❌

Normal view

Lo Studio Ovale dorato di Trump è il simbolo della sua nostalgia per l’Ottocento

14 October 2026 at 03:45

Una mattina l’addetta stampa Karoline Leavitt è entrata nello Studio Ovale e ha trovato Donald Trump con un tubetto di colla in mano che cercava di fissare decorazioni dorate alla mensola in marmo del camino. Era risaputo che preferiva fare da sé quando si trattava di decori, quindi vedere il presidente che spremeva colla sulle decorazioni dorate e le appiccicava di persona sul muro non ha sorpreso nessuno nella sua cerchia ristretta.

La prima moglie di Trump, Ivana, vicepresidente del design d’interni della sua azienda, aveva la tendenza a far diventare ogni cosa d’oro. Pareva fosse stata Ivana a incoraggiare per prima l’ossessione per l’oro poi diventata un tratto distintivo delle proprietà del marito. L’oro trasmetteva l’ostentazione che sarebbe diventata il marchio di Trump, e lui si crogiolava nel suo splendore. Il suo edificio simbolo a New York portava la scritta Trump Tower in lettere d’oro e ostentava porte di ascensori e scale mobili color oro; seta dorata rivestiva le pareti della camera da letto del suo aereo privato, si era coperto di gioielli per la copertina di Esquire, e sarebbe arrivato a vendere sneakers dorate.

Lo Studio Ovale era sempre stato volutamente sobrio: a ricordare che gli Stati Uniti sono una repubblica, non una monarchia, e che l’ufficio del presidente non è un palazzo. Trump aveva seguito quella tradizione nel suo primo mandato. Nel secondo mandato ha scatenato il Luigi XIV che era in lui. Ogni presidente aveva lasciato il proprio segno alla Casa Bianca. Nel 1909 William Howard Taft aveva dipinto di verde oliva l’espansione originale dello Studio Ovale nella West Wing. Alcuni critici all’epoca pensavano che il verde di Taft fosse un omaggio alla bellezza naturale dell’America; in realtà a Taft semplicemente piaceva il verde. Allo stesso modo ora Trump portava l’oro. Vasi e calici d’oro hanno sostituito l’edera svedese verde sul camino che aveva decorato lo Studio Ovale per molti decenni prima di Trump. Con il passare dell’anno ha continuato ad accumulare sempre più pezzi d’oro sul camino. Quando chiedeva allo staff della residenza della Casa Bianca che ne pensasse di quella scintillante esposizione, la maggior parte delle risposte era tiepida, ma la sua devota assistente Natalie Harp traboccava entusiasmo. Cherubini dorati svolazzavano nei frontoni sopra le porte. Modanature dorate circondavano la stanza, un sigillo presidenziale dorato brillava come il cielo dal soffitto a incasso e inserti dorati adornavano il camino e le pareti, accanto a dipinti con elaborate cornici dorate provenienti dalle vaste collezioni d’arte del governo federale.

Trump definiva gli antichi vasi d’oro presi dalla collezione della Casa Bianca “contanti” e diceva: “Vedi quei contanti? La gente li guarda, e quello che vede sono contanti.” L’attaccamento di Trump all’oro non era soltanto estetico. Durante la campagna dell’anno precedente Trump aveva spesso parlato del suo ideale economico: le politiche tariffarie della Gilded Age che avevano alimentato l’America dalla fine della Guerra civile fino all’inizio del ventesimo secolo. Quello era il suo modello di prosperità nazionale. In un discorso del 5 settembre 2024 all’Economic Club di New York ha dichiarato: “Per citare un grande ma assai sottovalutato presidente, William McKinley, la politica tariffaria protettiva dei repubblicani ha reso la vita dei nostri concittadini più dolce e luminosa.”

