30, 2026. (AP Photo/Markus Schreiber) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

La domanda finale – e cruciale, visti gli sviluppi del dibattito interno americano sulla relazione con l’UE – è se l’Europa possa reggere con «meno» America. O «senza» America. Dopotutto, se è vero che gli Stati Uniti sono stati decisivi nel processo di costruzione iniziale della Comunità europea – dopo la fine della Seconda guerra mondiale e fino al crollo del muro di Berlino –, un disimpegno parziale di Washington dal Vecchio continente potrà avere effetti dirompenti. Non solo per la difesa, ma perché verrebbe a mancare quello che abbiamo definito external equalizer: la potenza esterna in grado di tenere sotto controllo la competizione storica fra i principali attori europei.

La discussione che si è aperta riguarda soprattutto il ruolo della Germania, che ha modificato nel 2025 le norme costituzionali sul tetto al bilancio per aumentare in modo sostanziale le proprie spese per la difesa. Secondo il bilancio approvato dal governo Merz nell’aprile del 2026, il budget salirà a circa 145 miliardi di euro nel 2027 in ottica NATO, di cui 105,8 miliardi di bilancio ordinario della difesa, 27,5 miliardi dal Sondervermögen Bundeswehr (il fondo speciale da 100 miliardi di euro istituito nel 2022 con modifica costituzionale per finanziare il riarmo accelerato delle forze armate tedesche) e ulteriori spese per sicurezza e sostegno all’Ucraina. Nell’insieme, il 3,1 per cento del PIL, con una traiettoria di avvicinamento al 3,5 per cento entro il 2029 e con la Germania destinata ad avere il quarto bilancio militare al mondo entro la fine del decennio.

L’obiettivo dichiarato di Friedrich Merz è di trasformare la Bundeswehr nel principale esercito convenzionale europeo, sulla base della convinzione – espressa nella prima strategia di difesa mai prodotta dalla Repubblica federale – che l’UE abbia di fronte a sé la minaccia consistente e a lungo termine della Russia, sia militare sia ibrida. Rientra nei piani tedeschi l’espansione delle forze professionali a 185.000 uomini, l’acquisizione di missili a lungo raggio di precisione e di capacità (intelligence e droni) di cui la guerra in Ucraina ha dimostrato l’importanza. Sono settori in cui l’Europa continua a dipendere dal ruolo americano nella NATO, su cui Berlino ha cominciato a esprimere dubbi espliciti nel secondo mandato di Donald Trump.

Per una parte degli europei, ma anche per alcune voci della politologia americana, questa spinta al riarmo tedesco è preoccupante in chiave storica, per ragioni politiche (non è chiaro quale maggioranza la governerà da qui a qualche anno e non si può escludere l’ascesa al potere di un partito nazionalista come AfD), e perché determinerà una competizione industriale con la Francia (di cui è spia il fallimento del progetto di caccia franco-tedesco). Il timore, quindi, è che il riarmo tedesco – ammesso che si traduca nelle scelte previste – non contribuisca alla formazione di una capacità di difesa europea, ma produca nuove divisioni nazionali, in particolare con la Francia, un Paese che ambisce a restare la principale potenza militare del Vecchio continente, anche sulla base di un accordo con la Gran Bretagna (la Northwood Declaration dell’estate 2025), che modera gli effetti della Brexit ed è volto a garantire lo sviluppo della cooperazione nucleare bilaterale.

La nostra tesi è che si tratti di timori esagerati: per costruire una capacità di difesa credibile, l’Europa ha bisogno che la Germania passi dalla lunga inazione degli scorsi decenni a un maggiore attivismo sulla difesa europea. Il punto è che deve sfuggire alla tentazione di muoversi su linee puramente nazionali, sfruttando il proprio spazio fiscale. Spazio che altri Paesi, certamente l’Italia ma anche la Francia, non hanno. Per essere ancora più chiari: il processo di costruzione di una capacità di difesa europea passa per scelte cooperative. È quindi necessario che la difesa sia vista come un «bene pubblico europeo» e venga finanziata non solo su base nazionale, o con una flessibilità parziale dei vincoli del Patto di stabilità (gli Stati membri possono escludere fino all’1,5 per cento del PIL di spesa militare dai calcoli del deficit), ma anche con prestiti comuni europei. Il programma SAFE – adottato dal Consiglio nel maggio del 2025, con un’allocazione sulla carta di 150 miliardi di euro e una clausola di «preferenza europea» – va in questo senso, anche se l’importo resta comunque insufficiente. Sarebbero necessari eurobond per la difesa consistenti, scelta che Berlino continua a osteggiare. È un errore, vista la doppia, diversa pressione creata dal rischio Putin a est e dal relativo disimpegno di Trump a ovest.

Vanno poi compiute scelte industriali conseguenti (processi di procurement congiunti), per evitare nuove duplicazioni e per creare una base produttiva europea degna di questo nome. Per ora non è esattamente così, con il risultato che l’aumento della spesa militare non basterà a produrre le capacità necessarie perché l’Europa sia in grado di difendersi con «meno» America; mentre porterà, paradossalmente, all’aumento delle forniture statunitensi. In parte, si tratta di armi che poi l’Europa trasferisce all’Ucraina, che negli scenari futuri della difesa europea avrà un ruolo operativo e industriale molto rilevante, viste le capacità acquisite dal 2022 in poi. Un chiarimento strategico è necessario, se l’Europa vorrà darsi la visione politica, le scelte finanziarie e le scelte di politica industriale indispensabili per conseguire gli obiettivi dichiarati. Se una politica di buy European non è credibile nel breve termine, una scelta esclusiva di buy American sarebbe evidentemente di ostacolo a una maggiore autonomia. Va quindi trovato un equilibrio realistico, che passa probabilmente per accordi diversificati anche con una serie di Paesi occidentali al di là degli Stati Uniti.

È anche indispensabile che il dibattito sulla deterrenza nucleare faccia passi avanti ulteriori. La Francia parla da decenni della propria deterrenza «estesa». Emmanuel Macron ha riaperto la discussione, proponendo, assieme all’accordo con Londra, un «dialogo strategico» europeo sulla deterrenza nucleare. Ma finora il dialogo è rimasto esattamente questo: un dialogo senza conclusioni operative. E il problema è chiaro: l’Europa deve recuperare una credibilità militare autonoma, vista la riduzione dell’impegno americano, ma continua ad avere bisogno degli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza rispetto alle minacce nucleari.

Esiste infine un fronte della sicurezza europea che non si combatte con carri armati, droni e missili, ma con algoritmi, narrazioni e coesione sociale. Sergei Guriev e Daniel Treisman, nel loro Spin Dictators (2022), hanno spiegato come i regimi autoritari moderni ricorrano a metodi sofisticati che ormai conosciamo: manipolazione dell’informazione, narrazioni alternative, uso strategico dei social media, sostegno a movimenti euroscettici nei Paesi democratici. Il fronte cognitivo è il più insidioso: non si possono schierare carri armati contro un deepfake. La risposta europea – a partire dal Codice di condotta sulla disinformazione (2022) – va in una direzione giusta ma insufficiente. Andrà fatto molto di più, con una sinergia fra scelte europee, nazionali e comportamenti dei media occidentali.

L’età della prepotenza - Edoardo Campanella, Marta Dassù | Libri Mondadori

Tratto da “L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire” (Mondadori), di Edoardo Campanella e Marta Dassù, 20 euro, 276 pagine.

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