Ma l’espressione “Gilded Age”, coniata ironicamente da Mark Twain, descriveva anche un periodo di forte industrializzazione, ricchezza concentrata, povertà diffusa e corruzione politica dilagante. Tutto ciò si nascondeva sotto una sottilissima patina d’oro. Ma per Trump l’oro era oro. Ha continuato a citare McKinley come sua guida economica. “Io sono un uomo dei dazi e sto in piedi su una piattaforma tariffaria,” aveva detto McKinley durante la campagna presidenziale del 1896. Anche Trump si è definito un uomo dei dazi. McKinley aveva maturato il suo attaccamento ai dazi in modo onesto e nel 1890 aveva fatto approvare quella che è nota come la McKinley Tariff quand’era presidente della Commissione di bilancio della camera dei rappresentanti, una politica pensata per punire le importazioni straniere e favorire le “industrie nascenti” nazionali. Il disegno di legge di McKinley fissava i dazi d’importazione a una media di quasi il cinquanta per cento, aumentando i prezzi al consumo e causando in tutta risposta aumenti tariffari che avevano indebolito l’economia americana e contribuito al Panico del 1893.

Eppure il fascino dei dazi come barriera commerciale, fonte di entrate e soprattutto strumento di potere, era irresistibile per Donald Trump. Undici giorni dopo il suo ritorno in carica, il 31 gennaio 2025, ha detto: “Tra il 1870 e il 1913 eravamo al culmine della ricchezza. Allora avevamo ed eravamo un paese di dazi. Poi si è passati al concetto di imposta sul reddito.” Il giorno dopo ha firmato tre documenti: gli ordini esecutivi 14193, 14194 e 14195, appellandosi a poteri d’emergenza ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).

La Casa Bianca sosteneva che, a causa della “straordinaria minaccia rappresentata da immigrati illegali e droghe, incluso il letale fentanyl”, Trump imponeva dazi sulle importazioni dai tre principali partner commerciali dell’America: venticinque per cento per Canada e Messico e un ulteriore dieci per cento sulle importazioni dalla Cina. Era il colpo iniziale della guerra commerciale globale che avrebbe condotto in primavera. Il preannuncio dei dazi è arrivato più in fretta di quanto alcuni dei più alti collaboratori di Trump avessero desiderato. Nessun lavoro preparatorio era stato svolto al Dipartimento del commercio ed era poco chiaro cosa il presidente sperasse davvero di ottenere. Chi lavorava fuori dalla sua cerchia ristretta era costretto a fare supposizioni sulle sue intenzioni. Né il fentanyl né gli immigrati illegali attraversavano il confine settentrionale in quantità rilevante, in più il Messico stava collaborando con gli sforzi di Trump per bloccare le immigrazioni illegali.

La presidente appena eletta Claudia Sheinbaum aveva dispiegato migliaia di soldati ai confini del Messico per gestire meglio il flusso di migranti. In una riunione nello Studio Ovale il 31 gennaio, il giorno prima che Trump firmasse gli ordini esecutivi, Stephen Miller si è espresso contro i dazi del venticinque per cento sul Messico. “Hanno fatto tutto ciò che abbiamo chiesto sull’immigrazione,” ha detto al presidente. Miller non aveva obiezioni ai dazi sul Messico se fossero stati parte di un regime tariffario globale, ma non riteneva sensato colpire il Messico prima di formulare un disegno più ampio. Marco Rubio era d’accordo. Scott Bessent ha suggerito a Trump di rinviare l’attuazione dei dazi al primo marzo, dicendo che sarebbe stato meglio avviare un’analisi del Tesoro sui potenziali impatti sull’economia statunitense e globale. Ma Trump ha respinto queste preoccupazioni e i dazi sono entrati subito in vigore.

A dimostrazione di quanto il piano fosse improvvisato, a un certo punto della riunione Trump si è reso conto di aver dimenticato di includere la Cina. “Dove sono?” ha chiesto. “Inseriteli al dieci,” ha aggiunto su due piedi. La concezione di Trump dell’economia globale e della posizione dell’America al suo interno era racchiusa nell’ambra della sua giovinezza, ed era in gran parte ancora scevra dall’influenza dei grandi cambiamenti dei decenni successivi. Secondo lui l’America avrebbe dovuto essere sempre il colosso manifatturiero che era stato un tempo, consumando perlopiù ciò che produceva e dettando le condizioni al resto del mondo. La caduta della cortina di ferro aveva inaugurato la terza ondata della globalizzazione, portando alla delocalizzazione di posti di lavoro manifatturieri e favorendo la creazione di catene di approvvigionamento complesse che avevano integrato profondamente l’economia globale.

L’economia americana si era trasformata a un livello quasi molecolare in qualcosa che non era più dominato dalla manifattura e dall’industria pesante. Era ormai un’economia di servizi, informazione e tecnologia, nella quale il settore finanziario rappresentava una quota sempre più rilevante. Molte fabbriche si erano spostate in Cina, e così i posti di lavoro. In risposta ai lavoratori dislocati e alle città abbandonate che avevano ottenuto ben poco dalla globalizzazione, entrambi i partiti a Washington avevano parlato molto e agito poco sulla formazione per i mestieri del futuro.

Pur restando la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti consumavano di più e producevano di meno. Questo colpiva nel profondo sia l’attrattiva di Trump sui lavoratori sia la sua visione ferma nel tempo del ruolo economico dell’America nel mondo. Trump voleva “riportare indietro” i posti di lavoro finiti altrove. Parlava con entusiasmo del ritorno di industrie del passato come il carbone. Prometteva il ritorno ruggente della base manifatturiera americana. Era in parte il motivo per cui amava i dazi.

Tratto da “Cambio di regime” (Bompiani), di Maggie Haberman e Jonathan Swan, 20,90 euro, 560 pagine.

L'articolo Lo Studio Ovale dorato di Trump è il simbolo della sua nostalgia per l’Ottocento proviene da Linkiesta.it.

In città si parla la lingua della violenza

14 October 2026 at 03:45

CITTA’ DI NOTTE

1981

Sono arrivati i nuovi campioni. Qualcosa di cui Green non poteva parlare al telefono. Lui e Carney avevano un sacco di codici. Se fiutavano sbirri c’era Ho delle cifre da farti controllare. Green parlava di “campioni” quando aveva tra le mani un affare che poteva fare al caso di Carney. Di solito Carney declinava – «Non fa per me» – ma a volte gli sembrava che Green cercasse solo un pretesto per incontrarlo. Non lo vedeva da quando l’aveva chiamato la Sterling. Forse dopo potevano mangiare qualcosa insieme, per festeggiare l’occasione, anche se il trafficante di gemme non usciva molto da quando era nato Seth.

Paternità. Green ne aveva fatta di strada, dai tempi in cui si vestiva come il fratello hip del batterista di Jimi Hendrix, inzeppando il suo gergo da trafficante di riferimenti al Sistema e al complesso militare industriale. Carney aveva parecchi clienti bianchi ex hippy, e li aveva visti scivolare lentamente nel conformismo, un mutuo sulla casa e un motto di autorealizzazione alla volta. Il 1979 era stato particolarmente difficile. Green aveva passato una fase di blazer blu sopra dolcevita bianchi a trecce, come se uscisse per arbitrare una regata invece che per bere un aperitivo. Poi un giorno era sparito, proprio quando Carney doveva piazzare alcune collane Louis Long, roba bella, la refurtiva di una rapina a Philadelphia che necessitava di una nuova sistemazione. La segreteria diceva che Green non era reperibile – si era poi saputo che era in California, a sorbirsi un “seminario di trasformazione” di sessanta ore a Mendocino. Follia. Quella volta Carney si era rivolto a Barry Cruz.

Al suo ritorno Green era così pieno di gergo esoterico e così animato da una nuova filosofia incomunicabile che ricordava un ex detenuto. «La soddisfazione personale potrebbe essere il colpo più grosso di tutti.» Okay, Jim. Il tempo passato in galera, nelle varie galere di questo mondo, cambia chiunque. Tanto che una sera Green aveva perfino ammesso di aver votato per Ronald Reagan, un tradimento fondamentale dei principi dei figli dei fiori che confermava l’ipocrisia di quella generazione, passata in un batter d’occhio dal mito di Timothy Leary a quello dei tagli alle tasse. Green non era il solo. Nel suo lavoro Carney aveva avuto a che fare con ogni tipo umano, ed era abituato a considerare la corruzione individuale come un riflesso della temperie culturale. Il gregge andava verso l’orrore. Carney cercava di non fargliene una colpa. Ci provava con tutte le sue forze.

Un ratto sgusciò da dietro un cestino della spazzatura traboccante e si lanciò sui binari.

La banchina si riempì per il treno successivo.

Quando uscì in strada, Carney si rese conto che era da un po’ che non passava per 42nd Street – a est e a ovest, su e giù lungo Lexington, era tutta un’impaziente frenesia di cantieri. Quella parte della città era in fermento, spettacolarmente viva, tra clacson impazziti, martelli pneumatici e raschiare di travi d’acciaio sul cemento. I grandi palazzinari si davano da fare per battere le scadenze delle normative urbanistiche e delle agevolazioni fiscali. Un varco tra gli edifici indicava che un negozietto era stato demolito per far posto a qualcosa di meglio. I camionisti scaricavano tubature e lastre di vetro dietro recinzioni di compensato blu, che nascondevano i mastodontici scavi delle fondamenta. Parcheggiati accanto ai marciapiedi, in doppia e tripla fila, c’erano rimorchi, generatori scoppiettanti e gru vacillanti. Sulla Lex stavano dando gli ultimi tocchi a due nuovi palazzi di uffici, derrick esili come ragni calavano travi e pannelli isolanti…

«Spostati!»

Un vecchio bianco magrissimo con un carrello della spesa pieno di “Reader’s Digest” gli andò addosso. Sì, sì. Colpa sua che era rimasto lì impalato a guardare. Ora di punta. L’irritabile moltitudine che scaturiva dentro, fuori e in mezzo agli edifici. Un portento. Quando era stata l’ultima volta che si era costruito tanto? Quando aveva provato quell’impressione che un grattacielo potesse spuntargli sotto i piedi e catapultarlo via? Doveva tornare agli anni Sessanta, prima della paralisi generale, dell’alta marea di sporcizia. Il sindaco Lindsay al primo mandato, quando ancora la città non si era arenata.

Copyright © 2026 by Colson Whitehead
© 2026 Mondadori Libri

Freddo come una macchina, Cover

Tratto da “Freddo come una macchina”, di Colson Whitehead con la traduzione di Silvia Pareschi, Mondadori, 2026, 23€, 420 pagine

***
Colson Whitehead sarà ospite dell’evento di apertura della quindicesima edizione di BookCity Milano, lunedì 23 novembre alle ore 20.00 al Teatro Dal Verme. L’autore dialogherà con Francesco Costa e per l’occasione riceverà il Sigillo della Città dal Sindaco Giuseppe Sala. L’incontro sarà condotto da Giovanna Zucconi.

BookCity Milano torna dal 23 al 29 novembre con il tema Il senno sulla Luna: sette giorni per riflettere sul nostro bisogno di razionalità, sulla cura del nostro senso critico e sul modo in cui immaginiamo il futuro.

L'articolo In città si parla la lingua della violenza proviene da Linkiesta.it.

Come Silvia Salis ha imparato nello sport a riconoscere gli inganni della politica

14 October 2026 at 03:45

La parte più difficile da raccontare è sempre l’inizio. Perché è una fase che, nella vita, quasi non esiste. C’è ben poco, infatti, che cominci in un istante preciso e misurabile. Non possiamo certificare, ad esempio, la partenza esatta di un amore, di una vocazione, di una rivalità o di una passione. Tutto comincia sempre molto prima rispetto a quando ce ne rendiamo conto. Qualcosa prende forma lentamente, senza dare nell’occhio, e solo dopo decidiamo di etichettare l’istante di ogni singolo big bang e appuntare una data nel calendario della nostra memoria.

“Inizio” è una parola confortevole ma falsa, una scorciatoia narrativa che usiamo per dare una parvenza di ordine a ciò che ordine non ha. “Fine”, invece, è una parola onesta, nonostante sia assai meno popolare. La fine arriva e non regala mai possibilità di equivoci. Perciò questo racconto comincia dalla fine. Da oggi.

Mi chiamo Silvia Salis e sono la sindaca di Genova, la mia città d’origine e del cuore. È passato poco più di un anno da quel lunedì di maggio del 2025 che ha cambiato la mia vita per sempre.

Sono cresciuta dentro un campo d’atletica e se oggi sono qui è solamente perché quel campo mi ha regalato molto più di un mestiere. Lo sport è stato infatti una palestra ideale. È un’arena in cui è impossibile fingere, perché costringe ogni atleta a fare i conti con i suoi limiti, senza poter raccontare a se stesso e al mondo una versione più edulcorata e comoda della realtà. Se non sei preparato abbastanza o hai paura se ne accorgono tutti, specie i tuoi avversari. Nello sport non c’è nessuno spazio per la mistificazione: si vince, si perde, a volte si pareggia. Non esistono sondaggi, exit poll e interpretazioni faziose, ma solo misure e classifiche ufficiali. Alla fine ottieni un numero, punto.

E tutto questo modifica per sempre il tuo modo di affrontare la vita. Ti abitua a una forma di verità non filtrata dalle parole. Così, quando ti trovi in contesti dove invece le parole contano più di ogni altra cosa, cogli subito la differenza e fiuti il pericolo. La politica è uno di quei contesti; anzi, è quello dominato per eccellenza da sfumature, diplomazie, distinguo, distanze prese, slogan, sofismi e talvolta, per non dire spesso, inganni.

La politica è entrata nella mia vita, senza bussare, sotto forma di domanda. “Cosa succede fuori dal campo sportivo, oltre quel perimetro in cui le regole sono chiare, in cui il merito è riconosciuto da inappellabili centimetri e secondi, in cui il gesto ha un esito indiscutibile? Cosa accade dove invece il risultato non arriva subito, la responsabilità si sparpaglia come zizzania e la bontà di ogni decisione si verifica nel tempo?”

All’inizio a spingerti a esplorare questo nuovo territorio è soltanto la curiosità. Poi, con il passare dei mesi, la curiosità diventa inquietudine, perché cominci a distinguere dettagli di cui prima non ti accorgevi nemmeno. Piccole disfunzioni del sistema o disuguaglianze sottili. Allora la domanda si ripresenta con maggiore impeto e precisione: “Cosa succede fuori dal campo?”. E, soprattutto: “Chi decide?”.

Capisci così che restare a guardare non è più sufficiente. È un cambio di punto di vista definitivo. Non riesci più a separare ciò che sei da ciò che accade intorno a te. Non riesci più a dire: “Non mi riguarda”. E quando arrivi a quel punto, anche se non la chiami ancora “politica”, sei già dentro la politica. Non è una vocazione, non è una scelta consapevole, è qualcosa che irrompe mentre stai facendo altro, mentre credi di occuparti solo di te stessa, dei tuoi muscoli, dei tuoi infortuni, delle tue vittorie o delusioni, e invece stai già imparando a traslocare dentro qualcosa di più grande.

È già domani - Silvia Salis - copertina

Tratto da “È già domani” (Feltrinelli), di Silvia Salis, 18 euro, 272 pagine.

PRESENTAZIONI
Il 14 ottobre a Genova alle 18 nella Libreria Feltrinelli di via Ceccardi in dialogo con Corrado Formigli.
il 17 ottobre a Milano alle 18 alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, il 25 ottobre al Teatro Puccini di Firenze alle 19.

L'articolo Come Silvia Salis ha imparato nello sport a riconoscere gli inganni della politica proviene da Linkiesta.it.

❌